Polvere

Fantasmi striscianti e demoni notturni
si risvegliano
dalla polvere
di un passato indefinito,
attanagliano, sussurrano,
istigano, inquietano
l’animo,
richiamano alla memoria
desideri, immagini,
volti, emozioni
celati nel buio, a forza sopiti.

Fantasmi striscianti e demoni notturni
si risvegliano dalla polvere
di un passato indefinito,
afferrano, squassano,
inseguono, mordono
l’animo,
riportano alla vita
timori, frammenti,
ferite, sensazioni
celati nel buio,
parte di me.

05/09/2016

Buongiorno a tutti, mi presento, sono E. del blog Stato Mentale. Ringrazio Newwhitebear per la cortese ospitalità. A presto.

Diamo il benvenuto a un nuovo partecipante

Domenica 27 settembre esordirà tra noi un nuovo acquisto, anzi una nuova 😀 , Stato mentale che ha accolto la proposta di unirsi a noi.

E. è eclettica alternando post ad Haiku e tanto altro ancora. Se seguite il link potete verificare di persona la sua bravura con la tastiera.

È una blogger di vecchia data che ha sempre scritto qualcosa di interessante e mai banalità. Se non avesse queste capacità, non l’avrei invita nel nostro Caffè.

Sono veramente lieto della sua presenza e sicuramente sarà gradita anche a chi segue questo laboratorio di scrittura e altro ancora dove gli autori sono liberi da vincoli di genere e di tema e possono pubblicare in completa autonomia senza filtri o censure preventive.

Benvenuta E.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – quinta parte

Prosegue la storia col frate Ethan che … non dico altro. Le altre puntate le trovate qui.

Frate Ethan recitò quasi meccanicamente le preghiere del mattutino, perché aveva la mente rivolta altrove. Sbuffò al pensiero di mettersi al confessionale, prendere l’ostia consacrata e infine la colazione nel refettorio.

Tempo perso” borbottò, suscitando lo sguardo malevole del frate accanto a lui. Non aveva capito cosa aveva detto ma aveva rotto la sua concentrazione nel pregare.

Frate Ethan alzò le spalle in modo impercettibile per non creare un disputa che avrebbe prodotto solamente una perdita di tempo. “Dovrei tagliarmi la lingua a volte” pensò mentre recitava Actus fidei. Il tempo non passava mai e le lodi al Signore per il nuovo giorno non finivano più. Avrebbe voluto sbuffare per l’impazienza di correre al castello ma si trattenne.

La mattinata trascorse lenta e noiosa mentre preparava mentalmente il discorso da fare a Prince John. Ascoltò sbadatamente le confessioni di novizie e suore, che quasi non lo riconoscevano, abituate alle sue battute maliziose. Mangiato in fretta pane nero raffermo e una zuppa di cipolle, uscì dal convento.

La giornata era tutt’altro che ideale per un uomo a piedi. Una pioggia leggera bagnava ogni cosa e nonostante il cappuccio sul capo avvertiva nel corpo tutta l’umidità della giornata.

Salire a piedi fino a Devil’s Castle non era una passeggiata di salute. Il maniero stava sul cocuzzolo di una collina bassa appena fuori le mura di Canterbury, una posizione ideale per dominare la piana che si estendeva attorno alla città, capitale del principato di Sir Percival. Pur non troppo distante dalle mura la camminata, anche a passo svelto, non finiva mai.

La strada era sufficientemente larga per ospitare affiancate due carrozze oppure sei cavalleggeri armati. Ai suoi lati querce offrivano un comodo riparo dal sole estivo. Tanto polverosa d’estate, quanto fangosa era in autunno e primavera. Però ormai erano troppi i giorni pioggia e la via era difficoltosa anche per le carrozze o cavalieri. Per i viandanti era un incubo col rischio di scivolare a ogni passo.

Era la sesta ora quando frate Ethan bussò con energia al portone massiccio di quercia per farsi aprire. Borchie di rame servivano a tenere uniti diversi strati di legno ed era difficile abbatterlo anche con una testa d’ariete.

Il saio e il mantello erano ricoperti da uno spesso strato di fango come i calzari di cuoio. Erano gli effetti della camminata per giungere fino a lì.

Un soldato aprì uno spioncino quadrato per vedere chi voleva entrare.

«Sono frate Ethan» affermò stizzito. «Devo conferire con Sir Prince John Percival».

Lo spioncino si richiuse ma il portone non si aprì.

Il frate era furioso perché stava sotto la pioggia e fuori dal castello come un penitente. Una pozza di acqua fangosa si formò sotto di lui, mentre spazientito bussò con rinnovato vigore il portone. Di nuovo lo spioncino si aprì e il viso di un secondo soldato lo guardò stringendo gli occhi che mostravano stupore.

«Cosa avete? Non avete mai visto un frate infangato?» Berciò con tono irritato, mentre la sua pazienza lasciava il posto alla collera.

Anche questa volta lo spioncino si chiuse senza che il portone si aprisse.

Infuriato lanciò qualche maledizione verso di loro nominando il nome di Dio invano. Poi si raccolse in preghiera per essersi lasciato andare. Però doveva entrare e i soldati di guardia lo tenevano fuori alla pioggia che era aumentata d’intensità, mentre un vento freddo e gagliardo si insinua sotto la tonaca.

Il frate si guardò intorno alla ricerca di qualcosa. Trovò un robusto bastone abbandonato da qualcuno. Lo raccolse e con quello picchiò più volte sul portone mandando un rumore sordo.

Ancora un volta lo spioncino si aprì mostrando il viso di un giovane soldato. Con mossa fulminea frate Ethan afferrò l’elmo e lo tirò verso di sé. Il giovane rimasto sorpreso non reagì con prontezza e si trovò incastrato nello spioncino.

«Ci rimarrai lì finché questo portone non si aprirà» urlò con tutta la rabbia covata dentro.

«Ma signore chi è lei?» Il tono supplichevole del ragazzo fece ridere il frate prima di ripetere il suo nome.

«Sono il confessore di Prince Sir John Percival e se non aprite in fretta finirete nelle segrete del Castello».

«Cosa succede?» Una voce matura chiedeva informazioni sul trambusto.

Dopo un breve conciliabolo frate Ethan sentì un perentorio: «Aprite subito il portone».

Un rumore di chiavistelli e catenacci che venivano azionati indusse il frate a mollare la presa. In un batter d’occhi il giovane sparì e il portone si dischiuse.

Il capitano delle guardie trattenne una risata coprendosi la bocca alla vista del frate fradicio di pioggia e infangato come un maiale.

«Non potete presentarvi al cospetto di Prince John in questo stato. Entrate in questa stanza mentre vi procuro dei panni asciutti».

Frate Ethan intirizzito dal freddo e per la pioggia si accostò al camino, dove crepitava il fuoco. Un leggero vapore si levò dal mantello, mentre il fango tendeva a seccarsi sulle gambe e sulla tonaca. Si guardò intorno alla ricerca di un bacile e dell’acqua per darsi una rinfrescata.

«Ecco dei panni asciutti. Sir Prince è stato avvertito della vostra venuta. Alcuni servitori arriveranno tra poco con una portantina per condurvi al suo cospetto». Spiegò con tono umile nella speranza che non parlasse troppo male per averlo tenuto fuori del portone.

Il frate si diede una rapida rinfrescata prima di indossare dei panni caldi che cadevano un po’ troppo ampi.

«Questi» lo informò il capitano, indicando quello che il frate si era tolto. «Lasciateli qui. Non appena sano presentabili ve li porteremo asciutti e lindi.»

Doveva farsi perdonare per quello che avevano combinato i suoi uomini.

Poco dopo una portantina lo portò al cospetto di sir Percival.

Stay tuned for next Episode.

 

The great outdoors

Capitava spesso che si ritrovasse sul pontile la sera quando era sul lago. Cenava insieme a Sara e i bambini, poi loro si piazzavano davanti agli schermi a guardare un film e lui usciva a fare due passi.
L’abitudine a trascorrere sul lago gli ultimi giorni d’estate l’avevano presa prima di sposarsi. Possedevano una bella casa, con davanti un prato curato e le camere del primo piano e la mansarda con dei deliziosi balconcini agghindati di fiori colorati. Spesso quando si trovava a osservarla dal pontile si era chiesto cosa ci fosse lassù in mansarda. Capiva che la sua era una strana domanda: quella era la loro casa e qualcuno di sicuro la curava nei mesi di loro assenza, eppure non ricordava nessun evento o discorso relativo alla mansarda. Strano ancora di più che quel pensiero non lo sfiorasse quando era dentro, tanto da non aver mai provato a salire su per dare un’occhiata.
Apparentemente la sera non c’era un motivo che lo spingesse ad andar fuori. La giornata finiva nel tenue color pesca del tramonto dietro i monti e lui sentiva prepotente la voglia di lasciarsi quella casa alle spalle e andare verso il pontile. In quella esplorazione era sempre solo, ma sentiva che prima o poi avrebbe incontrato qualcuno, sebbene non sapesse di preciso chi e soprattutto perché. Andava sul pontile, ascoltava i suoi passi sulle assi di legno e lo sciabordio dell’acqua sui tronchi trafitti sul fondo e aspettava.
Anche quella sera stava con le gambe piantate e le mani in tasca, fermo alla fine della passerella. Gli sembrava di essere ancora una volta solo quando una voce proprio a due passi da lui richiamò la sua attenzione.
«Giro in barca?»
«Prego?»
Era un vecchio con una bella barba bianca e un cappellino verde in testa con la scritta Positano. Se ne stava su una barchetta piccolissima di vetroresina chiara e lo osservava da sotto il pontile con una smorfia divertita.
«Chiedevo: giro in barca?»
«Ma io! Adesso? Non saprei ecco.»
«Non si paga, eh! Io sto andando comunque e ho solo chiesto se vuoi accompagnarmi. Vieni quasi ogni sera da queste parti e se non sei qui per un giro in barca, allora perché?»
Lui quel tizio non l’aveva mai visto. Come diavolo faceva a conoscere le sue abitudini su quel pontile? Si disse che magari doveva abitare in una delle casette del paese e da lì lo poteva spiare dalle piccole finestre che adesso stavano per illuminarsi. Nel pensare questo si voltò indietro per identificare una finestra possibile, ma una strana nebbia stava salendo dall’acqua e per un qualche effetto ottico il pontile si era allungato in maniera abnorme. Aveva l’impressione che adesso la sua stessa casa fosse un dettaglio lontanissimo, appena accennato, e che il suo punto di vista fosse profondamente proteso nel lago. Si era mai girato prima di allora a guardare il paese? Non ricordava proprio.
«Se ti stai chiedendo come faccio a sapere delle tue sere su questo pontile, allora è la volta giusta per venire in barca con me.»
Rise, mentre tirava una cima legata a un tronco per avvicinare la barca. Con la testa gli fece cenno di saltare su, cosa che l’uomo accettò di fare con una strana assenza di volontà nel gesto. Diciamo che di colpo si trovò seduto sulla panchetta, mentre il vecchio provava a mettere in moto con uno sbuffo di fumo bianco.

Via via che la barca si allontanava dal pontile la costa sembrava svanire. Il lago non era grande, ma da quella postazione iniziò a dilatarsi e anche il cielo si vuotò di stelle. Poco prima di fermarsi si rese conto che erano immersi in un immenso vuoto scuro e che l’unica luce proveniva innaturalmente da loro e dalla minuscola barca chiara sulla quale erano seduti. Anche il motore era solo rumore e non produceva alcuna scia o increspatura visibile dietro di loro.

Quando si fermarono un silenzio assoluto piombò su di loro e l’acqua stessa si rivelò immobile, privata di ogni onda seppur piccola che urtasse lo scafo. Nulla, erano immersi in un nulla indistinto tra acqua e aria.

Il vecchio lo iniziò a guardare lisciandosi la barba.

«Niente da chiedere? Voglio dire ora che siamo qui lontani dalla costa, nessuna domanda?»

«Cosa dovrei chiedere, non capisco.»

«Allora inizio io?»

«Se ci tieni?»

«Come mai non sali in mansarda?»

L’uomo rimase un attimo interdetto, avrebbe voluto accampare qualche scusa, ma la realtà era che non ne aveva idea. Si stupì solo che il vecchio sapesse e gli proponesse quella domanda. E così rimase in silenzio a guardarlo carezzarsi la barba lunga candida.

«Vedo che non hai ancora capito! Meglio, che non vuoi capire. Faccio una domanda più semplice: sai nuotare?»

«No, non mi pare.»

«E non hai paura di stare su questo guscio di noce? Non temi di cadere giù e annegare?»

L’uomo rimase immobile come se avesse difficoltà a comprendere il senso delle singole parole. Paura? Avrebbe dovuto averne? Gli esseri umani hanno paura in questi casi. Doveva essere una prerogativa che lui non rappresentava in quel momento. Quindi, no, non aveva paura. E fu proprio mentre provava a formulare quella risposta che il vecchio lo strattonò spingendolo all’indietro. Sentì l’acqua fredda sommergerlo e il suo corpo scivolare giù per un piccolo tratto per poi tornare su. Dalla barca vide il vecchio che gli porgeva il braccio e per un po’ rimase a osservare la strana luce che li illuminava. In qualche modo risalì a bordo e si ridispose sulla panchetta stupito appena un po’ dei vestiti completamente asciutti.

«Quando l’hai capito vecchio?»

«Quando ti ho visto ogni sera sul pontile. Non ci viene nessuno in quel posto, nemmeno di giorno.»

«Cosa è tutto questo?» disse indicando con la mano tutto il vuoto intorno.

«Non saprei in realtà, penso che sia una parte non prevista ancora, magari domani troviamo tutto cambiato, le stelle, la luce del paese e le case in lontananza. Ma ora è così. Vuota.»

«Siamo solo noi due a sospettare qualcosa?»

«Non ho visto altri. Per qualche motivo rimaniamo attivi quando tutto si ferma. Per questo tu senti di dover stare fuori. E anche io. Perché dentro è tutto fermo e noi siamo attivi.»

«E fuori?»

«Fuori è così!» Il vecchio lo disse indicando tutto quel nulla in giro. «Sembra che ancora non sia stato creato. Noi siamo attivi e giriamo in questo mondo che ancora non esiste quando il resto si ferma. Ma lo vedi anche tu che non c’è nulla di interessante.»

«Perché solo noi siamo attivi?»

«Un baco. Siamo dei bachi che non hanno ancora corretto. O lasciati attivi per capirne l’evoluzione. Per esempio, ti sei reso conto che la mansarda esiste solo guardando la casa da fuori. E pensa che io invece non ho neppure una casa. Capisci? Come è possibile che io non abbia un posto dove dormire? Eppure ogni sera ti vedo da dietro una finestra arrivare sul pontile. Ho una finestra, ma non una casa. Perché sono un baco.»

«Io sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. Sono mesi che sto per finire le vacanze e tornare al lavoro. E non ho idea di che lavoro faccio.»

«E fino a sei ore fa non avevi la capacità di nuotare. Vuol dire che stavi su un livello che non sbloccava questa possibilità.»

«E come ho fatto a sbloccarla?»

«Non ho ancora capito. So solo che hai migliorato un punteggio. Ci sono eventi che arrivano da fuori per qualche motivo e cambiano i nostri punteggi.»

«Fuori da cosa?»

«Fuori da questa cosa dove siamo. Sarà bene che iniziamo a tornare.»

«E come facciamo a orientarci, non si vede nulla.»

«È tutto intorno, basta mettere la prua al contrario e andare. Non si può sbagliare purtroppo.»

Per tutto il viaggio di ritorno rimasero immersi nei loro pensieri e anche al loro arrivo per un po’ in piedi sul pontile guardarono il nulla che avevano da poco visitato, come a volersi imprimere in memoria quel ricordo prima che venisse cancellato dagli eventi.

«Pensi che ci sia qualcuno lì fuori?»

Il vecchio sospirò, «alle volte spero di sì. Voglio dire magari fuori ci sono dei mostri, ma meglio di questo nulla.»

«Spero che fuori ci sia qualcuno che sia felice.»

«Tu non lo sei? Hai una bella casa, una bella famiglia, un lavoro. Non sai quale, ma sai di averlo. Io ho solo una finestra eppure in fondo sono felice.»

«Forse è che mi manca una mansarda.»

«Inizi a fare pure le battute.»

«Si vede che hanno aggiunto anche questa skill. Andiamo a casa?»

Il vecchio lo guardò divertito e in silenzio si diressero verso il paese. Prima di salutarsi con un cenno del capo si voltarono verso il lago. Là in fondo bagliori di luce rompevano l’orizzonte dietro le montagne. Forse qualcuno stava riempiendo il nulla di quei grandi spazi aperti.

https://youtu.be/N0VtgQF_19g

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – quarta parte.

Prosegue la storia impossibile e le altre puntate, per chi ne avesse perse qualcuna le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

 

Il giorno seguente Frate Ethan si sedette di nuovo alla scrivania con tutto l’occorrente per scrivere. Prima di addormentarsi aveva riflettuto sulla novizia Alyssa convenendo che era meglio accantonare i propositi di portarla nel suo giaciglio. Sarebbe stata un’impresa disperata con zero probabilità di riuscita.

Quindi era più utile dedicarsi a indagare sulla morte del duca di Sevenoak. Un’indagine sicuramente difficoltosa ma che avrebbe potuto metterlo in luce con King James. Srotolò le pelli di agnello su cui aveva appuntato alcuni fatti, decidendo di metter in fila i possibili mandanti con motivazioni e punti a favore.

Il primo mandante, Sir Percival, era anche l’unico accusato del riuscito avvelenamento, pur non essendolo formalmente. La motivazione poteva essere per le accuse che il duca gli aveva mosso ma Prince John l’aveva negato sempre con forza. Non ricordava che gli avesse mai detto durante le confessioni settimanali di aver avuto un rapporto carnale con Lady Clarence. “Non vuol dire nulla, perché chissà quanti altri peccati non ha confessato”. Però aveva un grosso punto a favore: era lontano dal regno di Kent da oltre un mese, perché combatteva nel Galles sotto le insegne di King James.

Il secondo possibile mandante era il conte di Rochester. Questo aveva una forte motivazione a ucciderlo: la perdita dell’isola di Sheppy, un punto strategico per i commerci. Con la morte del duca aveva avuto la possibilità di recuperarla sotto la sua contea. Frate Ethan mise un bel punto esclamativo accanto a questo nome.

Anche il duca di Crowley aveva un motivo altrettanto forte: tornare in possesso completo della foresta di Surrey Hill che era una fonte di notevoli introiti per il suo ducato. La perdita del possesso di metà bosco, oltre a falcidiare i guadagni l’aveva costretto a vendere il legname a prezzi inferiori, perché aveva un concorrente temibile. Il duca di Sevenoaks aveva usato motivi pretestuosi per ottenere la metà del bosco. Con la sua morte aveva recuperato anche la parte sottratta. “Direi che anche il duca di Crowley aveva più di un motivo per ucciderlo, oltre alle possibilità di farlo” si disse il frate, appoggiandosi allo schienale. Anche lui era un probabile sospetto.

Il conte di Tonbrigde aveva giurato di fargliela pagare per l’occupazione delle sue terre in modo del tutto illegale” rifletté il frate, grattandosi la corta barbetta. “Senza muovere il suo esercito è tornato in possesso di Tunbrigde Wells con la morte del duca”.

Più rifletteva, più era convinto dell’innocenza di Prince John. “È vero che si odiavano per le accuse di adulterio mosse al cognato ma alla fine non avrebbe tratto nessun vantaggio dalla sua morte. Anzi ne avrebbe ricavato un nocumento come è poi avvenuto con la sua messa al bando dalla corte del re. Quindi è quello con le motivazioni minori. Solo una vendetta personale? Uhm! Sarebbe stato uno sciocco e lui non lo è”.

Frate Ethan chiuse gli occhi come se volesse concentrarsi sul maggiore sospettato tra quel quartetto. In realtà meditava come raggiungere il bibliotecario cieco che gestiva i preziosi volumi di King James a Maidstone. Aveva sentito dire che era molto riservato ma anche informato su tutti i pettegolezzi di corte e non solo quelli. «Lui non ci vede, ma pare che l’udito sia finissimo» e frate Ethan rise alla sua battuta. Lui non aveva avuto modo di frequentarlo. Il frate sorrise a questo pensiero, perché si era allontanato da Saint Church pochissime volte per visitare qualche chiesa di campagna nei dintorni di Canterbury per aiutare il prevosto nelle confessioni. Non conosceva neppure la strada per raggiungere la capitale del regno di Kent.

«Mi perderei fatte poche iarde fuori dalle mura di Canterbury» borbottò allegro, pensando a chi gli poteva fare da guida. Ebbe un guizzo, un’idea e sorrise. «Certamente! Sir Percival mi avrebbe dato un suo uomo come guida. Ma come convincere il priore del convento a lasciarmi partire?»

Non gli veniva in mente nulla. Vuoto assoluto. Tre squilli di campane gli ricordarono le preghiere del mattutino ma gli risvegliò la mente. Adesso sapeva come. Messe da parte pelli di agnello e penna, si avviò verso la chiesa con l’allegria dipinta sulla faccia.

«Prince John mi fornirà l’accompagnatore e perorerà la mia istanza presso il priore». Detto questo si accodò agli altri frati per le recita del primo albore.

Stay tuned for next Episode.

Settembre

Strano mese tra dolcezza e rimpianto,
l’incertezza d’esser fine
o inizio.
L’ aria si terge,
preparando i cieli puliti d’autunno,
dimentica che sei ancora estate.
Nessun mese, fin da fanciulla,
mi ferisce tanto.
L’ estate muore, a nord,
senza consolarmi ancora di colore.
Sei il mio capodanno.
Resta la fiducia
in qualcosa di nuovo,
che profuma di buono.

Lucia Lorenzon, settembre 2020

Foto da web

Les Mots de Camille

In Rue Saint-Louis en l’Ille, esisteva un piccolo bizzarro negozio dal sapore antico.  La sua vetrina aveva l’intelaiatura di spesso legno tinto color avorio.  Sull’insegna, anch’essa in legno avorio, c’era scritto “Mots”: proprio così, in corsivo virgolettato.
Nel laboratorio sul retro, la giovane proprietaria Camille fabbricava parole. Realizzava le sue opere con ogni sorta di calligrafia, tecnica e materiale che potesse rappresentarne il significato e il valore. Poi le sistemava in ordine alfabetico sugli scaffali formando una miscellanea di profumi, forme e colori da incantare chiunque entrasse.

Il primo cliente, in quella fredda mattina di febbraio, fu un giovane signore col cappello in feltro bordeaux che, dovendo fare un regalo, chiese la parola Futuro.
L’ultima l’ho venduta ieri sera, mi spiace. Se ripassa tra un paio di giorni, la troverà – promise Camille.
Deluso ma affascinato dall’esposizione, l’uomo si guardò intorno.  Vide Prato, fatta con teneri fili d’erba trattati in modo da non appassire mai. Più in là, scorse Ricordo, ritagliata da una scatola di latta decorata con immagini retrò. Vicino ecco Sorriso, uno splendore d’intreccio realizzato con un filato caldo e così luminoso da fargli distogliere lo sguardo. Fu in quel momento che notò l’alto cilindro a vetri posizionato nell’angolo in fondo al locale. Avvicinantosi rimase colpito dalla parola Amore, scritta con bianchi caratteri arabescanti, intagliata su di un quadrato di pregiato legno massello.
La comprò senza nemmeno chiedere il prezzo e la lasciò in custodia a Camille. Sarebbe ritornato a prenderla non appena fosse pronta Futuro.  
Stava per andarsene quando si accorse che in cima alla scaffalatura alla sua sinistra c’era Fiducia.
– Quella quanto costa? – s’informò indicandola con un cenno del capo.
– È mia. Anche volendo non potrei venderla: ha una profonda crepa.
– Si può sempre ricostruire nuova, no?
– Non è facile. I materiali che utilizzo provengono da ogni parte del mondo. Fiducia è modellata con una delicata e preziosa ceramica prodotta artigianalmente solo in un piccolo paese a nord della Cina. Ci vuol tempo per averla e accortezza nel manipolarla.
Il signore col cappello di feltro bordeaux annuì mesto, salutò e uscì dicendo che sarebbe tornato presto.

Camille sistemò la parola Amore sull’ultimo ripiano della scaffalatura vicino a quella di ceramica incrinata.

Nel pomeriggio della stessa giornata, entrò una signora. Indossava una pelliccia di volpe argentata e  al guinzaglio teneva un vivace cucciolo di Beagle color caffelatte. La donna diede una rapida occhiata alle parole esposte.
– Che prezzo fa uno di questi cosi? – chiese prendendo in mano Bacio che, essendo di miele e sale le si appiccicò alle dita. 
– Ogni parola ha il suo valore, signora. Dipende da quale sceglie – rispose Camille rimettendo pazientemente la parola sullo scaffale.
– E in quell’angolo? – chiese avvicinandosi all’espositore cilindrico.
– Lì tengo le più importanti, di pregio. Ne realizzo solo un esemplare per volta. Al momento ne mancano due. Le può vedere lassù in cima all’étagères,  ma non sono in vendita.
Continuando a fissare il cilindro trasparente, la signora in pelliccia fu attratta da Sogno, una nuvola in vetro soffiato che sembrava racchiudere l’arcobaleno.
– Questa deve avere un grosso valore – disse prendendo maldestramente l’oggetto in mano.
– Stia attenta, la prego, è molto delicata, basta un nonnulla per…
Camille non finì nemmeno la frase che l’irrequieto Beagle al guinzaglio strattonò il braccio alla signora. Sogno cadde sgretolandosi.
– Glielo ripago – disse, altezzosa, la signora in pelliccia per nulla dispiaciuta – Quanto vuole?
– Se ne vada. Non vendo cocci, vendo parole… solo a chi ne apprezza valore e significato. Vada via, la prego.
La signora in pelliccia, con fare altezzoso, uscì senza salutare.

Camille raccolse i frantumi, li chiuse in un sacchettino e li ripose sull’ultimo ripiano della scaffalatura insieme alla ceramica incrinata e al legno massello intagliato.

Nel cilindro a vetri di Camille, per lungo tempo, rimasero solo: Speranza, incisa su di una lastra di cristallo spessa appena un millimetro e quella dal valore più alto: Vita, una delicata filigrana modellata con un unico filo di platino tanto preziosa quanto fragile.

DIALOGO

Davanti ad un bel bicchiere di Pinot, i due chiacchieravano del più e del meno. Uno aveva la barba bianca che gli arrivava fino all’ombelico e l’altro la barba appena più corta.

– C’è la fila per entrare – disse quello con la barba più corta. – Forse ti devi dare una calmata.

– Ma sì, uno più uno meno che vuoi che sia.

– Ma abbiamo la fila ai cancelli; le guardie della pace non riescono a gestirli, sembra quasi lo sbarco in Normandia.

– Ah che bei tempi, quelli! Ricordo ancora i grazie che salivano fino a qui.

– Beh, dopo tutti quei morti, fu una bella vittoria.

– I vivi, vorrai dire.

– Cominciamo a formalizzarci?

– Devi essere preciso, quante volte te l’ho detto?

– è un modo di dire, che vuoi che sia?

– I modi di dire lasciali a quelli che laggiù fanno politica, qui le parole hanno ancora un senso.

– A proposito, hai sentito quello che si racconta là in terra?

– Sii più esplicito.

– Dicono che il virus non esiste.

– E tutti quei morti? Da dove sarebbero saltati fuori?

– Quei vivi, vorrai dire.

– Sei proprio uno zuccone. Laggiù sono morti e questi sono vivi.

– Beh, comunque parlano di complotti e di negazionismo.

– Sai da quanti mila anni quelli negano?

– Certo, ma un conto è negare su di te, un conto negare su dati oggettivi.

– Lo sai che sono strani.

– Li hai fatti tu, non buttargli tutta la colpa addosso.

– Ah ti sbagli di grosso. Io li ho fatti a mia immagine e somiglianza. Se mi avessero dato retta.

– Dovevi farti sentire prima, non fare la voce grossa dopo. Se li avessi obbligati all’obbedienza…

– Testone, vuoi dirmi che non dovevo lasciarli liberi?

– Magari un po’ meno non sarebbe stato male.

– E la responsabilità? Dove la metti la responsabilità?

– Con quella testa, sai dove la mettono la responsabilità?

– Non essere volgare, sai che odio le allusioni.

– Mi fai sorridere, tu che sei amore parli di odio?

– Si fa per dire, sai che perdòno tutti.

– Anche troppi.

– Cosa vorresti dire?

– Dico che dovresti tirare un po’ i remi in barca.

– Ragioni ancora come loro.

– Comunque, è proprio perché si sentono obbligati che ora parlano di complottismi.

– In che senso?

– Li hanno imbavagliati per via del virus e questa cosa li fa andare in bestia.

– Ah immagino. Sono caduti su una mela, figurati se non litigano per una mascherina.

– Comunque quel virus ne ha ammazzati troppi.

– Purtroppo giocano sempre con i giochi sbagliati. Giocano alla guerra e al piccolo chimico senza rendersi conto che sono giochi pericolosi.

– Per fortuna che li hai condannati al sudore della fronte! Quelli di lavorare non hanno voglia.

– Non facciamo di ogni erba un fascio.

– Ecco, sei anche politicamente scorretto. Guai a parlare di fasci!

– Lascia stare. La nostalgia è la catena che li condanna.

– Comunque abbiamo un problema. Abbiamo troppi morti ai cancelli.

– Vivi, ti ho detto che sono vivi. I morti li lasciamo a quell’altro.

– Non fare il politico, se non decidi come risolvere il problema, le guardie faranno sciopero.

– Che lo facciano! Uno sciopero ogni tanto non fa poi troppo male.

– Ti ricordi l’ultima volta quanti disordini? Non finivano più!

– Parli sempre come se fossi ancora laggiù. Che vuoi che sia un po’ di tempo, quando il tempo addirittura ci avanza?

– Ecco un’altra cosa che mi fa arrabbiare. Come puoi pretendere che si capisca l’eternità?

– Uffa, mi hai stancato. Bevi e taci.

– Comunque ci sono troppi morti.

– L’importante è che vengano tra i vivi.

– E se facessi uno dei tuoi miracoli?

– Ah, non c’entro col virus. Che si arrangino.

– Secondo me non ne escono più.

– Testone, senza speranza non c’è paradiso.

– Bugia. E noi dove saremmo?

– Ringrazia che hanno tirato il collo a quel gallo, altrimenti lo sai dove saresti?

– Ancora con quella storia? Se non avessi negato, tuo figlio non avrebbe realizzato quella profezia. Anziché ringraziarmi sei ancora qui a rinfacciarmelo?

– Sei permaloso.

– E tu che per una mela hai fatto su un casino?

– Vuoi litigare anche stasera?

– A che servirebbe, tanto hai sempre ragione. Sembri una donna.

– Stai esagerando. Vai al cancello e dai una mano alle guardie, altrimenti quelli fanno sciopero.

– Non è mica vero che uno ogni tanto non fa mai troppo male?

– Non ora, lasciami finire in pace questo Pinot.

– Comunque laggiù ci sono troppi morti.

– Ci penserò. Lo sai che li vorrei tutti qui.

– Dai tempo al tempo, forse c’è ancora qualcosa da scoprire.

– Tipo?

– Ma tu non sei quello che sa tutto?

– Certo, ma godo quando ti arrovelli su ciò che deve ancora capitare.

– Sei davvero qualcosa di misterioso.

– Sono, e questo basta!

(di Stefano Re)

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – terza parte.

Ci fosse riuscito a superare le prime due parti – qui le trovate a vostro rischio e pericolo. Adesso vi aspetta l’obbrobrio della terza parte di questo racconto nato dal prompt generato da Obbrobrio del duo Alessandro Cassano e Gaia Conventi di Giramenti. Un duo veramente spassoso.

 

Frate Ethan, tornato in Abbazia pensò come entrare in relazione con la novizia Elyssa. “Non è facile avvicinarla, visto che è guardata a vista dalla madre badessa”. Si grattò in testa e serrò gli occhi nel chiuso della sua cella, un quadrato di tre per tre iarde di Canterbury con una piccola feritoia per dare luce e aria alla stanza. Un pagliericcio e un inginocchiatoio completavano l’arredamento.

Il frate rielaborò le informazioni ricevute da Sir Percival. “Come diavolo ci sia riuscito non riesco a immaginarlo né ipotizzarlo. La novizia vive in una cella accanto alle stanze della madre badessa, ben separata dal resto delle suore e le giovani aspiranti alla vita monastica. Quali argomenti persuasivi abbia usato per convincerle mi piacerebbe conoscere”. Più si scervellava, meno trovava una risposta al suo quesito. Disse svogliatamente un paio di preghiere, tanto per dare fumo negli occhi agli altri frati, e andò a sistemarsi nel confessionale di Saint Church in attesa che qualche giovane suora o novizia venisse a confessarsi. Quelle più anziane e acide le liquidava in poco tempo con qualche Pater Noster e Confiteor. Era la carne fresca il suo obiettivo per scaldare il suo pagliericcio nella zona degli ospiti. “I peccati sono tutti uguale. Atti impuri” e il frate sorrise associando questo peccato alle usanze del convento di fare sesso tra loro. “Invidia… ma di cosa?” Non aveva mai capito che cosa potessero invidiare vista la vita monastica che conducevano. “Peccati di gola” e rise con tono sommesso. In effetti erano grasse come porcelle. “Ma va bene così. Almeno c’è un po’ di carne da stringere e non solo ossa”.

«Frate vorrei confessare i miei peccati» affermò con tono appena percettibile suor Emily che si appoggiò alla grata in attesa di sentire il suono della voce del confessore.

Lui sbuffò tossicchiando. “Cosa dovrà mai confessare questa suora incartapecorita?”

«In cosa avete peccato sorella Emily?» Frate Ethan usò un tono leggermente dolce, perché sapeva che era molto permalosa.

Suor Emily era tra le anziane del gruppo, vecchia e grinzosa come una buccia di limone, confessava tutti i giorni non si sa quali peccati.

Mentre la vecchia suora elencava una lunga lista di peccati commessi, frate Ethan si doveva trattenere dal mandarla al diavolo.

«Solo questi? Non avete dimenticato qualche altro peccato?» Domandò ironico, facendo imporporare la suora.

Sorella Emily farfugliò qualcosa e pensò che finiva sempre con quella frase facendola peccare di nuovo. L’atteggiamento del frate confessore la infastidiva ma non poteva confessare che era proprio lui il bersaglio delle sue invettive segrete.

«Ho avuto pensieri cattivi verso una persona buona e caritatevole» aggiunse chiudendo gli occhi.

Frate Ethan ridacchiò sommessamente cercando di non farsi udire dalla suora.

«Recitate cinque Pater Noster e dieci Confiteor per mondarvi dai vostri peccati. Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen».

Il frate avvertiva inquietudine e decise che meglio non confessare altre suore peccatrici. Si tolse la stola bianca, si alzò e infilate le mani nelle ampie maniche del saio si avviò verso la stanza che occupava nell’area degli ospiti.

Si sedette sulla poltrona di noce accanto al camino a riflettere. Per la novizia Alyssa era meglio lasciar perdere. “Troppi rischi per finire in bianco”. Questo avrebbe mortificato il suo ego di maschio. Però era un altro il pensiero che ronzava nella sua testa: era l’ultima affermazione di sir Percival. “Afferma che non è stato né il mandante né l’esecutore dell’avvelenamento del duca di Sevenoak. Logicamente la sua spiegazione è ineccepibile anche se il dubbio permane”. Decise che avrebbe fatto luce su questo controverso episodio. “Da domani” e si preparò a scendere nel refettorio.

Al rientro frate Ethan si sistemò sulla sedia davanti alla scrivania di quercia a capretta, disponendo sul piano una penna d’oca, inchiostro nero ferrogallico e diverse pelli di agnello. Voleva appuntare alcune informazioni prima che sparissero dalla sua mente. Di alcune ne aveva sentito parlare durante i suoi viaggi per la contea di Kent. Le aveva assunte come pettegolezzi ma adesso acquistavano un certo valore. Altre le aveva fornito sir Percival durante la sua visita a Devil’s Castle per confessare il principe. Però il grosso lo doveva scoprire da sé.

Che ci sia stata ruggine tra loro è provato dalle molte chiacchiere nate dal soggiorno di Lady Clarence, consorte del duca e cognata di Prince John, al castello per trovare Lady Mary, la sorella”. Un sorriso beffardo comparve sul viso del frate. Ricordava le accuse mosse dal duca al cognato di avere avuto una relazione con la moglie. Qualcuno aveva pettegolato che nove mesi dopo il ritorno di Lady Clarence era nato Geoff. Il frate appuntò questi due dettagli. “Verificare. Ma come?” Sorrise, perché conosceva bene Sir Percival, uno a cui piacevano molto le sottane ma molto abbottonato sulle sue scorribande amorose.

Però ricordò le dispute tra il duca di Sevenoak e il conte di Rochester per il possesso dell’isola di Sheppey che King James assegnò al duca con grandi mugugni dell’altro contendente. Il conte non si rassegnò mai alla perdita dell’isola. “Di sicuro avrebbe avuto più di un motivo per avvelenare il duca. Forse più forte di quello di Sir Percival”.

Il frate appuntò anche questa disputa. “Ma non la sola. Anche il bosco di Surrey Hill è stato motivo di un’aspra controversia. Una ricca foresta contesa col duca di Crowley. Anche in questo caso King James ha mediato tra i due contendenti, dividendo la foresta in due parti. Però le scaramucce sono proseguite con accuse reciproche di rubare il legname degli alberi sulla linea di confine. L’inimicizia è stata molto forte, terminata solo con la morte del duca di Sevenoak”.

Spulciando tra i suoi ricordi, si rammentò di un’altra disputa per il bosco di Tunbrigde Wells. “Questa volta il duca non ha aspettato la mediazione di King James perché di forza se ne è impadronito. Il conte di Tonbrigde ha protestato a lungo presso il re senza ottenere giustizia”.

Il frate si chiese i motivi per cui il re lo proteggeva e poi accusò Sir Percival della morte del duca di Sevenoak. “L’unico modo è indagare a corte”. Però doveva avere un motivo per recarsi là.

Pulì con cura la penna, arrotolò le pelli dove aveva scritto i punti chiave della sua indagine e si stiracchiò. Le ombre della sera si allungavano nella stanza ed era tempo di accendere le candele. I sei rintocchi della campana gli ricordarono che doveva scendere per le lodi serali e i riti del vespro. Poi doveva sistemarsi nel confessionale per ascoltare i peccati di suore e novizie.

Stay tuned for next Episode.

Racconti impossibili. Una storia di Canterbury – seconda parte

Le altre puntate le trovate qui.

I tre cunicoli

Un paese rinasce

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagina dell’autore

 

«Dunque ditemi. Vi volete confessare?»

Sir Percival accennò con la testa che era sua intenzione.

«E perché non siete venuto all’Abbazia?»

Frate Ethan si divertiva a tenere sulle spine Prince John con piccole stilettate che lasciavano il segno.

Sul volto di Sir Percival comparve una smorfia non di dolore ma di fastidio. Si impose di mantenere la calma senza cadere nei tranelli del frate. «Preferisco l’intimità di questa stanza».

Frate Ethan sorrise. Conosceva il suo pollo e pur essendo giovane sapeva come destreggiarsi con la nobiltà. In questo caso un po’ ammaccata. Aveva trent’anni ma era diventato il più ricercato confessore del regno di Kent.

Frate Ethan ritenne che era finito il tempo dei preamboli e dei colpi di fioretto. Adesso doveva usare la spada perché era venuto il momento di affrontare il motivo della confessione e affondare l’assalto. “Se prima si confessava una volta la settimana e poi ha evitato di venire a Saint Church per un anno, vuol dire che la questione è grossa”. Mentre pensava questo, sorrideva sornione.

«Ditemi Sir Percival, perché avete aspettato un anno per confessare i vostri peccati?»

Una domanda così diretta era un affondo che mise in difficoltà Prince John che balbettò qualcosa che il frate non comprese.

«Se parlate chiaramente posso assolvervi dai vostri peccati» precisò con tono ironico, infilando le mani nelle ampie maniche del saio. Se prima considerava una probabilità che avesse commesso un peccato capitale di difficile confessione, adesso ne aveva la certezza. “Non avrebbe aggrottato la fronte e farfugliato parole incomprensibili se la questione fosse semplice”.

«Ho peccato con pensieri impuri».

Frate Ethan trattenne una fragorosa risata che la risposta gli suggeriva. “Per così poco ha smesso di confessarsi? A chi la vuole dare da bere una panzana del genere?” Sul suo viso comparve un sorriso ironico e lo incalzò: «Volete specificare il tipo di pensieri impuri che avete avuto?»

Sir Percival farfugliò ancora qualcosa di poco comprensibile visibilmente imbarazzato.

Frate Ethan ritenne inutile ripetere la domanda, perché tra i balbettii di Prince John aveva intuito che era andato a letto con una giovane donzella. Quindi decise di affondare il colpo vedendolo in difficoltà. «Con chi vi siete accoppiato?»

Sir Percival divenne rosso. “Quel diavolo di frate come lo sa che avrei voluto accoppiarmi? Mi legge nel pensiero?”

Mentre di due uomini si fronteggiavano in queste schermaglie, Lady Mary origliava nascosta dietro un pesante tendaggio di velluto che la rendeva invisibile. Era curiosa di conoscere il peccato che il suo consorte aveva commesso. Sperò nascondendosi prima dell’arrivo del frate che non dovesse confessare l’arrivo di un nuovo bastardino. Però ascoltando quello che il confessore chiedeva in modo esplicito divenne nervosa. Avrebbe voluto uscire dal suo nascondiglio per accusare il consorte di averla tradita. Però si calmò, perché forse era un vecchio episodio di un anno prima che aveva sventato con l’aiuto di Clarence, la fidata dama di compagnia. Allora come adesso non aveva chiaro chi fosse la damigella che il consorte aveva tentato di portare nella loro camera da letto. Però quando era comparsa con la dama di compagnia in maniera del tutto inattesa, aveva provocato la fuga di due donne dal castello senza che lei le avesse riconosciute. Adesso avrebbe saputo i loro nomi. “Però parlano di una donzella ma io ne ho viste due”. Si fece più attenta per ascoltare quello che dicevano. Rimase immobile e respirò lentamente per non tradirsi.

«Suvvia Sir Percival o parla con chiarezza per essere assolto oppure me ne torno all’Abbazia alle mie preghiere» esclamò il frate spazientito da quel tergiversare inconcludente.

A Prince John non restò altra strada se non quella di spiegare il suo tentativo di portarsi a letto la novizia Alyssa con la complicità della madre badessa Agnes.

«Mi sembra una grave colpa quella di profanare una promessa sposa del Signore. Ma ditemi perché proprio lei e non un’altra?»

Frate Ethan era curioso di conoscere perché la scelta era caduta sulla piccola Alyssa, che lo aveva sempre evitato come confessore. Dai racconti delle altre novizie aveva convenuto che non era il caso di provarci. Era troppo timorata di Dio per cedere alle lusinghe del sesso. Inoltre era la cocca della madre badessa e ritenne opportuno non inimicarsela.

Lady Mary sorrise soddisfatta. “Dunque avevo intuito giusto cosa Sir John aveva avuto intenzione di fare”. Era compiaciuta per aver sventato i suoi piani. Non c’era più nulla d’interessante da ascoltare ma non poteva muoversi per non tradire la sua presenza. Sospirò lievemente e sperò che la confessione fosse giunta alla fine per poter sgattaiolare via e tornare alle sue occupazioni di ricamo.

Sir Percival rimase in silenzio perché l’assoluzione non era stata concessa. Dunque si rassegnò a spiegare i motivi. L’esposizione fu chiara e concisa, lasciando soddisfatto il frate ma facendo infuriare lady Mary che a stento non tradì la sua presenza, uscendo dai tendaggi.

Frate Ethan sorrise al pensiero della prossima preda. “Dunque è ancora vergine dopo quasi due anni di noviziato”. Si sfregò i palmi delle mani producendo un rumore secco. Conosceva bene le usanze del convento delle agostiniane. Chi entrava vergine, poco dopo non lo era più. “Come fanno quelle diavolesse di suore non l’ho mai capito durante la confessione delle novizie. Qualcuna ha accennato alle mani, altre hanno balbettato di oggetti non meglio identificati. Però il risultato finale è sempre lo stesso. Di novizie vergini ne ho trovate pochine. Questa Alyssa pare un’eccezione. Dovrò indagare”.

Arriva questa assoluzione?” Sir Percival iniziava a mostrare segni di nervosismo camminando senza posa per la stanza.

Il frate gli fece segno con la mano di non aver fretta e lo invitò a sedersi. «Vi vedo muovere agitato e questo mi innervosisce facendomi perdere la concentrazione della confessione. Avete altri peccati sulla coscienza?»

Sir Percival sbuffò e si sedette sulla sua poltrona preferita. “Se sapesse quanto mi sta innervosendo con le sue chiacchiere”.

«No, nient’altro».

«Eppure il nostro King James vi ha bandito da corte. Dicono che avete avvelenato un vostro nemico».

Prince John sgranò gli occhi. “Come si permette di insinuare queste falsità?” Fece un profondo respiro prima di replicare. «Col duca di Sevenoak non ero in buoni rapporti. Questo è noto e non lo nego. Però il duca si era fatto molti nemici più interessati a ucciderlo rispetto a me. In quel periodo stavo combattendo per le insegne di King James nel Galles. Quindi mi sarebbe stato difficile organizzare l’avvelenamento».

Frate Ethan ammise che il ragionamento non faceva una grinza. Era giunto il momento di assolverlo da peccato. «Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen». E gli impose di recitare cinque Pater Noster e cinque Confiteor. Poi si accomiatò con un duplice pensiero: come convincere la novizia Alyssa a giacere con lui e verificare la versione di Sir Percival sulla morte del duca di Sevenoak.

Prince John masticava amaro perché quel diabolico frate era riuscito a fargli dire molto di più di quello che aveva in mente. Si sedette sulla poltrona preferita a meditare sulle prossime mosse. “Quali?” e scrollò la testa perché ignorava quali fossero.

Mentre sir Percival rifletteva su se stesso, lady Mary fremeva per uscire dal suo nascondiglio. Sentiva le gambe e le braccia intorpidite per la scomoda posizione. “Speriamo che venga qualcuno a distrarre sir John”.

Stay tuned for next Episode.