DAL BALCONE

Gioia amava stare sul suo balconcino, specialmente in primavera, quando i gerani si preparavano alla fioritura. Le piante di vetro con tutti quei fiori rossi e violetti le mettevano allegria, macchie di colore nella sua esistenza grigia.
C’erano anche tantissime piantine grasse, ne faceva comprare da Maria ogni settimana almeno una, al mercatino in fondo alla strada; le sarebbe piaciuto andarci personalmente.
Oramai relegata sulla sua sedia a rotelle, non ricordava neanche più da quanti anni non usciva di casa.
Il suo passatempo preferito era osservare il cielo.
Al mattino presto si faceva aiutare da Maria per passare dal letto alla sedia a rotelle e da dietro i vetri del balcone le piaceva ammirare i colori dell’alba. Dal settimo piano poteva scorgere in lontananza il profilo azzurrino dei monti e il sole, che lentamente si levava all’orizzonte. Amava osservare il colore del cielo e delle nuvole che mutava sotto i suoi occhi, le sembrava uno spettacolo incomparabile, così malinconicamente bello e sempre diverso. Le nuvole rossastre assumevano tonalità e sfumature a cui non avrebbe saputo neanche dare un nome, ma lei rimaneva incantata finché il sole torreggiava alto e luminoso e i suoi raggi inondavano la stanza di luce riportando la vita.
Con il passare degli anni, Gioia aveva imparato a guardare il mondo con occhi diversi, era subentrato in lei quel distacco naturale che si era radicato in ogni fibra del corpo, preludio della partenza senza ritorno.
La disillusione aveva sostituito la speranza ed il presente spazzato via il futuro. Il mondo e tutte le cose sembrano scivolarle addosso, senza lasciare traccia e ciò che per gli altri appariva insignificante, privo di senso o futile perdita di tempo per lei acquistava un significato particolare. I Piccoli rituali quotidiani, il suo cagnolino, le sue piante, il suo cielo.
Tutto ciò che le ruotava intorno costituiva il suo piccolo universo, che la rendeva sicura e serena.
Erano lunghissime le sue notti, in compagnia di ricordi sbiaditi, le persone e i luoghi perdevano i contorni e a volte non si rendeva conto neppure di trovarsi immobilizzata nel letto e cercava di alzarsi, ma le membra stanche non rispondevano più ai suoi comandi.
La consapevolezza della sua condizione si rendeva ogni giorno più evidente, come un fardello sempre più pesante da trasportare sulle spalle sempre più incurvate.
La sua mente era come un album di fotografie senza didascalia, solo immagini statiche, frasi spezzate, volti senza nome. Cercava invano di ricomporre il passato, disperatamente alla ricerca di quei frammenti sempre più piccoli e indecifrabili, come in un puzzle complicato dove i pezzi non coincidono mai.
Ricordava invece benissimo quel terribile giorno in cui suo figlio si presentò all’improvviso per portarla via. Le parlò di un posto, dove si sarebbe trovata bene, in compagnia di altre persone come lei, dove avrebbe avuto tutte le cure necessarie.
Gioia si era rifugiata sul balcone, aggrappata alle sbarre e con gli occhi colmi di terrore e d’incredulità. Non era stata in grado di proferire parola anche se la sua disperazione era incolmabile. Nella sua testa domande mute, alle quali non sapeva trovare risposta.
Perché separarla dalla sua casa, da ciò che le rimaneva del suo passato, privarla delle sue uniche sicurezze? Trascorrere il tempo che le rimaneva nella sua dimora.
Questo era il suo unico desiderio.
La voce di suo figlio imperterrita aveva continuato a elencare tutte le motivazioni parlando di soldi, di affitto e di necessità di trovare una soluzione. Poi il cuore aveva iniziato a batterle più forte nel petto, rendendo il respiro affannoso. Fu trasportata nel suo grande letto e per parecchio tempo vi rimase inchiodata senza potersi muovere.
Il trasferimento fu rimandato.
Ora capiva, che come per tutte le cose di questo mondo, c’entravano i soldi.
Suo figlio riscuoteva la pensione e si occupava di pagare tutte spese, ma di certo quella non bastava. Forse era stata sua nuora, a suggerire quella soluzione, era da qualche anno che non si faceva più vedere. Il suo era sempre stato un atteggiamento di fredda cortesia, quella che di solito si riserva alle persone anziane, a chi oramai è solo un peso e basta.
La sua nipotina, Sara, quella gracile ragazzina dai capelli lunghi e biondi, le ricordava l’adolescenza e le sembrava di rivedersi, in quegli occhi un poco tristi.
Qualche volta veniva con il padre, per la breve visita settimanale, salutava educatamente e poi si relegava in un angolo della stanza in attesa di andare via. Gioia invece ricordava bene sua nonna. Ogni giorno andava a trovarla e l’accompagnava sottobraccio per fare lunghe passeggiate e molto spesso dormiva accanto a lei, nel lettone grande per non lasciarla sola la notte.
La nonna le raccontava tante belle storie e le insegnò a ricamare. Quando morì fu come perdere un riferimento importantissimo e per anni ne avvertì la mancanza.
Maria aveva cercato di convincere il figlio di Gioia ad aspettare ancora, l’anziana donna non poteva essere spostata all’improvviso, bisognava prepararla con calma e forse pian piano si sarebbe convinta.
Le fu concesso ancora un po’ di tempo, ma era consapevole che prima o poi sarebbero venuti a prenderla e in cuor suo sperava di poter morire presto, di spegnersi in quella casa, fra le sue cose, nel suo letto.
Quel giorno da dietro i vetri vide che il cielo era grigio, come di cera annerita dalla fuliggine, solcato da grandi nuvole scure, foriere di un temporale che piano si stava avvicinando.
Quel giorno non avrebbe visto il sorgere del sole.
Sparute gocce iniziarono a tamburellare sui vetri, a rincorrersi forsennatamente, in tutte le direzioni, le nuvole ormai basse incombevano sui tetti delle case e sul suo cuore.
Un presentimento triste le avvolse l’animo. Le piantine sul balcone erano divenuti rami sterili, come piccoli scheletri scalfiti dalla pioggia sempre più insistente. La coltre d’acqua le impediva di vedere fuori, tutto era sbiadito, incolore. Il suono del campanello la fece sobbalzare.
Poi udì le voci, un tramestio di ferraglia ed il pianto di Maria.
Chiuse gli occhi.
Le vecchie quattro mura erano di un verde slavato, l’intonaco consunto a tratti scrostato, Gioia percorse con lo sguardo assente il perimetro della stanza, in cerca di un varco di luce. Non c’era più il grande balcone ravvivato dai colori vivaci delle sue piantine, ma un finestrone rettangolare, che dava direttamente sul muro dell’edificio adiacente.
Si avvicinò ai vetri, con la memoria tornò al profilo dei monti azzurrini, ai tetti delle case che si snodavano fino a perdita d’occhio.
Ora quel muro di cemento respingeva il suo sguardo, le impediva di respirare l’azzurro del cielo.

Debbie

Quando riaprì gli occhi, Debbie vide il sole, le foglie verdi e il viso di un uomo. Non si impressionò a quella vista. “So che cos’è tutto questo” pensò.

Era quello che aveva sempre sognato. Aveva diciassette anni allora… In quel istante aveva raggiunto quel mondo fantasticato… Tutto pareva semplice e normale, come il sentimento che provava adesso.

Scrutava il volto inginocchiato vicino a lei e sapeva che in passato avrebbe dato la vita per poterlo vedere. Era una faccia senza segni di dolore, di paura o di colpa. La bocca ..sì, la bocca era un qualcosa che metteva orgoglio. Era come se sentisse la fierezza di essere orgogliosa.

Continuò a esplorare i tratti del viso. I lineamenti decisi facevano pensare all’arroganza, alla tensione, all’ironia, eppure non c’era niente di tutto questo. Era il compendio di queste sensazioni: un’espressione di serena decisione e sicurezza, un’innocenza spietata che non avrebbe chiesto né accordato pietà. In conclusione era un volto che non aveva niente da nascondere. Sembrava una casa di vetro dove tutto era trasparente…

Chi era Debbie? Era la domanda che Barbara si poneva. Aveva trovato un brandello di carta, tutto stropicciato e in parte consunto, tra le pagine di un vecchio diario scolastico, dove annotava con cura i suoi pensieri. Quei diari che le ragazze custodivano con maniaca gelosia.

Stava rovistando in soffitta, quando scorse tra libri, ingialliti e malmessi, e blocchi di carta, pieni di scarabocchi, una copertina di pelle blu o meglio il dorso blu di qualcosa che stonava lì in mezzo. Era tenuto insieme una volta da un elastico rosso, che adesso era diventato un segno appiccicaticcio appena definito. Era malmesso e perdeva fogli semplicemente tenendolo in mano.

L’aprì e cominciò a leggere, tornando ragazza: i primi amori, le prime delusioni, i disegni un po’ infantili in stile Heidi dell’amica Serena, la sua compagna di banco, qualche fotografia in bianco e nero dai bordi seghettati, che faceva tenerezza, e poi quel pezzetto di carta.

Barbara girava e rigirava quel foglio, strappato malamente da un quaderno a quadretti, su cui erano scritte un paio di frasi, cancellate e scritte più volte. La scrittura non era la sua, perché era lineare e rotonda. La mano era femminile o maschile? Per alcuni svolazzi sulla A e sulla P era quasi certa che fosse femminile, ma il resto era neutro. Avrebbe potuto essere un ragazzo o una ragazza in maniere del tutto indifferente. Di un particolare era certa: non era la sua grafia.

Lei scriveva con caratteri minuscoli e leggermente inclinati verso destra, mentre la riga tendeva a salire verso l’alto tutta sbilenca, come se una misteriosa calamita attirasse la penna verso il bordo superiore. Invece la grafia dell’ignota scrittrice era perfettamente dritta, come le cancellature e le riscritture. I caratteri esattamente allineati, della medesima grandezza mostravano una precisione e un ordine che lei non aveva mai posseduto.

Barbara continuava a girare e rigirare quel pezzo di carta ingiallito con delicatezza e un po’ di timore che si potesse sbriciolare tra le sue mani, prima che fosse in grado di comprenderne la natura.

E’ il riassunto di un libro? No, non ne ha l’aria” pensava smarrita. “Forse è una frase tratta da un romanzo che l’aveva colpita. Ma quale romanzo? Eppure è così particolare che lo ricorderei se .. Ma forse è l’incipit di un racconto… Ma quale racconto? Io personalmente non ci ho mai provato. Basta leggere poche righe di questo diario per capire il perché”.

Riaprì il diario alla ricerca di qualche indizio. Si accoccolò sui talloni, appoggiando la schiena al baule aperto mentre teneva il diario sulle gambe.

«Lunedì 6 maggio 1974

Oggi ho conosciuto Roby, finalmente! Gli ho parlato o meglio ho farfugliato qualcosa mentre le orecchie diventavano rosso fuoco e non solo loro! …»

Mentre leggeva, pensava: “Che imbranata ero a diventare rossa come un peperoncino”.

Ricordò chi era Roby, un ragazzo della V C del liceo scientifico Roiti, mentre faceva un rapido calcolo di quanti anni aveva nel 1974. Lei era in III A, quindi aveva all’incirca sedici anni. Non era stato il primo ragazzo, né sarebbe stato l’ultimo. Un sorriso compiaciuto le comparve sulle labbra.

Sì, era un vecchio per me con i suoi diciotto anni. Arrivava a scuola su una rombante Fiat Abarth 500 rossa dagli scarichi cromati lucidi ed enormi. Sì, tutte noi ragazze avremmo fatto carte false pur di sedere accanto a lui”

Una smorfia di tristezza le velò gli occhi, perché erano ricordi che bruciavano ancora, ripensando a come era allora.

Beh! non è che sia cambiato qualcosa. Ero timida e imbranata. Faticavo a spiaccicare due parole in fila senza diventare rossa dalla punta dei capelli a quelle dei piedi. Quando dovevo parlare con un ragazzo che mi piaceva, avevo un vuoto pneumatico nella testa. Sembrava che tutti i pensieri si fossero nascosti o volatilizzati”.

Con Roby il copione era stato il medesimo, si disse mentre continuava a leggere quelle note scritte venti anni fa.

Arrivata a trentasei anni, era ancora single perché non era mai riuscita a domare la timidezza. Eppure quella era la molla, che attirava gli uomini, come allora calamitava i coetanei. Però Barbara scivolava su indecisioni e mutismi così che loro l’abbandonavano al suo destino. Aveva paura del proprio corpo, delle parole che uscivano dalla sua bocca ed arrossiva sempre.

Aveva un bel corpo, così dicevano, ma la mente rimaneva un mistero per loro, perché non sono mai stati capaci di sondarla fino in fondo. Aveva un’intelligenza pronta e capiva velocemente tutto, che riusciva ad esprimere con vivide immagini e pensieri profondi sulla carta, ma diventava tutto ingarbugliato quando parlava con qualcuno.

Per questa limitazione aveva sofferto durante il percorso scolastico superata da compagni e compagne nelle considerazioni dei professori, che la ritenevano una mediocre. Di questa doppia personalità alla Dr. Jekill e Mr. Hide aveva dato prova quando affrontava test attitudinali e colloqui di assunzione. Lasciava nello sconcerto gli esaminatori, incapaci di decifrarne la personalità e comprenderne le potenzialità per via della mente pronta e acuta nel rispondere alle domande più insidiose ma incapace di esprimere una frase di senso compiuto.

Dopo diversi tentativi infruttuosi era approdata in una casa editrice importante e famosa col compito non facile di approvare l’uscita di libri e di correggerne le bozze, perché prevaleva l’uso della penna su quello della parola. Le sue capacità di analisi le avevano permesso di selezionare sempre il romanzo vincente: non aveva sbagliato un colpo, consentendole di essere sempre in cima alle vendite.

Bastavano poche pagine per capire se manoscritto meritava di essere pubblicato oppure sarebbe stato un fiasco colossale. Quindi non c’era testo italiano che non passasse dalla scrivania di Barbara e non subisse l’esame se era valido oppure no.

Ben presto era diventata lo spauracchio di tutti gli autori italiani famosi o no, che cominciarono a tempestarla di inviti e omaggi, che lei lasciava cadere senza tanti rimorsi. La vita sotto i riflettori non era adatta a lei.

Seduta sui talloni si riscosse da questo fiume di ricordi e riprese la lettura del diario.

Dove ero rimasta? Ah! Stavo leggendo di Roby. Mi domando dov’è in questo momento”.

Lui aveva avuto un ruolo importante, perché era stato l’unico che, invece di ridere delle parole arruffate e spiaccicate, le aveva detto «Esci con me?», mentre il viso era diventato rosso incandescente.

Barbara ricordava ancora quella scena quasi fantozziana: lei tra l’interdetto e la sorpresa rispose con un sì appena percettibile prima di scappare in aula senza nemmeno sapere dove e quando, mentre lui meravigliato era rimasto a bocca aperta.

L’incontro fu un fiasco colossale, come ricordava bene e come le rammentava impietosa la sua grafia ormai scolorita dal tempo. Non era riuscita a dire tre parole di fila senza farfugliarne altre tre incongruenti tra l’ilarità e lo sconcerto di Roby, che in compenso le scoccò un bacio mozzafiato da lasciarla tramortita a mezz’aria per tutta la serata.

Il loro rapporto andò avanti per qualche mese finché lui stanco della timidezza di Barbara in tutti i sensi non la scaricò senza troppi rimpianti per Eleonora, meno bella e intelligente, ma in compenso molto più disinibita.

Barbara chiuse il vaso dei ricordi, riponendo il diario dove l’aveva trovato, mentre portò con sé nello studio il foglio scritto fittamente per rileggerlo ancora una volta.

Viveva in una minuscola villetta con giardino nell’hinterland milanese arredato con cura ed eleganza. Conduceva una vita riservata senza particolari amicizie. In realtà erano semplici conoscenze. Una libreria ingombrava la parete dello studio, ricoprendola coi volumi variamente colorati. Questa era la stanza favorita, dove leggeva e lavorava nelle lunghe serate solitarie. Si sistemò sulla poltrona per leggere quelle poche righe vergate da una mano sconosciuta tanti anni prima.

Ebbe un flash e capì che il destino aveva scritto quel pezzo di carta in cui si specchiava amaramente.

Darkness is the drug

Lo smalto nero brillava sulle sue unghie. Le sue dita affusolate e magre saltellavano in sincronia perfetta sulla tastiera del portatile. L’uomo si stropicciò gli occhi e poi sbadigliò. Era
intontito dal sonno, dalla staticità di una domenica come tante altre, dalla malinconia e forse anche dall’ultimo spinello, preparato in tutta fretta.
Già, la domenica. Il giorno maledetto della settimana. Il giorno in cui Dio si riposò, dopo aver ultimato la sua opera gigantesca. Tutte cazzate. La domenica era il giorno della noia e la noia
era il fiato fetido del diavolo. La grande città si muoveva sempre nervosa, nonostante la calma del pomeriggio; poteva udire dalla finestra spalancata lo scorrimento veloce delle auto lungo
la strada principale che portava all’aereoporto. La domenica lo rendeva anche inquieto, forse perchè si accorgeva di essere rimasto solo e lontano. Lontano dagli amici di un tempo, da quel
che restava della sua famiglia. Distaccato dai grandi disegni. E quanto sei distaccato dai grandi disegni, quando ti mantieni spremendo le tasche di alcuni ricchi e ignoranti figli di papà in
una città anonima, una città che non ti appartiene, allora tutto ti appare più lontano, distaccato, irraggiungibile. L’uomo si accese una sigaretta, accartocciò il pacchetto in un colpo secco
e si avvicinò al davanzale.
L’aria esterna era frizzante e all’orizzonte, tra i palazzi dalle finestre lucide e le sagome delle montagne distanti, si scorgevano delle nuvole grigie, come tanti piccoli batuffoli.
L’uomo respirò con calma, riempiendosi i polmoni, pensando agli occhi che gli bruciavano da qualche minuto. Colpa delle lenti a contatto, probabilmente. Poi riflettè sul suo monolocale preso
in affitto da due mesi, così buio e desolato, un ambientino che non riusciva a trattenere a dovere la luce naturale del giorno. Si sentiva soffocato da una realtà vuota, senza più attrattive.
Quando abitava nella sua terra, la situazione era ben diversa. C’era più luce, innanzitutto. E c’era più piacere. Oh si.
Tornò a sedersi comodo di fronte alla sua chat erotica. Jackie e Pamela si stavano per spogliare, inquadrate nella webcam, l’ultimo indumento prima del reggiseno. Roba grossa. E sembrava,
una volta tanto, non siliconata. In un mondo dove persino il cibo rischiava di essere artificiale, una tetta al naturale era sempre benvenuta. Anche in una stramaledetta domenica.
Ci fu un breve ronzio al citofono. Poi un altro e un altro ancora, più prolungato.
Si alzò, sbuffando e sbadigliando. Spinse il tasto di apertura del portone e si grattò una natica.
Doveva essere uno dei tizi abituali per il rifornimento post-sabato. O forse uno di quelli che ne aveva sempre bisogno, fregandosene del giorno.
Per fortuna lui aveva orario continuato. Non si faceva mai trovare sprovvisto. I guai del mondo cominciano dove inizia la sbadataggine, diceva sempre sua madre.
L’uomo si massaggiò le tempie, spense il mozzicone e si appostò dietro lo spioncino. Aveva voglia di fare una lunga nuotata in piscina, circondato da gente che conosceva.
Non appena si richiuse la porticina cigolante dell’ascensore, aprì la sua porta con circospezione.
Il ragazzo poteva avere si e no diciotto anni. Capelli conciati come se fosse un indiano con lo scalpo, piercing al sopracciglio destro, occhialoni neri firmati Armani, jeans strappati, scarpe
da ginnastica colorate, camicia azzurrina aperta sul petto, viso abbronzato di lampada. Uno dei tanti della nuova generazione con il culo parato e senza un segno di fatica sul corpo.
Sorrise e gli porse la mano ornata di anelli. L’uomo la ignorò e lo fece entrare con un cenno spazientito.
- Hai fretta eh?
- Non mi piace perdere tempo sul pianerottolo. Che vuoi?
Il ragazzino si tolse gli occhiali scuri e mostrò il suo viso intero da tossico.
Tossicchiò due volte e poi disse: – Ce l’hai oggi? Non sapevo se potevo passare.
L’uomo si leccò le labbra.
- Io ce l’ho sempre. Non dimenticarlo, lo sanno anche i tuoi amichetti. Quanta ti serve?
- Una dose.
- Bene. Fa cinquanta.
Il ragazzino gli lanciò uno sguardo spento, da pesce bollito.
- Facciamo due allo stesso prezzo.
L’uomo sorrise, a metà tra il divertito e il sorpreso.
- Facciamo che te ne vai a fanculo sotto un ponte.
- Ok, ok. Sei nervoso eh?
L’uomo scrollò le spalle e attese.
Il figlio di papà sganciò due pezzi da cinquanta dal portafogli di pelle nera.
- Aspetta qua. Torno subito.
L’uomo raggiunse il cucinino e trafficò sulla mensola, le mani nella zuccheriera. Prese due sacchetti di polvere finissima. La farina più buona che ci sia, come la chiamava quel tizio giù al
parco. Poi diede una rapida occhiata alla pistola sistemata tra i barattoli del sale e dello zucchero. Allora rivide la sua faccia. La faccia piena di sangue in quella notte. Rivide la violenza nei
suoi occhi e nei suoi gesti. Rivide la scena, il massacro. Rivide quel qualcosa che si era scatenato e che non era umano. Tutte le immagini che si sforzava di dimenticare travestite in una
pistola scarica.
Tornando, scoprì il ragazzino che tentava goffamente di spiarlo.
- Ecco. Sparisci ora.
Quando richiuse la porta d’ingresso, vi si appoggiò con entrambe le spalle e sospirò.
Solo, sempre solo. Solo in una città di eccessi. Solo in un’avventura che non aveva chiesto.
Provò di nuovo quel fastidio agli occhi ma stavolta non era solo bruciore.
Erano lacrime. Di quelle vere.

Grazie, siamo gli sposi

Quando entrò in chiesa, lo aggredì una strana sensazione. Alcuni fissavano la volta della chiesa, come se lassù ci fosse qualcosa di importante, come se lassù ci fosse qualcuno più importante dello sposo. Altri stavano in ginocchio con le mani sulla fronte. Pensierosi. Guardò la madre che aveva gli occhi rivolti verso l’alto. Non capì. Pensò ad uno scherzo. Si mise a ridere.
“Perché ridi?” gli chiese la madre. Rimase interdetto.
Mah! pensò tra sé.
La sposa giunse con soli tre minuti di ritardo. Salì all’altare mentre lui la guardava estasiato.
La ragazza sorrise.
La gente cominciò ad applaudire, ma tutti con le spalle all’altare, come se stessero applaudendo qualcuno di invisibile all’ingresso. Gli sposi scoppiarono a ridere.
“Hai visto?” disse lui. “Hanno voglia di scherzare”.
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…” il parroco diede inizio alla cerimonia. Dal fondo della chiesa qualcuno fischiò. I testimoni cominciarono a ridere, mentre una ragazza nella navata di sinistra inscenò uno spogliarello. Applausi e fischi si levarono tra gli invitati.
“Ma che fanno?” chiese la ragazza. “Boh!”, rispose lo sposo.
Il parroco continuò come se nulla fosse.
“Allora!” gridò lo sposo. “Ma che scherzo è mai questo?”
“Volete piantarla?” gli fece eco la ragazza. La gente continuò ad urlare e a fischiare con lo spogliarello ormai prossima al reggiseno. Il reggiseno era di pizzo.
“Basta!” gridò esasperato lo sposo. “Basta! Basta e basta!”
Il prete continuò la celebrazione.
“Che volete farci?” disse per richiamare l’attenzione degli sposi. “In fondo vi sposate comunque.”
I ragazzi non ci capivano più nulla. Sentivano crescere la rabbia. Era come se il mondo si fosse dimenticato di loro, come se fossero stati cancellati dall’attenzione della gente. Stavano percorrendo senza saperlo le strade dell’incubo… rovesciati come calzini tra i panni sporchi di una vecchia lavanderia.

“Andate in pace”, recitò il parroco al termine della funzione.
La sposa piangeva mentre lo sposo si mordicchiava le labbra per trattenere le lacrime.
“Firmate qui”, disse il parroco allungando loro i verbali. Erano dei grandi quaderni un po’ sdruciti. Gli sposi firmarono e poi abbracciati si fecero strada tra le panche ormai vuote. Usciti dalla chiesa trovarono quasi deserto. Solo un bambino lanciò qualche pugno di riso; era riso saltato.
Perché? Era la grande domanda che ossessivamente varcava i confini di ogni possibile risposta. Perché proprio a loro? come se la disperazione non fosse legata all’assurdità del momento, quanto piuttosto al fatto che il momento vedesse protagonisti proprio loro.
Gli sposi si fecero accompagnare dove avevano deciso di scattare qualche foto. La sposa sistemò alla bell’e meglio il trucco. Sorrise a malapena, giusto il tempo per scoprire una dentatura comunque perfetta. Ininfluente. Lo sposo rimase rabbuiato. Quindi giunsero al ristorante.
Lo scherzo non era finito, o meglio, se si trattava di uno scherzo, quello scherzo non era finito. Gli invitati fecero finta di non vederli; era come se quello non fosse un matrimonio, ma un semplice party a spese di un benefattore.
“Sembriamo dei perfetti imbecilli”, commentò lo sposo.
“Ma a che gioco stanno giocando?” recitò la ragazza.
“Non stiamo assolutamente giocando”, fu la risposta di un cameriere che le andava incontro.
Gli invitati cantavano a squarciagola ormai mezzi ubriachi. Ogni tanto qualcuno passava dal tavolo degli sposi e li guardava sorridendo. Gli sposi annuivano senza convinzione, e presto si ritrovarono come intrusi al loro matrimonio. Nessuno sembrava riconoscerli. Nessuno attribuiva loro il giusto ruolo. Erano come alfieri senza diagonale. Spodestati di quello spazio che da tempo avevano programmato. Il loro sogno, il grande sogno era assurdamente infranto.
“Perché questa tristezza?” disse un invitato.
“Guardate quanto vino! Ma non vi vergognate lì da soli, con quelle facce rabbuiate e un po’ troppo seriose? Via, via, un po’ di vino!” E ne versò nei loro bicchieri.
Gli sposi si guardarono. La barba dell’uomo era rossa.
“Perché questo scherzo?” avanzò titubante lo sposo.
L’uomo aggrottò la fronte.
“Mangiare e bere vi sembra forse uno scherzo?” e scoppiò in una fragorosa risata.
D’un tratto si fece avanti un altro signore, abbastanza distinto, con una cravatta nera a pois; fissò per un attimo la sposa e poi le fece l’occhiolino.
“Signorina, siamo forse a carnevale? Ma che razza di abito si è messa?”
La sposa lo aggredì verbalmente.
“Questa è matta”, commentò l’uomo prima di allontanarsi.
Gli altri ballavano; una signora cercò di prendere lo sposo sotto braccio e di portarlo in mezzo alla sala per un ballo. Gli disse che lo trovava carino, e gli chiese se fosse sposato.
“Oggi, mi sono sposato oggi!”, rispose lo sposo.
La signora sollevò l’orlo della gonna fino a metà coscia. Aveva dei peli scuri e abbastanza lunghi sulla coscia sinistra.
“Sono queste le gambe di chi è sposato!” disse, e gli altri l’applaudirono.
Era come se qualcuno avesse mescolato le carte e non ci fossero le briscole. Era una partita dove nessuno riconosceva le regole del gioco.
“Ma che succede?” chiese la sposa.
“Più nessuno ci riconosce…” disse lentamente lo sposo.

Se ne andarono tutti. Rimasero gli sposi con gli occhi offuscati dalle lacrime.
“E’ successo qualcosa?” chiese il proprietario del ristorante. Aveva un neo proprio sulla fronte. “Dovremmo chiudere”.
“Nulla, diciamo che non è successo nulla” rispose il ragazzo.
“Mangiato bene?”
“Molto”, disse lo sposo, e ringraziò.
Il ragazzo prese per il braccio la moglie e si avviò verso l’uscita. Poi si voltò:
“Siamo gli sposi!”, recitò per avere almeno l’ultimo consenso.
L’altro alzò le spalle.

di Stefano Re

Evanescenze

L’ uomo si guardò intorno.
Tutto era tornato all’ordine precedente.
Faceva paura conoscere il passato di quelle quattro mura,ma era una realtà dalla quale scappare era pressoché impossibile.
A cosa serviva,dunque, affannarsi tanto?
Le finestre si coloravano di rosa,mentre il sole scompariva per riapparire nell’altro emisfero.
La temperatura scendeva moderatamente.
Lei sarebbe arrivata presto.
-Presto- ripetè -Presto..-
Seduto sul letto,Wayne fissò lo sguardo sul ripiano. La vendetta,quella sera,sarebbe scorsa dalla sua giugolare. Come ogni giorno scorreva nel bicchiere. Sera dopo sera. Al “Macey”. Dove il buon vecchio Al non faceva storie per un doppio. Dove lo stesso Al gli levava non solo il rigonfiamento nel portafogli,ma anche le chiavi del pickup. Da dove tornava a casa sbronzo oltre che appiedato. Dove non sarebbe più tornato. Non dopo quella sera. Lei sapeva dov’era. Non se ne rammaricava,però. Ciò che più lo tormentava erano i fantasmi. La sua mente pullulava di spettri dai volti agghiaccianti, le unghie rotte e ed insanguinate. -non incolpatate me, ragazzi.- mormorò a denti stretti. Era colpa loro se lei li aveva presi tutti,uno dopo l’altro. Quei cretini. Quei cretini dei tuoi amici,si corresse. Dei tuoi amici da bar. Cal,Alan e Jack. Tutti morti. Era giusto così. O no? Era da considerarsi innocente,lui? No. No.. Era rimasto lì,quella stramaledetta notte quando le porte dell’inferno avevano scricchiolato e cigolato, col suono della bottiglia che si infrangeva sull’asfalto e che riempiva l’aria di crepiti,fino a che le porte non si erano spalancate,vomitando il loro contenuto incatramato sulle loro teste quando l’innocente Sarah Barton era passata per quella via,sotto quel lampione. Ed i diavoli soffiavano sulle sue cicatrici ora,gettando il sale,là dove gli angeli avevano pianto,dopo aver distolto lo sguardo. Ed ora lei li cercava,assetata,il volto contorto,come il vetro che ancora giaceva per strada,trascinandosi per ogni via,ogni angolo buio,dove i vermi come loro strisciavano e si nascondevano, a vergognarsi e a redimersi ogni notte come la prima,ma quando l’angelo d’inferno era arrivato ad espiare i loro peccati ed a lavare la loro putridume dalle anime marcie ed consunte, avevano pianto come bambini e,forse, chissà,pensava Wayne,avevano provato davvero un senso di pentimento e davvero si erano inginocchiati, con pure e lucide lacrime che,per quanto fossero grosse, non potevano spegnere quelle fiamme ardenti che già si stavano avviluppando alla loro vita,più vive ed bramose a mano a mano che la consumavano. Il loro pentimento era scivolato lento sui vestiti e tra le mattonelle nere di carbone,ed ancora essi stringevano le loro preghiere blasfeme tra i denti. Se le bare fossero state aperte, si sarebbero trovati i loro corpi né più né meno anneriti di come erano risultati quando ancora il petto si alzava e si abbassava ritmicamente, la decomposizione era già iniziata da anni,sul grasso collo unto di quella bottiglia,spesso come la loro paura che cresceva ed urlava,sempre più forte,sempre più forte,drogata ed isterica. Lui l’aspettava lì seduto, l’orologio che ticchettava, impietoso. Guardò di nuovo la bottiglia che aveva posato sul comodino,il liquido amaro fermo sulla superficie. Si ricordò di quell’angelo di cartapesta dagli occhi di vetro che si erano infranti quella stessa ora di dieci anni prima. Forse ne avrebbe scorto le crepe, forse avrebbe visto solo il buio. Si sentiva la bocca asciutta e la gola bruciava,la sete che scavava solchi profondi. Alle dieci,la porta si aprì con dolcezza e la sua figura,slanciata e curvilinea si fece largo nel buio. La mano sottile ed aggraziata premette l’interruttore. Lui sapeva che lei voleva vedere, che voleva nutrirsi e magari,magari la sete di entrambi si sarebbe placata,dopo quella notte.
L’accettò così com’era.
Strisciò, un’ombra lunga sotto la porta, come fantasma, pallido, lucido e vivo. Il volto coperto. Quando lo scoprì, il sangue e il tempo parvero fermarsi e rimanere sospesi nell’aria e su di loro. Un brivido nel silenzio di ghiaccio. Non parlò mentre si avvicinava, la brama impressa negli occhi chiari e lucenti, che non erano cambiati da come se li ricordava. Mentre sentiva il gelido metallo della lama sulla pelletipida, avendo rinunciato a ogni difesa, in un tentativo di espiare le sue colpe, di lavarsi col sangue che anch’egli aveva contribuito a versare, mentre pagava il suo debito con la vita, si ricordò pochi versi, semplici parole che riaffiorarono senza un perché o un per come o un percome mentre tutto il resto svaniva ” il cimitero è uno spazio aperto tra le rovine, d’inverno pieno di violette e margherite. Potrebbe far sì che qualcuno si innamori della morte, pensare che si debba essere seppelliti in un posto così dolce”. Così,con Shelley che lo cullava dolcemente, a poco a poco, scompariva in un mare di nulla di nebbia ed incertezze, in una calma ferma, solitaria e priva di rimpianto.
E per un attimo,un solo attimo, la paura che aveva dominato e riempito tutta la sua vita da quando ne aveva memoria sembrò dissolversi e si accorse che mai come il quel momento aveva desiderato, con così tanta violenza, vivere.
L’alba già entrava dalla finestra.
Tutto era in ordine… fatta eccezione per l’uomo disteso sul letto che sorrideva, vestito a festa, il sole intrappolato tra l’iride e le ciglia.

Solo il tempo di una fermata

images (12)Chiara si accomodò sul sedile accanto al finestrino. Lo scompartimento era quasi vuoto. La luce del mattino faceva capolino tra le poche tendine che riuscivano a rimanere chiuse, mentre sprigionava tutto il suo bagliore attraverso i  vetri sporchi, a cui le tende erano state strappate vie. A Chiara piaceva il taglio che prendevano i raggi a quell’ora e i giochi di luce che formavano sulla tappezzeria marrone. Seguì per un po’ il segno luminoso con il dito, poi voltò la testa dal lato del finestrino e si perse a rincorrere con gli occhi le case, gli alberi, i campi, qualche cane col muso appoggiato al cancello, le sbarre dei passaggi a livello con le biciclette in attesa, la biancheria stesa a prendere l’ossigeno del nuovo giorno, i suoi occhi riflessi. Nel momento di massima concentrazione, un tonfo sordo,  che annunciò l’ingresso in una galleria, la fece sobbalzare. Sullo sfondo scuro la sua immagine era ancora più nitida, ma ormai Chiara aveva perso l’interesse nello scrutare il suo alter ego.

Chiuse gli occhi.

Il viso di Giorgio era una costante di quei giorni frenetici. Bastava che chiudesse per qualche attimo le palpebre e lui si materializzava come se fosse arrotolato, a mo’ di cartina geografica, nella loro parte interna. Giorgio aveva la capacità di calamitarla a sé qualsiasi cosa dicesse, era calmo e riflessivo e con lui sentiva di poter affrontare ogni tipo discorso, dalle ore frenetiche di lavoro, ai suoi hobby, alle fantasie più segrete. Bastava guardarsi negli occhi e si capivano al volo, senza bisogno di parole, oppure quando c’era la necessità di parole se le rubavano di bocca vicendevolmente, c’era alchimia e intesa. Quando si vedevano, i loro corpi fremevano per sfiorarsi, si creava un’attrazione che li portava a guardarsi con insistenza e una resistenza all’irrefrenabile desiderio di aversi. L’unico contatto che si concedevano, però, era un lungo abbraccio, alla fine del loro incontro, in cui i visi si avvicinavano così tanto che l’uno poteva contare i respiri dell’altro.

Il treno stava rallentando la sua corsa, si sentivano i freni stridere sul ferro del binario e la voce del capotreno annunciare in nome della fermata. Per il rossore che avevano preso, sembrava che le guance di Chiara fossero state schiaffeggiate con violenza. Decise di alzarsi e sgranchirsi le gambe, liberando la mente da quel dolce pensiero. Cacciò fuori la testa a guardare le facce ancora assonnate delle persone in attesa sulla banchina. L’aria fresca era rigenerante e sentì che il suo rossore poco alla volta la stava abbandonando.

Il treno ripartì con la sua andatura forzata e stridente.

Chiara chiuse il finestrino e si abbandonò di nuovo sul sedile, pensando alle due ore di viaggio che la separavano da casa e si addormentò. Quando si svegliò, guardando l’ora al cellulare, si accorse dell’arrivo di un messaggio. Lo aprì scoprendo, con meraviglia, che era Alberto. Alberto la trasportava con la mente in atmosfere lontane. Apparentemente freddo, la spiazzava con frasi che tradivano un certo interesse per la sua persona. Era un uomo affascinante e molto sicuro di sé, single incallito, il ragazzo per il quale Chiara, poco più che adolescente, aveva perso notti intere a sognare, convincendosi di non essere mai stata abbastanza per lui. Parlargli era come risolvere un enigma. I discorsi rimanevano sospesi in un precario detto e non detto, in una continua allusione ad argomenti piccanti, mentre le sue battute taglienti denotavano ogni volta l’acutezza della sua intelligenza e la notevole preparazione nei campi più disparati. Alberto rappresentava il proibito, la contraddizione di tutti i principi e le regole che Chiara si era imposta nella sua vita. Il messaggio era asciutto, senza fronzoli, ma di quelli che la inchiodavano ai mille pensieri, ai “ma”, ai “se fosse”, ai “però”. Ogni parola le asciugava la gola e ripensare ai suoi occhi e ai suoi gesti accorti e misurati la rendeva vulnerabile.

Se qualcuno le avesse chiesto a chi avrebbe voluto legare la sua vita per sempre, non avrebbe saputo rispondere. Giorgio, rassicurante, sentimentale, ragionevole, oppure Alberto, imprevedibile, passionale, con una sensibilità nascosta e profonda? Sapeva solo che sentiva freddo ogni tanto, quel freddo che si placa solo dentro l’abbraccio della persona amata. Sentiva di avere un estremo bisogno di un uomo che non le facesse mancare la sua presenza costante, che potesse arricchirla della semplicità dei gesti quotidiani. E’ per questo che non cedeva, perché sapeva che per entrambi, lei era solo una conquista, un trofeo. Per Giorgio lei avrebbe significato il superamento della timidezza, l’abbandono dello stato adolescenziale, il coraggio del prendersi cura di una persona con consapevolezza e responsabilità, un rito di passaggio, insomma, di cui vantarsi in seguito, quando l’insicurezza l’avrebbe lasciato. E per Alberto sarebbe stata un altro numero da aggiungere alla lista delle conquiste del mese, la sfida più ardua.

In quel momento il fischio del treno la riportò alla realtà.

Guardando fuori si accorse che la sua corsa era giunta al termine, così come doveva arrestarsi quella marea di considerazioni che l’avevano assalita. Prese il suo bagaglio e si diresse davanti alla porta d’uscita. Il treno inchiodò e le porte si aprirono.

“Chiara! Sono qui. Com’è andata il viaggio?”

“Buongiorno signora Bortoli… Il viaggio è andato, grazie. E’ venuta lei a prendermi…E Gianni?”

“Ieri sera mi ha detto che avrebbe fatto tardi dopo la partita, di lasciarlo dormire stamattina…”

“Capisco…”

“Ma non sei contenta di essere qui?”

“Certo, certo…ma mi aspettavo un’altra accoglienza… non me ne voglia, non è per lei.”

“Lo so, lo so…Ah Chiara mia, ancora non hai capito come sono gli uomini? Gli metti la fede al dito e voilà, è la volta buona che si dimenticano di te… suvvia non ci pensare, andiamo che ti ho preparato una buona colazione!”

Lo strano sogno

Elisa camminava a testa bassa col vento che scompigliava i capelli rossi, ripensando al sogno della notte.
“Quale significato ha?” si chiese, quando urtò una persona sul marciapiede.
“Fa attenzione quando cammini!” Udì una voce maschile piuttosto irata.
Alzò la testa e vide un uomo non più giovanissimo che la fissava con occhi di fuoco.
“Mi spiace. Non l’avevo proprio vista” disse con un tono di scusa.
“Me ne sono accorto” le rispose mentre si chinava a raccogliere quello che era uscito dalla cartella che teneva sotto il braccio.
“Posso aiutarla?”.

Elisa si abbassò per raccogliere alcuni fogli che il vento tentava di portare via. Un grugnito di assenso fu la risposta. La ragazza sbirciò tra le carte, che parevano antiche, notando che erano intestate. «Caleffini Giacomo e Ugo, notari nel Ducato Estense». Pensò che fosse un notaio ma tenne l’informazione dentro di sé, continuando a raccogliere gli altri oggetti, usciti dalla cartelletta di cuoio dalla foggia strana.
“Come risarcimento posso offrirle un caffè?” domandò cautamente visto il viso non proprio amichevole dell’uomo.
“Va bene” le disse addolcendo la voce e chiudendo la cartella.
“Là c’è un caffè”.

La ragazza indicò con la mano un locale elegante sull’altro lato del viale.

Elisa l’osservò con attenzione mentre sistemava la giacca. L’uomo dai capelli brizzolati era vestito con eleganza non troppo ricercata. Una catena d’oro spuntava dal taschino del panciotto grigio. Subito i suoi occhi corsero alla mano sinistra priva di un qualsiasi anello. Ne portava uno vistoso sulla destra. Scosse il capo, mentre attraversavano il viale.

“Non vuol dire niente. Tanti uomini sposati non portano la fede. Ma ora chi si sposa più? Tutti single e tutti conviventi. Un tourbillon di prendi e lasci! Alla fine non ci si capisce più nulla” rifletteva, mentre lui con galanteria le apriva la porta di vetro del caffè.

“Cosa prende?” le chiese l’uomo.

“Un cappuccino con molta schiuma”.

“Bene. Due cappuccini di cui uno con molta schiuma. E due bicchieri d’acqua” disse rivolto al banconiere.

Poi ispezionò con cura la ragazza. “I capelli rossi sono sicuramente l’elemento fisico che è più evidente” si disse, proseguendo nell’osservazione. “Un bel viso regolare e due occhi verdi. Sì, questi proprio non li avevo notato prima! Anche il corpo non è male”.

Poi posò lo sguardo sulle mani, bianche e sottili come giunchi.

“Che strano!” pensò vedendole prive di qualsiasi anello. “Di solito le ragazze ne hanno un o anche due per dito”.

Scosse la testa, mentre il barman metteva innanzi a loro due tazze fumanti con un piccolo cioccolatino appoggiato sul piattino e due bicchieri d’acqua.

Seduti sugli sgabelli al bancone, mentre sorseggiavano il cappuccino, Elisa osservò il profilo dell’uomo, che pareva più vecchio di lei. Aveva già osservato che il capello brizzolato gli dava un notevole fascino. “Sarò fissata ma un uomo dai capelli grigi mi fa venire dei brividi. Mi dà l’idea della persona matura. Sarà vero o è solo un’illusione mia?”

“Che sbadato!” esclamò l’uomo rompendo quel silenzio che durava da troppo tempo.

“Perché?” chiese curiosa Elisa.

“Me lo domanda?”

“Non mi pare che lei…”

“…Questo lei mi fa sentire troppo distaccato. Posso darti del tu?” le disse interrompendola.

“Certamente!” rispose la ragazza con un bel sorriso che metteva in mostra dei denti candidi e regolare.

“Stavo dicendo che sono sbadato e poco cortese…”

“Non capisco il motivo” replicò sorpresa.

Una bella risata accompagnò l’ultima uscita di Elisa.

“Non conosco il tuo nome e tu non conosci il mio” concluse, stringendole la mano.

“Sai…” cominciò titubante la ragazza. “Mi era sembrato di conoscerti, di averti già visto…”.

“Come mi chiamo?” la incitò l’uomo.

“Ecco… lasciami pensare… Mi pare che cominci con G…”.

“Fuochino!”

“Uhm!” mugugnò mentre tentava di ripescare dalla mente volto e nome associato.

“Sto aspettando” le chiese divertito, mentre la osservava impegnata nell’opera di giustificare l’affermazione che lo conosceva.

“Sì, sì! Ci sono!” esclamò attirando la curiosità di chi stava al bancone. “Ecco ti chiami GianMarco!”

“Fuocherello! Vicino ma non buono!” disse con un largo sorriso. “Mi chiamo Giacomo. Io non ci provo. Il tuo viso me lo ricorderei bene, se ti avessi già incrociato. Non è facile scordare i tuoi capelli e i tuoi occhi”.

Elisa diventò rossa per l’apprezzamento dell’uomo. Nessuno le aveva mai detto quelle parole.

“Elisa” rispose sinteticamente.

Dopo aver detto il proprio nome e stretto quella mano tesa verso di lei, si guardò intorno stupita. Lo scenario era mutato come le persone. Udiva delle voci strane o meglio con una strana inflessione e delle parole che non ricordava di aver mai ascoltato. Giacomo non aveva più il doppiopetto con gilet grigio da dove spuntava una catena d’oro. Alzò gli occhi verso lo specchio che stava appeso alla parete e vide riflessa la propria immagine. Era basita e sbigottita. Non indossava più gli indumenti con i quali era uscita di casa.

Si domandò cosa fosse successo. Una magia o una stramberia del diavolo? Rimase senza parole, perché era tutto così strano da lasciarla intontita per la sorpresa.

“Ser Giacomo, i miei reverendissimi omaggi” disse un uomo che sembrava in maschera.

“Ser Giacomo? Vestito come a Carnevale? Eppure siamo in luglio!” rifletté Elisa, sgranando i suoi occhi verdi.

“Ser Lorenzo, che onore vederla. Questa è Madonna Elisa da Bentivoglio” rispose Giacomo con un inchino e presentando la ragazza al nuovo venuto.

Elisa si sentiva goffa e accaldata dentro a queste vesti ricche di crinoline bianche e stecche dure come il ferro che le fasciavano il busto. Divenne rossa, perché il seno a stento trattenuto sembrava che dovesse uscire di prepotenza dal corsetto ampio e scollato. Non era abituata a quegli sguardi maliziosi che parevano spogliarla.

Stava per dire qualcosa, quando una mano si posò sul suo braccio.

Aprì gli occhi. Era tutto buio salvo i numeri della radiosveglia che indicavano le tre. Allungò un piede alla sua sinistra e sentì la presenza amica del marito.

“Che strano sogno!” si disse e si riaddormentò.

THE BLACK MAN

L’uomo nero fece il suo ingresso nel piccolo villaggio.
Avvolto nella calura abbacinante del primo pomeriggio, lo straniero procedeva con andatura lenta. Nonostante il caldo soffocante indossava un lungo pastrano e un cappello a falde larghe che teneva in ombra lo sguardo. Due grandi colt argento scintillavano dalle fondine lucide poste lungo i fianchi. Sbuffi di polvere bianca si alzavano ad ogni passo del poderoso stallone.
Lo straniero, seguito dallo sguardo incuriosito dei pochi passanti, si arrestò davanti all’unico saloon in quell’agglomerato di casupole che si snodava lungo l’unico polveroso stradone di Corridor City.
Smontò dalla sella ed entrò nel locale. Sparuti avventori si voltarono quando la sua figura scura si stagliò in controluce dietro le porte a vento. In un attimo egli valutò la situazione, entrò con passo sicuro e cadenzato, il tintinnio degli speroni sembrava imitare il verso di un cobra proteso all’attacco.
Prese posto al bancone mogano scuro e ordinò una birra. L’uomo grassoccio, con il volto paonazzo lo guardò in cagnesco, gli stranieri non erano benvenuti perché portavano solo guai! Riempì il bicchiere e gli voltò le spalle continuando ad osservarlo dal grande specchio sulla parete. L’atmosfera era tesa e qualcuno teneva già la mano in prossimità della fondina.
Con cauti movimenti lo straniero estrasse dalla tasca un foglio ripiegato e iniziò ad aprilo sul bancone.
«Sto cercando quest’uomo, lo hai mai visto?» chiese rivolgendosi al barista.
«No, no… mai visto prima» rispose l’uomo e il suo volto si fece ancor più rosso.
«Ne sei davvero sicuro? Guarda meglio!» Lo sguardo di ghiaccio dell’uomo nero si piantò in quello impaurito del barista, il labbro inferiore iniziò a tremare. Scosse il capo in senso di diniego e senza rendersene conto arretrò di un passo.
L’uomo nero rimase in silenzio. Ripiegò diligentemente il foglio e lo rimise in tasca.
«Avete camere libere?» chiese cambiando discorso.
«Non saprei… devo controllare» rispose allontanandosi il barista.
«Beh, vedi di trovarmene una … ho fatto un lungo viaggio e ora ho assolutamente bisogno di riposare» lo sguardo gelido dell’uomo nero riemerse dalla penombra del cappello e colpì il poveretto come un dardo.
«Sì, sì… ecco la chiave, la numero 10, al secondo piano».
L’uomo nero si alzò e lentamente si diresse verso la scala di legno. Il barista lo seguì con lo sguardo e contemporaneamente alzò una mano facendo un cenno alla ragazza seduta in fondo al locale. La rossa si alzò e sfoderando un gran sorriso raggiunse lo straniero.
«Ciao bel cowboy, ti posso accompagnare? Sai il corridoio è lungo …» Il sorriso le si spense sulle labbra quando l’uomo nero mostrò il suo volto, fulminandola con i suoi occhi color ghiaccio. La ragazza rimase impietrita e senza dire una parola si girò e corse via.
Non appena lo straniero scomparve dalla loggia il barista chiamò uno dei giovani avventori comunicandogli qualcosa a bassa voce. Il messaggio doveva essere trasmesso in fretta quindi il ragazzo uscì di corsa dal locale.
L’uomo nero odiava le donne, ogni tipo di donna, perfino sua madre. Quella rossa poi le aveva fatto tornare in mente Bet: sua moglie che era scappata via dieci anni prima all’improvviso.
Le donne erano un capitolo chiuso, definitivamente!
Il corridoio era molto lungo. Il gringo che egli cercava si nascondeva in una di quelle stanze, ne era sicuro. Mano alla pistola si diresse vero la prima porta. Il tintinnante passo da cobra divenne felpato. Con una balzo felino fu nella stanza, ma nella penombra intravide solo un letto vuoto, intatto. Richiuse piano la porta e si apprestò a quella di fronte. Spalancandola scorse un uomo nudo, in piedi davanti al letto, intento a farsi sollazzare da una bionda.
«Ho sbagliato stanza…» si scusò e sogghignando richiuse la porta.
Davanti alla terza si arrestò, gemiti e sospiri provenivano dall’interno. Aprì e si ritrovò davanti al talamo, dove avvinghiati giacevano un uomo e una donna. Con molta calma prese la mira, i due non si erano accorti della sua presenza. Il dito già scivolava sul grilletto quando la rossa riemerse dal groviglio di corpi.
Bet lo guardò stupefatta.
L’uomo nero rimase paralizzato. Il volto della donna si fece largo nella sua mente. Un tuffo al cuore.
Nel frattempo il gringo si rese conto del pericolo, si buttò giù dal letto e approfittando della momentanea paralisi dello straniero fuggì nel corridoio.
Una frazione di secondo, una sola gli fu fatale. Gli scagnozzi del gringo giunsero alle sue spalle.
Lui, l’uomo di ghiaccio, senza macchia e senza paura, aveva ceduto all’emozione.
Forse neanche avvertì il colpo alla nuca, mentre come ipnotizzato teneva lo sguardo fisso sul volto terrorizzato di Bet.
L’ultimo pensiero fu un lontanissimo ricordo del passato: il sorriso dolce di sua moglie.

DUEL WITH THE DEVIL

Camminava su quella strada deserta, calciando sassolini e polvere. Stava arrivando il buio e lui non aveva alcuna paura. Il buio gli era amico, bastava conoscerlo.
Poteva riuscire a distinguere a malapena il guardrail che separava la circonvallazione dalla piccola pista pedonale al lato. Sulla sua destra un dirupo che si perdeva all’orizzonte. Niente altro.
Aveva letto un cartello stradale pochi minuti prima ma non ricordava cosa c’era indicato. Ricordava solo la parola cimitero. Aveva la vista annebbiata.
Continuò a barcollare, strisciando le suole sulla brecciolina e l’asfalto umido.
Il buio era il suo miglior amico e non poteva mai tradirlo. Bastava davvero conoscerlo per bene.
Ogni suo passo era un movimento confuso e delirante.
Il ragazzo proseguiva nel suo viaggio, un percorso senza destinazione e senza nome. Aveva incrociato delle macchine e un branco di cani randagi quando aveva attraversato i casolari
abbandonati nella campagna. Gli animali erano fuggiti via, ancora prima di avvicinarsi a lui. Forse loro erano invasi dal terrore per il buio. Lui aveva imparato bene.
Nelle orecchie sentiva dei suoni strani, come lamenti ovattati. Il silenzio intorno a lui lo tranquillizzava. Un’atmosfera calma e desolata.
Indossava una camicia azzurra strappata su più punti e un paio di pantaloni consumati; i tagli e i graffi sul volto e sulle braccia erano profondi e brucianti; i lividi ai polsi e al collo avevano
assunto un colore bluastro.
Ora riusciva a udire meglio le voci nella sua mente. Risate e voci dure, sprezzanti, cattive.
Non avrebbe saputo ricordare il suo nome, nè la sua città di provenienza, nè che giorno fosse. Non avrebbe saputo rendersi conto di quello che era accaduto la notte precedente.
Sapeva che doveva camminare senza fermarsi e doveva imparare sempre ad amare il buio, l’oscurità e la solitudine.
Le voci ridevano di lui. Gli dicevano di continuare e di non fermarsi per alcun motivo.
Il ragazzo proseguiva, fissando ogni cosa presente di fronte. Una macchina scura sfecciò in prossimità della curva e il guidatore non notò nulla di strano. I fari illuminarono la sua camicia
chiara e il numero 666 tatuato a sangue sul petto nudo. Poi l’auto scomparve nel vortice del tempo che scorreva via.
Il ragazzo non poteva ricordare nulla riguardo alla sua identità. Ma poteva avere qualche residua immagine impressa nella coscienza. Immagini rapide, come flash a scorrimento continuo.
Il pugnale dal manico ornato di teschi bianchi. Il tavolo di legno massiccio. Il colore scuro del suo sangue. Le voci che recitavano litanie in coro. Le scritte e i simboli dipinti sul muro.
Superò un altro cartello stradale che annunciava l’ingresso al nuovo paese di provincia. Il ragazzo non lo notò neppure.
La sua mente elaborava le immagini, i suoni e gli odori di notti fredde e perdute in un’estasi sconosciuta.
Lui voleva soltanto amare il buio, come gli avevano ordinato di fare. E voleva ricongiungersi al loro signore. Quel signore che creava e distruggeva tutto a suo piacimento, il signore che
adoravano nelle notti senza luna. Il signore dei loro desideri e dei loro piaceri.
I suoi passi proseguivano senza fermarsi, lenti ma continui.
Le voci ridevano impazzite nelle sue orecchie.
Il buio lo accoglieva come una madre protettiva farebbe con il figlio incompreso dal mondo.
Sarebbe finalmente giunta la notte maestosa, la morte del giorno e lui avrebbe goduto del buio.
Perciò continuò a trascinarsi, silenzioso e solo.
Quando, qualche ora dopo, la pattuglia della polizia lo fermò ad un incrocio, il ragazzo mormorò frasi senza significato e vomitò sangue fresco.
Il suo cammino terminò così ma il buio, quello che lui aveva dentro, non ancora.

IL PUZZLE

                                                                                                                                  Mi sembra che il tuo sangue mi
colpisse di caldissimi soffi…

Teresa Raquin, Emile Zola

“Ciao, sono Anselmo”.
“Vieni su amore”, disse Monica.
Anselmo salì, ma appena varcò la porta d’ingresso, un coltello gli trapassò il petto. Cadde a terra senza capire. Svenne. Monica aspettò che morisse.
Si erano conosciuti una sera di qualche anno prima, si erano scambiati il numero di telefono e avevano cominciato a frequentarsi.
“Pronto?”
“Ho ucciso Anselmo”.
“…?!”
“Ho ucciso Anselmo!” disse di nuovo Monica.
“Che hai fatto?”
“Ho uc-ci-so An-sel-mo”.
“Ma sei impazzita?” chiese spaventata l’amica.
“Ora lo faccio a pezzetti e poi lo ricompongo. Se c’è bisogno lo imbalsamo”.
“Cosa?!” disse l’amica.
“Sì, ne faccio un puzzle e lo inchiodo al muro, così ce l’ho sempre con me”.
“Spero tu stia scherzando…”
Monica era bella. Alta, mora, con un seno così e le gambe che le slanciavano l’intera figura. Era nata venticinque anni prima, dove l’orizzonte è una cicatrice tra i palazzi. Si era laureata in giurisprudenza e lavorava da un anno presso uno studio legale di via Podgora.
“Mi ami?” aveva chiesto il giorno prima ad Anselmo.
“Certo”, aveva risposto lui di rimando.
“E allora dovresti stare sempre con me”.
Anselmo invece era uscito con gli amici.
Ora con il puzzle di Anselmo sul muro, Monica sembrava tranquilla. Lo fissava, gli mandava dei baci e sorrideva.
“Ora sì che staremo sempre insieme”, pensò.
Monica passava intere giornate ad osservare il puzzle. In fondo Anselmo era davvero un bel ragazzo. E poi averlo lì era come aver esaudito l’eternità dell’amore. Lì sul muro, un puzzle da ventimila pezzi.
Lo osservò per un giorno intero, poi per una settimana quindi per un mese, ma dopo quel periodo Monica cominciò a stufarsi di una mummia. Anselmo non diceva niente, non sorrideva, non l’accarezzava, non faceva nulla se non stare lassù impalato come un qualsiasi crocefisso. L’aveva sempre lì, è vero, ma non le apparteneva più. Come poteva stare con una persona che non poteva neppure dirle di no? Quel puzzle era soltanto un ammasso di carne e sangue raggrumato.
Doveva escogitare qualcosa. Pensò ad un chirurgo, a qualcuno che potesse elaborare un trapianto di coscienza.
“Pronto?”
Monica spiegò.
“Cosa?” chiese il professore. “Strappare la coscienza ad un malato terminale e trapiantarla su un puzzle? Lei è matta!”
“Ma questo non è un puzzle qualsiasi. E’ il puzzle del mio ragazzo, anzi, è il mio ragazzo”.
“…?!”
“Ho ucciso il mio ragazzo e l’ho imbalsamato”, spiegò la ragazza.
“Cosa?”
“Sì, ho ucciso il mio ragazzo e l’ho imbalsamato. Mi sfuggiva, mentre io lo volevo sempre con me”.
“Lei è pazza!” gridò il chirurgo.
“Senta, basta prendere la coscienza di un moribondo qualsiasi e il gioco è fatto” disse seccata la ragazza.
“Ma si rende conto di cosa sta dicendo?” disse il luminare. “A parte che per la coscienza non c’è trapianto che tenga, ma poi non saprei nemmeno da dove cominciare”.
“E allora cosa faccio?” interloquì Monica seccata. “Pensa sia bello per me contemplare il mio ragazzo e non potergli parlare?”
“Senta”, rispose adirato il chirurgo, “non l’ho ucciso io il suo ragazzo, quindi la saluto”.
Monica restò con il cord-less in mano. Senza parole. Rivoleva la coscienza del suo Anselmo, che almeno riaffiorasse la coscienza, invece niente! In fondo aveva ucciso Anselmo per sempre, ed ora le mancava qualcuno che la potesse amare indipendentemente dalla sua presenza. Qualcuno che la amasse anche con il pensiero, o con un sorriso, o con un litigio. In fondo le mancavano Anselmo e le sue contraddizioni. Si sentiva sola; guardava il puzzle, ma il puzzle non la riconosceva.
Stanca di quell’immagine fissa di carne e sangue raggrumato, prese dalla cucina il coltello, ruppe il puzzle, raccolse i pezzetti di quello che era stato il suo ragazzo, li mise in un contenitore e ne fece bocconcini per i gatti.
“Così torni utile a qualcosa” disse come parlando tra sè.

(Stefano Re)