Sogno Infranto

L’aria frizzantina dell’imbrunire era ancora piacevole.

Nonostante fosse già novembre, la gente del paese se ne stava ancora seduta all’uscio di casa, per godersi gli ultimi tiepidi giorni di quell’autunno così stranamente caldo. Il cielo andava man mano sfumando nel blu intenso, mentre il sole oramai basso all’orizzonte mostrava gli ultimi bagliori purpurei. Dal belvedere del paese si poteva ammirare la vallata che si estendeva a perdita d’occhio, frastagliata soltanto da piccoli promontori, sui quali se ne stavano arroccati minuscoli agglomerati di vecchie case. D’inverno, quando la neve si ammassava sui quei ripidi e stretti tornanti, era difficile spostarsi tra un paese all’altro e la gente rimaneva giorni e giorni senza potersi spostare, in completo isolamento.

Sul sagrato della chiesa i bambini giocavano a pallone, al bar gli uomini continuavano a chiacchierare allegramente mentre le donne erano affaccendate nella preparazione del pasto serale, l’orologio segnava le 18 in punto.

Giovanna scese di corsa le scale della canonica, il seminario prematrimoniale era appena terminato e aveva fretta di raggiungere sua madre che la stava aspettando per preparare i biscotti.

«Ciao Giovanna! Dove vai così di corsa…» le chiese Donna Luisa affacciata alla finestra.

«A casa, mamma mi aspetta!» rispose Giovanna continuando a correre.

«Ma Agostino, dove l’hai lasciato?» chiese ridendo l’anziana donna.

La ragazza lasciò quella domanda aleggiare nel vicolo, alzò una mano in segno di saluto e scomparve in fondo alla ripida e angusta discesa.

L’odore dei biscotti appena sfornati l’accolse già nell’androne, salì in fretta le scale pregustandone con la mente il sapore dolce.

«Mamma, ma hai già hai infornato!» chiese la ragazza entrando in cucina.

«Se stavo ad aspettare te!» rispose Maria, intenta a togliere i biscotti dalla teglia «Agostino? Se n’è andato a casa?»

«Oggi non è potuto venire alla riunione, sta a San Giorgio, per finire quel lavoro…»

«Immagino che Don Pietro si è arrabbiato»

«Un po’ sì… sono già due volte che vado da sola, ma i soldi ci servono, la settimana prossima portano la camera da letto… e poi Agostino si deve fare il vestito per la cerimonia!».

Sua madre sorridendo le porse un vassoio «Tieni, continua a metterli sopra, io inforno gli altri».

Giovanna rifletteva su come da un paio di mesi la sua vita fosse diventata piuttosto frenetica e che i preparativi per il matrimonio stavano diventando snervanti.

Agostino la scorsa estate le aveva detto che era arrivato il momento di mettere su famiglia. Lei lo aveva guardato sorpresa, non avevano mai affrontato l’argomento, anche se erano oramai quattro anni che erano fidanzati. Il lavoro procedeva bene, la sua ditta di ristrutturazioni si stava consolidando, in molti avevano iniziato a mettere mano alle vecchie case, dato che comprarne di nuove iniziava a essere molto oneroso. La parte nuova del paese si collocava molto più in basso, quasi a valle e nessuno voleva lasciare i propri parenti, specie se anziani e l’unica soluzione era quella di ristrutturare gli edifici antichi del centro storico. La ditta di Agostino aveva così iniziato ad allargarsi e ora contava circa otto dipendenti, tutte maestranze specializzate, e gli garantiva un guadagno discreto e un lavoro costante. Giovanna aveva conseguito la licenza media, ma ora aveva imparato a far di conto e dava una mano nel gestire la contabilità della ditta.

Sorrise a quel ricordo e a come l’aveva abbracciato stretto stretto, immaginando il futuro insieme a lui. Poi si la faccenda si era complicata e i preparativi per le nozze si erano rivelati estenuanti. Ricordava le discussioni sui parenti da invitare, la scelte delle bomboniere e la confezione del vestito. Lei aveva pensato a tutta l’organizzazione mentre Agostino si era dedicato, nel suo tempo libero, alla ristrutturazione di una piccola casa nel centro storico, che sua nonna gli aveva lasciato in eredità, dato che nessuno dei parenti era disposto a prendersene cura, talmente era dissestata.

Verso le 18.45 il suono del citofono la fece sobbalzare, chi poteva essere a quell’ora così insolita?

«Giovanna scendi, ti devo dire una cosa… anzi, prendi anche la borsa e il cappotto, dobbiamo fare un giro…» disse la voce maschile al citofono.

« Agostino, ma sai è quasi ora di cena? Perché non mi hai detto che passavi!»

«Dai scendi» insisteva il ragazzo «devi assolutamente vedere una cosa!»

Giovanna avvertì sua madre che stava uscendo di casa e che Agostino la voleva portare da qualche parte. La donna le raccomandò di tornare presto scuotendo la testa in segno di disappunto.

La ragazza raggiunse Agostino nell’androne. Lui la prese teneramente tra le braccia e la baciò con passione.

«Tra poco sarai tutta mia…» le sussurrò nell’orecchio.

Giovanna sentì il viso avvampare «quanto sei scemo!» esclamò imbarazzata «poi vediamo se mi sopporti per tutta la vita…» aggiunse divincolandosi dall’abbraccio.

«Dai facciamo due passi… » disse il ragazzo prendendola per mano e avviandosi lungo il vicolo stretto, quasi buio, illuminato soltanto da piccole lanterne all’angolo dei caseggiati di pietra antica.

«Stiamo andando nella casa nuova?» chiese Giovanna, riconoscendo il percorso.

«Certo, ho detto che ti volevo far vedere una cosa…».

I due giovani innamorati si ritrovarono sotto l’edificio, intonacato di fresco. La facciata era stata ristrutturata e ora il marrone chiaro si intervallava ad ampi squarci di pietra, lasciati appositamente, per ricordare le antiche origini del palazzetto. Il loro piccolo appartamento si trovava all’ultimo piano, dopo aver salito la stretta scala di pietra, si ritrovarono davanti al piccolo portoncino di mogano scuro, con la nuovissima targa dorata intarsiata dai loro nomi. Giovanna guardò il suo ragazzo e sorrise, mentre la curiosità iniziava a metterle fretta, non vedeva l’ora di scoprire ciò che Agostino le voleva mostrare.

«Chiudi gli occhi… » le disse conducendola per mano lungo il corridoio. La ragazza lo seguì a piccoli passi in direzione della sala da pranzo.

«Ora guarda!»

Giovanna aprì lentamente gli occhi, pregustando la sorpresa e li sgranò quando vide la credenza antica che aveva visto una settimana prima alla fiera del mobile.

«Ma tu sei matto!» esclamò «questa costa un occhio della testa! Non potevamo permettercela…»

«ma tu te ne eri innamorata, lo so… non negarlo… e io ho riscosso i soldi di quel lavoro… quindi, eccola, nella nostra sala!».

Giovanna gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, in preda a una emozione duplice, che da un lato la faceva sentire felicissima per quella sorpresa e dall’altro consapevole che si trattava di una spesa enorme, che forse non avrebbero dovuto affrontare.

«Grazie Amore mio… » disse «forse non era il caso… comunque oramai è nostra » disse sciogliendo l’abbraccio. Giovanna si avvicinò alla credenza, aprì i cassetti e le ante, pensando mentalmente a cosa avrebbe potuto metterci dentro. I due ragazzi trascorsero una ventina di minuti facendo progetti e fantasticando su quando sarebbero andati ad abitare nel loro nido d’amore.

«Amore ora è tardi, mi aspettano per la cena!» disse Giovanna dando uno sguardo all’orologio che segnava le 19.20.

«Va bene, andiamo…» rispose Agostino a malincuore. In fretta lasciarono l’appartamento e scesero in strada.

«Un momento… ho dimenticato le chiavi dell’auto sul tavolo… torno subito» così dicendo il ragazzo aprì di nuovo il portone, lasciando Giovanna in attesa.

Improvvisamente un sordo boato s’irradio nell’aria circostante, una vibrazione violentissima scosse la strada sotto i suoi piedi e la ragazza fu catapultata a parecchi metri dal portone dove pochi istanti prima era entrato Agostino.

Il buio profondo avvolse tutte le strade e le vecchie case di pietra iniziarono ad accartocciarsi come carta pesta. Giovanna sentiva il mondo crollarle letteralmente addosso, tentò di urlare ma la voce le morì nella gola arsa dalla polvere. La terra continuò a tremare per lunghi, interminabili istanti, mentre urla terrorizzate si confondevano nel roboante rumore delle macerie che s’andavano accumulando tutto intorno.

Ma in quei terribili istanti il suo pensiero fu solo per Agostino, che solo pochi istanti prima era sparito dietro quel portone…

L’alba Del Mondo

Il primo ad arrivare fu un ragazzo, con il suo zaino giallo. Poggiò un piede su una radice che usciva dal terreno e guardò le fronde estendersi in ogni direzione. Pensò che era stato fortunato dopo dieci anni di viaggio ad arrivare sin lì, al Ficus Magnolia sulla grande spianata vicino al mare. Pensò che era davvero bello quell’ultimo albero sulla terra, che dava finalmente riparo al sole cocente dell’estate.
Poi arrivò una ragazza, con uno chador in testa. Sedette sulla radice accanto al ragazzo e osservò incantata quelle propaggini aeree scendere dai rami più alti; alcune già lignificate li sorreggevano, nel tentativo di accumulare spazio intorno alla chioma. Sapeva che era l’ultimo quel Ficus Magnolia e rimase così, ascoltando il fremere del vento sulle foglie.
Anche la terza era una donna, ma più anziana. Aveva la pelle olivastra e si capiva che il lungo viaggio l’aveva provata. Non vide gli altri due perché giungeva dall’opposta direzione e il corpo del gigante di legno li nascondeva alla vista. Non sedette sulle radici, ma arrivò sino al tronco, poggiò sulla corteccia le mani e iniziò a carezzarlo, come fosse un amico da lungo tempo atteso. Poggiò le mani, chiuse gli occhi e ascoltò la vita passarci dentro, in silenzio.
Il quarto era un vecchio. Negli occhi aveva i boschi della sua infanzia e quando rivide le foglie si inginocchiò sulla terra e ringraziò Dio per avergli dato abbastanza giorni da arrivare al Ficus Magnolia. Poi stanco del lungo peregrinare, si accovacciò sulle foglie cadute, poggiando la schiena al tronco mastodontico, chiuse gli occhi forse per sempre e pensò alla sua infanzia sulle montagne lontane, quando di alberi si faticava a tenerne il conto. Respirava sempre più lentamente e sorrideva, all’ombra del gigante.
Il quinto era un assassino. Era scappato da se stesso e dai fantasmi delle sue vittime. Aveva bevuto sangue e sudore, ma era arrivato anche lui ansimante e pentito della sua presunta vita. Si avvicinò a un ramo con timore, staccò una foglia e la masticò lentamente. Avvertì il sapore amaro di un veleno e la fitta al cuore di un perdono. E pianse, singhiozzando mentre stramazzava al suolo, con la certezza di avere almeno una volta amato.
Il sesto sarebbe stato un cieco con il suo cane. Ma solo l’animale era sopravvissuto al viaggio; smagrito ed esausto, alzò una zampa e pisciò la corteccia. Poi si accasciò all’ombra sperando in qualche amico che lo rifocillasse. Ma nessuno si accorse di lui e così languidamente si spense, nell’ombra del gigante. All’ultimo istante gli sembrò di vedere arrivare il cieco, alzò un secondo il muso, ma era solo l’ombra della sera che stava calando.
Il settimo, non arrivò mai. Tutti lo attendevano perché qualcuno aveva profetizzato così. Gli oracoli però non avevano previsto che la progenie umana avrebbe mangiato e bruciato ogni albero della terra e allora avevano vaticinato sette messaggeri, perché sette era il numero delle tribù superstiti.
La sera quindi scese sulla spianata vicino al mare e proiettò colori così accesi che il ragazzo e la ragazza non poterono non intrecciare i loro corpi in un amplesso d’amore. Esplorarono ogni anfratto della loro prorompente giovinezza nuda, poggiati sul legno rigido del grande ultimo Ficus Magnolia. Incessantemente diedero ed ebbero piacere, per tutta quella magnifica notte. E quando lei esausta inarcò la schiena per accogliere la vita ancora liquida in sé, il ragazzo le si adagiò sopra, baciandole gli occhi, con un gesto antico come il mondo.
Allora la donna anziana che aveva vegliato e guardato per tutta la notte l’orizzonte, si alzò in piedi e intonò un canto antico. La sua voce era stanca e si contorceva nell’ugola come provenisse da una caverna sotto i loro piedi, sepolta sotto le radici del gigante. E saliva, saliva fino al cielo, fino al Dio che aveva pianto e urlato per ogni albero ucciso e che ora stregato da quel canto atroce, alitava di nuovo sul ragazzo e la ragazza assopiti abbracciati, con i corpi ancora invasi dall’amore.
E poi il canto si spense e l’alba, finalmente, irruppe sulla terra e sul Ficus Magnolia gigante.

A cosa pensi?

Sta camminando su di una superficie d’acqua. Lo trovo ironico considerando i millimetri di profondità. Ciò non lo dissuade, si crede Dio lo stesso. Gli piace che quello spazio conquistato abbia un senso di freschezza estiva, sebbene l’Autunno sia alle porte. Settembre 2016.

Chiede una foto. 

Vuole dimostrarmi che è capace di provare la leggerezza dei suoi anni. 

Inquadro per prima la tensione sulle labbra, sembra stia per scoppiare in una risata che mi coinvolgerà. 

Scatto. Un altro, poi ancora. Cambio prospettiva e sembra ancor più un adolescente. 

“Un ragazzino alla fine delle scuole”

Mi raggiunge sporcandomi di terra i jeans. Osserva il fattaccio “stai meglio senza”.  Per un momento ricordo esattamente il nostro primo incontro, prima di sapere verso  cosa sarei andata incontro, proseguendo questo cammino.

Tranquillo a piedi scalzi, un rametto impreca sotto la pianta del piede. 

A cosa pensi, mentre stai vivendo? Vorrei dirgli, prima dimenticarmi della domanda stessa.

apiediscalzi 

A VAMPIRE OR A VICTIM?

Il treno proseguì, una fermata dopo l’altra. Intorno i passeggeri stavano seduti composti; c’era chi bisbigliava, chi rideva, chi blaterava al telefono. Vestiti, tatuaggi, orecchini, piercing, ornamenti vari. Lui ci vedeva altro. Godeva di quella vista speciale, con l’attenzione a mille, il viso acceso e avvampato, le narici dilatate che respiravano proprio quell’odore dolciastro. Il sole caldo di primavera che batteva dal finestrino gli faceva male alla testa, anche se non costituiva un problema. Per lui quel viaggio rappresentava un’occasione come un’altra per stare bene. Vivere, quasi sopravvivere. Sorrise ma poi richiuse subito le labbra; il suo volto risultava sempre grottesco e brutto quando mostrava i denti. Non gli piaceva socializzare con la gente, specialmente con i passeggeri di una carrozza ferroviaria. Per la verità, lui non aveva mai legato con nessuno, forse perchè i suoi rapporti umani erano facili e veloci, concreti e leggeri. Niente paroloni, niente gesti eclatanti, niente moine. Aveva letto da qualche parte, in una delle innumerevoli biografie di attori o pseudo vip in cerca di notorietà, stampe destinate al macero nella folla degli anni, che l’amore eterno era come un sogno da raccontare a un bambino triste. Leggeva pagine di amore, di purezza, di ideali, di sentimentalismi e poi subito dopo richiudeva i libri e si scherniva: la sua capacità di rimanere abbagliato da quelle parole era il suo grande difetto, un difetto che però controllava e che per fortuna non gli era mai risultato di impaccio. Le cose davvero importanti, vitali, non erano scritte su uno stupido libro. C’erano trombe stonate e decadenti, cori sgraziati e gutturali, paesaggi infuocati, sospiri nelle tenebre. Quelli erano gli unici segnali per ciò che si doveva fare nel mondo, per lui. Se un mondo non appartiene a qualcuno, allora quel qualcuno doveva provvedere altrimenti. Sopravvivere era un’arte, più che una prima necessità: questa convinzione l’aveva resa come regola ferrea. Dai finestrini intanto udiva il ronzio della corsa sui binari e osservava lo scorrere di spezzoni di alberi e campagne, un montaggio impazzito. Odiava il sole, non era un mistero per un tipo come lui. Non aveva scelto di vivere in questo mondo ma poteva scegliere benissimo come vivere. Riprese a studiare con tranquilla precisione le figure degli altri passeggeri; con occhiate avide ma sfuggenti percepiva solo la forma dei crani, la consistenza delle gambe e delle braccia, i tratti degli occhi e delle bocche, i lineamenti delle mani, persino le punte dei nasi. Quanto sangue quei corpi potessero contenere, quanta carnepotessero conservare. Passò rapidamente la sua lingua smorta sulle labbra. Non gli interessava il resto come gli anelli, i pantaloni, le scarpe: tutti contorni irrilevanti. I raggi di sole filtravano più bassi e gli lambivano la pelle giallastra, rivelando putride piaghe e ferite non cicatrizzate. Odiava il sole, si, quel sole così lesto a scovare i suoi punti deboli, in un mondo che non si vergogna affatto delle debolezze altrui. Un lampo improvviso lo illuminò, un sibillino messaggio inviato dal suo cervello. Percepiva un vuoto dentro, una sensazione di essere sull’orlo del precipizio, si sentiva come indebolito e senza speranza. Aveva fame. Era il momento buono, il tempo prima della prossima fermata era sufficiente. E prima che qualcuno potesse scoprirlo e anticiparlo, si alzò in piedi e fece quello che aveva sempre fatto e che sapeva fare così bene. Sopravvivere. Ruggì come un animale e si lanciò contro le sue prede, apoteosi di una febbre, la febbre della fame. Quando più tardi scese dal convoglio, con la faccia stravolta ma soddisfatta, imbrattato di sangue e con il cuore che gli batteva colmo di speranza e gratitudine, non pensò alla macelleria che si lasciava alle spalle, non badò più alla realtà. Tutto ciò che sentiva erano sospiri di tenebra nella mente e un vento di cenere sulla fronte.

La foglia

Questa storia la devo raccontare. Parla di una foglia, ma di una foglia testarda, che giunto l’autunno si ostinò a non cadere.
“Sono nata quassù e morirò quassù”. Questa era la sfida che lanciava non solo all’albero ormai esanime, ma a tutta la natura.
E così si aggrappò ad un ramo, un rametto minuscolo come le dita di un anziano. Tutte le altre foglie la osservavano da terra. Un poco gelose, ma soprattutto incuriosite.
Loro giù nel fango a marcire lentamente, lei fiera e spavalda su quel povero rametto.

“Sfiderò la storia!” diceva, e il rametto  a cui lei si attaccava, sperava di rimando di trarne beneficio. E piano piano la storia cominciò a dipanare la propria matassa e la foglia a resistere alle intemperie. Non solo l’autunno passò, ma anche l’inverno fece di tutto per abbattere quella che ormai era “la” foglia presuntuosa e ribelle, senza riuscirci. Le altre foglie, quelle che si erano lasciate andare con l’arrivo dell’autunno, erano tutte morte, si erano trasformate in linfa per la pianta, erano quell’energia che avrebbe dato risorse alle nuove foglie primaverili. Lei invece resisteva, sfidando tutto e tutti. Nemmeno il vento e la neve riuscirono a sfiancarla. Lei se ne stava impettita su quel ramo.
“Ce la farò!” pensava sempre più sicura di sé. E il tempo, ormai prossimo alla primavera, sembrava darle ragione. Ma la storia no.
La storia è un lunghissimo ripetersi di abitudini e di ricorsi, la storia non accetta alcuna ribellione. Così decise di seguire il canovaccio e di trasformare quella che sembrava una splendida impresa in un semplice e raffinato scherzo di natura. E si servì di un bambino che passando sotto l’albero disse bellamente:
“Papà guarda, quell’albero ha ancora una foglia!” e la raccolse.

(di Stefano Re)

Una storia di oggi – Mauro 2

Foto personale

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«Bene, bene» disse Mauro, fregandosi le mani. «Alla fine si è decisa, ha capito di aver sbagliato. Vediamo un po’ che dice. Ero certo di aver ragione. Ho fatto benissimo ad aspettare. Ah, le donne!»

Mauro gongolava. La sua pazienza era stata premiata. Si sistemò meglio sulla poltrona davanti al computer. Si frizionò le mani e compì quei gesti naturali che ogni pianista fa prima dell’esecuzione.

Cliccò sulla mail per aprirla.

Caro Mauro,
non volevo scriverti. Ho pensato mandarti al diavolo semplicemente con un click ma poi ho cambiato idea

Ed eccomi qui davanti al monitor con le mani sulla tastiera…
Ho deciso di cancellarti per sempre dal mio pc, dai miei contatti, dai miei pensieri, dal mio tempo.
Mi rendi tutto tanto difficile. La mia vita ha assunto uno strano percorso, che non conosco, del quale ignoro la destinazione finale. Nulla mi è chiaro, con te.
Ci conosciamo ormai da tempo, parliamo di tutto, siamo affiatati.

Solo amici, dici ma io conosco i tuoi pensieri, i tuoi dubbi, le tue paure…
Mi tieni sulla tua scrivania, racchiusa in quel rettangolo dal quale mi fai uscire a tuo piacimento, quando ti va, quando non hai altro da fare.
Sono una donna, Mauro. Una donna viva, vera, con sensazioni, emozioni e sentimenti. Il mio cuore batte, il mio cervello pensa, il mio corpo pulsa.
La sera mi addormento tra le tue braccia, sai? Ti sento. Sei vicino a me, accarezzi la mia pelle, sfiori i miei capelli. Le tue labbra ricoprono di piccoli baci il mio collo, cercano la mia bocca, dolcemente. Lentamente mi conduci a un passo dal piacere. Mi sussurri ‘amore’ in un sospiro, leggero, quasi un alito di vento ma io lo sento. Sono li con te, per te, in te.
E ogni sera, sul più bello, tu ti ritrai, non ti concedi, vuoi farmi aspettare. Vuoi centellinare i secondi, farli diventare ore. Ogni volta è un tormento e quando torno alla realtà tu non ci sei, mai… Sono sola nel mio letto.
Sono stanca Mauro, di questa storia che non ha senso. Com’è, cos’è?
Mi sento come un cane legato a un guinzaglio, quando cerca di scappare al suo padrone. Il filo si allunga ma lui lo tira a sé con uno strattone, accorciando le distanze, senza mai annullarle del tutto. Quando il cane comprende che non può scappare e si calma, ecco che il filo si allunga nuovamente. E lui corre lontano felice, come se la libertà fosse a portata di zampa.
Anche tu, come quel padrone, se intuisci che mi sto allontanando da te, verso nuove esperienze, diverse conoscenze, tiri il filo. E io torno vicino a te, in attesa di una parola, di un gesto, di un sorriso… Per chi? Per me, da te.
Perché Mauro lo fai? Lasciami andare, fammi volare, devo vivere!
Questa spinta verso la libertà mi ha fatto riflettere.

Ora ho deciso. Ti lascio ai tuoi ricordi. Continua pure a nutrirtene, a fantasticare. Vivi del tuo passato, pensando a una donna che tu non hai avuto la forza di tenere. Sei testardo, cocciuto ma anche impaurito, esitante, dubbioso…
Ora è tardi. Qualsiasi mossa sarà inutile. Il filo, che ci legava, si è rotto. Sono un palloncino, che dondola, salendo verso il cielo, mentre il bambino lo guarda sgomento.…

Da questo momento non ci sono più per te, per lei, per me…
Micaela.

Mauro si appoggiò allo schienale della poltrona. Era annichilito. Ma che stava succedendo? Micaela innamorata di lui? Chiuse gli occhi e la immaginò. Ma era come la vedeva con l’immaginazione oppure diversa.

Solo buio e null’altro. Niente immagine, nessun volto. Ancor meno un corpo da tenere abbracciato e sfiorare con le mani. Eppure Micaela afferma il contrario.

Riaprì gli occhi e tornò sul messaggio che si stagliava chiaro sullo schermo. E si pose la domanda, che non si era mai fatto. È possibile che in tre anni non mi sia accorto di questi sentimenti? Ma da quando? Non riusciva a identificare il momento. Mauro andò indietro nel tempo: mai un’avvisaglia l’aveva messo in guardia. Come è stato possibile che io sia rimasto cieco e insensibile per tutto questo spazio temporale? Perché lo scopro solo adesso, dopo la sua mail?

Mauro fu colto dal panico. Cosa fare, ora? Cosa scriverle? Cosa dirle?

Le braccia scivolarono verso il basso e lo sguardo vuoto si appuntò sullo schermo, dove scorreva lo screensaver.

Oddio, ma perché deve essere tutto sempre tanto difficile?

La bambina del treno

Mare.
La bambina doveva andare al mare.
Il dottore aveva detto che proprio bisognava: la tosse poteva peggiorare e le ossa chiedevano del sole ché parevano fatte con la cera. Un sole mica di campagna, con l’umido che resta sulla pelle: un sole che sa di vento e sale.
Bisognava, proprio bisognava.
Il posto c’era, là nella colonia: il dottore aveva insistito con le suore. Era uscito un sì di malagrazia, ma solo perché Sesto tagliava il rosaio della siepe, dopo l’inverno.
(Almeno vederla in chiesa, la bambina, qualche volta. Eh, in chiesa. Giusto ai funerali.
C’era un bel tempo per portarla in chiesa. Alle sei si era di trotto, a fare le giornate: persino a batter canapa nel macero, che non c’è fatica al mondo grossa uguale, no)

La Dilma era rabbiosa. Come quei cani che stanno alla catena e l’acqua è un po’ più in là. E non c’è verso. Neanche a tirarsi il collo.
Al mare servivano le cose: grembiuli leggeri, un costume, magari fatto a ferri, a maglie fitte fitte. La sera si poteva fare. Questo sì. Ma c’era da comprare un po’ di biancheria e cucire i numeri di dentro. E mettere la piccola sul treno, ché, gli altri, erano già partiti. Da andare fino a Ferrara.

La bambina si guardò intorno: il biglietto stretto nella mano, la valigia nella rete, sopra la sua testa, la carta dell’Italia con tutte le regioni, sul fianco del vagone. Scuro, col portellone che si chiudeva truce: uno schiaffo di ferro.
E la busta dei soldi, in tasca, perché non si sa mai.
-Guarda di portarli indietro tutti, aveva detto sua mamma
E la bambina – Sì.

La campagna correva davanti al finestrino. Il gioco era aspettare il colpo sghembo, un nodo lì, sulla rotaia o una curva ribalda all’improvviso, e sbattere qua e là: veniva voglia di accompagnare la scossa con i fianchi e ridere di dentro.
Però.
Il caldo, il giallo, il finestrino chiuso facevano venire una gran sete.
Passava il ragazzo con il secchio: le bottiglie ficcate dentro il ghiaccio. Aranciate con le gocce in corsa lungo il collo. Dovevano essere gelate. Lo diceva, il ragazzo, con grido modulato, ogni volta che passava in corridoio.
La bambina gli teneva dietro, con occhi innamorati di quel fresco, ma i soldi dovevano restare nella busta.

Il treno si fermò: il ragazzo lasciò il secchio lungo il corridoio, chiamato all’uscita da una voce.
La bambina fu svelta come non sapeva: la bottiglietta nascosta dritta, fra la schiena e il dorso del sedile. In un fermo egizio.

Tutto riprese, quasi come prima: tre vecchie dentro lo scompartimento, davanti a lei, quasi un tribunale, a parlare in italiano bello. La bottiglia a fare freddo fra le ossa, e la carne, intanto, già incantata. La sete a cementar la gola, con la parola ladra di traverso.
Il ragazzo passava e ripassava col suo secchio e col suo grido: a ogni giro la paura rospa saliva su dal basso e si gonfiava, quasi il respiro fosse la sua pompa e tutto il corpo cuore.
La bambina avrebbe voluto scappar via, ma l’aranciata si era fatta un nido di ghiaccio e di rimorsi, sulla schiena, e la teneva stretta.

Scese per ultima, dopo la vecchia che le aveva calato la valigia.
La bottiglia intatta sul sedile. L’ombra bagnata sulla schiena. La suora ad aspettarla sul binario.
-Sei sudata, le disse.

Una storia di oggi – Mauro 1

Foto personale

Foto personale

Il giorno lanciò la sua avanguardia sul cielo stellato a est, spargendo un’alba rosata sul firmamento, prima di sciogliere il nodo che tratteneva la notte sulla città. Le nuvole passavano dal grigio scuro al rosa per virare al bianco man mano che il sole sorgeva.

Mauro si svegliò rincoglionito col sole già alto. Prima di capire che ora fosse impiegò un bel po’ di tempo a cercare di togliersi il sonno dagli occhi.

Si rendeva vagamente conto che doveva alzarsi, aveva lezione all’Università, non era fine settimana. Eppure la sveglia non lo aveva avvertito oppure aveva suonato inutilmente, più volte senza riuscire a svegliarlo. Rintronato, non riusciva proprio a connettere.

«Cazzo! Ma che cavolo mi è successo stanotte? Eppure sono rimasto a casa… mi pare…» si lamentò, stropicciandosi gli occhi cisposi.

Si sentiva, come se avesse passato tutta la notte in piedi: a bere e fumare. La testa gli doleva. Gli sembrava che qualcosa gli martellasse le tempie. Gli pesava sul collo. La lingua era impastata. Percepiva una patina appiccicosa sopra. La gola bruciava come se avesse fumato mille sigarette. “Forse ho fatto un brutto sogno” pensò stranito. Eppure non ricordava nulla. “Ma sono uscito ieri sera?” si domandò, cercando di mettere insieme pensieri e ricordi senza molto successo. Scosse la testa e il dolore alle tempie crebbe a dismisura. Chiuse gli occhi per poi riaprirli in fretta.

Doveva alzarsi, se voleva svegliarsi e cominciare la nuova giornata, che non prometteva nulla di buono. “Se il buongiorno si vede dal mattino” si disse con l’occhio destro socchiuso, scendendo dal letto per prepararsi un bel caffè nero, forte. “Magari doppio o triplo, come piace a me” pensò e forse sarebbe riuscito a svegliarsi.

Andò in cucina caracollando, quasi a tentoni. La Bialetti era già sul fornello, pronta per essere accesa. “Almeno di questo ieri sera mi sono ricordato” pensò, mentre apriva il gas, prima di dirigersi verso il bagno.

Inciampò in un paio di scarpe che non dovevano stare lì. Gli uscì una bestemmia, lui che non imprecava mai. “No” confermò. “Oggi pare una giornata storta”. Massaggiandosi l’alluce, a balzelli raggiunse il bagno. Questa scossa lo risvegliò quasi di colpo, mettendo a fuoco gli oggetti della stanza. La lavatrice nell’angolo, la tenda del box doccia, i poster di Joan Baez e di John Lennon appesi alla parete. Aveva un urgente bisogno di una minzione.

Tornò in cucina quando il caffè era quasi pronto. Lo sentì gorgogliare, mentre l’aroma invadeva la stanza. La macchinetta era da tre ma aveva intenzione di berselo tutto, anzi di farsene un altro subito dopo.

Versò il caffè nella tazza riempendola per bene. Lo bevette con avidità, come un assetato con l’acqua. Era amaro e forte ma doveva togliersi quel gusto stomachevole che aveva in bocca. Poi vuotò il resto nella tazza. Prima di bere la seconda porzione, lavò la moka e la preparò per il secondo giro. Riaccese il gas.

Prese la tazza, sedendosi al tavolo di cucina e la portò alla bocca. Senza zucchero per sentirne il sapore. Quasi si ustionò il palato e la lingua, ma la seconda tazza gli schiarì il cervello.

Rifletté sulla giornata precedente: l’urlo virtuale di Micaela, l’uscita di casa incazzato verso una persona immaginaria, il rientro, quando ormai era sera. Però quello, che gli bruciava di più, erano i ricordi che l’avevano assalito ascoltando De Andrè.

Erano ormai tre anni che si era separato da Simona e fino a quell’istante non ne aveva avvertito la mancanza. Però ascoltando la canzone di Marinella gli ricordò, quando l’aveva conosciuta all’Università. Fu un amore travolgente, talmente intenso che decisero di sposarsi dopo pochi mesi. Un matrimonio affrettato, più di pancia che di testa. “I risultati si sono visti” pensò con amarezza.

Si riscosse e guardò l’orologio sulla parete: le otto e mezza. “Ho tutto il tempo” convenne, sorseggiando con più calma la seconda tazza di caffè. “La lezione all’Università ce l’ho alle undici”. Prima doveva incontrare una laureanda ma non avrebbe richiesto molto tempo. “Uscendo per le dieci, ho un buon margine per ascoltare Laura prima della lezione”. Intanto aveva finito anche la seconda, mentre la nuova macchinetta sputava il suo liquido nero. Versò il nuovo caffè, che avrebbe preso semifreddo.

Si diresse verso bagno per una doccia. Lasciò scorrere l’acqua a lungo, finché non fu fredda, come gli piaceva, quando fuori era la stagione invernale. Mauro funzionava al contrario: d’estate doccia calda, d’inverno fredda. Aveva scoperto che era il sistema migliore per regolare la temperatura corporea.

Mentre si passava il sapone sul corpo, ricordò com’era bello fare la doccia con Micaela. Stretti nella doccia della sua casa. Era talmente minuscola che diventava sempre un amplesso scomodo ma così eccitante per entrambi. Scacciò quel pensiero lussurioso, chiudendo il rubinetto dell’acqua.

Infilato l’accappatoio, tornò in cucina per il terzo caffè. Lo bevve con avidità, perché doveva svolgere un rito. Andò nello studio e accese il computer per il buongiorno quotidiano con Micaela.

Nessuna notizia. Tutto muto. “Possibile?” si disse, scuotendo il capo, mentre si frizionava il corpo con l’accappatoio. “È un anno che ci diamo il buongiorno tutte le mattine. D’altronde è stata lei a troncare. E lei deve fare il primo passo se vuole una riconciliazione”. Si giustificò, perché non voleva essere lui a mandarle il messaggio di buongiorno.

Appeso l’accappatoio in bagno, si vestì con cura. Prima di uscire, infilò la giacca e prese lo zaino. Richiuse la porta con dolcezza, senza sbatterla, non ce n’era motivo.

Con l’ascensore scese nel garage, dove in un angolo stava la sua fida Bianchi Gran Turismo, incatenata a un tubo. Usava l’auto in pratica nei fine settimana e non sempre. Per arrivare all’Università erano pochi chilometri. Una mezz’ora scarsa. Alle dieci e mezza era davanti all’istituto di Fisica. La laureanda l’aspettava nel corridoio degli stanzini (meglio chiamarli bugigattoli, viste le ridotte dimensioni. In due saturavano l’ambiente e le ginocchia si toccavano), riservati agli assistenti.

«Buongiorno Laura!» disse con un bel sorriso Mauro.

«Buongiorno Mauro!» ricambiò Laura, chiamandolo per nome.

Era ormai una consuetudine che aveva da tempo con gli studenti, quelli vicini alla laurea. Un modo per accorciare le distanze e far pesare meno il suo ruolo. Se la sbrigò in fretta: doveva darle un paio di indicazioni sugli esperimenti da fare per la tesi. Poi si avviò verso l’aula dove teneva lezione.

«Buongiorno ragazzi!» li salutò, agitando la mano.

«Buongiorno professore!» Disse qualcuno in modo timido.

Li guardò male, perché non era un saluto convinto. Su questo non transigeva, era una questione di educazione. Dopo le prime volte che, entrato in aula, nessuno dei presenti salutava, aveva fatto un cazziatone feroce. Una lezione di rispetto reciproco, che includeva anche il saluto iniziale. Sembrava che non avessero ancora capito l’importanza di questo. “Oggi non è la giornata giusta per tornare sull’argomento” si disse, lanciando occhiate torve alla ventina di studenti, che con aria indolente si apprestavano ad ascoltarlo.

I tre quarti d’ora di lezione per fortuna passarono rapidamente. I concetti gli uscivano fluidi, quasi senza doversi concentrare o ricordarli. Erano diversi anni che insegnava ‘Struttura della materia’. Capiva che poteva sembrare astrusa. In realtà era un modo per cogliere gli elementi di base di interazione radiazione-materia nell’approssimazione di dipolo elettrico e comprendere la spettroscopia dell’atomo. E non solo quello. Le parole gli venivano fuori senza difficoltà o doverci pensare. Anche per le domande più subdole o stolide aveva la risposta pronta. La materia la conosceva bene. Mauro avrebbe potuto, se avesse avuto più spirito di iniziativa, essere un ottimo fisico ricercatore. Invece si era adagiato nel tran tran quotidiano come in un comodo divano.

Terminata la lezione, si avviò verso l’uscita, salutando frettolosamente chi incontrava. Aveva deciso, inconsciamente, che doveva mettersi in contatto con Micaela. Non era possibile che finisse così, dopo tre anni di chat amichevoli.

Pedalò di fretta fino a casa, salì le scale, facendo a due a due i gradini. Non attese neppure l’arrivo dell’ascensore. Dopo essersi liberato di giacca e zaino, si accomodò sulla poltrona davanti al computer rimasto acceso.

Un colpo sulla tastiera per togliere di mezzo lo screensaver e … sorpresa! La busta era di un bel blu intenso, che lo avvertiva ‘C’È POSTA PER TE!’.

Il cuore gli fece un doppio tuffo carpiato in petto. “Dopotutto forse ho fatto bene ad aspettare che si facesse viva lei per prima” si disse, mentre si accingeva ad aprire il programma di posta. “È sicuramente Micaela, che mi scrive le scusa per il suo urlo di ieri. Mi spiegherà, perché lo ha fatto. Mi dirà che è pentita del suo sfogo. Mi assicurerà che, se fosse per lei, avrebbe cancellato la giornata di ieri”. Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, aprì il client di posta elettronica. Cliccò sul pulsante ‘Ricevi posta in arrivo’ per leggere i messaggi arrivati. ‘Ricezione posta in corso’ lo avvertì una scritta in basso a sinistra. In rapida successione il programma scaricò dieci nuovi messaggi, ben riconoscibili, essendo in grassetto.

«Cazzo!»esclamò mauro contrariato. «Oggi tutti hanno deciso di scrivermi?»

1 Preside… “Nun me ne po’ frega’ de meno, adesso!”

2 Cicchetti… “Ma chi sei? Boh!”

3 Cicchetti… “Ancora tu?”

4 Davide… “A te rispondo dopo!”

5 Capataz… “A bello! Ti voglio bene, però devi aspettare!”

6 Nannina… “Nannina? Ma guarda chi si risente! Dopo tutti questi mesi… bruttina ma simpatica. Le risate… e poi scopava bene… quasi quasi…”

7 Micaela… «Ah, eccolaaaaa!» esclamò soddisfatto.

E senza controllare gli altri messaggi, aprì subito il suo messaggio.

Sì, bene!

Aria!
Cammino radente il muretto di recinzione di una villa liberty. Penso di aver bisogno di aria adesso, ma sembra non abbia il coraggio di mandarla giù sino ai polmoni.
Una signora con il carrello della spesa mi passa accanto. Mi ignora all’inizio, poi si ferma e chiede qualcosa. Dovrei comprendere le parole della mia stessa lingua, invece i suoni come l’aria sembrano non volerne sapere di penetrare dentro me. Mi guarda stranita, mi chiede se è tutto ok, visibilmente perplessa del mio mutismo. Le dedico un sì stentato. Lei scrolla la testa e riprende la sua strada.
Altri due isolati e sarà il numero 33. Il mio cuore reclama attenzione. Ha ragione, ma adesso devo accumulare strada e fiducia per proseguire, passo dopo passo, millimetro dopo millimetro.
Il traffico d’auto procede in sincronia con il semaforo. Una bambina dietro il finestrino mi osserva, di sicuro senza motivo. Farà fresco lì dentro, in contrasto con l’afa che mi avvolge. È estate, penso. Una estate come altre, impregnata di sudore e rombo di scooters. Due ragazzi sfrecciano vicino al marciapiede. Hanno gambe nude infarinate di salsedine. Saranno di ritorno dal mare vicino che dalla mia camera d’albergo osservavo stamani con finto distacco.
Io sono arrivato ieri sera tardi, con un volo low cost. Un sedile scomodo, un biglietto da visita in tasca, un indirizzo che sto lentamente scoprendo, portone dopo portone, sino al numero 33.
Eccolo! Davanti a me il portiere sonnolento nella sua garitta. Il ventilatore acceso e un cruciverba a metà. Attendiamo entrambi la risposta dal terzo piano, interno 8. Mi chiede se conosco il nome di un qualche compositore di dodecafonica. Non ricordo più niente io, o forse non ho più voglia di ricordare nulla. Riprovi quando torno giù, dico, magari il tipo del biglietto da visita riesce a farmi tornar voglia di musica e di definizioni da settimana enigmistica. Sorride. Io mi avvio per salire.
Gli ascensori vecchi come questo sono una enciclopedia dell’animo umano, galleria di graffiti d’amori e d’insulto, destinati a ignoti protagonisti di storie che nessuna cabina da sola può contenere. Serve l’intero palazzo, o forse l’intero quartiere. Bisognerebbe entrare nelle singole stanze e osservare le foto esposte, gli oggetti, i volumi ancora aperti sui letti disfatti. Ricostruire le vite dalle frasi dette solo una volta, come se avessero un senso assoluto, come se incuranti del loro effetto le avessero lasciate in un angolo a testimoniare il passaggio fugace della vita tra quegli oggetti. Mentre osservo i piani susseguirsi nella salita penso a quanto sia esiguo il peso di tutta questa gente rispetto alla fatica di chi ha ferito ad arte l’impiallacciatura alle pareti.
Sono arrivato. Delle tre porte sul pianerottolo, una è aperta e accostata. Dalle altre arrivano suoni opachi di televisione e di bimbi che giocano. Entro e richiudo alle mie spalle. La ragazza all’ingresso è carina e annota con garbo i miei dati essenziali, poi mi prega di attendere in sala. Insieme a me volti senza una storia non provano neanche a scrutarmi. Anche loro saranno compressi in pensieri stonati, ma potrebbero almeno far finta di notare che esisto. Riviste riciclo di parrucchiera ingombrano un vetusto cubo bianco. Ricordano che di effimero si vive benissimo. Si ignorano le domande e soprattutto le risposte che alla fine ci hanno condotti tutti qua.
La ragazza carina mi fa segno di entrare, suscitando finalmente l’interesse della strana platea. Tutte facce perplesse in preda al dubbio sulla mia poca attesa. Che importa, vado! Lo studio è vuoto, sulla scrivania carte scomposte e una cartelletta con il mio nome sopra. Dentro nulla, ancora. Dentro vorrà conservare dati, evidenze e soluzioni. Già, soluzioni! Perché è questo che dovrebbe acquietare tutti, le soluzioni! E se non ci fossero, dico, se tutto questo fosse destino e basta. Non pensa che invece di star qui ad arrovellarsi le tempia con le domande e le risposte e le soluzioni, non pensa che dovremmo alzarci insieme e ripercorrere a ritroso la strada verso il mare e distenderci, così vestiti, sul bagnasciuga e ascoltare l’onda assecondare il nostro oscillare tra uno stato d’animo e il successivo scomposto e ansioso. Non pensa?
Lui era entrato dalla porta laterale e ascolta in silenzio. Dice no. Dice qualcosa di sensato e plausibile. Dice che il mare, quel mare che ho in mente, non è la soluzione. Ecco questo è il verdetto. Il mare non è la soluzione. E lo appunta su un foglio intestato insieme alla sua di soluzione.
Saluto la ragazza carina e torno in strada. Prima però chiedo come si chiama: Marta. Bel nome Marta, le si addice. Sui marciapiedi l’ora meridiana scoraggia il passeggio. Rade le facce non hanno voglia di attenzione. Il mare non è la soluzione penso rileggendo il foglio. E accumulo passi e strada fino a una balaustra. Sotto ragazzi in costume stanno appollaiati su una scogliera scura. Candida l’acqua di risacca lambisce i sassi danzando sulle alghe smeraldo. Le parole, le domande, il senso delle cose danzano con loro. Sembrano frammenti di destino appena scagliati ovunque da una risata improvvisa. Due gabbiani sorvolano rapidi la piattaforma dove corpi abbronzati bivaccano. Osservo tutto come volessi imprimere negli occhi qualcosa di diverso dal foglio, dalla soluzione, dal destino.
La ragazza carina mi mette una mano sulla spalla. Riconosco la sua presenza ancor prima della sua voce gentile: chiede se va tutto bene. Tiene una bimba per mano. Marta, dico, sì Marta, ricordo. E la bimba? Marina, risponde. Sì bene! Certo bene. Guardo il mare, lei, la bimba di nome Marina e il gelataio accanto a noi che le porge un cono limone e fragola. Sì, bene adesso.