LA BIRO E IL SUO CAPPUCCIO

La biro si sentiva soffocare. Avere addosso quel tappo la infastidiva. Era così stretto che nemmeno scrollandoselo di dosso mollava la presa. Lei che aveva poca voglia di lavorare, ringraziava le volte che la bambina con i capelli rossi la prendeva in mano per scrivere quelle lettere un po’ storte che scarabocchiano i bambini durante i primi apprendimenti. Almeno la liberava dal peso del cappuccio. E poi che fastidio tutta quella saliva che il cappuccio le riversava addosso quando le ricopriva la testa! Se passava il tempo in bocca ai pargoli, che almeno si asciugasse prima di bagnarla tutta. Non che fossero amici, semplicemente chiedeva quella buona creanza per il quieto vivere.
Ma un giorno accadde che la biro dimenticasse la buona creanza, anzi, cominciò a sbraitare:
“Vattene via da me! Ma non capisci che mi soffochi?”
“Ma siamo nati insieme, siamo come gemelli”
“Macché gemelli…” rimbrottò la biro. “Sei una condanna, non un gemello. Sto bene quando non ci sei!”
“Ma se ti proteggo!” cercò di difendersi il cappuccio. “Senza di me sei più fragile. Se cadi e sbatti la punta del tuo nasino, non avresti più modo di fare uscire l’inchiostro. Invece io ti proteggo”.
La biro non volle sentire ragioni. Allontanò in malo modo il suo cappuccio e gli intimò di non avvicinarsi. Il cappuccio rimase in disparte, mortificato ma ubbidiente.
Passò la notte, e quando la bimba con i capelli rossi riprese in mano la biro, si accorse che non scriveva più.
“Mamma, mamma, la biro non scrive! Che faccio adesso?”
“Prova questa” rispose la madre passandole una nuova biro. “Quando le biro perdono il tappo, spesso seccano e non scrivono più.”
“Ma anche questa è senza tappo. E se muore anche lei?” obiettò la bimba.
“Non preoccuparti” disse la mamma. “La tenevo in un astuccio. Prendi quello lì” e indicò il cappuccio che era stato allontanato in malo modo. Poi prese la biro vecchia e la buttò nel cestino.
(di Stefano Re)

Gente che va, gente che viene

Se il mese scorso siamo partiti, da qualche parte siamo ben arrivati. Oh. E’ vero non siamo alle Bermude, anche se … Chi non ci farebbe un pensierino. Spiagge, mare, donne meravigliose e uomini  appetitosi. Ce né per tutti i gusti, borse e tendenze. A ciascuno il suo, ma … Trattandosi di un viaggio in treno dove se non in una stazione la gente va e viene. Dove se non in una stazione il bestiario umano di quello scompartimento è amplificato, moltiplicato per ennumeri? Prendiamo una giornata tipo, una qualunque. Sono le prime ore del giorno e iniziano arrivare i primi treni. Da lì, scende un’umanità che vive ai confini tra luce e ombra. C’è chi si è vissuta la notte sveglio per qualunque motivo ed ora aspetta solo il rientro a casa, tra uno sbadiglio e un ultimo caffè. Quello che ti permette l’ultimo sforzo. Ci sono quelli poi che iniziano la giornata e un “nerovelocecaldobollente” è la sferzata che ci vuole. I primi attendono al caldo del letto, i secondi sono pervasi da struggenti ricordi di lenzuola e coperte intiepidite dal loro corpo. Intanto il giorno avanza e i treni pare vomitino un’umanità che ha già addosso la fatica di una giornata appena cominciata.. Un’umanità che va veloce, che ha fretta e non di produrre, di essere il volano di un’economia che fatica. Ha fretta di arrivare in orario, visto che il treno, anche oggi è in ritardo. Maledizione. E nel bel mezzo di questo brulichio mirmidonesco eccoli lì. Romeo e Giulietta. I due fidanzatini di Peynet. Gli eterni innamorati. Quelli che regolarmente guardi con una certa tenerezza e una larvata commozione quando sono in cartolina, tra fiori e uccellini cinguettanti. Tra frasche e ruscelli. Al tramonto, al mare e se la tenerezza monta un po’ di più e sei ben disposto, senti stormire il vento e riesci a sentire, o immaginare, anche il verso di un gabbiano, lontano. Alle sette e mezza del mattino con l’orologio timbratura che incombe, sono solo due fastidiosi ed ulteriori inciampi. Fanno del soffoco e basta e a loro auguri solo le peggio cose. Invece loro vivono un momento indescrivibile, sul confine tra gioia e dolore. Incanto e spavento. I colori più belli di un tramonto sognato, sono percorsi da lampi e saette di una tempesta incombente. Uno dei due sta per lasciare l’altro e non sappiamo se il distacco è temporaneo o per sempre. Come non sappiamo se di distacco si deve parlare oppure l’esatto contrario. Comunque sia per il pendolare medio quei due fanno del soffoco e … Fuori dalle balle !! E la gente continua ad andare e venire e accanto ai vecchi mostri, arrivano i nuovi mostri.Quelli che non hanno il biglietto, ad esempio. Non che non l’hanno comperato. Lo hanno fatto, ma con le nuove tecnologie. Tutto sul telefono, anzi sul cellulare … Ma cosa dico, scusate l’imbarazzante mia mancanza di contemporaneità: lo smartphone.Tutta la vita in neppure un fazzoletto piegato. Che se per disgrazia lo perdi o qualcuno te lo ruba, la tua vita non ha più un senso. Né compiuto, né incompiuto. Rischi di non esistere più, di sparire in un attimo dalla faccia della terra. Tutto, ma proprio tutto e un quell’aggeggio. Vita, lavoro, affetti. Li vedi … Attenti agli schermi, piuttosto che a dove mettono i piedi. In crisi se non c’è campo, disposti all’efferatezza se non ricevono il messaggino. Se non riescono a commentare, se non vedono  l’e-mail. Credo che di notte risplendano nel buio. Come i marinai imbarcati sui sommergibili atomici. E’ una leggenda metropolitana, ma si riferisce soprattutto ai marò della Santa Madre Russia. Indovinate perché e chi mette in giro certe voci. Va bene, andiamo avanti. Anche questi sono persi e tanto attenti che per loro leggere wt7 pst3, sono solo coordinate gpsr o la psw di un nuovo giochino online. No miei cari patatosi connessi. E’ l’indicazione del numero della vettura e del posto assegnato.Vettura 7, posto 3. E’ inutile che s’inferociscano nel sostenere il contrario. Temerari tanto da essere disposti a sgualcire un poco il loro firmatissimo vestito. Si, proprio loro che arrivano dal briefing con il senior buyer della head-company e con il new planing in the box, che dovranno spiegarne i contenuti nella prossima convenction con il CEO e tutto il Council of Board. E senti i loro pensieri: “Ma pensi che io mi perda dietro questa … Questa … Questa inezia? Per di più per gente che vive fuori dal mondo. Il mio. Che non ha una strategia globale, ma neppure parziale, anzi che non ha nulla di strategico se non la propria miserrima vita, fatta di casa, lavoro, famiglia, figli forse. Assolutamente priva di glam. Che brividi. Che brutte immagini da cancellare immediatamente con un appropriato selfie”.  Meno male che c’è il selfi da poterlo condividere con gli altri hisper,wisper,nispier o come cavolo si chiama questa nuova tribù. Una sorta di lavatrice di coscienze a buon mercato e utilizzabile secondo moda, piacere, convenzione individuale e personale.Sono stato troppo cattivo. Forse, ma quelli che stanno arrivando la cattiveria se la portano addosso. Non perché sono cattivi, lo sono stati o lo saranno, ma perché la vita ha giocato con la cattiveria, quella con la CI maiuscola e ne ha seminato così tanta addosso a questi infelici, che li vedi solo di sguincio. Ecco … La loro è una vita così: di sguincio. Un dolore troppo grande che li ha divorati e non li ha ancora sputati, ma che continua a dilaniarli. Nello spirito piuttosto che nel corpo. Quello spirito che si fa leggere negli occhi. Una follia ingiustificata, ma che rimane la sola giustificazione per una vita gettata e non per propria volontà.  Credo che nessuno abbia voglia di guardare nell’abisso, sapendo che prima o poi Lui ti guarda. Non credo che nessuno sia così determinato a vivere una vita marginale e ai margini. Proprio in quest’epoca nella quale la visibilità parrebbe il tutto. Eppure c’è chi vive ai margini, sfugge alle regole, inventandosene delle proprie. Le uniche certezze di una vita spezzata. Le uniche nelle quali esiste la possibilità di un riscatto. Le sole che abbiano tracce di vita.Di una vita, la loro. Vorremmo persino tentare di capire il perché, ma sono così tante le sfaccettature, che alla fine ci abbandoniamo al sottile e salvifico cinismo personale, liquidando la cosa con un semplice : in fondo ciascuno è libero di scegliere ed è responsabile di quelle scelte. Dimenticando che a volte libertà e imposizione sono la stessa faccia di una medesima medaglia.e non c’è possibilità di scelta.C’è solo l’obbligo. E mentre le ombre di uomini e donne, che per ora si negano un’umanità, riprende la sarabanda degli arrivi e delle partenze. Chi al mattino non aveva tempo se non per l’arrivo in orario, ora solo ha voglia di arrivare in fretta all’altra parte della propria vita. Quella che sente più sua, che è la vera fonte delle emozioni che prova. Positive o negative, non importa. Giustificano la sua esistenza.  Come sono giustificati i sempreconnessi. Con l’abito sgualcito però, con il trucco un po’ sfatto e lo sguardo vuoto sull’ennesima videata. Pronti per l’ennesimo “happy hour”, sperando di trovare un senso a tutto ciò che li circonda. Sempre che abbiano voglia di cercarlo e trovarlo. Le ombre quella voglia l’hanno persa e aspettano che ritorni. Aspettano, ma non sperano e c’è una bella differenza. I binari sono quasi vuoti e la gente ormai è scemata quasi tutta. E’ l’ora di chi lavora per mantenere la stazione efficiente e le luci piano piano si spegneranno, ma … Ci sono ancora in un angolo Romeo e Giulietta. Qualcuno dica loro che l’ultimo treno è partito e che smettano di far del soffoco per questa giornata. Domani è un altro giorno e ci sarà di nuovo gente che va, gente che viene.

Passaggi

Si è usciti un attimo, questo pomeriggio, per certe usuali e randagie scorribande, quelle che non devono dar senso a niente, neppure a un’ora pendula: presente quando si va fuori e non si ha in mente una direzione e neppure un luogo?
Una passeggiata alla Walser, per capirci.
Con la differenza di uno sfondo grigio che non nascondeva una promessa di sole: solo un grigio e basta.
Bene, si è presa una strada, che a dirla è già un programma: “strada di mezzo”, perché da una parte c’è la campagna che diventa Po, alla lontana, e dall’altra c’è la Provinciale.
Piace ‘sta strada di mezzo, perché ha un fosso dove arrivano aironi bianchi e grigi, e gallinelle d’acqua, di quelle che si tuffano a capriola e restano per un attimo sottosopra.
Lì c’è un resto di casa che tengo d’occhio, perché so che ha i giorni contati. È uno spaccato verticale: la parete interna di una casa che doveva essere a due piani e a due stanze; adesso è come l’intelaiatura di una finestra, con quattro vetri di colori diversi, quei rosa- azzurro- verde- giallo, quadrilatero perfetto delle tinte anni ’50, nelle case di campagna.
Colori scaccia mosche.
E io torno a guardare con tenerezza questa parete-finestra, perché mi ricorda l’impudicizia innocente dei vecchi che fanno vedere le loro ferite, mi riporta l’immagine di quella zia ottantenne che ha subìto un’operazione e, quando la vado a trovare, mi dice con tono complice “vuoi vedere il taglio?”.
È vero, ciò che è vecchio ha un corpo tatuato.

Fade to black

Ormai mi mancano le parole. Le idee, le frasi, quelle ancora le ho, ma il suono manca. Un problema di segnali elettrici disconnessi dicono. Come se tutto questo potesse ridursi a un mero cablaggio, dimenticando l’umano disteso inanimato.
In realtà mi è sempre mancato qualcosa. L’avessero capito prima oggi forse potrei anche alzarmi e urlare contro questa non utile combriccola di facce pietosamente raccolte intorno a me.
Già da piccolo mi mancava la sapienza del tocco di palla. Intelligente lo ero e molto, almeno a sentire i miei, ma sempre a un punticino dal primo della classe. Mi mancava pure la faccia tosta con le ragazzine e mi rintanavo nella mia stanza dove mancava sempre qualcuno che potesse spiegarmi il buio e tirarmi su.
Anche i bottoni della camicia spesso mancavano, come le cravatte abbinate e le cinture adatte al colore delle scarpe. Poi finalmente ho visto il mondo, il lavoro, la carriera! A guardarmi da fuori sembravo anche in gamba, così mi dicevano, ma avevo sempre un pezzo ignoto che mancava e neanche a dirsi avrebbe sistemato tutto. E così chiedevo cosa, come, che forma, ma nessuno era in grado di dare una risposta. Per questo tiravo avanti e stavo così con la ricerca del mancante in cima ai miei pensieri.
Eppure lo spasmo cresceva, prendeva piede e possesso dei miei pensieri. Il frammento che mancava, nell’indifferenza mia e del mondo, stava diventando molto, troppo! Aveva assunto la dimensione del tutto. È facile ora provare a dare una spiegazione; cancellato dal mondo e con questa eternità di tempo da dedicarci confesso che adesso anch’io provo stupore. Come ho fatto a non accorgermi della nebbia che da dentro mi stava offuscando il cuore. E come avete fatto in così tanti a non avvedervi del mio lento evaporare. Avevo soldi, amore, pace apparente, successo. Avevo questo e tanto spazio vuoto dentro, incolmabile e avverso al mio inutile cercare. Avrei voluto uscire, prendere una strada a caso e percorrerla tutta, fino in fondo. Avrei voluto fermarmi, disteso su un qualche prato, e respirare fino a provare nausea per l’aria stessa. Avrei voluto amare come una prima volta di un ragazzino imberbe, oppure con voluttà e rabbia. Mi mancava invece il passo fermo di chi vuole camminare. Mi mancavano i polmoni da gonfiare e la voglia di prendere per mano la mia donna e strapparle i vestiti di dosso. Mi mancavo io probabilmente, solo che allora le parole che riuscivo senza fatica a pronunciare, coprivano l’urlo tremendo della mia anima. Così non ascoltavo e non ascoltando non vedevo il precipitare. Trascuravo il tentativo di resistere allo sporgersi quasi per gioco. Una, due, troppe volte. Sino all’ultimo urto, attutito dalle coperture precarie ai piani di sotto.
Ora ascolto immobile voci che non sono associate a volti. Di loro ho ricordi nitidi, ma vorrei avere occhi che permettano di rivederli quei visi, invece di trasfigurarli in pensieri ingombranti. E in queste voci ho scoperto che mi è mancato davvero poco, troppo poco, per andare via davvero. Come se questo non fosse ancora troppo. Come se non avesse un senso assoluto il mio desiderio di non avere più nulla che mi manchi. E nemmeno posso alzarmi e strappare via tutta questa messa in scena che mi lega ancora al vostro mondo che, badate bene, ben poco mi manca. Già, forse questo ho capito, che in fondo mi mancava una fine. Mi ero lasciato irretire dalle vostre scale di valori ben poco adatte a me e ne ero rimasto vittima. E quel volo era questo in fondo, la voglia di abbandonarvi, di superare la dimensione che vi prevedeva e di rimanere solo con me. Ma voi alla fine ci siete, in forma di voci o di pensieri, di lamenti e di preghiere. Ed è faticoso ora comprendere che se è mancato solo poco, questo è colpa della vostra scienza e della vostra ansia di ignorare gli addii. In fondo sono vittima di un caso che non mi ha fatto incrociare mai quelle infermiere che regalano una fine a chi, come me, non ha potuto ottenerla per poco. E di una legge atroce che obbliga la mia donna a mantenere acceso questo vuoto di vita, soprattutto oggi che per ironia assoluta capisco come sia mancato un voto, un solo voto, per abrogarla. 

amore urbano

Siamo alla solita ora del mattino, come accade con regolarità negli ultimi mesi, sto aspettando. Dovrebbe arrivare a momenti per aprire, Annie. In una città di modeste dimensioni come questa è riuscita ad ottenere un discreto successo, dopo l’apertura della sua galleria d’arte. Quadri su ispirazione di autori impressionisti. Aspiranti pittori e affermati, innamorati dello stile. Riprendono vita nomi entrati nella storia dell’impressionismo. Nomi come Cézanne, Pisarro, Picasso, Vincent Van Gogh, Monet. Dopo gli ultimi eventi nessuno dei due ha provato a contattare l’altro. L’unico legame degno di nota è rimasto il sesso della settimana passata. C’è poco da chiarire o discutere. Una voce interiore lo suggerisce. Un riverbero, un monologo che invita a mollare la presa. Che uomo sono? Un disilluso. Tengo botta per il lavoro, ho dedicato la maggior parte delle mie energie negli anni per ottenere una carriera, carriera che perse ogni lustro con il divorzio da mia moglie. Forse per questo in lei mi riconosco, ma che coppia potremmo formare con Annie. La cosa più curiosa, nonostante la conoscenza dei rispettivi domicili, è stata ridursi ad un incontro non del tutto casuale, ma vacuo. Eccola, ha i capelli nero corvini scompigliati, non sembra abbia dormito molto, si muove a scatti. Sbatte la portiera della macchina dopo essere scesa, sarà successo qualcosa con il marito? Povero cornuto, un po’ mi dispiace, ma è in buona compagnia. La osservo dall’altra parte della strada, la visuale interrotta dal passaggio di altra gente, macchine in ritardo che premono sull’acceleratore. Qualcosa è caduto, forse le chiavi, sento la sua voce imprecare, non deve essere di buon umore. Vado da lei. Ha raggiunto la porta d’ingresso, toglie la catena che tiene chiuso, il rumore metallico risuona per la via, vado? Sono le sette del mattino. Apre l’ingresso, richiudendo malamente. Non ho avuto modo di raggiungerla, ho tentato, risalgo in macchina, una giornata in ufficio attende.

Parcheggio nel solito posto, per qualche strana ragione ho fretta, fretta di arrivare, di finire le pratiche sulla scrivania e di ritornare alla galleria, ma la routine in cui siamo immersi non permette fuori programmi. “Gabriel, sembri nervoso” Giorgia in ufficio a quest’ora?. Sbotto stizzito “non penso che la questione ti riguardi, hai spostato gli appuntamenti del pomeriggio” apre l’agenda in pelle che porta sulle mani, se ne sta ferma ed in piedi osservandomi con sguardo torvo “che impegni hai preso? Le riunioni non si possono rimandare a capriccio”. Sbatto via il mouse sulla scrivania, finisce la sua corsa nel cestino della carta con un tonfo sordo, salvo. “Da quando puoi dire la tua? Ho lasciato correre le pratiche del divorzio, ma qui siamo nel mio ufficio, ti lascio la carica di segretaria che hai svolto al meglio, non farmi ricredere” mi guarda sbalordita, alcuni colleghi sono passati facendo dei risolini, qualsiasi cosa aumenta il senso di tensione che avverto sulle spalle e dietro il collo, non ci siamo stamattina. “Se c’è l’hai ancora con me per la questione del divorzio possiamo parlarne, mi spiace, eppure sai di come le cose fra noi non procedessero nel migliore dei modi” mi abbandono allo schienale della sedia, che mi accoglie stancamente piegandosi all’indietro “certamente, perchè adesso stare con un uomo che ti cornifica ti fa sentire, meglio. Oppure infinita, visto che mi hai sempre ripetuto di come la tua vita fosse a tratti limitata e finita nel nido che abbiamo costruito negli anni. In ogni caso, posso cercarmi un’altra segretaria. In ogni caso, ho passato la notte con un’altra donna. In ogni caso voglio rivederla nel pomeriggio” sbatte l’agenda sulla scrivania “benissimo” sibila, prima di uscire dall’ufficio. Avere come segretaria la propria ex moglie non è proprio una strategia vincente in ufficio, però sapeva il fatto suo.
Dovrò mettermi alla ricerca di qualcosa o meglio, qualcuno.

UNA STORIA… DA PIRATI.

galeone mari.jpg

Si ringrazia per il bel disegno il figlio tredicenne di Mari “Dalla terra alla mia terra” WordPress.

 

Il vecchio, alto e smunto, raggiunse velocemente il timone. I suoi radi capelli bianchi e abbastanza lunghi oscillavano al vento sulle sue spalle storte, avvolti sul capo in una bandana rossa e, più su sulla nuca, ulteriormente coperti da un tricorno nero.
La sua pelle era dorata e raggrinzita e i suoi occhi un po’ infossati, così azzurri da far presagire che avesse trascorso una vita intera in mare.
Il tiepido Libeccio soffiava prepotentemente, almeno a 30 nodi. Carezzandosi la barba brizzolata ed incolta scrutò l’orizzonte e con fare spavaldo gridò: ” shiver me timbers! Tempesta a babordo!”
“Per mille spingarde! Cosa aspettate? Si sbanda! Riducete le vele!” Sbraitò John.
L’equipaggio si diede tutto presto da fare. Quegli omini si agitarono come formiche alle quali qualcuno ha appena distrutto il formicaio. Questo, ogni volta, faceva imbestialire John che dalla sua posizione intimò: “ Calma gente! Calma. Non avete mai cavalcato una tempesta? E poi è ancora lontana. Pazienza, occorre pazienza!”
La barca non era molto grande e, di conseguenza, gli uomini impiegati pochi. Le vele vennero ammainate e i remi furono ritirati in brevissimo tempo.
La ciurma fissava il mare con uno sguardo un po’ spaurito ma soprattutto eccitato ma ormai riponeva totale fiducia nel vecchio capitano e, dopotutto, una tempesta era ogni volta un’esperienza indimenticabile.
Lo osservavano impegnato a manovrare la nave riconoscendo che in questo era molto bravo.
Sapeva percepire i cambiamenti del vento sulla sua pelle raggrinzita e tra i suoi radi capelli. Riusciva a capire come le onde si infrangessero sotto lo scafo e, in base ai loro movimenti decideva di volta in volta come girare il timone. Qualcuno, in passato, lo soprannominò persino “ l’uomo che parla con le onde”.
“Abbiscia quella cima!” Intimò deciso al mozzo.
Prontamente l’omino si diresse in direzione della corda cercando di arrotolarla rapidamente.
Sul volto di John apparve una luce di soddisfazione mentre era intento ad osservare l’orizzonte. Il cielo era ormai totalmente grigio. Grosse nuvole, scure e spugnose avanzavano da Est ma un raggio di sole riuscì per un momento a forare quella coltre riflettendo ed illuminando proprio il volto del vecchio.
I suoi occhi stanchi scintillarono ed egli ripensò alla sua giovinezza in mare.

John non aveva certo sempre condotto quel vascello sbilenco. Dei ricordi intensi giunsero a lui sospinti dalle onde che segnavano anche l’avvicinarsi della burrasca. La passione per il mare l’aveva accompagnato per tutta la sua vita. Quando fu poco più di un ragazzino si imbarcò per la prima volta, timoroso ma felice e comprese che quella doveva per forza essere la sua vocazione. In un lampo la sua mente fu travolta da immagini. Rivide tutte le tempeste, una per una; tutte quelle che aveva affrontato nella sua vita, nitide come un susseguirsi di diapositive.
Se il tempo peggiora si dice sia meglio trovarsi nel porto. Invece John non aveva mai desiderato osservare una tempesta, lui esigeva esserle dentro. Sapeva bene che ogni tormenta contribuisce poi a far apprezzare la calma. Questo, premesso che si possieda l’esperienza per governare una nave, una ciurma formata che non agisca impulsivamente e soprattutto, in qualità di capitano, che si possa godere della fiducia del proprio equipaggio. Inoltre bisogna sapere di dover arrendersi un po’ alla forza della burrasca, occorre essere in grado di riconoscere che la natura sa essere davvero spietata e che è sempre più forte dell’uomo.
Un testa a testa, una vera sfida, porterebbe solamente alla disgrazia della nave e dell’equipaggio.
Rammentò poi le sue avventure in mare a forza sette, forza otto, con raffiche fortissime, anche a 45. Rivide quelle onde che potevano raggiungere i 6 metri che, come enormi cavalli selvaggi e scuri, avanzavano impetuose infrangendosi sulla prua sommergendo e schiacciando ogni cosa con il desiderio di strapparlo via togliendogli il cappello, strattonandolo, spingendolo per trascinarlo negli abissi per sempre. John era sempre riuscito a resistere avvinghiandosi con forza ma soprattutto tramutandosi in un oggetto sul ponte, in una parte di nave. Con quelle brutte condizioni di navigazione, non sono le persone a combattere una battaglia ma la struttura stessa dello scafo, gli alberi e le vele che devono essere obbligatoriamente resistenti e dimostrarsi all’altezza della situazione.
Bisogna imparare a fidarsi. Bisogna essere pronti e per questo occorre controllare e supervisionare ogni angolo della nave nei momenti di calma, di volta in volta, con una accurata e precisa perizia.
Non basta saper comandare. No. Occorre astuzia, meticolosità e determinazione e attento ascolto della natura.
John aveva anche maturato un segreto: viaggiando veloce e col vento in poppa, non facendosi intimorire dalla turbolenza delle acque, queste divengono meno difficili. Navigando decisi e senza paure il mare si doma. Non è l’acqua in sé la minaccia ma, per assurdo, la terra. Al gran lascio, con la randa terzarolata al massimo, col boma bloccato e con il fiocco da vento è possibile affrontare la natura sentendosi eccitati e vivi, ma soprattutto liberi.


A dire il vero, John da anni soffriva. Ogni giorno, a qualsiasi ora doveva lottare con una tempesta, stavolta dentro di lui, che tentava di soffocarlo. Ne percepiva la morsa, stretta attanagliargli il cuore come se questo fosse un limone durante la sua spremitura.
Con un infarto avvenne il suo congedo finale, eterno. Non avrebbe mai più potuto condurre una nave.

Le prime gocce di pioggia stavano ormai cadendo dal cielo che, divenuto completamente nero, le scaricava a terra e addosso a loro grosse come lacrime, nascondendo quelle vere.
John intimò col respiro corto: “ Yo ho ho! Sistemare la nave! Presto!”

Tutti sanno che le mamme non sono mai contente quando i propri figli rientrano in casa lavati da capo a piedi dopo essersi presi un bell’acquazzone.
Tutti si diedero da fare per sistemare rapidamente quel balcone.
John estrasse i due steli di ombrelloni piantati alla loro base di cemento, con precisione slegò le lenzuola con le loro cime che vi erano state “ammainate” piegandole, legandole un po’ e ritirandole nella sua casa. Tornò fuori e appoggiò quei pali di alluminio in orizzontale accanto al muro. I bambini raccolsero tutti i remi (che poi erano bastoni) e accatastarono anche quelli accanto agli “alberi” e infine estrassero dai fori della ringhiera in ferro battuto della terrazza i tubi di alluminio che simulavano i cannoni. Il vecchio, facendosi aiutare dal ragazzino più alto, coprì tutto con un grosso cellophane. Ramazzarono un po’ a terra, palline di carta stagnola, brandelli di tessuto e tutto ciò che era servito per il loro consueto gioco di quei pomeriggi estivi.
“Mozzo pulisci!” Sbraitò il vecchio facendosi sfuggire un sorriso storto. Il bambino soffocò una risata e, recitando la sua parte rispose più o meno seriamente: ” Agli ordini capitano!”
Ora la pioggia scendeva davvero fitta. Rimbalzava sul davanzale scomponendosi in frammenti e cominciava a lasciare lucide e palpitanti pozzanghere d’acqua sulle piastrelle in mattone della terrazza rendendola lucente. Così John gridò: “ Per la barba di Achab! Non vedete che comincia a diluviare? Abbandonate forza! Abbandonate la nave! Sbrigatevi!”
I 5 bambini gli sorrisero e, salutandolo con occhiate divertite, scavalcarono la balconata che, trovandosi a al piano terra restava rialzata soltanto di mezzo metro. Scesero quindi nel prato condominiale e corsero dapprima al riparo sotto la grondaia e poi, ciascuno sgattaiolò dentro le proprie abitazioni.
Il vecchio, che non si chiamava John, ma Mario, con una sbuffata rientrò in casa richiudendo la porta-finestra. Si liberò di quel ridicolo tricorno di feltro, della bandana e della spada di plastica infilata nella cintura di cuoio dei suoi pantaloni. Si versò un po’ di liquore in un bicchierino di vetro e si buttò sulla sua poltrona. Allungò una mano verso il tavolino del soggiorno e afferrò la sua rivista “Nautica” che aveva acquistato all’edicola quella stessa mattina.
La malinconia lo assalì con quel solito e prepotente nodo alla gola ma fu presto scacciata dalla gioia di poter giocare, l’indomani, di nuovo “al pirata” con i suoi piccoli amici.
Sentì la debolezza impadronirsi di lui e si lasciò andare ad un meritato riposino addormentandosi osservando un quadretto, appeso poco più in là, dove erano esibiti tutte le decorazioni ottenute nella sua carriera in Marina Militare.

 

 

 

 

LA STATUA DORATA

La maestra dettava e il bambino riempiva lentamente il foglio bianco, stando attento a restare tra le righe, allungando gambe e testoline delle singole lettere.

La storia che la maestra stava dettando, parlava di castelli e re, di regine e principi e di qualche maldestro scudiero al servizio di cavalieri più anziani. E di una statua dorata.

Una statua tutta d’oro che raffigurava il re e che era stata posta a fianco del suo trono.

Ma il bambino, forse per eccesso di dedizione, (aveva infatti imparato da poco l’uso dell’apostrofo) trasformò la statua d’oro in una statua d’orata.

Figurarsi come la prese il re mentre la maestra dettava; cominciò ad urlare, tanto che le lettere del suo nome iniziarono a traballare, tanto che il bambino si bloccò immediatamente. Come spaventato.

“Mi ha dato del pesce!” disse il re ai suoi cavalieri. “Arrestate questo bambino irrispettoso!”

Il bambino alzò velocemente la mano e scoppiò in lacrime.

La maestra corse in suo aiuto e quando vide in subbuglio le lettere sul quaderno, prese la gomma e cancellò la statua. Lasciò l’orata e invitò il bambino a buttarla nel mare: “Prima che qualcuno se la mangi!”

Poi benevolmente aggiunse: “Dorata non ha l’apostrofo, altrimenti il re fa la figura del pesce lesso”.

Il bambino sorrise e con lui i compagni.

di Stefano Re

Ordina in libreria il mio libro IL SOLE NEL BAULETTO – Edizioni C’era Una volta

Il triangolo

Maledizione. Sono in ritardo. In ritardissimo. Eppure avevo fatto tutto per tempo. Il biglietto è stata la parte più semplice. Internet. Due click e, voilà. Non avevo calcolato il traffico da casa alla stazione e, meno male che c’è stato un problema nella preparazione del treno e lui, il treno, è partito in ritardo di cinque minuti ed io sono arrivato due minuti prima della partenza. Comunque tutte è bene eccetera.

Diamo un’occhiata ai compagni di viaggio. Allora, chi abbiamo.

Di fronte a me posto vuoto e accanto al vuoto un primo pieno. Pieno … Poteva essere anche vuoto per conto mio. Una tipa, avete presente una di quelle che si buttano nell’armadio ed escono vestite. Ecco, di quelle li. Un misto di seta e cotone, con zero probabilità di mettere insieme i colori, stile marrone e viola, rosa confetto e verde mela. Insomma, mi avete capito. Poi la capigliatura, ecco quella a colmare, anzi a rendere più chiaro il quadro d’insieme. La giovine si è pettinata con i raudi, accesi dentro una scatola nella quale ha infilato la testa e per un motivo del tutto sconosciuto ferma le ciocche con una penna a sfera. che estrae dal covone che ha in testa per sottolineare i fogli che si è messa sulle ginocchia e nel compiere l’operazione sogghigna, profferisce parole oscure e con pervicacia, degna di lode, rumina una gomma da masticare. Si è bistrata gli occhi, ma qualcosa non ha funzionato ed ora somiglia a un panda. Ruminante.

Il vicino è l’opposto. Della tribù dei metrosexual, forse un hipster, sicuramente uno “à la pàge”. Nei pantaloni ben alti alla caviglia, ci si è infilato ungendosi le gambe. Calzini inesistenti e scarpa stringata bicolore, sulla tonalità del marrone. Fossero state bicolor bianche e nere, con la giacchetta tre bottoni color noce nazionale e la camicia a quadretti sui toni del rosso scuro, avrebbero stonato. Staccato di certo, ma non le avrebbe accettate il mister in questione. Montatura occhiali over, nera funerale, barbetta curata fine nel dettaglio, ciuffo ad antenna radar. Non so spiegarlo. Alto sulla fronte e spampanato verso desta. Fidatevi. Importante: tablet acceso e cellulare connesso, con il quale sussurra parole ad un misterioso interlocutore o forse interlocutrice e, mentre oramai il treno ha abbandonato la stazione ed è ben lanciato in linea, si avvicina alla fine della comunicazione lasciandosi sfuggire un “pisellon fuggiasco”, cui la ruminatrice non può non chiosare, facendo una bolla con la gomma e facendola esplodere. Poi, recuperando i fili e risucchiandoli con voluttà tra i denti, sfodera un sorriso ammiccante e lo guarda sottecchi. Il barbino tenta una ricomposizione gettandosi a capofitto nel tablet, compulsandolo nervosamente. Accanto a me una coppia navigatissima. Un lei, lui già agées e sposatissimi da ennumeri. Devono andare da qualche parte e partecipare ad un evento a quanto pare. Lui strizzato nel vestito delle grandi occasioni, scarpe lucide, soprattutto sulle punte e cravatta nodo scorsoio che gli fa il volto più rubizzo di quello che forse ha. Lei: carica d’ori e orpelli, tale da madonna del petrolio. Strizzata in un’animalier da brivido. Stivaletto con tacco del dodici, ma caviglia  da tallonatore degli All Black’s. Sarà un dramma. Lui legge o tenta di farlo, il giornale sportivo tutto rosa. Lei si accanisce a delegittimizzare la lingua italiana, commentando ad alta voce, articoli che estrae, random, da un fascio di pubblicazioni gossip, di cui pare fedele e accanita consumatrice. Lui abbozza, alza lo sguardo al cielo e scuote il testone. Lei da dietro un paio di occhiali dal colore improbabile sentenzia come la Cassazione. Inappellabile. Finalmente il treno si ferma. Vorrei concentrarmi sul libro che mi sono portato, ma fingo di appisolarmi e mi godo i compagni di viaggio. Kostner ballava coi lupi, io viaggio coi mostri, nuovi, vecchi. Un’umanità mostruosa nell’accezzione latina del termine: che desta meraviglia e non è poco di questi tempi trovare qualcosa o qualcuno che faccia provare il senso della meraviglia, ma … Il meglio doveva ancora arrivare e meno male che alla ripartenza il meglio si è materializzato.

Lei in un comodo tailleur grigio ordinanza ambiente dirigenziale, calza fumée velatissima e scarpa nera scollata con tacco adeguato all’insieme. Camicetta di seta assolutamente in tono e ciliegina sulla torta una voragine a scoprire un collier, presumo in platino, con diamante finale, grande quanto quelli che le adornano le orecchie. Piccole, proporzionate assolutamente al cranio. Una capigliatura tirata con riga centrale che pare fatta a laser, tanto definisce le due metà. Uno chignon perfetto. Due occhi scuri dietro una montatura invisibile, mani affusolate con unghie curatissime. Filo di trucco, che secondo il mio parere assolutamente  evitabile. Insomma se la leopardata è la madonna del petrolio, l’angelica creatura davanti a me è la sorella della madonna. Credetemi, non sono né blasfemo, né volgare. Lungi da me quel pensiero e mentre finalmente tutto l’universo stava per mettersi in contatto con la mia anima e questa avrebbe finalmente trovato quella pace zen che tanto cerco (e non solo io) l’occhio cade sotto il pendente diamantato. Quasi fosse una freccia e più che una freccia era l’indicazione per l’inferno.

Alla fine dello scollo della camicetta, faceva capolino il triangolino, nero e diabolico del reggiseno. Solo quel punto nero, in mezzo a tanto nitore. Bianca la pelle, la camicetta il pendente e …  Zac. Quel triangolo, nero seduzione, nero perdizione. Improvvisamente mi sono sentito imbarbarire, ingrifare come un “cinghiale de furesta”. Tutte le convinzioni “pro foemina”, frutto di educazione sociale e culturale, instillatomi attraverso il dna famigliare, tutte le buone frequentazioni del passato, del presente e le proiezioni di quelle future, tutte sgretolatesi nello spazio di uno sguardo a quel triangolo. Altro che Bermude. Con lei alle Bermude, quello sì, a fare le peggiori cose in un laoocontico coarcervo di corpi ridotti ormai allo stato primordiale, di primati. “Io bonobo, tu bonoba”, noi “ bunga bunga” come se non ci fosse un domani.

Sono stati i trenta secondi più infernali della mia vita. Chiudo gli occhi, anzi li strizzo, come a scacciare un incubo; il peggiore della mia vita, ma più strizzo le palpebre e più quel triangolo si fa più nitido, grande tanto da riempire ogni spazio della mia visuale. Riapro gli  occhi e tento di darmi un contegno. abbasso gli occhi, ma uno parte come un missile verso il “topos”. Mi sforzo e alzo lo sguardo provando a vedere il totale della figura e non il particolare, che oramai è diventato pernicioso.

Lei assolutamente indifferente a ciò che le capita in torno, ignara fors’anche di quella diabolica esposizione, si è messa a picchiettare, compostissima, sui tasti del lap-top che ha estratto dalla solita borsa ultra firmata, che ha con se.

Immagino un mio rossore più che evidente e l’imbarazzo aumenta, così come il testosterone che oramai mi scorre a fiumi nel sangue.  Che scialo ormonale.

Mi rendo conto di essere sceso nella scala sociale ai gradini più bassi, se non infimi. Etica e morale, in questo momento sono termini non pervenuti e di difficile interpretazione. Quasi fossero geroglifici di principi umani, anzi petroglifi di una lingua sconosciuta di un popolo di cui, non abbiamo neppure memoria della sua polvere, nella quale si è dissolto, dalla notte dei tempi.

Le tempie mi pulsano e il respiro si fa affannoso e sento che se dovesse spuntare la luna piena mi trasformerei in una creatura fantastica e spaventosa. Mi limito a configurarmi nel maniaco della porta accanto. Ormai tutto mi urge fisicamente, tutto si appanna  razionalmente. Non  è più tempo di pensieri, i migliori, i più politicamente corretti, che mai possa mettere assieme. Ora è tempo di azione, è tempo che l’uomo ritorni ad essere il predatore che è sempre stato, punta acuta della piramide sociale di questo mondo. Quello cui la terra è stata donata per esserne governata.

Allungo la mano, ormai ridotto ad artiglio voglioso, per cogliere il frutto proibito di quel triangolo di perversione quando …

Quando suona la sveglia e scatto sul letto, madito di sudore.

Era un sogno, un incubo e maledizione sono in ritardo e devo prendere un treno tra … E’ tardi, è tardissimo, maledizione.

Come arrivo trafelato in stazione e come avventurosamente riesca a salire sul treno, ve lo racconto un’altra volta, ma c’è una cosa che non posso nascondervi. Nello scompartimento ci sono nell’ordine: la ruminante, si quella che si pettina coi raudi. L’hpster, nispster, metro vattelappesca iper connesso. La coppia agée e il posto davanti al mio è vuoto.

Sorrido compiaciuto: Bermude, sto arrivando.