Lei

Ho solo voglia di tornare a casa da Sara, di piazzare il trolley nella cappelliera e dedicare queste due ore di volo al manoscritto. L’hostess è carina, molto, e con un sorriso sintetico da low cost s’informa se va tutto bene, mentre nel corridoio sgorgano le prime facce dei no priority. Di solito aggancio la cintura e mi barrico dietro parole rubate a qualche buon titolo portato da casa e mai recuperato nei decadenti bookshop degli aeroporti.La figlia procede lentamente scrutando i numeri, ha la stessa faccia slavata d’un tempo e ancora il vezzo di non indossare reggiseno. Dietro segue la madre: il battito accelera e s’accorcia il fiato. Io ho faccia e capelli mutati, rughe di vita incise sulla fronte che aggrotto per non tradire qualcosa, dispensare un cenno, un saluto, una emozione.
Loro due hanno i posti vicini a me. Mi racconto che è solo una coincidenza, una mia illusione, un ologramma suscitato dall’ultima narrazione. Certo, l’ultimo testo da valutare: come si chiamava il tizio Giovanni, sì Giovanni Conti, autore suggestivo e ammaliante, deve essermi rimasto in testa e adesso… Però la voce della madre è bassa, quasi roca ed è la sua. Deglutisco l’idea di essermi confuso, insieme al nodo in gola e ascolto con finta disattenzione la lamentela sulla scelta del posto. La figlia claustrofobica vuole il corridoio, la madre avrebbe preferito il finestrino, la fila ascolta le loro contumelie e mugugna, l’hostess carina osserva irritata.
Sgancio la cintura e dico «segga al mio posto, vado io sul corridoio»; no ché la figlia ha sempre smania di libertà, come allora si ricorda? Io ero a casa sua, il tempo era un altro e sua figlia fuggiva da qualcosa o da qualcuno, Lei avrebbe dovuto chiederselo allora, quando percorse rapidamente il corridoio e sbattendo la porta andò via. «Devi accontentarti di me», disse Lei con un finto e qualche malizia, ricorda?
«Posso stare al centro, se per voi va bene.» Annuite entrambe, quasi liberate dalla necessità di condividere una vicinanza indesiderata. La figlia respira, siede al suo posto, ringrazia. La madre dice che sono gentile, molto, con la sua bella voce roca. Cristo, come fa a non ricordare, non sono così lontano dal ragazzo d’allora, siamo impinguiti entrambi, Lei ha i suoi anni addosso che le camuffano i fianchi, ma portiamo in viaggio le stesse parole, dovrebbe ritrovarmi in un suo pensiero, almeno in uno, adesso che mi osserva con migliore cura da così vicino. Prendiamo tutti posto e per un attimo ho l’impressione che Lei voglia mettere le gambe di traverso sulla seduta. È solo un attimo, un fotogramma improvviso di un altro sedile, di altri divani, d’altre gambe. Istintivamente le osservo, fa caldo e le porta scoperte e scolpite di segni di vita.
Il salotto era di panno bianco e sua figlia non l’ho mai sopportata, Lei credeva che le facessi la corte non ricambiato, poggiava le gambe sui cuscini e mi interrogava sul cosa avevo letto di nuovo. Il Postal Market, dissi trovandolo poggiato sul tavolino basso, vetro e ottone sul quale tentavo di sbirciare sotto le balze adagiate sul panno. Battute banali le mie per dissimulare l’imbarazzo, incapace allora di condividere lo stesso cuscino con una donna. «I miei lo sfogliano sempre, ma non comprano mai niente.» Anche Lei se ne serviva poco, solo intimo e qualche maglia per sua figlia. Percepisco ancora oggi una stretta in gola a quella parola, «intimo», e senza rifletterci provo a violare ancora le sue trasparenze. Lei guarda fuori dal finestrino mentre procediamo verso il decollo, ha la pelle nivea di mia madre, mani aggrinzite sulle parole errate di teorie di occhi e orecchie in decollo per la vita. Alcuni si spegnevano già sulla pista, neanche rullavano, rimanevano fermi a osservare i pochi di noi pronti al primo battito d’ali. Io vivevo già d’aria e planare su di Lei mi risultò solo naturale.
«Posso prenderti la mano? ho sempre paura quando ci si stacca da terra», ascolto le parole credendole attuali, nonostante nessuna sillaba venga pronunciata e nessun movimento accennato. I capelli appena appena ramati sul poggiatesta, gli occhi chiusi e la mano serrata sul bracciolo. Quel viaggio se ricorda iniziò così, Le diedi la mano come se la mia età potesse essere sufficiente a difenderla, ma adesso è diverso, come il suo profumo, lo ha cambiato vero? Ci fu una sera che ne indossò uno aspro che annebbiava la testa e bruciava le narici quando sfioravo con le labbra la sua pelle.
Forse dovrei voltarmi e dire qualcosa, un ma Lei è? Ma ho vergogna di questo pensiero lontano, di cosa confesserei muto a sua figlia persa in un momento alieno: vedi era già il mio cervello a volerla più d’ogni altra cosa, tu andavi via sbuffando per ogni piccolo ammonimento e io rimanevo ad ascoltare le singole lettere, leggevo avido i movimenti della gola, ascoltavo la voce suonare bassa nell’incavo tra i seni costretti dall’intimo del Postal Market. Era una ninnananna che teneva svegli, con i sensi alterati e lo stupore del suonare il campanello di quella casa che mi trasformò per sempre. Diveniva mia capisci? Perdeva la sua ufficiale fisionomia giornaliera e diventava la mia maestra di storie e di vite. Tu andavi via per quel corridoio in ansiosa ricerca della tua narrazione, io la mia la vedevo sorgere oltre quel corridoio, tra le sue gambe rannicchiate sul divano.
Il decollo è avvenuto, appunto «intimo» sulla prima pagina del manoscritto per suggerire una citazione d’introduzione. Giro il capo quasi intenzionato a farmene confessare una adesso, ma fuori la notte evoca una striscia d’asfalto e buio di stelle oltre i vetri sudati di pioggia. Il pullman solcava quel nulla ed era grotta e riparo il poncho ruvido a quadri vivaci. Tremavo che sembrava freddo e Lei lo aveva esteso su di me. Discutemmo, mentre si provava a recuperare sonno, di timidezza, di prese di coscienza e della sofferenza per troppi ideali. Invece il brivido era la scabra sensazione al tatto del nylon operato, la sempre maggior meraviglia di non avere imbarazzo, di non ricever diniego, protetto dagli occhi e dal mondo sotto il ruvido tessuto del poncho.
Meccanicamente sfioro con il palmo la cucitura laterale dei miei jeans, trovando con le nocche un pensiero di stoffa mai dimenticato; neanche mi scuso del potenziale contatto, come se avessi ancora – semmai ne avessi avuto – un qualche diritto o un possesso. L’hostess carina mi propone un biglietto di una qualche lotteria, la figlia alza un attimo lo sguardo distratta dalla rivista di bordo e dalle cuffie, estraniata anche oggi più d’allora. Sul tavolino aperto il manoscritto, sul frontespizio la calligrafia della parola «intimo», ordinata e netta. Immagino che Lei dedichi una occhiata vaga alla pagina; troppo comune il mio tratto di penna per impegnare la sua memoria antica, eppure credo in un suo fremito, una leggera increspatura del volto letta con la coda dell’occhio.
Giro i fogli a caso e provo a rileggere qualcosa: pagina 34 dove si parla di una lei su un divano. Chiudo, perché ogni parola vuole riportarmi a quella sera. Vorrei prenderle la mano, chiamarla per cognome provando a inflettere la voce sulle cadenze d’allora. Tolto il poncho, il tempo ci aveva rimesso al nostro posto nel mondo, come se niente fosse, come spesso doveva accadere quando andavo oltre. Io traevo benessere dai suoi pensieri, dalle sue parole, eppure provavo ogni volta a scrutare oltre la stoffa, avvicinavo la mano sino a sentire il calore di donna, terribile e igneo, sempre più vicino, sempre più ustionante.
Quella sera scelsi di non seguire gli altri, provai a chiedere alla reception una pasticca per il mal di testa, che ovviamente non avevano. Lei disse che poteva darmi un’aspirina. Bene, sarei passato dalla sua camera dopo cena, io e la mia incoscienza ancora ignota.
«Ma come proprio l’ultima sera», inveì qualcuno. Già, proprio l’ultima sera possibile ragazzi. Oltre quella non avrei potuto raccontarne altre, dovevo farmela bastare tutta quanta sino all’ultimo secondo. L’ultima sera non mi sarei imbucato con voi in quel buio frastuono di festa; no, sarebbe stata Lei la mia preziosa festa, c’era troppa vita in me e doveva straboccare, su di Lei, dentro di Lei.
La voce gracchiante del comandante avverte che inizia la discesa. Fissati al sedile proviamo a scorgere oltre il vetro il sentore della terraferma. Sulla destra l’ombra della virata spiega come il pilota sappia esattamente come variare l’assetto delle ali in manovra, come usi logica e maestria per riportarci sulla terra. Io imparai il volo sulla soglia di quella stanza azionando meccaniche precise, sequenze pensate e ripassate mentre l’ascensore scalava quei tre piani. Io e Lei dovevamo avere un qualche mantra da recitare in segreto. Rigidi e muti attendevamo qualcosa; io per esempio che non accadesse nulla e nel medesimo battito che mi lasciassi dominare dalla volontà di averla, insieme alle sue tonalità basse e alla grammatica della bocca che la percorse oltre ogni barriera, oltre ogni limite sociale, età, storia.
Con la testa poggiata al finestrino osservo i lampeggianti della pista, ho il manoscritto ancora in mano, finito. Manca la citazione iniziale sul foglio che resta bianco e potrei consigliare all’autore di ometterla, trascurardo io stesso che tutto questo sia iniziato da una frase, da una improbabile sequenza di fonemi, frequenze sgangherate di un mondo e di un tempo indimenticato. Suoni io li chiamo e non per sminuirli o per declinare l’invito ad accoppiare a loro i sensi. Come il rombo di questi motori mi hanno portato in alto, oltre ogni eterea nuvola di cielo e ricondotto a casa, tante e tante volte. Suoni densi, come il tocco degli anelli sulla maniglia della porta, il fruscio della gonna sul nylon operato, il silenzio giocoso di mani e braccia intente a scoprire uno alla volta i centimetri di donna, di pelle, i sapori, gli umori, le paure, gl’inadeguati movimenti e la fatica cocente dell’essere carezzato nell’intimo sino a svenirne.
I miei due vicini adesso sono già avanti nei loro freddi vestiti da lavoro. Trascinano i trolley parlando di già del prossimo viaggio. Lei, dolcemente, ha riattraversato questi miei giorni per lo spazio di un volo, e adesso che ho l’anima spossata e felice, sulla pagina vuota leggo nitida la giusta citazione.

“Hai mai desiderato una seconda possibilità di incontrare qualcuno per la prima volta?”
C. Bukowski.

Ambizione

E’ lei è soltanto lei, il sogno di un disastro inatteso.
Magari se o magari forse…

Brillante, in pieno corso di impegni oltre la sua portata, chi l’avrebbe mai detto? Dal più basso gradino fino ad una discreta ascesa, fino a dove? Quanti passi si devono fare prima di sentire di valere qualcosa, prima di poter solo pensare “sono vivo”. Se non fosse per quel malessere mal celato, hai scelto tu questa vita? Un sottofondo che guasta l’atmosfera. Hai scelto? Quanto di quello che stai vivendo ti appartiene. Quanto di ciò che ti circonda hai scelto? Un sottofondo che guasta l’atmosfera, chi l’avrebbe detto, dal gradino più piccolo fino ad una discreta ascesa…in pieno corso di impegni oltre la sua portata, hai davvero le carte in regola per batterli tutti?

Magari se o…forse.

Eppure sai, qualcosa manca. Un pezzo di puzzle che non hai. Perso lungo il cammino, oppure ancora tutto da cercare

“Che cosa hai fatto per te, soltanto?”.

Al di là della carriera o dello studio, degli affetti, delle aspettative e delle responsabilità.

Dove sei veramente? Quella parte che continua a farsi sentire e che non riesci ad ignorare. Un richiamo di coscienza come una morsa nei momenti più inaspettati. Una cena di lavoro, un’uscita fra amici, una pranzo col tuo compagno.

Un tuffo nell’animo è la sensazione. Un dettaglio. Fosse un colore, una scena di vita quotidiana, un film trovato per caso, un taglio di capelli, una frase.

Il libero arbitrio è un dono che non si sa mai come utilizzare, per troppa gente scrivere il proprio destino è sinonimo di paura. Per altre, una pressante e torturante ambizione.

Riflessioni dal fondo del pozzo.

Ciao a tutti! Mi fa piacere essere tornata tra voi dopo tanto tempo. Vi propongo un esperimento pubblicato la scorsa settimana sul mio blog personale: il diario. Può sembrare strano, ma in tutta la mia vita non ho mai scritto un diario vero, figurarsi uno letterario. Ho deciso di non dare nome alla protagonista, di lasciarla così ignota; non perché non meriti un nome, ma perché non so ancora quale nome le calzi a pennello. E il nome, si sa, è una cosa importante. Buona lettura! P.s.: scusate se pubblico con un giorno di anticipo, ma domani sono impegnata e, svampita come sono, è probabile che mi dimentichi di postare. 😀

Caro diario,

è da tanto che non ti scrivo. Passa un’ora. Poi un’altra e un’altra ancora. L’orologio non si ferma mai, il tempo scorre costante, corre come la strada sotto un’auto lanciata a tutta velocità e alla fine la penna cade dalla mano addormentata senza aver adagiato nemmeno una parola sulla carta. Oggi rifletto dal fondo del pozzo, lo stesso in cui ad un certo punto, un punto cruciale oserei dire, si ritrova Toru Okada, il protagonista de “L’uccello che girava le viti del mondo” di Murakami; può sembrare un posto strano per riflettere, ma cosa può esserci meglio di un buco che solitamente ospita l’acqua che per sua natura riflette?

A proposito di strade, come dice Mycroft Holmes nell’ultimo episodio di Sherlock: “the roads we walk have demons beneath”, che tradotto significa “ci sono demoni sotto le strade su cui camminiamo”. E i demoni ci sono davvero, stanno lì, nell’ombra, ad aspettare; nel frattempo affilano gli artigli e grattano la superficie al di sopra delle loro teste, la stessa che sorregge i nostri piedi, per aprire una voragine e ingoiarci interi. E’ strano, vero? Come i punti di vista possano essere diametralmente opposti. Quello che per qualcuno è il sotto, per altri è il sopra; ciò che per alcuni è bianco, per altri è nero. E’ tutta una questione di prospettiva, letale talvolta.

Non è più lo stesso il modo in cui guardo il buio, sai? D’altronde come potrebbe mai esserlo? Una volta visto e vissuto, l’Inferno, è difficile non sognarlo, figurarsi dimenticarlo. Non ricordo di aver mai temuto la notte da bambina, ma sicuramente l’ho fatto da adulta. Non molto tempo fa dormivo con la luce accesa, per davvero; non riuscivo a fare luce dentro, quindi cercavo di fare luce almeno fuori nella strana e vana speranza che filtrasse dentro per osmosi. Ridicolo, vero? Ci rido sopra, con una risata amara però. Adesso la luce la tengo spenta, eppure le tenebre stanno ancora là, come se fossero incastrate, incatenate al cuore. Forse le ho abbracciate o accettate? O magari imprigionate, perché no. Dimmelo tu, diario, che mi conosci davvero nel profondo; dimmi se sto brancolando nel buio alla ricerca di luce o tenebra.

Sei mai stato sul fondo di un pozzo? E’ una cosa strana… guardi giù e vedi fango, lo stesso su cui stai seduto, guardi su ed ecco un cerchio perfetto fatto di cielo. Sembra di vivere nella canzoncina del girotondo, quella in cui casca il mondo. Peccato che non ci sia nessuno a cui dare un bacio; sarebbe carino. Mh. Un bacio nelle tenebre. Suona romantico.

E tu hai demoni, caro diario? A parte i miei sepolti nelle pagine? Spero di no, perché se li hai, vuol dire che hai conosciuto l’Inferno. E se l’hai fatto, ti prego dimmi com’è il tuo. Vorrei sapere se somiglia al mio… buio, spinoso, con le tenebre ridotte ad un groviglio di ragnatele appiccicose e la luce, nel migliore dei casi, ad un lumicino quasi spento.

Ti prego rispondi, caro diario, ché qui tra gli umani pochi sono quelli che osano guardare nel buio e portarlo alla luce.

E con questo ti lascio.

Buonanotte,

con amore,

******

L’APOSTROFO

 

L’articolo indeterminativo femminile UNA, femmina fino in fondo decise di pareggiarsi al maschile, anche perché quell’apostrofo era una noia. O la scrivevano per intero oppure che dimenticassero per sempre quell’apostrofo. Possibile che ogni volta, sia con il caldo che con il freddo, le dovevano affibbiare quell’accessorio che sembrava tanto una sciarpa? E poi era un accessorio di lana e quindi fuori moda. Fosse stato almeno di seta…

“Il mondo va avanti e noi dobbiamo sempre tenerci addosso quell’apostrofo?” diceva alle sorelle che come lei prospettavano la parità dei diritti.

“Sciopero. Facciamo tutte sciopero… e che andassero alla malora tutti quei moralisti e puritani della lingua perfetta!”

Così ogni volta che qualcuno scriveva l’articolo UNA al femminile, e vi aggiungeva l’apostrofo, di colpo questo spariva, perché tutti gli articoli indeterminativi femminili se lo scrollavano di dosso. A scuola fu il delirio. Le maestre tirarono fuori la matita rosso sangue, facendo segni così profondi, che al confronto le trincee sembravano un bassorilievo.

“Asinaccio, un’arancia vuole l’apostrofo!” gridava dalla cattedra la maestra mentre il povero alunno ragliava uno stentato: “Ma guardi che l’ho messo…”

Nelle aziende partivano mail così sgrammaticate che addirittura i grandi manager passavano per ignoranti perdendo rispetto e onorabilità, e nelle tipografie l’errore grammaticale era ormai la prassi.

Così intervenne l’Accademia della Crusca, e decise che basta, la forma corretta per gli aggettivi indeterminativi sarebbe stata quella senza apostrofo, sia che il nome fosse maschile sia che il nome fosse femminile. Esultarono gli studenti, che di colpo videro scomparire lo spauracchio dell’errore, ma disgrazia volle che sparì definitivamente la forma al femminile…

“Poco importa” disse qualcuno, “in fondo volevano la parità dei diritti”.

di Stefano Re

Caleidoscopi

Ci sono giorni di colori e densità diverse.
A volte mi sveglio col ghiaccio di certi stringimenti d’anima, che nascono da paure naviganti e spumose: quelle che durante la notte non se ne vanno, battono e ribattono.
Ti aspettano, quasi ti salutano, la mattina.
Piccoli condor da comodino.
Così, per il ghiaccio interiore, è un attimo diventare mattone: metamorfosi domestica e senza pretese.
Il mattone, opaco e corposo, sa dove andare: si colloca fra te e il mondo.
A fare il salto del mattone, pensieri e speranze si stancano subito e allora restano lì, in esilio: ciondolano.
Potendo, si prenderebbero un diversivo, invece macché.
Sul mattone c’è poca vita: stanno lì, aspettando una svolta del destino.
Il bianco grigiolino del ghiaccio interiore si sfilaccia in una tinta ibrida, screziata in tortora, che non è il colore della vita, è il colore della vivenza, quella che perde tutte le preposizioni. Modello basic.
Poi, si va.
Intanto il sole si commuove e saluta, freddo ma presente. E non è poco.
Vagamente cominci a pensare che è più economico lasciare da parte gli universi irritati inquinati intristiti: meglio farsi prendere dalle cose da fare.
Sposti il mattone e affronti l’arena.
Lì prevale il rosso, che accompagna equamente emozioni e ortiche trattenute, agitazioni da timidezze cementanti e sanissimi istinti di soppressione. Il rosso ha i toni aranciati del fuoco ma sa incupirsi e diventare violaceo.
Poi, torni.
E quando torni dal mondo, niente è mai come prima.
Le paure sono in pausa pranzo, i sacri furori (che convivono con gli alti doveri) escono un attimo.
Hai bisogno di trasparenze azzurre, come sanno fare certi vetri che conservano la memoria dell’acqua. Cerchi aquiloni di musica e di parole: ti acquieti sulle tinte della stanchezza buona, che non è spossatezza ma misura del già fatto.
E’ questo approdo l’indizio. Se cambiano i colori nel gioco delle biglie della giornata, un motivo ci sarà.
Io credo di avere capito: ci hanno inserito nel Segreto Caleidoscopio Galattico.
Siamo i vetrini colorati, i chicchi di melagrana, che ruotano sul piano opaco, a formare meravigliose figure sempre uguali, sempre diverse, combinazioni multiple e cangianti : architetture senza persistenza.
Siamo tracce di colore in movimento.
Ci muovono, ci cambiano, ci sbattono, ci spingono, ci trattengono, ci sfumano, in un vorticare senza fine, per la gioia di qualcuno. Simmetrie di specchi e di destini incrociati.
Ad ogni gentile rotazione del Caleidoscopio, noi urtiamo dolorosamente contro le pareti del mondo.
Hanno previsto ogni cosa.
“Soffre, signora? Rigidità alla spalla? …Artrosi…”.

ps) è bello tornare:)

AMERICAN DREAM

14064445464715_tnNapoli 19 luglio 1960

Caro John,

è trascorsa solo una settimana dalla tua partenza e già mi sembra un’eternità. Penso a te continuamente e tutti giorni quando passo davanti alla base, non posso fare a meno di ricordare per quanti pomeriggi ti ho aspettato davanti al portone. Ieri ho incontrato per caso il tuo amico Erik che ti saluta tanto, mi ha chiesto di te e dice che sicuramente ti richiameranno presto… Io prego ogni giorno la Madonna per farti tornare il più presto possibile. Ieri sono stata al controllo e il ginecologo mi ha detto che la gravidanza procede bene, la data prevista per la nascita è per aprile, verso la metà del mese. Mi è dispiaciuto molto che sei dovuto andare via appena abbiamo avuto questa bella notizia, ma so che anche tu ne sei felice. Hai pensato al nome del bambino? Se sarà femmina mi piacerebbe Anna, come mia nonna se invece è maschio dovremo decidere, non mi hai mai detto come si chiama tuo padre, da noi si usa dare ai bambini il nome dei nonni, nella prossima lettera dimmi quali sono i nomi dei tuoi genitori, anche se credo saranno nomi americani! A proposito di America, mi piacerebbe molto vedere Boston, New York e le altre città famose, poi dovremo decidere dove andare a vivere una volta che ci siamo sposati. Io veramente vorrei lasciare questo posto, non piace la gente, la mentalità arretrata che hanno. Sai che ora sparlano di noi? Mia madre dice che non devo dire che sono incinta, ma una volta che mi sarà cresciuto il pancione, non se ne accorgeranno lo stesso? I miei continuano a essere molto arrabbiati e mio padre mi vuole mandare a Salerno da mia zia, dice che così potrò partorire e tornare a cose fatte così nessuno saprà che ho avuto un bambino. Ma io gli ho detto che assolutamente non voglio andare, che voglio aspettare il tuo ritorno e voglio regolarizzare la nostra situazione. Quando tornerai verrai a conoscere la mia famiglia, vedrai che poi ti accoglieranno bene dopo che avranno capito che sei una brava persona. Bagnoli è un posto che inizio a odiare, vedere tutti questi militari americani che importunano le mie amiche e si prendono gioco di loro mi danno fastidio. Loro pensano che noi siamo ragazze facili, da portare a letto e poi abbandonare il giorno dopo. Tu no, lo so che sei diverso. Tra di noi è nato subito l’amore e quello che c’è stato fra di noi è frutto di questo sentimento così grande e puro. Ti ricordi quante serate abbiamo trascorso passeggiando sul molo alla luce della luna? Ho nostalgia di quei momenti e sono molto triste. Domani ho molto lavoro da fare, la sarta dove lavoro sta cucendo i vestiti per un matrimonio, vedessi che belli e a me mi tocca fare gli orli e attaccare i bottoni. Mi fanno male le spalle a stare sempre curva, ma i soldi servono, soprattutto ora.

Sei tutta la mia vita, ti abbraccio fortissimo. Aspetto tue notizie

Tua Rosaria.

Napoli 30 agosto 1960

Caro John,

è passato circa un mese dalla mia ultima lettera, come mai non rispondi? Mi fai preoccupare! Forse non l’hai ricevuta. Sono andata anche alla base e ho aspettato quel militare amico tuo, Rick che mi ha confermato l’indirizzo e mi ha detto che ci vuole parecchio tempo prima che arrivi la lettera.

Ti prego, rispondimi al più presto.

Rosaria

Napoli 25 settembre 1960

John,

non ce l’ho fatta ad aspettare altro tempo, ieri sono andata di nuovo alla base e ho parlato con Rick. Gli ho rivelato che aspetto un figlio da te, ho visto che è rimasto meravigliato, ha sgranato gli occhi e mi ha guardato senza parlare. Gli ho chiesto se aveva avuto notizie e neanche lui sa che fine hai fatto. Ma l’indirizzo è giusto, ha ricontrollato sulla sua agendina. Allora credo che lo stai facendo di proposito a non rispondermi! I miei continuano a pressarmi per andare da mia zia prima che la gravidanza diventi troppo evidente, sono ingrassata già di cinque chili e la pancia sta diventando sempre più rotonda. Io sono disperata e non so che devo fare!

Ti prego rispondi!

Rosaria

Boston 20 ottobre 1960

Cara Rosaria,

scusami per il ritardo, ma io ho ricevuto solo la tua ultima lettera, le altre no. Io non so ancora quando torno, forse all’inizio dell’anno prossimo. Credo che fai bene se vai da tua zia, meglio non far sapere che aspetti un figlio e che io sono il padre. Poi quando torno aggiustiamo la situazione.

Un caro abbraccio

John

Napoli 30 novembre 1960

Signor John Conrad

Dopo tutto questo tempo mi hai scritto solo queste quattro righe! Ma ti rendi conto! Io sono disperata, non so cosa fare e tu non mi dai una parola di conforto, addirittura mi dici di nascondere il nostro bambino e di non far sapere che tu sei suo padre. Non so niente di te! Mi hai mentito, non eri sincero quando mi hai detto che mi amavi e che saresti tornato… ha ragione mio padre, sei solo un farabutto e io una scema.

Rosaria Esposito

Napoli 31 dicembre 1960

Signor John Conrad

Oggi è l’ultimo giorno di questo anno bruttissimo. Sono a Salerno da mia zia, alla fine ho deciso che avrò il bambino lontano da casa e poi lo farò adottare. Sappi che sono prima di partire ho incontrato di nuovo Rick che mi ha detto tutto! Mi ha detto la verità su di te. Mi ha parlato della famiglia che hai in America, di tuo figlio che ha cinque anni e della tua giovane moglie, molto bella. Che donna fortunata ad avere te come marito! Non credevo possibile che dall’amore si potesse passare all’odio, ma ora io ti detesto con tutte le mie forze e ti giuro che in un futuro non molto lontano verrò in America a cercarti e te la farò pagare!

Rosaria Esposito

Napoli 20 aprile 1961

Signor John Conrad

Ieri è nato tuo figlio, pesa tre chili e mezzo, si chiama Salvatore, come mio nonno. Avevo già iniziato la pratiche di adozione e appena sarò fuori dall’ospedale il bambino andrà a vivere con la sua nuova famiglia. Almeno lui non soffrirà, non saprà mai di avere un padre che l’ha abbandonato prima della nascita.

Rosaria Esposito

Napoli 15 luglio 1961

Signor John Conrad

Questa è l’ultima volta che ti scrivo, solo per farti sapere che oggi ho conosciuto una ragazza di nome Clelia. Ti ricorda qualcosa questo nome? Io credo proprio di sì. Mi ha raccontato che circa due anni fa ha conosciuto un militare americano che si chiamava John, certo un nome molto comune. Ma poi mi ha descritto com’era fatto fisicamente e allora ho capito. Non ci sono tanti militari che hanno i capelli rossi e sono alti un metro e novanta. Per avere conferma le ho chiesto se aveva un grosso neo a forma di cuore sulla spalla destra e mi ha confermato, quella è la prima cosa che fai vedere alle ragazze per conquistarle, non è vero? Oramai mi fai solo pena, penso che tu non sia una persone felice, altrimenti non andresti a cercare mille avventure quando a casa hai una bellissima moglie e un figlio piccolo da crescere. Spero che il destino sarà giusto e che in qualche modo ti farà ripagare tutto il male che hai fatto alle persone ingenue come me e credo che siano molte…

Ho perso un uomo che non valeva la pena di amare e tuo figlio ha perso un padre del quale si sarebbe vergognato.

Addio

Rosaria Esposito

 

Paura

Il signor Čevedet come ogni mattina attraversò il piccolo cortile e accostando con cura il portone si immerse nel fiume di gente sul corso principale diretto alle sue varie faccende. Per prima cosa sporse il capo per controllare la corrente d’uomini, poi le pozzanghere che punteggiavano il marciapiede, preoccupato per le scarpe ottusamente lucidate nonostante quel giorno già prevedesse di andar controcorrente, a zonzo in balìa di precipitazioni e fango.
Il suo passo breve e distinto lo accompagnava in quel cammino e di tanto in tanto si voltava a guardar di sbieco vetrine e donne con calze di nylon su tacchi generosi, o anche macchine e bambini con gli zaini diretti alle scuole. Già le scuole! Aveva speso mezza vita dentro quei grigi edifici a seguir pesti di età minuscola, ancorché percepisse quanto fossero proprio quelle discole miniature d’uomo a colorar le sue ore in altro modo inutili e contraddittorie.
Quella che proprio adesso incrociava il suo sguardo era per esempio una delle maestre della sua penultima scuola, una donnina pingue e nervosa, adusa a mordersi il labbro in segno di noia o stizza. Il signor Čevedet si interrogò se inscenare un lieve segno del capo, un saluto insomma, ma lei forse per disattenzione o per scarsa memoria era già passata oltre, ignara di quel fortuito incontro. Un sospiro di sollievo fu allora l’unica sua reazione, consapevole e fermo nel voler restar occulto a quella moltitudine muta di facce e storie ignote nel suo prossimo destino.
Superata l’edicola e l’emporio della signora Bœrig girò subito a destra, sulla strada che costeggiava la chiesa di Saint Marie, dritto dritto sino al ponte Rottschërlig. Il fiume sotto scorreva uggioso, denso di melma e scorie vegetali trasportate da una corrente infida. In qualche modo a seguirla si sarebbe giunti al mare, ma il signor Čevedet pensò che non avrebbe mai scorto un oceano e neanche quella foce o il fondersi inevitabile di acqua e salsedine e pesci di mare risalire e d’acqua dolce annegare. Niente di tutto quello era sul suo cammino da quando il suo tempo aveva iniziato a ridursi e involvere in faccende e insidie quotidiane, come in quel greve giorno, tanto che al fiume, ai sui gorghi, al suo incedere lento sotto le arcate dei ponti, non aveva da imputare il suo stato d’animo di mesto rimuginare sul come e soprattutto perché.
Due passi ancora e la parte nord della città sarebbe svanita via, sorpassato il fiume nel percorrere i viali ombrosi tra le villette del quartiere residenziale. La pioggia aveva concesso tregua e il signor Čevedet tirato un sospiro di sollievo per le povere scarpe di vernice provate dall’umido e dal fango. Ah la città di un tempo, quando le strade nette e curate, anche dopo un tal acquazzone, mai avrebbero prodotto tanta melma. Quel giorno pareva invece di stare con le caviglie fin dentro i mulinelli d’acqua del fiume tanta era l’incuria e tanta la voglia sua di unirsi a quell’acqua sino alla costa ignota, sino a sparire al largo, perdersi alla ricerca di una perduta Itaca, di un cane, d’un aedo, d’origine.
Il portone con la gran targa dorata lo accolse, appena svoltato sulla destra oltre il platano grande. Ebbe un attimo di ripensamento, un momento nel quale provò a riflettere sull’opportunità di evitare ogni consapevolezza, ché il sapere le cose alle volte aggrava la condizione umana, spesso uccide a dirla tutta. Ma cosa avrebbe detto alla signora Čevedet, cosa? Fu questo forse il deterrente che lo convinse a varcar quella soglia, salire senza esitare la rampa di scala che lo separava dall’ingresso, dalla graziosa segretaria che lo pregò di attendere alcuni minuti, una volta annotato il suo nome.
Alcune decine di minuti dopo il signor Čevedet osservava ancora le sue mani seduto in uno dei caffè sul lungofiume. Mani normali, ma che adesso avevano assunto un senso nuovo. Le vedeva muoversi, manipolare e flettersi assecondando una danza di dita esili e tendini. Ragionava e guardava mani e fiume entrambi in moto, pensava a cosa raccontare di quelle ore a casa, a cosa sperare, al mare alla fine del fiume, alla foce e alla strada che lui e l’acqua avrebbero voluto condividere. Non si sentiva vivo abbastanza da anelare nessuno strano desiderio e tutto intorno sembrava un attonito ripetersi in fotogrammi antichi di un esistente che riavvolgeva con troppa fretta un nastro ormai logoro. Lui era lì, le sue mani erano lì, ma nessuno dal barista, alla ragazza che provava a mantenere le balze della gonna bersagliate dal vento, al piccolo despota che ringhiava alla madre, nessuno lo voleva notare. E se appena un’ora prima tutto ciò sarebbe stato auspicio, il suo adesso sembrava presagio, un provare a far di necessità nuova abitudine.
Ritornando verso casa il viso nervoso della maestra dell’andata si distese in un saluto, accompagnato da un largo sorriso. Incrociarsi nuovamente fu alea, ma riportò un minimo di calore in quelle mani gelate da un semplice foglio inciso di parole complesse e arcane. Čevedet chinò la testa in risposta al saluto sperando che lei continuasse la sua via come era stato poco prima. Si parlarono invece, con distacco formale, ma pensieri futili e cerimonie oziose ebbero il pregio di distoglierlo da quell’isola d’inquietudine, tanto che con dispiacere accolse il saluto della donna quando lo abbandonò gentile al suo ultimo tratto di strada.
La casa nel poco tempo della sua assenza era in qualche modo mutata, irrigidita nei suoi colori, amorfa. Non aveva più parvenza di rifugio, di luogo dove lasciar fuori ogni pensiero, adesso era popolata da chimere partorite dal peggiore dei suoi sogni. La signora Čevedet vide il suo viso e non proferì parola, lui le prese le mani e disse qualcosa, poche sillabe nella sua lingua roca, non un discorso o un pensiero articolato o una storia, forse un poesia lenta e melodiosa. Forse solo lo spazio di qualche strofa e alla fine l’ultimo verso vibrò per minuti a mezz’aria, brillante come un cristallo ed era distintamente paura.

ECCO MARIO.

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Riappoggiò ancora una volta il bicchiere accanto alla bottiglia ormai vuota. Tutt’intorno al tavolino in vetro segnato da innumerevoli aloni di polveri morbide e grigie che da troppo tempo ne occultavano la dimenticata trasparenza erano state abbandonate pigramente le più svariate calzature. Degli stivali di gomma nera, zeppi di fango rinsecchito, che staccatosi dalle suole si era depositato bene appallottolato sul pavimento. Esaminandolo bene sarebbe stato possibile trovare anche qualche stelo d’erba mozzo e appassito. Sempre lì intorno riposavano da tempo anche dei mocassini scamosciati, logori, dalla tomaia consunta e dalla quale si dipartivano delle lunghe stringhe talmente sporche di cui nessuno avrebbe saputo indovinarne il colore originale.
Più verso destra si trovavano anche delle scarpe da ginnastica, forse in pelle. Il paio più chiaro era parecchio ingiallito mentre l’altro pareva stranamente in buono stato nonostante esibisse quasi con orgoglio una grossa macchia presumibilmente d’olio.
L’arredamento dell’appartamento era decisamente minimalista e risalente ai primi anni ottanta. Consisteva semplicemente in un divano di alcantara ormai particolarmente schiarito e del tutto consumato sulla seduta preferita posto dinanzi a un mobile di noce, chiaro, al quale era appoggiata una televisione non molto grande. Nel locale adiacente si intravedeva da una porta scura e lasciata socchiusa un’essenziale cucina bianca non molto pulita e dal lavello maleodorante ove erano impilate alcune pentole e altre stoviglie, certamente da giorni.
Adiacente al muro principale del piccolo locale era appoggiato storto un tavolino pieghevole e senza dubbio traballante, sotto al quale erano state malamente infilate due sedie assai sgangherate, da campeggio.
Un tendone beige pesante oscillava a qualche spiffero che senza fatica filtrava dai serramenti in legno, anch’essi malridotti, che avrebbero volentieri gradito una messa a punto e una bella lucidatura.

Mario, regalandosi una stiracchiata, spense la televisione. Già da ore stava così, incantato dietro la sua bottiglia ad osservare il canale dei documentari. Se avesse lasciato trascorrere soltanto un’altra manciata di secondi in quella posizione, si sarebbe addormentato. I suoi occhi lucidi, a causa degli innumerevoli sbadigli, faticavano sul serio a restare aperti e dovette compiere un vero e proprio sforzo per schiudere solo un po’ le palpebre e poter osservare l’orologio del Mulino Bianco, in plastica che ticchettava appeso alla parete: le undici.
Ogni mattina trascorreva più o meno così da un paio d’anni a quella parte.
Eppure l’omone si coricava sempre a tarda ora, tuttavia mai abbastanza sfinito; e giusto il tempo di sonnecchiare malamente tra una giravolta e un’altra in quel grande letto matrimoniale freddo e rimasto da troppo tempo parzialmente vuoto, si ritrovava presto sveglio con il canto del gallo e sempre alla solita ora: intorno alle 6.
Così Mario riusciva ad annoiarsi già in mattinata. Era diventato apatico e pigro. Proprio per questo motivo avrebbe desiderato avere un sonno migliore ma d’altronde… se nella vita subentra l’abitudine… Quando si trascorre più di mezza vita puntando la sveglia alla stessa ora, festività comprese, si rischia di rimanerne fisiologicamente assuefatti e non rimane che rassegnarsi completamente e anelare in una lunga dormita almeno ogni tanto, cosa assai probabile quanto il realizzarsi di un miracolo.
Tornando al nostro grosso Mario, lo troveremo pronto a varcare la soglia.
Trascinò i piedi avvolti in orridi calzini di spugna infeltrita. Se mai fossero stati tolti si sarebbero potuti utilizzare come una parte integrante di una scultura.
Con un movimento del piede raddrizzò il primo paio di scarpe che gli capitò sotto al naso, dal quale, per dirla tutta, penzolavano alcuni ciuffi di pelo brizzolato. Le calzò senza nemmeno chinarsi e sforzandone il colletto che, ovviamente, risultava già del tutto sformato.
Si diede una rapida sistematina cercando di distendere alla meglio la felpa almeno fin sotto l’ombelico e viceversa tirando con moderata forza, un po’ all’insù, i pantaloni della tuta in modo da accomodarseli alla meglio in vita per cercare di nascondere in toto la parte terminale del righello del grosso lato b, troppo abituato sul divano a rimanere parzialmente esposto all’aria fresca.
Richiuse dietro di sé l’uscio di casa, semplicemente con una spinta che causò un fragoroso rimbombo che echeggiò nelle scale fin giù alla piccola cantina e svogliatamente diede due giri di chiave.
Si lasciò alle spalle la piccola villetta ormai da ristrutturare con i suoi muri grigi e scrostati e il suo modesto giardinetto infestato da edere e gramigna.
Si avviò piano e con passi pesanti lungo il vialetto che conduceva in centro paese. Avrebbe dovuto acquistare almeno del pane. Camminava lentamente, barcollante e con un po’ di fiatone, sbuffando di tanto in tanto senza un apparente motivo. Percepì qualche brivido, probabilmente avrebbe dovuto indossare la giacca ma se ne infischiò di quel venticello ancora un poco gelido, tipico di un’acerba primavera che spirava frizzante e discendeva giocoso dai pendii dei monti che circondavano la campagna.

Un camioncino adibito alle consegne a domicilio del piccolo negozio di alimentari si arrestò bruscamente sulla stradina sterrata sollevando un polverone che travolse Mario e gli si adagiò ovunque: nei capelli arruffati, sui suoi vestiti scuri e, in buona parte, gli finì anche negli occhi costringendolo a sfregarseli per più di qualche minuto. Sulle prime avrebbe desiderato gridarne quattro a quella sottospecie di conducente tuttavia, lasciò perdere. Dopotutto quel terriccio chiaro non si notava poi così tanto. Se questo fosse accaduto anni prima… Mario si sarebbe fatto certamente sentire, eccome! Ma oramai nulla o poco nulla riusciva a conservare ancora importanza.

Mario sfilò assai instabile e a testa bassa davanti al furgoncino osservando con la coda dell’occhio quel tizio, che non si era accorto di nulla, scaricare due grosse buste della spesa gonfie e lucide e accingersi a depositarle sotto il portico di una villetta dal cui uscio si affacciò un’allegra vecchietta dai capelli bianchi. La donna rugosa sorrise a quel fattorino sventolandogli poi felice la mano sottile in segno di saluto e contemporanea approvazione.

Mario proseguì osservando a terra e di tanto in tanto alzando lo sguardo distratto soltanto dal volo di qualche insetto.
Mario era terrorizzato da api e vespe.
Ancora ricordava quel giorno, all’incirca una ventina di anni addietro.
Mentre raccoglieva goloso l’uva dalla vigna di un amico, per sbaglio ebbe a che fare con un alveare. Se lo ritrovò nelle mani insieme a un bel grappolo dai grossi chicchi neri. Per quanto fu lesto a lanciarlo e a darsela a gambe levate, ma soprattutto entro le proprie possibilità di corsa veloce, fu punto dappertutto da almeno una quindicina di quelle bestie. Da quel giorno monitorò a mo’ di radar ogni volo di insetto che si trovasse nel suo ampio raggio d’azione.
Purtroppo dovette scoprire proprio in quell’occasione di risultarne fortemente allergico e quella fu l’occasione perfetta per far visita, suo malgrado, al più vicino ospedale.
La prima cosa che vide al suo risveglio dopo una parentesi di incoscienza fu la sua Ada accanto al trolley nero.
Sua moglie era accorsa immediatamente al suo capezzale.
Con una velocità inaudita, a seguito di una telefonata, nonostante le troppe lacrime agli occhi le offuscavano la vista, in pochi secondi era riuscita ad infilare diversi cambi di biancheria nella piccola valigia e in men che non si dica gli fu già accanto.

E soprattutto in quel momento Mario notò i suoi bellissimi occhi azzurri, ancora lucidi.
La donna si rizzò in piedi e gli carezzò dolcemente il volto, chinandosi gli lasciò un leggero bacio sulla fronte.
“Mario, sei stato sfortunato. Sei allergico alle vespe. Non lo sapevi vero?”

Quei ricordi gli soggiunsero forti proprio presso la “sosta obbligata”: una panca di sasso posta a metà percorso tra la sua abitazione e il paese. Distese le gambe notando che le toppe sulla tuta e in corrispondenza delle ginocchia, si erano irreparabilmente forate.
Non gli importò. Non le avrebbe mai sostituite.
Ada adorava cucire e ricamare.
Ada le aveva applicate quella sera, chiacchierando allegramente come al solito e raccomandandosi poi con Mario di indossare quei vecchi pantaloni soltanto tra le mura domestiche.
Mario, per tutta risposta, sorrise soltanto lasciando sottintendere che poi avrebbe fatto di testa sua, come sempre.
Ada gli avrebbe “tenuto il muso”. Quando veniva contraddetta era solita chiudersi in sé stessa, ma alla sera, prima di coricarsi, vigeva come ogni volta una specie di legge per cui qualsiasi litigio o incomprensione tra i due doveva cancellarsi tramite il bacio della buonanotte. Non era consigliabile, anzi del tutto inutile, addormentarsi arrabbiati.
E così ogni volta il rituale del perdono si ripeteva, notte dopo notte, e la loro unione grazie anche a questo piccolo segreto, riuscì a protrarsi serena, fino a quel giorno.
Quel giorno in cui Mario cominciò a bere.
Non appena Mario cominciò a percepire la sua pensione, la malattia divorò Ada, piano piano, da dentro le ossa. Ada non perse mai il sorriso, nemmeno quando il suo volto si ridusse alle sembianze di un teschio. Per Mario rimase bella, fuori ma soprattutto dentro.
Conosceva bene il grande tormento che da sempre l’aveva attanagliata: l’impossibilità di dare alla luce un figlio e tutti i momenti di sconforto che assalivano Ada, anche improvvisamente. Quanta sopportazione e quanti sforzi furono necessari per mantenere salda la loro unione!
Si erano conosciuti ancora ragazzi durante la serale di ragioneria, scambiandosi sorrisi e bigliettini nascosti e subito dopo i primi baci. Alla spensieratezza e all’attrazione che muoveva le farfalle nello stomaco seguirono col tempo stima e rispetto, ammirazione e comprensione, bisogni e appagamento.

Mario decise di rialzarsi ma percepì stranamente il respiro ancora un po’ troppo affannoso. Riprese comunque a rilento il suo cammino.
La testa girava più del solito, forse aveva esagerato con il gin a colazione e ciò lo spinse a sollevare un po’ lo sguardo aspirando una bella boccata di ossigeno. Così scorse In lontananza le cime dei monti incoronate da un velo di neve ancora candida e scintillavano contrastando all’azzurro intenso sulla linea dell’orizzonte. Da quanto tempo non osservava più oltre il suo naso? Nonostante fosse stato colto da una strana debolezza non poté distogliere lo sguardo da quel panorama che gli si era improvvisamente rivelato in tutto il suo splendore.

Il respiro tornò istantaneamente affannoso e la vista gli si annebbiò. Si percepì leggero come una foglia e lacerato da un terribile dolore al petto. Si accasciò al suolo con un tonfo sordo tra i ciottoli e la sabbia del viale. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la strada principale e asfaltata, probabilmente anche più trafficata.
Per una strana coincidenza un’ape gli si posò sul petto. Non se ne accorse nemmeno.
Quando lo caricarono sull’ambulanza qualcuno sussurrò: “ma è il vecchio ubriaco della casa grigia!” Tutti lo conoscevano di vista ma nessuno osava più avvicinarlo. Da quando perse la moglie era diventato burbero e sempre di malumore, nervoso e sul punto di scoppiare come una bomba a orologeria. E beveva, come una spugna. E era sporco, pareva un grosso ratto.

Si narra di una leggenda.

Pochi mesi dopo la vicenda, verso la fine dell’autunno, un gruppo di bambini si avvicinò a un’abitazione abbandonata. Come spesso accade, le case disabitate vengono volentieri prese di mira dai ragazzini che per trascorrere qualche ora all’insegna dell’adrenalinico divertimento e di qualche forte emozione, soltanto dopo essersi narrati paurose storie di fantasmi, stregoneria e altri racconti del genere, vi si inoltrano coraggiosamente, eccitati e magari ridacchiando.

Il caso volle che il ragazzino più alto si sollevò sulle punte dei pedi per osservare gli interni della casa stregata. Spiando così difficoltosamente dall’unico piccolo varco tra le edere arrampicate su quel vetro ormai del tutto opaco, giurò di aver scorto nella penombra un piccolo tavolino ricoperto dalla polvere, circondato da numerose scarpe vecchie e al quale era appoggiata una bottiglia vuota. Osservando meglio, di sbieco, gli apparvero due sagome illuminate da un flebile lumicino: forse una donna china che sembrava intenta a cucire e un omone, davvero grosso, molto grosso, che le stava accanto e le carezzava i lunghi capelli bianchi.
I discoli fuggirono a gambe levate e da quel giorno nessuno osò più oltrepassare quella recinzione pericolante col suo cancelletto sgangherato.

Occorsero svariati anni affinché l’abitazione fosse messa all’asta ma, per qualche strano motivo, ancora oggi risulta invenduta.
Tutti gli abitanti del piccolo paesino, proprio tutti, sono convinti che, ben nascosta tra le erbacce, la piccola casetta grigia sia ancora abitata dagli spiriti felici di Mario e Ada.