Enigma – parte terza

dal web

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Con la pancia piena di cartocci salgo in camera, decisa a mettere fine questa pazzia. Sento fremere lo smartphone nella mano. Lo porto all’altezza degli occhi. Li strabuzzo. Sono incredula. La determinazione a partire svanisce. Non posso crederci. Lo guardo ancora una volta e la decisione è presa.

Perché quell’ometto tutto bianco, barba compresa, scuote la testa. Cosa dici? La storia appare stantia? Beh! Puoi anche togliere il disturbo. Ma che razza di spettatori sono venuti stasera. Solo pronti a essere pignoli su tutto.

Scendo trafelata. “Se volessi rimanere ancora per qualche giorno, ci sono problemi?” chiedo alla proprietaria. “Nessuno, cara. La tua presenza è gradita. Puoi trattenerti quanto vuoi” mi dice con un bel sorriso.

“Potrebbe sentire se Yossuf è libero?”

“Certamente” risponde cortese.

Una telefonata in un linguaggio a me sconosciuto. Poi la risposta. “É impegnato ma tra mezz’ora si libera. Se ti va di aspettare”. “Sì, non ho fretta” le dico, mentre lei conferma al tassista, che io l’attendo.

Quel SMS è ambiguo ma ci voglio credere. Mi sembra tutto surreale. Solo questo messaggio mi appare reale. Non voglio volare con la fantasia ma senza dubbio l’intera storia presenta dei lati oscuri. Mi domando, ripensando a dodici mesi prima, perché l’ultima immagine era mentre prendevo un caffè e la prima al mio risveglio era la mia camera a Roma.

“É stato un sogno, o forse è meglio definirlo un incubo, quella vacanza a Palermo con Alice? Oppure è pura realtà?”

Mi fermo a riflettere su questo punto, che mi pare lo snodo di tutte le ipotesi. “Alice è sicuramente una compagna di corso, con la quale ho condiviso tante battaglie. Dunque è reale, esattamente come è verità che dal luglio dello scorso anno è sparita”.

Dunque adesso devo chiarirmi se la vacanza c’è stata oppure no. “Se la vacanza era solo virtuale, non capisco perché lei sia sparita nel nulla. Non si è vista, non ha risposto al telefono. All’indirizzo di casa corrisponde un cantiere, che pare abbandonato. Perché?”

Su questa domanda sento la voce della signora che mi chiama. “Signorina Angelica, Yossuf è arrivato”.

Salgo su taxi. “Buongiorno, Yossuf” lo saluto.

“Buongiorno, signorina. Dove la devo condurre?” mi chiede cortese con quella strana cantilena, che avevo già notato.

“In via della Ginestra dodici. Non dica nulla. Lo so cosa mi aspetta ma ho un appuntamento con un’amica a quell’indirizzo” dico tutto d’un fiato.

“La conduco dove vuole” risponde senza perdere quel misterioso sorriso accattivante.

“Mi dica una cosa” gli chiedo, catturando la sua attenzione. “Perché ieri ha fatto quella strana faccia, quando le ho fornito l’indirizzo”.

Yossuf ride, mostrando quei denti candidi e quasi perfetti. Lo invidio, perché devo patire le pene dell’inferno dal dentista senza ottenere lo stesso effetto.

“Perché la mia domanda ha suscitato un riso irrefrenabile?” ridico un po’ indispettita.

“Mi scusi, signorina ma è venuto spontaneo. Sapevo che lì c’era un cantiere. Ho condotto molte volte il progettista”.

“Ma prima cosa c’era?”

“Campi incolti. Sterpaglie. Una discarica a cielo aperto” risponde un po’ sorpreso.

Lo guardo basita. Non posso crederci. “Forse vogliono nascondermi la verità?” mi dico.

“Ma è proprio sicuro che lì ci fosse una discarica abusiva?”

“Sicuramente, signorina. Perché dovrei mentirle?”

“Ma quante via della Ginestra ci sono a Palermo?”

“Solo quella” afferma sicuro.

Rimango in silenzio, mentre Yossuf parte per raggiungere la destinazione indicata. Rifletto e mi sistemo meglio sul sedile posteriori. Rileggo il messaggio.

Possiamo vederci a casa mia, in via Ginestra 12

Lo rileggo. Eppure Yossuf afferma che esiste solo una via con quel nome. Cosa si nasconde in questo indirizzo, mi chiedo inquieta. A questo punto sono convinta che anche l’altro, quello della casa degli orfani, non esiste o è in una zona senza case.

“Io, un anno fa, mi sono recata in via degli Scalini otto, dove c’era una volta la casa degli orfani o qualcosa di simile. Ora dovrebbe esserci una scuola” gli chiedo.

“Via degli Scalini? Forse voleva dire via dei Gradini”

“No, proprio via degli Scalini” insisto.

Scuote il capo senza rispondere.

“Eccoci arrivati” mi dice, fermandosi davanti al cantiere abbandonato.

Mi guardo intorno e non vedo anima viva. Nemmeno un cane randagio. Desolatamente deserto. Fa meno impressione della sera precedente ma dà l’idea della desolazione.

“L’impresa è fallita o, meglio, si sussurra che l’abbiano costretta a fallire. Stava dando dei fastidi a qualche pezzo grosso, a qualche boss. Andrà all’asta e finirà nelle solite mani” mi dice, come se mi avesse intuito il pensiero.

Yossuf è molto cauto nelle parole ma ho capito a chi si riferisce.

“Io sono arrivato dalla Tunisia nel 1990 e ricordo sempre che via della Ginestra era un tratturo di campagna. Forse prima era una strada con case. Ora si presenta così” insiste il tassista.

“Di sicuro pensa che sia una pazza, che cerca qualcosa che non c’è” mi dico per rincuorarmi, prima di riprendere a parlare.

“Mi riaccompagni in albergo”.

Dopo venti minuti sono nuovamente da dove sono partita. Entro e cerco la proprietaria. Forse lei è in grado di sciogliere questo enigma.

O.T. Per chi volesse leggere la prima e la seconda parte.

Pescare

Se mio padre decideva di andare a pescare, la casa viveva giorni di apprensione.
Le canne non erano mai come erano state riposte e tutti  si  era  sospettati  di  sotterranei  boicottaggi, nodi  a tradimento  sull’esile filo di  nylon, mulinelli  inceppati, esche rivelatrici  di  capelli.
Miei, i capelli.

Era vera solo la  faccenda  delle  esche:  quelle piumette, quei quasi  campanellini luccicosi erano giochi,  trucchi arabi di  orecchini-amo  e  di   mosche acchiappacapelli, con cucchiaini  a pendente.
Il  paniere  da  pesca, superato  lo  scoglio dell’odore, era una riserva di  idee, nei mesi freddi, quando si doveva pure fare qualcosa.

La  vendetta di mio padre  non tardava a venire.  Il lungo  filo di  nylon veniva  interamente srotolato e riavvolto  con  cura a ripetuti giri attorno ai muri della casa, che diventava una grossa rocca da fuso, legata dall’invisibile.
E noi, i prigionieri, eravamo impediti ad uscire per lunghissimi minuti  in cui  a tutti scappava la voglia necessità impellenza di  correre fuori.
Ma  il pescatore punitivo srotolava imperterrito la sua matassa  senza labirinto e ci dava la voce dalla fìnestra.
Il “nessunesca” sembrava un passo di opera lirica, per via dell’autorità che mio padre metteva in ogni cosa, piccola o grande che faceva e diceva.

“Dov’è che vai?” – chiedeva la Rosa miamamma, che sperava in insuccessi totali  per lo  schifo  che aveva del pulire il pesce, con quelle  sue  bolle d’aria  o vesciche. I bambini le aspettavano per farle scoppiare con lo zoccolo, ma poi si lasciavano le schifezze delle  interiora alle spalle; era lei a pulire, non  miazia, perchè miazia ad ogni cambio di stagione (o novità) aveva l’ acidità di stomaco, che neanche col fungo cinese  andava via e la vista dei baffioni pescegatti  non migliorava per niente  il suo male.
Il  fungo  cinese, che gorgogliava  come  una  frittella di spugna  nella  boccalina  di vetro, in un’acquetta  acida e marrone, lo bevevamo  dì  nascosto anche io e la Diana, lei perché voleva ben vedere  cosa beveva sua mamma  e io perché volevo ben vedere cosa beveva la Diana.
Il fungo cinese sapeva  di rancido amaro e galleggiava incerto con quel suo orlo-labbrone a smorfia.

Comunque a miamamma toccavano i pesci da tagliare  sulla pancia e da strizzare  bene coll’ unica compagnia del gatto, che, con misurata circospezione, dava dei colpetti a qualche  pesce  periferico, per tirarlo dalla sua parte.

Le  risposte  di  mio padre, circa i luoghi di pesca,  erano bellissime  e  disegnavano il lontano.
Lo attendevano non il Po e la Canalona, grassa di rane sui  bordi, ma il  Canal Bianco  e  il Tartaro.  E le tappe le faceva a Santa Teresa del Gesù.
Mica poco.
Io non sapevo dove fossero questi posti, ma mi  sembravano tutti di chiesa, molto di chiesa, belli e terribili, tanto che mi pareva più giusto che prima  lui pescasse nel Tartaro, che aveva un nome cattivo, e poi  andasse a chiedere scusa nel Canale Bianco, dove di certo i pesci erano chiari di latte e forse non si dovevano neanche pulire, e non avevano né bolle sonore né sangue.

Da piccoli c’è bisogno che i nomi dicano la verità, altrimenti cosa ci stanno a fare?
Si sanno solo i nomi. Si conserva, si  trattiene solo  la buccia. Si ripetono di fila i nomi  delle  capitali  del mondo, ma chi sa cos’è la capitale, ma chi sa cos’è il mondo?
Se invece  i nomi fossero frecce…
Se portassero almeno una  direzione…
Se  a dire la parola si capisse  quel  che  sta dietro, uno, allora, non  avrebbe  bisogno  di  inventarseli,  i  richiami, né sarebbe costretto a inventarsi le parole.
Si starebbe al sicuro, come sotto un ombrello.

A Santa Teresa del Gesù ci  doveva  come minimo abitare la Madonna, o un angelo o due.

“Si possono cambiare i  nomi?”- chiedevo a miamamma- “Chi è che li fa ? E se io, invece di dire pesca da mangiare, dico ‘lasugosa’, ma so che è la pesca da mangiare, che cosa succede?”
Miamamma  non diceva niente, o meglio mi lasciava dire, e guardava il suo uomo alle prese con un motorino che non partiva, scrollato da ogni lato, rabbiosamente.
Tanto io pensavo già ai nuovi nomi con cui avrei ribattezzato il mondo.
Nomi  di armonia, che stessero bene alle cose.

PULCHERRIMA

PulcherrimaL’uomo e la bambina seduti uno accanto all’altra, osservavano il cielo in religioso silenzio. Il sottofondo ritmico delle onde del mare si fondeva con il battito dei loro cuori, l’oscurità intorno esaltava lo scintillio della notte trapuntata da una miriade di punti luminosi, come diamanti adagiati su un manto di velluto nero.

«Papà quanto sono lontane le stelle?» chiese la bambina rompendo quel silenzio magico.

«Lontanissime Livia… anni luce!»

«E quanto è un anno luce?»

«Non ti basterebbero dieci vite per raggiungerle! Ora ti faccio vedere una cosa». L’uomo avvicinò il volto a quello della bambina e con il dito le indicò un punto nella volta celeste.

«Lassù ci sono delle stelle che formano un disegno, sembra un carro, lo vedi?» Livia si concentrò, strizzando gli occhi alla ricerca dell’immagine descritta dal padre.

«Eccolo! Lo vedo!» la bambina indicò il Gran Carro dell’Orsa Maggiore.

«Benissimo! Ora se segui con lo sguardo la coda del carro potrai vedere una specie di aquilone». Livia allungò il collo ma non riuscì a scorgere nulla. Delusa ricadde seduta accanto a suo padre.

«Livia non ti imbronciare le stelle sono miliardi! Ti sei accorta che solo in questo posto possiamo vederne così tante? In città non sarebbe possibile».

«Ma io voglio vedere l’aquilone!» si lagnò la bambina tornando a scrutare il Carro, che invece riusciva a distinguere molto bene.

«Ascolta Livia, prova a immaginare questo aquilone, devi sapere che una delle stelle che formano questo disegno è una stella doppia».

«Stella doppia? Che vuol dire» chiese lei incuriosita.

«Si tratta di una stella gemella, formata da due corpi celesti che osservati dalla Terra appaiono come un’unica stella!»

«Allora deve essere una stella gigante! Non si può vedere?»

«Purtroppo ci vorrebbe un piccolo telescopio, un giorno andremo in un posto dove possiamo osservarla, ma devi sapere che Pulcherrima è il suo nome ed è composta da due stelle: la più grande di color arancio e l’altra di un intenso azzurro».

«Pulcherrima?» chiese Livia

«Sì, Pulcherrima cioè “la più bella”… Noi due siamo come questa stella gemella: io quella color arancio, la più grande e tu quella più piccola, uno splendente diamante azzurro!»

«Davvero? Siamo così?»

«Certo e come loro, noi saremo uniti per sempre… Ti prometto che qualunque cosa accadrà in futuro, io ti proteggerò, sarò sempre al tuo fianco anche quando gli eventi della vita ci separeranno… Allora tu guarderai la nostra stella e saprai che io sarò accanto a te». L’uomo le cinse le spalle stringendola forte a sé.

Un velo di tristezza passò nei suoi occhi e le stelle parvero sfuocarsi davanti allo sguardo, ma fu solo un attimo, il cielo tornò a risplendere di una luce ancor più intensa.

~ ~ ~

Trascorsero veloci gli anni Livia si trasferì in un un’altra città e iniziò a frequentare l’università iscrivendosi a un corso di scienze matematiche e fisiche con indirizzo in astronomia e astrofisica. La curiosità innescata da suo padre nei confronti dell’universo e dei corpi celesti l’aveva portata a cercare di approfondire quella che era diventata con gli anni una vera passione. Suo padre l’aveva condotta spesso all’osservatorio astronomico dal quale aveva potuto finalmente guardare la sua Pulcherrima e tantissime altre costellazioni.

Livia era costretta a stare lontano dalla sua famiglia e questo la rendeva triste, specialmente dopo che suo padre aveva iniziato a dare inequivocabili segni di disagio. Quelle poche volte che tornava a casa constatava il suo peggioramento. Suo padre aveva perso progressivamente la memoria, non ricordava più i fatti, le cose accadute di recente, appariva spaesato e a volte perdeva anche il senso dell’orientamento. L’uomo, pur essendo ancora giovane, aveva mostrato i primi effetti di una demenza precoce che con il tempo sarebbe degenerata repentinamente fino a cancellargli totalmente la memoria.

Questo pensiero orribile era per Livia una spina nel cuore, sapeva che prima o poi quel momento sarebbe arrivato.

Conseguì la laurea a pieni voti, poi si trasferì all’estero per un dottorato di ricerca allontanandosi ancor di più da casa e da suo padre.

Come le pagine di un libro sfogliato dalla furia del vento, i suoi giorni trascorsero velocemente uno dietro l’altro, tra gli impegni della ricerca, delle conferenze e della sua brillante carriera.

Suo padre aveva perso completamente il contatto con la realtà, con il suo passato, i suoi familiari, la sua casa. Tutti i suoi ricordi erano stati spazzati via da quell’orribile morbo, che separa gli uomini dal mondo esterno e annienta lentamente l’anima e il pensiero.

Contro il parere dei suoi familiari Livia prese suo padre e in una tiepida serata primaverile lo condusse nel posto, dove tanti prima, l’uomo le aveva indicato la stella gemella.

Il mare era sempre lo stesso, lo stesso sottofondo ritmico che accompagnava i loro respiri e il battito dei loro cuori. L’uomo sedeva mesto, con l’aria assente e con le braccia abbandonate sulle ginocchia osservando la distesa liquida color della pece, in religioso silenzio.

«Papà, ti ricordi tanti fa… mi hai portato in questo posto e mi hai fatto vedere il Carro dell’Orsa Maggiore». Livia prese dolcemente la mano di suo padre e con l’altra provò a indicare la volta stellata. L’uomo immobile non dava alcun cenno di risposta, il vuoto assoluto ottenebrava i suoi pensieri.

«E poi… mi hai parlato della stella gemella, ricordi papà?» continuò imperterrita Livia, mentre un nodo le serrava la gola e l’emozione traspariva dal tremore della voce.

«Mi dicesti che io e te, saremmo stati come quelle due stelle, inseparabili… tu saresti stato la più grande, quella che mi protegge e io quella più piccola, il tuo diamante azzurro».

Lacrime amare tracimarono impetuose, Livia non riuscì a trattenere il suo dolore. Davanti ai suoi occhi apparve chiaro il ricordo di quella notte stellata, di quella notte in cui suo padre le parlò di Pulcherrima e le fece quella promessa.

«Mi dicesti che io te saremmo stati sempre insieme a qualsiasi costo e nonostante tutte le cose brutte della vita… Ti ricordi papà?» Il respiro dell’uomo continuava a essere leggero e regolare, non un segno, non un cenno che potesse far capire se quelle parole fossero realmente giunte al suo cuore. Livia cinse le spalle di suo padre, come fece lui in passato e lo strinse più forte a sé.

«Pulcherrima… la nostra stella» gli sussurrò Livia.

Improvvisamente l’uomo ebbe un sussulto, girò lentamente il volto verso la ragazza.

«Sì, Pulcherrima… la più bella!» pronunciò sottovoce quella frase, mentre un debole sorriso sembrò affiorargli sulle labbra aride. Poi rivolse lo sguardo al cielo e con un braccio accennò a indicare un punto indefinito.

Livia sorrise ed ebbe la certezza che suo padre aveva mantenuto la promessa.

Lui era ancora accanto a lei, lui soltanto era e sarebbe stato per sempre la sua stella protettrice, malgrado le avversità e quel mostro che teneva prigioniera la sua mente.

Pulcherrima, “la più bella”, avrebbe continuato a brillare nell’universo infinito per l’eternità.

Enigma – parte seconda

Dal web

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Il passaggio dello Stretto di Messina è sempre emozionante, esattamente come la sorpresa al mio arrivo. Siamo arrivati a Palermo con solo mezz’ora di ritardo, tutto sommato trascurabile, considerata la lunghezza del viaggio.

Messo lo zaino a tracolla, ho avuto la fortuna di trovare un taxi libero fuori dalla stazione. Qualcuno mi guarda sorpreso… dico libero senza fare la immancabile coda. C’è qualcosa di strano? Sì? Ebbene ho avuto una botta di … fortuna. Dunque un taxi senza sgomitare e fare fila.

Salgo e noto un autista dalla carnagione olivastra. Quasi mi pento e vorrei scendere ma il tassista, mostrando un dentatura invidiabile, mi domanda dove devo andare.

“In via della Ginestra al numero 12” dico con un sussurro.

Non so il perché ma mi pare di aver notato nello sguardo un movimento di esitazione ma forse è poco convinto dell’indirizzo.

Il sole è ancora alto nel cielo anche se si avvia al tramonto. Rimaniamo in silenzio durante il tragitto. Si sente solo il gracchiare della centrale che dà le istruzioni. Dopo innumerevoli giri e giravolte mi ritrovo ai margini della città. Non ricordo che Alice abitasse così distante dal centro cittadino ma mi dico che forse la memoria perde qualche colpo.

Quella biondina ha qualcosa da ridire? No? Meglio così, perché i tuoi ricordi sono sempre nitidi e perfetti? No? Vorrei ben vedere, se affermassi il contrario. Suvvia lasciatemi proseguire la narrazione.

“Signorina” dice in un italiano approssimativo con una cadenza che fatico a catalogare. “E’ sicura dell’indirizzo?”

Prendo lo smartphone dalla borsa e consulto la rubrica. Sotto la voce Alice c’è un numero di telefono e quell’indirizzo.

“Sì” rispondo, chiedendomi il motivo della domanda. “Perché?” aggiungo.

“Nulla, nulla” risponde frettoloso.

Una ventina di minuti più tardi imbocchiamo una strada, che assomiglia a un tratturo. A destra e a sinistra è tutto un cantiere. Si ferma un centinaio di metri dopo l’incrocio.

“Ecco. Siamo arrivati” dice guardandomi negli occhi.

Sono esterrefatta. Non riconosco nulla di quello che dodici mesi prima avevo visto. Qui stava una bella villa con giardino. Adesso era un immenso buco che le ombre allungate parevano aver trasformato nell’ingresso dell’inferno.

Non posso scendere, mi dico, non saprei dove sono e dove andare.

“Mi riporta in centro. Alloggerò in un albergo per la notte. Ne conosce qualcuno? Onesto, pulito e discreto, senza essere derubata di tutto?” gli chiedo, mentre a stento trattengo le lacrime.

“Sì” risponde pronto. “Si troverà bene. É a due passi dal centro”.

Ingrana la prima e ritorna sui suoi passi. Adesso il sole è più basso sull’orizzonte e le ombre si allungano ancora. Infiliamo una serie di viuzze strette e si ferma in una strada dove si affacciano case dagli intonaci sgretolati e con i panni stesi. Sbarro gli occhi e mi domando dove sono finita.

“Non si preoccupi. La via è quella che è ma l’albergo è pulito e sicuro. Si troverà benissimo” mi rassicura, aprendo la portiera.

Una donna non bella ma ordinata è sulla porta e sorride al tassista. L’ingresso è caldo e accogliente e si sente il profumo delle zagare. I dubbi si sciolgono. La stanza che mi ha assegnata è sul retro e guarda uno splendido giardino, del tutto inimmaginabile dall’esterno. Un letto matrimoniale in ferro battuto ricoperto da una copertina traforata guarda la finestra. Ai suoi piedi un cassettone in legno scuro e due comodini dello stesso stile fanno da cornice.

“Non avrei mai pensato di trovare una stanza così bella per appena 50 euro a notte, colazione compresa!” ragiono ad alta voce.

Chiedo alla signora se c’è un posto vicino per mangiare qualcosa. “Niente di pretenzioso. Cucina sana e prezzi modici”,

“Chiamo Yossuf e l’accompagnerà in un locale, che la stupirà. Al termine la riporterà in albergo” dice sfoderando un bel sorriso.

“Yossuf?” chiedo, pensando che l’accompagnatore mi costerà una cena. Non era mia intenzione offrire un pasto a uno sconosciuto, dal nome vagamente africano.

“É il tassista che l’ha condotta qui. Non si preoccupi. É a costo zero. Lo paghiamo noi del quartiere” afferma, mentre telefona in un linguaggio che non capisco.

Vi vedo inquieti. Vi state domandando cosa vi sto raccontando. Una ciofeca, immagino ma non sarà così. Abbiate pazienza e forse non vi pentirete. Riprendo il discorso interrotto dai vostri sguardi impazienti e annoiati.

“Aveva ragione, signora” le dico rientrando dopo una lauta cena a base di pesce di scoglio. “Ottimo cibo e ho speso pochissimo”.

In effetti è proprio così. Un locale piccolo, caldo, in tutti i sensi, a conduzione familiare, che mi ha fatto sentire a mio agio. Ho tentato inutilmente di invitare a cena Yossuf, che è rimasto categoricamente sulle sue posizioni. “Signorina” mi ha detto. “Ho già cenato con mia moglie e i figli. L’aspetto paziente all’esterno. Non mi annoio di certo”.

Mi alzo di buon ora. Devo decidere cosa fare. “Ritorno o proseguo la ricerca?” mi dico mentre mi faccio una bella doccia.

Sono indecisa. Qualcosa mi suggerisce di ripartire al più presto. Lo shock di non trovare Alice e la sua bella casa mi ha stordito. Il telefono pare squillare nel vuoto cosmico. Suona, suona e nessuna risposta. Yossuf era perplesso quando gli ho fornito l’indirizzo. Perché? Dovrò chiedergli il motivo. Mi insapono per bene e lascio scorrere l’acqua.

Però la parte curiosa della mia personalità mi incita a proseguire. Non può essere sparita nel nulla Alice, che non vedo e non sento da dodici mesi. Dov’è finita? É la domanda che mi pongo, mentre mi asciugo con un morbido panno.

“Ora ho fame. A pancia piena ragiono meglio” e mi avvio verso la sala della colazione. Vedo una montagna di leccornie. Mi incuriosiscono dei dolci con una soffice crema.

“Cosa sono?” chiedo indicandoli.

“Cartocci palermitani alla crema di arance. Sono ancora caldi. Li provi e non riuscirà a fermarsi” risponde sorridente la proprietaria.

Ne metto due in un piatto con un paio di treccine, che mi attirano molto. “Un caffè espresso. Forte e nero” ordino, sedendomi a un tavolo da dove posso ammirare il giardino. Ha ragione quei cartocci sono malefici. Non ricordo quanti ne ho ingozzati. Forse una decina. “Sono talmente buoni!” mi dico e mando al diavolo le calorie.

Adesso devo prendere una decisione ‘resto o parto’. Devo dire se rimango ancora una sera oppure vado in stazione a prendere il primo Intercity per Roma.

SEGUE

La prima parte la trovate qui.

Magda

La Morte andava e veniva al n°13 di Tarot Street, vagava su tappeti di siringhe, tra nebbie confuse di vapori deliranti, e con calma sceglieva chi accogliere fra le sue fredde ali.

Magda sedeva con la schiena contro il muro cadente, le braccia e le gambe abbandonate sul vecchio materasso che le faceva da casa. Fissava uno dei tanti graffiti sulla parete opposta, un quadro vero e proprio dipinto dal suo amico Max in uno dei pochi momenti di lucidità pulita e sincera. Era una scena campestre, con due bambini come protagonisti; giocavano su un’altalena appesa ai rami di un vecchio albero contorto mentre il sole splendeva alto e brillante nel cielo. I due bimbi raffigurati erano Max e il suo fratellino, di cui Magda non sapeva il nome. Forse nemmeno Max lo ricordava quando aveva realizzato quell’opera d’arte; forse le dipendenze gli erano servite almeno a questo, a cancellare il nome del peso che portava sulla coscienza. Ma quel peso ormai innominato si era davvero alleggerito? Era questa la domanda che tormentava Magda nelle ore di veglia offuscata e di sogno vivido; la risposta, però, non sarebbe mai arrivata. Max era morto la settimana prima, mentre, fermo tra le rotaie, guardava con stupore delle luci danzanti avvicinarsi a gran velocità. Chissà a cosa pensava di andare incontro mentre muoveva gli ultimi incerti passi. Sembrava a caccia di lucciole in una tiepida sera d’estate.

“Che peso porto, io, sulla mia coscienza?” si chiese Magda a voce alta.

“Nessuno, a quanto pare!” rispose una vecchia voce ubriaca.

Era quella di Albert Einstein, un vagabondo che non si faceva mai, la sua unica droga erano il whisky e l’apple pie. Il suo vero nome non lo sapeva nessuno, nemmeno lui lo ricordava. Una notte si era svegliato di soprassalto e aveva chiesto ai compagni di sventura: “Ma io… come mi chiamo?” Da allora l’avevano chiamato Albert Einstein, perché aveva un debole per le dissertazioni scientifiche; non che fossero necessariamente coerenti, ma lì, in quella melma, non importava a nessuno; quello che contava erano il pensiero e l’audacia.

“Se c’è una cosa che quelle” continuò Albert, indicando le siringhe, “o questa” sollevò allegramente la bottiglia, “non cancellano, è il ricordo delle colpe che cerchi di espiare con quelle o…” guardò attentamente il whisky, “o con questo!” concluse.

La ragazza chiuse gli occhi e ripercorse la sua breve e intensa vita in cerca di qualcosa che giustificasse, almeno in parte, il suo essere lì e la sua disperazione.

“Io non ho un peso sulla coscienza!” realizzò all’improvviso.

“Nemmeno io!” sorrise Albert.

“E allora perché sei qui? Perché siamo qui?”

“Non lo so… io ci sono finito un bel giorno di… di… beh, un giorno di qualche anno che mi è passato di mente…” si assopì per un attimo, “C’è una cosa però che ricordo molto chiaramente. Io sono morto, cara, sono morto tanto tempo fa, io non sono… vivo.”

“Albert, sei qui, tu sei vivo!” replicò la ragazza.

“Aspetta un attimo, cara, aspetta. Adesso arrivo al punto… E’ la normalità che mi ha ucciso. Ero un comune operaio in una comune fabbrica, poi sono diventato un comune impiegato in un comune ufficio, poi… poi non ricordo. In realtà non ricordo per niente… forse non sono stato un operaio e nemmeno un impiegato, chi lo sa. Ma ero sicuramente una persona normale, comunissima. Non ero un criminale, ma nemmeno un santo. Ero una brava persona, sì. Ero davvero una brava persona, secondo gli altri. Ma non ero me stesso, no. Non lo sono mai stato. E mi sono perso… Un giorno sono andato al bar e non avevo nulla per cui essere felice oppure triste, o arrabbiato o per cui sentirmi in colpa. Niente. E ho iniziato a bere, tutte le sere, poi tutto il giorno, ogni giorno. E adesso… eccomi qui!”

Magda meditò un attimo sulle parole del vecchio e capì.

“Ho iniziato a farmi perché volevo essere speciale.”

“Ma tu sei speciale! Siamo tutti speciali, a modo nostro, un modo un po’ vago alle volte.”

“Pensavo di non esserlo, pensavo di essere comune e io non volevo essere comune… non avevo amici, la mia famiglia non mi andava. La droga mi faceva sentire grande… accettata, all’altezza di coloro che pensavo fossero il meglio. Ma adesso non è più così. Adesso è questo il peso che porto dentro… non ne avevo uno, ora ce l’ho e non lo voglio. Non è questa la vita che voglio, Albert! Ed è questo il mio unico peso!”

“E allora vai, cara, alzati ed esci da qui!” esclamò l’uomo, “No, un momento, sai chi sei? No, no, no, sai come ti chiami?”

“Sì, lo so.”

“Bene! Questo è un ottimo punto di partenza. Io non ricordo il mio nome… sai, non mi chiamo veramente Albert Einstein!” le fece l’occhiolino.

“So anche questo!”

“Uh, ma quante cose sai! E non ricordo nemmeno la faccia che avevo prima di questa. Non ho una casa, non so se ho una famiglia o degli amici… chissà. Ma tu sì, cara, tu sì e puoi ricominciare. Quindi vola, cara, vola!”

Gli occhi di Albert brillavano di gioia e speranza per quella ragazza dalla bellezza sfiorita. Poi si chiusero di botto e piombarono in un sonno profondo.

Magda rimase ferma dov’era per un po’, poi si alzò e uscì fuori. La luce del sole ferì i suoi pallidi occhi stanchi e scaldò il corpo provato. Un’improvvisa voglia di casa si impadronì di lei; andò alla stazione e prese il primo treno in direzione Est. Dal finestrino, vide la città fuggire all’orizzonte e il paesaggio trasformarsi e diventare colorato e sempre più familiare.

Quando arrivò davanti alla casa, pregò che la sua famiglia abitasse ancora lì. Il vialetto era sempre lo stesso, ben curato, come le siepi e il prato; poco lontano era parcheggiato un vecchio furgone rosso con la carrozzeria arrugginita. Quella era l’auto del nonno, una vecchia carretta che andava ancora a forza di riparazioni e imprecazioni. Magda tirò un sospiro di sollievo ed entrò nel portico; timidamente, suonò il campanello. Sentì dei passi avvicinarsi e il suo cuore esplodere. La porta si aprì e una donna alta con i capelli neri la guardò stupita; in quel volto prematuramente invecchiato, le era parso di scorgere delle sembianze conosciute, amate e da tanto credute perse.

“Magda!”

INGORGHI DIALETTICI

Quando lo vide, sentì una fitta allo stomaco.Si erano lasciati circa due anni prima, quando lui l’aveva mollata come si molla una scorreggia fastidiosa. L’aveva lasciata senza che ci fossero stati preavvisi, quasi come un lampo a cielo sereno. Le aveva detto che era troppo assillante, che non sapeva più come comportarsi con lei, che doveva stare attento a tutto quello che diceva e a come lo diceva. La ragazza non l’aveva ancora dimenticato e forse non l’avrebbe mai dimenticato.

“Ciao” gli disse.

“Ciao” rispose lui.

“Che fai di bello?” non aveva trovato altra domanda che quelle stupida domanda, una domanda che l’avrebbe cacciata nei guai, anche perché lui, in quelle domande, ci sapeva sguazzare.

“Che vuoi che faccia? Faccio un giro”. Lei restò immobile e non seppe fare altro che girarsi e tornare per la sua strada.

“E adesso te ne vai?” chiese lui provocandola. E aggiunse: “Sei impossibile, nemmeno farti una battuta che te la prendi e te ne vai”.  Lei sapeva che l’avrebbe trattata così. In fondo aveva sempre atteso un pretesto per rimbrottarla, e lei puntualmente ci cascava. Anche la prima volta che erano usciti lui si era comportato così, da subito aveva trovato il modo di umiliarla.

“E cosa dovrei fare?” domandò lei, cercando nuovi appigli.

“Non so” “Mi rispondi sempre male.” disse lei

“Adesso ti avrei risposto male?” In effetti non le aveva risposto male, le aveva risposto da infastidito, diciamo che l’aveva presa in giro, ma quell’atteggiamento l’aveva sempre fatta imbestialire.

“Non rispondi?” disse lui per pungolarla. Non sapeva che dire. In certi momenti lei non sapeva che dire, salvo trovare poi le parole per attaccarlo e fare la vittima.

“Dimmi allora, come ti avrei dovuto rispondere?” disse lui. Lei andò in crisi davanti a quella domanda. Già, come avrebbe dovuto rispondere?

“Mi tratti sempre male” disse lei cercando l’attacco.

“Vedi che non rispondi?” disse lui. Già, non aveva risposto.

“E cosa dovrei rispondere?” disse lei cercando ancora nuovi appigli. Era la seconda volta che ritornava sugli stessi passi. Era l’ennesima domanda che i due ponevano senza che ci fossero risposte ad unirli. Senza che cercassero argomenti comuni.

“Potresti dirmi come ti avrei dovuto rispondere” disse lui.

“Vedi che insisti sulla stessa questione?” rispose lei.

“Sei tu che mi hai detto che ti ho risposto male”

“Certo, ma non so come avresti potuto rispondermi” disse di nuovo lei.

“Come stai?” chiese quindi lui.

“Bene” rispose telegrafica la ragazza. “Che fai di bello” aggiunse lei.

Alla fine si salutarono. Lui partì per la sua strada e lei tornò sui suoi passi. Se si erano lasciati c’era un motivo, ma qual era il motivo che li aveva fatti di nuovo incontrare, questo non lo immaginarono mai. Forse non interessava nemmeno.

di Stefano Re

Avvolto nella nebbia

Quando David aprì gli occhi si trovò circondato dalla nebbia più fitta.
L’odore di umido delle nubi che lo avvolgevano e di terriccio bagnato era quasi insopportabile, tanto intenso da dargli alla testa.
Cercò di mettersi a sedere facendo leva sui gomiti, ma si rese conto che era impossibile. Le gambe ed una parte del torace erano schiacciati sotto la portiera della Focus blu metallica. La parte superiore del suo corpo giaceva nel foro destinato al vetro del finestrino del guidatore.
La testa gli pulsava dolorosamente e sentiva ogni singola cellula del suo organismo gridare per la tensione e lo sforzo, mentre, a fatica, spingeva la lastra metallica, le mani nella parte inferiore conficcate nei vetri sporgenti.
La portiera cedette e David si lasciò scivolare per il pendio fangoso quel che bastava a liberare le gambe.
Non era un bello spettacolo: i pantaloni, dei jeans chiari, erano strappati fino al ginocchio ed intrisi di sangue scuro che arrivava fino alla cintola.
Con cautela si tastò i polpacci per controllare l’eventuale presenza di ossa rotte o di dislocature e, con un sospiro di sollievo, non ne trovò nessuna. Ignorando il dolore causato dalle ferite, sarebbe riuscito a camminare ; magari si sarebbe spinto sulla strada e avrebbe cercato aiuto prima di sera. Guardò l’auto distrutta ed il fianco della collina dove giaceva. Era una salita ripida resa scivolosa dal fango dove non si notava la presenza di sentieri e la sua mente fu pecorsa da un’immagine fugace della morte di John Hammond in «Jurassic Park”*: non avrebbe certo fatto la stessa fine ai piedi di quella scarpata.
Nella sua mente erano presenti solo ricordi sbavati dell’incidente, ma una cosa era certa: qualcosa o qualcuno lungo la statale l’aveva fatto sbarellare a tal punto che aveva sterzato con violenza, uscendo dalla strada principale, sfondando il guard-rail e finendo in quel pantano. Il cuore gli batteva veloce, la gola era arida e piagata, mentre la nebbia si infittiva ancora di più. Si rimise in piedi con uno sforzo disumano, grugnendo e digrignando i denti. Dopo un paio di tentativi trovò l’equilibrio necessario e cominciò a camminare a stento. L’unica cosa visibile era il terreno di fronte ai suoi occhi dove la monotonia del terriccio marrone era interrotta da macchie grigie di roccia e radici spesse come femori che si intrecciavano sbucando fuori dalle spaccature della terra. Proseguì verso l’alto, lasciandosi alle spalle la carcassa del veicolo ed addentrandosi nella nebbia.
Mentre proseguiva si chiese che ora potesse essere. L’ultima volta che aveva controllato l’orologio segnava le undici e un quarto di sera, ma non sapeva per quanto tempo era rimasto privo di sensi. Dal freddo intenso poteva essere nel pieno della notte o prossimo all’alba. Camminò per più di tre quarti d’ora, percorrendo alcuni tratti a carponi, scivolando e prendendo fiato per rimettersi in piedi. Un rivolo sottile di sangue gli scorreva vicino all’occhio destro, colando lungo la tempia, le mani erano livide e le gambe facevano fatica a sorreggerlo, quando, come un miraggio nel deserto, tra la nebbia perlacea apparve l’asfalto che sostituiva il fango e l’erba umida. Cadde di schiena sulla strada, urlando, mentre una fitta di dolore gli arrivava dritta alla testa. La vista si annebbiò di nuovo, tese una mano in avanti, cercò di sollevarsi e perse nuovamente i sensi.

Si risvegliò dopo pochi secondi, le orecchie ronzanti e la nebbia ancora spessa che si sarebbe potuta tagliare con un coltello. La strada era deserta e, pensò, lo sarebbe stata ancora per parecchie ore. Nessuno si dirigeva a Mountain River senza un valido motivo durante l’autunno e, nei giorni festivi, nessuno si muoveva verso un posto tanto sperduto nei campi per nessuna ragione. Si volse verso sud e riprese a camminare. Il freddo era più in tenso, ma la nebbiolina che ora lo avvolgeva era meno lattea ed iniziava a farsi più sottile. Alla sua sinistra gli alberi fecero presto posto ad una vegetazione più brulla e comune. Dopo circa mezz’ora gli occhi di David vennero abbagliati da una leggera luce in lontananza. Dapprima pensò si trattasse dei fari di un veicolo ed il suo cuore fece una capriola. La osservò speranzoso. Aveva davvero bisogno di cure mediche. Poi, siccome la luce non accennava a muoversi, iniziò a capire. Osservando con più attenzione notò delle pallidissime sfumature di rosa, azzurro ed arancione che venavano il candore della nebbia: stava albeggiando. Faceva freddo e la nebbia trapuntava ogni cosa, quella era la caratteristica di Mountain River, ma si poteva ancora riconoscere l’alba e David sapeva che il sorgere del sole portava con sé la bellezza primaverile del piccolo paesino ghiacciato di contadini, con tiepide giornate alla lce del sole di Maggio; la mattina nulla di tutto questo era lontanamente immaginabile e su tutta la vallata regnava un autunno rigido ed umido. Ora l’aria si faceva meno pesante, i contorniemergevano a poco a poco nello spazio che lo circondava. Aveva trascorso tutta la notte a vagare per la foresta e la statale, a quanto pareva. Continuò a camminare con andatura incerta fino a che un debole fruscio non lo fece sobbalzare.
Sentì un lieve tocco su un avambraccio e si voltò di scatto.
Allungò la mano ed afferrò qualcosa di morbido e solido, dalla forma irregolare.
Lo passò tra le dita due o tre volte e poi si avvicinò per vederne meglio la sagoma. Era una spiga di grano di color sabbia, quasi pronta per il raccolto; accanto ad essa ve ne erano a centinaia, uno sterminato oceano dorato che si estendeva a perdita d’occhio alla sua destra ed alla sua sinistra.
Si trovava dunque presso un campo di grano, sulla strada per Mountain River, queste erano le sue nuove informazioni.
Deglutì.
Si guardò intorno per scoprire che la nebbia ora, sebbene continuasse a serpeggiare tra le alte spighe di grano creando percorsi inquetanti, come una vaga scia di fumo, lasciava trasparire una sagoma distorta in fondo a quel terreno color ocra che assomigliava ad una casupola di un contadino. Notò anche un’altra cosa: non vi erano sentieri che consentissero il passaggio per una via differente che non fosse il campo di fragili spighe o, perlomeno, nessun sentiero visibile da quella distanza. Non aveva le forze per cercarlo e, soprattutto, non aveva le forze per un secondo tentativo, se avesse preso la direzione sbagliata alla ricerca del sentiero.
La fronte gli si imperlò di nuovo di sudore prima caldo e poi freddo gelido.
Le unghie erano affondate nei palmi delle mani abrase e coperte di sangue, polvere e terra. Prese un profondo respiro e, incerto, si avviò verso le sottili piante di cereale che cedevano docili e fragili al suo passaggio, spezzandosi ed incurvandosi silenziosamente. Dopo pochi minuti di cammino la strada scomparve alle sue spalle, nascosta da una motitudine dorata di spighe. Pensò alle giunchiglie di Wordsworth**, ma si corresse immediatamente; no, quelle infiorescenze, il loro colore così pallido e quasi morto nella nebbia mattutina dell’alba non avevano nulla a che vedere con la visione del poeta, tanto erano distanti e tristi, non danzavano con prepotente vitalità, ma si limitavano ad oscillare impotenti alla brezza gelida e sibilante, non parevano astri lucenti,ma gusci vuoti e privi di essenza che si allungavano come artigli dal sottosuolo. Il suo respiro si fece più affannoso mentre avanzava. Si era prefissato di proseguire in linea retta fino alla fine del campo, una volta uscito avrebbe cercato la casa, o avrebbe strisciato fino ad essa con i gomiti, dato il dolore alla gamba che si intensificava ad ogni contrazione muscolare.
Non avrebbe retto più di mezz’ora se si fosse perso in mezzo a tutto quell’ondeggiare mortuario, e solo il cielo sapeva quanto fossero insidiosi i campi di grano. Perdersi era facile e veloce come sbattere le palpebre in una giornata assolata: al primo istante si svoltava a destra, al secondo a sinistra ed al terzo si ci perdeva nella vastità e nel silenzio. David continuò a camminare, a denti stretti, voltandosi occasionalmente al frusciare ed allo stormire delle spighe dietro a sé. Non riusciva più a sopportare il dolore. Cercò di concentrarsi su qualcos’altro, un’immagine, un volto..
E, dopo tanti anni di silenzio ininterrotto da parte di un angolo della sua memoria, la parte più recondita ed antica dei suoi ricordi, in mezzo alla foschia ed all’erba giallastra, riapparve l’unico viso che per anni aveva cercato di cancellare dagli occhi. Faith. Il suo volto era impresso a fuoco nel suo sguardo mentre si trascinava sempre avanti, il biondo scuro dei suoi capelli si confondeva ora con le spighe di grano che si inclinavano lente, gli occhi azzurri come specchi d’acqua con l’angolo di cielo che la nebbia non riusciva più a celare. «Vattene» pensò con intensità David, mentre cento urla di dolore esplodevano in cento e cento scheggie ed un’altra voce all’interno della sua mente si aggrappava a lei, al suo ricordo, così presente che il corpo sentiva che, se avesse osato alzare un braccio, l’avrebbe sfiorata e avrebbe di nuovo sentito il profumo di erba appena tagliata, avrebbe giocato con le sue trecce piene di margherite, di viole, di spighe verdi e gialle alle soglie della primavera, avrebbe contato le lentiggini sulle guance ancora e ancora, sempre, sempre, sempre, in un’immenso turbine di ore, secondi, minuti infiniti ed identici.
Grosse lacrime gli scendevano ora lungo le guance, lavavano via il sangue, lo sporco e facevano passare l’aria, respirava con la bocca aperta, irregolarmente, a grandi boccate, tra singhiozzi sommessi.
Non avrebbe mai dovuto salire in macchina, pensare di poter tornare là e non trovarla e stare bene e vivere, vivere, quando la sua vita era finita.
Se David fosse stato cosciente e lucido, avrebbe imputato tutte quelle sensazioni, quelle visioni al dolore. Ma la sua mente vagava, lontana da quel campo di grano, dalla nebbia, dall’alba del presente e si allontanava in un altro campo di spighe gialle come il sole d’estate e non frusciavano, lasciando frinire le cicale con dolcezza nell’afa e nell’assenza di vento. Allora lo spazio non faceva paura. La ragazza correva davanti a lui, lo prendava in giro, rideva e David, il giovane David, la seguiva, stava al gioco, rispondeva ai suoi richiami. Faith spariva ogni tanto dalla sua vista e si confondeva prima con il grano biondeggiante e poi con il disco incandescente del sole, si fondeva con esso e si scindeva continuamente. Sembrava che il Paradiso non avesse nulla di più bello da offrire. Nessuno gli aveva detto quanto fossere pericolosi quei campi, né che era il periodo della mietitura, né che i sentieri non erano ancora stati liberati. Lei correva e lui correva, lei rideva e lui rideva, senza pensare. Erano sordi al mondo, ciechi alla vita, concentrati l’uno sull’altro. E poi, così d’un tratto, Faith era sparita. Subito aveva pensato ad uno scherzo della ragazza, ma non si decideva a venire fuori. Aveva chiamato e chiamato, corso, urlato e si era perso. Quando era uscito dal campo e avava visto i contadini riuniti ad una capannina non vi aveva dato molto peso, ma si era avvicinato per chiedere aiuto, magari avrebbero potuto.. si era bloccato. Aveva visto il cappellino di Faith sul trattore più grosso di uno degli uomini ed il sangue che colava giù sulla gomma spessa e nera della ruota. Poi l’aveva vista, riversa sulla schiena. Era irriconoscibile, il sangue le copriva tutto il corpo, le trecce bionde, le lentiggini, le labbra e persino gli occhi azzurro acquamarina, ancora sbarrati. David cadde, tornando bruscamente al presente, dritto sul viso. Sentì un dolore nuovo penetrare nella gamba destra che lo sorreggeva, poi un altro, in rapida successione al fianco destro, alla spalla, la caviglia sinistra. Sentì qualcosa che digrignava i denti nella sua carne e poi li affondava ancora ed ancora. Urlò fino a sentire i polmoni cedere e poi urlò ancora quando il dolore si rinnovò. «Basta! Basta! Ti prego» mormorò a bassa voce «Ti prego, fallo smettere. Fallo smettere una volta per tutte! Basta!» Gli sembra di udire dei corvi gracchiare lontano. Dei guaìti… Poco dopo, il dolore cessò. La vista di David si oscurò di nuovo e l’uomo desiderò fosse per sempre.

Qualche ora dopo si svegliò con fitte lancinanti in un letto dimesso accostato ad una parete storta e spoglia. Accanto vi era un piccolo focolare ed un tavolino di legno. Cercò di sollevarsi, ma cadde rumorosamente sul piccolo giaciglio. Un uomo anziano comparve sulla soglia. Aveva la pelle arsa e scurita dal sole, con profonde rughe che gli marcavano il profilo del viso e dita lunghe ed ossute. Svenne di nuovo.

Quando riprese conoscenza si ritrovò disteso nel campo e, nel momento in cui si alzò, una nuvola nera di corvi si alzò infuriata dal disturbo della sua presenza.

Riprese a camminare,ma smise di chiedere, diretto verso Mountain River, un punto avvolto ancora nella nebbia.
Questa volta,però, la nebbia era solo nei suoi occhi,persi nel vuoto.

 

 

_____note: ______

* «Jurassic Park»: romanzo di M. Crichton pubblicato nel 2005.

 ** « giunchiglie di Wordsworth » W. Wordsworth; Daffodils; Lyrical Ballads

Punti & passi

Non so cucire, niente, neanche un orlo, ma mi piacciono le persone che lo sanno fare. Davanti a un vecchio baule di corredo penso alle mani delle donne, al tempo che è passato fra quelle mani, come un filo.
Nella mia famiglia le donne hanno sempre lavorato con l’ago.
Tre donne in casa, tutte brave: miazia sarta, mianonna ricamatrice di fino, che pure le sorelle Materassi si sarebbe mangiata, miamamma, aiutante di entrambe, ma giovane e ultima nelle decisioni.
E poi tante vicine, lavoranti a turnazione, a seconda del bisogno. Lì, nella cucina laboratorio, tutte a imparare e a fare, fra le chiacchiere e la macchina da cucire col motorino e l’odore del ferro da stiro, che incontra il panno umido e lo cuoce di un profumo biscottato.

A me dicevano: leggi.
A voce alta, se avevo voglia, così la Dina mianonna stupiva per gli accenti.
Grande lettrice, non aveva mai sentito dire a voce viva alcune parole, perché non servivano, lì da noi, eppure le giravano in testa e le tirava fuori come conigli, nei racconti: per tutta la vita, dando aria alle sue storie lette, continuò a parlare di oceàni e di maggiòrdomi, senza mai, per nessuna ragione, spostare un accento.
Io leggevo, ma poi mi stancavo e finivo per ascoltare le chiacchiere e vivere i riti dell’ago, ammessa solo, per grazia speciale, a tagliare l’imbastitura, che lascia le marche sui lembi di tessuto, pelucchi di cotone, erba bianca.

Il martedì era giorno grande.
Dall’edicola arrivava fresco fresco, nella sua copertina cartonata, ma fragile, morbido- rosata, Mani di Fata.
A me piaceva per il nome, che era un programma fiabesco, una promessa di racconti.
Eppure non uscivano le fiabe dal giornale che miamamma, la giovane, correva a comprare: uscivano decalcomanie strane, ghirigori pulcini nastri lettere dell’alfabeto sagome di fiori irriconoscibili, tracce di ricami appena in rilievo, blu-viola di inchiostro copiativo, sensibile al calore.
Si usavano a rovescio, si seminavano sulla tela, si ripassavano col ferro da stiro e restavano lì, impresse, in attesa di prendere colore dai fili, e poi da copiare, barattare, correggere.
Era un momento di attesa, quello della timbratura: si aspettava il sollevamento della carta cotta come l’attimo della rivelazione.
Allora le donne, finalmente solidali, commentavano i disegni, in un linguaggio babele fatto di punto quadro, mezzopunto, punto croce, un linguaggio a volte rubato alla natura che fioriva all’ombra di erba e gigliuccio, o ai libri di avventura, tanto i nomi esotici portavano lontano: punto tunisi, punto rodi…

Mianonna, se non c’era miamamma ed eravamo proprio sole, fingeva di volermi insegnare qualcosa su certi quadratini di stoffa, ma soprattutto tentava di addomesticarmi alla vita.
“Mai star nell’altra stanza, quando mangiano gli uomini, mai. Solo i biolchi di campagna tengono le donne in cucina, però mai metterti a tavola prima dell’uomo, aspettalo, capito? ”
“Mai mettere il cappello dell’uomo sul tuo letto, che porta male. Fai mica figli, dopo.”
“Se l’uomo brontola, lascialo dire, sai, tanto poi va fuori e si dimentica.”
“E le scarpe, ah le scarpe se le pulisca lui. Mai pulire le scarpe dell’ uomo: in questa casa gli uomini non han mai chiesto alle donne di lucidar le scarpe”.

Forse i miei occhi si facevano grandi mentre l’ascoltavo e allora si fermava, la voce più bassa.
“Pensa, se tutti i punti che ho fatto con l’ago fossero dei passi … Sarei andata lontano, veh …”
E io mi figuravo una strada lastricata di punti, fra colline di stoffe e di dozzine, una strada percorsa dall’ago, … tanti piccoli passi uno dietro l’altro, passi di formica come le lettere sui libri …

“Te, cammina, sta’ mica in cucina a puntare, a puntare si muovono solo le mani. Te devi muovere la testa e i piedi … e adesso dimmi la poesia di Ulisse ”
“Itaca, cuor del mio cuore, anima della mia anima ?”
“Si, quella, quella col mare, che si dice anche oceàno”.

Il Cambio

Tutto precipitò nel pomeriggio, in quell’ora precedente l’apertura del salone degli aperitivi. I camerieri stavano finendo di disporre le tovaglie, sui tavoli e Artemio, il capo cameriere, con occhio vigile sorvegliava e badava che tutto fosse a puntino, che gli “attimi”, posti ad abbellire i tavoli avessero il loro fiore fresco. Posò lo sguardo sul grande bancone già ingombro di bottiglie, caraffe e grandi secchielli argentati, colmi di ghiaccio, dove ancora chiuse, facevano mostra le bottiglie di champagne e l’occhio per puro caso incrociò, una figura che seduta sulla panchina poco distante, tra poco, avrebbe accolto come gradito ospite. Non ricordava neppure da quanto tempo, per quanti anni, lui l’avesse visto, soprattutto nella bella stagione. Sempre là, sempre prima dell’aperitivo. Tanto che ora, frutto della continua frequentazione, di tanto in tanto scambiavano due chiacchiere. Artemio, gli si avvicinò; l’uomo era vestito impeccabilmente, con un abito da pomeriggio di ottima fattura. Gli rivolse come sempre un saluto, ma questo si strozzò in gola. Con un certo spavento Artemio realizzò, che il vecchio avventore, infatti, che attendeva come sempre di sorbirsi un bicchiere di champagne, era inequivocabilmente morto. Avvisò subito chi di dovere e mancò poco che si formò un capannello con la polizia, il medico, i portantini dell’obitorio e qualche curioso. Il medico si accorse che più il tempo passava e più quell’uomo cadeva a pezzi, la pelle si sfaldava e già compariva netta la linea delle ossa del cranio e un mignolo, senza pelle e muscoli era caduto a terra e il suo aiutante, affannosamente lo cercava. Spese tutto il suo potere, per far sì che quell’uomo, se così si poteva chiamare, fosse portato via al più presto, lontano dagli sguardi dei presenti e dalla gente, che iniziava a riempire lo spazio del salone degli aperitivi. Giunto all’obitorio e aperto il sudario, si accorse con sorpresa che di quel corpo, rimaneva solo lo scheletro ed anche questo iniziava un veloce processo di sfaldamento. Chiese gli effetti personali e traendo un profondo sospiro nel guardare il bastone da passeggio, si rese conto che in quel pomeriggio di primavera, era avvenuto un “cambio”. E per la prima volta ne era stato testimone e probabilmente, direttamente interessato. Guardò con attenzione il bastone, con quella lunga e pesante impugnatura di metallo, scura per l’usura, più che per il tempo. Liscia, scarna, oramai esaurita di ogni possibile forza. Posò lo sguardo sul suo bastone. L’impugnatura era viva, riccamente istoriata, pur essendo di metallo vile, brillava come argento. Emanava una forza, che sentivi compressa, schiacciata, quasi a impedirle d’esplodere e generare un terribile caos. Ricordava ancora quel tempo, ormai perso nei secoli, sepolto da una patina spessa di tempo. Era iniziata da qualche secolo la ritirata dei ghiacci, nell’emisfero superiore. Il quaternario aveva esaurito la sua vita e ora lentamente moriva, lasciando respirare nuovamente con vigore terre che, sembravano segnate dal nulla. In quella grotta, lui giovane del clan del lupo, ricevette un bastone, che iniziava allora a formare le sue contorte figure. Chi glielo diede era un vecchio che aveva vissuto tutta l’epoca dei ghiacci e che si sentiva chiamato alla terra. Al momento non capì, poi vedendo i suoi clan sparire e le stagioni farsi diverse e la terra rifiorire, dapprima confusamente e poi più chiaramente, realizzò che avrebbe attraversato i secoli e le ere a venire. Non si separava mai da quel bastone e non permetteva a nessuno di toccarlo. Era diventato il segno del suo comando, era la ragione del suo vivere. Conobbe uomini, di cui ora vedeva i crani smangiati nei musei, oppure gli avanzi delle loro opere, testimoni di civiltà che il tempo aveva fagocitato nel suo avanzare. Iniziò a domandarsi quando i primi sintomi del desiderio, di abbandonare il bastone, si sarebbero palesati. E quando avrebbe capito che innanzi a lui c’era il suo “cambio”. Riguardò ancora il bastone e soprattutto il pomo, per leggere se qualcosa era cambiato in quei ghirigori. Forse lo scemare dei rilievi, sarebbe stata la cartina di tornasole. Forse avrebbe colto in qualche sguardo di uomo o di donna, perché no, quel barbaglio, quel luccichio, che avrebbe manifestato l’esistenza di un altro essere pronto per affrontare, un futuro che lui non avrebbe visto. Preso com’era nel vivere del suo immobile presente, anche se al suo fianco tutto, da allora si era trasformato.  Ora però si interrogava sull’unica cosa che, mai l’aveva incuriosito. La morte. Si rese conto, di come l’immortalità, che fino ad ora era fida compagna, non era una certezza, ma una possibilità. Vedeva in quella polvere sul tavolo autoptico, che l’immortalità non era del corpo, ma dell’anima, dei sentimenti, delle idee. Se ne dispiacque e maledì in silenzio quel giorno. Lui cosa aveva fatto, pensato, quali ideali forgiato da giustificarsi immortale? Risolse di attendere il momento del cambio e di vivere ancora il suo immobile presente.

VIAGGIO MENTALE

Scopri chi sei e non aver paura di esserlo

Mahatma Gandhi

 

viaggio mentaleNella stanza in penombra osservo il gioco di ombre e luci che si riflettono sulla parete nuda, accanto al letto. La luce fioca ha assunto una sfumatura rossastra, il disco solare ha raggiunto il limite estremo dell’orizzonte, scomparirà completamente tra qualche minuto. Tante volte ho osservato il tramonto, dalla finestra della mia stanza, assaporando ogni istante di questo momento così magico, ammirando le pennellate di colori incredibili con le quali il giorno morente tinge il cielo e il paesaggio intorno. Oggi no, oggi le imposte sono socchiuse, ho bisogno di un’atmosfera intima, per confluire tutta la mia concentrazione su quello che sto per fare.

Dal mio ritorno dal Nepal non ho fatto altro che pensarci. Seduta sul letto accarezzo il sacchetto di seta rosso che ho portato con me da quel lungo viaggio. Leggerissimo e morbido al tatto, chiuso con un laccetto color oro.

Lo apro con molta cura. Le piccole foglie verde smeraldo, lucenti e profumate, stanno ordinatamente sistemate sul fondo ed emanano un odore dolce che non ho mai sentito. Mi sdraio, raccolgo una piccola foglia e la metto sotto la lingua, come mi è stato spiegato, non serve masticarla. Occorre solo chiudere gli occhi e concentrare il pensiero.

La potentissima foglia di Butha consente di viaggiare nel tempo, di andare avanti o di tornare indietro, perché tutta la nostra vita è racchiusa nella mente. Questo mi ha spiegato Tahigir, il vegliardo che ho conosciuto sul monte Jasemba. La testa è come uno scrigno prezioso che racchiude il destino dell’uomo. Tutto è scritto, tutto è già stabilito…. ogni singolo istante della nostra esistenza è presente sin dalla nascita all’interno della coscienza umana. Se si vuole ricordare il passato lontano e conoscere il futuro basta solo “guardarsi” dentro.

La testa inizia a girare. Ho come la sensazione di sprofondare nei meandri oscuri della mia mente. Ho iniziato il “viaggio mentale” tra i circuiti del mio cervello, tra le sinapsi intricate che emanano sprazzi di luce incandescente, mi accorgo che sono impulsi che prendono consistenza: immagini, parole, suoni, rumori, odori, sensazioni di gioia, dolore, tristezza, rabbia, felicità… tutto si fonde scorrendo all’indietro come il nastro impazzito di un rewind, nel quale mi rivedo come protagonista di un film che conosco.

Stop. Prima tappa, faccio i conti col passato. Eccola di nuovo quella sensazione di disagio, ho appena compiuto quattordici anni e non sono più bambina, ma neanche ancora adulta. Mi sento fuori posto, eternamente in bilico. In un angolo ci sono le mie barbie, compagne di gioco fino a poco tempo fa.

Come pensi che sarà il tuo futuro? Chiedo alla parte di me ancora adolescente. Ho un ricordo confuso su quello che avrei voluto fare.

Mi piacerebbe girare il mondo.

Risponde lei, con lo sguardo sognante. Certo, il sogno di tanti adolescenti. Partire, andare lontano alla ricerca della propria dimensione o semplicemente tentare di allontanarsi dai problemi quotidiani. Mi viene in mente mi madre. La rivedo sulla soglia della mia camera a rimproverarmi, a vomitarmi addosso parole. Ora si riaccende acuto quel senso di ribellione che guidava le mie reazioni. Sì, ora ricordo.

Che cosa pensi di fare per cambiare la tua situazione? Le chiedo. Voglio sapere se il mio comportamento ha effettivamente cambiato la mia vita, se le mie aspirazioni erano plausibili e se sono riuscita a concretizzarle.

Appena avrò diciotto anni andrò via di casa. Anzi, prima conseguirò il diploma di interprete, poi diventerò hostess e non tornerò più a casa.

Perfetto. Niente di tutto questo! Mi agito, sento il torpore nelle ossa, mi formicolano le gambe, vorrei muovermi, ma non ci riesco. Se questi erano i miei progetti mi rendo conto di aver fallito. Non sono andata via di casa fino al giorno in cui ho deciso di sposarmi.

Ora so perché l’ho fatto. Dopo il diploma non sono riuscita a trovare il lavoro che avrei desiderato e mi sono aggrappata al primo uomo di passaggio, al primo che è stato in grado di garantirmi la fuga. Ora sono intrappolata in questo rapporto da circa vent’anni, una sorta di gabbia d’oro dalla quale vorrei evadere, di nuovo. La mia vita come eterna fuga. Fuggo continuamente dalle mie responsabilità, dalla decisioni che continuo a delegare agli altri. Riuscirò un giorno a liberarmi?

Un salto nel vuoto, nel futuro. Sento il mio corpo perdere quota, come se scendesse ancora più in profondità. Sento le membra diventare sempre più pesanti, vorrei aprire gli occhi ma il mio corpo è come ibernato.

Il mio aspetto è mutato, vedo me stessa visibilmente invecchiata. La prima domanda è repentina, veloce, incalzante.

Dimmi com’è andata… cosa ne ho fatto della mia vita. La libertà… l’ho conquistata?

Quella sorta di ologramma mi sorride. Mi osservo dall’esterno ma al tempo stesso sono al suo interno, percepisco i suoi pensieri, le sue emozioni. Le risposte arrivano, immediate.

La libertà, un concetto così difficile da interpretare. Forse ora sono libera dai legami, Luca se ne è andato cinque anni fa. Ora a sessantasette anni mi godo la meritata pensione. Posso affermare di essere finalmente libera? Nonostante l’età non credo di aver acquisito quella famosa saggezza che porta con sé il trascorrere del tempo. Ho ancora quella insicurezza che avevo a quattordici anni, anzi, forse con il tempo è aumentata. Sono libera dai legami sociali, dalle incombenze del lavoro, decido della mia vita e dispongo delle mie cose, ma in fondo non mi sono mai liberata da me stessa, dal mio modo di essere. Un pesante fardello che trasporto sulle mie spalle fragili, un peso sempre più grande che mi porterò fino alla fine dei miei giorni.

L’immagine piano si dissolve, ora che ho avuto le mie risposte posso tornare alla realtà. Pian piano il corpo diviene leggero, provo a muovere le dita, riesco ad aprire gli occhi. La stanza ora è completamente buia. Mi sollevo e rimango seduta sulla sponda del letto, le membra ancora intorpidite, la mente ottenebrata dallo stordimento, l’animo turbato.

Raggiungo la finestra, spalanco le imposte. La luna ha compiuto il suo percorso, ora si staglia nel manto nero della notte. Respiro profondamente, l’aria sa di resina e aghi di pino.

Allora è vero che nella vita a volte è impossibile cambiare? Chissà se ha un senso cercare un percorso diverso, nell’illusione di sovvertire lo stato delle cose. Forse il destino di ciascuno è già scritto, l’insicurezza dell’adolescenza mi tiene ancora compagnia e sarà con me fino alla fine.

Tirò fuori dal sacchetto le foglie, le lascio cadere, brillano alla luce della luna. Il viaggio per me è finito o forse chissà, sono ancora in tempo per decidere se accettare il destino, oppure lottare, incanalarmi in un tortuoso cammino e raggiungere finalmente la meta…