Un pomeriggio d’estate

In quest’afoso pomeriggio, con un refolo d’aria, perplesso per la sua esistenza, mi sono ricordati improvvisamente di un’estate di anni fa. Ho chiara l’immagine della “topia” di luglienga che costeggiava il muro della casa di mia nonna. Il rombo delle cicale sparse tra la sophora japonica, e gli ippocastani della “lea” in fondo al giardino, fin su al cedro. Un gigante che mio padre ed io, insieme, non siamo mai, stai capaci di abbracciare insieme.  Disteso su di un’amaca, fatta di teli vecchi, quelli dei materassi e corde rimediate e tirate tra un anello infisso nel muro e un grosso ramo della sophora, sto lì a oziare. Rimbambito, bhè ci voleva poco e ci vuole poco tuttora, dal caldo di un luglio che avvampa, predisponendosi alla calura d’agosto. Le colline intorno alla casa, immobili come le gobbe di un cammello nel deserto, sono coperte dai serpenti dei filari di barbera.
Sotto i pampini, gli acini annerivano, piano, cotti dal riverbero di quella terra argillosa, che a poco a poco si spaccava. Da quelle ferite sembrava quasi che la terra buttasse fuori il calore opprimente. Intanto non un alito di vento, anzi ti arrivava una boccata d’aria calda. Come quelle che lanci sui vetri d’inverno e il vapore ti permette di disegnare un cuore o le tue iniziali o stupidi sghiribizzi. Avrei avuto la voglia da andare alla pompa del pozzo e sfidare il caldo per pochi litri da mettere in un catino e poi rovesciarne il contenuto sul mio corpo accaldato. Ma il ricordo di quando fatto il giorno precedente e di come il tuo corpo si fosse coperto ancora una volta di quel sudore, spesso e salato, che entra negli occhi e te li fa bruciare. La sensazione di fresco dura un lampo e il caldo ritorna, veloce, feroce e ti attanaglia la gola; schiacciandoti il petto e il respiro si fa corto. Non avevo voglia di accendere neppure la classica sigaretta. La distrazione per una tensione, da cui non sapevo distaccarmi. Quasi che quel caldo maligno, giocasse con me un gioco perverso nel quale da bravo schiavo, non riuscivo a decidere di dire la parola che interrompesse il gioco stesso. Non ero neppure più io il vero padrone del gioco. Forse neppure lui, il caldo, era più interessato a giocare. In fondo la vittima c’era; poi il gioco è bello finché dura poco. Dopo è noia. La noia di un afoso pomeriggio di fine luglio, sotto una “topia” di luglienga ad ascoltare il monotono ronzio delle vespe che si attaccavano a tutti gli acini, compresi quelli acerbi. Le più sono ferme, incapaci di volare e attendevano che si smorzasse un po’ la fornace. Aprivo distratto il libro che mi ero portato, convinto che la quiete della campagna favorisse la lettura. Certo però non in quelle condizioni. Anche le parole, con chi mi stava attorno, uscivano già calde a impastare la lingua ai denti. Erano un sibilo, un rantolo, un borbottio che otteneva altrettanti borbottii, come risposta. Avessi avuto la forza, sarei andato dietro casa, sotto le prugne a cercare quelle più mature; oppure avrei fatto due passi a guardare sotto il fico per indovinare i migliori. Mi accorgevo come la testa fosse vuota; anche di quel minimo d’attenzione che avrei dovuto impegnare. Mi sembrava di fare lo strozzino nei suoi confronti. L’interesse per una susina matura era troppo alto da spendere, in quel momento. A quel tempo non c’era neppure un PC per dar noia a qualcun altro, con questi ricordi, che tengono caldo in questi momenti e non compagnia, come avrei voluto che fosse.

All’ospedale

LOgo ospedale

Mi sono seduta su una sedia di fronte alla reception e mi sono sentita estremamente a disagio. Il motivo non riesco a comprenderlo ma la sensazione dentro di me era palpabile. Forse perché l’orario delle visite inizia tra 30 minuti, forse… Il motivo del mio muovermi agitata e ansiosa sulla panca appare chiaro, nel momento in cui mia madre mi vede in attesa.

Si avvicina e mi chiede subito di Jake, il nostro cane. So che è preoccupata per lui e lo sarà ancor di più, quando le dirò che l’ho lasciato con la nostra vicina di casa.
“La signora Larry?” esclama fuori di sé in un accesso di collera furibonda. Non riesco nemmeno a replicare che riprende a sbraitare. “La signora Larry è pazza! Non lo sai? Lei strepita furiosamente coi ragazzi che giocano davanti alla sua casa. Jake non sarà minimamente al sicuro con lei! Non posso rimanere un minuto più a lungo in questo ospedale. Portami via immediatamente di qui”.

Come una promessa difficile da mantenere, le ho detto che sarebbero stati ‘solo un paio di giorni’ ma sapevo che le stavo mentendo spudoratamente. Mi sono sentita in colpa verso di lei e sto pronunciando alcune frasi di circostanza, quando da una porta laterale esce un’infermiera visibilmente contrariata.

“Signora, perché è qui e non nella sua stanza?” le dice con tono poco cortese, mentre l’afferra per un braccio con malagrazia. “Gli ammalati non possono uscire dal reparto!”

Poi spariscono inghiottite dalla porta, dalla quale era uscita, mentre mia madre, visibilmente contratta e furiosa, si dimena per tornare da me.

So che non l’avrei potuto aiutare nel suo proposito, perché deve restare ricoverata per un tempo più lungo dei pochi giorni che le avevo detto. Tuttavia Jake deve rimanere in custodia alla signora Larry. Non ci sono altre soluzioni possibili.
I miei pensieri sono interrotti da una presenza di una persona, che mi appare all’improvviso di fronte a me. E’ un bel giovane che non ha l’abbigliamento adatto per un ospedale. Una giacca sgualcita di alta sartoria, un paio di pantaloni di Armani elegantissimi. Una camicia bianca di seta con una vistosa cravatta gialla. Delle scarpe di vernice, più adatte a una cerimonia nuziale che in un posto per ammalati. Lo guardo un po’ basita, mentre lui si avvicina per domandarmi qualcosa.
“Sai quando inizia l’orario delle visite?” mi chiede con voce poco sicura.
“Tra mezz’ora” rispondo ancora un po’ turbata per la comparsa di mia madre.
“Oh!” esclama tra il sorpreso e il rassegnato. Si siede accanto a me, senza porsi la domanda se io voglia accettare la sua presenza. Comincia a parlare come se mi conoscesse da una vita. Questo mi infastidisce un po’. Non mi piace dare troppa confidenza agli sconosciuti.

“Questo è un buon ospedale?” mi domanda, guardandomi negli occhi.
“Presumo di sì. So che molta gente è guarita perfettamente qui. Almeno è quello che si racconta” gli dico con un leggero sentore di ridicolo nella mia voce.
“Te lo chiedo, perché mia moglie è ricoverata qui da un paio di giorni per un intervento chirurgico. C’è stato un incendio in casa nostra. Ero all’estero per un incontro d’affari. Appena mi hanno informato, ho preso il primo aereo ma viaggio è durato oltre due giorni” esclama tutto d’un fiato.
“Capisco” rispondo laconica. Non riuscivo a comprendere perché desse tutte queste informazioni a un’estranea. “Questa è la tipica maniera di scaricare su uno sconosciuto un sacco di notizie per condividere con lui ansie e tensioni” riflettei rapidamente senza dimostrare il mio disappunto.

“Mi hanno informato che era un infortunio lieve, da nulla. Allora mi domando perché devono eseguire un intervento chirurgico?” comincia, iniziando la conversazione.
“Non sono sicura ma secondo me lei sta migliorando. Non ti preoccupare” cerco di rassicurarlo, anche se dubitavo alquanto delle mie parole.

“Non è stato sicuramente un incidente di poco conto, se necessita di paio di interventi” afferma con voce turbata.

A sentire quest’ultima affermazione il mio cervello va in tilt, perché avevo sparato una grossa cavolata, perché la diagnosi non era sicuramente valida. Non so come rimediare alla gaffe, quando un suono provvidenziale mi salva in corner.
E’ il suo telefono, che squilla.

“Ciao tesoro, mi dispiace ma non posso tornare a casa subito. Sono in ospedale. Torno presto. Va bene?”

Rimane un po’ in silenzio, prima di chiudere la conversazione. Non sono riuscita ad afferrare le parole di risposta. Mi domando chi poteva essere al telefono da essere chiamata affettuosamente ‘tesoro‘. Sono curiosa di sapere e la mia curiosità viene presto appagata.
“Era la mia bambina” mi dice, guardandomi fisso negli occhi.
“Quanti anni ha?” gli chiedo cercando di mascherare il mio interesse.
“Ha sei anni. Questa è la sua fotografia”.

Mi mostra l’immagine di una ragazzina carina, vestita come una principessa, seduta sulle ginocchia di una donna bellissima con i capelli color dell’oro, che cadono con grazia sulle sue spalle, e con due occhi nocciola brillanti e vivaci.

Osservo con attenzione quel viso di donna e non riesco immaginare cosa possa esserle successo. Mentre rifletto su questa foto, sento la sua voce piena di gioia.
“Se non hai fretta, potresti accompagnarmi da mia moglie e dirle ‘
ciao‘”.

La richiesta mi prende in contropiede e non riesco a rispondergli negativamente. Da mia madre ci andrò dopo. Dopotutto non sta male, ha necessità solo di un piccolo e banale intervento alla vena della gamba sinistra.
“Va bene” gli confermo con un cenno del capo.

“Grazie” replica mentre nota che la mezz’ora è già trascorsa. Mi prende una mano e mi aiuta ad alzarmi per raggiungere le porte dell’ascensore. Quando arriva, preme il pulsante col numero 3. Silenzioso sale, mentre il display indica 1, 2, 3. Si ferma al terzo piano. Usciamo dirigendoci verso una porta poco distante.

“Mi hanno detto che si trova nella stanza 333” mi dice indicandomi una targhetta posta di fianco a un porta bianca chiusa. Mi tiene sempre per mano come se avesse paura che io scappi. Entriamo. Sono morta a quella vista.
I suoi capelli d’oro cadono con grazia sulla sua spalla sinistra ma gli occhi nocciola non sono così brillanti come nella fotografia che mi ha appena mostrato. Il volto è talmente sfigurato, che è praticamente impossibile pensare che siano la stessa persona.
“Tesoro, sono qui” mormora, avvicinandosi al letto.
“Bene. Lei è il marito?” esclama un’infermiera, che era comparsa silenziosa alle nostre spalle. “Tra non molto la muoviamo per cambiarle reparto”.

Io ho un sussulto di paura, perché non mi aspettavo quella presenza imprevista. Mi osserva curiosa, forse domandandosi chi sono, visto che continuava a tenermi per mano.

Per la prima volta da quando l’ho incontrato, è silenzioso e pare non curarsi dell’informazione ricevuta. Non può essere diversamente. La visione avrebbe ammutolito chiunque, anche chi fosse stato preparato a quella vista.
“Tesoro, c’è qualcosa che non va in me?” domanda la donna, osservando i nostri volti terrei e sbiancati.
“No, assolutamente no. Come ti senti?” le domanda, cercando di modulare un tono premuroso.

La sua voce è ruvida, incerta, ben diversa da quella che avevo ascoltato pochi istanti prima.
“Mi sento strana” risponde lei, tentando di sorridere. Il volto della donna assume un bizzarro ghigno ben differente da un sorriso. L’uomo la guarda perplesso. Non sa cosa risponderle per rassicurarla.

“Le hanno dato degli antidolorifici” lo informa con premura l’infermiera, che è rimasta accanto a noi, per rispondere alla domanda inespressa.
“Stai notando qualcosa di anomalo in me?” gli domanda preoccupata per il silenzio del marito.
Mi sono sentita morire dentro, perché il mondo è ingiusto!
“No tesoro, sei bella come sempre”.

SO CRUEL

Il vecchio si dondolava lentamente alla sedia, scrutando la linea offuscata dell’orizzonte con i suoi occhi grigio azzurri. Quell’estate la sua campagna non era mai stata così rigogliosa.
Centinaia, forse migliaia spighe di grano si muovevano pigre, spinte da sussurri di brezza calda. Il sole batteva ma il tramonto era ormai vicino.
L’uomo continuava a dondolarsi, riflettendo sul tempo e sul destino. Argomenti da vecchi, da gente che odia di esserlo ma sa che non si può tornare indietro.
Era rimasto solo da anni. Era abbastanza abituato da poterci convivere senza ulteriori affanni, senza chiedere aiuto. Forse non era poi così vecchio.
Il grano continuava a danzare davanti al portico della sua casa, un deserto sconfinato di bastoncini flessibili.
Ripensò per un attimo ai cani randagi. Ripensò subito dopo all’urlo di sua moglie. La loro bambina, la loro unica figlia stava per cadere dalla bicicletta, circa trent’anni fa. Sua moglie aprì la porta appena in tempo per vederla vacillare. Fu allora che gridò spaventata. Il motivo non fu il rischio di una normale caduta dalla bicicletta. Dal grano, da quelle spighe danzanti, comparve il muso ringhiante di un cane nero.
Sua moglie gridò più volte e lui accorse dalla rimessa sul retro; la bambina cadde su un lato ferendosi al ginocchio e al polpaccio, macchiandosi di terra il vestitino, iniziando a piangere. Però non vide mai quell’animale intruso che sembrava volesse avanzare minaccioso e uscire allo scoperto sotto il sole acceso di luglio.
Ora, a distanza di così tanto tempo, il non più giovane vedovo si ricordò di quell’episodio apparentemente senza senza significato.
Si aspettò quasi di vedere ricomparire quel cane, invecchiato magari quanto lui.
Allungò la mano destra tremante e afferrò il bicchiere. Mentre sorseggiava il suo vino immaginò la scena.
Quel bastardo di cane, che all’epoca aveva aggredito a sangue vari bambini di altre case nei dintorni, si faceva largo tra le spighe, il pelo ispido, i baffi sporchi di sangue secco, i denti accuminati. Solo che adesso non era proprio un cane vivo. Il tempo non trascorre allo stesso modo per animali e uomini, lo sanno anche i sassi.
Quel cane barcollava, come se volesse aggrapparsi alle poche forze residue, barcollava e ringhiava, non rinunciando al proposito di seguire l’istinto famelico, di attaccare. Attaccare e uccidere.
Il vecchio, che non era mai stato un uomo onesto nella vita e che aveva più volte abusato di sua figlia a insaputa della moglie, mantenendo con prepotenza dei torbidi segreti, sghignazzò al sole morente di quell’ennesimo giorno.
Vuotò il bicchiere e si pulì l’angolo della bocca con il polso ruvido. Quell’estate era speciale, non solo per la campagna florida. C’era qualcosa nell’aria, la si fiutava come un leone con il sangue e il sudore della preda. C’era qualcosa di magico e di perverso, di nero come il pelo di quel fottuto cane.
Magico e perverso. La fine di qualcosa e l’inizio di un’altra.
Quando si alzò dalla sedia a dondolo di legno consumato, il sole era già basso e le ombre stavano per inghiottire gli spazi. La ragazza che torturava quotidianamente, rinchiusa in cantina, lo stava aspettando. Chissà se oggi quella troia avrebbe gradito un po’ di fragole fresche prima di essere violentata. Il vecchio se lo domandò, corrugando la fronte come se fosse di fronte a un dilemma universale.
Il vento cessò ma qualcosa continuò a muoversi nel mare di grano, qualcosa pronta ad attaccare. Il vecchio però non potè accorgersene, la sua mente era altrove.

LA VOGLIA GRASSA

Si svegliò che già sentiva una grassa voglia tra le mutande.

Si stiracchiò, fece colazione e si preparò per uscire. Intanto una strana sensazione gli perforava il cervello. La stessa di quella volta di due anni prima; la medesima di quella volta di cinque anni fa.

Fece una breve ricerca su internet e digitò: MASSAGGIO TANTRA, poi scelse tra le varie offerte.

La massaggiatrice non era una ragazzina, forse aveva superato gli anta, ma quello che lo colpì era quella strana frase nel messaggio, lì dove si diceva che Asia (questo il nome) era “esperta nello sciogliere le tensioni accumulate”.

Fece il numero sul telefonino e chiamò:

“Pronto?” rispose una voce sensuale.

“Ciao Asia, sono Marco”

“Ci conosciamo?” chiese la voce sensuale.

Marco si innervosì perché non era la risposta che avrebbe voluto ascoltare..

“Voglio un massaggio!” gridò senza aggiungere nulla.

La massaggiatrice non replicò, anni e anni di meditazione orientale l’avevano portata a gestire le situazioni critiche con la calma dei santoni indiani. Diceva di riconoscere le persone da una semplice espressione.

Aspettò qualche istante e disse:

“Ciao Marco, sai cos’è il Tantra?”

Lui rispose di sì e lei puntualizzò che non si trattava di un incontro sessuale, semmai di massaggio erotico per sciogliere le tensioni attraverso la digitazione dei sette chakra. Si faceva nudi, ma non contemplava il rapporto sessuale.

Terminò con un semplice: “D’accordo?”

Lui disse sì e si fece dare l’indirizzo dopo aver fissato l’orario e il prezzo.

Arrivò cinque minuti prima rispetto all’orario stabilito. Il palazzo era fatiscente, un vecchio palazzo milanese senza portineria e con sei piani di balconi tutti uguali.

Cercò sul citofono il nome indicatogli da Asia e suonò.

La voce sensuale gli disse di salire al terzo piano, seconda porta a destra.

Marco salì e quando appoggiò il piede sul pianerottolo, sentì la serratura di una porta gracchiare prima che la stessa si aprisse di una spanna. Nel taglio di buio che si era creato, scorse il volto di una donna.

Asia lo fece entrare. Era una bella donna, non eccezionale, comunque interessante. Era alta un metro e sessanta circa, con capelli lunghissimi e neri. Era coperta solo da una camicia lunga e trasparente, particolare che lo eccitò ancora di più.

Gli disse di spogliarsi e fare la doccia. Lui eseguì, mentre tra le gambe la voglia era sempre più grassa.

“Distenditi sul futon” disse Asia.

Lui aggrottò la fronte. Lei gli spiegò di distendersi sul materassino.

Marco eseguì e si sistemò a pancia in giù. Lei si tolse la camicetta mostrando un seno tonico e gonfio.

“Il tantra è una filosofia di vita, un tocco sacro per rigenerarsi. Cercherò di convogliare tutte le mie energie verso di te, così che tu possa sciogliere le tue tensioni” spiegò Asia, mentre cominciava a massaggiargli le gambe.

Marco sentiva prudergli un testicolo, lo stesso prurito provato due anni prima e cinque anni fa. Lei parlava e massaggiava. Gli spiegava come respirare, gli toccava i sette chakra spiegandone il significato, mentre Marco sentiva il pene contorcersi dalla voglia. La bestia ruggiva sempre di più.

Asia lo fece girare e lo massaggiò fino a sfiorargli le parti intime.

“Sciogliamo le tensioni” sussurrò dolcemente.

Disse inoltre che il massaggio del lingam (lui aggrottò la fronte e lei disse: “il pene”) era un tocco sacro, che in quel massaggio non c’era nulla di perverso. Era un modo per rigenerare le proprie pulsioni e sciogliere le tensioni. (Ma perché lo guardava con malizia?).

Dopo un po’ luì fu invaso dall’orgasmo. Lei gli sorrise e lo invitò verso la doccia.

Marco si lavò, si rivestì e le presentò i soldi.

Sì salutarono.

Marco scese le scale di corsa, sentiva la voglia grassa tra le gambe farsi sempre più dirompente. Aveva un’erezione nonostante gli avessero svuotato i testicoli, proprio come due anni prima, proprio come cinque anni fa.

Risalì di corsa, suonò e Asia aprì.

“Ho dimenticato una cosa” disse Marco.

“Entra pure” rispose la massaggiatrice.

Marco sfilò dalla tasca un coltello e la sgozzò.

“Avevo dimenticato di ucciderti” disse prima di andarsene. “Alla fine sei tu ad aver sciolto le tue tensioni”

La voglia grassa scomparve, proprio come due anni prima, esattamente come cinque anni fa.

(di Stefano Re)

LA MALINCONIA DEL LUPO

Sapete cos’è una lupata? No. Non potete saperlo: ci sono cose che ci appartengono, e delle quali solo due persone possono essere a conoscenza. Si chiama linguaggio di coppia. E’ quel filo invisibile che unisce due anime, che le accomuna più di qualsiasi altra cosa. Supera i gusti comuni, le predilizioni letterarie o cinematografiche, la condivisione di principi e di idee politiche, forse perfino il sesso.
Ma andiamo con ordine.
Per lavoro io giro spesso in macchina. E in ogni paese trovo almeno una farmacia. Quando vedo quella inconfondibile luce intermittente, non riesco a non pensare a lei. Ci provo, sapete. Eccome se ci provo! Ho messo in atto tutta una serie di meccanismi di autodifesa, che io stesso ho elaborato, ma sempre senza esito. Ho studiato meccanismi nuovi, in apparenza assolutamente efficienti, però non ha funzionato lo stesso. Certi giorni in cui mi sentivo particolarmente forte, ho parcheggiato l’auto, sono sceso e sono entrato. In genere non ho bisogno di medicinali, tuttavia ho varcato quella soglia, ho atteso pazientemente il mio turno e poi ho comprato dell’aspirina. Pensavo che fosse un buon metodo, invece si è rivelato fallimentare.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Quando uscivo di casa al mattino, spesso lei mi chiedeva una lupata. In quei momenti sembrava una bambina, e il mio cuore quasi scoppiava per l’intensità dei sentimenti che provavo. A volte, come me, come tutti, anche lei era antipatica o scostante; ma quando mi chiedeva la lupata era l’essere più incantevole del mondo. Lupata significava acquistare una certa medicina che necessita di una ricetta.
Ma io ho l’aspetto di una persona posata, matura, equilibrata; so sorridere nel modo giusto; non ho minimamente l’aria del tossico o dello sballato. Perciò a me davano quel sonnifero senza ricetta. Non tutte le farmacie, certo, ma la gran parte sì, e in ogni caso ormai avevo individuato i posti più sicuri dove andare, dove avrei potuto prendere la lupata senza problemi. Poi, alla sera, talvolta fingevo di essermi dimenticato di averla acquistata, però solo per un attimo. Un attimo brevissimo, perché non volevo leggere la delusione in quello sguardo.
Io volevo che fosse felice, e sapevo che la lupata l’avrebbe resa tale.
L’amore non è un castello avvolto fra le nuvole e neppure un giardino incantato colmo dei più bei fiori del mondo; non è una spiaggia bianca lambita dalle onde del mare, né una poesia di Leopardi. L’amore è un’altra cosa. E’ un’alchimia misteriosa, è chimica non filosofia. Si compone di gesti quotidiani, di presenza e di un’empatia del tutto speciale, che non è riconducibile ad altri amori, dato che ogni alchimia per definizione è unica.
Credo di poter affermare che probabilmente erano più le cose che ci dividevano di quelle che ci univano. Beninteso, quelle che ci univano non erano poi così poche: capitava che nemmeno noi le sapessimo cogliere sempre e comunque. Ma, se mi passate il paragone, la nostra vita in comune era simile a un bosco, dove, se cerchi con la dovuta attenzione, scoprirai magie su magie. Magie impalpabili, quasi invisibili, fate nascoste dietro a un faggio che ti sorridono e, se in quel momento un raggio di sole rischiara l’intrico di piante, è possibile che tu le scorga, solo per un istante, ma quell’istante, quel breve, unico istante, vale una giornata, e la vita è la somma di tante giornate, che sedimentano nell’animo, che entrano nel sangue e nel cuore, per non uscirne mai più.
Capite, adesso? La lupata apparteneva a un nostro rito; in apparenza un rito banale, ma a saper leggere dentro le righe, era il rito della nostra esistenza in comune, come quando mi augurava “buona giornata”, come quando, stringendomi forte a sé, mi sussurrava che non mi avrebbe mai cambiato con nessun altro.
Alcuni amori sono lame di ghiaccio che penetrano a fondo nel cuore. Non te li puoi dimenticare.
Io non ho scordato il mio, cerco di sopravvivere e a volte ci riesco; la natura mi è di grande aiuto, così come la musica: ma, nelle pieghe più profonde del mio essere, il suo ricordo non cesserà mai di esistere. In qualche modo, ho continuato ad affrontare la vita, spesso matrigna beffarda, raramente amica capace di donarti una piccola porzione di gioia, o almeno di serenità. La si affronta e basta, questa è filosofia spicciola, e perciò filosofia vera, reale, quella che compone il tuo cammino, fra strade piene di visi sconosciuti, fisionomie accattivanti o vagamente ostili, fra i pensieri di tutti, le gioie e i dolori che accompagnano, in parti dissimili, questo viaggio che troppo spesso mi sembra interminabile. A volte, vorrei semplicemente non esserci. Poi reagisco, salgo in macchina e vado a lavorare.
Il mio mestiere mi porta a girare in molti paesi.
E in ogni paese c’è sempre una farmacia.
Vorrei evitarlo, ma non ne sono capace: quando noto quella luce intermittente, la rivedo, con gli occhi della mente, incamminarsi verso la macchina, un cappellino in testa e un grazioso ombrello per ripararsi dalla pioggia di quella mattina, distante millenni e vicina come se fosse stata ieri.
La rivedo e so che non tornerà mai più.
Non ci saranno più lupate.
Lei mi chiamava lupo.

Una vita al contrario

Si stirò, facendo crocchiare inaspettatamente qualche cartilagine della schiena. Un suono cupo e secco. Rimase un attimo perplesso, poi si rilassò completamente, sentendosi come svuotato.

Come la vaschetta dello sciacquone, dopo l’uso. Il paragone lo fece ghignare e non si sentì troppo distante dalla realtà delle cose. Sì, quella sensazione era l’immagine giusta, alla fine del suo lavoro.

In fondo, fare il revisore di bozze era un lavoro svuotante. In tutti i sensi. Doveva svuotarsi, nella continua ricerca di parole, similitudini, punteggiatura più consona. Nel frattempo, doveva operare uno svuotamento del testo, ricercare le ridondanze per eliminarle. Lui doveva evaporare le allocuzioni più insulse, riallacciare i verbi al soggetto, i predicati ai complementi. Era un lavoro lungo e difficile, sempre in bilico, tra la voglia di imprimere la propria orma e salvaguardare l’integrità del racconto.

Era il migliore, nella casa editrice. Conosceva gli stili di molti scrittori. Alcuni, dopo il suo intervento, erano assurti all’empireo. Aveva salvato romanzi, aveva creato miti, aveva anche consolidato amicizie, impensabili ai più.

Era un uomo di potere, che utilizzava con circospezione, con attenzione sempre su quella lama di cui prima.

Ora però dopo quest’ultima fatica si sentiva svuotato, veramente. Mai un testo lo aveva ridotto così. Non era per la difficoltà del linguaggio usato, o per la complessità della trama. Anzi al contrario, la trama era banale e sciatta, lui e lei, una casa in ristrutturazione. Cose già viste, già lette mille volte. Il linguaggio, colloquiale e farcito di termini di una psicologia dozzinale, da rubrica: “Lo Psicologo Risponde”, da giornaletto femminile trascurato e banale, per casalinghe imbevute di gossip, consunte, dal “vorrei ma non posso”.

No, non era questo il motivo, ma piuttosto come quella miserrima accozzaglia di fogli, quel supponente “tranche de vie” era planata sulla sua scrivania. La signorina Giulia, il suo sogno proibito, da quando era entrata in azienda, era venuta apposta da lui. Lei che non scendeva mai nel seminterrato, se non per andare a prendere la macchina, nel garage, due porte avanti la sua. Lei che ogni giorno indossava un vestito nuovo, un’acconciatura diversa; lei che non indossava, estate e in inverno, che sandali con il tacco del dieci, impreziositi da strass. Che portava occhiali dai molti colori, che odorava di fascino, sembrava avesse fatto il bagno nel sandalo, nel cuoio e nel tabacco, fragranze solo da uomo, che lei amava indossare. Lei che non indossava il reggiseno e le sue forme s’indovinavano sotto la seta delle sue camicette. Lei era scesa in quella stanza, intrisa di fumo (Lui non fumava, ma prima di lui Arturo, un vecchio proto, fumava una mistura puzzolente e vomitevole), carica di polvere antica, in mezzo a scaffali pieni di quelli che erano i resti di romanzi mai pubblicati, salme dei sogni di chi millantava essere il nuovo Calvino e non era neppure in grado di tracciare due parole sul giornalino parrocchiale. La signorina Giulia, quel giorno affidandogli il manoscritto, con voce suadente e carica di promesse, così gli parve, lo pregò di rendere leggibile quel mucchio di parole messe anche a caso. Si sentì sprofondare, colto da un improvviso torrido calore, accompagnato da un sudore ghiaccio. Diventò sicuramente rosso fuoco, ma la luce del neon, algida e impersonale non lo diede a vedere. Sì, avrebbe fatto di più, avrebbe reso quel manoscritto un nuovo “Via col vento”, avrebbe portato l’autore allo “Strega”, al “Campiello”. Dopo quella revisione, sarebbe stato immortale. La signorina Giulia, accompagnò la richiesta con una lieve carezza, su quel viso scavato, ruvido di una barba nera e ispida, bisognosa di almeno tre tagli al giorno, ma  che cresceva come certi bambù orientali. Dopo che se ne fu andata, si passò la mano sulla faccia, sperando di raccogliere quel profumo e annusò per lungo tempo le dita, assaporando fino all’ultima stilla, quell’odore. Immaginò lui e la signorina Giulia, anche nelle situazioni più sconce, sempre usmando quell’odore, che ormai era entrato nella memoria, penetrando nel suo animo, nella sua vita.

Si alzò dalla sedia e ripassò ancora una volta le dita sul naso. Fece una capatina nel bagno per specchiarsi e per controllare che tutto fosse in ordine. Nell’uscire, prese il CD, dove sopra c’era il libro e salito in ascensore, si sentì pronto per affrontare i piani alti.Quegli odori, quei profumi di legni e di fiori freschi, mescolati con le essenze di cui si cospargevano le ragazze di redazione e i dopobarba dei redattori, gli diedero una vertigine assoluta. Lui, così abituato al puzzo della sua stanza, agli odori degli scarichi delle macchine, al rancido di una vita trascorsa senza luce vera, se non quella di un neon, ormai ingiallito dal tempo, ebbe una sorta di capogiro. Lì, in quegli spazi c’era la vita, quella vera vissuta attimo dopo attimo, interagendo, guardando negli occhi l’altro e con finestre spalancate sulla città. Per lui, invece, solo un muro grigio di cemento. Una bocca da lupo carica di lerciume di strada, non più grigia, bensì nera. Una spessa barriera che lo divideva dal mondo. La signorina Giulia, quando lo vide arrivare, non poté trattenere un sorriso ironico, più che altro per l’accostamento, cravattone optical e giacchetta marrone, impiegatizia, di ultima categoria. Moda meno zero. Ridicola e improponibile. Se vestiva abitualmente così, non era assolutamente presentabile al nuovo open-space, che avrebbe riunito tutti gli elementi della casa editrice nel nuovo loft. No, assolutamente bisognava trovare una soluzione alternativa Lui si avvicinò, porgendo il compact. La signorina Giulia, prima lo fissò interrogativa poi si ricordò del favore richiesto. – Grazie – sorriso di circostanza; il compact lanciato nel cassetto e testa china sui fogli che aveva innanzi. Finito. Il mondo sprofondò e anch’egli lo fece. Si sentì lanciato senza paracadute in un gorgo infinito. Quel sentimento che lui aveva coltivato fu bruciato, annullato, calpestato con quel gesto. Il compact lanciato nel cassetto.Ritornò nella stanza a fissare il vetro opaco, carico di una sporcizia antica, dello schermo del PC. Una sorda, improvvisa rabbia gli montò dentro. Comprese confusamente che era stato usato, che il suo sentimento era diventato chiave di volta per una sordida storia editoriale. Ancora una volta il suo ingegno era stato messo al servizio d’ignobili scopi economici. Aveva fatto di lui uno zimbello, per quelle gole profonde, avide di denaro e di gloria. Sentì chiaro il rancore misto a livore trasformarsi in odio, verso tutti e soprattutto verso la signorina Giulia e all’improvviso, contro la sua natura di pavido sottomesso, esplose con una serie d’imprecazioni, chiamando la donna: laida meretrice e l’editore immondo escremento. Presa la poltroncina, iniziò a scagliarla sugli scaffali. Poi si lanciò come un kamikaze contro i muri, battendo più volte la testa e agitandosi scomposto, come un tarantolato.

L’infermiere, sopraggiunse subito, chiamando a gran voce aiuto e il medico di turno.

-      Giovanni ha un’altra crisi. Dottore, venga subito !!

-      Dategli del fenobarbital, una fiala immediatamente.

Altri infermieri intanto, riempivano lo spazio di quella stanza.

-      Bruno, tienilo stretto e tu Giorgio, bloccalo a terra … Fatta l’iniezione, tienilo ancora un attimo, poi lo mettiamo sul letto. Giovanni stavolta l’hai fatta grossa, siamo costretti a legarti.

 Giovanni, ormai preda del sedativo, sentiva i suoi fantasmi andarsene, scivolare attraverso le sue vene. Abbandonavano la sua mente e sparpagliandosi in tutto il suo corpo in una sorta di diaspora, sarebbero rimasti silenti, fino alla prossima volta.

-      Povero Giovanni si dice che lavorasse nella casa editrice “XYZ”. Era un correttore di bozze, anche in gamba. Poi la moglie …

-      La moglie?

-      Sì dai, la signora Giulia … e dai che la conosci. Pensa ha scritto dei racconti sul giornale del rione e glieli hanno pubblicati, diventando famosa.

-      Lui è sbroccato?

-      Eh già, poveraccio. Lui sì, che aveva scritto dei libri, ma … mai pubblicati, sempre dinieghi. Che vita al contrario eh!

 

Grigio. Il soprabito grigio, di buona fattura in lanetta, morbido, la fasciava nei punti giusti, i tacchi martellavano il verde linoleum del pavimento, con tempo sincrono. Le mani stringevano nervosamente il bavero, chiuso. Gli occhiali, dalle lenti fumé, nascondevano due occhi, color nocciola, ancora gonfi di pianto recente, una ciocca di capelli biondastra, sfuggiva dal gran foulard che le avvolgeva la testa. La donna, spinse il battente della porta a vetri, entrò e si appoggiò al bancone; una volta bianco e lucido ora screpolato, chiazzato di caffè vecchio e sigarette lasciate consumare. Attese che l’infermiera avesse alzato la testa per guardarla.

-          Buona Sera. Il dottor Procopi, per favore. Sono Giulia V. -

-          Attenda – Compose il numero dell’interno.

-          Dottor Propcopi, c’è la signora Giulia V. – Disse rivolta alla donna – Viene subito -

Giulia iniziò a fare passi nervosi dal bancone a una finestra, che mostrava quanto la pulizia dei vetri fosse di vecchia data. Soprattutto gli angoli mostravano un segno nero, che non lasciava adito a interpretazioni. Anche i muri, qua e là, mostravano le piaghe di scrostature vecchie e bolle di un’umidità, non del tutto eliminata. La pittura fiorita del muro, formava pallini simili agli smorti fiori di mimosa. Finalmente il dottore comparve.

-          Buona sera signora. Come va? – L’accolse con un sorriso di circostanza – Mi spiace averla distolta dai suoi impegni, ma la situazione … Venga nel mio studio, che ne parliamo -

Giulia, seguita dal dottore, entrò nello studiolo. Si accomodò su di una vecchia poltrona, che aveva visto tempi migliori. Il dottore esordì:

-          Arrivo subito alle ultime novità, che purtroppo non sono buone. Giovanni ha avuto un’altra crisi, questa volta inspiegabile e molto violenta. Tanto che temevamo per la sua incolumità.- Si prese una pausa, poi continuò.

– Ora signora ho pensato, che sarebbe utile un colloquio tra lei e Giovanni, giusto per capire cosa può aver scatenato l’improvvisa furia. Lei se la sente? –

Giulia si tolse gli occhiali. Aveva gli occhi lucidi che diedero la risposta. Il dottore si alzò, aprì la porta sulla destra. Sul letto, legato, Giovanni stava lentamente emergendo da quel sonno artificiale indotto qualche ora prima. Tirando su dal naso, Giulia entrò e si fece forza Diede una carezza a Giovanni. La sua barba ispida, non rasata da giorni, le urticò la mano, dalla pelle bianca e ben curata.

-          Giovanni, come stai? – esordì, sempre carezzando quel viso scavato – Come ti senti?

Giovanni, a quella voce, aprì gli occhi e tentò di levarsi, ma le cinghie, non gli permettevano movimenti. Fissò Giulia, prima con un’espressione vuota poi piano, piano, prese confidenza con i lineamenti della donna e sulla sua faccia scavata si disegnò lentamente una smorfia.

-          Cosa vuoi? – esordì – Sei venuta ancora a mietere un’altra vittoria? Non sei abbastanza sazia del dolore che mi procuri? Sei venuta nuovamente a lanciare la mia vita nel cassetto? –

-          Vattene – poi continuò – Dov’è il mio libro? Pubblicato come lo scrittore R., immagino. Una lercia accozzaglia degna dei peggiori libri di ginecologia. “Il suo membro si eresse verso di me, come stele granitica!”. Ah da premio Pulitzer. Oppure è in vetrina, come la poetessa S. Il verso compatto di una mestruata perenne. Da compattatrice. Lei e quel guazzabuglio di parole insensate, cui ho gettato sangue per dare ritmo e tono. Oppure è in concorso per un premio come L. Inarrivabile mestatore di anime. Colui, che per una miserrima recensione venderebbe famiglia, te, me e chissà chi altri. Se non era che ho gettato palate di punteggiatura, giusta al posto giusto, a quest’ora sarebbe ancora un misero mezze maniche ad ammuffire in qualche sotto scala. – Le parole gli uscirono in un crescendo di tono. –

-        Non tirare in ballo i figli – soggiunse facendo ingrossare di più le vene del collo – Esempi maldestri dei tuoi più che maldestri, erratici mercimoni. –

 

Giulia, non parlò, ma prese ad accarezzarlo ancora e poi ancora, nella speranza che quell’ispida barba ferisse le sue mani. Le piagasse, per farle entrare più profondo il dolore suo e di lui, nell’anima. Perché continuava ad amarlo. Continuava a provare quel sentimento, che un giorno dopo l’altro si era trasformato, seguendo il corso della pazzia di Giovanni, in compassione amorosa, senza la quale non riusciva più ad andare avanti. Non le importava, se tutte le volte le parole dell’uomo la ferivano. Non le importavano gli insulti, anche feroci, di una cattiveria gratuita che portavano solo a farle sanguinare il cuore. Giovanni voleva solo distruggerla e lei, ogni volta si faceva distruggere, quasi a pagare il pegno di una colpa immensa, senza fine.

 

-          Non dirmi così Giovanni, sono venuta per vederti, per stare con te. Perché non mi dici che sta succedendo. Non torturarti con quel libro. Non torturare anche me, così, all’infinito. Perché batti lo stesso tasto, così insistentemente. Perché? –

-          Perché? – Rispose Giovanni, tra i singhiozzi – Perché? Perché la mia vita è finita in un cassetto! Perché si sono approfittati di me. Perché tu ti sei approfittata di me. Sei tu – e cambiò tono di voce, facendola stridula, – che non vuoi, che io pubblichi il mio romanzo! Non vuoi dividere la gloria e gli onori. – La voce diventò profonda -  Solo tu vuoi tutto e tutti devono essere ai tuoi piedi.- Poi in un soffio – Devono strisciare, leccarti i piedi, devono … -

 

Poi la voce si spense in gola. Girò la faccia dall’altra parte, cadendo in uno stato catatonico, improvviso.

Giulia capì che il colloquio era finito. Tra le ultime lacrime, si alzò dal letto e uscì dalla stanza. Sulla porta aperta era rimasto il dottore, che scuotendo la testa cinse le spalle di Giulia con fare amichevole. Il tentativo era fallito.

 

-          Signora – spezzò il silenzio il dottor Procopi – Scusi, ma è un qualche tempo che desidero farle una domanda.  Di che romanzo si tratta?

-          I Promessi Sposi – disse in un soffio Giulia.

-          Ah un remake, oppure una nuova interpretazione di un grande classico? –

-          No, l’originale.Rispose Giulia, scuotendo la testa sconsolata. - Firmato da lui -

Di spalle

Fulvia cammina a testa bassa col vento che scompiglia i capelli rossi, ripensando al sogno della notte.

“Stanotte ho fatto un sogno. Tu che cammini a testa bassa, con il tuo fare deciso, vestito con qualcosa di scuro. Non mi vedi e così ti chiamo”.

Si ricorda di essersi svegliata dopo aver gridato ‘Arturo e di aver tastato il posto accanto a sé. Era vuoto, desolatamente vuoto. Aveva scosso la testa e si era riaddormentata. Il sogno aveva ripreso il suo fluire come se non ci fosse stata nessuna interruzione.

Fulvia continua a camminare controvento, che le agita il vestito leggero che indossa. E’ ancora nitido nella sua mente il sogno e riprende il filo del flashback.

“Arturo si volta e mi vede. Si ferma e mi aspetta. Decidiamo di entrare in un bar e ci sediamo a un tavolino. Un incontro fortuito, senza nessuna ombra di dubbio. Sono felice di stare accanto a lui, mentre fuori è tutto fosco, come se da un momento all’altro si stesse scatenando un furioso temporale”.

Sapeva tutto di me, senza che lei gli dicesse niente. I suoi occhi parlavano per lui, la sua testa annuiva alle parole di Fulvia. Sembravamo in perfetta sintonia.

“I tuoi sorrisi mi capiscono, approvano le mie scelte. La tua voce è calda e ti vedo ancora più misurato di come ti ho sempre immaginato: pacato e sereno. Parli con parole precise e delicate. Comprendi che non ho scelta e cerchi una soluzione per me”.

Riflettendo su questo punto del sogno, percepisce che si sentiva sicura, come se lui le infondesse fiducia e serenità. Ha un moto di stizza, perché è solo un dannato sogno e nessuna realtà. Ripensa alle sensazioni provata: era come se fosse a casa, come se tutte le paure si fossero allontanate da lei.

“Mi aggrappo disperatamente a te, al tuo braccio, quasi a voler far combaciare le nostre spalle, le nostre due metà. Le spalle e la schiena coincidono, si uniscono, si mescolano, si confondono l’una nell’altro, senza più riuscire a distinguerci, gli anelli delle spine dorsali si intrecciano, si incastrano, si raddoppiano…”

Una profonda emozione la pervade e si dimentica che sta lottando contro un vento fastidioso e crudele, che la fa rabbrividire. Prosegue a camminare come se fosse in trance, mentre altri spezzoni del sogni si accavallano nella mente.
“Quale significato ha?” si chiede mentre urta una persona sul marciapiede.
“Fa attenzione quando cammini!” ascolta una voce maschile piuttosto irata.
Alza la testa e vede un uomo non più giovanissimo che la fissa con occhi di fuoco.
“Mi spiace. Non l’avevo proprio vista” dice con un tono di scusa.
“Me ne sono accorto” le risponde, mentre si china a raccogliere quello che è uscito dalla cartella che tiene sotto il braccio.
“Posso aiutarla?” domanda Fulvia che si abbassa per raccogliere alcuni fogli che il vento tenta di portare via.

Un grugnito di assenso è la risposta. La ragazza sbircia tra le carte notando che sono intestate ‘Studio notarile Picco & associati’. Pensa che sia un notaio, anche se a prima vista non le pare sensato. Tiene la domanda dentro di sé, continuando a raccogliere altri fogli. Nessun documento è andato perduto e d’istinto avanza una proposta.
“Come risarcimento posso offrirle un caffè?” chiede con cautela, visto che il viso dell’uomo non è proprio amichevole.
“Va bene” le risponde, addolcendo la voce, mentre richiude la cartella.
“Là c’è un caffè”.

La ragazza indica con la mano un locale elegante sull’altro lato del viale.
Seduti al bancone a sorseggiare un cappuccino, Fulvia osserva il profilo dell’uomo, che le sembra più vecchio di lei. Ha dei lineamenti vagamente familiari ma non riesce a comprendere in che modo.

“Non ci siamo presentati” dice la ragazza. “Fulvia”.

“Arturo” è la risposta dell’uomo.

Cronistoria della notte

Le 22:57. Tutto tace. Nella camera da letto, i loro respiri riempiono l’aria di anidride carbonica. Fa caldo. Le finestre sono spalancate e una leggera brezza riesce a penetrare all’interno dell’appartamento dagli interstizi  delle tapparelle. Lui è adagiato supino, una mano appoggiata  al petto a seguire il movimento del torace e il braccio opposto lungo il fianco. Lei è prona, con le mani sotto il cuscino e la testa rivolta a destra verso la culla dove dorme il piccolo esserino di un anno e mezzo, accovacciato sul fianco sinistro, la testa appoggiata alle sponde. Piccole macchioline di luce gialla, proiettate sulla parete dove è appoggiato il letto da un lampione in strada, creano disegni obliqui e ordinati. Le 00:23. Passa un’auto, la luce si estende al soffitto, corre velocemente lungo la parete opposta alla finestra, trafigge lo specchio e muore sullo spigolo in alto, appena prima di colpire una minuscola ragnatela in via di realizzazione. Lui inizia a russare lievemente. Il bambino si sposta, staccando la testolina dal letto e distendendo la gamba destra. Il comodino scricchiola, il corpo di lei sussulta, pur rimanendo immobile nella posizione assunta. Le 1:13. Lei si sveglia, scende dal letto, si dirige verso il bagno, chiude la porta. Tira lo sciacquone, spegne la luce prima di aprire la porta, la richiude delicatamente, cammina verso il letto e sbatte contro gli zoccoli di legno lasciati sul tappeto. Il bambino si sveglia, piagnucola ad occhi chiusi. E’ caduto il ciuccio, lei tasta il lettino alla sua ricerca, lo trova, lo prende e glielo rimette in bocca. Il bambino si gira e si riaddormenta. Lei risale sul letto, si distende, dà un’ultima occhiata alla culla e chiude gli occhi. Le 2:46. Si sente in lontananza la sirena di un’ambulanza. Lui si sveglia, allunga il braccio, trova la schiena di lei. La accarezza, scorre la mano fino ai fianchi e le si avvicina premendogli contro il corpo. Le sfila gli slip. Lei si gira, lo bacia con gli occhi chiusi per il sonno e lo lascia fare in silenzio. Le 4:01. Lui si alza, va in bagno, poi si dirige verso la cucina a preparare il latte al piccolo. E’ così vorace che sembra non aver mangiato da giorni. Si sente l’aria che gorgoglia all’interno del biberon mentre il latte gli scorre in gola. Le 4:28 il bambino dorme di nuovo. Il camioncino del fornitore del latte fresco parcheggia davanti al bar al piano terra del palazzo. Spegne il motore, apre la portiera, che non richiude. Apre il portellone posteriore. Fa rumore. Nessuno si sveglia, né si muove. Il bambino adesso ha il respiro lento e profondo. Lei ha il lenzuolo attorcigliato alle gambe, che la cinge fino alla vita. Lui è completamento scoperto, un piede penzola fuori dal letto. Un cane abbaia al furgoncino che si allontana. Le 5:32. La tenue luce dell’alba si sostituisce ai lampioni che si spengono. Le rondoni garriscono. Una bicicletta cigolante scorre lungo la via. Il bambino è supino, mani dietro la nuca. Il ciuccio dondola lievemente tra le labbra, che abbozzano un sorriso, gli occhi sempre chiusi, mentre le palpebre si muovono. L’aria si è rinfrescata. Lei si rigira su stessa, alza il busto per guardare all’interno della culla, allunga la mano fino a prendere il lenzuolino per coprire il bambino, subito dopo si copre fino al collo. Le 6:45. La sveglia suona. La città sembra essersi svegliata. Lui si mette seduto sul letto, si stira, infilandosi le infradito e si alza trascinandosi fino dentro la doccia. Lei annusa il profumo di croissant che entra dalla finestra aperta. Si alza e si dirige in cucina a preparare il caffè. Le 7:48. Un clacson suona, il bambino si sveglia. Lei entra in camera con un sorriso enorme sulle labbra, lo prende in braccio e lo sbaciucchia dappertutto mentre il bambino ride e si divincola, scendendole dalle braccia. Lei si gira verso la finestra. Tira la cinghia della tapparella, inondando di sole la stanza. Lei guardo giù. Le persone camminano già veloci sui marciapiedi, mentre la signora del negozio di fronte pulisce la vetrina e il proprietario del negozio di sport mette fuori espositori di palloni e cartelli delle ultime offerte. Lui esce dal bagno con l’asciugamano attorno alla vita e chiama il bambino per augurargli il buongiorno. Lei fa per uscire dalla camera da letto e, prima di varcare la porta, guardando il comò, passa un dito sulla sua superficie: “Quanta polvere… E’ ora che mi decida a toglierla.”  In quel momento mi sento sollevare con un gesto veloce, poi mi stacco dal suo polpastrello e volo libero nell’aria prima di ricadere dolcemente sul pavimento vicino i piedi del letto: “Cavolo” dico “… da qui non vedo più niente!”

SCHOOL OUT

La porta della classe si apriva spesso durante la mattina, da più di un mese ormai. Le maestre accompagnavano sempre gli altri bambini, soprattutto per andare al bagno.
Ma da qualche tempo alcuni bambini venivano accompagnati fuori, in un’altro edificio vicino.
Riccardo guardò adesso il suo compagno preferito di giochi, Nicola, che rientrava dopo due ore in aula. Aveva gli occhi tristi e il viso pallido. Sembrava che provasse dolore, ma senza piangere. Nicola era noto a tutti per la sua risata e gli scherzi incredibili che combinava ogni volta. Ora però era cambiato. A dire la verità, erano cambiate anche le tre maestre. Loro osservavano a lungo tutti i bambini, li accarezzavano anche quando facevano chiasso e sbattevano sul pavimento le sedie di plastica colorate, poi da un giorno all’altro ne accompagnavano alcuni fuori per riportarli qualche ora dopo, come era successo a Nicola. E poi avevano i loro fogli di carta, con gli elenchi dei nomi di tutti gli iscritti della scuola materna.
Riccardo stava per avvicinarsi a Nicola, per chiedergli cosa fosse successo e per sapere se voleva giocare con lui, quando una delle maestre chiamò il suo nome.
L’ombra della donna, alla luce del sole proveniente tra le tendine della finestra, sovrastava il corpicino di Riccardo.
- Riccardo, oggi farai un gioco diverso. Vedrai, ti piacerà. Ti accompagno, seguimi.
Il viso del bambino dai riccioli castani era incuriosito ma esitante.
La donna gli ammiccò e sorrise radiosa, indicando la porta a vetri.
- Coraggio, ci sono altri tuoi compagni lì. Sarà bello. Poi torneremo qui.
Riccardo allora la seguì a piccoli passi, voltandosi indietro soltanto una volta per guardare Nicola. Stava piangendo in un angolo e un’altra maestra cercava di consolarlo, sempre sorridendo.
Appena fuori dall’istituto, svoltarono a piedi verso destra, superando il cortile interno. Riccardo notò che le altalene erano desolatamente vuote, dondolate appena dal vento.
La maestra lo tirò leggermente per la sua manina e lo condusse al portone di un palazzo altissimo, di fronte alla scuola, dopo aver attraversato le strisce pedonali al semaforo.
Riccardo salì le scale insieme alla donna, raggiungendo il primo piano. Si respirava un cattivo odore di umidità. La porta d’ingresso era chiusa e la donna si affrettò ad aprirla, facendo tintinnare un grosso mazzo di chiavi. Poi spinse con delicatezza Riccardo.
Nel grande salotto della casa, le finestre erano chiuse e il buio era quasi totale. C’erano delle candele accese in fila sul tavolo di marmo. Il divano era ricoperto di stracci, mentre alcuni grandi cuscini ricoprivano il pavimento. La donna gettò le chiavi sul ripiano in cucina, dopo aver sbarrato accuratamente la porta. Il bambino non riusciva a distinguere le forme e i contorni delle altre persone, non ancora, ma sentiva che c’erano. Un odore di zolfo riempiva il corridoio e si udivano dei lamenti.
La maestra affiancò il bambino, sempre titubante e un po’ impaurito. Riccardo avrebbe voluto scappare via. Non riusciva a capire quale gioco bello ci fosse lì dentro. Voleva solo ritornare indietro, dai suoi compagni. Si voltò verso la donna ma prima che potesse parlare, lei lo bloccò con una mossa fulminea delle braccia e la sua mano gli tappò la bocca, premendo sulle labbra.
- Ascoltami Riccardo: non devi gridare. Se lo fai, il gioco finisce ancora prima di iniziare e dirò ai tuoi genitori che sei stato un bimbo cattivo e che non meriti di stare in mezzo agli altri compagni di scuola. Ora stacco la mia mano, ma devi prima promettermi che non griderai. Per nessun motivo. Chiaro?
I suoi occhi erano opachi e spenti, sembravano senza anima. Riccardo li guardò a lungo prima di abbozzare un si con la testa.
La donna sorrise, mostrando denti anneriti dal vizio del fumo. Poi prese un fazzoletto dalla borsetta, sempre tenendo a bada il bambino.
Dal salotto, nel frattempo, provenivano suoni diversi che sembravano prima lamenti e poi sospiri e qualche urlo. Riccardo si spaventò moltissimo, sbarrando gli occhi per riuscire a vedere meglio. Tutto ciò che riconobbe il bambino in quella stanza rivestì i suoi peggiori incubi di sempre.
C’era la giovane bidella arrivata da poco, Tiziana, senza vestiti addosso che stava accovacciata su una bambina che si lamentava. La bidella faceva degli strani movimenti e delle strane cose che Riccardo non aveva mai visto. Altre due donne, maestre di diverse classi a scuola, ridevano e bisbigliavano qualcosa agli altri bambini, cinque in tutto, seduti sul divano e immobili come fossero imbambolati.
La maestra spinse Riccardo nel salotto, stavolta più bruscamente. Il bambino vide del sangue sul pavimento e degli strani oggetti appuntiti sul tavolo. Iniziò a piangere e a implorare di voler andare via, perchè il gioco non gli piaceva, non gli era mai piaciuto.
La donna raccolse un crocifisso di legno imbrattato di sangue e iniziò a bruciarlo alla fiamma della candela.
- Guardami Riccardo, guarda verso di me. Se continui a piangere e a lagnarti, sarò costretta a farti male. Il gioco non è ancora iniziato e tu non vuoi più farlo? Vergognati.
Il bambino singhiozzò a lungo, senza riuscire a calmarsi. La bidella si voltò verso di lui e sorrise, mentre teneva ferma la bambina con una mano sul suo piccolo torace nudo.
- Gesù non vuole che bruci il crocifisso. Dirò tutto alla mia mamma. Voglio tornare a casa, non voglio giocare!
La maestra, delirante, continuava a bruciare l’oggetto sacro. Le altre due ridevano e toccavano i bambini nelle loro parti intime, imbrattandoli di sangue, lo stesso sangue che era sparso sulle mattonelle.
- Gesù è cattivo, più cattivo di te, brutto bambino che non sei altro! Se non la smetti di piangere, ti farò prendere dal diavolo nero! Mi hai capito?
Riccardo urlò ancora alla vista del crocifisso annerito dal fumo e dalle fiamme che la donna scagliò contro il soffitto. Poi lei iniziò a spogliarsi e a trascinare il bambino che era in preda al terrore lancinante. Prima di perdere completamente i sensi, stordito dalla maestra con una pezza bagnata, Riccardo vide il corpo nudo della bidella fremere sulla bambina distesa e in trance, vide gli altri compagni che fissavano senza muoversi le fiammelle guizzanti della candela, vide le tre donne usare quegli strani strumenti di ferro su di loro, vide tutto il sangue brillare nell’oscurità. Il bambino dai capelli ricci mormorò la parola mamma prima di chiudere gli occhi.
Il gioco stava per iniziare, anche se non era il bel gioco che la maestra gli aveva promesso. E sarebbe durato ancora a lungo.

Un caffè … Grazie

Quando NWB mi ha offerto un caffè, un po’ speciale in verità, ho avuto un soprassalto. Non perché la caffeina mi disturbi o il caffè non mi piaccia. Mi ha colpito come in ogni tempo e in ogni luogo, si senta l’esigenza di riunirsi per porre in essere una sorta di comunione, di convivio d’idee, di esperienze. Regalare a qualcun altro le proprie esperienze, sensazioni, piccoli o grandi sentimenti. Condividerli e sentire che quelli stessi hanno attraversato, in qualche maniera, i lettori.
Persone che non conosciamo se non attraverso i loro scritti, però veniamo a far parte di loro, del loro mondo. Ne conosciamo gli interessi, spicchi del loro carattere, insomma a poco a poco anche la loro vita.
Prima di accettare mi sono premunito di leggere e rileggerò ancora le testimonianze di quelli che prima di me si sono seduti ai tavolini, immaginari, di questo “Caffè”.
Non per diffidenza, non per spocchia, ma per capire e rendermi conto che questo “Caffè” non è un locale nel quale, il migliore ha una fedina penale pari all’aggiornamento: “A – CAB “ dell’Enciclopedia Treccani. E il barista ha quattro braccialetti elettronici alle caviglie e lo sguardo da psicopatico.
Al contrario, non è neppure il luogo dove ogni avventore è un Primo Ministro o un Commissario Unico, un luogo dove si fondano partiti o si sognano rivoluzioni. Che poi a ben vedere, in quest’ultimo caso una birreria forse è meglio. Giusta la continuità storica.
Piuttosto ricorda molto il “Cafè Procope” o “Les Deux Magot” o il “Giubbe Rosse” e come non ricordare il “Caffè Greco”. Luoghi nei quali spiriti liberi e attenti, pensatori insigni o semplici affabulatori si sono ritrovati e hanno usato l’arma più potente che mai l’uomo ha creato, usato, gestito: la ragione e le idee.
Ho già partecipato a questi convivi, al crepuscolo di quella stagione che fu Splinder. Ho annusato la “Coccoina”, blog nato e cresciuto con gli stessi intenti di partecipazione di persone che scrivono e hanno il piacere di farlo condividendo poi, la propria fatica. In verità partecipavo anche a un altro blog, di cui per altro ne vado fiero, anche se il “corpus” era improntato alla più sfrenata goliardia, alla cialtronaggine educata dove la cretineria dell’uomo e i suoi dintorni erano l’oggetto di allegra speculazione.
Viste le esperienze positive, nell’uno come nell’altro caso, mi sono detto: perché non accettare. Ripresenterò cose già scritte e cercherò, tempo e lavoro permettendo di proporre anche delle novità. Non è un’esplicita minaccia, ma un cortese avvertimento, questo sì.
Per finire vi ringrazio del tempo speso a leggere questa mia presentazione, che mi sembra dovuta, quando ti presenti la prima volta, in un luogo non tuo e dove sei stato invitato.
Ho il piacere di scrivere e quanto scritto ve lo offro con la speranza che abbiate il piacere di leggerlo.
Giacché ci siamo e visto che è il primo appuntamento, perché non approfittarne:

Il primo appuntamento

 

Il primo appuntamento, non lo ricordo. Quindi non posso parlare della trepidazione, del senso di vertigine di quelle ore. La continua altalena di emozioni. Non posso dire di come mi sono scarnificato la faccia nell’eliminare con il rasoio, quella peluria fine e d impalpabile, che definivo onor del mento, né di quanto dopo barba, deodorante e profumo ho dilapidato, tale da sembrare più una danseuse balcanica di un bordello mediorientale, che un giovin dabbene, che si accinge al suo primo incontro sentimentale. E poi perché ricordare solo quello? Perché indugiare su di un tempo, è vero unico e importante, ma poi non ostante tutto, ricomparso ancora in tempi ed epoche diverse. Ogni appuntamento è stato il primo, cambiava la persona, fino all’ultimo quello fatale, quello che ha chiuso la carriera, per così dire, in maniera definitiva. Gli altri primi appuntamenti, li vogliamo lasciare, negletti, nei meandri di una memoria ormai confusa, dalle troppe date, dai troppi volti, dalle troppe ricorrenze? Forse che il primo appuntamento di lavoro è meno impresso nella mente? O il primo appuntamento dal dentista ha meno valenza? Forse, proprio per quella valenza, per come ha inciso in noi e nel nostro essere, di là dei profumi cui ci siamo cosparsi. Un esempio è il dentista, sulla cui poltrona, per arcano disegno io regolarmente mi addormento, incurante di pinze, trapani e del molesto rovistare che subisco. Non è effetto di anestesia, son fatto così, giurin giuretta! Eppure la sola parola suscita un senso d’orrore, smarrimento, rifiuto in molti, nei più. Anche il primo appuntamento di lavoro. Sia lo cerchi, sia che una volta ottenuto devi far valere le tue conoscenze. In ambedue i casi ecco che si declinano regole comportamentali e di galateo, di buona educazione, rigide e codificate. Non puoi presentarti vestito alla “và là, che vai bene”, ma neppure ostentare le “polpe”. Indica più il corpo che la lingua, in molti casi. Esiste sempre un primo appuntamento, perché in ogni cosa c’è una prima volta. Quindi andare a frugare nella memoria a volte è difficile, noioso e poi non sempre, anzi mai, c’è l’episodio, che ti tira fuori dal coro, che fa sembrare il tuo, l’appuntamento del secolo. Ma quando mai !! Già il primo incontro a ben ricordare si è svolto in un’imbarazzante atmosfera, nella quale già l’incrociarsi di sguardi, era un baratro d’incertezze. Lo sfiorarsi dava la stura a una pantomima di scuse e di ulteriori incerte emozioni. Non sapevi che dire, le mani, fantozzianamente erano due spugne, la lingua, un tappeto fitto e peloso. Improvvisamente mi rendo conto che era il 196… oddio ma quanti anni son passati, una quarantina ed io devo sforzarmi di ricordare quei momenti, devo far emergere figure che ormai il tempo ha sfumato e delle quali non rimangono che tiepide ombre? No, lasciamo la cosa in un tempo sospeso, abbastanza confuso da poterci chiamare fuori o dentro secondo convenienza. Noi uomini, non sempre siamo capaci di liberare i sentimenti, non sempre inquadriamo i momenti nella giusta prospettiva. E’ facile indorare la pillola, millantando chissà quali magnifici maneggi di quegli istanti. Oppure guardiamo l’interlocutore, interdetti; come se le sue parole giungano da una diversa e aliena dimensione, balbettiamo scuse, nella nostra compulsa afasia. Cominciamo a confonder date, persone, luoghi in una girandola balbettante di mezze verità e menzogne, facendo capire che i nostri ricordi non sono, pur essendo! Ma allora, perché sprecare tempo a scrivere del primo appuntamento, e soprattutto perché sprecare quello del lettore?Forse per indicare che il primo appuntamento, non è così carico di ricordi, come si vuol spacciare. Forse perché, non sempre a quello, i ricordi collegabili sono piacevoli e poi proprio per le numerose forme assunte, non riconducono sempre ai primi palpiti amorosi. Poi forse per trovare una giustificazione verso se stessi. L’incapacità di ricordare, la confusa memoria che ci perseguita e che pone il primo a sovrapporsi ad altri, avvenuti in situazioni diverse e per altre cause. Riaffermare così che la lontananza dei fatti, porta a scolorire le cose e che il passato deve, per suo stesso gene, rimanere tale. Lontano, ormai sfumato e assente di precisi confini. Per contro il presente e il futuro, per i più avventurosi o avventati, sono il terreno su cui pestare le tracce della nostra esistenza. Vivendo la contingenza, preparandosi al domani, incuranti del bene prezioso del ricordo, che può trasformarsi in esperienza di cui far tesoro. Fino al prossimo appuntamento, che considereremo il primo, l’unico e singolare.