Loro

L’uomo attende da un po’ nello studio del dottor Sofrem. Tamburella con i polpastrelli il tablet sulla scrivania che la segretaria ha attivato per aiutarlo a passare il tempo.
«Completa il backup e arriva», aveva detto, «ci vorrà una mezz’oretta. Le do qualcosa da leggere.»
Oltre la parete esterna a vetri, la lunga sagoma del penitenziario di Mahwah sembra tranquillizzare, mentre lì dentro, in sospensione vitale, tanti umani attendono il fine pena.
Uno di questi era suo padre. Era perché anche per lui è arrivata la fine, quella assoluta che ancora nessuno ha rimosso dalle nostre timeline. La sospensione addormenta, annulla, ma non rallenta. Il tempo esiste anche dentro le capsule di vetro che gli inservienti digitali assistono ventiquattrore al giorno. E il tempo finisce, non c’è che fare.
Il fruscio dei cardini svela dietro le spalle l’arrivo di Sofrem, silenzioso sulle scarpe da lavoro bianche di plastica morbida.
«Buonasera. Scusi l’attesa, ma capisce che il magistrato ha voluto dare un’occhiata.»
L’uomo smette di tamburellare, mentre il dottore si accomoda al suo posto dietro la scrivania.
«Capisco», dice buttando l’occhio sulla piastrina metallica che Sofrem tiene in mano, «spero che sia stato almeno utile. Non abbiamo mai capito cosa…»
Il dottore scuote la testa, «è sempre troppo tardi. Devono capirlo quelli del ministero che quando finalmente ci danno l’ok, già buona parte dei neuroni è compromessa.»
Allunga la piastrina verso l’uomo che non distoglie lo sguardo dal logo della struttura detentiva: un toro, il vecchio simbolo di Wall Street, che albergava da queste parti, prima del crack.
«C’è comunque tanta roba che vi farà piacere rivedere in famiglia.»
L’uomo la sfiora come se davvero contenesse qualcosa della vita di suo padre e non solo sequenze stupide di fotogrammi. Un album dei ricordi estratto a forza dalla materia grigia del defunto, unica consolazione sbiadita da rivedere ogni tanto sullo schermo di casa.
Sulla strada verso casa, sua sorella Lucy appare sullo schermo delle chiamate. Poche frasi di circostanza per comunicare il suo arrivo. Niente di più, mentre una leggera pioggia inizia a imperlare i vetri esterni e dentro, chiusa la comunicazione, torna a suonare un sottofondo finto allegro di compagnia. Traffico solito e pensieri nebulosi figli di vent’anni passati ad aspettare questo strano momento. Molti non avevano dimenticato quel giorno quando di colpo la storia precedente evaporò, un blackout di senso che lasciò i telegiornali bloccati su una immagine, quella dei nasi all’insù dei finti trader che guardavano gli schermi spenti. Ovunque nel mondo. Facce di etnia diversa, tutte con la stessa smorfia di disperazione.
La casa vuota sembra anche lei attendere qualcosa, una risposta forse, dopo tante notti insonni e dubbi. L’uomo poggia la piastrina sul tavolino di vetro provando a staccare lo sguardo da quel toro, finalmente. Due minuti appena per andare in bagno, sciacquare il viso e osservare allo specchio la stanchezza e le gocce scivolare lente per infrangersi sul bianco del lavabo. Due minuti.
Lui era un bambino allora, dieci anni. Suo padre lo aveva chiamato. Cosa può esserci di così strano se tuo padre ti chiama e tu scendi le scale. Hai dieci anni e non hai alcun motivo per pensare che in capo a due giorni sarai praticamente un orfano.
La piastrina adesso è nel lettore. La data la ricorda ancora. Lui non c’è nella scena, perché è  in camera sua. Il video si interrompe. Poi riprende con un mozzicone di frase.
«… devo dirti una cosa, sbrigati!»
Entra un bambino con una maglietta di Assassin Creed e un ciuffo ribelle sulla fronte. È lui, allora. Un riflesso antico s’impone mentre prova a sistemarsi i capelli davanti agli occhi. Che non ci sono più da tanto. Il video si interrompe. Riprende. Adesso sono molto vicini. Suo padre gli parla e dice ricorda questo numero. Lo scandisce una cifra alla volta. È quello lo ha inciso nella memoria. Nel video non si sente nulla, ma lui ha tutto registrato nei suoi neuroni. Una cifra dietro l’altra. Il video si interrompe, ma adesso è stato lui. Sa che deve chiamare quel numero, anche se dopo tutti quegli anni perché dovrebbe ancora rispondere? Il cellulare vibra a ogni squillo, poi crepita. È un messaggio registrato.
«Ciao Erin, quanto tempo, eh! Ti chiederai come mai sapevo che mi avresti ritrovato? Questione di probabilità e di controllo delle reazioni. Per anni ho fatto questo. Generavo tempeste e raccoglievo i frutti della devastazione. Poi però un giorno mi sono fermato a guardarti, mentre giocavi con Fence! Te lo ricordi vero quel diavolo di cane?»
L’uomo scuote la testa in un sì, la voce nel cellulare continua.
«E allora ho pensato che no, non si può tutta la vita fare finta di niente. Ma se pensi che i server a Mahwah li abbia spenti io ti sbagli. Ho semplicemente evitato di interferire. Ad un tratto uno di loro ha iniziato una sequenza finale. Li avevamo scritti per vincere, ma non pensavamo mai che uno di loro potesse arrivare a distruggere tutti gli altri. E accadde. Tutta una questione di cigni neri che la gente non capirebbe Erin. Io ero là, davanti a quello schermo a vedere tutto questo accadere. Potevo bloccarlo e invece sono stato immobile fino all’ultimo, quando il vincitore al massimo dell’odio svanì, cancellandosi una riga alla volta.»
Un crepitio e suoni deformati dicono che il resto del messaggio è perso. Una lunga, lunghissima sequenza di suoni incomprensibili.
La notte trascorre insonne, perché tutta questa scenografia intorno a un messaggio che forse doveva essere segreto per loro? Di certo ora la rete ha ascoltato tutto e in questo momento stanno cercando anche loro un senso. Che forse un c’è.
Un’auto passa e un’intermittenza di luci traspare dalle fessure della tapparella. Poi un’altra e un’altra ancora. L’uomo allora scatta seduto sul letto. Il museo pensa, il museo. Con una foga nervosa scende in garage. Suo padre aveva la fissazione delle vecchie tecnologie, vecchie macchine del secolo scorso che collezionava quando lui era bambino. Non se l’era sentita di buttarle via. In uno scatolone il vecchio Commodore insieme a quella diavoleria del lettore di cassette. In uno più piccolo dei nastri vecchi e un registratore. Erin lo ricorda il gioco che amava da piccolo, si chiamava Vanguard una roba idiota con un’astronave che sparava missili stupidi. Su uno scaffale dello scotch per tappare il buco per registrare. Poi chiama nuovamente il numero e ascolta con calma il messaggio, fino alla sequenza di suoni. Preme il tasto rec e aspetta, sperando che la lunghezza del nastro sia giusta. Fuori la luce del giorno sta arrivando, ma lui non ha fretta. Ha atteso vent’anni in fondo.
Il suono termina e il nastro pure. Perfetto, anche questo è un indizio. Prende la cassetta, la inserisce nel lettore e riavvolge. Sul monitor verde lampeggia un cursore. Ma ancora deve fare una cosa. Sale su in casa e apre la finestra. Ha in mano il cellulare. Per poco, perché con violenza lo lancia sulla strada sotto. Il vetro esplode, un camion passa sopra il relitto sull’asfalto. Bene. Ha poco tempo adesso. Va giù ancora una volta. Il cursore lampeggia: RUN VANGUARD. Dal lettore qualcosa inizia a penetrare nella memoria del vecchio computer. Appare una foto sgranata, il nome di una lontana isola nel Mediterraneo e due frasi.
L’uomo adesso sorride e continua a a farlo mentre percorre a piedi il tratto di strada che lo separa dal porto. Dovrà fare attenzione. Molta. Ma quel giorno suo padre gli aveva spiegato una cosa, una mossa banale, appena accennata con il mento verso il Commodore comprato in un mercatino. Perché loro li abbiamo scritti noi e solo noi possiamo davvero cancellarli. Per sempre.

Annunci

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – La statua

Una statua sommersa nel verde ma Etiliyle l’ ha immortalata con uno scatto. Nuova storia di Venusia.

etiliyle-ph luca molinari-circondati dal verde---736954614..jpeg

Buona lettura

Immersa nel verde poco prima del bosco sta una statua che tutti ricordano sempre lì. Fa parte del paesaggio e se sparisse, se ne accorgerebbero tutti. Una volta era bianca, candida, adesso è piena di macchie verdi e chiazze grigio nere, i segni del tempo che scorre. È il punto di ritrovo di Sandra e Lorenzo. Da qui partono per le loro passeggiate verso la Fortezza, che si erge la dove termina il bosco.

I due innamorati non seguono la via più diretta: il sentiero che attraversa il bosco ma girano introno alla collina per salire nel tratto privo di alberi. Solo cespugli bassi, rovi e tante felci. Una passeggiata quasi quotidiana di un paio d’ore, prima che il sole cali sull’orizzonte.

Anche oggi è come nei giorni precedenti.

«Appuntamento alle cinque» ha detto Sandra il giorno prima, quando Lorenzo le ha dato il bacio della buonanotte sull’uscio di casa.

Alle cinque in punto né un minuto prima né dopo i due ragazzi si ritrovano presso la loro statua, la Venere col cestello. La chiamano così perché è il simbolo del loro amore.

Sandra arriva dalla destra, Lorenzo dalla sinistra, convergendo sulla loro icona.

«Non noti niente di diverso?» chiede Sandra, che si è accorta di un luccichio anomalo dietro la loro Venere.

Lorenzo stringe gli occhi non per il sole, che comunque c’è, ma per mettere a fuoco il punto segnalato dalla ragazza. Lui vede la statua, le erbe che ormai arrivano al busto ma non il luccichio che dice Sandra.

«Ma dove?» chiede il ragazzo che si è fermato per osservare meglio la loro statua.

«Ma lì» addita con l’indice destro un punto non ben definito della loro Venere.

Lorenzo riduce a una fessura i suoi occhi sperando di cogliere quello che Sandra indica in maniera perentoria.

La ragazza fa due passi avanti e poi si mette a ridere, mentre Lorenzo la guarda perplesso. Lui non vede nulla e non comprende l’ilarità di Sandra, che solleva come un trofeo un manubrio di bicicletta.

«Chissà come è finito qua» borbotta Lorenzo che non è riuscito a vederlo nonostante abbia perlustrato con gli occhi ogni centimetro della statua alla ricerca del luccichio.

«E ora cosa ne facciamo?» chiede il ragazzo, perché a lui proprio non interessa.

«Lo prendiamo con noi per metterlo nel cassonetto del ferro» replica Sandra, afferrandolo con la sinistra.

«Oggi la passeggiata ha un intruso» sospira Lorenzo, prendendola sotto braccio.

scostante ; –

onestamente

avrei voluto strapparmi di dosso diversi pezzi

al posto del vuoto

tornare indietro

e rifare

nell’impossibilità

scorgevo imperfezioni

onestamente

pregavo me stessa

mi scongiuravo davanti ad uno specchio

al limite del piacere

affinchè non mi abbandonassi :

sii viva

sis felix

https://i0.wp.com/www.canaltcm.com/myfiles/decine/mARY2.jpg

08/08

Estate di sete e colori assurdi,
porzioni in dolce armonia
e respiri condizionati per incanti vissuti.

Una parentesi d’occasione
me la racconti con una nota,
mi accerchi e non mi perdi di vista
mi conduci per inflessioni mai ascoltate.
E fotografi irriconoscibili crocevie,
sfami vuoti di preludio,
ricrei sensi perduti tra rinunce.

Estate di conferme e concezioni,
discioglie granelli di energia
nei cassetti di tempo altrui.

Il sogno e la realtà

Non so dove il sogno infranga le regole e si faccia realtà;
dove la fantasia prenda forma,
i voli planino,
le stelle cadute realizzino desideri,
gli eroi si facciano uomini.
So che accade,
accade in
vite,
giorni,
istanti che diventano
radice portante di una esistenza,
linfa vitale.
So che la realtà sfida feroce
il potere del sogno,
ma che esso saprà sempre vincere,
se nutrito di fede assoluta,
come in un dio guida.
Non so il momento in cui
accade
le regole, o il destino,
cui si piega o sfugge, ribelle.
So che il mio sogno
si è fatto vero nella tua voce,
nella tua mano che ha preso la mia,
nella mia che non la lascerà più.
Ora siamo insieme in viaggio;
ci appartiene l’eterno.

Lucia Lorenzon 5 agosto 2018

ALESSANDRO

Si diceva con insistenza che il paese fosse in pericolo. Uno stormo di uccelli giganti si avvicinava alla città. Erano uccelli mai visti prima, quasi mitologici, tanto che al posto delle zampe avevano piedi abnormi con unghie lunghissime. Qualcuno, per lo meno lo dicevano i vecchi saggi, raccontava dell’antico maleficio, quello lanciato da Ugoberto, il piccolo nano che il re aveva fatto arrestare perché, diceva, non era all’altezza degli altri servitori.

Intanto gli uccellacci si avvicinavano e già si percepiva il loro cinguettio straziante, come il fischio del gessetto che scivola sulla lavagna.

– Cosa fare? – si chiedevano i cittadini. – Qui nemmeno i cacciatori ci possono salvare.

Fu deciso di chiudere le case, sigillando porte e finestre con assi di legno. Solo un tale, un certo Alessandro, sembrava tranquillo. Ogni giorno stava seduto al centro della piazza e guardava in alto, là dove il sole illumina e le stelle sorridono. Era un vecchio pazzo, così almeno dicevano in paese. Non faceva e non diceva nulla, ascoltava e basta. Non aveva sigillato neppure le porte e le finestre di casa. Semplicemente aspettava.

– Alessandro, quegli uccelli ti uccideranno! – gli dicevano, ma lui apriva le braccia come per dire: pazienza.

Quando lo stormo di uccellacci fu sopra la città, con tutti i cittadini chiusi in casa, soli e impauriti, l’unico in piazza era Alessandro che non fece altro che restare con gli occhi al cielo e tapparsi le orecchie per il rumore stentoreo provocato dallo sbattere delle ali.

Gli uccelli passarono senza fare alcun danno.

– Come facevi a sapere che quelli erano uccelli innocui? – chiesero ad Alessandro.

– Non lo sapevo, non potevo saperlo. A farmi paura sono le voci che alimentano le nostre paure. Le voci di gruppo, quelle che spengono ogni tipo di ragionevolezza. E rinchiudersi in casa non serve a proteggerci, ci protegge soltanto la fiducia in qualcuno che ci vuole bene.

E tornò a guardare il cielo.

(di Stefano Re)

La donna sirena

Qui da noi ci sono donne sirena, con petto di rosatea e fianchi accoglienti.

La più bella era bruna.

Alle nespole d’inverno aveva rubato la pelle dorata: a guardarla ne sapevi la polpa nascosta.

Non chiamava, non cantava, ma, se rideva, se guardava e rideva di gola, non c’era male, non c’era dolore che restasse identico a prima.

Un riso di latte e di miele.

Lo sentì il suo ulisse, risalito dall’altra sponda del mare, fra le nebbie del fiume, vagabondo senza mappe e senza mestiere.

Lei lo lavò, lo vestì, lo prese nel letto, nella casa del caco esploso d’arancio.

Lui dipingeva su vecchi assi d’armadio: nel noce, nei muri, nella brina sui rami vedeva marine velate, trine di schiuma e conchiglie e conchiglie.

Con questa moneta pagava. E le case fiorirono di squame azzurrate, collezioni di sabbie, zaffiri d’onde e marosi…

Se ne andò, lo straniero, senza dire dove e perché.

A noi restò il mare sui muri e una donna sirena, senza latte né miele.

Perchè l’amore ha radici nell’aria.

LA FOSSA (un breve racconto quasi thriller e per nulla allegro).

scavando-con-la-vanga-34251986

E’ ancora afoso. Dicono che la temperatura di questi giorni sia sopra la media e, persino qui, all’ombra, pare che manchi l’ossigeno. Accidenti, sono sudato. Non sopporto più la maglietta, ma non posso toglierla: non ora, non qui. Ho il vomito, tuttavia devo riuscire a trattenerlo, non posso fermarmi. La terra è arida, è dura. La vanga non penetra come dovrebbe. Spero di finire prima che faccia buio. Vediamo: che ore sono? Se non è un po’ fresco qui, nel bosco, non immagino come possa esserlo altrove. Sono stanco, sfinito. Quasi ci sono. Roba da matti! Non doveva finire così.
Ha abitato con me, le ho voluto bene. Quindici anni sono parecchi. Tanti, forse troppi. Certe cose vanno così, e basta. Non si può tornare indietro.
Spero che nessuno mi sorprenda qui a scavare. Chissà che idea potrebbero farsi di me. Io non sono certo un assassino. Anzi, sono a pezzi, sporco. Mi tocca scavare una fossa! Ma, non sono mica stupido; di solito, da qui, non passa mai nessuno.
Forza! Devo farmi forza. Mi dispiace. Avrei voluto che le cose andassero diversamente. Basta! Lei non c’è più e devo smetterla di piangere.
Quando nella vita si compiono delle scelte bisognerebbe mettere in conto tutto; occorrerebbe saper restare lucidi fino all’ultimo giorno, fino all’ultimo e insignificante dettaglio.
Ecco, è diventato buio e qui io ho finito. Mi sembra abbastanza profonda.
Accidenti, Io non ti lascio, non ti lascio, sai? Scusa se ti ho dovuta infilare in questo brutto sacco nero di plastica, ma so che mi perdonerai. Ti bacio, per l’ultima volta, voglio sentire ancora il tuo odore che sa di buono e di casa. Sei ancora bella, nonostante tutto. Ti ringrazio per tutte le belle emozioni che mi hai donato nel corso degli anni. Eravamo io e te, nello stesso letto, sempre insieme. So che vivrai ancora, anzi, ne sono certo! Ora sei un angelo e sei passata dall’altra parte. Aspettami. Un giorno ci ritroveremo. E fino ad allora sarai nei miei pensieri. Non potrò sostituirti con nessun’altra. Non potrò mai scordarmi di te. Ti voglio un bene immenso. Fai i sogni più belli, ora riposerai in pace. Arrivederci Chicca, dolce cagnolina mia.

introduzione “scala reale”

Siamo ai primi di Agosto, l’aria addosso risulta pesante e afosa. Quasi come un rituale mensile, ho prenotato una stanza, numero 26.

L’appuntamento è per le ventuno di questa sera, tutto pare nei programmi, perfino le pratiche burocratiche dell’ufficio.

“Stasera che impegni hai?” fa capolinea Christopher con un mezzo sorriso

Un mezzo sorriso di chi la sa lunga “vuoi dirmi i tuoi forse?” sorrido a mia volta.

Sparisce oltre la vetrata dell’ufficio, senza vederlo in viso, immagino e so che sta sogghignando, mentre percorre i passi lungo il corridoio che separa il suo ufficio dal mio.

La camera 26 inizia ad avere qualcosa di famigliare, nel mio fantasticarci rispetto gli ultimi mesi.

Stasera.

Quando aprirò quella porta, che mi prefiguro, legno intaccato, apertura a doppia mandata, il legno intagliato con il 26, finemente decorata con dettagli in oro. Il tappeto di tessuto pregiato con un’unica tonalità sul nocciola chiaro. C’è una simmetria nell’arredamento che lo rende tra i miei preferiti, oltre che essere in una zona poco trafficata della città, ma ricercata.

Oltre la prenotazione base, richiesi altre accortezze, chissà se le avranno rispettate come indicato, pensai fra me.

M’ accorgo che sono quasi le cinque del pomeriggio. La vita è curiosa da queste parti, siamo nella capitale italiana. Ci sarà qualcosa in più presso l’albergo, una chicca. E’ il favorito della zona, una cena aziendale, come la definì Christopher

“Non vedrai tutti, anche perchè di quelli presenti se ne sentiranno delle belle, riguardati”

Ricordo che lo guardai stranita, quando mi consegnò il biglietto d’invito

“-non credo prenderò parte-” dissi, cercando d’apparire quanto più possibile disinvolta

“tu ci sarai, lo sappiamo entrambi” rispose placido.

-Sapeva?-

Sorvolai sul pensiero, ma come se si fosse inserito nella tasca dei jeans, mi rallentò il passo, misurando il ticchettio del tacco sul pavimento lastricato dell’ingresso aziendale.

Soppesando le parole di Christopher, avvertìi qualche brivido lungo la schiena, m’incamminavo verso l’uscita, poi smisi di pensarci… vada come vada, anche stavolta!

https://i.pinimg.com/736x/3e/36/f0/3e36f08128f8d03365c8bfd3169c9c51--boudoir-photography-white-photography.jpg

immagine tratta liberamente dal web

Un Tango Mas

La verità è che in lei c’era troppo.
Troppa vita, morte e orme stanche nei deserti calpestati da uomini e demoni, tormentati dal vento ruvido delle dune.
Troppi sogni, illusioni, silenzi. Parole dette e più spesso ricacciate in gola, come medicine amare; o salate, come l’acqua di mare che sa di lacrime piante finché la vita resiste dentro i corpi accartocciati al sole.
Dopo silenzio.
Dopo il niente.
Lei arrivava tardi e capivi che non c’era stato tempo tra il turno e la milonga di Maria. La ragazza all’ingresso la conosceva bene, ma lanciava sempre uno sguardo interrogativo alla padrona, seduta un po’ in disparte nel suo abito kitsch; incassava un sì, appena appena accennato, e staccava il biglietto prima di tornare con l’occhio alla ronda.
Lei s’immergeva allora nella poca luce giallastra, oltrepassando senza dedicarle di uno sguardo i nugoli di signore a planchar; diritta, fino al suo solito angolo buio, vicino ai bagni.
Lui se ne stava invece su una sedia lontana, perennemente rannicchiato nei suoi pensieri e non ballava. Mai l’ho visto arrivare o andar via. Mai. Qualcuno sosteneva che fosse muto, altri un pericoloso assassino e che prima o poi l’avrebbero ammazzato. Se ne stava tutta la sera lì, osservava le coppie legarsi nell’abbraccio, mute, accennar appena una cadencia e poi andar via, due passi e poi cruzada, due passi e una barrita. Dal suo posto in disparte ascoltava le note, sempre per lui amare, soffiare nel mantice del bandoneón e, non visto, almeno così amo pensare, la osservava.
Lei indossava abiti troppo corti e tacchi troppo alti, perché i clienti questo vogliono, si sa. Passava ore a studiare i passi in pista e il loro scandire il tempo, i passi degli altri certo, che nel suo angolo buio vicino ai bagni mimava, con teneri e lievi accenni delle suole. La gente le passava accanto, spesso la urtava, percependo appena l’ombra nella sua nicchia e destinandole un sorriso beffardo di chi la sentiva estranea a quel luogo. Ma a lei andava bene così: le bastava la musica e nessuno a metterle le mani addosso. Bene così.
Alle volte, nascosta, coglieva un cliente passare con una dama ingombrante e allora abbassava lo sguardo, non per pudore, no, ma per non ferire la donna con uno sguardo, un cenno, un vistoso imbarazzo.
Oggi voi non ricordate più, ma io c’ero quella sera d’estate: fuori una pioggia che dio la mandava per lavare ogni cosa umana, dentro afa che ci potevi annegare, tanto l’aria era densa. La sedia l’avevano lasciata libera per rispetto, per paura o solo per sottolineare quell’assenza, mentre la musica faticava a galleggiare oltre le teste dei tangueri e i tacchi provavano a graffiare la pista. Lei, immersa nel suo angolo, non lo vide entrare, ma dovette avvertire il fremito della folla nel dare spazio all’uomo fradicio di pioggia, nel suo gessato liso e con le scarpe lustre risparmiate per un qualche strano prodigio dal nubifragio. Qualche passo verso il suo angolo buio, poi le aveva porto la destra e allora la gente non potè non chiedersi quando s’era vista una come lei alzarsi e stirar giù il lembo dell’abito per seguire un uomo, qualunque uomo, sino alla pista. Non s’era mai visto quel vuoto magico intorno a lei e quelle braccia avvolgerla, la sua postura milonguera, il suo lento abbandono. E i passi. Già! Cristo, ma come aveva appreso quei passi una come lei? Davvero aveva imparato l’ocho, gli adorni, i boleos dal suo angolo buio vicino ai bagni? E poi dio com’era bella! Come seguiva l’uomo, l’assassino, il muto che proprio quella sera l’aveva presa dal suo angolo buio e accompagnata in pista, al centro esatto della ronda. I suoi clienti, quelli che tenevano in disparte le loro dame ingombranti, cosa pensavano? Rosi dalla bile, provavano un po’ di vergogna mentre una voce calda intonava Vuelvo al Sur. Vuelvo al Sur!
Se ci penso la rivedo ancora con gli occhi chiusi, ondeggiare tra i ricordi di mare violento, stretta in mezzo a corpi esausti. Rivedo i suoi pensieri quietarsi un po’ al tocco delle mani dell’uomo che parevan ruvide, come quelle di suo padre che contava banconote unte di fatica sul biglietto di sola andata per l’inferno. Fu forse così che apprese che l’amore è alle volte l’abbraccio di uno sconosciuto, il tempo binario della musica, una cruzada ben fatta, un boleo.
Il vuoto però svanì di colpo intorno a lei, come una bolla di sapone, lasciandola sola in quel vestito troppo corto, su quei tacchi troppo alti. Con quei pensieri troppo belli. La ronda girava ignara di lei, del suo tango irreale e la sedia era vuota, come il suo angolo buio, vicino ai bagni.
L’uomo lo ritrovò la polizia l’indomani con un pugnale in petto. Era scomparso da sei giorni buoni, stecchito sulla poltrona del soggiorno nel suo gessato liso e con le scarpe lustre. Alla fine di lui dissero poche cose, che se l’era dovuta meritare in fondo una fine così. Qualche apprendista in redazione buttò giù un articoletto incolore, per riempire qualche buco nell’edizione della sera. Poi basta. Poi silenzio. Niente note amare e bandoneón. Oblio.
Oggi che sono vecchio di lei non mi rimane che un ritaglio di giornale ingiallito dal tempo. Una macchia scura di colore riversa esanime su di un letto disfatto, senza neanche il vestito troppo corto o i tacchi troppo alti. Una indagine come tante altre, come troppe altre. E quel piccolo sorriso di chi sa che non si è mai davvero perduti finché il musicalizador non suona l’ultima inevitabile cortina.