LA METROPOLITANA

La bambina con i capelli rossi guardava fuori dal finestrino, mentre la metropolitana sfrecciava sotto terra. Con le mani sul finestrino e il viso a ridosso del vetro, guardava le persone ferme sulla banchina e quelle che salivano e scendevano dal treno, e poi cercava di osservare il buio quando il treno schizzava in galleria. Ma il buio, ahimé, era soltanto una massa nera e sfuggente; al massimo una lavagna che permetteva al vetro di trasformarsi in specchio e di riflettere il suo viso. Insomma, un gioco che la annoiò velocemente. E allora la bambina cominciò a leggere tutto quello che trovava; dai nomi delle fermate, fino agli avvisi di pericolo che campeggiavano sui lati delle porte o sopra i finestrini: VIETATO APPOGGIARSI, LASCIARE SCENDERE PRIMA DI SALIRE (e riusciva a leggerlo al contrario).
Ma ben presto cominciò ad annoiarsi anche di leggere. E finì per fissare il vuoto dritto davanti a sé. A un certo punto il suo sguardo si posò come una libellula sopra una scarpa rossa col tacco, che copriva il piede di una donna sdraiata e che metteva in bella mostra una gamba liscia e ben depilata. “Ti piace quella scarpa?” Chiese al papà. Il papà rispose di sì. “E cos’è?”, aggiunse. Il papà spiego che quello era il cartello pubblicitario di un centro di bellezza. La bimba si guardò i piedi. “Ma con quel tacco si può salire sul treno?”. Il papà disse di sì, “basta tenersi bene”, aggiunse. E la bambina: “E se cadi?”. “Ti rialzi”, affermò il papà. La bambina fece no con la testa e tornò a guardare fuori dal finestrino mentre il treno correva lungo la galleria. Non capiva come si potesse salire con quelle scarpe rosse e quel tacco su un treno che non c’entrava niente con la bellezza. “Sulla metropolitana, al massimo, ci si annoia”, pensava.
Al massimo guardiamo la gente scendere e salire, e chi scende scompare e anche se c’è stato, basta un attimo per dimenticarcene.
(di Stefano Re)

NONNA GABRIELLA

Fu l’estate più bella della mia vita.
A volte ci penso ancora, magari mentre sto lavorando a maglia oppure quando esco di casa e mi inoltro nel piccolo bosco che mi separa dal paese più vicino. In genere, vado a fare la spesa una volta alla settimana, perché ho una vecchia macchina con le sospensioni traballanti e le gomme lisce. La strada sterrata è in pessime condizioni, e non sarebbe prudente sfidare troppe volte la sorte. Mi reco all’emporio, scambio quattro chiacchiere con Matilde, la vecchia cassiera, e mi rifornisco di quel poco che basta per affrontare i successivi sette giorni.
Ma camminare è diverso. Mi è sempre piaciuto molto passeggiare, e anche se non ho più la forza dei miei vent’anni sono ancora dotata di una buona resistenza. Amo il profumo del bosco, le sagome degli alberi che ormai considero vecchi amici, i raggi del sole che a tratti filtrano dalla verde cupola che mi sormonta, creando un gioco di luci suggestivo e quasi magico.
Ma amavo anche il mare, sebbene da allora non ci sia più andata.
Da quell’estate, per la precisione.
La vita è strana: sarei dovuta partire con Gianna; ma suo padre fu colpito da un ictus. Rimasi a Roma per starle vicino (allora abitavo lì, poi le grandi città mi sono venute a noia); però, alla fine, fu lei a convincermi ad andare in vacanza da sola. Avevamo pagato in anticipo l’albergo, e non le sembrava giusto che io sprecassi inutilmente i miei soldi. Lavoravamo entrambe come operaie, e lo stipendio non era certo alto. A malincuore, seguii il suo consiglio, preparai la valigia e andai a Gabicce.
Incontrai Giovanni la prima sera.
Stavo mangiando un gelato, seduta al tavolo di un bar che si affacciava direttamente sull’Adriatico. Non lo notai subito. Lui prese posto accanto a me e ordinò una birra alla spina. Non ricordo quali furono le prime parole che mi disse; probabilmente rappresentavano il classico approccio di chi è in cerca di avventure: questo almeno fu il mio pensiero. E a me non interessavano le avventure. Ma poi Giovanni incominciò a parlare, e io mi persi in quelle parole.
Credo che certe cose succedano una sola volta nella vita.
A me piacevano molto le canzoni di Claudio Baglioni. Lui disse che apprezzava una certa sua vena nostalgica, ma che tuttavia aveva la casa piena di dischi americani o inglesi; erano complessi che io non avevo mai sentito nominare: Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors, Rolling Stones. Io leggevo a malapena qualche settimanale di pettegolezzi; mi incuriosiva conoscere la vita delle principesse e delle attrici. Giovanni mi ascoltò in silenzio, e non c’era superbia in quel silenzio. Dava la sensazione di essere interessato al mio mondo interiore, e sembrava che non gli importasse che io fossi una capra. Si accese una sigaretta, chiamò la cameriera per farci portare un altro gelato e un’altra birra, lanciò un’occhiata al mare che riposava tranquillo al chiarore lunare, quindi mi parlò di Dostoevskij. Era perfettamente consapevole del fatto che io non lo conoscevo, nemmeno di nome, ma con un linguaggio chiaro, pacato, mi raccontò una storia meravigliosa: era quella di un principe che soffriva di epilessia, e che per questa ragione veniva definito idiota, sebbene fosse un uomo sensibile e intelligente. Mi spiegò che nelle intenzioni dell’autore egli raffigurava la figura di Gesù; citò alcuni passi a memoria, ed erano talmente belli, talmente ricchi di umanità, che all’improvviso i miei occhi si colmarono di lacrime.
A Roma, in linea di massima, frequentavo una compagnia di coatti. Ero abituata a prendere a schiaffi quelli che si concedevano delle libertà che io giudicavo eccessive. “Famo a capisse!”, rispondevo a chi lodava le mie tette o sosteneva che le mie gambe gli ricordavano quelle della Carrà, e che gli sarebbe piaciuto fare un giro in giostra con me.
Giovanni non era particolarmente bello. Ma era diverso.
Ci rivedemmo la sera dopo nello stesso posto, e non ci fu bisogno di parole. Mi prese per mano, scendemmo in spiaggia e facemmo l’amore. Io non ero vergine, ma quella notte capii il vero significato di quell’espressione. Poi restammo abbracciati, ad ascoltare il rumore della risacca, a guardare le stelle, e a sussurrarci parole che non scorderò mai, neppure se dovessi campare fino a cent’anni, e Dio non voglia. Poco prima dell’alba, espressi un desiderio: avrei voluto rimanere lì per sempre, con lui, assaporare il profumo del suo corpo, avvertire i battiti del suo cuore, rannicchiata come una cucciola fra le sue braccia.
Anche Giovanni era di Roma. Finite le vacanze, continuammo a frequentarci, e tutto quello che so, quel poco che so, l’ho imparato da lui.
Era un uomo meraviglioso, capace di dolcezza infinita; era un poeta e un sognatore. Stare con lui era straordinario: significava affrontare ogni nuova giornata con il sorriso sulle labbra, e una voglia incredibile di rivederlo. In precedenza, non ero mai stata infelice; ma fu con Giovanni che compresi cosa vuol dire essere veramente felici.
Il cancro lo portò via a pochi mesi dalle nozze. Rammenterò sempre i suoi occhi sereni, la forza con cui affrontava quella battaglia disperata, e le sue ultime parole: “Ti amo, Gabriella!”
Mi sposai cinque anni dopo, a un’età che incominciava a essere avanzata. Mi sono chiesta molte volte il motivo che mi indusse ad accettare la proposta di Clemente Roccioso. Forse perché era del mio ambiente, e dentro di me sapevo che l’amore di Giovanni era stato un dono del cielo, ma che io non meritavo quel dono. Con il passare del tempo, compresi di aver commesso un terribile errore. Mio marito non era affatto un uomo clemente, e di roccioso aveva soltanto l’atteggiamento arrogante e la passione per l’alcool. Mi picchiava spesso, e dato che usava la cinghia dei pantaloni, non ho la minima idea di quanto potessero essere “rocciosi” i suoi pugni. Mi considerava la sua sguattera, non sua moglie, e non mi rivolse mai una parola gentile. Era rozzo e ignorante, sapeva parlare solo di calcio e di moto; inoltre era un attabrighe nato. Per quanto ne so, al bar fu protagonista di risse infinite, ma il più delle volte le prendeva, e rincasando si sfogava con me. Quando morì in un incidente stradale, non piansi una sola lacrima. La polizia appurò che era ubriaco fradicio.
Il mio Giovanni amava scrivere e fu per questo motivo che un giorno entrai timidamente in un negozio di computer. Naturalmente non capivo nulla di pc, non sapevo da che parte incominciare. Fu la figlia di Gianna a insegnarmi come usarlo e, anche se ancora adesso non so postare le immagini quando lascio un commento, me la cavo a sufficienza per scrivere le mie fiabe. Tutte le sere, dopo cena, mi connetto ed entro nel mio blog.
So che troverò tanti amici che mi aspettano, e che mi fanno una grande compagnia. Sapete, in tutti questi anni, sono riuscita a leggere “L’Idiota”: non è stato facile, credetemi, ma sono orgogliosa di avercela fatta. E credo che Giovanni sarebbe fiero di me.
Cari amici, scusatemi se questa sera non ho raccontato una delle mie fiabe. Sono fiabe infantili, forse un po’ sciocche, lo so, ma voi siete così buoni e mi lasciate sempre dei commenti che mi arrivano dritti al cuore.
Ma… questa sera volevo parlarvi di Giovanni e, nel mio modo sicuramente approssimativo, di una parte della mia vita.
Un bacione a tutti da nonna Gabriella.

Un quindici dorato

Come spesso mi accade e non faccio nulla perché non accada, vado fuori tema. Nel senso che in questa “Accademia” si dovrebbe essere portati e per la massima parte degli interventi, lo é, alla descrizione dei sentimenti e di come attraverso essi vengano plasmati gli esseri umani; singolarmente e nelle loro interazioni. Ora più che sentimenti, stati d’animo e pesche nei ricordi, oggi dichiaro a voi tutti qual’é un mio amore. Più terragno, sanguigno, umorale e lo faccio perché a settembre inizia uno degli spettacoli più grandi: la Webb Ellis. Ora e mi rivolgo soprattutto a voi ometti, se ogni quattro anni, in quelli pari, ci sono i Mondiali di calcio e vedo le fanciulle storcere il naso e corruscare gli occhietti belli, ogni quattro, in quelli dispari, ci sono quelli di rugby. Lo ammetto ho il morbo del rugby, che ha contagiato anche la prole. La moglie no, ma alza lo sguardo al cielo e leggo in quell’occhiata l’affidare marito e figlia ai buoni maneggi di qualche santo in Paradiso. Ora per chi avesse voglia di interessarsi, anche con semplice curiosità ad un gioco e, sottolineo la parola, che pare brutale ma giocato da gentiluomini, di seguito vi do la formazione e i ruoli. Per le leggi (Parrebbe strano ma nel rugby le regole sono leggi e l’arbitro ha sempre e solo ragione) vi lascerei alla “Guida alle regole del rugby” che potrete scaricare liberamente e gratis dal sito “ON RUGBY” (Tra i miei link degli amici troverete “LA VOCE del RUGBY” . E’ quello). Quel che leggerete lo scritto divertendomi e sempre con la voglia di non credersi troppo addosso.

L’unico neo, nel gioco più bello del mondo è, che si gioca in 15, altrimenti, calzante come non mai queste due righe le intitolerei e nessuno potrebbe smentirmi: “ Quella sporca dozzina”.

Vediamo ora di chi parliamo:

  • I PILONI – nr. 1 -destro- e nr. 3 sinistro

Conosciuti simpaticamente come Bibì e Bibò, dotati di un’inconsueta cubatura, sono l’architrave della mischia. Parlano poco, ma mentre ti arano la faccia sono soliti intrattenere gli avversari nel buio della mischia con endecasillabi sciolti, nella più squisita tradizione della commedia dell’arte: “Te faso mal, te faso tanto mal”. Ultimi a lasciare il campo, normalmente sui gomiti, li trovi primi, schierati al bancone del pub.

  • IL TALLONATORE – nr. 2

Lui è Capitan Cocoricò. Con i piloni forma la prima linea. Gli angeli dalla faccia sporca. Perché uscire dal campo senza un dito di fango o terra su ogni parte del corpo, viene guardato con sospetto dai compagni e dal pubblico. Se hai una benda insanguinata, il trionfo è assicurato. Pesante come un elefante, ma con gioco di gambe degno di una “etoile” deve conquistare la palla lanciata in mischia. Per non farlo annoiare, ma soprattutto far più danni, gli affidano il lancio della palla in touche. E’ quell’armadio che ti sta davanti al bancone del pub, in mezzo ai piloni.

  • SECONDE LINEE – nr. 4 e nr.5

I Dioscuri della mischia. Dietro alle prime linee a spingere. Esperti nel grillotalpa, si scagliano contro le linee avversarie con la leggerezza di un carro armato e la feroce determinazione degli epigoni di Gengis Khan. Non hanno orecchie ma escrescenze dovute ai continui sfregamenti sui fianchi di piloni e tallonatore, al momento della mischia. Ascendono in touche, ma se ti cadono sui piedi, passi dal 45 al 54 in un urlo straziante. Il tuo. Naturalmente occupano gli estremi del bancone del pub. Lo spazio è finito e devi aspettare il cameriere, se vuoi consumare.

  • TERZA LINEA – Numero 8

Se la mischia è il Carro del Sole, questi è naturalmente Fetonte. Guida la mischia con mano ferma e non di rado, anche con un frustino, quando l’arbitro è distratto. Attende rapinoso, che da quella selva di tronchi che sono le gambe dei compagni esca la palla da consegnare al mediano di apertura. A volte, impazzito si scaglia in avanti, per essere sommerso dalla mischia avversaria. Solo in Giappone quest’azione è vista con ammirazione e rispetto. Sugli altri campi suscita l’ilarità degli astanti. Alto com’è supera la prima linea al bancone del pub e si serve da solo.

  • FLANKER – nr. 6 e nr. 7

La dottrina più accreditata li indica come Gog e Magog. Stanno ai fianchi della mischia. Il placcaggio è l’arma più potente in loro possesso. Si tengono in allenamento con la tauromachia, sollevando però fiere proteste dei tori stessi, che ne escono sempre troppo malconci. In partita sono strettamente sorvegliati dalle varie agenzie umanitarie, che deplorano il modo barbaro con cui placcano. Infatti tendono a non finire l’avversario, causandogli così sofferenze atroci. Avere un “ giallo” è segno di rispetto, più delle cicatrici di cui sono cosparsi. Al pub vengono serviti prima di te, per via di quel certo sguardo che hanno.

  • IL MEDIANO DI MISCHIA – nr. 9

Sregolatezza e genio. Gioca ogni palla, che viene da lui introdotta in mischia. Urla, gigioneggia, incita, insulta, tiranneggia, aizza. Questo per tutta la partita. E’ lui che ha ereditato la frase “Al mio cenno scatenate l’inferno”. E’ lui il vero gladiatore in campo. Lui, se gioca una brutta palla, accuserà la terza linea di averlo rifornito male. Se la giocata sarà superba griderà ai sette venti che la mischia ha seguito i suoi preziosissimi consigli. Mette la faccia dove non deve e pure le mani, dileggiando con bonomia, ma perfidia, avversari e arbitro. Al pub beve per primo. E’ chiaro il perché: è il padrone del pub.

  • IL MEDIANO DI APERTURA – nr. 10

Genio e sregolatezza. Vede il gioco che si deve fare, fino alla meta. Peccato che a volte si dimentichi di illustrarlo a tutti. Il limite è che se calcia bene è un cecchino maledetto. Ma è maledetto nei passaggi.Se è un meraviglioso passatore, carico d’un inventiva che neppure il più smaliziato giocoliere ha, come calciatore ha il piede quadro, anzi cubico.

Però ogni sua movenza è una delizia per gli occhi, ogni passaggio un giulebbe. La sola presenza illumina. Soprattutto al pub, dove illumina le cameriere, che lo lumano adoranti e il tuo bicchiere rischia di rimanere desolatamente vuoto.

  • I CENTRI – nr. 12 e nr. 13

Per essere ambigui, lo sono. Se sono atticciati si aggirano per il campo pronti allo scontro fisico, anche duro e sanno passare palla e uomo contemporaneamente. Se hanno una struttura longilinea covano inespresso il desiderio di prendere il posto del mediano di apertura, opportunamente “barellato” dai centri avversari con il famoso teorema: “bala omo”. Per la loro posizione non ben definita, a volte al pub servono ai tavoli, pur non riuscendo sempre a terminare i piedi il “terzo tempo”.Un bicchiere portato, un bicchiere bevuto.

  • LE ALI – nr. 11 e nr. 14

Se la prima linea è la truppa corazzata, i flancker e i centri i guastatori, loro sono gli incursori.

Veloci, amanti degli spazi, sia che siano ferini come Habana (Nr. 11 degli Sprinbocks Sud Africa) o devastanti come Lomu (Nr. 11 degli All Blacks – Nuova Zelanda), vederli andare in meta eccita la folla come un concerto del Liga. Adrenalina pura. Sempre che ci siano palle adatte. Però lo spirito di adattamento è forte. Scattano, fanno meta e riprendono a flirtare con le pupe a bordo campo. Tanto a loro il tempo morto non manca. Contendono le attenzioni delle cameriere al pub. Se ti manca il bicchiere pieno che ti è appena arrivato al tavolo, guardati intorno. Se vedi un 14 sulle spalle di qualcuno, bhé quello beve alla tua salute.

  • L’ESTREMO – nr. 15

Parafrasando il titolo di un film, lui è “L’ultimo uomo conosciuto”. E’ l’ultimo baluardo della squadra. Dopo di lui, come napoleonicamente si può affermare, è un diluvio di mete.

Posto ambito, dove coprirsi di onore e gloria. Dove si può traccheggiare per un lungo periodo e poi esplodere con un’incursione da Orda d’Oro, superando i ¾ e calciare in avanti, lanciando così la carica, oppure guadagnare una touche, che in fondo non è male.

L’essere solitaria sentinella permette di aguzzare l’ingegno nell’arte del placcaggio, nel fermare quanti si avventano verso la linea di meta.

Al pub il ruolo gioca lievemente a sfavore del nostro eroe, ma rimane sicuro che gli pagherai da bere. Tanto oramai, tu sei l’ultimo che sarà servito e lui il primo a bere gratis.

Bene. Ora sapete quali sono i vostri avversari in campo e fuori campo.

Basta indugi, puliziate gli scarpini, abbondate con l’olio canforato e non dimenticate di accendere sotto la griglia e la birra … Mi raccomando che sia fresca … Bella fresca e soprattutto … Tanta !!!!.

N.B Quando leggete queste due stupidaggini mancheranno 25 giorni all’inizio della Coppa del Mondo. Se dovesse interessarvi c’é anche la Guida alla Coppa sempre sul sito ON RUGBY (Da leggere o da scaricare – 270 pag di rugby = strotia,anedotti,statistiche, presentazioni delle squadre e giocatori . Per tutti i gursti e voglie).

RugbyScrum

Ester

Ester arrivò un giorno di tanti anni fa. La trovai seduta sul retro della casa che guardava i gabbiani planare oltre il dirupo. Doveva essere entrata mentre ero al mercato, a comprare qualcosa per la settimana. Mi vide e iniziò a raccontare di quel venerdì, come se fossi un vecchio amico che aspettava da non troppo tempo. Disse che era schizzata via verso la tangenziale quella sera, immergendosi nel traffico del rientro. Ogni tanto lasciava la frizione, guadagnava trenta centimetri d’asfalto e tornava a occuparsi dei vetri che s’appannavano. La bionda ossigenata, nel suv enorme di fianco, continuava a urlare qualcosa al vivavoce. O almeno così le apparse la scena dell’enorme abitacolo con la tipa nel suo tailleur attillato, tragicamente sola. Disse che l’aria fuori era solo puzzo di scarico e bestemmie di camionisti; dentro, un deficiente alla radio, cercava di convincerla che sarebbe stato uno splendido fine settimana. La vedo sa! Riflessa nello specchietto con quel suo sorriso ironico: fine settimana splendido! Sì, come tutti quelli che si era sparata in dieci anni, magnifico reiterare di happy hours sciapi, amicizie così leggere da evaporare alle prime luci dell’alba.
Disse che la bionda ricambiò l’occhiata, sbuffando e sorridendo al suo indirizzo; poveraccia, anche lei doveva essere una delle superfighe stressate dalle trimestrali in perpetuo tracollo. Roba dura, da gente con il pelo sullo stomaco, in perpetua battaglia epocale tra il ciclo e la globalizzazione, sempre in bilico, sempre in guardia.
Ester in verità non aveva in mente di uscire da quell’ingorgo, ma ad un certo punto alzò gli occhi e vide la tabella che indicava centro, a cinque chilometri, e a non più di cinquecento metri le luci dell’autogrill diffuse nella nebbia del paesaggio postindustriale oltre il guard rail.
Centro! La fila si mosse, altro rilascio di frizione, altra trentina di centimetri recuperati all’ingorgo e la bionda in silenzio, sempre a un metro, concentrata sulla targa dell’auto davanti, probabilmente rimuginando ancora sulla telefonata. Ester disse che più di ogni altra cosa, di quell’istante, ricordava la profonda nausea per i continui stacchi pubblicitari alla radio: era una sera quella per una stazione che la allontanasse per un po’ da se stessa, dall’inondazione di pensieri vuoti inoculati dall’ennesima settimana in quella terra. Ricordo che sorrise dicendo tutte queste cose, perché non avrebbero dovuto avere senso per lei che devolveva dodici ore al giorno in spot per clienti così poco interessanti da dimenticarne anche il nome. Ad un tratto, ecco, si ritrovò a ricambiare ancora lo sguardo della bionda, e allora tirò giù il finestrino e mimò il gesto del caffè. Si immagina la scena? Ester di punto e in bianco che in mezzo all’ingorgo di auto, tira giù il finestrino e fa quel gesto a una tipa sconosciuta che colta di sorpresa impiegò, certo, del tempo per farsi un’opinione. Che diavolo voleva quella ragazza accanto, caffè? In quel casino di motori inferociti? Ma doveva essere una sera davvero stramba, perché ci volle solo un attimo per convincerla a innestare la freccia e passare sulla corsia di emergenza. E dietro, Ester, la seguì nel cambio corsia guadagnandosi le invettive scomposte di un paio di volti abbrutiti dalla coda. Per carità anche io avrei fatto così in fondo, perché ogni cambio di corsia, a noi fermi nella nostra carcassa di lamiera, ci crea ansia. Noi ancora abbiamo decine di rate per dichiararlo nostro quel pezzo di ferro, figurarsi se non nutriamo odio per chi deturpa la regolare e matematica disposizione del caos sulla tangenziale. Ester comunque non si curò affatto dell’asimmetria che avevano creato e cinque minuti dopo era nel parcheggio dell’autogrill, insieme alla bionda, a guardare la lenta marcia delle auto nella fila che avevano abbandonato. Qualche presentazione, un minimo di convenevoli e poi entrarono: il posto tutto era tranne che affollato. Una signora con il viso decorato di rughe versò loro del caffè, in due bicchieri di cartone rosso disposti su un vassoio insieme a due sfoglie tonde con l’uvetta. Sedettero di fronte, in un tavolo oltre il distributore di bibite e qualcosa si dissero, perché rimasero lì a parlare per ore. Di questo però Ester non ha mai raccontato nulla. Di tante altre cose di quella serata sì, ma di come avesse spiegato alla tipa quella sua idea non fece mai parola. Dopo anni credo addirittura che non fu neppure necessario, ché le due donne erano pronte, punto. Erano ferme in quell’ingorgo e si erano rese conto che da quelle auto dovevano scendere, con qualunque scusa dovevano fermarsi, mettere la sicura alle portiere e buttare via le chiavi nel fosso vicino la carreggiata, mentre da dietro la siepe, le scie di luci d’auto transitavano nel rumore di rotolamento dei pneumatici di macchine rade, animate da musiche battenti nella notte del fine settimana, fantasmi di una vitalità al più chimica.
Certo a pensarci ora mi chiedo come mai nessuno considerò assurdo che due donne, sui tacchi alti, procedessero in silenzio sulla corsia di emergenza. Ester sostenne per anni che arrivarono alla stazione ferroviaria dopo ore di marcia, ma se devo dire la mia, questo mi fu sempre molto difficile da credere.
Il tenentino mandato dalla questura, ascoltava tutto e prendeva nota con ordine sulla sua Moleskine. Poi disse – «posso vederla?»
Feci di sì con la testa e lo guidai sul retro della villetta. Su una panca di legno chiaro, la donna sedeva e dava loro le spalle; stava così, ad asciugare al sole del primo pomeriggio i capelli biondi bagnati. Di fronte, oltre il dirupo, il mare. Entrambi rimanemmo a guardarla di tanto in tanto ravviarseli, in silenzio, con il solo rumore del vento tiepido nei nostri pensieri.
Finita la conversazione, il tenente mi strinse la mano e infilò il casco scuro in testa.
«Cosa farà adesso?» – chiesi guardandolo mettere in moto.
«Non ne ho idea. Riferisco, penso, e poi se ne occuperà l’ambasciata.»
«Capisco.»
Fatti venti metri girò la moto, tornò verso di me, alzò la visiera – «e la tipa bionda?»
Feci spallucce – «dissolta nel nulla alla prima stazione. Ester disse che si salutarono e da allora… Ma sa che c’è? Secondo me non è mai esistita. Era solo il riflesso di Ester sul vetro, un artefatto della sua immaginazione. L’utile fantasma che le ha consentito di liberarsi da quella noia mortale e rifugiarsi qui.»
«Aveva bisogno di un gancio?»
«Ho impressione di sì!»
«Capisco. Facciamo che anche la Ester che ho visto oggi è solo un personaggio di fantasia: la mia. E che non sono riuscito a trovarla. Dirò questo sì! Comunque tornerò, prima o poi, per chiedere a Ester della bionda e magari per un caffè!» Fece il segno della tazzina con la mano e sorrise.
Lo vidi scomparire oltre il cancello, sgommando sul brecciolino. Poi andai sul retro, le posai una mano sulla spalla e iniziai a guardare il mare. Lei non si scompose – «ti ha chiesto di Ester, vero?»
«Sì, ma gli ho detto che non sapevo chi fosse.»
Un gabbiano dal dirupo spalancò le ali e planò nel nulla, verso il mare lontano.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte terza

dal web

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Il punto d’incontro era l’edicola dei giornali. La vidi alta, slanciata con quella chioma rossa un po’ riccioluta. Provai un misto di stizza, perché un ragazzo la stava importunando, e di gioia, perché era splendida.
“Antonella”. Agitai una mano per attirare la sua attenzione. La ragazza si avviò verso di me, trascinando un trolley blu dalla dimensioni generose.
“Ciao” le dissi, baciandole castamente una guancia.
“Ciao” replicò lei, prendendomi la mano. “Il treno ci aspetta”.
Durante il viaggio la conversazione fu al minimo sindacale. Ero teso, temevo sempre di vedere sbucare un viso conosciuto. Pareva impossibile ma mi capitava tutte le volte che ero in viaggio. Non desideravo far sapere dove mi trovavo. Anche lei era contratta, non aveva il solito cipiglio. Le chiesi all’altezza di Padova perché aveva il viso imbronciato.
“Sei pentita?” le domandai.
“No. Sono felice di poterti conoscere. Però ti percepisco teso” mi rispose, facendo il primo sorriso del viaggio.
Sospirai. Non osavo confidarle i motivi. Provai a mostrarmi disinvolto.
“Non vedo l’ora di essere in albergo” feci, prendendole la mano.
Lei lasciò fare ma era evidente che aspettava una spiegazione che non volevo darle. Alla fine decisi di inventarne una. Sperai che fosse verosimile.
“Hai ragione, sono teso. É l’emozione di sentirti vicino a me. Mi capita sempre, quando desidero con tutte le mie forze l’avverarsi di un sogno a lungo cullato. L’ansia prende il sopravvento” dissi con tutto il calore che possedevo.
Antonella sorrise e mi baciò platealmente. Fui colto di sorpresa. Una volta in più erano loro, le mie donne, che prendevano l’iniziativa. Quel bacio mi riportò indietro negli anni. Avevo circa vent’anni o poco più. La storia con Marinella era naufragata miseramente da tempo. Frequentavo l’università con scarso profitto. Al nostro gruppo di universitari scapestrati e farfalloni si unì una ragazza, non molto alta e un po’ timida. Io corteggiavo senza successo Valeria, prosperosa e alta quanto me. In quell’epoca prediligevo le donne in carne. Del nuovo acquisto quasi non me ne accorsi. La ritenevo insignificante. Io puntavo su Valeria, che invece era sfuggente. Scoprì dopo qualche mese, che lei desiderava Giulio, il mio amico di bisbocce. Erano momenti di vita allegri e spensierati. Lo studio e gli esami non stavano certamente in cima ai nostri pensieri. Organizzammo l’ennesima festa nella villa di un compagno di corso per festeggiare qualcosa. Un motivo per fare baldoria si trovava sempre. Quella sera di maggio, complice il caldo e qualche bicchierino di troppo, ero più farfallone del solito. Stanco di dire e fare cavolate mi appartai, lontano da tutti. Stavo in un angolo del terrazzo al buio, quando avvertì delle labbra calde appoggiarsi sulle mie. Non reagì subito e lasciai fare. Una lingua si insinuò tra denti a esplorare la mia bocca. Strinsi a me quel corpo e con le mani lo esplorai. Lo sentì fremere e aderire al mio. Le nostre bocche parevano incollate con l’attack. Un bacio che non dimenticherò mai. “Chi sei?” domandai con la voce impastata dall’alcol. “Anna”. Così conobbi mia moglie.
Adesso avevo accanto a me un’altra donna, che mi aveva baciato con una passione travolgente. Le mie mani si appoggiarono sul suo corpo. Lei rise e con garbo le spostò. “Devi aver pazienza” mi disse.
Alla stazione di Santa Lucia, decidemmo di prendere una gondola per arrivare all’albergo, che si affacciava sul Canal Grande. Ero impaziente di salire in camera e stringerla a me. Lei si sottrasse con delicatezza alle mie avance. “Mi stropicci il vestito” disse con tono ironico. Compresi che non mi confaceva cominciare per primo. L’iniziativa dovevo lasciarla a lei, perché funzionasse a dovere. Mi guardai intorno: mi apparve da favola la stanza dell’hotel. Tutto merito suo. Aveva organizzato quel fine settimana in maniera impeccabile.
Antonella conosceva bene la mia situazione familiare. Ne avevamo parlato a lungo nelle conversazioni serali. Sapeva che con mia moglie non c’erano screzi o dissapori. Il nostro menage quotidiano procedeva sereno e senza attriti. Eravamo ben affiatati in ogni aspetto della nostra vita in comune. Qualche volta mi poneva delle domande indiscrete come quelle sul sesso. “Non fatte mai all’amore?” mi chiese una sera, cogliendomi di sorpresa. “Sì” risposi. “Quando? Alla notte o di giorno?” mi incalzò. “Quando ne abbiamo voglia” dissi, arrossendo. Su questi argomenti non ero preparato a parlarne. Lei continuò, chiedendomi i particolari, anche quelli più intimi. Tutto volle sapere, mentre io rispondevo sempre meno impacciato. ‘Ho avuto l’impressione che il mio descrivere l’abbia stimolata sessualmente’ mi dissi quella sera, mentre andavo a letto. Non glielo chiesi mai se fosse vero ul mio pensiero. Non mi piaceva parlarne a freddo. Le occasioni per farlo non si presentarono. Il sospetto tuttavia aleggiò tutte le volte che lei tornò sull’argomento.
Prima di scendere per andare a cena nel locale prenotato, Antonella uscì con una battuta che mi lasciò basito.
“Non chiami Anna?” mi fece con tono secco e imperioso. “Puoi parlare liberamente, senza problemi. La conosco talmente bene, che è come se fosse un’amica intima”.
Io tergiversai un attimo, balbettando delle scuse in modo incoerente. Mi sentivo impacciato e incapace di modulare la voce in maniera naturale. Avrei preferito chiamarla in altro momento da solo.
“Se ti senti imbarazzato, ti aspetto nella hall” aggiunse, fingendo di andarsene.
“No, resta” dissi, componendo il numero.
Mentre parlavo con Anna, lei mise la mano sul mio sesso, eccitandomi. Faticavo a parlare con naturalezza. “C’è qualcosa che non va?” mi domandò mia moglie, che avvertiva qualche stranezza nel racconto che le stavo facendo. “No, no. Vorrei essere con te nel nostro lettone. Mi manchi già” mentì spudoratamente, mentre Antonella era impegnata col mio sesso. Col labiale mi disse ‘Stanotte la pagherai cara’. In effetti aveva ragione. Mi lasciò stremato e prosciugato nelle energie. Pareva inesauribile e volle provare tutti i giochi e le posizioni che facevo con Anna. Furono due giorni e due notti da incorniciare. Sembravamo due sposini in luna di miele.
Il viaggio di ritorno fu triste per entrambi, perché dovevamo separarci. A casa dovetti raccontare un sacco di frottole a mia moglie. Avevo abbastanza fantasia per renderle credibili. Quella sera, quando andai a letto dopo la solita chiacchierata con Antonella, la trovai stranamente desta, come se mi stesse aspettando. Il fatto mi stupì. Era la prima volta che non era profondamente addormentata.
“Qualcosa che non va?” le chiesi.
“No” mi rispose. Si avvicinò per farmi capire che voleva fare all’amore. Fu un rapporto pieno di passione da entrambe le parti. Però a pensarci bene, col senno del poi, credevo di stringere Antonella e non Anna.
Dopo quel fine settimana lungo non ci siamo più incontrati o abbiamo trascorso una notte insieme. Un giorno di fine giugno mi telefonò. “Domani sono da te. Accompagno Mario per una causa civile. Ci vediamo per un aperitivo” disse, lasciandomi poche scelte. Mario era uno degli avvocati dello studio legale dove lavorava. Fu un incontro frettoloso e imbarazzante. Forse sarebbe stato meglio non vedersi.
Anna aveva compreso che da quella gita a Venezia qualcosa tra noi si era incrinato. Non ero più quel marito affettuoso di prima. Aveva ragione. Pensavo troppo ad Antonella, alle notti veneziane di sesso sfrenato. Tuttavia anche Antonella aveva mutato atteggiamento durante i nostri colloqui serali. Era più fredda e distaccata. Qualche sera le nostre conversazioni finivano per mancanza di argomenti.
‘Mi devo riavvicinare ad Anna’ mi dissi qualche sera fa. Era come se avessi avuto sentore che il nostro rapporto si era incrinato senza rimedio. ‘Devo chiudere con Antonella. É un vicolo cieco’.
Qualcosa non tornava in quell’urlo disperato, lanciato qualche ora prima. Sembrava che mi avesse letto nel pensiero. ‘Cosa vuole? Perché quel grido esasperato e di rottura?’ mi dissi, sedendomi di nuovo davanti al computer.
‘Cosa posso averle detto per generare quest’odio nei miei confronti? Perché le donne devono sempre essere tanto complicate?’ provai a ragionare.
Riflettei: volevo sapere, perché non capivo. Mi avvicinai al computer per accenderlo. ‘Voglio chiarire!’ mi dissi deciso a puntare a un chiarimento ‘Antonella, chi si crede di essere per trattarmi a quel modo?’
Mi avvicinai alla tastiera per richiamare Messenger e aprire la conversazione. Tuttavia mi fermai. Ero risoluto. ‘Che importa, se non vuole più vedermi, né sentirmi? Peggio per lei!’ Pensai che in fondo questa storia mi rubava troppo tempo e troppe energie. Cominciava a stressarmi, rischiando di perdere Anna e Michela.
‘Non voglio più contattarla. Non ne vale di certo la pena’ conclusi, spegnendo il computer.
Mi avviai in camera da letto. Speravo che Anna fosse desta, perché era da poco che si era ritirata.
“Se non lo è, la sveglio” dissi a bassa voce, deciso a scacciare Antonella dalla mia mente. Sapevo, sentivo, che dopo sarebbe stato meglio. Questa volta avrei stretto a me Anna e non Antonella.

Storie

Storie

Lo ripeteva sempre: non amava le storie complicate.
Quelle hanno bisogno di sfondi e congiunzioni, di partenze e ritorni, di colpi di scena, pure retroattivi.
Plot al sapore di saga.
Per questo soppesava i libri dall’esterno, con sguardi misuratori: smilzi, solo libri smilzi.
Magari blu.
Di dorso.

(i libri blu e stretti spariscono appiattiti contro il bordo della libreria: si stringono senza invadenza. Non possono contenere storie che s’ingarbugliano di meandri )

Nelle storie complicate accadono troppe cose, fra copertine color bordeaux.
Chi legge ha d’avere cuore in eccesso e occhio, anche.
Tanti personaggi a fare fitto nella trama.
E slarghi: le storie complicate hanno sempre una curva del destino, uno spiazzo per parcheggiare una scena grande.
E allora, allora poi tocca cercarli nella folla, i personaggi.
Collocarli è niente, è il seguirli…, ché poi si perdono di vista, fino ad averne roso il cuore.
E il curarli… Curarli è difficile.

Nelle storie complicate ci vuole del bel tempo.
Per fare cadere le cose. Le cose vanno preparate: c’è bisogno di quello che accade prima e di quello che accade dopo, c’è bisogno del “durante”.
Occorre tagliare e ricucire, far collimare i bordi e togliere togliere togliere.
Il personaggio va a letto la sera ed è già mattina. Settimane costipate in tre righe, punto e a capo.
Storie collezioni di sabbia.
Erosioni di pietra pomice.

(dove vanno a finire i brandelli di storia non narrata? Le notti dormite dei personaggi, le pause nella vasca e i viaggi, volante fra le mani e canzoni a pezzi nella gola?Dove vanno a finire le ore con la testa fra le mani? E le attese e  i dialoghi taciuti e le maledizioni dentro gli occhi?La giacchina ben lisciata sul petto dalla contessa, prima di uscire, ore cinque… )

Pensava, il ragazzo nervoso pensava, di fronte alle copertine bordeaux, spesse di vite.
Pensava agli scampoli di storia gettati al vento, per far posto a tutto, a tutti.
Scampoli lasciati lì, a girare nell’aria in cerca di un contatto, filamenti di storie, sbattute come preghiere tibetane.
Brusii vaganti filanti silenti.
Fi-lamentosa voce delle storie a brandelli.
E personaggi dimezzati e contratti, con parole mozze e pensieri a seccare.
Nelle storie complicate, a furia di tagliare, si va a cataloghi di esistenze, si corre, diocomesicorre.
Nelle parole, pesanti del taciuto.

Lui, il ragazzo nervoso l’aveva bene in testa la storia giusta.
Giusta.
Una storia da libro blu.
Una storia in cui non accade nulla.
Solo un gesto, un unico gesto che si compie nell’immediatezza e pianta la sua differenza, foglio sottile che separa la risma.
Una storia in cui niente si trasforma se non nell’impercettibile, nell’indicibile, nell’intrattenibile: nella lentezza del mimo che allarga la bocca nel sorriso di un pianto prossimo.
Cogliere il momento in cui avviene il passaggio di una consegna o l’affidarsi segretamente ad un altro destino.
Sorprendere la vita nel cambio di turno.
La pelle che tradisce la ruga.
La mela verde che diventa rossa.
Il petalo che si aggrazia nel dolce di una curva, staccandosi dal boccio rigido.
L’attimo del grido che si spegne e diventa silenzio.

La storia di un solo, unico volto che si gira piano piano piano ( lieve torsione del collo, capelli indecisi un poco sopra le spalle, ondeggiamento compatto e fluido nel gesto ) e dà il suo profilo alla luce.
E il profilo, di colpo, sicuro, dentro la vita, per sempre.
Come una fenditura.

Rumori

Alice aveva sentito dei rumori provenire dalla cucina. Era assonnata e l’ultima cosa che voleva era tirarsi su dal letto ad ispezionare la casa. In fondo abitava in un paese tranquillo e il suo appartamento affacciava su una delle vie principali del centro storico, luogo troppo in vista per far accadere qualsiasi cosa.
La sveglia sul comodino segnava le 2:34. Solo mossa da un senso di responsabilità, buttò giù le gambe stanche, le infilò nelle infradito e ciabattando ad occhi socchiusi si avviò per il lungo corridoio che portava nel soggiorno, lanciando un’occhiata alla camera dove le bambine dormivano pienamente. Sembrava apparentemente tutto tranquillo. Entrò in cucina e si avviò verso il lavello a luci spente. La cascata dell’acqua dal rubinetto dentro al bicchiere la svegliò completamente. La sua gola mandò giù ampie sorsate con rumori sordi. Sembrava che il sonno del vicinato dipendesse dalla sua abilità di deglutire in maniera silenziosa , anche se non ne era capace, e in quello spazio di mattonelle tra il tavolo e il lavello tutto sembrava amplificato.
Chi se ne frega – pensò.
Posò il bicchiere, si avviò a letto e solo dopo aver varcato la soglia tra la cucina e il soggiorno si accorse che la mascherina dell’accensione delle luci era sradicata dal muro e i fili penzolavano scomposti. Un fremito le corse lungo la spina dorsale, quando vide che tutte le prese sembravano degli impiccati sospesi nel vuoto. Provò ad accendere le luci lo stesso, in un gesto disperato di non voler comprendere la realtà, ma niente, i fili erano recisi e rischiò solo di prendere la scossa. Scrutò immobile l’oscurità immobile. Un silenzio ora avvolgeva la stanza. Nessun movimento. Tutta la sensazione nebulosa della violazione. Chi poteva essere stato? Perché? Dov’era adesso? La stava guardando di nascosto? Il pensiero corse alle bambine ma le gambe erano ferme, la costringevano ad essere inchiodata a guardare una scena surreale. Gli occhi vigili, invece, tentavano di trovare l’anomalia, la matassa del filo aggrovigliato. Eppure l’anomalia c’era, quel qualcosa che non era lì qualche ora prima e che stonava in mezzo al tappeto. Non un gioco, sembrava piuttosto il corpo di un animale, che la luce esterna deformava e trasformava un po’. Scorgeva appena un muso allungato e più su due piccole orecchie. Solo quello, niente corpo. Il sapore del vomito le salí in gola, ma decide di rimandarlo giù per non gridare. Doveva reagire. Scrolló la testa, aveva il fiato corto, chiuse gli occhi per concentrarsi, per cercare di muovere velocemente le gambe.
Si svegliò sudata con le gambe in corsa che avevano calciato e appallottolato le lenzuola ai bordi del letto. Quando realizzò che stava solo sognando rallentó le gambe, controlló il respiro e si calmó, anche se non del tutto. Erano le 2:34. Doveva alzarsi, bere qualcosa, ma il solo pensiero di andare di là la faceva tremare. Vinse la paura, si alzò, passò prima dal bagno poi si diresse velocemente in cucina, buttando un occhio nella stanza delle bambine che dormivano profondamente. Entrò in cucina a luci spente, aprì il fracasso dell’acqua che la svegliò, bevve e si avviò di nuovo verso la camera da letto, passando dal soggiorno. C’era qualcosa di strano al centro del tappeto che decise di controllare meglio al mattino. Ignoró le prese della luce e i brividi lungo la schiena. Le luci dell’alba avrebbero riportato tutto alle giuste dimensioni.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte seconda

dal web

dal web

‘É vero. Il nostro rapporto è strano’ ragionò Dario, allungando le gambe sotto la scrivania. ‘Tuttavia è abbastanza normale nell’era di Internet. Conoscersi sul web, scriversi mail, chattare parlando di tutto, fare amicizia, non solo virtuale, affezionarsi, è diventato uno standard abituale’.

Dopo quei primi scambi sul blog, era scattato una sorta di feeling, che si era cementato giorno dopo giorno. ‘Sì, abbiamo stretta un’amicizia, che forse andava un pelo al di là del virtuale’ si disse, sorseggiando il Pinot grigio, ormai caldo. Si sentivano ogni giorno immancabilmente dopo le dieci di sera. Era il momento in cui sia Dario che Antonella restavano soli dopo aver assolti i doveri familiari. Anna, la moglie di Dario, dopo aver messo a letto Michela, l’unica figlia, si ritirava in camera a guardare il televisore. In realtà si addormentava quasi subito, mentre sullo schermo scorrevano le immagini, che non erano viste da nessuno. Lui, quando la raggiungeva in camera, lo spegneva. Antonella era single, anche se occasionalmente le teneva compagnia Donato. Lei lavorava in uno studio di avvocati come segretaria e spesso tornava nel suo monolocale solo alle venti, se non più tardi. Però alle dieci doveva essere davanti al monitor, cascasse il mondo. A volte col piatto della cena. Se per qualche fortuito motivo non poteva collegarsi, restava in ansia, finché non si erano parlati. Anche a notte fonda. Lui l’aspettava pazientemente.

Dario ricordò, quando finalmente l’aveva conosciuta di persona. Il desiderio di incontrarla l’aveva sfiorato più volte, prima di quella fatidica volta. Tuttavia uno strano timore l’aveva bloccato a lungo e l’aveva fatto desistere dal proposito. ‘Se non è, come la immagino? Nel mio subconscio la vedo coi capelli rossi e gli occhi verdi azzurri. Alta, slanciata quanto lui. Dal fisico da adolescente col seno appena accennato’ si diceva, quando era colto dal desiderio di vederla di persona. ‘Se mi delude? Se non è, come la sogno? Ma sarebbe una situazione peggiore se fossi io a provocarle una delusione’.

Questa sensazione di frustrazione e di impotenza durò qualche settimana, finché non attivarono le webcam. Solo in quel momento Dario comprese, come le sue incertezze fossero prive di consistenza. Erano semplici e banali timori, dettati dalla gran voglia di conoscerla.

Fu Antonella a prendere in mano la situazione. Una sera di fine maggio disse senza tanti giri di parole: “Il prossimo week end non ho impegni con nessuno. Possiamo vederci di persona”. Una frase secca e imperiosa buttata lì ma che ammetteva una sola risposta ‘Sì’. Dario fu colto alla sprovvista e rispose: “Certamente. Dove?”

Ti va Venezia? É un terreno neutro per entrambi” scrisse nella chat.

Perfetto. Pensavo anch’io a quella destinazione” replicò, mentendo. In realtà aveva sempre sperato di trovare le giuste parole per introdurre l’argomento senza riuscirci. Adesso era stato preceduto.

Bene. Prenoto una matrimoniale”. Antonella chiuse l’argomento per passare ad altro.

Dario rammentava con chiarezza il senso di vertigine che l’aveva colto nell’accettare quel primo incontro. Doveva inventare una scusa plausibile con Anna. Fisicamente non l’aveva mai tradita in dieci anni di matrimonio. Questa poteva costituire la prima volta ma anche un precedente pericoloso. Però Antonella era in cima ai suoi desideri. Era come l’aveva sempre immaginata e di certo non avrebbe costituito una delusione nemmeno a letto.

Inventò una scusa professionale per evitare che la moglie volesse accompagnarlo. ‘Un seminario. Sarà una noia terribile. Un week end sprecato’ le disse, quando le comunicò che sarebbe partito per Venezia il venerdì pomeriggio e sarebbe tornato il lunedì mattina. Un fine settimana lungo senza dubbio ma aveva deciso così Antonella e lui si era adeguato di buon grado.

Prese due giornate di ferie il venerdì e il lunedì, preparò una valigia leggera come era suo costume. Anna insistette per un secondo vestito elegante. ‘Hai detto che ci sarà la cena di gala sabato sera? Quindi questo gessato con la camicia di lino blu va benissimo’. A mezzogiorno di venerdì salì sul treno per Milano. ‘Ci troviamo con gli altri colleghi in Stazione Centrale. Poi facciamo il viaggio tutti insieme per Venezia’ le disse per giustificare il giro strano. Era tutto eccitato come quando diciassettenne aveva fatto per la prima volta all’amore. Nella mente scorrevano le immagini di quel giorno di settembre soleggiato ma fresco.

«Anche quella volta era stata Marinella a prendere l’iniziativa. Lei aveva sedici anni. Io diciassette». Sorrise. Sembrava che fosse un refrain, una costante per Dario che le donne, che erano state importanti, avessero sempre iniziato loro per prime. «Anna, Antonella, Marinella. Ella si fanno chiamare entrambe. Sembra che un filo invisibile leghi queste due ragazze diverse in tutto». Lui si abbandona sullo schienale nel vortice dei ricordi, mentre il treno procede veloce. «Lasciato l’asfalto abbiamo infilato un viottolo di campagna con le nostre biciclette. Lei guidava con sicurezza verso un posto, che al momento non appariva. La leggera scia di polvere sollevata dalle ruote si perdeva dietro di noi. Abbiamo fiancheggiato campi stopposi e gialli, filari di uva nera, che stava maturando. Dietro un piccolo boschetto siamo sbucati in un’aia assolata, dominata da un casolare malmesso. “Vieni. Mettiamo le biciclette sotto questa tettoia” mi disse, prendendomi per mano». Dario scosse la testa, perché se non fosse stato per lei, lui non avrebbe combinato nulla come le volte precedenti. «Entrati, sul pavimento di mattonelle rosse sconnesse e polverose stava un materasso dal colore indefinito. Io mi guardavo intorno smarrito. Marinella sicura e calma tolse dallo zaino una stuoia di canapone, ruvida e fresca. Sembrava pratica del luogo. Lo sistemò sul materasso e mi invitò a raggiungerla. Ero impacciato ma osservavo quel corpo appena abbozzato con voglia e desiderio ben visibile. “Dai! Che fai lì, impalato?” esclama ridendo. Indossava un top azzurro e dei pantaloncini corti e leggeri. La pedalata e qualcosa d’altro aveva inumidito il cavallo. “Li hai comprati, vero? Non ti sei dimenticato come l’altra volta?” Annuì con il capo e presi la scatola dal mio zaino». Dario si disse che era veramente imbranato allora. Rammentò la scena quasi fantozziana in farmacia, quando in un sussurro chiese alla giovane farmacista una scatola di Durex. «Lei alzando la voce, affinché la domanda fosse chiara, mi domandò: “Quelli extra sensibili o normali?” Tutti si girarono e io divenni rosso come un peperone. “Quelli sottili” dissi talmente piano, che lei non capì. “Più forte, prego” mi incitò la farmacista, che pareva godere del mio imbarazzo. “Quelli sottili” replicai. “Una confezione da dieci o da cinque?” mi incalzò, mentre sentivo su di me tutti gli sguardi di riprovazione di clienti e commessi. “Da dieci” dissi per mettere fine al supplizio». Dario allungò le gambe, prima di riprendere il filo della memoria. «Un amico mi aveva detto che, se lei fosse vergine, l’uso avrebbe provocato un macello. Quindi provai a esternare i miei dubbi con lei. “Ma mi hanno detto…” cominciai, subito interrotto. “Pensi di essere il primo? Arrivi in ritardo” fece, tirandomi a sé sul canapone.»

Nel momento in cui Dario stava pensando, quando le aveva infilato le mani sotto il top alla ricerca di quei minuscoli capezzoli, una voce gracchiante lo distolse dai suoi pensieri. ‘Milano. Milano, stazione Centrale’.

Si preparò a scendere e raggiungere Antonella nel punto prestabilito

IL SIGNOR LEI

Il signor Lei era un tipo tutto d’un pezzo. Uno di quelli che lasciano a bocca aperta per l’atteggiamento che adottano davanti ad ogni situazione. Uno di quelli cui non va mai bene niente, anche perché solo il loro punto di vista è quello giusto. Il signor Lei lavorava presso uno stabilimento che produceva tutto ciò che era producibile e ricopriva non solo il ruolo di dirigente, ma anche quello di proprietario e spesso quello di operaio, tanto solo lui sapeva fare bene sia questo che quello. All’occorrenza era ingegnere, a volte commendatore, spesso finanziere e qualcuno mi ha detto che l’ha visto anche nel ruolo di medico. Un signor tuttologo, o per meglio dire: un signor Lei.
E accadde che anche per lui giunse il giorno del trapasso. Morto come una qualsiasi persona, e già per questo fece storie. E le fece direttamente al Padreterno, che per errore non gli aveva dato del lei.
“Sei morto, caro amico” gli aveva detto per l’esattezza. “E’ morto, semmai” aveva rimarcato il signor Lei.
Dio era rimasto basito davanti ad un affronto becero e per nulla costruttivo. Anzi, lo trovò blasfemo. Non gli era mai capitato che qualcuno lo obbligasse a dargli del lei. “Se ho mandato in croce mio figlio per voi…” aveva risposto Dio, lasciando sottinteso il resto.
Ma la situazione peggiorò quando al funerale del signor Lei si presentarono solo poche persone.
“Ma lo vedi”, disse il signor Lei a Dio, non facendosi problemi a dargli del tu. “Ma lo vedi quanta poca gente? Ed io che mi sono sacrificato per tutti”. Dio scosse la testa, cercando di capire dove avesse sbagliato: se l’errore era nella nascita o nella morte di questo signor Lei. Dio disse: “Mai ti sei sacrificato per gli altri. Sempre hai anteposto il tuo io senza ascoltarli, ed è per questo che ora sono pochi quelli che seguono il tuo funerale. Ma quelli, quei pochi, sono coloro che provano davvero pietà, e sono le preghiere di quegli umili che ti permetteranno di avere un nome almeno in paradiso”. Il signor Lei si prostrò.
Intanto, giù al funerale, i pochi presenti stavano abbandonando la chiesa per accompagnare la salma al cimitero. Un cane abbaiò e lo fece digrignando i denti. Sembrava infastidito. Gli astanti tirarono un legno addosso al cane per farlo scappare, ma il cane puntò le zampe e si mise davanti all’auto che trasportava la bara. “Sarà il cane del morto”, disse qualcuno. “Non aveva cani”, disse un altro.
Era semplicemente un bastardo.

di Stefano Re