Mirage

Alzò gli occhi, le occhiaie nere che gli circondavano l’incavo e sottolineavano gli zigomi ossuti e lievemente sporgenti. Ancora una volta si ritrovò accecato dal sole cocente che si avvolgeva attorno al paesaggio in spirali incandescenti di calore. Il sudore gli impregnava ogni angolo del volto e la pelle gli bruciava senza tregua.
Si trascinava con i gomiti, arrancava ansimando, la bocca asciutta e spaccata, le mani che affondavano nella sabbia rovente.
Nella luce infuocata gli parve di vedere una figura avvicinarsi a ciò che rimaneva di lui. Con un ultimo sforzo si costrinse a tendere la muscolatura del collo e tenere aperti gli occhi ridotti a piccole fessure. Sentì il fruscio della seta,il profumo delle bacche di loto da terre lontane ed una brezza quasi impercettibile che gli sfiorava le guance arse e spaccate come il terreno che si era lasciato alle spalle.
Pensò di essere morto e sorrise.
Guardava quell’esile visione farsi più vicina. Il suo volto era perfetto,le sue labbra rosse come vampe scintillanti,l’abito che portava era verde smeraldo, gli occhi azzurri come sorsate di acqua fresca. La pelle color caramello brillava come oro sotto i raggi del sole.
Le tese la mano. Rideva.
Sfiorò qualcosa di gelido ed il sorriso morì subito sulle sue labbra.
Sentiva ancora il caldo sulla sua fronte e sugli avambracci, la sabbia gli graffiava i gomiti e le ginocchia, la sete gli attanagliava la gola in una stretta mortale, ma la sua mano tesa sentiva ed affondava in qualcosa di diverso dalla rena del deserto. Si avvicinò di più, a carponi.
Acqua!
Vi affondò il viso completamente dimentico del luogo in cui si trovava. Spenta la sete, si guardò intorno. Si trovava in un’oasi tropicale spoglia, adorna solo di una piccola palma da datteri sperduta nel nulla. La pozza d’acqua era considerevolmente piccola e sporca.
Riempì la borraccia e si distese all’ombra dell’albero, pensando alla figura dalla pelle bruna.
Si sarebbe rimesso presto in cammino verso la prima città. Fino a quel momento le uniche ombre che aveva intravisto tra gli sterpi rigidi e secchi erano state quelle di lucertole che si erano ritirate di corsa nelle piaghe della terra prosciugata; in poco tempo,sperava,avrebbe rivisto la civiltà. Civiltà! Quella parola aveva assunto un significato così ampiamente distorto che ogni relitto umano con un bel cappello vi rientrava senza fatica, come il topo di fogna che lo aveva spedito in quell’angolo di sabbia dimenticato da Dio e dagli uomini. Fece uno sforzo per alzarsi e si scrollò la polvere di dosso, controllò la borraccia e si coprì gli occhi con la mano per vedere qualcosa. Doveva mettersi in cammino in fretta: la notte sapeva essere crudele con il viaggiatore incauto. Il gelo scendeva rapidamente ed entrava nelle ossa, fino al midollo. La morte non poteva essere tanto diversa,forse era più dolce, più mite.
Con questo pensiero si avviò un’altra volta, immerso nell’afa e nella sabbia.
Ancora una volta,verso una scintilla di vita, un’ancora di salvezza, un vero miraggio nel sole infuocato del deserto.

Atto unico e tre finali

Senti.
A te non è mai capitata una di quelle mattine, che, appena sveglio, ti pare chiaro che sarebbe stato meglio voltarsi dall’altra parte e riprendere sonno? Sì, sono sicuro che ti sarà capitato.
Quella mattina, avvolto ancora nelle lenzuola, ho socchiuso un occhio, ancora cisposo dal sonno che mi abbandonava e, nel chiarore del primo sole che piano entrava nella stanza, mi è parso di intravedere una lama di sole. Entrata nello spaccato delle tapparelle. Un raggio solo, di un colore chiaro, quasi magico. Mi è parso di vedere la polvere, lieve come di borotalco che galleggiava nell’aria.
Mi sono stretto ancora di più le lenzuola.
Come l’abbraccio di un’amante, di cui senti addosso il profumo. In quel momento ho colto un profumo di spezie, che sapeva di passione; poi è cangiato in un tema di fiori, di languore, di benessere. Poi note d’erba, note di libertà, di gioia. Allora mi sono raccolto, convinto che il sonno sarebbe tornato, che ancora avrebbe aiutato i miei sogni e quella sensazione di pace e di benessere.
Invece il corpo ha lanciato il grido imperioso, che i suoi bisogni dovevano essere soddisfatti. Mi sono alzato, allora. Con ancora la voglia di coperte, con la testa vuota, con l’unico impellente bisogno di andare in bagno. Mi sono seduto e ho lasciato che il corpo si scaricasse.
Senza contrastarlo, abbandonato, piegato persino. Tentavo di raccogliere i pensieri, che come pecore li sentivo brucare nella testa. L’una opposta all’altra, , assaggiavano i fili d’erba svogliatamente. Fissavo il piatto della doccia e la mia volontà accarezzava l’idea di quel getto caldo, ma il corpo per mi diceva di non essere ancora pronto. Sbadigliando e stirandomi, finalmente il getto d’acqua calda ha acceso l’interruttore della giornata. Quasi che quell’ acqua, dalla testa ai piedi portasse via sonno e lenzuola e mi rendesse partecipe della mia nudità. Oramai ero sveglio e la luce che proveniva dalla finestra in cucina, mi richiamava a me stesso. Ho preparato il caffè, ho preso la tazza, lo zucchero, alcuni biscotti e ho adocchiato una mela. Rossa, con delle strisce gialle. Profumata, ma di un profumo delicato e dolce.
Mordendola il succo mi è uscito un po’, da un angolo della bocca.
Dio, quant’era succosa, dolce. Mi ha dato una sensazione di fresco nella gola. Mentre scendevano i bocconi, sentivo chiaramente che la polvere della notte, anzi la notte stessa se ne stava andando per sempre. Bevo il caffè, mangio un paio di biscotti. Decido di vestirmi come si vestirebbe l’impiegato medio. Al posto della camicia preferisco una polo e sostituisco la giacca con un giubbino. Elegante, sportivo ma chic. Intanto, dalla radio che ho acceso arriva la voce dell’annunciatore:
– “Ed ecco il tempo per questa giornata. Il sole brillerà tutto il giorno, poche nuvole ed è prevista assenza di vento. Una bellissima giornata di primavera quindi. Lasciate a casa dunque maglioni e soprabiti. Non saranno necessari. Chi può si goda le prossime ore di caldo sole. E’ tutto per il tempo di oggi. Pubblicità” –
Mi ricordo di aver sorriso soddisfatto. Accarezzo la valigia che ho davanti sul tavolo della cucina.
Sembra una di quelle “Cento tasche” che fanno molto giovane rampante.
Impiegato sì, ma in carriera.
Computer, risme di carta con monogramma. Forse tabulati, grafici, pratiche importantissime.
Decido di aprirla, giusto per controllare se tutto è apposto.
Lo vedo, il calcio del fucile, di un bel color noce ambrato, caldo. La lunga canna di acciaio brunito, il mirino telescopico (Solo quello vale una fortuna). Il caricatore è carico, nel suo alloggiamento. Sento ancora l’odore dell’olio lubrificante. Ho passato buona parte della serata precedente e sono soddisfatto della pulizia fatta.
Richiudo con uno scatto misurato la cassa del mio tesoro e l’occhio cade su quella  fotografia.
Sorrido con l’angolo destro, solo quello, della bocca. Respiro profondamente. Mi sento pronto.
Oggi è proprio una bella giornata. Prendo la borsa e raccolgo le chiavi dal tavolino vicino alla porta. Do ancora un’occhiata in giro.
Non è molto in disordine. La donna delle pulizie non farà fatica.
C’è solo il letto da fare e l’asciugamano usato per la doccia, è al suo posto sullo stendi biancheria. Non mi piace il disordine.
Lo trovo disdicevole per un uomo abituato da troppo tempo a vivere da solo. L’imbarazzo delle mutande là, la scarpe qua e i calzini chissà, non lo sopporterei.
E’ una bella giornata e sono pronto per il mio lavoro.
Il Killer professionista.

Apro la porta …

Primo finale:

 
 … ed è imbarazzante, credimi, trovarsi a pochi centimetri dalla bocca di un “Ithaca” e dietro quello un poliziotto della SWAT.
Un fucile spianato proprio sulla tua faccia.
Ed anche un po’ inquietante ascoltare lo schiocco degli otturatori degli altri fucili e pistole, puntate su di te.
Dell’uomo con il casco nero e il giubbotto antiproiettile nero e anche gli altri che mi circondano sono vestiti di nero, ecco di quell’uomo vedo solo gli occhi azzurri. Anzi uno, che mi trapassa. Non un emozione tradita, non un tentennamento.
Solo la fredda determinazione, che avvenuto il probabile, lui non si è fatto cogliere impreparato. Anzi ha seguito alla lettera la procedura e nulla potrà essergli elevato.
Fisso quell’occhio e tento di trasmettere, in silenzio, il messaggio che non avrei fatto nulla.
           – “Mi arrendo Polifemo, vedi di capirmi”.
Non so se mi ha capito, ma la voce del commissario Stinger, spezza la tensione.
            -“Sei in arresto McCowen” e allunga la mano a prendermi la borsa.
La lascio e lascio che il primo pensiero, mentre sento il metallo delle manette stringersi sui miei polsi sia questo:
             -“ Avrei fatto meglio a girarmi dall’altra parte, questa mattina”.
 
Secondo Finale
 

… e imbocco le scale.
Due rampe e sono in strada. La macchina, ben parcheggiata mi attende. Apro il bagagliaio e sistemo la borsa. Chiudo  il cofano e vado alla portiera e intanto sento uno stridio di freni.
Mi giro e il grosso muso di un furgone impazzito, mi travolge. Sento distintamente  il rumore di ossa che si spezzano, soprattutto il “crack” violento della seconda cervicale, che si disassa e la mia testa rimbalza sulla capottina della vettura.
Poi vedo, seduto come sono sulla panchina della fermata dell’autobus di fronte, accorrere gente.
Sento che chiamano i soccorsi e mi vedo, incastrato tra le lamiere. Sembro una marionetta senza fili, con il volto coperto di sangue e anche l’autista del furgone, sembra che abbia voluto sfidare la forza del cristallo anteriore del suo mezzo. Ha vinto lui, tanto si sta sporgendo sul cofano.
Il sangue esce dalle sue orecchie e i capelli hanno delle curiose marezzature.
Vicino a me, sulla panchina, ci sono degli anziani, che all’arrivo dell’autobus si alzano e lenti salgono a bordo.
Rimango per ultimo.
Metto il piede sul predellino, quando una voce roca m’interpella:
             -“Non è il tuo. Tu devi prendere quella”
Mi volto e vedo un tipo male in arnese, che mi indica le scale della metro. Scendono ripide verso il buio e mi invita a seguirlo.
Lo tengo a distanza. Quella pelle grigiastra, che sa di sporco, unto, mi disturba la vista.
E poi il tanfo incredibile che emana.
Odore di zolfo.

Terzo finale:
 
…. Scendo le scale. Prendo la macchina e tutto fila liscio.
Come lo avevo pensato e provato più volte. Sono sul tetto di una vecchia casa. A ragionevole distanza.
Lui arriva circondato come sempre dai suoi portaborse. Si ferma un momento per salutare, scambiare convenevoli con i passanti. Lo inquadro e sento che il dito sta premendo lento e regolare sul grilletto, seguendo il ritmo del mio lento respiro.
Quando improvvisamente sparisce dalla mia inquadratura.
Le persone accanto a lui si agitano come percorse da una violenta scossa elettrica.
Cerco il mio bersaglio.
E’ a terra con tre evidenti fori sul petto .
A due passi un uomo con ancora nelle mani una pistola e una areola di fumo che lo avvolge.
Non sopporto l’idea che un dilettante mi rubi il lavoro.
Detesto che questi improvvisati, che per mera fortuna loro o assoluta imperizia altrui, riescano e bene, dove io ho dovuto applicarmi e  molto, per di più.
Giorni di ricerca, appostamenti, studi di balistica, prospettiva, meteorologia gettati al vento per colpa di un dilettante invasato.
Senza una preparazione forse.
Spinto da chissà quali principi, ideali, imbevuto di chissà quali rivoluzioni.
Odio questi improvvisati e le loro improvvisazioni, mi ripeto nella testa, come un mantra.
Intanto attraverso il cannocchiale vedo che lo hanno arrestato.
Arriva una macchina e lo spingono dentro.
Per una attimo la sua testa rimane fuori dalle lamiere.
E’ l’istinto, l’automatismo del gesto, ma il mio dito schiaccia finalmente il grilletto.
Di lui rimane, nelle mani del poliziotto che lo spingeva in macchina, solo una manciata di capelli tra le sue dita.
Una parte della testa è sul selciato, un altra sta sporcando l’interno della macchina stessa.
Eppure non doveva finire così.
Peccato.
Mi terrò solo l’anticipo.
Io i lavori li porto sempre a termine e poi la pallottola era già stata pagata.

L’atto unico è finito.
Gli applausi del caso, al finale che più vi piace.

La pioggia può purificare l’anima?

«Luna?! Ma sei tu?»

Ero seduta su gradini per strada, sola e col capo appoggiato sulle ginocchia. Le mani stringevano le gambe, come se avessero il timore che scappassero, mentre la pioggia mi bagnava tutta. Sentivo la necessità di purificarmi l’anima.

Appena udii pronunciare quelle parole, alzai la testa quanto basta per vedere degli occhi puntati nei miei. I miei erano un misero verde con riflessi castani che in confronto ai suoi non erano niente.

Capì di chi si trattava e il perché mi stava chiamando.

«E chi vuoi che sia! Sentiamo, cosa vuoi adesso?» risposi con rabbia.

«Niente… solo che vedendoti sola e seduta qui, ho pensato che tu stessi male e ti servisse una mano».

«Da quando ti importa di me, come sto e che cosa faccio?» replicai stizzita, osservandola di sbieco, come si guarda qualcuno di inopportuno.

«Ma che cosa hai fatto a Luna?» continuò ignorando le mie parole, pronunciate con tono sgarbato. «Non sembri nemmeno tu! Sei diversa!»

Aveva notato il mio nuovo taglio di capelli, a cui avevo cambiato il colore, e i vestiti indossati, che non erano sicuramente abiti che che prima avrei messo. Diciamo che nessuno non poteva non accorgersi che ero cambiata nell’aspetto fisico.

«Non sono affari tuoi!» dissi con decisione, guardandola con gli occhi furenti. «Ora, se non ti dispiace, me ne vado! Non intendo stare un minuto di più qui con te!»

Provai ad alzarmi da quella posizione ma avvertì le sue mani bloccarmi le spalle, mentre la bocca si avvicinò al mio orecchio. Mi sussurrò qualcosa, quasi come se mi stesse pregando con la sua voce calma e rilassata.
«Ti prego, torna quella che eri fino a ieri, Luna! Ti prego!» disse con un soffio di respiro. «Non fare tutto questo, solo per quello che ti ho detto e che è successo tra di noi!»

«No!» risposi con tono stridulo e irato. «Ora vattene!»

Non la volevo più vedere, mi era insopportabile sentire la sua voce. Sapevo cosa c’era stato tra noi un tempo e cosa era successo la scorsa settimana. Non potevo perdonarla per lo sgarbo che mi aveva usato. Non potevo, mi ripetevo come un mantra. Se l’avessi fatto, era come ammettere la sconfitta e la mia immaturità. Non potevo, continuai a ribadire con forza.

Aurora era stata la mia migliore amica, alla quale affidavo i segreti più gelosi, finché domenica scorsa… Un moto di rabbia mi prese a ripensare a quella giornata.
«Sei ancora qui?» le dissi, alzandomi con decisione, nonostante la pressione dei suoi palmi sulle spalle.
«Sì! E non me ne andrò finché non ci siamo spiegate» affermò con energia Aurora.
«Non c’è nulla da spiegare» replicai con altrettanta foga, sollevandomi in piedi.
«Non è vero» disse con calma, guardandomi negli occhi.
«E perché?»
«Non mi vuoi ascoltare».
«Come posso ascoltarti?».

Sentì la sua mano premere sulla spalla, come se volesse inchiodarmi al terreno.
«Lasciami!» urlai con tutta la rabbia che avevo dentro di me. Ancora un secondo e poi sarebbe esplosa come una granata.

Tentai di andarmene ma altre mani mi inchiodarono sul gradino. Non era Aurora. Sembrava una mano maschile. Non mi ero accorta che era sopraggiunto un’altra persona alle mie spalle e adesso entrambi mi bloccavano, impedendomi di allontanarmi da loro.

«E tu chi sei?» gridai con tutto il fiato, che avevo in corpo.

«Luna, ascoltaci e poi ce ne andremmo». Non riuscì a dare subito un volto a quella voce ma poi capì che era.

«No! Non ascolto le vostre menzogne» dissi con le lacrime che scivolavano impetuose sulle guance. Dunque c’era anche lui, Diego.
«Mi spiace, Luna, ma sei sulla strada sbagliata».
Non potevo scordare quello che era successo la domenica precedente.

Quella scena non potevo scordarla. Per tutta la settimana aveva danzato brutalmente dinnanzi ai miei occhi. Le parole, che avevano detto, mi bruciavano sulla pelle come il sole di luglio. No, non potevo dimenticare e perdonare, continuai a ripetere. Non potevo accettare che lei mi avesse tradito così platealmente. Avevo fiducia in Aurora e nelle sue parole. Come potevo adesso accettare le sue scuse?

Avvertì allentare la pressione delle loro mani sul mio corpo. Presi la decisione di fuggire. Un attimo e fui libera di attraversare la strada buia.

«Oh! No!» furono le ultime parole che udì.

La pioggia cadeva sull’asfalto, purificando l’anima.

Il mistero del teschio di cristallo

Teschio di cristallo conservato al British Museum

Teschio di cristallo conservato al British Museum

Si erano seduti su una panchina ai margini della fiera di San Giovanni. Una festa esoterica e pagana che coinvolgeva tutta la città per diversi giorni. Rebecca ascoltò con interesse il racconto di Alex.

Dunque ci sono diversi teschi di cristallo in circolazione” domandò curiosa.

Direi di sì. Almeno due. Quello del British e quello di Mitchell Hedges. Ora sono tre col tuo” replicò l’uomo con fare misterioso. “Direi che è autentico anche questo”.

La ragazza sorrise, scuotendo la testa. “Ma questa è una copia che vale 50€!” Poi si volse per guardare in faccia chi stava accanto a lei. Voleva porgergli diverse domande.

Ma tu chi sei? Come mai conosci tutte queste storie sul teschio di cristallo?” chiese Rebecca, che, superato il primo momento di spaesamento, adesso riprendeva il controllo della sua mente.

Pensi che sia …” rispose l’uomo.

No. E’ che mi incuriosisce comprendere i mille misteri di questo oggetto. L’ho comprato da una donna che svanisce nel nulla. Una chiromante mi legge i tarocchi e mi ritrovo per terra. Anzi tra le tue braccia. Tu mi stai raccontando una storia fantastica di altri due teschi. Credo che basti per stimolare la curiosità!” disse tutto d’un fiato.

Tutto qui?”

E ti pare poco?” replicò Rebecca basita.

Questo è nulla rispetto a quanto apprenderai dal resto della storia”.

La ragazza impallidì, mentre osservava il reperto che scintillava come se fosse dotato di luce propria sotto la carta che lo ricopriva. Lo trovava inquietante ma ormai l’aveva e doveva conoscere il resto della storia.

Alex riprese il racconto.”…il teschio di cristallo, uguale…”

Direi simile a questo” precisò Rebecca, interrompendolo ancora. “Non sappiamo se sono uguali”.

Fidati. Sono uguali. Me lo sento e non m’inganno. Come ti ho detto, due sono, ed è scientificamente provato, uguali al cento per cento. In tutto e per tutto. Entrambi risultano prodotti nel 686 d.c., come l’esame con la datazione radiometrica…”.

Ti prego salta i dettagli sulla radio…” sussurrò Rebecca inorridita.

D’accordo. Prendi per vera quella data” proseguì Alex. “Dagli esami compiuti risultò che il teschio era stato scolpito lungo l’asse principale del cristallo. Questa tecnica, molto avanzata, utilizza l’asse di simmetria per ridurre il rischio di frantumazione. Inoltre la precisione del taglio è spiegabile solo con l’utilizzo di un raggio laser, che nel 686 non era stato ancora inventato”.

L’uomo fece una piccola sosta nel racconto, osservando le reazioni della ragazza, prima di proseguire.

Oppure, ipotesi più ragionevole ma poco pratica, il teschio è stato levigato a mano per almeno 300 anni da parte di generazioni di valenti artigiani. Questo, infatti, è il tempo stimato per riuscire a modellare con precisione stupefacente un blocco di quarzo che ha una durezza, pari a sette. Quindi praticamente impossibile da lavorare con comuni utensili metallici. I Maya…”.

Teschio di cristallo attribuito ai Maya

Teschio di cristallo attribuito ai Maya

Rebecca sussultò e interruppe la narrazione di Alex.

Cosa centrano i Maya con questo teschio?” domandò allarmata.

L’uomo rise, gelando la ragazza.

Questa è opera loro. Capirai il motivo. Ci si domanda, perché i Maya si impegnarono in un’opera di tal genere, tenendo impegnati per circa tre secoli i loro migliori artigiani, per produrre un oggetto apparentemente inutile? Perché?”

Alex raccolse nei polmoni quanta aria poteva contenere, prima di espellerla tutta.

“O mio dio, inizio a volermene liberare” disse Rebecca rabbrividendo.

“Ma no, che dici! Basta non farsi suggestionare, in fondo è molto intrigante l’ipotesi” replicò l’uomo, prendendole una mano.

La ragazza lasciò fare, perché alla fine le dava quel calore che era svanito, nonostante la serata calda e afosa di fine giugno.

Perché degli artigiani, che lavorano il cristallo, hanno impiegato gran parte del loro tempo e della loro abilità per lavorare questi manufatti? Qualcuno ipotizza che sia servito per tramandare alle generazioni successive l’oscuro ma importantissimo significato di ciò che stavano realizzando”.

Se fosse così… ma ne sei sicuro?” gli chiese Rebecca, che iniziava a rilassarsi.

Ah! Ah!” rispose ridendo Alex. “Fosse così, sarebbe semplice”.

“Mah, forse hai ragione! Continua il racconto” gli suggerì la ragazza, perché la curiosità stava prevalendo sulla paura.

“D’accordo… Ci sono delle leggende metropolitane sui due teschi dei quali si conosce l’esistenza. Si dice…” proseguì l’uomo, facendo una breve pausa. “Si dice che quello esposto al British si muova all’interno della teca…”.

Un brivido percorse la schiena di Rebecca, che si morse un labbro e la lingua, per essere stata troppo imprudente e impulsiva nell’incitarlo a proseguire.

… e non solo! Pare che i suoi occhi seguano i visitatori mentre si trovano all’interno della sala. E inoltre…”.

Ma mi vuoi far morire di paura!” esclamò spaventata la ragazza.

Ma no!” rispose Alex, che incurante dei tremori di Rebecca continuò la narrazione. “Non solo si muovono ma di notte si illuminano e facciano una tale impressione agli addetti alle pulizie, che hanno esplicitamente chiesto che venisse coperto”.

“Ecco vedi, te lo dicevo io che sarebbe meglio buttarlo!” disse la ragazza, tutta allarmata.

Alex, incurante del crescente tremore, finse di non aver udito l’ultima frase.

Secondo alcuni studiosi i teschi dovrebbero essere in totale 13. Non chiedermi il perché. Non saprei risponderti. I 13 teschi sono stati dispersi ai quattro angoli del mondo Maya. Nel Messico, nello Yucatan, nel Guatemala e nel San Salvador. Quando verranno trovati tutti e verranno riuniti nuovamente, inizierà un nuovo ciclo per il genere umano. Più o meno come 21 dicembre del 2012, che segnerà la fine del mondo. Sembra che essi contengano delle informazioni sul destino dell’umanità e che in loro presenza accadano fatti inspiegabili”.

Visto che ne sei così affascinato, te lo regalo!” esclamò Rebecca, allungandogli il pacco che teneva sulle ginocchia. “Tieni, così siamo contenti entrambi… è già impacchettato e infiocchettato!”

“Ma va, non crederai mica a tutte queste fandonie…” rispose Alex, respingendo il teschio verso la ragazza. “Ah,ah,ah! Ci sei cascata! Anche i sassi sanno che sono delle leggende metropolitane per impaurire le ragazze come te!”.

“Fiuuu menomale… un po’ mi consoli” replicò visibilmente rinfrancata.

I teschi sono dei falsi risalenti all’ottocento o ai primi del novecento” disse Alex ridendo.

“Signorina, signorina!”

Una voce di un bambino la chiamava e si girò nella direzione del richiamo ma non vide nessuno. Quando si voltò verso Alex, lui era sparito.

DELITTO ALL’OMBRA DEL COLOSSEO

14071799749316_maxi«Lampo, stai bono e fermo. Ma n’antra vorta er sacco pieno… ma quanto magni!» esclamò il signor Nino.

Ah bello! Se nun ce fossi io a tirà te che pesi più de sta botticella, non cagheresti manco tu! Lampo fulminò con un’occhiataccia il suo padrone.

«Aspetta che vado a prenne l’acqua», disse Nino al suo cavallo.«Romolo! Daje ‘na guardata, torno subbito» urlò il signor Nino al suo collega.

«Nun te preoccupà, ce penso io».

L’uomo faticosamente prese il secchio e s’incamminò verso il giardino dove c’era il nasone. A quell’ora solo pochi turisti si apprestavano a mettersi in fila per visitare il monumento romano più famoso al mondo.

Giunto a destinazione il signor Nino mise il secchio sotto la fontanella ma la sua attenzione fu attratta da un inquietante particolare: dal cespuglio accanto spuntavano un paio di gambe. Si avvicinò timoroso e con la mano aprì un varco nel fogliame.

«Ah sei tu! Pure ieri sera te sei ubbriacato! Mo ce penso io a datte ‘na bella sveglia» così dicendo il vetturino tirò una secchiata d’acqua in faccia al suo amico. L’uomo non ebbe nessuna reazione e il signor Nino prese a schiaffeggiarlo.

«Ma li mortacci stracci, ma questo è morto stecchito!» esclamò il signor Nino accorgendosi dell’enorme macchia di sangue sotto la sua testa.

«Romolo! Romolo!- gridò sbracciandosi in direzione del collega – chiama er 113, qua per tera ce stà Massimo! Sbrigate che l’hanno ammazzato!»

«Che me sbrigo a fa, tanto da llà nun scappa!»

* * *

Dopo alcuni giorni il signor Nino fu convocato al commissariato per rendere la sua testimonianza.

«Porca zozza, guarda te che casino! Oggi nun se lavora e me tocca pure annà a perde tempo… Lampo mio, beato te che non c’hai pensieri… basta che magni, bevi e caghi…» disse il signor Nino rivolgendosi al cavallo.

«Signor commissario, è arrivato il cocchiere, lo faccio accomodare?»

«Cocchiere? A Roma si chiama vetturino, sta parlando del signor Grisanti?»

«Sì, certo, Grisanti… da noi al nord si chiama così» rispose imbarazzato l’attendente. Il signor Nino aveva il fiatone e con il fazzoletto tentava di detergersi il sudore dal faccione.

«Salve commissario, scusi l’affanno, mi moglie me lo dice sempre che devo fa la dieta! Ma a me piace a ‘matriciana, a coda alla vaccinara, per nun parlà de la trippa! Ma poi me ingrasso e nun je la faccio a salì manco ‘na rampa de scale!»

Il commissario stava con lo sguardo basso ed esaminava dei documenti.

«Salve signor Grisanti, si accomodi. Le comunico che potrebbe aver bisogno di un avvocato…» il vetturino sgranò gli occhi mentre la mano iniziò a tremare.

«Signor Commissario, je l’ho detto quello che sapevo su Massimo, tutta la verità!»

«Non è stata una buona idea gettare acqua sul cadavere… così ha cancellato le tracce dalla scena del delitto» disse il commissario con tono accusatorio.

«Ma io me credevo che dormiva!»

«Ha commesso un grave errore!» Così dicendo il commissario gli puntò l’indice contro. Poi si alzò e prese a camminare avanti e indietro.

«Comunque… le risulta che il Rinaldi avesse nemici?»

«Che io sappia no! Certo che se gli hanno dato quella crocca in testa, quarche motivo ce deve stà! Era un ber giovinotto, vestito da gladiatore faceva la sua porca figura. Lo chiamavano lo “Stallone der Colosseo” tutte le turiste volevano la foto con lui e detto tra noi ne guadagnava de sordi, tutti a nero!» disse sghignazzando il signor Nino.

«Per oggi basta, può accomodarsi nella stanza accanto dal mio collaboratore. Appuntato – urlò il commissario – verbalizzi le dichiarazioni del signor Grisanti». L’uomo che nel frattempo era intento alla meticolosa pulizia delle camere interne del suo enorme nasone, scattò sull’attenti.

«Appuntato “Scaccola”, dopo che ci siamo lavati le mani he!, mi raccomando!»

* * *

«Nino! Nino! Hai letto er Messaggero?» Romolo arrivò trafelato sventolando il giornale.

«No, perché, che è successo?»

«Hanno preso l’assassino de Massimo, ieri sera ha confessato!»

«Ma davero? Famme legge – disse meravigliato il signor Nino – ammazza se so sbrigati – aggiunse prendendo il giornale.

In prima pagina campeggiava il titolo a caratteri cubitali:

DELITTO AL COLOSSEO. RISOLTO IL CASO RINALDI.

Dopo laboriose indagini la polizia ha risolto il caso del gladiatore romano trovato ucciso nei giardini di Colle Oppio. La vittima risulta essere deceduta dopo una violenta colluttazione con il transessuale Jasmine il quale lo avrebbe spinto procurandogli un trauma cranico. Al momento della lite il Rinaldi completamente ubriaco è stato abbandonato alla sua sorte, forse si sarebbe potuto salvare. Il delitto è avvenuto per motivi passionali, il transessuale brasiliano mal tollerava l’ attività del Rinaldi.

 

Lampo lanciò un nitrito, simile a una risata.

Qua se c’è uno Stallone doc, so proprio io, altro che gladiatore, ar Massimo quello poteva fa er cocchiere de ‘na biga!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COLLOQUIO A TESTA IN GIU’

La crisi mangiava gusci e sputava lumache. L’azienda era rotolata lentamente nello scarico del cesso e lo sciacquone aveva trascinato in fogna tutto ciò che aveva trovato. La merda lasciava odori sgradevoli e punte più o meno aguzze di depressione. Ormai erano centoventi i lavoratori senza un impiego.

La cassa integrazione serviva almeno a comprare il pane per tutto il mese, peccato che senza l’anticipo aziendale e i tempi tecnici del ministero, il pane era un sogno rimandato di qualche mese. Restava la fame, la voglia di un nuovo lavoro e la difficoltà nel trovarlo. Così Pierpaolo Brusi redasse il curriculum e cominciò a spedirlo ad aziende e agenzie interinali.

Ricordò, come se il posto sicuro gli avesse fatto dimenticare tutta la fatica, che aveva cominciato a diciannove anni, subito dopo il diploma di perito elettrotecnico, e poi aveva cambiato quattro aziende prima di approdare nell’ultima, che lo sfamava da quindici anni. Ora a quarantadue anni doveva ricominciare. Ed era dura.

Gli dicevano che il lavoro si divideva in due categorie; quello degli specialisti, dove non c’erano abbastanza posti perché ormai le macchine avevano sostituito le risorse umane, e quello generico, dove la concorrenza era spietata e tutto si giocava su stipendio ed età. Lui aveva uno stipendio medio e un’età media. Come si dice in certi casi: né carne né pesce.

“Signor Brusi, domani alle ore quindici colloquio in via Tal dei tali al numero 7. Chieda dell’ingegner Ippoliti.”

Domani Pierpaolo Brusi, con un jeans, una Lacoste e un paio di mocassini, si presentò all’appuntamento.

L’ingegnere gli chiese di partire dalle sue esperienze e il Brusi cominciò da quella prima esperienza di molti anni fa, dove si era formato a colpi di nonnismo e insulti dei superiori. Parlava, rispondeva e cercava di entrare nel merito delle questioni, tentando un approccio simpatico e comunque di fiducia. L’ingegnere sembrava apprezzare. Muoveva la testa come per annuire e raramente chiedeva maggiori spiegazioni. Poi si alzò di scatto e congedò il Brusi: “Bene!” disse, “ma troppo vecchio. Cerchiamo un profilo Junior.”

Di Junior il Pierpaolo Brusi conosceva solo quel Brasiliano che aveva giocato prima nel Toro e poi nel Pescara. Scartato senza nemmeno gli fosse apposta la data di scadenza.

“Signor Brusi, domani alle ore sedici colloquio in via Vai al numero 19. Chieda del dottor Luario”

Domani Pierpaolo Brusi, con un jeans, una camicia e un paio di mocassini, si presentò all’appuntamento.

Il dottore era un tipo austero, con gli occhiali appoggiati sulla punta di un naso pronunciato, un abito senz’altro firmato e sul grigio, e con un baffo anni trenta. Non era certo un dottore di primo pelo, ma nemmeno così vecchio come sembrava dal suo atteggiamento.

Il Brusi partì dall’ultima esperienza, anche perché gli sembrava la più simile al profilo ricercato. Rispose alle domande che il dottore gli faceva, non aggiunse nulla che potesse mostrare le sue carenze, e anche in questo caso il dottor Luario sembrava soddisfatto.

Luario gli chiese quanto mancasse alla pensione e Pierpaolo Brusi fece capire che ne era ancora lontano.

“Bene!” disse il dottore, “ma è troppo giovane per noi. Stiamo cercando una risorsa prossima alla pensione, anche perché l’ultima commessa si esaurirà in un progetto di soli tre anni”

Brusi lasciò il colloquio mestamente. Ma come potevano mancargli solo tre anni alla pensione, se la riforma Fornero aveva trasformato le aziende in ricoveri per anziani?

Brusi non sapeva più che pesce pigliare, anche perché non sapeva pescare e ormai stava perdendo la fiducia in sé. Decise di farla finita. Aspettò la notte, salì su un ponte, scelse il punto dove la corrente del fiume era in preda a continui raptus e si lanciò.

Cadde su una barca a motore che passava là sotto, picchiò la testa lievemente, fece barcollare la barca, fece imprecare i due pescatori ma si salvò…

Domani comincia un lavoro al mercato…

Dovrà adattarsi, in fondo il pesce non lo sa pescare, ma può imparare a venderlo.

di Stefano Re

il Mare

Brian passò l’indice sulla fotografia ingiallita che ritraeva le colline che circondavano il paesino di campagna. Per un istante si proiettò dentro l’immagine, avvicinandosi ai grandi pascoli di erba verde, inumidita di rugiada. Sentì i campanacci delle mucche, il belare delle pecore che chete pascevano gli steli sottili. Un campanile, poco lontano, scandiva l’ora e i rintocchi dell’enorme campana di bronzo risuonavano per tuttala vallata, ampliandosi. Quella casupola col tetto rosso di tegole, sulla destra, è la casa della signora Hatchings,la moglie del fornaio, che già di buon’ora spazza il viale di ciottoli davanti alla porta, con il suo bel grembiule rosato e le sue braccia robuste, mentre i figli dei vicini, i Perkins, Joe e Colin, corrono giù per la via parallela, in sella alle mountain bikes, diretti con tutta probabilità al campo di pallone.
Poco più a valle abita Andrew Terson, in un cantuccio con il prato all’inglese ed un pull-over a scacchi, che aspetta di salutare Miss Tiana LaMont, la figlia del lattaio, la più bella ragazza di tutto il paese, mentre si dirige verso il fioraio o dal libraio.
Brian respira la brezza serale a pieni polmoni e si guarda intorno rapidamente per tornare alla fotografia.
Nella casa sull’altra collina abita la famiglia Dale e, nello specifico, Sarah e Jason Dale, i quali hanno due figli, Brian e Margaret. Margaret si fa i codini e li stringe con due bei fiocchi rosa, Brian guarda pensieroso fuori dalla finestra il sole che già inonda la stradina e si riflette nelle pozzanghere. La sua mente è lontana mille miglia dal suo corpo. Qualcosa lo colpisce e si volta, una voce lievemente irritata gli giunge all’orecchio come un boato.
«Brian! Bri-an! Mi stai ascoltando?»
«Si, mamma.»
«Zia Martha sarà qui a momenti. Comportati bene, mi raccomando. Saremo di ritorno tra due o tre ore. »
Brian annuisce piano. Zia Martha è una vecchia pazza in fissa per i gatti e con la fobia della polvere e dei germi. Sospira e rivolge nuovamente la sua attenzione alla strada per vedere i Perkins sfrecciare a tutta velocità (a tutta birra,bro!) giù per il sentiero, ridendo. Li segue con lo sguardo finchè non spariscono dietro gli alberi.
«Ah, e quando torniamo ti porto giù in paese a farti sistemare quei terribili capelli. Santo cielo, sono cresciuti ancora.”
Il volto del Brian adulto si distende in un lungo sorriso. Ha ancora i capelli lunghi, pensa, passandoci una mano attraverso.
Zia Martha arriva puntuale e lei e Brian salutano i genitori dall’uscio.
«Divertiti, Maggie!» dice Brian alla sorella che lo saluta dal finestrino dell’auto.
«Ti porto un ricordino!» risponde lei sorridendo prima che la macchina esca dal vialetto per dirigersi verso la stazione. Maggie andava in campeggio e non sarebbe tornata prima di due o tre settimane.
Zia Martha si siede sul divano ed invita Brian a mettersi vicino a lei per raccontargli uno dei suoi infiniti racconti di gioventù (quando le ragazze erano signore e i giovincelli galantuomini..). Era lì che lo aveva conosciuto per la prima volta, nei ricordi sparsi e arrangiati confusamente della zia. Ne parlava piano, sottolineando i dettagli, le scalanature, i contorni di quel meraviglioso paesaggio: il mare. Un’immensa distesa di acqua salata che si stagliava contro il cielo azzurro e si infrangeva su picchi di roccia scoscesa e fini grani di sabbia.
Brian prende un secondo respiro profondo e tende di nuovo l’orecchio ai rumori del presente.
Distoglie lo sguardo dalla fotografia e guarda di fronte a sè. Chiude gli occhi e li riapre lentamente, aspettandosi di trovare la sua camera, l’intelaiatura della finestra o il suo studio, ma questo non succede. Brian (il Sognatore) è perfettamente sveglio e ciò che vede non è un sogno più di quanto lo sia la sua stessa esistenza.
Il suono delle onde è dolce e ritmato, il profumo di salsedine è così intenso da riempirgli i polmoni, inebriandolo. Il mocassino ha una scarsa presa sui ciottoli sparsi per la spiaggia, ma non gli importa.
Pensa a sua madre, a suo padre ed al suo studio, ma, più che al resto pensa alla sua condizione. Di salute fragile, aveva lasciato il paese solo all’età di venticinque anni e solo in quel momento era riuscito a vederlo, quel titano degli elementi.
è maestoso,imponente.
Il sole tramonta lento e incendia l’orizzonte. La vasta piana acquamarina sembra un’enorme piattaforma fiammeggiante.
Brian si rivolge verso l’ammasso di rocce (scogli, mio caro, si chiamano scogli) posizionate lì vicino ed inizia a scalare la prima (Brian, stai attento a non cadere!).
Si ferma, il respiro un po’ più affannoso, e si leva la giacca di pelle.
Guarda di nuovo l’orizzonte e poi la spiaggia.
I ciottoli sono disposti caoticamente ed armonicamente nello stesso tempo. Non è sabbia dorata e rovente come quella che Maggie gli aveva portato dalle Hawaii (quelle piccole macchiette rosa, B.. sì, quelle, sono delle minuscole conchiglie), ma, a suo avviso, è uno spettacolo ugualmente meraviglioso.
Guarda tra le fessure: l’acqua forma dei mulinelli di schiuma bianca e sottile tra il muschio ed i molluschi, rotea, si erge quasi strisciando tra le venature e si ritira nel ventre dell’oceano in rapidissimi e dolcissimi scrosci.
Il sole, ancora tiepido, gli scalda ora gli avambracci e le gote pallide e scavate.
Dà un colpo di tosse che gli incurva la schiena, il mondo intorno vacilla, vortica come la spuma marina e di nuovo si trova ad inspirare profondamente. Sente le costole rotte schricchiolare, la cassa toracica si alza e si abbassa ritmicamente, seguendo le onde. Le pupille si restringono e non sono più grandi di una capocchia di spillo. Cerca di seguire la zigrinatura dello scoglio (respira, B). L’inalatore è nella valigetta che giace abbandonata a riva ad una distanza che in quel momento sembra infinitamente grande, una muraglia invalicabile. Inspira una seconda volta. L’odore di sale torna a riempirgli le vie respiratorie (Dannazione, B! Respira!). Dopo alcuni interminabili secondi riesce a buttare fuori l’aria. Gli lacrimano gli occhi e gli tremano le gambe e le mani. è scosso da altri due colpetti di tosse e si tiene alla roccia fredda ed umida mentre tira su il capo ed osserva l’orizzonte ancora una volta.
I gabbiani emettono striduli richiami e si allontanano. Nel cielo si vedono ora le stelle e qualche nube leggera che vela la luna che piano si alza nell’oscurità.
Brian si alza e si dirige verso la spiaggia, raccoglie la valigetta e la giacca di pelle. L’albergo non dista molto, pensa. Con un ultimo sguardo saluta l’oceano e si ripromette di tornare l’indomani. E il giorno dopo ancora e quello successivo, come l’alta e la bassa marea, attratto dalla meravigliosa, aggraziata forza del gigante terrestre.

Un pomeriggio d’estate

In quest’afoso pomeriggio, con un refolo d’aria, perplesso per la sua esistenza, mi sono ricordati improvvisamente di un’estate di anni fa. Ho chiara l’immagine della “topia” di luglienga che costeggiava il muro della casa di mia nonna. Il rombo delle cicale sparse tra la sophora japonica, e gli ippocastani della “lea” in fondo al giardino, fin su al cedro. Un gigante che mio padre ed io, insieme, non siamo mai, stai capaci di abbracciare insieme.  Disteso su di un’amaca, fatta di teli vecchi, quelli dei materassi e corde rimediate e tirate tra un anello infisso nel muro e un grosso ramo della sophora, sto lì a oziare. Rimbambito, bhè ci voleva poco e ci vuole poco tuttora, dal caldo di un luglio che avvampa, predisponendosi alla calura d’agosto. Le colline intorno alla casa, immobili come le gobbe di un cammello nel deserto, sono coperte dai serpenti dei filari di barbera.
Sotto i pampini, gli acini annerivano, piano, cotti dal riverbero di quella terra argillosa, che a poco a poco si spaccava. Da quelle ferite sembrava quasi che la terra buttasse fuori il calore opprimente. Intanto non un alito di vento, anzi ti arrivava una boccata d’aria calda. Come quelle che lanci sui vetri d’inverno e il vapore ti permette di disegnare un cuore o le tue iniziali o stupidi sghiribizzi. Avrei avuto la voglia da andare alla pompa del pozzo e sfidare il caldo per pochi litri da mettere in un catino e poi rovesciarne il contenuto sul mio corpo accaldato. Ma il ricordo di quando fatto il giorno precedente e di come il tuo corpo si fosse coperto ancora una volta di quel sudore, spesso e salato, che entra negli occhi e te li fa bruciare. La sensazione di fresco dura un lampo e il caldo ritorna, veloce, feroce e ti attanaglia la gola; schiacciandoti il petto e il respiro si fa corto. Non avevo voglia di accendere neppure la classica sigaretta. La distrazione per una tensione, da cui non sapevo distaccarmi. Quasi che quel caldo maligno, giocasse con me un gioco perverso nel quale da bravo schiavo, non riuscivo a decidere di dire la parola che interrompesse il gioco stesso. Non ero neppure più io il vero padrone del gioco. Forse neppure lui, il caldo, era più interessato a giocare. In fondo la vittima c’era; poi il gioco è bello finché dura poco. Dopo è noia. La noia di un afoso pomeriggio di fine luglio, sotto una “topia” di luglienga ad ascoltare il monotono ronzio delle vespe che si attaccavano a tutti gli acini, compresi quelli acerbi. Le più sono ferme, incapaci di volare e attendevano che si smorzasse un po’ la fornace. Aprivo distratto il libro che mi ero portato, convinto che la quiete della campagna favorisse la lettura. Certo però non in quelle condizioni. Anche le parole, con chi mi stava attorno, uscivano già calde a impastare la lingua ai denti. Erano un sibilo, un rantolo, un borbottio che otteneva altrettanti borbottii, come risposta. Avessi avuto la forza, sarei andato dietro casa, sotto le prugne a cercare quelle più mature; oppure avrei fatto due passi a guardare sotto il fico per indovinare i migliori. Mi accorgevo come la testa fosse vuota; anche di quel minimo d’attenzione che avrei dovuto impegnare. Mi sembrava di fare lo strozzino nei suoi confronti. L’interesse per una susina matura era troppo alto da spendere, in quel momento. A quel tempo non c’era neppure un PC per dar noia a qualcun altro, con questi ricordi, che tengono caldo in questi momenti e non compagnia, come avrei voluto che fosse.

All’ospedale

LOgo ospedale

Mi sono seduta su una sedia di fronte alla reception e mi sono sentita estremamente a disagio. Il motivo non riesco a comprenderlo ma la sensazione dentro di me era palpabile. Forse perché l’orario delle visite inizia tra 30 minuti, forse… Il motivo del mio muovermi agitata e ansiosa sulla panca appare chiaro, nel momento in cui mia madre mi vede in attesa.

Si avvicina e mi chiede subito di Jake, il nostro cane. So che è preoccupata per lui e lo sarà ancor di più, quando le dirò che l’ho lasciato con la nostra vicina di casa.
“La signora Larry?” esclama fuori di sé in un accesso di collera furibonda. Non riesco nemmeno a replicare che riprende a sbraitare. “La signora Larry è pazza! Non lo sai? Lei strepita furiosamente coi ragazzi che giocano davanti alla sua casa. Jake non sarà minimamente al sicuro con lei! Non posso rimanere un minuto più a lungo in questo ospedale. Portami via immediatamente di qui”.

Come una promessa difficile da mantenere, le ho detto che sarebbero stati ‘solo un paio di giorni’ ma sapevo che le stavo mentendo spudoratamente. Mi sono sentita in colpa verso di lei e sto pronunciando alcune frasi di circostanza, quando da una porta laterale esce un’infermiera visibilmente contrariata.

“Signora, perché è qui e non nella sua stanza?” le dice con tono poco cortese, mentre l’afferra per un braccio con malagrazia. “Gli ammalati non possono uscire dal reparto!”

Poi spariscono inghiottite dalla porta, dalla quale era uscita, mentre mia madre, visibilmente contratta e furiosa, si dimena per tornare da me.

So che non l’avrei potuto aiutare nel suo proposito, perché deve restare ricoverata per un tempo più lungo dei pochi giorni che le avevo detto. Tuttavia Jake deve rimanere in custodia alla signora Larry. Non ci sono altre soluzioni possibili.
I miei pensieri sono interrotti da una presenza di una persona, che mi appare all’improvviso di fronte a me. E’ un bel giovane che non ha l’abbigliamento adatto per un ospedale. Una giacca sgualcita di alta sartoria, un paio di pantaloni di Armani elegantissimi. Una camicia bianca di seta con una vistosa cravatta gialla. Delle scarpe di vernice, più adatte a una cerimonia nuziale che in un posto per ammalati. Lo guardo un po’ basita, mentre lui si avvicina per domandarmi qualcosa.
“Sai quando inizia l’orario delle visite?” mi chiede con voce poco sicura.
“Tra mezz’ora” rispondo ancora un po’ turbata per la comparsa di mia madre.
“Oh!” esclama tra il sorpreso e il rassegnato. Si siede accanto a me, senza porsi la domanda se io voglia accettare la sua presenza. Comincia a parlare come se mi conoscesse da una vita. Questo mi infastidisce un po’. Non mi piace dare troppa confidenza agli sconosciuti.

“Questo è un buon ospedale?” mi domanda, guardandomi negli occhi.
“Presumo di sì. So che molta gente è guarita perfettamente qui. Almeno è quello che si racconta” gli dico con un leggero sentore di ridicolo nella mia voce.
“Te lo chiedo, perché mia moglie è ricoverata qui da un paio di giorni per un intervento chirurgico. C’è stato un incendio in casa nostra. Ero all’estero per un incontro d’affari. Appena mi hanno informato, ho preso il primo aereo ma viaggio è durato oltre due giorni” esclama tutto d’un fiato.
“Capisco” rispondo laconica. Non riuscivo a comprendere perché desse tutte queste informazioni a un’estranea. “Questa è la tipica maniera di scaricare su uno sconosciuto un sacco di notizie per condividere con lui ansie e tensioni” riflettei rapidamente senza dimostrare il mio disappunto.

“Mi hanno informato che era un infortunio lieve, da nulla. Allora mi domando perché devono eseguire un intervento chirurgico?” comincia, iniziando la conversazione.
“Non sono sicura ma secondo me lei sta migliorando. Non ti preoccupare” cerco di rassicurarlo, anche se dubitavo alquanto delle mie parole.

“Non è stato sicuramente un incidente di poco conto, se necessita di paio di interventi” afferma con voce turbata.

A sentire quest’ultima affermazione il mio cervello va in tilt, perché avevo sparato una grossa cavolata, perché la diagnosi non era sicuramente valida. Non so come rimediare alla gaffe, quando un suono provvidenziale mi salva in corner.
E’ il suo telefono, che squilla.

“Ciao tesoro, mi dispiace ma non posso tornare a casa subito. Sono in ospedale. Torno presto. Va bene?”

Rimane un po’ in silenzio, prima di chiudere la conversazione. Non sono riuscita ad afferrare le parole di risposta. Mi domando chi poteva essere al telefono da essere chiamata affettuosamente ‘tesoro‘. Sono curiosa di sapere e la mia curiosità viene presto appagata.
“Era la mia bambina” mi dice, guardandomi fisso negli occhi.
“Quanti anni ha?” gli chiedo cercando di mascherare il mio interesse.
“Ha sei anni. Questa è la sua fotografia”.

Mi mostra l’immagine di una ragazzina carina, vestita come una principessa, seduta sulle ginocchia di una donna bellissima con i capelli color dell’oro, che cadono con grazia sulle sue spalle, e con due occhi nocciola brillanti e vivaci.

Osservo con attenzione quel viso di donna e non riesco immaginare cosa possa esserle successo. Mentre rifletto su questa foto, sento la sua voce piena di gioia.
“Se non hai fretta, potresti accompagnarmi da mia moglie e dirle ‘
ciao‘”.

La richiesta mi prende in contropiede e non riesco a rispondergli negativamente. Da mia madre ci andrò dopo. Dopotutto non sta male, ha necessità solo di un piccolo e banale intervento alla vena della gamba sinistra.
“Va bene” gli confermo con un cenno del capo.

“Grazie” replica mentre nota che la mezz’ora è già trascorsa. Mi prende una mano e mi aiuta ad alzarmi per raggiungere le porte dell’ascensore. Quando arriva, preme il pulsante col numero 3. Silenzioso sale, mentre il display indica 1, 2, 3. Si ferma al terzo piano. Usciamo dirigendoci verso una porta poco distante.

“Mi hanno detto che si trova nella stanza 333” mi dice indicandomi una targhetta posta di fianco a un porta bianca chiusa. Mi tiene sempre per mano come se avesse paura che io scappi. Entriamo. Sono morta a quella vista.
I suoi capelli d’oro cadono con grazia sulla sua spalla sinistra ma gli occhi nocciola non sono così brillanti come nella fotografia che mi ha appena mostrato. Il volto è talmente sfigurato, che è praticamente impossibile pensare che siano la stessa persona.
“Tesoro, sono qui” mormora, avvicinandosi al letto.
“Bene. Lei è il marito?” esclama un’infermiera, che era comparsa silenziosa alle nostre spalle. “Tra non molto la muoviamo per cambiarle reparto”.

Io ho un sussulto di paura, perché non mi aspettavo quella presenza imprevista. Mi osserva curiosa, forse domandandosi chi sono, visto che continuava a tenermi per mano.

Per la prima volta da quando l’ho incontrato, è silenzioso e pare non curarsi dell’informazione ricevuta. Non può essere diversamente. La visione avrebbe ammutolito chiunque, anche chi fosse stato preparato a quella vista.
“Tesoro, c’è qualcosa che non va in me?” domanda la donna, osservando i nostri volti terrei e sbiancati.
“No, assolutamente no. Come ti senti?” le domanda, cercando di modulare un tono premuroso.

La sua voce è ruvida, incerta, ben diversa da quella che avevo ascoltato pochi istanti prima.
“Mi sento strana” risponde lei, tentando di sorridere. Il volto della donna assume un bizzarro ghigno ben differente da un sorriso. L’uomo la guarda perplesso. Non sa cosa risponderle per rassicurarla.

“Le hanno dato degli antidolorifici” lo informa con premura l’infermiera, che è rimasta accanto a noi, per rispondere alla domanda inespressa.
“Stai notando qualcosa di anomalo in me?” gli domanda preoccupata per il silenzio del marito.
Mi sono sentita morire dentro, perché il mondo è ingiusto!
“No tesoro, sei bella come sempre”.

SO CRUEL

Il vecchio si dondolava lentamente alla sedia, scrutando la linea offuscata dell’orizzonte con i suoi occhi grigio azzurri. Quell’estate la sua campagna non era mai stata così rigogliosa.
Centinaia, forse migliaia spighe di grano si muovevano pigre, spinte da sussurri di brezza calda. Il sole batteva ma il tramonto era ormai vicino.
L’uomo continuava a dondolarsi, riflettendo sul tempo e sul destino. Argomenti da vecchi, da gente che odia di esserlo ma sa che non si può tornare indietro.
Era rimasto solo da anni. Era abbastanza abituato da poterci convivere senza ulteriori affanni, senza chiedere aiuto. Forse non era poi così vecchio.
Il grano continuava a danzare davanti al portico della sua casa, un deserto sconfinato di bastoncini flessibili.
Ripensò per un attimo ai cani randagi. Ripensò subito dopo all’urlo di sua moglie. La loro bambina, la loro unica figlia stava per cadere dalla bicicletta, circa trent’anni fa. Sua moglie aprì la porta appena in tempo per vederla vacillare. Fu allora che gridò spaventata. Il motivo non fu il rischio di una normale caduta dalla bicicletta. Dal grano, da quelle spighe danzanti, comparve il muso ringhiante di un cane nero.
Sua moglie gridò più volte e lui accorse dalla rimessa sul retro; la bambina cadde su un lato ferendosi al ginocchio e al polpaccio, macchiandosi di terra il vestitino, iniziando a piangere. Però non vide mai quell’animale intruso che sembrava volesse avanzare minaccioso e uscire allo scoperto sotto il sole acceso di luglio.
Ora, a distanza di così tanto tempo, il non più giovane vedovo si ricordò di quell’episodio apparentemente senza senza significato.
Si aspettò quasi di vedere ricomparire quel cane, invecchiato magari quanto lui.
Allungò la mano destra tremante e afferrò il bicchiere. Mentre sorseggiava il suo vino immaginò la scena.
Quel bastardo di cane, che all’epoca aveva aggredito a sangue vari bambini di altre case nei dintorni, si faceva largo tra le spighe, il pelo ispido, i baffi sporchi di sangue secco, i denti accuminati. Solo che adesso non era proprio un cane vivo. Il tempo non trascorre allo stesso modo per animali e uomini, lo sanno anche i sassi.
Quel cane barcollava, come se volesse aggrapparsi alle poche forze residue, barcollava e ringhiava, non rinunciando al proposito di seguire l’istinto famelico, di attaccare. Attaccare e uccidere.
Il vecchio, che non era mai stato un uomo onesto nella vita e che aveva più volte abusato di sua figlia a insaputa della moglie, mantenendo con prepotenza dei torbidi segreti, sghignazzò al sole morente di quell’ennesimo giorno.
Vuotò il bicchiere e si pulì l’angolo della bocca con il polso ruvido. Quell’estate era speciale, non solo per la campagna florida. C’era qualcosa nell’aria, la si fiutava come un leone con il sangue e il sudore della preda. C’era qualcosa di magico e di perverso, di nero come il pelo di quel fottuto cane.
Magico e perverso. La fine di qualcosa e l’inizio di un’altra.
Quando si alzò dalla sedia a dondolo di legno consumato, il sole era già basso e le ombre stavano per inghiottire gli spazi. La ragazza che torturava quotidianamente, rinchiusa in cantina, lo stava aspettando. Chissà se oggi quella troia avrebbe gradito un po’ di fragole fresche prima di essere violentata. Il vecchio se lo domandò, corrugando la fronte come se fosse di fronte a un dilemma universale.
Il vento cessò ma qualcosa continuò a muoversi nel mare di grano, qualcosa pronta ad attaccare. Il vecchio però non potè accorgersene, la sua mente era altrove.