Il Cambio

Tutto precipitò nel pomeriggio, in quell’ora precedente l’apertura del salone degli aperitivi. I camerieri stavano finendo di disporre le tovaglie, sui tavoli e Artemio, il capo cameriere, con occhio vigile sorvegliava e badava che tutto fosse a puntino, che gli “attimi”, posti ad abbellire i tavoli avessero il loro fiore fresco. Posò lo sguardo sul grande bancone già ingombro di bottiglie, caraffe e grandi secchielli argentati, colmi di ghiaccio, dove ancora chiuse, facevano mostra le bottiglie di champagne e l’occhio per puro caso incrociò, una figura che seduta sulla panchina poco distante, tra poco, avrebbe accolto come gradito ospite. Non ricordava neppure da quanto tempo, per quanti anni, lui l’avesse visto, soprattutto nella bella stagione. Sempre là, sempre prima dell’aperitivo. Tanto che ora, frutto della continua frequentazione, di tanto in tanto scambiavano due chiacchiere. Artemio, gli si avvicinò; l’uomo era vestito impeccabilmente, con un abito da pomeriggio di ottima fattura. Gli rivolse come sempre un saluto, ma questo si strozzò in gola. Con un certo spavento Artemio realizzò, che il vecchio avventore, infatti, che attendeva come sempre di sorbirsi un bicchiere di champagne, era inequivocabilmente morto. Avvisò subito chi di dovere e mancò poco che si formò un capannello con la polizia, il medico, i portantini dell’obitorio e qualche curioso. Il medico si accorse che più il tempo passava e più quell’uomo cadeva a pezzi, la pelle si sfaldava e già compariva netta la linea delle ossa del cranio e un mignolo, senza pelle e muscoli era caduto a terra e il suo aiutante, affannosamente lo cercava. Spese tutto il suo potere, per far sì che quell’uomo, se così si poteva chiamare, fosse portato via al più presto, lontano dagli sguardi dei presenti e dalla gente, che iniziava a riempire lo spazio del salone degli aperitivi. Giunto all’obitorio e aperto il sudario, si accorse con sorpresa che di quel corpo, rimaneva solo lo scheletro ed anche questo iniziava un veloce processo di sfaldamento. Chiese gli effetti personali e traendo un profondo sospiro nel guardare il bastone da passeggio, si rese conto che in quel pomeriggio di primavera, era avvenuto un “cambio”. E per la prima volta ne era stato testimone e probabilmente, direttamente interessato. Guardò con attenzione il bastone, con quella lunga e pesante impugnatura di metallo, scura per l’usura, più che per il tempo. Liscia, scarna, oramai esaurita di ogni possibile forza. Posò lo sguardo sul suo bastone. L’impugnatura era viva, riccamente istoriata, pur essendo di metallo vile, brillava come argento. Emanava una forza, che sentivi compressa, schiacciata, quasi a impedirle d’esplodere e generare un terribile caos. Ricordava ancora quel tempo, ormai perso nei secoli, sepolto da una patina spessa di tempo. Era iniziata da qualche secolo la ritirata dei ghiacci, nell’emisfero superiore. Il quaternario aveva esaurito la sua vita e ora lentamente moriva, lasciando respirare nuovamente con vigore terre che, sembravano segnate dal nulla. In quella grotta, lui giovane del clan del lupo, ricevette un bastone, che iniziava allora a formare le sue contorte figure. Chi glielo diede era un vecchio che aveva vissuto tutta l’epoca dei ghiacci e che si sentiva chiamato alla terra. Al momento non capì, poi vedendo i suoi clan sparire e le stagioni farsi diverse e la terra rifiorire, dapprima confusamente e poi più chiaramente, realizzò che avrebbe attraversato i secoli e le ere a venire. Non si separava mai da quel bastone e non permetteva a nessuno di toccarlo. Era diventato il segno del suo comando, era la ragione del suo vivere. Conobbe uomini, di cui ora vedeva i crani smangiati nei musei, oppure gli avanzi delle loro opere, testimoni di civiltà che il tempo aveva fagocitato nel suo avanzare. Iniziò a domandarsi quando i primi sintomi del desiderio, di abbandonare il bastone, si sarebbero palesati. E quando avrebbe capito che innanzi a lui c’era il suo “cambio”. Riguardò ancora il bastone e soprattutto il pomo, per leggere se qualcosa era cambiato in quei ghirigori. Forse lo scemare dei rilievi, sarebbe stata la cartina di tornasole. Forse avrebbe colto in qualche sguardo di uomo o di donna, perché no, quel barbaglio, quel luccichio, che avrebbe manifestato l’esistenza di un altro essere pronto per affrontare, un futuro che lui non avrebbe visto. Preso com’era nel vivere del suo immobile presente, anche se al suo fianco tutto, da allora si era trasformato.  Ora però si interrogava sull’unica cosa che, mai l’aveva incuriosito. La morte. Si rese conto, di come l’immortalità, che fino ad ora era fida compagna, non era una certezza, ma una possibilità. Vedeva in quella polvere sul tavolo autoptico, che l’immortalità non era del corpo, ma dell’anima, dei sentimenti, delle idee. Se ne dispiacque e maledì in silenzio quel giorno. Lui cosa aveva fatto, pensato, quali ideali forgiato da giustificarsi immortale? Risolse di attendere il momento del cambio e di vivere ancora il suo immobile presente.

VIAGGIO MENTALE

Scopri chi sei e non aver paura di esserlo

Mahatma Gandhi

 

viaggio mentaleNella stanza in penombra osservo il gioco di ombre e luci che si riflettono sulla parete nuda, accanto al letto. La luce fioca ha assunto una sfumatura rossastra, il disco solare ha raggiunto il limite estremo dell’orizzonte, scomparirà completamente tra qualche minuto. Tante volte ho osservato il tramonto, dalla finestra della mia stanza, assaporando ogni istante di questo momento così magico, ammirando le pennellate di colori incredibili con le quali il giorno morente tinge il cielo e il paesaggio intorno. Oggi no, oggi le imposte sono socchiuse, ho bisogno di un’atmosfera intima, per confluire tutta la mia concentrazione su quello che sto per fare.

Dal mio ritorno dal Nepal non ho fatto altro che pensarci. Seduta sul letto accarezzo il sacchetto di seta rosso che ho portato con me da quel lungo viaggio. Leggerissimo e morbido al tatto, chiuso con un laccetto color oro.

Lo apro con molta cura. Le piccole foglie verde smeraldo, lucenti e profumate, stanno ordinatamente sistemate sul fondo ed emanano un odore dolce che non ho mai sentito. Mi sdraio, raccolgo una piccola foglia e la metto sotto la lingua, come mi è stato spiegato, non serve masticarla. Occorre solo chiudere gli occhi e concentrare il pensiero.

La potentissima foglia di Butha consente di viaggiare nel tempo, di andare avanti o di tornare indietro, perché tutta la nostra vita è racchiusa nella mente. Questo mi ha spiegato Tahigir, il vegliardo che ho conosciuto sul monte Jasemba. La testa è come uno scrigno prezioso che racchiude il destino dell’uomo. Tutto è scritto, tutto è già stabilito…. ogni singolo istante della nostra esistenza è presente sin dalla nascita all’interno della coscienza umana. Se si vuole ricordare il passato lontano e conoscere il futuro basta solo “guardarsi” dentro.

La testa inizia a girare. Ho come la sensazione di sprofondare nei meandri oscuri della mia mente. Ho iniziato il “viaggio mentale” tra i circuiti del mio cervello, tra le sinapsi intricate che emanano sprazzi di luce incandescente, mi accorgo che sono impulsi che prendono consistenza: immagini, parole, suoni, rumori, odori, sensazioni di gioia, dolore, tristezza, rabbia, felicità… tutto si fonde scorrendo all’indietro come il nastro impazzito di un rewind, nel quale mi rivedo come protagonista di un film che conosco.

Stop. Prima tappa, faccio i conti col passato. Eccola di nuovo quella sensazione di disagio, ho appena compiuto quattordici anni e non sono più bambina, ma neanche ancora adulta. Mi sento fuori posto, eternamente in bilico. In un angolo ci sono le mie barbie, compagne di gioco fino a poco tempo fa.

Come pensi che sarà il tuo futuro? Chiedo alla parte di me ancora adolescente. Ho un ricordo confuso su quello che avrei voluto fare.

Mi piacerebbe girare il mondo.

Risponde lei, con lo sguardo sognante. Certo, il sogno di tanti adolescenti. Partire, andare lontano alla ricerca della propria dimensione o semplicemente tentare di allontanarsi dai problemi quotidiani. Mi viene in mente mi madre. La rivedo sulla soglia della mia camera a rimproverarmi, a vomitarmi addosso parole. Ora si riaccende acuto quel senso di ribellione che guidava le mie reazioni. Sì, ora ricordo.

Che cosa pensi di fare per cambiare la tua situazione? Le chiedo. Voglio sapere se il mio comportamento ha effettivamente cambiato la mia vita, se le mie aspirazioni erano plausibili e se sono riuscita a concretizzarle.

Appena avrò diciotto anni andrò via di casa. Anzi, prima conseguirò il diploma di interprete, poi diventerò hostess e non tornerò più a casa.

Perfetto. Niente di tutto questo! Mi agito, sento il torpore nelle ossa, mi formicolano le gambe, vorrei muovermi, ma non ci riesco. Se questi erano i miei progetti mi rendo conto di aver fallito. Non sono andata via di casa fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi.

Ora so perché l’ho fatto. Dopo il diploma non sono riuscita a trovare il lavoro che avrei desiderato e mi sono aggrappata al primo uomo di passaggio, al primo che è stato in grado di garantirmi la fuga. Ora sono intrappolata in questo rapporto da circa vent’anni, una sorta di gabbia d’oro dalla quale vorrei evadere, di nuovo. La mia vita come eterna fuga. Fuggo continuamente dalle mie responsabilità, dalla decisioni che continuo a delegare agli altri. Riuscirò un giorno a liberarmi?

Un salto nel vuoto, nel futuro. Sento il mio corpo perdere quota, come se scendesse ancora più in profondità. Sento le membra diventare sempre più pesanti, vorrei aprire gli occhi ma il mio corpo è come ibernato.

Il mio aspetto è mutato, vedo me stessa visibilmente invecchiata. La prima domanda è repentina, veloce, incalzante.

Dimmi com’è andata… cosa ne ho fatto della mia vita. La libertà… l’ho conquistata?

Quella sorta di ologramma mi sorride. Mi osservo dall’esterno ma al tempo stesso sono al suo interno, percepisco i suoi pensieri, le sue emozioni. Le risposte arrivano, immediate.

La libertà, un concetto così difficile da interpretare. Forse ora sono libera dai legami, Luca se ne è andato cinque anni fa. Ora a sessantasette anni mi godo la meritata pensione. Posso affermare di essere finalmente libera? Nonostante l’età non credo di aver acquisito quella famosa saggezza che porta con sé il trascorrere del tempo. Ho ancora quella insicurezza che avevo a quattordici anni, anzi, forse con il tempo è aumentata. Sono libera dai legami sociali, dalle incombenze del lavoro, decido della mia vita e dispongo delle mie cose, ma in fondo non mi sono mai liberata da me stessa, dal mio modo di essere. Un pesante fardello che trasporto sulle mie spalle fragili, un peso sempre più grande che mi porterò fino alla fine dei miei giorni.

L’immagine piano si dissolve, ora che ho avuto le mie risposte posso tornare alla realtà. Pian piano il corpo diviene leggero, provo a muovere le dita, riesco ad aprire gli occhi. La stanza ora è completamente buia. Mi sollevo e rimango seduta sulla sponda del letto, le membra ancora intorpidite, la mente ottenebrata dallo stordimento, l’animo turbato.

Raggiungo la finestra, spalanco le imposte. La luna ha compiuto il suo percorso, ora si staglia nel manto nero della notte. Respiro profondamente, l’aria sa di resina e aghi di pino.

Allora è vero che nella vita a volte è impossibile cambiare? Chissà se ha un senso cercare un percorso diverso, nell’illusione di sovvertire lo stato delle cose. Forse il destino di ciascuno è già scritto, l’insicurezza dell’adolescenza mi tiene ancora compagnia e sarà con me fino alla fine.

Tirò fuori dal sacchetto le foglie, le lascio cadere, brillano alla luce della luna. Il viaggio per me è finito o forse chissà, sono ancora in tempo per decidere se accettare il destino, oppure lottare, incanalarmi in un tortuoso cammino e raggiungere finalmente la meta…

 

 

METROPOLITAN WAY

La corsa sulla terza linea della metropolitana era più rumorosa del solito quel giorno.
Il venerdi pomeriggio di un piovoso giorno di aprile proseguì con una monotonia allucinante, tra gente che saliva e altrettanta che scendeva a ogni fermata.
Due coppie di adolescenti si sedettero sulla fila di posti rimasta libera. I ragazzini avevano entrambi i piercing sul sopracciglio e si muovevano con strafottenza; senza un filo di inibizione
iniziarono a pomiciare con le loro ragazzine vestite male e truccate ancora peggio. A quello spettacolo, l’anziana di fronte che reggeva tra le mani la busta di plastica del negozio di turno
fece una smorfia e distolse lo sguardo.
Qualche sedile più in fondo, spuntava la testolina innocente di un bambino, così buffo in mezzo a tanti adulti che leggevano riviste o fissavano qualche punto imprecisato, in attesa della
prossima fermata.
Il bimbo poteva avere, a occhio e croce, circa dieci anni. Non era insolito vederli usare i mezzi di trasporto da soli già a quella età. Nessuno dei passeggeri parve sorpreso.
Qualche ragazza adocchiava di nascosto la coppietta intenta a scambiarsi effusioni a prova di lingua. L’anziana signora volgeva lo sguardo altrove, strisciando con nervosismo la punta
dell’ombrello per terra.
Il bambino in fondo alla sua fila sorrideva. Aveva i capelli ricci e spettinati, la carnagione olivastra, dei vestiti anonimi e un po’ sporchi. Sembrava un figlio di zingari, destinato a chiedere
l’elemosina suonando la chitarra o il violino come avrebbero fatto i suoi genitori. Poggiata sulle sue ginocchia c’era una scatola per scarpe. Le sue piccole dita stringevano un foglietto di
carta.
I freni fischiarono e le porte si aprirono. Altri passeggeri salirono, alcuni sbuffando e altri guardandosi intorno alla ricerca di un posto da occupare.
Appena il treno ripartì, l’anziana sbirciò di nuovo quei ragazzacci che facevano quelle cose disgustose.
Uno dei due ragazzi col piercing aveva gli occhi semichiusi, un’espressione beata e reggeva per le chiappe la sua ragazza, occupata a leccargli le labbra come se fossero in un luogo
appartato.
Il bambino continuava a sorridere sereno, guardando con tranquillità chiunque. Aprì il foglietto lentamente, le mani raccolte sulla scatola di cartone.
L’anziana lo inquadrò per la prima volta da quando era salita. Aveva ancora due fermate di attesa e forse sarebbe stato meglio non fissare più nessun’altra persona lì dentro.
Ma quel bambino aveva un qualcosa di strano. C’era un particolare che non andava.
Qualcuno starnutì, un uomo con gli occhiali dalla montatura marrone discuteva animatamente con il vicino.
L’anziana continuò a guardare il bambino che adesso leggeva le due righe scritte a penna sul foglietto.
Da quella distanza la donna non sarebbe mai riuscita a leggere, ma le parvero le indicazioni di un indirizzo. Si aspettava da un momento all’altro di vedere una donna o un uomo alzarsi e
prendere per mano il bambino, per condurlo agli sportelli, non appena il treno si fosse fermato. Ma non accadde nulla del genere.
Altra fermata, altra giostra.
Il bambino sorrise e richiuse il foglietto con cura. Poi guardò i colori sulla scatola di scarpe.
L’anziana notò con sollievo che le due coppiette erano già scese, dirette probabilmente ai giardini pubblici o in qualche altro posto dove sarebbero stati liberi di continuare a fare porcherie.
Ma il bambino rimase seduto e composto, con la testa declinata verso la scatola chiusa.
Ancora una fermata e sarebbe scesa e niente avrebbe avuto più importanza.
Il bambino all’improvviso si voltò verso di lei e la scoprì.
La donna arrossì appena ma continuò a guardarlo.
Il bambino le sorrise, denti bianchissimi e occhi socievoli.
Poi aprì la scatola e infilò dentro la piccola mano destra.
La donna si alzò aiutandosi con l’ombrello a mò di bastone. La sua fermata era ormai vicina.
Si accostò alla maniglia accanto agli sportelli e da quella nuova posizione poteva spiare meglio.
Il bambino tirò fuori un piccolo cilindro arancione dai bordi rossi, con una miccia di qualche centimetro.
La donna non credette a quella scena. Guardò rapidamente gli altri passeggeri ma nessuno, in quel preciso istante, era interessato a ciò che maneggiava il bimbo.
Quando i freni stridettero un’altra volta, la donna si aggrappò con fatica alla maniglia. Le porte si spalancarono con uno scatto metallico.
Lei scese e si fermò, le spalle contro il cartellone pubblicitario sulla parete della stazione.
Tutti gli altri che erano scesi con lei si affrettavano a raggiungere le scale mobili. Lei restò, la bocca spalancata, gli occhiali posati sulla metà del naso.
Il bambino le sorrise ancora, mentre le porte si richiudevano.
Ripose nella scatola il candelotto di dinamite.
Il treno riprese la sua corsa in progressione.
La bocca della donna tremò.
Il bambino, inquadrato dal finestrino, la salutò con la piccola mano.
L’ombrello della vecchia scivolò, cadendo ai suoi piedi.
Quando il convoglio imboccò la galleria scura, rimase sola in quel tunnel di metallo e cemento.
Non si mosse per raccogliere l’ombrello finchè giunsero altre persone.

Enigma – parte prima

Mi chiamo Angelica e fin qui niente di speciale. Un nome come tanti altri. Allora cosa c’è di interessante nel mio nome? Nulla, ve lo assicuro. Dunque perché ci fai perdere tempo? Se non ne avete, potete togliere il disturbo e cambiare blog. Non mi offendo.

Voglio invece raccontarvi una storia. Un’altra? Direte voi, che pazientemente mi state seguendo. Beh! É un po’ speciale. Non ci credete e penserete che sia la solita, già letta e masticata più volte. É forse un miscuglio perfetto tra Midnight in Paris e Moulin Rouge? Chiede un omino tutto bianco, che si spaccia per Orso. None, vi garantisco che non è così! Quanti di voi vorrebbero vivere, anche solamente per poco tempo, in uno scenario fantastico e fantasioso, degno di un film? Nessuno? Mi spiace per voi. Io ho avuto la fortuna di provare sulla mia pelle queste fantastiche sensazioni e come ogni buona cosa, tutto è nato per puro, semplice e fortunato caso.
Era luglio del 2012, mi ero laureata da un mese in lettere presso “La Sapienza” di Roma col canonico 110 e lode. Come ogni persona che ha da poco concluso il suo percorso accademico, ero piena di sogni e speranze. Vivevo, anzi ci vivo pure adesso, nella città eterna, un luogo magico, pieno di storia e di arte, costellato da paesaggi fantastici che alla luce del tramonto assumono sfumature e bellezze quasi fiabesche. Mi piace vivere nella capitale con i miei genitori, i miei amici e la mia bastardina Liza. Amo passeggiare per quelle strade che conosco come le mie tasche da una vita.

Vedo già qualcuno che dà segni di impazienza e sbuffa, perché sto perdendo tempo. Vi state domandando cosa c’è di straordinario in quello che ho appena descritto. In realtà non c’è di insolito. Conduco una vita tutt’altro che noiosa. Mi sono sempre pagata gli studi svolgendo piccoli lavoretti, ho partecipato a diversi concorsi letterari con esiti infausti. Ehm ma ancora queste noiose informazione, dice un signore dell’ultima fila.

Ho capito che devo sveltire il racconto. Però se non vi dico questo, difficilmente potete capire il resto. Uffa, prosegui! Esclama una rossa che si agita davanti al PC, impaziente di leggere il seguito.

Dicevo…ho scritto per vari giornali locali, mi ero sempre data un gran da fare per essere la primadonna nella vita. Il mio sogno è sempre stato lo stesso sin da quanto ero una bambina e non ho mai, e dico mai, cambiato idea durante il corso degli anni; io volevo diventare una scrittrice!

Non mi pare una gran novità, sento mugugnare la biondina in terza fila, abbarbicata al suo ragazzo, presumo. Caspita quanto è figo! Quasi quasi me lo farei! Mi dico, facendogli gli occhi languidi.

Avrei scalato a mani nude le vette più alte e faticose del mondo pur di riuscirci. Ma ci sei riuscita? Chiede una morettina impertinente. No! Non ancora ma, mentre stavo provando a salire su quelle cime, decido di partire. Era mia intenzione di rivedere Alice, una compagna di corso, con la quale avevo legato negli anni di Università. Lei non aveva ancora terminato gli studi, perché la famiglia l’avevano richiamata a Palermo. Non ci vediamo da un anno. Mi manca tutto di lei: le nostre risate, i nostri sogni. Voi non avete idea di quanto accanto alla mia cara amica tutto diventasse facile e possibile!

Io sono fatta cosi': quando decido qualcosa, la faccio senza pensarci due volte. La mattina seguente mi sono alzata all’alba, ho infilato nello zaino un paio di vestiti, ho lasciato in evidenza un biglietto sul tavolo della cucina per avvisare i miei della partenza e, dopo aver inforcato gli occhiali da sole, sono scesa giù per le scale.

Alle 7 ero a stazione Termini per prendere l’intercity per Palermo. Dodici ore cullata del rumore delle rotaie e alle 19 sarei arrivata a destinazione. Sono salita, sistemandomi comoda in prima classe e ho chiuso gli occhi, mentre le mie labbra accennavano un involontario e leggero sorriso di piacere… Vedo facce perplesse tra chi mi segue. Mezza giornata in treno e provare piacere. Vedete. Io lo chiamo cosi’… Ero sola in quello scompartimento e sinceramente la consideravo una fortuna, anche se ero consapevole che non sarebbe stato così per l’intero viaggio.

Molte ore mi dividevano dal mio arrivo in Sicilia. Ma sapevo che quelle ore sarebbero volate. Il mio pensiero è corso quasi subito all’estate precedente, quando siamo partite insieme per trascorrere una settimana di vacanza a casa sua, a Palermo.

Eravamo arrivate da qualche giorno, quando un pomeriggio molto caldo, come può esserlo la Sicilia di luglio, con Alice ci infilammo nelle strette vie di un quartiere cittadino, del quale ignoro il nome, dove l’afa asfissiante ci faceva mancare il respiro. In quelle via si teneva, come di consueto, un mercatino stracolmo di vecchi mobili, quadri anticati, cartoline in bianco e nero tutte consumate. Il cosidetto mercato delle pulci.

Ci divertivamo a toccare, a trattare l’acquisto di oggetti, che regolarmente lasciavamo sul banchetto. Ridevamo gioiose, come sempre, quando ad un tratto ci imbattemmo in un vecchietto dalle mani rugose che su una bancarella traballante aveva riposto dei libri pieni di polvere che cercava di vendere a tutti i costi. Non so il perché ma prese da compassione decidemmo di comprarne uno. Fra i tanti scegliemmo il più vecchio senza neanche leggerne il titolo.

Quello fu davvero un divertente pomeriggio, che ci lasciò soddisfatte e felici, quando, tornate a casa da quella lunga passeggiata, ci sedemmo sotto il porticato per riposarci e fra una risata e una granita di limone mi ricordai del libro acquistato.

Alice sorridente lo prese dalla borsa. Era pieno di polvere. Eravamo curiose di leggerne il titolo, di vedere il colore della copertina. Con le mani cercammo di pulirlo e fu allora che mi accorsi di una chiave e una busta, incollati nella parte interna.

Eravamo sorprese e, prese dalla frenesia della curiosità, cominciammo con molta cautela a staccarle. La chiave ci mise un attimo a tornare libera ma la busta tendeva a lacerarsi.

“Usiamo il vecchio rimedio della nonna?” esclamò gioiosa Alice.

“Quale?” le chiesi, perché la nonna l’avevo persa da un pezzo e non mi ricordavo che mi avesse dato consigli per questo genere di operazione.

Una fresca risata risuonò sulle labbra dell’amica.

“Ma diamine! Non conosci l’uso del vapore per scollare le buste?” mi disse sorridente.

“No” ammisi candidamente.

“Non fa nulla. Osserva e impara” mi rispose.

Prese il ferro a vapore di sua madre, scaldò l’acqua del serbatoio finché un potente getto no fuoriuscì dai fori della piastra. Passò il ferro sulla copertina ma la busta rimaneva tenacemente attaccata. Con l’ugello anteriore ne inumidì per bene i bordi, mentre la colla sembrava cedere e perdere il potere incollante.

Sembravamo due bambine alle prese col gioco nuovo. Emettevamo gridolini di gioia a ogni lembo che con delicatezza staccavamo dalla copertina.

“Chissà quali segreti conterrà questa busta!” esclamai battendo le mani. Avevo vent’anni ma ne dimostravo dieci.

“Abbi pazienza. Dobbiamo fare un lavoro perfetto” mi disse, mentre tre quarti era staccata.

“Ma come fai a conoscere questo sistema?” le chiesi con tono serio.

“Lo sanno tutti! Anche la portiera del nostro caseggiato. Quando vuol leggere la nostra corrispondenza senza lasciare tracce, usa il vapore di una pentola per aprire le buste!” replicò dando l’ultimo strappo.

Questa si aprì come per un miracolo senza essere lacerata minimamente. Con le mani tremanti tirai fuori un foglio piegato in quattro, tutto ingiallito dal tempo. In quel momento c’era un silenzio profondo e un’eccitazione sottile nell’aria. Pian piano cominciai ad aprire quel foglio. Noi ci guardammo un attimo negli occhi prima di iniziarlo a leggere.

Alla sinistra in alto c’era un numero progressivo, al centro la scritta ‘Istituto dei trovatelli della provincia di Palermo‘, a seguire una data, 23 ottobre 1950, e un nome, Maria Ablesi. Era un verbale di ricezione di una bambina, che all’epoca aveva solo 5 giorni, affidata a un istituto di suore dalla madre, che evidentemente non poteva tenerla. Girai il foglio e lessi ad alta voce il messaggio di quella povera madre sfortunata. Era indirizzata a chi avesse ritrovato questo volume.

Vi prego cercate mia figlia. Consegnatele questo messaggio, la chiave e il libro. Lei saprà trovare la pagina giusta per capire

Eravamo frastornate. Ci guardammo in faccia per cercare una risposta a quella richiesta di aiuto che veniva dal passato.

“Ma quando è stato scritto questo messaggio?” le chiesi.

“Che importanza ha?” replicò, alzando le spalle.

“Alice, che facciamo adesso?”

“Che facciamoooo?” rispose “E moh! la cerchiamo quella bambina adesso…vediamo… siamo nel 2012, quindi dovrebbe avere 62 anni”.

Sospirai, pensando che mi ero recata in Sicilia da Alice per rilassarmi. Invece mi trovavo coinvolta in una ricerca coperta da molta polvere. Non era certo quello che avevo creduto alla mia partenza due giorni prima. Mi prese una gran voglia di tornare a Roma a casa con i miei genitori e la mia cagnolina Liza. Sorrisi ricordando quel nome che chissà come lo avevo scelto. Ma come potevo dire di no a quella pazza di Alice…No, non mi avrebbe mollata, perché mi conosceva bene. Sapeva che avrei risposto di si, perché non mi sarei tirata indietro per nessun motivo al mondo.

“Ok, ok! Alice cerchiamola” dissi col tono più deciso che possedevo.

In quel momento la tensione si allentò come se non fosse mai esistita. Tornammo a sederci sotto il porticato e iniziammo a fare progetti su come cercare la bambina che ormai era una donna matura, ammesso che fosse ancora in vita.

“Domani mattina partiamo per il convento delle suore” aggiunse decisa Alice. “C’è un indirizzo sul foglio. Cominciamo da li e, chissà per arrivare a lei, quante strade dobbiamo percorrere”.

Io ed Alice siamo tenaci. Ero sicura che l’avremmo trovata.

Beh…una cosa era certa a quel punto: dovevamo andare avanti.

Ci svegliammo di buon’ora la mattina seguente. Dopo un abbondante abbuffata di cassatelle siciliane e una fresca spremuta di arance, noi belle e pimpanti ci recammo con la sua macchina verso il centro storico della città, lasciandola in un parcheggio per proseguire a piedi per vie e viuzze. Dovevamo cercare il vecchio convento che si trovava in via degli Scalini al civico 8. Con nostra grande sorpresa era stato trasformato in una scuola per l’infanzia. Decidemmo di bussare e ci aprì una bidella piccola piccola con i capelli legati in un ‘unica treccia e una vocina sottile. Le chiedemmo delle spiegazioni, se conoscesse qualcosa sul vecchio convento. Per nostra sfortuna ci disse che lavorava da poco in quella scuola e non sapeva nulla.

Stavamo per tornare indietro deluse, quando ci chiamò ‘Signorine..aspettate forse il direttore potrebbe sapere qualcosa’.

Fu in quel momento che, percorrendo un lungo corridoio, vedemmo le pareti piene di foto antiche in bianco e nero. Immagini di suore con bambini, che indossavano i grembiulini. Erano vecchie istantanee del convento. Ognuna di loro era datata. Ci fermammo un attimo a guardarle erano tutte. Eravamo arrivate quasi nella stanza del direttore, quando vidi una foto dove si notavano 2 bambini piccoli, una ragazzina un poco più grande e una suora con un libro. Mi avvicinai ancora di più per vedere meglio.

“Alice guarda” dissi, indicando il volume che la suora teneva in una mano. “É il nostro!”

Nel frattempo la bidella, che ci precedeva, aveva già bussato alla porta del direttore. La porta si aprì e ci trovammo davanti ad un uomo di circa 50 anni, bellissimo ed elegante con un fascino che non avevamo mai visto in nessun altro essere umano. In quella stanza sembrava essersi fermato il tempo: tutto sapeva di mistero. Io ed Alice eravamo imbarazzate ed estasiate.

Quando il direttore ci venne incontro, esclamò galante con un piccolo inchino “Cosa posso fare per queste due giovani signore?”

Alice sorrise, mentre io rimasi affascinata dai suoi modi.

“Vede” cominciò l’amica. “Abbiamo ritrovato questa lettera e questa chiave. E vorremmo riconsegnarla alla legittima proprietaria”.

L’uomo si avvicinò e osservò gli oggetti che lei teneva in mano. Io continuavo a guardarlo senza parlare.

“Interessante” rispose. “Dove li avete trovati?” chiese con tono cortese ma fermo.

“Erano in questo libro” disse estraendo dalla capace borsa il vecchio volume, che avevamo comprato al mercatino.

“Se non sono indiscreto, come ve lo siete procurate?”

“Era in una bancarella del mercatino delle pulci del martedì” replicò la ragazza, che cominciava ad avere qualche dubbio sull’effettiva volontà del direttore di collaborare.

“Posso offrirvi un caffè?” domandò, premendo un campanello.

“Grazie ma …” rispose Alice.

“Nessun ma. Mi farete compagnia” e con una mano fece il segno di tre a qualcuno alle nostre spalle.

“Dunque cercate una certa Maria Ablesi, che è stata nostra ospite cinquanta anni fa”. “Forse era la madre…”.

“No, signorina … Come ha detto di chiamarsi?”

“Forse non glielo ho detto. Alice Asporti. E lei è la mia amica Angelica Cortese”.

“Come dicevo non la madre ma la trovatella lasciata presso di noi”.

Arrivarono i caffè, mentre io continuavo a rimanere muta. Parlavano solo lei e il direttore. All’improvviso tutto divenne buio ma afferrai solo una voce dura che diceva ‘Devono sparire senza tracce‘.

Quando mi risvegliai, ero nel mio letto nella casa di Roma. Mi domandai se era stato un brutto sogno oppure una triste realtà. Non lo seppi mai nei giorni seguenti. I miei erano pià gentili del solito ed evitavano di parlare di Alice, della vacanza in Sicilia.

Vedo che adesso siete più attenti. É o non è una storia straordinaria questa?

Certamente. Ma lo sarebbe di più se, invece di lasciarci a bocca asciutta, ci racconti come è finita. Dissero in coro tutti quanti.

E va bene. Proseguirò nel narrarvi cosa ho scoperto nel luglio scorso, al termine di quel lungo viaggio di dodici ore.

MALEDETTO APOSTROFO

L’articolo indeterminativo femminile UNA decise di pareggiarsi al maschile anche perché quell’apostrofo le dava noia. O la scrivevano per intero oppure che lasciassero a casa l’apostrofo. Possibile che ogni volta, sia con il caldo che sia con il freddo, le dovevano affibbiare quell’accessorio che sembrava tanto una sciarpa? E poi era un accessorio di lana e quindi fuori moda. Fosse stato almeno di seta…

“Il mondo va avanti e noi dobbiamo sempre tenerci addosso quell’apostrofo?” diceva alle amiche che come lei prospettavano la parità dei diritti. “Sciopero. Facciamo tutte sciopero… e che andassero alla malora tutti quei moralisti e puritani della lingua perfetta!”

Così ogni volta che qualcuno scriveva l’articolo UNA al femminile, e vi aggiungeva l’apostrofo, di colpo questo spariva. A scuola fu il delirio. Le maestre tirarono fuori la matita rosso sangue, facendo segni così profondi, che nemmeno una trincea lo era.

“Asinaccio, un’arancia vuole l’apostrofo!” gridava dalla cattedra la maestra mentre il povero alunno ragliava uno stentato: “Ma guardi che l’ho messo…”

Nelle aziende partivano mail così sgrammaticate che addirittura i responsabili passavano per ignoranti perdendo rispetto e onorabilità, e nelle tipografie l’errore grammaticale era ormai la prassi.

Così intervenne l’Accademia della Crusca, e decise che basta, la forma corretta per gli aggettivi indeterminativi sarebbe stata quella senza apostrofo, sia che il nome fosse maschile sia che il nome fosse femminile. Esultarono gli studenti, che di colpo videro scomparire lo spauracchio dell’errore, ma disgrazia volle che sparì definitivamente la forma al femminile…

“Poco importa” disse qualcuno, “in fondo si voleva la parità dei diritti”.

di Stefano Re

Mirage

Alzò gli occhi, le occhiaie nere che gli circondavano l’incavo e sottolineavano gli zigomi ossuti e lievemente sporgenti. Ancora una volta si ritrovò accecato dal sole cocente che si avvolgeva attorno al paesaggio in spirali incandescenti di calore. Il sudore gli impregnava ogni angolo del volto e la pelle gli bruciava senza tregua.
Si trascinava con i gomiti, arrancava ansimando, la bocca asciutta e spaccata, le mani che affondavano nella sabbia rovente.
Nella luce infuocata gli parve di vedere una figura avvicinarsi a ciò che rimaneva di lui. Con un ultimo sforzo si costrinse a tendere la muscolatura del collo e tenere aperti gli occhi ridotti a piccole fessure. Sentì il fruscio della seta,il profumo delle bacche di loto da terre lontane ed una brezza quasi impercettibile che gli sfiorava le guance arse e spaccate come il terreno che si era lasciato alle spalle.
Pensò di essere morto e sorrise.
Guardava quell’esile visione farsi più vicina. Il suo volto era perfetto,le sue labbra rosse come vampe scintillanti,l’abito che portava era verde smeraldo, gli occhi azzurri come sorsate di acqua fresca. La pelle color caramello brillava come oro sotto i raggi del sole.
Le tese la mano. Rideva.
Sfiorò qualcosa di gelido ed il sorriso morì subito sulle sue labbra.
Sentiva ancora il caldo sulla sua fronte e sugli avambracci, la sabbia gli graffiava i gomiti e le ginocchia, la sete gli attanagliava la gola in una stretta mortale, ma la sua mano tesa sentiva ed affondava in qualcosa di diverso dalla rena del deserto. Si avvicinò di più, a carponi.
Acqua!
Vi affondò il viso completamente dimentico del luogo in cui si trovava. Spenta la sete, si guardò intorno. Si trovava in un’oasi tropicale spoglia, adorna solo di una piccola palma da datteri sperduta nel nulla. La pozza d’acqua era considerevolmente piccola e sporca.
Riempì la borraccia e si distese all’ombra dell’albero, pensando alla figura dalla pelle bruna.
Si sarebbe rimesso presto in cammino verso la prima città. Fino a quel momento le uniche ombre che aveva intravisto tra gli sterpi rigidi e secchi erano state quelle di lucertole che si erano ritirate di corsa nelle piaghe della terra prosciugata; in poco tempo,sperava,avrebbe rivisto la civiltà. Civiltà! Quella parola aveva assunto un significato così ampiamente distorto che ogni relitto umano con un bel cappello vi rientrava senza fatica, come il topo di fogna che lo aveva spedito in quell’angolo di sabbia dimenticato da Dio e dagli uomini. Fece uno sforzo per alzarsi e si scrollò la polvere di dosso, controllò la borraccia e si coprì gli occhi con la mano per vedere qualcosa. Doveva mettersi in cammino in fretta: la notte sapeva essere crudele con il viaggiatore incauto. Il gelo scendeva rapidamente ed entrava nelle ossa, fino al midollo. La morte non poteva essere tanto diversa,forse era più dolce, più mite.
Con questo pensiero si avviò un’altra volta, immerso nell’afa e nella sabbia.
Ancora una volta,verso una scintilla di vita, un’ancora di salvezza, un vero miraggio nel sole infuocato del deserto.

Atto unico e tre finali

Senti.
A te non è mai capitata una di quelle mattine, che, appena sveglio, ti pare chiaro che sarebbe stato meglio voltarsi dall’altra parte e riprendere sonno? Sì, sono sicuro che ti sarà capitato.
Quella mattina, avvolto ancora nelle lenzuola, ho socchiuso un occhio, ancora cisposo dal sonno che mi abbandonava e, nel chiarore del primo sole che piano entrava nella stanza, mi è parso di intravedere una lama di sole. Entrata nello spaccato delle tapparelle. Un raggio solo, di un colore chiaro, quasi magico. Mi è parso di vedere la polvere, lieve come di borotalco che galleggiava nell’aria.
Mi sono stretto ancora di più le lenzuola.
Come l’abbraccio di un’amante, di cui senti addosso il profumo. In quel momento ho colto un profumo di spezie, che sapeva di passione; poi è cangiato in un tema di fiori, di languore, di benessere. Poi note d’erba, note di libertà, di gioia. Allora mi sono raccolto, convinto che il sonno sarebbe tornato, che ancora avrebbe aiutato i miei sogni e quella sensazione di pace e di benessere.
Invece il corpo ha lanciato il grido imperioso, che i suoi bisogni dovevano essere soddisfatti. Mi sono alzato, allora. Con ancora la voglia di coperte, con la testa vuota, con l’unico impellente bisogno di andare in bagno. Mi sono seduto e ho lasciato che il corpo si scaricasse.
Senza contrastarlo, abbandonato, piegato persino. Tentavo di raccogliere i pensieri, che come pecore li sentivo brucare nella testa. L’una opposta all’altra, , assaggiavano i fili d’erba svogliatamente. Fissavo il piatto della doccia e la mia volontà accarezzava l’idea di quel getto caldo, ma il corpo per mi diceva di non essere ancora pronto. Sbadigliando e stirandomi, finalmente il getto d’acqua calda ha acceso l’interruttore della giornata. Quasi che quell’ acqua, dalla testa ai piedi portasse via sonno e lenzuola e mi rendesse partecipe della mia nudità. Oramai ero sveglio e la luce che proveniva dalla finestra in cucina, mi richiamava a me stesso. Ho preparato il caffè, ho preso la tazza, lo zucchero, alcuni biscotti e ho adocchiato una mela. Rossa, con delle strisce gialle. Profumata, ma di un profumo delicato e dolce.
Mordendola il succo mi è uscito un po’, da un angolo della bocca.
Dio, quant’era succosa, dolce. Mi ha dato una sensazione di fresco nella gola. Mentre scendevano i bocconi, sentivo chiaramente che la polvere della notte, anzi la notte stessa se ne stava andando per sempre. Bevo il caffè, mangio un paio di biscotti. Decido di vestirmi come si vestirebbe l’impiegato medio. Al posto della camicia preferisco una polo e sostituisco la giacca con un giubbino. Elegante, sportivo ma chic. Intanto, dalla radio che ho acceso arriva la voce dell’annunciatore:
– “Ed ecco il tempo per questa giornata. Il sole brillerà tutto il giorno, poche nuvole ed è prevista assenza di vento. Una bellissima giornata di primavera quindi. Lasciate a casa dunque maglioni e soprabiti. Non saranno necessari. Chi può si goda le prossime ore di caldo sole. E’ tutto per il tempo di oggi. Pubblicità” –
Mi ricordo di aver sorriso soddisfatto. Accarezzo la valigia che ho davanti sul tavolo della cucina.
Sembra una di quelle “Cento tasche” che fanno molto giovane rampante.
Impiegato sì, ma in carriera.
Computer, risme di carta con monogramma. Forse tabulati, grafici, pratiche importantissime.
Decido di aprirla, giusto per controllare se tutto è apposto.
Lo vedo, il calcio del fucile, di un bel color noce ambrato, caldo. La lunga canna di acciaio brunito, il mirino telescopico (Solo quello vale una fortuna). Il caricatore è carico, nel suo alloggiamento. Sento ancora l’odore dell’olio lubrificante. Ho passato buona parte della serata precedente e sono soddisfatto della pulizia fatta.
Richiudo con uno scatto misurato la cassa del mio tesoro e l’occhio cade su quella  fotografia.
Sorrido con l’angolo destro, solo quello, della bocca. Respiro profondamente. Mi sento pronto.
Oggi è proprio una bella giornata. Prendo la borsa e raccolgo le chiavi dal tavolino vicino alla porta. Do ancora un’occhiata in giro.
Non è molto in disordine. La donna delle pulizie non farà fatica.
C’è solo il letto da fare e l’asciugamano usato per la doccia, è al suo posto sullo stendi biancheria. Non mi piace il disordine.
Lo trovo disdicevole per un uomo abituato da troppo tempo a vivere da solo. L’imbarazzo delle mutande là, la scarpe qua e i calzini chissà, non lo sopporterei.
E’ una bella giornata e sono pronto per il mio lavoro.
Il Killer professionista.

Apro la porta …

Primo finale:

 
 … ed è imbarazzante, credimi, trovarsi a pochi centimetri dalla bocca di un “Ithaca” e dietro quello un poliziotto della SWAT.
Un fucile spianato proprio sulla tua faccia.
Ed anche un po’ inquietante ascoltare lo schiocco degli otturatori degli altri fucili e pistole, puntate su di te.
Dell’uomo con il casco nero e il giubbotto antiproiettile nero e anche gli altri che mi circondano sono vestiti di nero, ecco di quell’uomo vedo solo gli occhi azzurri. Anzi uno, che mi trapassa. Non un emozione tradita, non un tentennamento.
Solo la fredda determinazione, che avvenuto il probabile, lui non si è fatto cogliere impreparato. Anzi ha seguito alla lettera la procedura e nulla potrà essergli elevato.
Fisso quell’occhio e tento di trasmettere, in silenzio, il messaggio che non avrei fatto nulla.
           – “Mi arrendo Polifemo, vedi di capirmi”.
Non so se mi ha capito, ma la voce del commissario Stinger, spezza la tensione.
            -“Sei in arresto McCowen” e allunga la mano a prendermi la borsa.
La lascio e lascio che il primo pensiero, mentre sento il metallo delle manette stringersi sui miei polsi sia questo:
             -“ Avrei fatto meglio a girarmi dall’altra parte, questa mattina”.
 
Secondo Finale
 

… e imbocco le scale.
Due rampe e sono in strada. La macchina, ben parcheggiata mi attende. Apro il bagagliaio e sistemo la borsa. Chiudo  il cofano e vado alla portiera e intanto sento uno stridio di freni.
Mi giro e il grosso muso di un furgone impazzito, mi travolge. Sento distintamente  il rumore di ossa che si spezzano, soprattutto il “crack” violento della seconda cervicale, che si disassa e la mia testa rimbalza sulla capottina della vettura.
Poi vedo, seduto come sono sulla panchina della fermata dell’autobus di fronte, accorrere gente.
Sento che chiamano i soccorsi e mi vedo, incastrato tra le lamiere. Sembro una marionetta senza fili, con il volto coperto di sangue e anche l’autista del furgone, sembra che abbia voluto sfidare la forza del cristallo anteriore del suo mezzo. Ha vinto lui, tanto si sta sporgendo sul cofano.
Il sangue esce dalle sue orecchie e i capelli hanno delle curiose marezzature.
Vicino a me, sulla panchina, ci sono degli anziani, che all’arrivo dell’autobus si alzano e lenti salgono a bordo.
Rimango per ultimo.
Metto il piede sul predellino, quando una voce roca m’interpella:
             -“Non è il tuo. Tu devi prendere quella”
Mi volto e vedo un tipo male in arnese, che mi indica le scale della metro. Scendono ripide verso il buio e mi invita a seguirlo.
Lo tengo a distanza. Quella pelle grigiastra, che sa di sporco, unto, mi disturba la vista.
E poi il tanfo incredibile che emana.
Odore di zolfo.

Terzo finale:
 
…. Scendo le scale. Prendo la macchina e tutto fila liscio.
Come lo avevo pensato e provato più volte. Sono sul tetto di una vecchia casa. A ragionevole distanza.
Lui arriva circondato come sempre dai suoi portaborse. Si ferma un momento per salutare, scambiare convenevoli con i passanti. Lo inquadro e sento che il dito sta premendo lento e regolare sul grilletto, seguendo il ritmo del mio lento respiro.
Quando improvvisamente sparisce dalla mia inquadratura.
Le persone accanto a lui si agitano come percorse da una violenta scossa elettrica.
Cerco il mio bersaglio.
E’ a terra con tre evidenti fori sul petto .
A due passi un uomo con ancora nelle mani una pistola e una areola di fumo che lo avvolge.
Non sopporto l’idea che un dilettante mi rubi il lavoro.
Detesto che questi improvvisati, che per mera fortuna loro o assoluta imperizia altrui, riescano e bene, dove io ho dovuto applicarmi e  molto, per di più.
Giorni di ricerca, appostamenti, studi di balistica, prospettiva, meteorologia gettati al vento per colpa di un dilettante invasato.
Senza una preparazione forse.
Spinto da chissà quali principi, ideali, imbevuto di chissà quali rivoluzioni.
Odio questi improvvisati e le loro improvvisazioni, mi ripeto nella testa, come un mantra.
Intanto attraverso il cannocchiale vedo che lo hanno arrestato.
Arriva una macchina e lo spingono dentro.
Per una attimo la sua testa rimane fuori dalle lamiere.
E’ l’istinto, l’automatismo del gesto, ma il mio dito schiaccia finalmente il grilletto.
Di lui rimane, nelle mani del poliziotto che lo spingeva in macchina, solo una manciata di capelli tra le sue dita.
Una parte della testa è sul selciato, un altra sta sporcando l’interno della macchina stessa.
Eppure non doveva finire così.
Peccato.
Mi terrò solo l’anticipo.
Io i lavori li porto sempre a termine e poi la pallottola era già stata pagata.

L’atto unico è finito.
Gli applausi del caso, al finale che più vi piace.

La pioggia può purificare l’anima?

«Luna?! Ma sei tu?»

Ero seduta su gradini per strada, sola e col capo appoggiato sulle ginocchia. Le mani stringevano le gambe, come se avessero il timore che scappassero, mentre la pioggia mi bagnava tutta. Sentivo la necessità di purificarmi l’anima.

Appena udii pronunciare quelle parole, alzai la testa quanto basta per vedere degli occhi puntati nei miei. I miei erano un misero verde con riflessi castani che in confronto ai suoi non erano niente.

Capì di chi si trattava e il perché mi stava chiamando.

«E chi vuoi che sia! Sentiamo, cosa vuoi adesso?» risposi con rabbia.

«Niente… solo che vedendoti sola e seduta qui, ho pensato che tu stessi male e ti servisse una mano».

«Da quando ti importa di me, come sto e che cosa faccio?» replicai stizzita, osservandola di sbieco, come si guarda qualcuno di inopportuno.

«Ma che cosa hai fatto a Luna?» continuò ignorando le mie parole, pronunciate con tono sgarbato. «Non sembri nemmeno tu! Sei diversa!»

Aveva notato il mio nuovo taglio di capelli, a cui avevo cambiato il colore, e i vestiti indossati, che non erano sicuramente abiti che che prima avrei messo. Diciamo che nessuno non poteva non accorgersi che ero cambiata nell’aspetto fisico.

«Non sono affari tuoi!» dissi con decisione, guardandola con gli occhi furenti. «Ora, se non ti dispiace, me ne vado! Non intendo stare un minuto di più qui con te!»

Provai ad alzarmi da quella posizione ma avvertì le sue mani bloccarmi le spalle, mentre la bocca si avvicinò al mio orecchio. Mi sussurrò qualcosa, quasi come se mi stesse pregando con la sua voce calma e rilassata.
«Ti prego, torna quella che eri fino a ieri, Luna! Ti prego!» disse con un soffio di respiro. «Non fare tutto questo, solo per quello che ti ho detto e che è successo tra di noi!»

«No!» risposi con tono stridulo e irato. «Ora vattene!»

Non la volevo più vedere, mi era insopportabile sentire la sua voce. Sapevo cosa c’era stato tra noi un tempo e cosa era successo la scorsa settimana. Non potevo perdonarla per lo sgarbo che mi aveva usato. Non potevo, mi ripetevo come un mantra. Se l’avessi fatto, era come ammettere la sconfitta e la mia immaturità. Non potevo, continuai a ribadire con forza.

Aurora era stata la mia migliore amica, alla quale affidavo i segreti più gelosi, finché domenica scorsa… Un moto di rabbia mi prese a ripensare a quella giornata.
«Sei ancora qui?» le dissi, alzandomi con decisione, nonostante la pressione dei suoi palmi sulle spalle.
«Sì! E non me ne andrò finché non ci siamo spiegate» affermò con energia Aurora.
«Non c’è nulla da spiegare» replicai con altrettanta foga, sollevandomi in piedi.
«Non è vero» disse con calma, guardandomi negli occhi.
«E perché?»
«Non mi vuoi ascoltare».
«Come posso ascoltarti?».

Sentì la sua mano premere sulla spalla, come se volesse inchiodarmi al terreno.
«Lasciami!» urlai con tutta la rabbia che avevo dentro di me. Ancora un secondo e poi sarebbe esplosa come una granata.

Tentai di andarmene ma altre mani mi inchiodarono sul gradino. Non era Aurora. Sembrava una mano maschile. Non mi ero accorta che era sopraggiunto un’altra persona alle mie spalle e adesso entrambi mi bloccavano, impedendomi di allontanarmi da loro.

«E tu chi sei?» gridai con tutto il fiato, che avevo in corpo.

«Luna, ascoltaci e poi ce ne andremmo». Non riuscì a dare subito un volto a quella voce ma poi capì che era.

«No! Non ascolto le vostre menzogne» dissi con le lacrime che scivolavano impetuose sulle guance. Dunque c’era anche lui, Diego.
«Mi spiace, Luna, ma sei sulla strada sbagliata».
Non potevo scordare quello che era successo la domenica precedente.

Quella scena non potevo scordarla. Per tutta la settimana aveva danzato brutalmente dinnanzi ai miei occhi. Le parole, che avevano detto, mi bruciavano sulla pelle come il sole di luglio. No, non potevo dimenticare e perdonare, continuai a ripetere. Non potevo accettare che lei mi avesse tradito così platealmente. Avevo fiducia in Aurora e nelle sue parole. Come potevo adesso accettare le sue scuse?

Avvertì allentare la pressione delle loro mani sul mio corpo. Presi la decisione di fuggire. Un attimo e fui libera di attraversare la strada buia.

«Oh! No!» furono le ultime parole che udì.

La pioggia cadeva sull’asfalto, purificando l’anima.

Il mistero del teschio di cristallo

Teschio di cristallo conservato al British Museum

Teschio di cristallo conservato al British Museum

Si erano seduti su una panchina ai margini della fiera di San Giovanni. Una festa esoterica e pagana che coinvolgeva tutta la città per diversi giorni. Rebecca ascoltò con interesse il racconto di Alex.

Dunque ci sono diversi teschi di cristallo in circolazione” domandò curiosa.

Direi di sì. Almeno due. Quello del British e quello di Mitchell Hedges. Ora sono tre col tuo” replicò l’uomo con fare misterioso. “Direi che è autentico anche questo”.

La ragazza sorrise, scuotendo la testa. “Ma questa è una copia che vale 50€!” Poi si volse per guardare in faccia chi stava accanto a lei. Voleva porgergli diverse domande.

Ma tu chi sei? Come mai conosci tutte queste storie sul teschio di cristallo?” chiese Rebecca, che, superato il primo momento di spaesamento, adesso riprendeva il controllo della sua mente.

Pensi che sia …” rispose l’uomo.

No. E’ che mi incuriosisce comprendere i mille misteri di questo oggetto. L’ho comprato da una donna che svanisce nel nulla. Una chiromante mi legge i tarocchi e mi ritrovo per terra. Anzi tra le tue braccia. Tu mi stai raccontando una storia fantastica di altri due teschi. Credo che basti per stimolare la curiosità!” disse tutto d’un fiato.

Tutto qui?”

E ti pare poco?” replicò Rebecca basita.

Questo è nulla rispetto a quanto apprenderai dal resto della storia”.

La ragazza impallidì, mentre osservava il reperto che scintillava come se fosse dotato di luce propria sotto la carta che lo ricopriva. Lo trovava inquietante ma ormai l’aveva e doveva conoscere il resto della storia.

Alex riprese il racconto.”…il teschio di cristallo, uguale…”

Direi simile a questo” precisò Rebecca, interrompendolo ancora. “Non sappiamo se sono uguali”.

Fidati. Sono uguali. Me lo sento e non m’inganno. Come ti ho detto, due sono, ed è scientificamente provato, uguali al cento per cento. In tutto e per tutto. Entrambi risultano prodotti nel 686 d.c., come l’esame con la datazione radiometrica…”.

Ti prego salta i dettagli sulla radio…” sussurrò Rebecca inorridita.

D’accordo. Prendi per vera quella data” proseguì Alex. “Dagli esami compiuti risultò che il teschio era stato scolpito lungo l’asse principale del cristallo. Questa tecnica, molto avanzata, utilizza l’asse di simmetria per ridurre il rischio di frantumazione. Inoltre la precisione del taglio è spiegabile solo con l’utilizzo di un raggio laser, che nel 686 non era stato ancora inventato”.

L’uomo fece una piccola sosta nel racconto, osservando le reazioni della ragazza, prima di proseguire.

Oppure, ipotesi più ragionevole ma poco pratica, il teschio è stato levigato a mano per almeno 300 anni da parte di generazioni di valenti artigiani. Questo, infatti, è il tempo stimato per riuscire a modellare con precisione stupefacente un blocco di quarzo che ha una durezza, pari a sette. Quindi praticamente impossibile da lavorare con comuni utensili metallici. I Maya…”.

Teschio di cristallo attribuito ai Maya

Teschio di cristallo attribuito ai Maya

Rebecca sussultò e interruppe la narrazione di Alex.

Cosa centrano i Maya con questo teschio?” domandò allarmata.

L’uomo rise, gelando la ragazza.

Questa è opera loro. Capirai il motivo. Ci si domanda, perché i Maya si impegnarono in un’opera di tal genere, tenendo impegnati per circa tre secoli i loro migliori artigiani, per produrre un oggetto apparentemente inutile? Perché?”

Alex raccolse nei polmoni quanta aria poteva contenere, prima di espellerla tutta.

“O mio dio, inizio a volermene liberare” disse Rebecca rabbrividendo.

“Ma no, che dici! Basta non farsi suggestionare, in fondo è molto intrigante l’ipotesi” replicò l’uomo, prendendole una mano.

La ragazza lasciò fare, perché alla fine le dava quel calore che era svanito, nonostante la serata calda e afosa di fine giugno.

Perché degli artigiani, che lavorano il cristallo, hanno impiegato gran parte del loro tempo e della loro abilità per lavorare questi manufatti? Qualcuno ipotizza che sia servito per tramandare alle generazioni successive l’oscuro ma importantissimo significato di ciò che stavano realizzando”.

Se fosse così… ma ne sei sicuro?” gli chiese Rebecca, che iniziava a rilassarsi.

Ah! Ah!” rispose ridendo Alex. “Fosse così, sarebbe semplice”.

“Mah, forse hai ragione! Continua il racconto” gli suggerì la ragazza, perché la curiosità stava prevalendo sulla paura.

“D’accordo… Ci sono delle leggende metropolitane sui due teschi dei quali si conosce l’esistenza. Si dice…” proseguì l’uomo, facendo una breve pausa. “Si dice che quello esposto al British si muova all’interno della teca…”.

Un brivido percorse la schiena di Rebecca, che si morse un labbro e la lingua, per essere stata troppo imprudente e impulsiva nell’incitarlo a proseguire.

… e non solo! Pare che i suoi occhi seguano i visitatori mentre si trovano all’interno della sala. E inoltre…”.

Ma mi vuoi far morire di paura!” esclamò spaventata la ragazza.

Ma no!” rispose Alex, che incurante dei tremori di Rebecca continuò la narrazione. “Non solo si muovono ma di notte si illuminano e facciano una tale impressione agli addetti alle pulizie, che hanno esplicitamente chiesto che venisse coperto”.

“Ecco vedi, te lo dicevo io che sarebbe meglio buttarlo!” disse la ragazza, tutta allarmata.

Alex, incurante del crescente tremore, finse di non aver udito l’ultima frase.

Secondo alcuni studiosi i teschi dovrebbero essere in totale 13. Non chiedermi il perché. Non saprei risponderti. I 13 teschi sono stati dispersi ai quattro angoli del mondo Maya. Nel Messico, nello Yucatan, nel Guatemala e nel San Salvador. Quando verranno trovati tutti e verranno riuniti nuovamente, inizierà un nuovo ciclo per il genere umano. Più o meno come 21 dicembre del 2012, che segnerà la fine del mondo. Sembra che essi contengano delle informazioni sul destino dell’umanità e che in loro presenza accadano fatti inspiegabili”.

Visto che ne sei così affascinato, te lo regalo!” esclamò Rebecca, allungandogli il pacco che teneva sulle ginocchia. “Tieni, così siamo contenti entrambi… è già impacchettato e infiocchettato!”

“Ma va, non crederai mica a tutte queste fandonie…” rispose Alex, respingendo il teschio verso la ragazza. “Ah,ah,ah! Ci sei cascata! Anche i sassi sanno che sono delle leggende metropolitane per impaurire le ragazze come te!”.

“Fiuuu menomale… un po’ mi consoli” replicò visibilmente rinfrancata.

I teschi sono dei falsi risalenti all’ottocento o ai primi del novecento” disse Alex ridendo.

“Signorina, signorina!”

Una voce di un bambino la chiamava e si girò nella direzione del richiamo ma non vide nessuno. Quando si voltò verso Alex, lui era sparito.

DELITTO ALL’OMBRA DEL COLOSSEO

14071799749316_maxi«Lampo, stai bono e fermo. Ma n’antra vorta er sacco pieno… ma quanto magni!» esclamò il signor Nino.

Ah bello! Se nun ce fossi io a tirà te che pesi più de sta botticella, non cagheresti manco tu! Lampo fulminò con un’occhiataccia il suo padrone.

«Aspetta che vado a prenne l’acqua», disse Nino al suo cavallo.«Romolo! Daje ‘na guardata, torno subbito» urlò il signor Nino al suo collega.

«Nun te preoccupà, ce penso io».

L’uomo faticosamente prese il secchio e s’incamminò verso il giardino dove c’era il nasone. A quell’ora solo pochi turisti si apprestavano a mettersi in fila per visitare il monumento romano più famoso al mondo.

Giunto a destinazione il signor Nino mise il secchio sotto la fontanella ma la sua attenzione fu attratta da un inquietante particolare: dal cespuglio accanto spuntavano un paio di gambe. Si avvicinò timoroso e con la mano aprì un varco nel fogliame.

«Ah sei tu! Pure ieri sera te sei ubbriacato! Mo ce penso io a datte ‘na bella sveglia» così dicendo il vetturino tirò una secchiata d’acqua in faccia al suo amico. L’uomo non ebbe nessuna reazione e il signor Nino prese a schiaffeggiarlo.

«Ma li mortacci stracci, ma questo è morto stecchito!» esclamò il signor Nino accorgendosi dell’enorme macchia di sangue sotto la sua testa.

«Romolo! Romolo!- gridò sbracciandosi in direzione del collega – chiama er 113, qua per tera ce stà Massimo! Sbrigate che l’hanno ammazzato!»

«Che me sbrigo a fa, tanto da llà nun scappa!»

* * *

Dopo alcuni giorni il signor Nino fu convocato al commissariato per rendere la sua testimonianza.

«Porca zozza, guarda te che casino! Oggi nun se lavora e me tocca pure annà a perde tempo… Lampo mio, beato te che non c’hai pensieri… basta che magni, bevi e caghi…» disse il signor Nino rivolgendosi al cavallo.

«Signor commissario, è arrivato il cocchiere, lo faccio accomodare?»

«Cocchiere? A Roma si chiama vetturino, sta parlando del signor Grisanti?»

«Sì, certo, Grisanti… da noi al nord si chiama così» rispose imbarazzato l’attendente. Il signor Nino aveva il fiatone e con il fazzoletto tentava di detergersi il sudore dal faccione.

«Salve commissario, scusi l’affanno, mi moglie me lo dice sempre che devo fa la dieta! Ma a me piace a ‘matriciana, a coda alla vaccinara, per nun parlà de la trippa! Ma poi me ingrasso e nun je la faccio a salì manco ‘na rampa de scale!»

Il commissario stava con lo sguardo basso ed esaminava dei documenti.

«Salve signor Grisanti, si accomodi. Le comunico che potrebbe aver bisogno di un avvocato…» il vetturino sgranò gli occhi mentre la mano iniziò a tremare.

«Signor Commissario, je l’ho detto quello che sapevo su Massimo, tutta la verità!»

«Non è stata una buona idea gettare acqua sul cadavere… così ha cancellato le tracce dalla scena del delitto» disse il commissario con tono accusatorio.

«Ma io me credevo che dormiva!»

«Ha commesso un grave errore!» Così dicendo il commissario gli puntò l’indice contro. Poi si alzò e prese a camminare avanti e indietro.

«Comunque… le risulta che il Rinaldi avesse nemici?»

«Che io sappia no! Certo che se gli hanno dato quella crocca in testa, quarche motivo ce deve stà! Era un ber giovinotto, vestito da gladiatore faceva la sua porca figura. Lo chiamavano lo “Stallone der Colosseo” tutte le turiste volevano la foto con lui e detto tra noi ne guadagnava de sordi, tutti a nero!» disse sghignazzando il signor Nino.

«Per oggi basta, può accomodarsi nella stanza accanto dal mio collaboratore. Appuntato – urlò il commissario – verbalizzi le dichiarazioni del signor Grisanti». L’uomo che nel frattempo era intento alla meticolosa pulizia delle camere interne del suo enorme nasone, scattò sull’attenti.

«Appuntato “Scaccola”, dopo che ci siamo lavati le mani he!, mi raccomando!»

* * *

«Nino! Nino! Hai letto er Messaggero?» Romolo arrivò trafelato sventolando il giornale.

«No, perché, che è successo?»

«Hanno preso l’assassino de Massimo, ieri sera ha confessato!»

«Ma davero? Famme legge – disse meravigliato il signor Nino – ammazza se so sbrigati – aggiunse prendendo il giornale.

In prima pagina campeggiava il titolo a caratteri cubitali:

DELITTO AL COLOSSEO. RISOLTO IL CASO RINALDI.

Dopo laboriose indagini la polizia ha risolto il caso del gladiatore romano trovato ucciso nei giardini di Colle Oppio. La vittima risulta essere deceduta dopo una violenta colluttazione con il transessuale Jasmine il quale lo avrebbe spinto procurandogli un trauma cranico. Al momento della lite il Rinaldi completamente ubriaco è stato abbandonato alla sua sorte, forse si sarebbe potuto salvare. Il delitto è avvenuto per motivi passionali, il transessuale brasiliano mal tollerava l’ attività del Rinaldi.

 

Lampo lanciò un nitrito, simile a una risata.

Qua se c’è uno Stallone doc, so proprio io, altro che gladiatore, ar Massimo quello poteva fa er cocchiere de ‘na biga!