Confini Improbabili

Confini improbabili
sono quelli tra la mente ed il cuore
come la terra, concreta, dura, consistente
si accosta dolcemente al mare, fluttuante e inafferabile
è una linea sottile, che unisce due universi paralleli
seppur così distanti.

Il rumore del mare è come la voce del cuore
un richiamo irresistibile per la sua terra
che accoglie le sue onde
si lascia carezzare
si lascia modellare
improbabili amanti
come certi amori impossibili
che durano per sempre.

Destino – 5

La quarta parte è QUI

Nonostante le tante frenesie d’amore della giornata, Holbesh non riusciva a prendere sonno. Supino, mani dietro la nuca, osservava il tetto azzurrino della sua camera al Catalano al solo chiarore della luna piena che riempiva il mondo oltre la finestra spalancata. Nel breve corridoio di accesso all’ambiente un lievissimo fruscio e un muoversi d’ombra avrebbe dovuto inquietarlo, ma la sua anima era indurita, e per nulla inatteso sembrò il muoversi della nera figura di padre Martin sino al suo giaciglio. Immobile serrò gli occhi aspettando che prendesse posto sulla seggiola di lato alla sponda.

– Se siete venuto a confessarmi padre l’ora è tarda?

Sebastien ebbe un impercettibile sussulto. Solo un attimo per tradire un residuo di sorpresa.

– Pensavo riposaste.
– Difficile quando si hanno cattivi pensieri! Ma lo sapete bene voi, giusto?
– Già.
– Notizie dai nostri amici sbirri?
– Ricordate che lo sono anch’io Holbesh e se il governo non vi avesse dato questa possibilità…
– La conosco la storiellina Martin. Notizie?
– Nulla. Vi siete già stancato delle vostre donne? Sembravate contento fino a ieri sera.
– Quanto voi della vostra bella vedova.
– Touché.
– …
– Pare che la cura però funzioni. Quanti mesi è che siamo in questo posto maledetto?
– Stronzate. La cura non serve a niente.
– Mi pare che siamo vivi e vegeti.

Holbesh sollevò il busto e ruotando il corpo si mise seduto accanto al finto prete. Per un attimo osservò i piedi poggiati sul pavimento di legno come se cercasse nella loro forma un qualche motivo di riflessione. Poi allungò la mano verso la borsa che teneva poggiata accanto al comodino. Scavò un po’ e ne estrasse un flacone trasparente di vetro con una etichetta gialla, che lancio alla sagoma seduta di fianco.
Martin lo afferrò al volo osservando con un qualche interesse le compresse in trasparenza, soprattutto in funzione del fatto che il tappo era ancora perfettamente sigillato. In altri momenti avrebbe provato a indagare, a far finta di non capire, ma quella era una notte strana e inadatta alle tattiche.

– Da quando Holbesh?
– Tre mesi.
– Pensavo di essere il solo. Ora bisogna comunicare subito…
– Cosa? Che volevamo entrambi toglierci la vita e invece scopiamo da mesi in questo buco di posto e non accade nulla di grave?
– Che ne sapete voi di cosa volevo fare io? Magari la cura opera una immunizzazione…
– Siamo troppo simili Sebastien, solo imprigionati in sponde opposte dello stesso torrente in piena. Dubito molto che si tratti della protezione dovuta alla cura e comunque non siamo più due in questo paese, ma tre.
– Tre?
– Già, tre con Pierre.
– Pierre? Ma ho confessato proprio ieri Marie.

Holbesh tornò supino con un unico movimento, sorrise tra i denti per l’ultima frase ingenua di Martin.

– Credete davvero che si dica tutto al confessore? Pensavo foste più smaliziato padre Martin. Forse che voi al vostro benamato vescovo raccontate delle sortite in sagrestia della vostra bella vedova d’Anton?
– Non sarebbe proprio il caso e vi ricordo che comunque non sono un sacerdote!
– E Marie non è una verginella. Le ultime pasticche le ho date a lui, spiegandogli di non dire nulla in giro se teneva alla sua bella.
– Tanto bene non deve volergli Marie. Senza la cura avrebbe già pianto il ragazzo da un pezzo. Spero che quanto meno lei non sospetti nulla.
– L’ho dovuta informare invece e comunque anche per Pierre adesso è solo zucchero.
– Cosa?

Holbesh tornò seduto sulla sponda, gli occhi spalancati come in preda a isteria o droghe.

– Ho fatto un piccolo esperimento. Per un mese ho dato a Pierre il farmaco degli amici vostri e per un mese zucchero.
– Placebo.
– Esatto.
– Holbesh cosa volete dirmi che il pericolo è passato?
– E i fratelli Lefèvre?
– Già!

Padre Martin si alzò di scatto e nervoso si portò alla finestra. La luna dava il meglio di sé e la vallata brillava iridescente e tranquilla. Sembrava che nulla potesse turbare quel minuscolo angolo di mondo, eppure da anni morte e dolore vi albergavano disgregando i sentimenti e le vite di donne e uomini di quella piccola comunità.

– Sebastien, qualcosa che non va in questa strana storia c’è e non credo che i nostri amici del governo vogliano aiutarci. Avete idea di cosa sostengono avere inquinato la falda almeno?
– Dicono un agente patogeno in studio presso la base di…
– Dicono, dicono, dicono un sacco di balle Sebastien. Come quella delle radiazioni e della tempesta solare. La verità è che siamo solo cavie senza via di fuga.

Padre Martin si girò nuovamente verso l’uomo seduto sul letto, ma non ebbe il tempo di controbattere nulla perché un sordo tamburellare alla porta attirò la loro attenzione. Un sussurrare attutito dietro il battente rivelava l’impaziente presenza di Marie.
Padre Martin con uno scatto si rinchiuse dentro il bagno, lasciando un solo spiraglio per ascoltare il dialogo. Holbesh liberò la serratura e accolse la faccia stralunata della ragazza.

– Pierre. Sta male. È un’ora che si è accasciato in un angolo e sente la vista affievolirsi. Mi ha fatto chiamare dalla madre. Sembra grave.

Marie non riusciva a trattenere le lacrime e avrebbe di sicuro preteso una spiegazione. Holbesh con la coda dell’occhio guardò attraverso lo spiraglio il trasalire di Padre Martin. E pure loro ne avrebbero avuto bisogno in quel preciso momento, anche solo per capire se nel loro futuro c’era una vita o una morte, una liberazione o una fuga. Meccanicamente Holbesh prese la giacca e seguì la giovane. Padre Martin attese alcuni minuti, poi si tirò fuori dal suo nascondiglio e, in silenzio, si dileguò nel buio della notte ormai alla fine.

Il gran finale

Troppe cose e il tempo che vola, mentre tu resti sempre la stessa, infondo non dispiace, sta diventando una questione di punti di vista. Situazioni, eventi, circostanze che tornano alle mente e di nuove, che poi di nuovo alla fine non hanno molto. Volti nuovi, ma vecchi pensieri. Con la sensazione che i giorni stiano scorrendo alla meno peggio, da che parte stavi, quando tutto poteva andare al meglio? Situazioni, eventi, circostanze che tornano alla mente e di nuove, che di nuovo hanno poco. Poi di nuovo i turni, il lavoro, macinare km a qualsiasi ora del giorno. Per cambiare strada, per perdersi. Ricordi che si fissano fin dentro le ossa e frasi che vorresti dimenticare, chi ha mai detto che il tempo può tutto? Discorsi che sembravano un copione di vecchia annata, un vino di qualità invecchiato male. Ubriacati ancora se puoi. Con la sensazione che i giorni stiano scorrendo alla meno peggio, da che parte stavi, quando tutto poteva andare al meglio?
Avevi dei pensieri, sì. E sai. Va quasi bene così. Situazioni, eventi, circostanze che tornano alle mente e di nuove, che poi di nuovo alla fine hanno poco.
Niente di imprevedibile, così è per tutti. Per non ricominciare, per non ripetere. Con la sensazione che i giorni stiano scorrendo alla meno peggio. Un compito di algebra che non ho completato. 
La sigaretta persa in macchina, il volume alto. La strada che è notte inoltrata. Finestrini abbassati, persa la voglia di parlare. La silente voglia di abbandonarsi al niente, ..il gran finale.

Vacanze in Supramonte

Vi propongo un altro esperimento. Non avendo fantasia, ho chiesto aiuto al popolo di Twitter e mi è venuta in soccorso Cris B. . Avevo chiesto un personaggio, un luogo e una cosa e questo (vedi foto) è ciò che mi arrivato, completo di alcune linee guida che non mi aspettavo ma che mi hanno lasciata piacevolmente sorpresa. Oggi posto la prima parte del racconto, al prossimo turno arriverà la seconda. Buona lettura!

Cattura

Matteo si aspettava un mese di mare. E invece no; si era ritrovato catapultato in Supramonte, Parco del Gennargentu, Barbagia, Sardegna, Italia, Europa, Terra.

Quando aveva capito che la strada non avrebbe fatto altro che salire, aveva iniziato a piangere disperato, ricordandosi all’improvviso di una conversazione sentita per caso in cui sua madre diceva “lo manderei a fare un giro in Supramonte! Col cavolo che torna!”. Ora, la madre non necessariamente si riferiva al figlio, questo Matteo l’aveva capito, ma in ogni caso gli era rimasto impresso il tono fatidico associato al cuore selvaggio di quella meta estiva perennemente bruciata. Il Supramonte è quello dei banditi, per intenderci, qui in Sardegna lo impariamo presto, e il bambino, pur essendo nato nel “continente”, era sardo fino al midollo. Nemmeno i genitori erano felici del cambio di programma, solitamente trascorrevano le vacanze nella casa al mare dei genitori di lei in cui c’era posto anche per i genitori di lui. Il destino però aveva voluto che una zia di lui, tale Tzia Bona, decidesse di morire proprio la sera prima della partenza, quindi la famiglia aveva dovuto cambiare destinazione: da Stintino a Orgosolo. C’era da aiutare i nonni con la defunta, il funerale, la sepoltura e i parenti. Soprattutto con i parenti. Ah, e con il caffè. Sì, perché qui ai funerali si beve caffè, ad ogni parente che arriva si mette su un’altra caffettiera e via! Un altro giro per tutti, manco fossero shottini. A fine giornata si sta tutti nevrotici come chi passa una giornata in un ingorgo cittadino. Ah, poi ci sono le caramelle per i bambini, quelle alla panna. Nonne e zie più o meno acquisite danno vita ad uno spaccio che non si vede manco nei quartieri malfamati di Cagliari. E guai a dire no, che sia no al caffè o alla caramella, se ti azzardi a rifiutare, ti inceneriscono con lo sguardo. Allora ti tocca rimediare dicendo che la caramella la mangi dopo e la metti in tasca, ma il caffè è un problema, ci devi ripensare subito e mandarlo giù tutto.

Tornando al piccolo Matteo, i giorni di lutto passarono lenti ma finalmente, una volta sepolta la povera donna, la casa dei nonni si fece più tranquilla e tutta la famiglia (genitori, nonni, zii, parenti, vicini e cani) optarono per una gita in Supramonte per prendere aria.

“Non voglio andare in Supramonte! Non voglio morire lì!”

“E mica ti ci lasciamo, tesoro! Torni a casa con noi!” gli disse la madre prendendolo per mano e strascinandolo verso l’auto mentre il padre quasi rotolava dalle risate.

Il Supramonte non era poi così male, constatò il bambino appena sceso dalla macchina. La foresta di Montes con i suoi lecci secolari gli si parava davanti in tutto il suo splendore. Si trovavano nell’area picnic vicino alla sorgente di Funtana Bona, a pochi metri da una foresteria che ospitava un piccolo museo naturalistico; in men che non si dica la tavola fu preparata e sommersa da xivedde di malloreddus conditi con sugo di salsiccia e di culurgiones inondati di pecorino stravecchio, poi taglieri di salumi e formaggi, compresa una forma di casu martzu di contrabbando, barattoli di olive in salamoia, quelle buone preparate in casa da Nonna Maria, l’olio buono di Tziu Tonino,salsiccia fresca da grigliare perché qui non solo mangiamo quella fresca, ma la facciamo pure essiccare, ché di salsiccia non ce n’è mai abbastanza. E da bere? Cannonau,Nepente e, per digerire, Fil’e Ferru, anche questo di contrabbando perché lo stesso Tziu Tonino di cui sopra diceva che “L’ho sempre fatto e mai sono morto!” Infatti uno non crepa fino a quando non crepa, no?

Dopo pranzo i grandi si dedicarono a pettegolezzi e pisolini mentre i bambini organizzarono una partita di calcetto improvvisando delle porte con dei rami trovati sul limitare del bosco. Guai ad andare oltre il primo albero! Gli adulti li avevano avvisati: se ci si perde in Supramonte, a casa non si torna più.

Ovviamente la palla non aveva niente di cui preoccuparsi, dato che una casa vera non l’aveva, per cui al primo tiro andò a piazzarsi dietro un arbusto oltre la seconda fascia d’alberi. Matteo, con tutto il coraggio che aveva in corpo, andò a recuperare il pallone e, proprio mentre lo stava tirando fuori dal cespuglio, si accorse che il vento portava un verso flebile non molto lontano. Lanciò il pallone al cugino ma non lo seguì quando questo si voltò per tornare a giocare; si diresse invece nella direzione opposta, addentrandosi nella foresta alla ricerca di quello che pareva un piccolo uccellino. Camminò per un po’ senza curarsi delle raccomandazioni di genitori e parenti che dalla mattina non avevano fatto altro che ripetere “Non allontanatevi troppo e, SOPRATTUTTO, non addentratevi nel bosco!”. In effetti gli sembrò di sentire qualcuno chiamare il suo nome ma fece finta di nulla e continuò la sua ricerca. La sua curiosità era troppa, irrefrenabile. Arrivò in una radura e trovò una piccola poiana di Sardegna caduta a terra; la raccolse con delicatezza e guardò in alto alla ricerca del nido. I rami erano fitti e non sapendo esattamente che cosa cercare, si girò sui suoi passi per portare la piccola malcapitata agli zii che sicuramente avrebbero saputo cosa fare. Camminò per quello che gli parve un tempo interminabile e ancora dell’area picnic non c’era traccia. Chiamò allora i cugini per nome, uno per uno, ma ancora niente. Sentì un fruscio alla sua destra e allora pensò che qualcuno gli stesse facendo uno scherzo per dargli una lezione, magari lo zio Luca che quelle zone le conosceva bene e sicuramente gli era venuto dietro appena si era accorto del suo ingresso nella foresta, ingresso non seguito da un’uscita.

“Puoi uscire fuori adesso! Mi dispiace.”

Niente.

Iniziò allora a sentire il panico crescere dentro il suo petto e si mise a correre di qua e di là, urlando a perdifiato e con il piccolo uccellino stretto al petto.

NON C’E’ DUE SENZA TRE

Una brevissima storiella, semplice e senza pensieri. Ad agosto ci si vuole rilassare, o no? (S.Re)

Aveva deciso di puntare forte.
“Tutto sul due!” gridò per motivare la sua scelta.
La pallina cominciò a girare e rigirare finché con un piccolo balzo rotolò sul numero due.
“Vinto!” grido in preda all’entusiasmo.
“Fate le vostre puntate!” disse una voce abbastanza impostata.
“Tutto sul due!” gridò nuovamente.
La palla cominciò a girare mossa da una forza centripeta che l’ancorava alla roulette.
Poi lentamente fece tre balzi in avanti e si fermò sul numero due.
“Vinto!” gridò nuovamente estasiato.
“Basta ora, andiamo” gli disse una voce femminile e suadente.
“Tutto sul due!” gridò senza ascoltare nessuno.
La ruota cominciò a girare e la pallina sembrava volare aggrappata ad una forza che non le permetteva di scappare.
Poi fece un piccolo balzo e si fermò sul 23.

Il silenzio piombò in sala. Davvero, non c’è due senza tre!

di Stefano Re

Baciami la nuca

Rieccomi, una poesia un tantino “hot” questa volta, spero vi piaccia.

Baciami la nuca,
bagnata di piacere,
dopo ore d’amore
senza pietà,
nè mia,
nè tua.
Ci siamo persi,
dentro noi,
sentenziato,
con passione furente,
la reciproca appartenenza,
un possesso senza paure.
Mi consegno,
ti consegni.
Fusi in un mondo
che ci ha come soli abitanti,
ma creatori di nuove visioni,
di nuovi sogni,
nuove realtà.
Siamo nostri, Amore;
ma ora baciami la nuca,
a lieve sigillo
di un per sempre.

Lucia Lorenzon, luglio 2017

  

ESTATE.

Montagne antracite che scivolano su colline verdognole, secche, e poi pianure di ambra, coltivate e un po’ squadrate. Piccoli uccelli che pettinano le creste frastagliate dei monti, e poi planano e tornano presto all’orizzonte. Il mare e gli sfavillii, i graffi in superficie. I disegni lasciati dai passaggi delle barche celano e ricoprono i segreti più neri dei suoi abissi. I turisti come puntini colorati, un profumo di creme al cocco esalato da un’aria di phon. E torna presto, ancora, la terra venata da un sangue blu. Ecco i laghi verdastri quasi immobili, ad esclusione di cigni bianchi, di libellule, o tutt’al più, di qualche rana.
Poi, di nuovo, strade in salita che si stringono diventando selvagge. Gli alberi, con i loro frutti tondi, maturi e dolci, sono solo un ricordo. Qui, solo abeti possono offrire le loro ombre, donando ristori improvvisati e accoglienti. I tronchi mozzi diventano panchine, l’aria si alleggerisce, un poco più fresca e fine. Le cascate frizzano, le baite sorridono con i loro balconi fioriti.
Si ritorna giù, in pianura, dove si incrociano sguardi allegri, ma anche facce tristi. Gente con la pelle appiccicosa e gli occhi umidi, che vorrebbe andare più piano, o forse piu’ in fretta, per salire, o scendere, oppure restare. Persone ferme sulle proprie ombre, lavoratori che tornano alle rispettive case e appaiono spossati o nervosi, magari sono solo un po’ stanchi.
I negozi semi-vuoti, le chiese fresche e i rispettivi oratori che sembrano dei formicai. Il rosso dei semafori è una bollente tortura;
intorno, nelle vie, attendono case con giardini abitati solo da canne per annaffiare, e condomini deserti e serrati, che, se potessero, fuggirebbero via. I bar sono pieni di silenzi, di odori acri di caffe’, di correnti d’aria calda e di respiri.
L’asfalto mostra svincoli infernali e esibisce dei miraggi lucidi, poi si annoia e cede il passo a sentieri polverosi fatti di sassi.
Le tavole sono addobbate con pomodori e cetrioli. I gatti dormono. I cani e i rami piegano le orecchie. Le piscine nascondono intere folle, sembrano branchi di pesci immersi in fondali tropicali.
I bambini corrono meno, gli adulti sospirano di più: i ghiaccioli piacciono a tutti.
Sete, sempre sete, desideri come bollicine.
Docce inutili: evapora presto il loro buon profumo. Scie di aerei che incidono l’azzurro tra nuvole di ovatta.
Che caldo! Viaggiando e vivendo l’estate.

Destino – 4

La terza parte è QUI

Il piccolo andito dava su un ambiente esterno circondato da una breve teoria di colonnine. Il relitto di un chiostro con molta probabilit. Una piccola edicola votiva, incastonata in una nicchia nella muratura, regalava un po’ di luce alla scena, brillando di lumini tremolanti. Una porta secondaria appena accostata trafilava un debole chiarore e con una certa difficoltà si faceva notare nella quasi oscurità della rientranza per un occhio ancora non adattato. Entrando, la navata buia di Santa Marta era completamente vuota e silenziosa, per nulla accogliente bensì lugubre visione delle ossa fossili del grande reliquiario. Qua e là candele quasi terminate proiettavano ombre sulle tele alle pareti. Una sagoma appena percepibile stava seduta su uno dei banchi in attesa.
La donna diede un paio di occhiate in giro, poi puntò decisa verso l’ingresso della sagrestia, non curandosi, o forse non avvedendosi, che la sagoma si fosse alzata per seguire i suoi passi poco dietro. Tutto avveniva nel silenzio più assoluto, come se entrambi i fantasmi indossassero pantofole di spugna. Ogni tanto solo un leggero fruscio d’abiti rivelava la presenza di esseri animati. Giunta nella sagrestia la vedova d’Anton si accomodò su uno degli scanni di legno sulla parete, in silenzio. Pochi istanti e anche la sagoma varcò la soglia illuminandosi e rivelando le sembianze di un uomo di mezza età in clergyman.
Si conoscevano i due, ma non accennarono a un segno di saluto. Per alcuni minuti confabularono animatamente, lei seduta, lui in piedi. Mantenevano comunque il tono della voce bassa, forse con la paura che a quell’ora i muri potessero essere troppo sottili per mantenere il segreto di quell’incontro. Poi la vedova d’Anton si alzò e fece come per tirarlo a sé di prepotenza. Una, due volte. Alla terza perse anche l’equilibrio cadendo all’indietro nuovamente seduta sullo scanno. Padre Martin, ché il suo volto avevano infine rivelato le fioche luci del luogo, le prese allora le mani come a volerla quietare.

– Ivonne, mia cara, sapete che io non posso comportarmi come ogni altro uomo del paese.
– Ma quella sera lontana…
– E proprio quella sera dobbiamo dimenticare, per non farci ancora del male.
– Ma allora perché ogni notte m’aspettate.
– Perché è davvero difficile dimenticare.

Ivonne Mercure, vedova d’Anton, piegò le labbra in un sorriso quasi beffardo poi, con lentezza studiata, iniziò a sollevare il lembo della gonna, spalancando maliziosamente le gambe.

– Potresti far di meglio che passare le notti a ricordare, magari anche considerando che quell’abito che porti è solo un travestimento, anche mal riuscito.

Sebastien Martin, agente del governo inviato in quel posto dimenticato dal mondo, osservò per l’ennesima volta la donna rimaner nuda dinnanzi ai suoi occhi. E per la seconda volta in sei mesi non ebbe la forza di rifiutarla. Scricchiolarono e gemettero gli scanni di legno, a dimostrazione di quanto Ivonne non fosse paga dei suoi incontri serali. E alla fine entrambi, abbracciati sul tappeto verde smeraldo, stremati e forse felici guardavano le travature di legno riflettendo su qualcosa di simile al futuro.

– Quando finirà questa quarantena Sebastien?
– Inizio a essere sfiduciato Ivonne. Ogni dispaccio che invio ha sempre la stessa risposta: stiamo indagando sul caso, presto avrete nostre notizie. Sono stanco di recitare questa parte del santone idiota che abborrisce il sesso e che blatera della maledizione. Siamo stati per mesi la favoletta della nazione, ma adesso anche i giornali hanno iniziato a dimenticarsi di noi.

L’uomo si girò su un fianco poggiandosi su un gomito.

– Hai idea da quanto non si veda più in giro un giornalista o un commentatore?

La vedova d’Anton chiuse un attimo gli occhi, non per appisolarsi, ma per provare a ricordare gli ultimi avvenimenti. Le prime morti erano passate quasi inosservate: cosa poteva esserci di strano in due signori di mezza età che passavano a miglior vita senza alcun motivo apparente? L’esistenza è strana e il destino ha le sue regole crudeli. Ma i casi aumentavano e il numero di vedove di fresche o antiche nozze divenne troppo strano per nascondersi dietro una presunta normalità. Il fatto produsse una macabra storiella estiva per le testate scandalistiche della nazione, il goloso racconto del paese delle vedove. È così arrivarono in paese anche strani figuri e padre Martin. L’intera popolazione maschile e poi femminile fu passata ai raggi X, raccontando in giro che quelli erano solo normali controlli che il governo stava operando un po’ ovunque per assicurare la salute pubblica. Padre Martin iniziò invece i suoi sermoni su un non ben identificato castigo divino, a causa della lussuria che aveva impestato quel borgo. Ogni settimana si svolgevano processioni e pubbliche manifestazioni di preghiera per impetrare grazia e benedizione. Eppure la moria dei mariti continuava implacabile sino ad azzerare tutte le coppie del paese, comprese quelle da mesi in rigorosa astinenza e le pochissime temerarie che irridendo la sorte provavano a ignorare il monito del sacerdote. Sull’argomento lussuria padre Martin non aveva troppi torti, visto che le donne del luogo, da secoli, avevano l’aura di grandi e insaziabili amanti, nomea guadagnata di diritto nelle alcove con sudore a applicazione. Di madre in figlia l’arte amatoria si era radicata nel codice genetico della piccola comunità e la moria dei maschi dopo il primo periodo di dolore sincero, minò seriamente la salute psichica delle povere vedove. Bisogna dire che anche i maschi celibi per timore della vita avevano, sebbene di malavoglia, applicato una ferrea astinenza sessuale. Fu così che alcune donne iniziarono a cercar refrigerio dei loro pruriti in maniera autonoma, aiutandosi vicendevolmente anche con strumenti e surrogati. A dire il vero, dopo un primo momento di paura di incappare nella maledizione e lasciarci le penne, giacché sempre di lussuria trattavasi, lo stesso padre Martin dovette giustificare l’accadimento in forma coerente con la presunta maledizione. Quelle pratiche erano, diciamo così, innocue proprio per evidenziare il degrado morale al quale anche le donne erano state condannate: accoppiarsi innaturalmente tra loro. Spiegazione dapprima poco gradita, ma in breve tempo piuttosto apprezzata dal popolo femminile, al quale, dopo vari tentennamenti, si aggiunse l’altra metà della popolazione maschile in vita, con limitato ma stabile sollievo
Tutto filò apparentemente liscio per mesi, sino a che in paese non capitò l’anomalia Holbesh. L’essere umano è infatti debole e nei confronti dello straniero purtroppo crudele. Specie con l’estraneo che fulminato dalla vedova Morel e ignaro del segreto del luogo, tanto fece e tanto disse da indurre la donna a cedere alle sue richieste, conscia lei di condannare a morte l’uomo che in fin dei conti l’amava, ma che almeno allora era solo una strumento utile alle sue mai sopite voglie. Dopo il primo incontro la giovane vedova tornò a casa appagata ma con il senso di colpa per la sorte imminente di Holbesh. E così per il secondo, per il terzo e per il quarto. Già dal quinto alcuni dubbi iniziarono a sorgerle e dopo due mesi di gustosa frequentazione assidua si decise a far visita a padre Martin per chiedere come mai Holbesh, nonostante avesse dato fondo con lei a ogni genere di pratica lussuriosa, fosse vivo, vispo e vegeto.

– Già perché Holbesh non è ancora morto?

La vedova d’Anton spalancò gli occhi e si rese conto che stava per albeggiare. Ovviamente neanche il suo Sebastien era in pericolo di vita; nonostante le sue ritrosie sia lui che Holbesh potevano dormire sonni molto più che tranquilli.