Avevo finito l’esame di maturità scientifica il 18 luglio del 1962 ed ero stremato per la grande calura e lo stress nervoso di quattro scritti tosti e otto orali non meno impegnativi. In quegli anni si portavano tutte le materie senza eccezione alcuna ma come da copione erano cambiate le regole a metà anno scolastico: anziché l’ultimo, come era stato in precedenza, il programma era costituito dagli ultimi tre. Naturalmente fu una corsa contro il tempo, perché riesumare e preparare anche i due precedenti non era uno scherzo.
Il caldo quell’anno cominciò a picchiare duro già ad aprile. A maggio sembrava di essere in agosto. Giugno e luglio furono tremendi. Si annaspava nell’afa umida di Ferrara, boccheggiando dopo le dieci di mattino fino alla sera alle otto. Così con altri tre compagni decidemmo di studiare nel mio giardino all’ombra di un grande sicomoro dalle sei alle undici e nel pomeriggio dalle cinque alle otto. Alle nove ero già a letto. Un’autentica maratona per essere pronti il primo luglio a cominciare con lo scritto di italiano. Per gli orali tutti i maturandi del Liceo Scientifico erano stati divisi in due gruppi in stretto ordine alfabetico. Uno avrebbe iniziato con le materie letterarie (italiano, latino, storia e filosofia), l’altro quelle scientifiche (matematica, fisica, lingua straniera – tedesco o inglese -, scienze). Io ero l’ultimo del primo gruppo e ovviamente fui anche l’ultimo a finire. Qualcuno potrebbe pensare che avevo avuto fortuna sfacciata essere l’ultimo ma in realtà mi sono macerato dalla tensione per due motivi: il primo era che non ho mai amato aspettare a lungo perché mi toglieva concentrazione, il secondo era che gli argomenti oggetto delle interrogazioni si restringevano sempre di più rischiando di beccare quelli più ostici.
Comunque per farla breve il 18 finì brillantemente scritti e orali, ottenendo quasi la media del sette come esito finale. Ero soddisfatto perché avevo migliorato la media di ammissione che era appena sopra il sei.
Come premio mi concessi una vacanza di una settimana a Auronzo. Era la prima volta che andavo tutto solo via da casa. Erano altri tempi allora, perché i genitori ti tenevano al guinzaglio. Organizzai tutto in fretta: biglietto del treno per Calanzo, prenotazione di una stanza a Auronzo. A Calalzo i genitori di un amico mi avrebbero recuperato per portarmi nella località di soggiorno.
Eccitato, frastornato dalla fine degli esami ed emozionato dall’imminente viaggio sbagliai tutto. Dissi che sarei arrivato alle quattro del pomeriggio ma in realtà giunsi molto più tardi.
Ma procediamo con ordine.
Il 21 luglio, il giorno del mio compleanno, presi il treno a Ferrara col mio scarso bagaglio per scendere a Padova, dove poco dopo dovevo prendere la coincidenza per Calalzo. Però non avevo messo in conto la mia passione per la scrittura che questa mi tradì. Scrivevo in quell’epoca poesie perché di prosa non riuscivo a mettere insieme più di dieci righe arenandomi mestamente subito dopo. Solo dieci anni più tardi riuscì a mettere mano a un racconto ma non divaghiamo troppo su argomenti non pertinenti.
Dunque salito in treno mi immersi a scrivere e rileggere poesie estraniandomi dal mondo circostante. Quando ero concentrato, rumori e suoni, parole e persone sparivano dal mio orizzonte, svanivano come i sogni all’alba. La mia situazione era come se fossi in una bolla, isolato fisicamente e psicologicamente dal resto del mondo.
Cominciai a scrivere una serie di poesie ricordando il primo grande amore vecchio di un qualche anno, durato lo spazio di un’estate. Si chiamava Doriana, una ragazzina di tredici anni, secca come uno stecco e acerba come una mela verde. Avevo quattro anni di più. Grande amore? Forse no, grande infatuazione da parte sua, meno da parte mia. Io stravedevo per la sorella maggiore, mia coetanea, che invece non mi degnava di uno sguardo. Però tra alti e bassi passammo un’estate che non avrei dimenticato. Grandi litigi e dolci riconciliazioni erano quasi quotidiani. Primi baci furtivi nel giardino al buio condivano quasi immancabilmente le nostre serate, che trascorrevo con lei nella sua casa. I genitori non ostacolavano la nostra storia e fingevano di vederci abbracciati nell’oscurità. Però eravamo troppo diversi perché potesse durare. La giovane età, le inclinazioni differenti, le personalità poco disponibili furono un fardello troppo gravoso da portare e con l’autunno tutto finì.
Il dondolio ritmato del treno favorì il riemergere di questi ricordi
Durante il viaggio ne scrissi una decina di poesie tutte dedicate a lei.
Il carattere scorbutico e a tratti più spine che rose mi avevano suggerito questa che la ritraeva come la vedevo col filtro dei ricordi.
Poesia n.ro 1
Tu sei selvaggia e spinosa,
tu sei indomita e fiera:
non t’appassire ora,
perché bella è per la vita ora.
Fiore di serra incolto,
fiore di campo disadorno
rifiorisci alla dolce aria
della fresca e odoroso Primavera.
Però la personalità decisa, graffiante, nonostante i soli tredici anni, era stata una spina nel fianco, un motivo di tante baruffe che poi si concludevano con una pace provvisoria. Un’autentica gattina pronta a graffiare e farsi coccolare.
Poesia n.ro 2
Quando tu graffi,
quando tu fai le fusa,
sei come una gatta,
che incanta.
Quando tieni il broncio,
quando sorridi,
sei come il sole
che gioca lassù fra le nubi.
Immerso nella scrittura e nel recuperare frammenti di memoria, la stazione di Padova passò senza che me ne accorgessi e io arrivai a Venezia dove la coincidenza per Calalzo era un paio d’ore dopo e con un viaggio molto più lungo. Allora non c’erano i telefonini per avvertire che sarei arrivato molto più tardi del preventivato ma le vecchie cabine rosse di Sip che funzionavano a gettoni.
«A chi avrei telefonato?» mi domandai inquieto senza trovare una risposta, mentre ero seduto in attesa del treno.
Per amore della scrittura rischiavo di impantanarmi a Calalzo senza la certezza di trovare un mezzo per arrivare a Auronzo. Con l’incoscienza dei miei diciannove anni decisi lo stesso di proseguire anche se avessi dovuto fare l’autostop per giungere a destinazione, dando per scontato che le persone che mi aspettavano, non vedendomi, se ne sarebbero andate senza di me..
La linea Venezia – Treviso – Belluno – Calalzo non era elettrificata ma era percorsa da un vecchio treno a vapore. Coi finestrini rigorosamente chiusi per non respirare la polvere di carbone che dispensava con grande generosità mi sembrava di essere in una fornace, tanto era il caldo all’interno del vagone. Dure panche di legno non invitavano a scrivere, anche perché la paura di sbagliare e di ritrovarmi chissà dove era troppo forte per estraniarmi dal mondo. Non avevo la certezza che quel vagone proseguisse per la destinazione finale, essendo prevista una sosta a Conegliano per il cambio del locomotore.
Osservai la pianura veneta riarsa dal sole mentre la mente continuava a vagare tra i ricordi di quell’estate che pareva lontana e sbiadita dal tempo. Mille nuove parole sgorgavano nella testa ma non avevo voglia di fissarle sulla carta, perché dovevo rimanere vigile e attento alle stazioni, agli annunci.
Erano quasi le nove di sera quando stanco, affamato scesi alla stazione di Calalzo, dove quei signori mi stavano aspettando pazientemente.
“Ho sbagliato treno” dissi candidamente.
“Questo era l’ultimo della giornata” risposero sorridenti.
La vacanza era cominciata ma le avventure non erano ancora finite.
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Era appena andata via. Ma era la prima volta che non si sentì sollevato. Il vuoto della casa sembrava all’improvviso essere entrato tutto in quella stanza, pigiandosi ben bene tra i muri come in una pentola a pressione. Sentì la solitudine pizzicargli il cuore e l’aria spessa velargli la gola. Uscì in giardino. Il verde era inebriato di sole e la luce liquida di quell’ora gli fece tornare il sorriso.