PESCI FUOR D’ACQUA

Antonio Vico era morto da più di quattro giorni e la sua salma era già stata tumulata nel cimitero di B***, un piccolo cimitero con un centinaio di tombe e parecchie cappelle di famiglia. Intorno, una cinta alta non più di due metri delimitava un’area abbastanza ristretta e, oltre, un grosso parcheggio isolava il cimitero dalla via principale. Qualche albero, né piccolo né grande, stava là senza logica apparente, a dare colore ad un luogo altrimenti sciatto e di poco interesse. Il cancello d’ingresso restava sempre aperto.

Antonio era stato messo in fondo, in un angolo remoto del cimitero, ma secondo la sua opinione, quello non era il posto che lui preferiva. E quei due che gli stavano a fianco erano uno peggio dell’altra. Sulla destra stava l’Ugo Bruschi, un tipo che aveva per parola soltanto il silenzio e che anche in vita gli era sempre sembrato odioso; sulla sinistra l’Assunta Concetta Maria Clerici, la donna più brutta dell’intero B***.  I maligni sussurravano che appena prima di morire l’avessero assunta al vicino lanificio per la sua disumana peluria! Possibile che l’assessore Tremoli non avesse capito che desiderava essere sistemato là vicino al suo amico Bellimbusti? Roba da non crederci.

E sì che gli aveva anche detto che in caso di morte improvvisa avrebbe preferito una tomba al centro del cimitero, proprio dove c’è il passaggio principale. Se non altro per una questione di prestigio.

Stanco per quella giornata lunga e noiosa, Antonio decise di coricarsi, visto che la mattina seguente si prospettava piena di impegni davanti al Sommo Creatore, ma nel momento in cui si stava abbandonando al sonno, una voce d’umano deturpata dall’alcol giunse scivolando sulla tranquillità del luogo. Era il Mario Brambilla, ubriaco fino all’osso. Canticchiava una canzoncina del dopoguerra, un motivetto popolare. Brambilla era solito ridursi ad uno straccio per il bere; passava le serate al bar dalle otto alla chiusura e poi, zigzagando in bicicletta per le strade, arrivava fino al cimitero, sbatteva in terra la bici e si buttava in lacrime sulla tomba della moglie. Quella sera però le cose andarono in maniera un po’ differente.

Arrivato al cimitero, vide di fronte a sé un uomo che gli veniva incontro. Mario ci rimase di stucco e gli tremavano le gambe e non solo per l’alcol.

“Antonio Vico?” disse tra sé prima di gridare spaventato a morte. Antonio cominciò a sbracciarsi portando il dito indice alla bocca.

“Zitto che li svegli!” indicando le tombe. “Non avere paura, non ti voglio fare del male. Vedi quella lapide giù in fondo? Io sono là. Questi bastardi mi hanno messo vicino all’Assunta Concetta Maria Clerici… uno come me… là in fondo…”

Mario Brambilla annuiva senza distrarsi. Aveva paura.

“E tu, che sei venuto a fare a quest’ora della notte?” domandò il Vico.

“Mia moglie, a sinistra della cappella dei Giorgi… è morta qualche tempo fa, adesso… qui per trovarla, ma vado via subito” rispose confuso il Brambilla.

“Andare via? Stai forse scherzando? Tu adesso ti siedi qui ché dobbiamo parlare” intimò l’Antonio Vico. “Ascolta, ti manca tanto tua moglie? A me manca il mondo là fuori. Ti propongo uno scambio: tu prendi il mio posto ed io il tuo, d’accordo?”

“Vicino all’Assunta Concetta Maria Clerici?” chiese perplesso il Mario Brambilla.

“Certo, ma per poco. Una volta là fuori parlo con l’assessore Tremoli e ti faccio spostare vicino a tua moglie. Ho già visto un posto lì a fianco. Affare fatto?”

“Ci penso” fu la risposta lapidaria del Brambilla.

 

Ma ubriaco com’era e innamorato com’era, l’affare fu fatto. Il Mario Brambilla si svegliava tutte le notti alla stessa ora, usciva dalla tomba e si metteva a chiamare la moglie, ma questa ogni volta gli gridava di non disturbare.

“Non siamo più marito e moglie. Siamo morti ormai. Qui ci vogliamo bene tutti allo stesso modo. Piantala di insistere, ti prego, piantala!”

Là fuori non era poi così diverso. Anche Antonio aveva i suoi problemi. Nessuno gli dava retta, quasi tutti lo evitavano, molti si impressionavano trovandosi a parlare con un morto. Figurarsi l’assessore Tremoli, abituato a parlare di niente, ma molto attento alle opportunità che potevano arricchirlo. E la morte non era tra le sue attività preferite; la politica non stava dalla parte della morte. Così Antonio Vico cambiò anche provincia, ma senza risultati. Era come un pesce fuor d’acqua.

Stanco e deluso, Antonio tornò a B*** e si nascose come un barbone al cimitero. La notte era terribilmente fredda, ma forse per la stanchezza o forse perché così dovevano andare le cose, il Vico si addormentò proprio sulla lapide a lui destinata. Ma nel mezzo della notte il Mario Brambilla uscì da là sotto per fare visita alla moglie. Vide la sagoma di un uomo disteso sulla lapide e si fermò sbigottito, ma quando si accorse che quello era il Vico, cominciò ad urlare scuotendolo con forza.

“Mi hai rovinato, farabutto! Te ne torni qui come se niente fosse? Farabutto. Mi hai convinto a morire facendomi credere di poter riabbracciare mia moglie, invece lei non mi vuole più, farabutto!”

Antonio lo lasciò sbraitare, poi disse: “Forse hai ragione, mai deviare il corso dei fiumi…” Si asciugò qualche lacrima e aggiunse: “L’acqua del fiume è come la vita, ha bisogno di anni per buttarsi nel mare”.

E tutti e due continuarono a vivere, irrisi dalle loro stesse scelte.

(di Stefano Re)

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  1. E io che credevo che almeno nell’oltretomba i problemi di vicinato fossero risolti!
    Divertente, scorrevole, e con due morali: la più ovvia è che nessuno è mai contento della propria condizione; l’altra è che la burocrazia non si smuove neanche se resuscitano i morti!

  2. Ironico e con una morale tutta sua. Chi è superbo alla fine la pagherà. Il Brambilla appare come un innamorato respinto, ma impara a sue spese che la morte accomuna tutti: ricco e povero, innamorato o no, alto e basso.
    Veramente stimolante per quel sottile filo che spinge il lettore a comprenderne i significati più nascosti.
    Complimenti.

    O.T. Sto preparando il claendaria per Marzo. Avrei pensato per la data del 3 marzo, se è ok, confermalo.

  3. Pingback: Pesci fuor d’acqua « Nebbia e risaie

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