Dal diariuo di uno scrittore – luglio 1962

Avevo finito l’esame di maturità scientifica il 18 luglio del 1962 ed ero stremato per la grande calura e lo stress nervoso di quattro scritti tosti e otto orali non meno impegnativi. In quegli anni si portavano tutte le materie senza eccezione alcuna ma come da copione erano cambiate le regole a metà anno scolastico: anziché l’ultimo, come era stato in precedenza, il programma era costituito dagli ultimi tre. Naturalmente fu una corsa contro il tempo, perché riesumare e preparare anche i due precedenti non era uno scherzo.

Il caldo quell’anno cominciò a picchiare duro già ad aprile. A maggio sembrava di essere in agosto. Giugno e luglio furono tremendi. Si annaspava nell’afa umida di Ferrara, boccheggiando dopo le dieci di mattino fino alla sera alle otto. Così con altri tre compagni decidemmo di studiare nel mio giardino all’ombra di un grande sicomoro dalle sei alle undici e nel pomeriggio dalle cinque alle otto. Alle nove ero già a letto. Un’autentica maratona per essere pronti il primo luglio a cominciare con lo scritto di italiano. Per gli orali tutti i maturandi del Liceo Scientifico erano stati divisi in due gruppi in stretto ordine alfabetico. Uno avrebbe iniziato con le materie letterarie (italiano, latino, storia e filosofia), l’altro quelle scientifiche (matematica, fisica, lingua straniera – tedesco o inglese -, scienze). Io ero l’ultimo del primo gruppo e ovviamente fui anche l’ultimo a finire. Qualcuno potrebbe pensare che avevo avuto fortuna sfacciata essere l’ultimo ma in realtà mi sono macerato dalla tensione per due motivi: il primo era che non ho mai amato aspettare a lungo perché mi toglieva concentrazione, il secondo era che gli argomenti oggetto delle interrogazioni si restringevano sempre di più rischiando di beccare quelli più ostici.

Comunque per farla breve il 18 finì brillantemente scritti e orali, ottenendo quasi la media del sette come esito finale. Ero soddisfatto perché avevo migliorato la media di ammissione che era appena sopra il sei.

Come premio mi concessi una vacanza di una settimana a Auronzo. Era la prima volta che andavo tutto solo via da casa. Erano altri tempi allora, perché i genitori ti tenevano al guinzaglio. Organizzai tutto in fretta: biglietto del treno per Calanzo, prenotazione di una stanza a Auronzo. A Calalzo i genitori di un amico mi avrebbero recuperato per portarmi nella località di soggiorno.

Eccitato, frastornato dalla fine degli esami ed emozionato dall’imminente viaggio sbagliai tutto. Dissi che sarei arrivato alle quattro del pomeriggio ma in realtà giunsi molto più tardi.

Ma procediamo con ordine.

Il 21 luglio, il giorno del mio compleanno, presi il treno a Ferrara col mio scarso bagaglio per scendere a Padova, dove poco dopo dovevo prendere la coincidenza per Calalzo. Però non avevo messo in conto la mia passione per la scrittura che questa mi tradì. Scrivevo in quell’epoca poesie perché di prosa non riuscivo a mettere insieme più di dieci righe arenandomi mestamente subito dopo. Solo dieci anni più tardi riuscì a mettere mano a un racconto ma non divaghiamo troppo su argomenti non pertinenti.

Dunque salito in treno mi immersi a scrivere e rileggere poesie estraniandomi dal mondo circostante. Quando ero concentrato, rumori e suoni, parole e persone sparivano dal mio orizzonte, svanivano come i sogni all’alba. La mia situazione era come se fossi in una bolla, isolato fisicamente e psicologicamente dal resto del mondo.

Cominciai a scrivere una serie di poesie ricordando il primo grande amore vecchio di un qualche anno, durato lo spazio di un’estate. Si chiamava Doriana, una ragazzina di tredici anni, secca come uno stecco e acerba come una mela verde. Avevo quattro anni di più. Grande amore? Forse no, grande infatuazione da parte sua, meno da parte mia. Io stravedevo per la sorella maggiore, mia coetanea, che invece non mi degnava di uno sguardo. Però tra alti e bassi passammo un’estate che non avrei dimenticato. Grandi litigi e dolci riconciliazioni erano quasi quotidiani. Primi baci furtivi nel giardino al buio condivano quasi immancabilmente le nostre serate, che trascorrevo con lei nella sua casa. I genitori non ostacolavano la nostra storia e fingevano di vederci abbracciati nell’oscurità. Però eravamo troppo diversi perché potesse durare. La giovane età, le inclinazioni differenti, le personalità poco disponibili furono un fardello troppo gravoso da portare e con l’autunno tutto finì.

Il dondolio ritmato del treno favorì il riemergere di questi ricordi

Durante il viaggio ne scrissi una decina di poesie tutte dedicate a lei.

Il carattere scorbutico e a tratti più spine che rose mi avevano suggerito questa che la ritraeva come la vedevo col filtro dei ricordi.

Poesia n.ro 1

Tu sei selvaggia e spinosa,

tu sei indomita e fiera:

non t’appassire ora,

perché bella è per la vita ora.

Fiore di serra incolto,

fiore di campo disadorno

rifiorisci alla dolce aria

della fresca e odoroso Primavera.

Però la personalità decisa, graffiante, nonostante i soli tredici anni, era stata una spina nel fianco, un motivo di tante baruffe che poi si concludevano con una pace provvisoria. Un’autentica gattina pronta a graffiare e farsi coccolare.

Poesia n.ro 2

Quando tu graffi,

quando tu fai le fusa,

sei come una gatta,

che incanta.

Quando tieni il broncio,

quando sorridi,

sei come il sole

che gioca lassù fra le nubi.

 

Immerso nella scrittura e nel recuperare frammenti di memoria, la stazione di Padova passò senza che me ne accorgessi e io arrivai a Venezia dove la coincidenza per Calalzo era un paio d’ore dopo e con un viaggio molto più lungo. Allora non c’erano i telefonini per avvertire che sarei arrivato molto più tardi del preventivato ma le vecchie cabine rosse di Sip che funzionavano a gettoni.

«A chi avrei telefonato?» mi domandai inquieto senza trovare una risposta, mentre ero seduto in attesa del treno.

Per amore della scrittura rischiavo di impantanarmi a Calalzo senza la certezza di trovare un mezzo per arrivare a Auronzo. Con l’incoscienza dei miei diciannove anni decisi lo stesso di proseguire anche se avessi dovuto fare l’autostop per giungere a destinazione, dando per scontato che le persone che mi aspettavano, non vedendomi, se ne sarebbero andate senza di me..

La linea Venezia – Treviso – Belluno – Calalzo non era elettrificata ma era percorsa da un vecchio treno a vapore. Coi finestrini rigorosamente chiusi per non respirare la polvere di carbone che dispensava con grande generosità mi sembrava di essere in una fornace, tanto era il caldo all’interno del vagone. Dure panche di legno non invitavano a scrivere, anche perché la paura di sbagliare e di ritrovarmi chissà dove era troppo forte per estraniarmi dal mondo. Non avevo la certezza che quel vagone proseguisse per la destinazione finale, essendo prevista una sosta a Conegliano per il cambio del locomotore.

Osservai la pianura veneta riarsa dal sole mentre la mente continuava a vagare tra i ricordi di quell’estate che pareva lontana e sbiadita dal tempo. Mille nuove parole sgorgavano nella testa ma non avevo voglia di fissarle sulla carta, perché dovevo rimanere vigile e attento alle stazioni, agli annunci.

Erano quasi le nove di sera quando stanco, affamato scesi alla stazione di Calalzo, dove quei signori mi stavano aspettando pazientemente.

Ho sbagliato treno” dissi candidamente.

Questo era l’ultimo della giornata” risposero sorridenti.

La vacanza era cominciata ma le avventure non erano ancora finite.

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QUESTO E’ UN POST DI BRICIOLANELLATTE: FIABILANDIA

La bambina, una cascata di boccoli d’oro su di un viso d’angelo, si avvicinò in punta di piedi alla madre.
«Mamma… cos’è la Realtà?»
«Cosa fai in piedi ancora a quest’ora, Emmie?»
«Cos’è la Realtà? Dimmelo, dai».
«Chi te ne ha parlato?»
«Gli animali del bosco».
La madre si riempì gli occhi del tramonto dai mille colori che illuminavano Fiabilandia, poi disse:  «so che la Realtà non è piacevole ed è molto diversa da quello che c’è qui. Tu per esempio non saresti così dolce, né io così giovane e questa stessa casa non sarebbe di marzapane».
«Però avrei pur sempre la mia nuvoletta su cui dormire…»
«No, neppure quella».
«E gli uccellini con cui parlare?»
«Neppure. Niente nuvoletta, né Fatina Nelly, né Riccio Parlante. Poi ci sono le malattie, la morte, il Male».
«Ma anche qui nelle favole ci sono gli orchi e la Matrigna cattiva…»
«Sì, però servono solo per far trionfare il bene. Noi alla fine siamo sempre tutti felici e contenti, non è vero, piccolina mia?»
La bambina l’abbracciò forte. «Certo, è così. È meglio vivere qui, con te che sei la mamma più bella del mondo».
«Adesso vai a dormire, però» le sussurrò dandole un finto scappellotto sulla tutina rosa confetto. «Sennò ti si raffredda la tua nuvoletta».
La donna la vide trotterellare via, chiuse gli occhi su quel tramonto da pittore impazzito. I colori la inebriarono di profumi e di suoni. Poi li riaprì.
‘Un altro maledetto sogno’ fece scuotendo la testa. Si sentì daccapo i dolori alle gambe e al collo, gli anni addosso di disperata solitudine. Guardò il flacone sul comodino. ‘Devo diminuire la dose. È troppo forte’ ammise a bassa voce pur sapendo che non lo avrebbe fatto. Poi si arrese alla sua stanchezza e chiuse di nuovo le palpebre per ritrovare da qualche parte nella mente quella bambina che non aveva mai avuto.

Come segni sulla strada

Ti avvicini per dire qualcosa,

mentre  il buio aggredisce la notte

e parli con la voce più acuta d’uno spillo,

come per catturare l’attenzione

perché a volte le parole sfuggono

nella disattenzione del momento.

Eppure sei più me di me stesso,

hai i tempi esatti della mia esistenza,

anche se il dado a sei facce ha sbiadito il suo volto

e la fortuna gira su se stessa senza che trasformi

gli eventi in momenti d’oroscopo,

sapendo che per noi l’oracolo è un destino

che un altro ha posto e dell’alterità ne è il senso.

E allora basta masticare parole come lingue,

vivere nell’illusione del tempo che non passa!

e allora dimmi quello che hai deciso di dirmi,

rimarrò in silenzio come un padre

che nel figlio ascolta il motivo della sua esistenza,

come quel sentiero che Hansel usa ancora

per ritrovare la strada.

 

***

Quanto dista il mio sguardo dal tuo mondo

diviso in due emisferi,

segreto nell’incedere del corpo

appeso alla magia dell’equilibrio,

come l’occhio che non si fa scoprire

se di quel punto ne fa una bramosia,

come idillio di curve sospese

e al centro la cesura in due emistichi.

Dimmi qual è il segreto

di un mondo da traguardare,

tagliato in due sagome d’amore

sospeso all’apice di gambe

che ne fanno un capitello,

tracciando appena la soglia,

la linea di demarcazione tra desiderio e pace,

sostenendo che nel tempo la fortuna

prenda il nome di una forma.

 

***

 

Mi prende il vuoto

come uno scavo nella roccia,

e mi sorprende la dislessia dell’anima

quel senso di non detto,

di inabissato,

anche se fissato dai tempi degli esordi.

 

E non si scappa dal vortice che affossa,

se non alzando gli occhi,

come per dire t’amo e riprendere la strada.

(di Stefano Re)

La mano del morto

La mano del morto

Già appariva sinistro quel raggio di luce contorto, uscito dal rammendo di una vecchia tendina, appesa alla finestra laterale. Sembrava una biscia fuori posto, intenta a interrompere l’umida penombra della stanza, con la sua corsa obliqua, trafitta da un pulviscolo elusivo. Una tovaglia grezza, ancora odorosa di bucato, velava lo specchio sul fondo, sovrastante la rustica credenza. Allora ero un bambino e non sapevo che – riflessa in uno specchio – avrebbe perso la capacità di viaggiare l’anima di un morto. La superficie lucida l’avrebbe imprigionata per sempre, togliendole il potere, anzi il diritto, di volare alto. Anche per questo, mia nonna, teneva alla cintura una bella chiave vecchia, con l’asta e l’occhiello lavorati. Come sarebbe stato possibile aprire la porta del paradiso senza quel prezioso attrezzo?
Era il mio primo incontro col mistero della morte quello che mi attendeva in quella stanza, quasi sempre chiusa (la camera dell’ottomana, un rigido sofà di velluto scuro, scomodissimo, ma prezioso perché era appartenuto alla nonna della nonna), dove si conservavano gelosamente i bicchieri non spaiati e un servizio di tazze da caffè, avvolto nella velina, da usare solo il giorno di Natale, per le feste grandi, battesimi, fidanzamenti e funerali.
Sì, avevo visto tirare il collo alle galline, avevo udito l’urlo straziante del maiale sgozzato dal norcino, avevo pianto per la morte del mio cane, un affettuoso meticcio, mio compagno di giochi, ma quella era la fine di animali, l’essere umano era un’altra cosa, o almeno così credevo, nella mia ingenuità di bambino.
Adagiato nella bara aperta, al centro della stanza, c’era il corpo del nonno, morto mentre sonnecchiava seduto all’ombra del noce, come usava fare tutti i pomeriggi, prima di riprendere il lavoro. Chiamava un “passacuore” questo suo breve, meritatissimo lusso. E il cuore l’aveva preso in parola, passando verso l’Altrove, una volta per tutte. Quel corpo senza vita, aveva, ai miei occhi, un’ estraneità sorprendente. Sembrava una statua di cera, una falso del padre di mio padre, di cui ricordavo la mobilità del volto simpatico e sorridente.
Le donne, sul fondo della stanza, mormoravano preghiere.
Gli uomini stavano impalati col cappello in mano. Strano, visto che di norma, non lo toglievano mai, nemmeno seduti a tavola. I pensieri correvano rapidi dentro la mia mente persa dentro tante novità, quando il silenzio fu rotto dal pianto disperato di una bambina, trascinata a forza dalla madre, che irruppe nella stanza.
Cocciuta, la donna, segaligna, animata da una bieca “buonavolontà”, sollevava quasi da terra una bimba esile, circa mia coetanea, recalcitrante e terrorizzata dall’avventura in agguato per lei. Sfilateli gli occhiali dalla spesse lenti, quella mamma intenta al bene futuro della figlia, ha accostato la mano sollevata a forza del nonno, agli occhi malati della piccola.
Mi è parso di vedere un indimenticabile artiglio tragico, attraversato dal raggio di luce polverosa, che la finestra non smetteva di proiettare. Unna scena da film dell’orrore. Tutti i presenti erano persuasi che la vista della bambina sarebbe migliorata, dopo l’ ”applicazione terapeutica” della mano del morto.
Anni dopo, ho incontrato la ragazza per caso.
Camminava a testa bassa, recando un pesante cesto di mele appeso al braccio. Non mi fu dato di vederla in volto. Non seppi mai se il nonno fosse riuscito ad operare il miracolo. (g.g.)

Grazia Giordani

Dove meno te l’aspetti

Le tombe affiancate dei fidanzatini con la stessa fotografia sui due rettangoli di ceramica, lui che abbraccia teneramente lei davanti a una torta di compleanno con le candeline, gli sguardi rivolti alla macchina fotografica; a lato lo stesso ingenuo epitaffio in corsivo, solo i nomi scambiati:

Dio oggi vi ha voluti con Sé

Giudi e Rico (Rico e Giudi sull’altra)

In Cielo vi ha uniti in Matrimonio

Per rendere partecipi gli Angeli

Del vostro Amore,

le tombe affiancate dei fidanzatini lo commuovevano ogni volta che ci passava davanti, gli facevano ronzare in testa per ore il verso Well, Juliet, I will lie with thee to-night, gli facevano venire agli occhi lacrime che cercava di respingere, di nascondere perché lo riempivano di imbarazzo, e non poteva fare a meno di fantasticare, di costruire una storia. Un incidente d’auto, forse proprio all’uscita da quella festa dove avevano spento diciotto candeline, una patente fresca messa alla prova, un po’ d’alcol nelle vene e le loro vite si erano spente come due candeline in più. O forse erano in aereo, ne cadono tanti, si legge spesso sul giornale. In aereo, come i suoi genitori.

* * *

Marco era abituato alla solitudine. Dopo l’incidente che l’aveva reso orfano a sette anni lo zio paterno non aveva potuto fare a meno di prenderselo in casa e di mantenerlo agli studi ma non era stato per lui né un padre né un amico. La tristezza irrimediabile che ci si porta nel cuore sovente indurisce all’esterno, rende cattivi, ma non nel suo caso. Era stato un bambino timido e sensibile che non sapeva giocare a pallone e non aveva amici; era diventato presto un giovane uomo timido e sensibile che non guardava la partita e non aveva amici. Non era mai stato un ragazzo, non si era mai tuffato nell’oceano che c’è al di là degli occhi di una donna né aveva mai provato lo struggimento di averli persi.

Così come molti la annegano nell’alcol, lui annegava la propria solitudine nell’arte, cui dedicava il tempo libero e i pochi guadagni saltando da un volo low-cost ad un ostello per la gioventù ad una squallida pensioncina, purché fossero vicini a musei, mostre, esposizioni. Un giorno, di ritorno dalla Tate Modern, nel suo pessimo albergo fu incuriosito da una locandina che pubblicizzava visite guidate al cimitero monumentale di Highgate.

Fu una rivelazione, non tanto per l’arte funeraria e le tombe di personaggi famosi quanto perché scoprì che l’ambiente del cimitero, la vicinanza dei morti, gli comunicavano una sensazione di calma e di profonda, impersonale serenità che non avrebbe mai immaginato e non sapeva capire. Forse il trovarsi di fronte all’eternità? Onorare indirettamente i genitori, i cui corpi erano dispersi e il cui ricordo era ormai quasi svanito? O forse riscattare la pochezza della sua vita, che era quasi umbra super terram né più e né meno di quella di chiunque altro, compresi santi, sapienti, ricchi, potenti, famosi? Chissà. Aveva rinunciato a spiegarselo, ma non a frequentare i cimiteri. Aveva preso un pastis da La Renaissance al Père-Lachaise, aveva accarezzato i versi sfuggenti di Valéry a Sète, aveva fantasticato del Golem, verità e morte, davanti alla tomba di Rabbi Loew a Praga.

In patria, dopo aver visitato tutti i cimiteri monumentali italiani, continuava a provare, quasi una forma di dipendenza, il bisogno di quella meravigliosa sensazione, quel nirvana, sciogliersi nel flusso universale e continuo delle cose, tranquillo, imperturbabile, eterno. Cominciò a frequentare regolarmente i cimiteri della sua città, nei fine settimana, senza fretta, soffermandosi a lungo ogni volta su poche lapidi in modo da lasciare sempre qualcosa per le visite successive, come quando ci si raziona un cibo prelibato o le pagine di un libro prediletto.

Gli era capitato qualche volta di scorgere in lontananza nei viali interni una figura femminile vestita di scuro, alta, slanciata, lunghi capelli neri, senza mai riuscire a coglierne il volto. Non poteva essere sicuro che fosse sempre la stessa persona ma a volte ne era convinto: c’era qualcosa di riconoscibile nei suoi movimenti, un incedere maestoso e lieve, un camminare sulle nuvole che gli sembrava unico. Altre volte, quando non la incontrava, gli veniva da pensare che fosse solo un’illusione, una creazione della sua fantasia di uomo che non voleva ammettere di sentirsi solo. Ma poi eccola di nuovo e la sua realtà, carne ed ossa, gli si imponeva con evidenza.

Capitò anche, una volta, che cercasse di seguirla. Avrebbe voluto avvicinarla, rivolgerle la parola, vedere finalmente il suo volto ma era troppo timido, si manteneva a distanza pensando a quel che avrebbe potuto dirle per non sembrare inopportuno. Prometteva a se stesso che appena avesse trovato le parole giuste avrebbe accelerato il passo, l’avrebbe affiancata, ma le parole giuste non si lasciavano trovare. La figura prese un viale laterale e lui la perse di vista; quando arrivò anche lui ad imboccare il viale non vide nessuno, solo un turbinìo di foglie secche che presto si adagiarono a terra con eleganza, e un vago sentore di tuberosa.

Quella notte un episodio infantile dimenticato tornò come incubo. Un luna park, un castello dei fantasmi, un trenino si tuffa nel buio, la paura gli fa stringere forte il braccio della mamma ma gli occhi restano spalancati, dita spettrali gli sfiorano il viso, sussurri, lamenti, risate perfide, improvvisamente una figura femminile in lontananza emerge dal buio, i lunghi capelli neri le scendono sulla schiena, il trenino ineluttabilmente si avvicina, di scatto la figura si gira ed è uno scheletro ghignante. Ciononostante la volta successiva, quando la vide di nuovo nei viali del cimitero, la figura misteriosa non aveva preso nulla di quel terrore notturno e niente aveva intaccato la serenità che lui continuava a provare.

* * *

Oltrepassate le tombe gemelle dei fidanzatini, qualcosa attirò la sua attenzione. Nel giardinetto attorno a un mausoleo familiare un gattino molto piccolo, magro, apriva la bocca emettendo un miagolio appena percettibile. Si fermò, si chinò, lo accarezzò. Sembrava affamato. Dallo zainetto prese il panino che portava d’abitudine per fare uno spuntino, ne tolse il prosciutto e lo offrì alla bestiola.

Mentre la guardava mangiare avidamente si sentì sfiorare un braccio e si voltò. Una donna alta, slanciata, vestita di scuro, con lunghi capelli neri attorno a un viso ovale stupendo gli stava sorridendo; una fragranza di tuberosa raggiunse le sue narici.

«Mi perdoni se la disturbo» disse con voce soffice e carica di timidezza. «Questo gattino dev’essere l’ultimo della cucciolata, qualcuno ha ucciso la madre, sono già riuscita a trovare una casa per tutti gli altri, ma questo… chissà dove si era nascosto».

Marco non credeva ai propri occhi. La donna proseguì, come a giustificarsi: «Ho seguito le vicende di questa cucciolata perché vengo qui spesso, lei non ci crederà ma passeggiare per questi viali mi dà una grande serenità».

«Penso di capirla» disse Marco rispondendo al sorriso, e aggiunse: «Questo gattino potrei prenderlo io».

«Davvero? Sarebbe meraviglioso!»

Aprì la borsetta, cercò un pezzo di carta e una penna, scrisse qualcosa.

«Questo è il mio numero di telefono, spero di non sembrarle troppo sfacciata ma mi farebbe piacere se potessi vedere ancora questa bestiola… se non le è troppo di disturbo».

«Farà molto piacere anche a me, invece».

Al ritorno passò nuovamente davanti alle tombe dei fidanzatini. Gli sembrò che dalle fotografie guardassero proprio lui, che gli sorridessero.

Scoperte

schliemann_troja[1]

La tenda era sconquassata da un vento teso proveniente da nord. I monti vicini non erano in grado di trattenere le raffiche che dopo aver percorso la pianura raccogliendo polvere e sterpi si abbattevano a corpo morto sul campo allestito per gli scavi.

L’umore non era dei migliori e il tempo inclemente non aiutava a superare lo sconforto di chi, dopo mesi di vane ricerche era approdato a quel lembo di terra che neanche aveva un nome se non nelle tradizioni orali delle sparute popolazioni locali.

Il vecchio canuto era accudito da un servitore che lo aveva accompagnato nelle sue peregrinazioni e che forse, lui solo, ancora credeva che un miracolo potesse accadere, tanta era la fiducia riposta nel suo maestro. Le lampade da campo erano ormai accese, protette dall’effimero velo delle tende ed emanavano a tratti un fumo nerastro la cui ombra tracciava curiosi disegni sulle mappe aperte, come se le nuvole tracciassero la loro ombra sul territorio rappresentato dalle carte.

Con l’immaginazione sembrava di vedere la terra brulla dall’alto e socchiudendo gli occhi si potevano scorgere piccoli segni neri in movimento seguire le piste e rari uccelli in volo spingersi lontano dal proprio nido. Il Maestro, assorto nei suoi pensieri osserva distrattamente questo gioco di fumo ed insetti che sembra dare vita alla mappa e inizia a seguire rapito il percorso delle carovane immaginarie.

D’un tratto, con un colpo di mano, tutti gli insetti che camminano sul tavolo vengono fatti sparire, e repentinamente si ritorna alla realtà. Il vecchio ora guarda però un punto preciso della carta con occhi lucidi mentre il respiro gli si fa più affannato.

Si. Deve esserre quì.

Non può che essere così.

Domani…

Domani sapremo.

Dopo anni di ricerche in luoghi fuori dal mondo il servitore era abituato a questi momenti di euforia e non fece caso alla nuova luce negli occhi di lui quando sulla carta, tra tutti gli insetti che la popolavano, ne era rimasto solo uno in un punto non lontano da dove si trovava il loro campo, un piccolo moscerino che con le ali aperte sembrava un segno tracciato a penna come su una mappa del tesoro.

Il vecchio si accorge che il servitore gli ha preparato il letto e predisposto gli abiti da lavoro per il giorno dopo. Con uno sguardo illuminato dalla speranza lo guarda e lo ringrazia per il suo lavoro:

-          Grazie, Franz, buona notte.

-          Buona notte a lei herr Schliemann!

Cecilia

Cecilia si china sul pavimento e scruta con attenzione la piccola macchia di sangue rosso scuro atterrata tra il forno e lo stipite della porta. Il panico le accelera il respiro. Tenta di rimuovere lo sporco il più velocemente possibile con un tovagliolo di carta, ma non fa altro che peggiorare la situazione. “Che cosa ho fatto?”. Dopo pochi secondi, gli occhi le cadono su tutte le altre macchie di sangue sparse sul pavimento, più o meno piccole. “Oddio, ma come è potuto accadere? E adesso?”. E non c’è tempo di passare lo straccio, poi lavare anche lo straccio, poi lavarsi le mani. Non c’è tempo. Improvvisamente si ricorda di qualcosa che ha sentito dire tanto tanto tempo fa da un’anziana parente, qualcosa che allora le era sembrata una sciocchezza gigantesca: le macchie di sangue si rimuovono più facilmente col dentifricio al fluoro. Per quanto assurdo le possa sembrare, Cecilia corre in bagno e prende il tubetto di dentifricio. Ne spalma una piccolo quantità sullo spazzolino usurato da mesi di utilizzo e poi comincia a fregarlo sul pavimento della cucina. Si sente ridicola. Dentifricio, sangue. Sangue, dentifricio. Ripete queste parole dentro di sè come un mantra, mentre l’agitazione le cosparge il décolleté di sudore. Pulire, rimuovere, far sparire. Nessuna traccia, nessun indizio. Nessuno deve vedere, nessuno deve scoprire. “Che cosa ho fatto?”. Getta un’occhiata all’orologio e il cuore le si ferma. Non c’è più tempo. Ci vuole un piano B. Molla lo spazzolino sul pavimento, prende il corpo, afferra il coltello a sega e inizia ad affondarlo nella carne tenera. Ma il terrore ha ormai preso il sopravvento: ancora troppo sangue in giro e il coltello che non taglia! Cecilia allora si fa venire in mente un’altra soluzione, assurda ed estrema: la sega elettrica in garage. Corre giù per la scale, la recupera, risale. La accende, inizia a tagliare. Non c’è più tempo. Sul viso iniziano a scorrerle della lacrime, non capisce come tutto questo sia potuto succedere, lei non voleva, certamente non era sua intenzione. Che cosa avrebbe pensato sua madre, se l’avesse vista? “Bisogna fare tanti piccoli pezzetti e mettere tutto in congelatore, ben nascosto. Poi vedo come posso sistemare le cose”. Si domanda che cosa cavolo le è passato per la testa quando, presa da una sorta di raptus incontrollabile, ha proposto agli amici di ospitarli per cena. “Venite tutti da me, che vi cucino un arrosto divino. Non avete idea!”. Un arrosto. “Ma se non so neanche preparare un uovo sodo, figuriamoci un arrosto! E adesso gli ospiti stanno per arrivare e non c’è più tempo. L’arrosto è troppo al sangue, fa schifo. La cucina è sporca, io devo ancora fare la doccia. Ma chi me l’ha fatto fare? Che figuraccia, che vergogna, mi vorrei sotterrare in cantina. Basta, ora finisco e metto tutti i pezzi nel congelatore, forse per un’altra volta, e chiamo in rosticceria. Magari ce la fanno a consegnare una cena decente in venti minuti.”.

Pesce rosso

PESCEROSSO[1]

Credo che uscirò dall’acqua. La vasca del pesce rosso mi sta un po’ stretta e la conversazione langue potendo comunicare solo facendo le bolle. Herman (il pesce) mi guarda incuriosito domandandosi il motivo di quest’abbandono ma non si stupisce perché in fondo sa che gli umani sono bizzosi e biogna saperli prendere.

Come quella volta che per dargli un po’ di compagnia gli ho presentato Amilcare, un delizioso pesciolino che si è poi rivelato un piranha e ha costretto Herman a fughe spettacolari; da quel giorno Amilcare è finito in analisi per la frustrazione di non aver masticato il collega e Herman mi guarda sempre con una certa trepidazione quando mi avvicino a lui.

Ma in fondo la nostra vita silenziosa prosegue con i miei monologhi rivolti al vetro e le sue bolle in risposta. So che mi capisce perché la volta che ho pronunciato la parola “gatto” è diventato blu dallo spavento, chissà quali esperienze ha vissuto prima di conoscere me.

Si. Ora esco dalla vasca e me ne vado. Herman dovrà trovarsi una nuova compagnia. Senza badare a spruzzi e schizzi mi alzo in piedi generando un maremoto che sconquassa la vasca e il suo abitante che a fatica riprende una posizione dignitosa. E’ proprio in quel momento che nella mia testa si scatena un analogo finimondo di pensieri:

-          Ma porca p*****!! Ma ti sembra il p**** modo di uscire?? Ma che c****!!

Devo ammettere che in quel momento la mia calma abituale subisce un discreto colpo incrinandosi e procurandomi un brivido che si sostituisce a quello che provo uscendo dall’acqua. Istintivamente guardo in giù e tra le acque agitate scorgo due occhi furibondi che mi fissano con disapprovazione.

-          Io proprio non so cosa fare con te! Prima cerchi di farmi mangiare da un piranha, poi ti immergi nella vasca e fai le bolle (a proposito, spero che tu ti sia lavato prima) e poi mi rivolti il mondo uscendo dall’acqua in questo modo! Pensavo che fossi una persona civile ma vedo che sei un umano come tutti gli altri!

-          Herman! Ma tu parli?

Dico queste parole rendendomi conto da solo di quanto siano stupide. Intanto la voce dentro di me prosegue:

-          Si, hai fatto proprio una domanda stupida. D’altra parte cosa potevo aspettarmi da uno che si infila nella vasca del pesce e si mette a fare le bolle. Avrei dovuto capire subito in che luogo sono capitato; per fortuna almeno qui non ci sono gatti come nella casa dove stavo prima di venire qua.

-          Ma tu non mi hai mai parlato prima d’ora! Come mai adesso ti comporti così?

-          Ti stavo studiando. Mi sembravi uno promettente, avevi un’aria diversa dalle altre persone, credevo che con te si potesse instaurare un cordiale rapporto pesce-umano, qualcosa che non prevedesse fritture o simili torture ma poi, con quella faccenda del piranha ho dovuto rivedere il mio giudizio. Sei uno sconsiderato che non ha alcun riguardo per me. E poi pensi di fare il mio bene dandomi compagnia. Finora mi hai dato solo preoccupazioni! Ma quando crescerai una buona volta?

Io mi sento tornare bambino come quando ne combinavo qualcuna delle mie ed ero sgridato dai grandi che riversavano su di me fiumi di disapprovazione usando parole alle quali non sapevo rispondere.

Herman parla.

Herman pensa.

Il mio pesce rosso mi studia!

Anche il concetto di proprietà a questo punto deve essere messo in discussione. Al più si potrebbe parlare di dipendenza, visto che io provvedo alla sua sussistenza, ma ormai ha acquisito una propria dignità con la quale d’ora in avanti dovrò fare i conti.

Ora capisco come sia riuscito a mandare Amilcare dallo psicanalista dell’acquario, un grosso pesce palla tutto pieno di se, lo avrà stordito con la suo eloquio autorevole e colto da pesce istruito e il poveretto, abituato a situazioni più ruspanti, si sarà sentito in soggezione e itticamente inadeguato.

Devo dire che ora, passato un po’ di tempo, la nostra convivenza si è fatta più interessante, con reciproca soddisfazione. Gli ho promesso che avrei scelto con più cura gli ospiti della sua vasca e che non mi sarei più immerso a fare bolle perché se lo avessero visto altri pesci lui si sarebbe vergognato di me. Ci siamo accordati anche su piccole questioni secondarie come la scelta del mangime e gli orari dei pasti, la collocazione della vasca e la sua illuminazione.

La sera si parla per un pò e alla fine gli accendo la televisione mentre io mi siedo in studio a scrivere. Più che parlare, ci limitiamo a pensare e questo facilita i nostri rapporti in presenza di persone che avrebbero difficoltà a capire la situazione. Finalmente ho superato il trauma e posso parlare con Herman senza più remore.

Ora però mi accorgo che sta avvenendo qualcosa di nuovo e strani brividi mi corrono lungo la schiena quando incontro Nano, il coniglio di mia figlia che scorazza per casa. E’ qualche giorno che mi guarda con una nuova espressione e reagisce in modo inconsulto quando in cucina parlo di ricette con pinoli, olive e cosce infarinate. E quando mi avvicino per fargli una coccola vedo nei suoi occhi una luce un po’ troppo furba. Sarà bene che per il futuro controlli meglio i miei pensieri.

The show must go on

marionettaIl protagonista di questa storia vuole restare anonimo, non è ancora pronto a rivelare pienamente al mondo la sua particolare condizione. Soffre di una strana malattia, un po’ inquietante, un po’ esilarante. Ha costantemente l’impressione di vivere in una sit-com. Questo fatto è molto più stressante di quello che si possa pensare. Immaginate l’orribile sensazione di passare l’intera giornata su un palco, di fronte a un pubblico che scruta ogni tua mossa pronto a ridere di te. L’ansia del non avere un copione, ma sentire che se sbagli una battuta tutti se la prenderanno con te. Avere perennemente l’impressione che un mucchio di osservatori si spancino dal ridere per le tue sfighe. Più stai peggio, più ti succedono cose brutte e più questi ridono, ridono e ridono. Applaudono anche, a volte fischiano.

Il nostro protagonista vorrebbe potersi nascondere, avere un po’ di privacy, ma le telecamere sono ovunque. Sguardi che giudicano, occhi deridenti, sorrisi falsi. Passa gran parte del suo tempo a pensare cose intelligenti e divertenti da dire, arrossisce violentemente e si sente più umiliato del normale ogni volta che fa, o pensa di fare, una figuraccia, si atteggia anche quando sta sotto la doccia, impostando la voce per cantare come un professionista. Una volta è inciampato per strada e si è sentito malissimo, non parliamo poi di quando un piccione ha lasciato un ricordino dritto dritto sulla sua giacca… Sempre attento a come si veste, a come cammina, a come si siede, non si rilassa mai. Il pensiero di tutte quelle persone sedute dietro ai riflettori che ridono di lui, che si godono lo spettacolo della sua vita.

Questa sua vita non è particolarmente interessante o fuori dall’ordinario. Ha i suoi alti e i suoi bassi. Ma i momenti peggiori, in cui la malattia si aggrava è quando capita qualcosa di brutto. Quando è stato lasciato dalla fidanzata, quando è morta la nonna, quando è stato bocciato, quando è finito in ospedale. Nei momenti in cui è depresso ecco che li vede, tutti in fila a guardare e a divertirsi, a commentare il suo malessere. Applaudono e mangiano pop-corn. Sorseggiano bibite e scrocchiano patatine. Il grande spettacolo umano ha infine risorse.

Ha provato tante cure. L’alcolismo e le droghe leggere a volte funzionano, a volte peggiorano la sua condizione. Con le seconde almeno ride, con il primo gli viene più che altro mal di testa. Ha provato con uno specialista, ma, come già detto, non è pronto a parlare apertamente di se stesso e quindi la terapia non è stata efficace. Un altro specialista gli ha prescritto pillole inutili, un altro decotti ancora più inutili. Il problema è dentro di lui e deve risolverlo lui. Un pochino sta migliorando. Ha smesso di parlare con gli specialisti e ha cominciato a parlare con pochi amici fidati. Parlare senza sentirsi guardato e giudicato e deriso per ora è il metodo migliore che ha provato.

Forse non guarirà mai del tutto. Forse poi è normale per tutti sentirsi, a volte, marionette su un palco, vittime di un regista perverso che non vuole rivelare il gran finale della sua opera. Forse, in una società dove l’immagine ha tanta importanza è normale nascondere un po’ la propria essenza e mostrare quello che si crede gli altri vogliano vedere. Forse sono solo tanti viaggi mentali senza scopo e senza meta. Forse questa non è una vera storia, ma è la storia di tutti e di nessuno.

Clara

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAEra appena andata via. Ma era la prima volta che non si sentì sollevato. Il vuoto della casa sembrava all’improvviso essere entrato tutto in quella stanza, pigiandosi ben bene tra i muri come in una pentola a pressione. Sentì la solitudine pizzicargli il cuore e l’aria spessa velargli la gola. Uscì in giardino. Il verde era inebriato di sole e la luce liquida di quell’ora gli fece tornare il sorriso.
Nel riporre gli asciugamani di lei in bagno sentì, ancora intrappolato tra le pieghe, il suo odore di donna in amore, a ricordargli cosa mancava davvero nella sua vita. Sì, forse Clara era meglio di altre, anche se era sua intima convinzione che l’una in fondo valesse l’altra e che si sarebbe sempre innamorato dell’ultima di passaggio se non si fosse finalmente fermato ad amarne una soltanto. Chissà, forse era quel suo sorriso dolce a renderla speciale o quel modo leggero di camminare tra i suoi sogni o quella capacità discreta di abitare i suoi vuoti.
In sala, complice un riverbero obliquo di sole, vide tra le cactacee della grande ciotola di terracotta posta al centro, un babbo natale dimenticato dalle feste. Nonostante facesse la massima attenzione nel riporre nello scatolone tutti i ninnoli e suppellettili che sparpagliava per la casa in quei giorni, qualcosa sfuggiva sempre. Ma quel babbo natale lì, costruito su un lungo spillone di legno a tenerlo ritto nella terra, sembrava essersi nascosto a bell’apposta per non farsi trovare. Dalla linea curva di un’opuntia uscivano solo gli occhi e il naso a patata quasi per sincerarsi che nessuno lo potesse vedere. Sì, era meglio di tante altre, si disse mentre stava per acciuffare il fuggitivo. Ma poi decise di lasciarlo lì, ancora per qualche giorno; dopo tutto, almeno lui, si era meritato la propria libertà.
Il ronzio del cellulare nel taschino lo fece sobbalzare. Sentì la sua voce dall’altra parte.
«Clara, ciao, che piacere mi fa risentirti» disse sinceramente. «Sono stato davvero molto bene con te e penso che dovremmo vederci più spesso. Ci stavo riflettendo proprio ora. Abbiamo molti interessi in comune, sei bellissima e sai capirmi. Il tempo con te passa in un attimo.»
«…»
«Clara… ci sei ancora?»
«Sì, sono qui.»
«E allora perché non parli più?»
«Perché mi chiamo Claudia.»