L’homme de Schrödinger

Mi prude il naso.
Credo che in altre circostanze non avrei fatto caso al naso. Però in questo momento è una buona notizia.
Sposto un attimo la mano facendo attenzione a non fare rumore. La parete rugosa della scatola la sfioro appena. Solo un tocco breve per controllare che ci sia davvero.
Non avrei mai pensato a nulla di simile questa mattina. Ho salutato Jun con una bacio sulla guancia e sono arrivato dalla strada che costeggia il supermarket. Come ogni giorno del resto. Io arrivo, apro la baracca, poi arrivano gli altri: le solite chiacchiere, il calcio, la minigonna sempre più corta di Marie. Belle gambe ha Marie, sì. E pare proprio che il principale ogni tanto tra quelle gambe prova a dimenticare la crisi, l’euro, le tasse.
Sorrido nel buio. E anche questa è una buona notizia. Perché in genere i morti non sorridono. Non ne ho mai visto uno che lo faccia. Io invece in questo momento sorrido. Penso a Jun e alle sue gambe, forse meno belle di quelle di Marie, e sorrido.
Rumori.
Da fuori.
Penso che è strana questa situazione. In fondo anche quelli lì fuori stanno dentro una scatola. Sicuramente hanno la stessa mia sensazione. Loro sono entrati nella loro scatola, si sono tirati dietro la porta e hanno chiuso il mondo fuori. E la mia di scatola era già dentro quel mondo. Stramba la vita. Una sorta di insensata matrioska. Io in una scatola, dentro la loro di scatola, che sta in una scatola ancora più grande, dalla quale mi inviano segnali concitati. Mi dicono stai tranquillo, non ti fare vedere e stai tranquillo. Niente panico mi dicono, anche loro nella scatola, che è più grande e paradossalmente priva di pareti; ma non sono le pareti a fare una scatola, sono gli occupanti a costruirsela intorno. Io ad esempio mi ci sono infilato da solo qui dentro. Potevo scegliere se starmene fuori o entrarci dentro. Probabilmente non sarei neanche vivo adesso, se non mi ci fossi stipato, ma questo è il punto: sono davvero vivo in questo momento? Non lo dico per me si intende. Mi prude il naso. Sorrido. Credo di essere vivo! Semplice. Ma che lo dica io non serve. Come per il gatto di Schrödinger, da fuori non hanno modo di sapere se sono vivo. E così sono la somma di entrambe le cose, nello stesso momento, anche se ho un cellulare e whatsappo con quelli che stanno fuori. Bella cosa la tecnologia, ma lo stesso non ti chiarisce nulla della vita. Potrebbero essere quelli della scatola intermedia a mandare i messaggi; io stecchito in un angolo e loro che mandano messaggi con il mio cellulare. O un hacker che si diverte a giocare con il gatto di Schrödinger. Può essere tutto, anche che questi messaggi siano frutto della mia mente impaurita o di un dio che mi vuole prendere in giro anche dentro questa scatola. Ti salvo io, mi dice, tu prega e io ti salvo; tu guarda il cellulare, prega e io ti salvo.
Rumori, ancora rumori. Quelli parlano, sanno che l’unica loro possibilità è uscire dalla loro scatola e fare vedere a tutti che sono già morti. Lo sanno loro; almeno hanno questa di certezza. Io no, io continuo a pensare a Jun e al fatto che a parte il naso che prude e il sorriso e i nervi tesi, difficilmente posso darle la certezza che sono vivo. Sì Jun, lo sono e devo pensare; devo farlo per non impazzire dentro questa scatola. Non devo darla vinta alla claustrofobia. Quella fa fare rumori pericolosi. Lo so perché da piccolo mi seppellivo sotto le coperte, scomparivo dentro quella placenta di stoffa e lana, tentando di provare ancora la sensazione di protezione del ventre materno. Poi l’aria iniziava a riscaldarsi e scarseggiare e tossivo sempre più forte, sempre più forte, fino a dovere riemergere in una precipitosa inspirazione. Deve essere così il parto, non credi Jun? Una precipitosa inspirazione per non morire asfissiati. Ora però non si può, l’aria manca e si sta riscaldando, io devo pensare e Jun è un buon argomento, anche se le sue gambe non sono quelle di Marie. Ma io tra le sue gambe, dentro quel ventre vorrei starci ora. Deve essere perché come ho letto da qualche parte quando hai la morte intorno allora implori la vita e ti viene duro. Deve essere per questo che nelle guerre riescono a violentare le donne, quando entrano dentro i villaggi di notte, e ho sempre pensato, come diavolo gli viene duro a questi animali. Arrivano nei villaggi popolati da cadaveri e sangue ovunque e riescono a farselo venire duro. Come fanno, Cristo! E forse è proprio il fatto che sono circondati dalla morte e allora gli viene duro per lasciare dentro quelle disgraziate almeno un po’ della loro vita. E lo fanno continuando a uccidere perché la guerra è questo, uccidere, le persone e le anime. Però io non vorrei uccidere mai la tua anima Jun. No, vorrei entrare completamente dentro di te, vorrei tu fossi una madre che mi porta nel suo ventre. Vorrei fossi una scatola di carne dentro la quale iniziare a soffocare dolcemente e con i piedi darti la spinta giusta per partorirmi fuori. Una precipitosa inspirazione e un pianto e le tue gambe aperte mentre giaccio su di te senza fiato. Hai ragione Jun quando dici, che diavolo ci stiamo a fare ancora in questo posto. È solo freddo e brutte notizie. Freddo e cattive notizie. Hai ragione tu Jun, t’avessi ascoltata adesso non sarei in questa scatola. Quei due sarebbero stati nella loro scatola intermedia, e quelli fuori in quella più grande. Ma se t’avessi ascoltata adesso saremmo da qualche parte nel mondo, lontani da questo freddo e dalle cattive notizie. Che poi è sempre una scatola immensa il mondo, e a guardarla da fuori non hai idea se dentro siamo tutti morti o tutti vivi. Ma a quel punto è roba che al più interessa quei quattro disperati in orbita sull’ISS. Ma ci pensi Jun, noi e loro che ci guardiamo a vicenda e nessuno che ha idea se dentro le nostre scatole c’è qualcuno vivo. Ci pensi Jun, adesso appena quelli mi tirano fuori da questa scatola dove manca l’aria e arrivano solo brutte notizie, io vengo a casa, facciamo l’amore e poi scappiamo via. Io e te Jun. Io tu e il figlio che facciamo oggi quando si apre la scatola e si capisce che sono vivo.
Il cellulare è poggiato con lo schermo sul fondo della scatola. S’illumina di lato. Mi prude il naso e faccio attenzione a prenderlo in mano senza fare rumore. Quelli di fuori dicono di stare al riparo, che stanno per entrare. Vengono a tirarmi fuori Jun. Scoppi, spari, urla, vetri rotti, fumo, bruciare di vite. Vengono a prendermi Jun. Quelli di fuori aprono la scatola e vedono che piango e tossisco. Apri bene le gambe Jun! Piango, tossisco e sono vivo.

Una storia al giorno d’oggi – Carlo

Verona - Foto personale

Verona – Foto personale

“No. Grazie, Alba” disse con un cortese cenno di diniego della testa.

Sarà per la prossima volta! Ora ho fretta! Duemila impegni” mentì Carlo. Avrebbe voluto fermarsi ma il sesto senso gli diceva che non era il caso. Niente di razionale ma solo una premonizione. “Ci si vede presto comunque, è stato bello incontrarti!”

Un bacio. Labbra carnose su gote lisce come la seta. Labbra sottili, appena disegnate su barba pruriginosa.

E Alba un “Ciao, Carlo! A presto!” fece con la voce impregnata di rammarico.

Carlo era andato via con il senso di avere perduta un’occasione ma con un misto di sollievo di non aver prolungato l’incontro oltre il necessario. Camminava per strada insoddisfatto per il periodo refrattario di un orgasmo che non c’era stato, che non aveva mai avuto. Provava un forte senso di potere e di appartenenza ma comunque avvertiva una sensazione di non appagamento. Carlo si sentiva il padrone della sua vita ma non artefice del suo destino. Non era felice ma non percepiva imbarazzo per la sua scelta. Avvertiva un impaccio che gli faceva prendere delle decisioni che forse non erano nella sua natura.

Tutto gli sembrava inverosimile. Gli pareva di avere uno sdoppiamento della personalità E poi quel sesto senso, al quale si era sempre abbandonato fiducioso, non l’aveva mai tradito.

Non mi può tradire oggi’ si disse, mentre percorreva Viale Cavour sotto una leggera cappa di nebbia.

E così oggi quel bacio tenero di Alba aveva fatto scattare il suo sesto senso. ‘Perché?’ si chiese, mentre arrivava nella piazza sotto casa. ‘Perché è scattato quell’allarme che mi ha mandato nel pallone?’

Alba lo aveva invitato a salire da lei ma Carlo aveva declinato l’invito con una scusa, che puzzava di posticcio. ‘Si può rifiutare un invito palese a fare all’amore?’ pensò, mentre procedeva col viso corrucciato vero il suo palazzo. ‘Chissà cosa avrà pensato’. Una reazione istintiva, irrazionale. Alba aveva fatto una smorfia che sul quel viso era grottesca. Era rimasta delusa ma poi sembrava aver compreso il motivo misterioso, per il quale Carlo si era negato.

Si fermò davanti al portone del suo condominio con le chiavi in mano. Era indeciso tra l’aprire il portone e il tornare indietro. Scosse la testa, perché di certo Alba non era rimasta ad aspettarlo in strada, pensando a un suo ripensamento. Quel ‘No’ era stato troppo repentino per poter essere smentito.

Carlo ripensò a come era iniziata, composta da attimi che puzzavano di eternità, da giochi amorosi che sembravano reali, da sentimenti, che trasmettevano emozioni. Eppure il suo sesto senso l’aveva diffidato dall’abbandonarsi a lei. Gli aveva comunicato che doveva troncare.

Perché?’ si domandò Carlo, dondolandosi sulle gambe, mentre dal portone entravano e uscivano dei condomini, che lo salutavano. Doveva scavare nel passato per dare una risposta al suo ‘Perché’.

Come ho conosciuto Alba?’ si disse Carlo, ripercorrendo la storia, che a tratti pareva singolare.

A lui piaceva andare sulle chat, anche quelle a luci rosse. Faceva il duro, ingannava le controparti. Non gradiva conoscerle di persona, anche se spesso arrivano inviti espliciti di sesso. Non gli interessavano. Preferiva le chiacchiere, le battute fulminanti. Una notte comparve un nick, Passerotta solitaria. Rise perché mai e poi mai avrebbe scambiato due parole con lei. ‘Sì, con lei’ si disse, anche se nelle note non compariva il sesso. ‘Ormai sono un esperto. Capisco al volo se è una tipa o un tipo. I secondi li canno senza pietà. Non sono omofobo ma non mi piacciono’.

Carlo stava salendo le scale, dopo avere indugiato a lungo prima di entrare. L’ascensore lo odiava ma forse aveva paura di rimanere prigioniero. Aprì la porta della sua abitazione, che era silenziosa e buia. Senza accendere la luce si diresse verso il salotto. Conosceva a memoria quelle stanze e si si sarebbe orientato anche bendato. Si gettò sul divano.

Riprese il filo dei pensieri. Dunque Passerotta solitaria non aveva messo nell’avatar la sua foto, aveva occultato tutti i dati. Solo l’età: vent’anni. Carlo aveva riso, quando quel nick aveva bussato alla sua chat. ‘Sei una bella passerina più giovane’ pensò, mentre le chiudeva le porte di accesso. Ancora una volta era scattato l’istinto irrazionale, il suo famoso sesto senso. Per lui aveva sì e no sedici anni. “Troppo pochi” fece, mentre cancellava la richiesta. “Non voglio finire tra i pedofili”.

Per lungo tempo. ‘Quanto?’ si chiese Carlo, mentre prendeva dal tavolo il computer. ‘Non saprei ma di certo diversi mesi. Forse un anno’. Poi una sera su una chat innocua di perditempo era ricomparso quel nick, Passerotta solitaria. Questa volta il profilo era più ricco. Era certo che fosse la stessa ragazzina che l’aveva contattato un anno prima. L’età, diciotto anni, gli confermò l’intuizione precedente. ‘No, cara passerina’ si disse Carlo ridendo. ‘Di anni ne hai uno in meno’. Era una femmina, female diceva il genere. ‘Perché credevi di pensare di essere un maschietto?’. Interessi libri e film. Ancora troppo poco, pensò Carlo, sbarrandole di nuovo l’accesso.

Due anni più tardi Carlo annoiato, era d’estate, riaprì quella vecchia chat innocua di perditempo, che aveva abbandonato per mancanza di stimoli. Richiese una nuova password, la vecchia l’aveva dimenticato e si presentò. Era rimasto un unico contatto attivo. Passerotta solitaria. Rise. ‘Non demorde la passerina’ pensò, accettando il contatto. Così iniziò a chattare con lei. Ormai era maggiorenne e poteva parlare senza problemi. Poco alla volta durante quell’estate scoprì tanti piccoli segreti. Adesso aveva quasi vent’anni. ‘Credevi di farmela?’ si disse. Era bionda con gli occhi azzurri. Aveva una mail ma nicchiava sulla località di origine. ‘Perché? Cosa c’è di tanto segreto da nascondere il posto?’ Non aveva importanza, tanto non l’avrebbe mai conosciuta nel reale.

Ciao” fece Carlo una sera di ottobre. “Toglimi una curiosità. Perché da oltre tre anni cerchi la mia amicizia?”.

Mi sono innamorata di te” rispose diretta.

Carlo rise. ‘Innamorata di un avatar?’ si disse con le lacrime agli occhi.

Non ci credi?” gli chiese, perché Carlo non aveva risposto.

Sì, sì! Ti credo” replicò divertito. “Io sono Carlo. E tu?”.

Passerotta solitaria chiuse la chat. Carlo ci rimase male ma alzò le spalle. Passò qualche mese, mentre il nick rimase latitante. Carlo una sera di gennaio non sapendo cosa fare aprì quella chat innocua di perditempo e trovò il nick collegato.

Se vuoi fare all’amore virtuale” scrisse ironico, pensando che avrebbe chiuso la conversazione, “dovrò pur conoscere il tuo nome. Mica posso gemere invocando un nick”.

Comparve un emoticon, una faccina sorridente. Carlo rimase perplesso. Non si aspettava questa reazione ma piuttosto qualcosa d’irritato.

Alba” rispose subito.

Da quella volta passavano un paio d’ore a conversare tutti i giorni, finché una sera di luglio Alba gli propose di vedersi persona.

Così possiamo passare dal virtuale al reale, compreso l’amore” disse Alba. “Io sono di Verona e tu?”

Carlo, colto di sorpresa, rispose “Anch’io”, rimproverandosi immediatamente perché aveva contravvenuto al suo sesto senso, che stava urlando male parole.

Ci possiamo incontrare domani pomeriggio” propose Alba.

Dove?” rispose Carlo, che aveva messo a tacere il suo intuito.

In Piazza delle Erbe. Ho un vestito rosso” disse Alba, che aggiunse una bella faccina che rideva in continuazione.

Alle cinque” fece Carlo, salutando.

Alle cinque del pomeriggio successivo Carlo andò in piazza delle Erbe, convinto che Alba non ci fosse. Invece una ragazza minuta dai capelli colore del grano maturo stava ferma nel centro. Indossava un abito rosso, corto che mostrava due gambe rotonde, belle a vedere e piacevoli da accarrezzare. Ogni tanto qualche uomo si fermava, diceva una battuta ma lei si spostava in un’altra posizione. ‘Aspetta me’ si disse Carlo, che l’aveva osservato con cura.

Si avvicinò e Alba gli corse incontro. ‘Porca miseria’ si rimproverò, perché aveva contravvenuto alla sua regola aurea di non conoscere di persona i contatti virtuali.

Ciao” disse, dandogli un bacio in punta di piedi. Due labbra sottili, appena dipinte con un filo di rosso.

Ciao” rispose Carlo, abbracciandola. Le avrebbe chiesto dopo come aveva fatto a riconoscerlo fra decine di uomini che le ronzavano attorno.

Alba gli prese la mano per portarlo nel Caffè Vescovi.

Quel ricordo lo stancava, lo sfiancava, lo annientava. Eppure qualcosa d’impercettibile era scattato dentro di lui, quando verso le otto, sotto casa Alba gli aveva detto. “Salì. Ho voglia di stare rannicchiata su di te, di svegliarmi accanto a te”.

Carlo si riscosse da questi pensieri.

Cazzo! Riprenditi! Alzati. Fai qualcosa!” esclamò ad alta voce, mentre i muscoli del corpo sembravano opporsi a quel pensiero razionale e volevano solo abbandonarsi, lasciarsi andare al flusso dei ricordi.

Un attimo e percepì il desiderio di contattare Alba. Conosceva dove abitava e forse lo stava aspettando in casa. Tuttavia l’eccitazione di poco prima si era completamente dissolta. Il sesto senso l’aveva avvertito. ‘È pericoloso’.

Si alzò, accese lo stereo.

Si addormentò.

Harry Potter e l’Amico Speciale. (Fanfiction)

Harry_Potter

Harry se ne stava seduto sul suo letto, mentre nella penombra della stanza guardava la foto dei suoi genitori. James Potter e Lily Evans lo salutavano e sorridevano, agitando le mani in segno di saluto.

Quell’immagine evocava in lui un sentimento di gioia misto a malinconia.

Non ricordava i loro volti, era troppo piccolo quando Voldemort aveva deciso di stravolgere la sua vita, privandolo dell’amore della sua famiglia. Dopo aver vissuto con gli zii, relegato in un angusto sottoscala e sottoposto alle infinite angherie di suo cugino Dursley era giunto a Hogwarts, la scuola di magia e stregoneria per i futuri maghi.

L’unico ricordo che aveva dei suoi genitori era proprio quella piccola foto animata e soltanto il loro grande amore era stato in grado di proteggerlo dalla furia del Signore Oscuro, salvandolo da una morte orribile. L’emozione era ogni volta intensa e lo trascinava in uno stato di profonda tristezza. Una piccola lacrima si impigliò rapida tra le ciglia, Harry si asciugò con il dorso della mano, cercando di reprimere il pianto.

«Harry, ma che fine hai fatto!» la voce di Hermione lo sorprese, con gli ancora occhi lucidi.

«Eccomi… arrivo!» Harry nascose la foto sotto il cuscino, cercando di assumere un aspetto normale.

«E’ più di mezz’ora che ti stiamo aspettando! Lo sai che Piton si arrabbierà moltissimo, non tollera assolutamente che si faccia tardi e … con noi in particolare… lo sai!»

«Già… lo so» disse Harry «e ancora non ho capito il motivo…» aggiunse mentre recuperava i grandi tomi per la lezione di Pozioni e Difesa contro le arti oscure. Ron li stava attendendo lungo il corridoio. Insieme scesero di corsa le grandi scale, la cui direzione cambiava continuamente.

Piton aveva già iniziato la spiegazione quando Harry e i suoi due amici entrarono di soppiatto nell’aula, cercando di non farsi notare.

«SIGNOR POTTER!» lo apostrofò subito il professore «anche oggi siete in ritardo… il nostro famoso, caro signor Potter…bene… dieci punti di penalizzazione per Griofondoro»

«Ma professor Pitono noi…» cercò di giustificarsi Harry

«BASTA! ora sedetevi e fate silenzio».

I tre ragazzi presero posto nei banchi senza aggiungere altro, mentre Draco Malfoy e i suoi amici di Serpeverde se la ridevano.

«Hermione la mezzo-sangue e Ron il povero straccione… degni compari di Harry Potter!» disse Draco al suo compagno di banco, indicando con disprezzo il trio ammutolito.

La lezione andò avanti per altre due ore, ma Harry era distratto, da un po’ di tempo aveva dei tremendi mal di testa, che gli impedivano di concentrarsi a dovere.

Quella notte, come tutte le precedenti, Harry si svegliò di soprassalto. I Dissennatori erano tornati a popolare i suoi incubi e gli erano parsi così reali che aveva creduto sul serio che gli avrebbero risucchiato via l’anima. Spalancò gli occhi nel buio più completo e avvertì il volto madido di sudore freddo e la cicatrice, regalo mortale di Tu-sai-chi, che iniziava a pulsare di nuovo, infliggendogli delle fitte lancinanti.

Il ragazzo richiuse gli occhi, nell’attesa che il dolore lo abbandonasse, poi quando li riaprì di nuovo, notò un bagliore provenire dalla poltrona accanto al caminetto spento. Con cautela si alzò dal letto e inforcando gli occhialini tondi si diresse verso la grande poltrona, di cui vedeva solo la parte posteriore. Il cuore pareva correre come un puledro impazzito, ma trovò ugualmente il coraggio di avvicinarsi. Avvertì un senso di calore intorpidirgli la testa e poi con grande sollievo si rese conto che l’emicrania era sparita. Girò intorno alla poltrona e si ritrovò di fronte a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, vestito completamente di bianco.

«Ciao Harry, stai meglio?» disse lo sconosciuto seduto sulla poltrona. Harry si ritrasse, colpito dal bagliore che emanava quella figura.

«Non aver paura Harry, sono tuo amico» disse il ragazzino con voce suadente.

«Mio amico? Ma io non ti conosco… chi ti ha mandato? Il professor Silente?» chiese Harry diffidente.

«No, il Preside sa che sono venuto a trovarti, ma non mi ha mandato lui»

«Cosa vuoi da me?»

«Sono qui per aiutarti a superare le tue paure Harry… hai di nuovo sognato i Dissennatori vero?» gli domandò lo sconosciuto.

«Tu come fai a saperlo?» chiese sempre più incredulo Harry.

«Io sono tuo amico, conosco la tua storia e so molte cose di te… anche quelle che tu stesso non sai. Mi chiamo Jack.»

«Allora forse sei uno dei fantasmi che abitano qui nella scuola?»

«No Harry, sono solo un amico speciale… ti verrò a trovare spesso e faremo delle lunghe chiacchierate che ti aiuteranno a superare le tue paure». Harry rimase sconcertato da quelle parole e si convinse che quel ragazzino era stato mandato da Silente, il Preside della scuola di magia, per indurlo a parlare.

Da qualche mese infatti il ragazzo era in preda a un profondo sconforto e quelle fitte lancinanti alla testa lo facevano stare male, ma si trattava soprattutto di un malessere interiore, che lo stava allontanando dalle persone che aveva intorno e dai suoi amici di sempre.

La percezione di essere “diverso” si faceva man mano più nitida e il sentirsi un emarginato lo faceva a volte diventare anche aggressivo, per questo preferiva starsene per conto suo e non parlare con nessuno dei suoi incubi e del suo disagio.

«Io non… parlo dei miei problemi, neanche con i miei più cari amici…»

«Lo so Harry, ma con me puoi farlo, vedrai ti sentirai molto meglio!» lo esortò Jack.

«Dopo tutto quelli mi è successo… i pericoli che ho affrontato…certo ho avuto paura, ma stavolta si tratta di qualcosa di diverso… che non sono in grado di comprendere» disse Harry, cercando di focalizzare la sua attenzione su quanto voleva comunicare «…gli incubi, la cicatrice che mi provoca un dolore insopportabile… ho come la sensazione che qualcuno stia cercando di prendere il controllo della mia vita… e non so come reagire! » concluse, rendendosi consapevole che ora aveva ben chiaro quale fosse il vero dilemma. Così dicendo si sedette sul gradino del caminetto, guardando dritto in faccia il suo interlocutore. Il bagliore che circondava al figura di Jack gli infondeva un lieve torpore e lo faceva sentire tranquillo, rilassato. Poggiò la testa contro il muro di pietra e si lasciò andare verso un sonno ristoratore.

«Harry! Harry! Svegliati!» Harry sentì una voce gridare il suo nome e aprendo gli occhi si ritrovò davanti il faccione lentigginoso di Ron Weasley

«Ron… che succede… dove è andato Jack?» chiese il ragazzo con la voce impastata dal sonno.

«Jack? E chi sarebbe?… senti, lascia stare, avrai fatto qualche sogno strano» sentenziò Ron cercando di sollevandolo per un braccio.

«Dobbiamo assolutamente andare! Ti sei dimenticato della tua partita di Quiddich?»

«Accidenti la partita!» esclamò Harry e in preda al panico prese a vestirsi il più in fretta possibile.

«Che ore sono?» chiese all’amico.

«E’ tardi!»

Draco e suoi due tonti scagnozzi, si erano introdotti di nascosto nella stanza dove erano custoditi gli oggetti utilizzati durante la gara, per sostituire il boccino d’oro con una copia alla quale era stato fatto un potente incantesimo.

«Draco, ma sei sicuro che questo funzionerà?» chiese timoroso il più grasso dei due.

«Non dimenticare che mio padre è un potentissimo Mangiamorte, lui ha fatto l’incantesimo e il nostro piano non fallirà!»

Gli spettatori assiepati sugli spalti, urlavano in coro in nomi dei propri beniamini agitando le sciarpe con i colori delle case. Nel settore Ovest dominavano l’oro e il rosso fuoco, i colori di Grifondoro, mentre nel settore Est dominava l’argento e il verde dei Serpeverde.

La squadra, con in testa Harry, entrò a cavallo delle scope volanti. Un urlo gigantesco accolse i ragazzi avvolti nei loro mantelli rosso-oro, che volteggiarono in circolo diverse volte prima di prendere le rispettive posizioni.

La partita ebbe inizio, mentre l’incitamento del pubblico si faceva sempre più frenetico.

Improvvisamente Harry riuscì, dopo aver smarcato alcuni avversari, a raggiungere il boccino afferrandolo al volo. Non appena le sue dita si strinsero intorno alla piccola sfera dorata dalle ali iniziò a fluire un fluido rossastro che accecò il ragazzo facendogli perdere il controllo della sua scopa. Harry dopo aver tentato invano di atterrare si schiantò contro una delle torrette dello stadio. L’impatto lo lasciò esamine al suolo, mentre la folla ammutolì per lo stupore.

Harry si risvegliò dopo molte ore. Aveva i muscoli intorpiditi e un paio di costole fratturate.

«Ciao Harry, bentornato… come ti senti?» la voce di Silente lo raggiunse, mentre riusciva a vedere solo ombre sofocate.

«Che mi succede? Non ci vedo bene!» chiese impaurito il ragazzo.

«E’ l’effetto del fluido rosso che qualcuno ha introdotto nel boccino… ma non preoccuparti l’effetto svanirà presto e poi sei senza occhiali!» lo rassicurò il preside di Howg..

«Professore… mi dica la verità, è stato lei a mandare Jack?»

«Jack? Non mi pare di conoscere nessuno con questo nome…»

«Ma sì, quel ragazzino vestito di bianco che…  no anzi, dimentichi quello che ho appena detto» Harry si rese conto che quella storia non aveva senso, chi ci avrebbe mai creduto?

«Avanti Harry, dimmi di che si tratta». Lo sguardo di Silente era colmo di benevolenza e compassione per quel ragazzo così forte e fragile al tempo stesso, il Preside aveva perfettamente compreso il suo stato d’animo e cercava di farlo parlare.

«Professor Silente… io mi sono fatto molti nemici vero? A iniziare da Voldemort… ma anche nella scuola ci sono persone che mi vorrebbero vedere morto, perché sono “diverso” e molti mi temono e pensano che diventerò come il Signore Oscuro!»

«Non devi pensare questo Harry, tu sei diverso, tu sei sopravvissuto al male e il tuo destino è certamente un altro. Vedi, a volte noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi e di cercare la forza di andare avanti dentro di noi… nessuno può aiutarci, darci una mano a superare i problemi… e questa forza tu l’hai trovata… il tuo amico Jack non è nient’altro che la proiezione della tua forza interiore, quella ti aiuta a capire te stesso, che facendoti prendere coscienza delle tue emozioni, ti indica la strada da percorrere per risolvere le questioni»

«Mi sta dicendo che Jack non esiste? Che è una parte di me? La parte migliore?»

«Esatto Harry, diciamo che hai trovato un amico, un alleato dentro te stesso e stai sicuro che non ti tradirà mai e se cercherai di essere sempre sincero con te stesso, saprai esserlo anche con gli altri… e gli altri ti accetteranno per quello che sei» così dicendo Silente gli mise nel palmo della mano una gelatina Tuttitigusti.

«Ora mangia una di queste Harry… sperando che sia al gusto di vomito!»

Il ragazzo la masticò avidamente.

«Gusto menta… stavolta mi è andata bene!»

BLIND HOUSE

La casa cieca si ergeva a simbolo di quella notte disperata. Mentre lì fuori la tempesta infuriava suprema, all’interno di quella dimora scura succedeva qualcosa che non si poteva descrivere e che non si poteva decifrare attraverso coordinate, piani operativi o azioni di squadre robotiche. Semplicemente accadeva, così come accade quando la pioggia si forma dalle nuvole e scende per bagnare la terra, come quando i venti trasportano polvere e foglie secche attraverso i campi o come quando un essere vivente nasce e dopo il suo tempo muore. Ogni regola e legge di ordine naturale poteva essere capovolta e contraddetta nella casa nera. E quella notte il potere inestimabile aleggiava a sprazzi lì dentro, proprio come l’energia sprigionata dai lampi del temporale. Numeri e lettere di alfabeti sconosciuti e primitivi danzavano sospesi nell’oscurità, marchiati d’oro; la forza di gravità era pressocchè tradita; l’acqua dai rubinetti veniva risucchiata anzichè versata; le mattonelle del pavimento della grande sala al pianterreno si illuminavano di verde fosforescente e rosso fuoco come fossero caselle di una scacchiera; la musica suonava senza grammofono, le voci parlavano in lingue di tutte le regioni del mondo che fu senza bocche e fiato. E c’era una presenza fissa, immobile, nuova padrona di quel micro-universo. C’era qualcuno che ultimamente osservava dalle finestre, ghignando compiaciuto per ogni giorno di declino ulteriore di quell’anticamera ormai desolato. C’era qualcuno che sapeva leggere il destino di quella terra e che voleva sopraffare il resto del mondo sotterraneo. Qualcuno che giocava con le vite altrui, soggiogandole al suo potere e bieco egoismo. Qualcuno a cui gli occhi si illuminavano come biglie infuocate nelle notti di furia. Proprio come ora. Proprio come l’Uomo Nero. Un vile intruso che provava a invadere ciò che non era mai stato violato prima, nemmeno dai robot e dalle macchine. E l’Uomo Nero rise di più, gingillandosi in tutto quel suo nuovo manifesto potere. E rise ancora. E ancora. Il tempo dell’Altro stava per terminare.

assomigliare a se stessi

Forse non l’hai saputo

dal più basso senso di colpa

quando guardo al futuro

un progetto personale

un progetto unidirezionale

hanno scambiato l’orgoglio con la cattiveria

la velleità con un sorriso di cortesia

di che pasta sei fatto?

E’ un puro ingegno restarsene al sole

mentre sai che è solo un illusione

dietro l’angolo l’ennesimo fallimento

un piano storto, la mancanza d’appiglio

l’irrefrenabile desiderio di esser libero

ancor prima di vivere per davvero

ti hanno già accusato di ipocrisia?

Forse loro sanno da che parte tira il vento degli onesti

Mentre non riesco a disegnare un’alba

ho in mano i colori di un tramonto imponente

trovi giusto il fastidio di essere contraddetti?

Dentro un voce che richiama il passato “non me ne sono mai andato”

Talvolta il suono delle giornate è più forte degli incubi della notte

ma quanto si spengono le luci della città

che musica ascoltano i sogni

E’ un valzer di pensieri fino all’alba

un’insonnia febbrile

mentre progetti un futuro personale

ti hanno già accusato di superbia?

forse loro sanno cos’è esser questo:

un vagabondaggio tra ladri e furbi

ci sono più progetti in corso che realizzati

ti dice qualcosa sul retrogusto delle tue giornate

se non fosse per chi dice di aver già vinto

ha forse dalla sua una qualche capacità in più?

prima di trovare una ragione valida

per vivere.

TANTO VA LA GATTA AL LARDO

Questo racconto è stato premiato a fine giugno come miglior racconto umoristico al concorso Versi tra due mari. (S.Re)

“Ricordati: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.”

“E che ci va a fare al lardo?”

“Non ti preoccupare di cosa ci vada a fare al lardo, preoccupati se ci lasci lo zampino.”

“Ma che zampino… io al lardo non ci vado!”

“Non tu, la gatta. Dico: se fai come la gatta che va al lardo, occhio che ci lasci lo zampino.”

“Ma se al lardo non ci vado, come ci posso lasciare lo zampino?”

“Senti: tu quella cosa non farla. Stacci al largo, così non ti accade nulla.”

“Al largo, ecco. Tanto va la gatta al largo che ci lascia lo zampino.”

“Ma che dici? Non è largo, è lardo.”

“Va che ti sbagli. Infatti se la gatta va al largo, annega e quindi ci lascia lo zampino.”

“Ma la gatta non deve annegare. Se va al lardo, ci lascia lo zampino.”

“E con me che c’entra?”

“Non c’entra nulla. Dico solo di fare attenzione.”

“Senti un po’… non devo fare niente di male. Devo solo entrare in tabaccheria, minacciare il tabaccaio, prendergli i soldi e scappare.”

“Vedi che ci lasci lo zampino?”

“A oh, basta con sto zampino! M’hai rotto tu lo zampino!”

“Io ti dico di lasciar perdere…”

“Tu porti sfiga. Sì, una iella grande così.”

“E tu rischi di fare la fine della gatta”

“Ma che c’entra la gatta con me? E poi, che c’entra il lardo con lo zampino?”

“C’entra, c’entra! Un tempo i macellai tagliavano il lardo con la mezzaluna ed erano così rapidi nei movimenti che spesso qualche gatta sprovveduta finiva per perderci la zampa.”

“Allora ti preoccupi per me, non per la gatta…”

“E che avevi capito, la gatta ci lasci pure lo zampino, ma tu no. Tu non lasciarci la vita, stanne lontano. Non vale la pena rubare per pochi spiccioli.”

“Ah la solita moralista…”

“E ti dico anche di non fare il furbo. Non è che quando me ne vado, tu corri dal tabaccaio?”

“Ah ah ah… quando la gatta non c’è i topi ballano. Si dice mica così?”

“Si dice così! Ma non ti azzardare…”

“Perché altrimenti?”

“Altrimenti non so, potrei staccarti le palle degli occhi con la sola forza del pensiero.”

“Ma da quando sei così aggressiva?”

“Da quando ti ha dato di volta il cervello.”

“E quando mi ha dato di volta il cervello?”

“Quando ti sei messo in testa la storia della tabaccheria.”

“Oh sta tabaccheria. Solo pochi spiccioli. Entro minaccio rubo e fuggo.”

“Ma non puoi cercarti un lavoro?”

“Dimmi dove cercarlo. C’è più disoccupazione che mignotte sulle strade.”

“Lascia stare le mignotte, poverine.”

“Poverine?”

“Almeno non rubano!”

“E le tasse le pagano?”

“Ma se sono sfruttate , che diavolo devono pagare?”

“E io non sono sfruttato? Lo Stato pretende le tasse e non mi dà il lavoro.”

“E quindi è lecito rubare al tabaccaio?”

“Tanto ha i valori bollati… è l’unico modo per rubare allo Stato.”

“Beh, tu non farlo! Mai! Sai che ti controllo…”

“Ah sta storia dei topi che ballano quando non c’è il gatto…”

“So come sei. So che sei un topo raffinato, ma ingenuo.”

“E tu sei una gatta con le unghiacce.”

“Sono tua madre!”

“Ma non hai potere su di me.”

“Ricorda: sono tua madre!”

“Ma ho trent’anni. Lasciami in pace.”

“Lasciarti in pace vuol dire rubare?”

“Vuol dire che posso anche rubare!”

“Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Ricordatelo!”

“Che palle ‘sti proverbi. Era meglio che non ti dicessi nulla.”

“Le bugie hanno le gambe corte… e  a tua madre non sfuggi”

“Le bugie saranno anche nani con le zampette, ma non sempre la verità viene a galla!”

“Le bugie a tua madre non le devi raccontare. Punto e basta.”

“Come sei aggressiva..”

“Certo che sono aggressiva. Vuoi rubare in tabaccheria ed io dovrei fare finta di nulla? Vedi, le bugie hanno le gambe corte e prima o poi l’avrei scoperto.”

“Mamma caspita! Non l’hai scoperto. Sono io che te l’ho detto.”

“Certo, perché sapevi che ti avrei scoperto, perché sai che le bugie hanno le gambe corte.”

“E il naso lungo…” disse lui sorridendo.

“Non prendermi in giro… sì, le bugie hanno gambe corte e naso lungo.”

“Forse Pinocchio, ma gli altri no. Si dice infatti, al naso non si fa caso? Pensi che Cyrano fosse un bugiardo? Piuttosto era Rossana ad essere…”

“Zitto. Sai che non tollero la volgarità! E poi al cuor non si comanda.”

“Ma mamma quella era zoccola. Quella non aveva capito nulla. Lo prendeva in giro, quella voleva l’altro.”

“L’ignoranza è madre dell’arroganza. Studia anziché rubare al tabaccaio. Se avessi studiato, ora non saresti un poveraccio affamato di francobolli.”

“Che palle questa morale da periferia! Ho studiato ragioneria, sì ci ho messo sette anni ma che ci posso fare se quella…”

“Fermo,  non dire quella parola!”

“No mamma, la dico: quella zoccola della professoressa di italiano mi ha bocciato due volte!”

SCIAP, gli rovescia un ceffone stentoreo.

“Basta mamma, me ne vado. Cattivo bastone non fa buon cane. Vado a rubare che ti piaccia o no. Se non mi dai i soldi, me li procurerò rubando.”

“Poi non dire che non ti avevo informato.”

“Tranquilla sarò muto come un pesce.”

“Ricordati: tanto va la gatta al lardo…”

“Che ci piscia l’intestino” e sbatté la porta.

 

Dopo qualche giorno in paese non si parlò d’altro che del furto in tabaccheria.

Che è successo?

Hanno picchiato il tabaccaio.

Ha reagito?

Ovvio.

E il ladro?

A bocce ferme si saprà chi ha vinto.

Si dice che gli inquirenti siano sulle sue tracce.

Eh sì, tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

ARRESTATO MAURIZIO POLLINI, IL LADRO DELLA TABACCHERIA

“Maurizio, guarda come ti sei ridotto…”

“Mamma, chi ruba poco va in galera, chi ruba tanto fa carriera.”

di Stefano Re

POLITICALLY INCORRECT

Verso mezzanotte Lucia andò in bagno. Si stava divertendo molto: quella festa era riuscita perfettamente e aveva conosciuto molte persone simpatiche. Mentre si ritoccava il trucco, fu raggiunta da Monica, la padrona di casa. La frequentava da pochi giorni, si erano incontrate per la prima volta in palestra ed avevano familiarizzato subito. Erano coetanee, entrambe trentenni; nessuna delle due era veramente bella, tuttavia risultavano senz’altro attraenti, bruna la prima, rossa la seconda. Lucia lavorava in un’agenzia di viaggi, Monica si occupava di import export.
“Tutto bene, cara?”
Lucia annuì. Si sentiva euforica, era la sua prima uscita in società da quando si era lasciata con Piero. Monica le porse un bicchiere. “Bevi.”, disse, “Vedrai che è qualcosa di speciale!” Lucia mandò giù un sorso, storcendo il naso; non era una bevanda particolarmente gradevole, aveva un retrogusto amaro. Monica sorrise. “Su, finiscilo. Ti assicuro che dopo ti sentirai in paradiso.” Un po’ controvoglia, Lucia le obbedì.

Quando riprese i sensi, si trovava in una camera avvolta nella penombra. Era nuda, sdraiata su un grande letto matrimoniale, aveva polsi e caviglie legate. Con lei c’erano due persone, anch’esse svestite. Avvertiva un forte profumo di incenso, che si mescolava all’odore di una donna eccitata. Monica le stava succhiando un capezzolo, un nero dall’aspetto atletico si accarezzava il pene, che era di dimensioni enormi. Ambedue avevano i corpi lucidi di sudore. “Cosa mi state facendo? Chi è lui?”, biascicò la giovane. Prima non lo aveva visto alla festa. Ad un tempo, si sentiva confusa e impaurita. Inoltre non sopportava la lingua di Monica, non perché non fosse abile, ma per il semplice motivo che non amava le donne. Amava gli uomini e comunque non gli sconosciuti. Inoltre, era prigioniera, alla loro mercè, e questa era una condizione che non tollerava. “Liberatemi immediatamente!”, esclamò con un tono di voce più risoluto. Improvvisamente era diventata lucida, e pienamente consapevole di ciò che stava accadendo. Per tutta risposta Monica si sdraiò su di lei, nella classica posizione del 69, e incominciò a leccarla avidamente. Nel frattempo, il nero continuava a masturbarsi; il suo pene era diventato ancora più grosso, turgido, pulsante sangue.
“Per favore, basta! Mi fa schifo!”
Parole al vento. Monica sciolse i nodi che le assicuravano le caviglie, le sollevò le gambe e penetrò a fondo in lei con una lingua che diventava sempre più vorace. Suo malgrado, Lucia iniziò a contorcersi sul letto. Con raccapriccio si rese conto che adesso le piaceva. Monica cambiò posizione, cercandole la bocca. Incredula di se stessa, Lucia ricambiò il bacio. Fu allora che l’uomo la penetrò. Malgrado la straordinaria consistenza del membro, duro come l’acciaio, lei era già completamente bagnata, e non provò alcun dolore. Solo passione. Una passione che si fece sfrenata, mentre lui la possedeva con incredibile vigore, e Monica le mordeva i capezzoli oppure le leccava il viso. L’orgasmo la travolse con un’intensità straordinaria; gridò.
Monica le liberò anche i polsi. Ormai sapeva che Lucia non si sarebbe ribellata; l’aveva desiderata fin dal primo momento in cui l’aveva vista in palestra, intuendo che, dietro a un’apparente riservatezza, celava un temperamento passionale. Monica amava le ragazze, ma soprattutto adorava condividerle con Max. Non era la prima, non sarebbe stata l’ultima. Mentre il nero la possedeva nuovamente, la baciò per l’ultima volta sulla bocca. Poi le cinse la gola con le lunghe mani forti. E strinse. Le avrebbe donato la morte più bella e più raffinata.
Lucia comprese le sue intenzioni.
Ma era troppo tardi.

Mina

Mina scelse la strada lunga, anche se era poco più di una trazzera di campagna srotolata alla bell’e meglio tra siepi spelacchiate, pezzi di water e mattonelle scaricate in fretta sul ciglio. Teneva un pugno chiuso, raggomitolato su qualcosa di carta, e procedeva seria seria. Superato il lampione si infilò in un buco di una recinzione che delimitava un pezzo di nulla. Intorno, solo sterpaglie crude prima della stradella che dritta dritta portava al muretto.
Il vecchio era lì, non l’aspettava ma c’era, perché sapeva che Mina prima o poi sarebbe passata, con il muso tirato e il pugno chiuso e la lacrima minima a ricordare che, in fondo, era triste. Per vari minuti non si dissero niente, osservavano il panorama noioso della periferia in silenzio, mentre auto scassate solcavano il paesaggio. Aspettavano forse che la piccola goccia sul viso si asciugasse da sé.
Fu il vecchio a muoversi per primo, mettendole sotto gli occhi la mano sinistra spalancata. Mina la guardò, alzò gli occhi verso il viso abbronzato dell’uomo e liberando il suo di pugno depose la palla di carta bianca sul palmo.

«Quanto?» – le chiese.
«Tre» – rispose Mina sottolineandolo con mignolo, anulare e medio alzati.
«Che era?»
«Saggio breve!»
«Cioè?»
«La madre.»
«Di chi?»
«Boh! C’erano dei pezzi di gente importante.»
«E chi cumminasti [che hai combinato?]
«C’ho parlato di mia mamma, manco li ho letti quelli importanti e mezzo compito l’ho scritto in francese.»
Il vecchio chiuse il palmo sulla carta ancora calda del tepore di Mina e rimase ancora in silenzio. C’era fumo di stigghiole [cibo da strada palermitano, buddello arrostito] che si alzava vicino al ponte e ogni tanto una zaffata arrivava sino a loro.
«Ti riporto a casa Mina» – disse alzandosi in piedi.
La ragazzina non proferì sillaba, ma si mise accanto al vecchio seguendo il tracciato del viottolo verso le costruzioni ingiallite. Ogni tanto sfiorava il pugno dell’uomo chiuso sul foglio appallottolato del compito, ma non era un gesto casuale, aveva bisogno di sentire vicino un corpo Mina, voleva mimare una carezza buona di uomo. Solo questo, e così sfiorava timida quella mano contentandosi di quel gesto furtivo.
Davanti al basso i due si fermarono. La tenda era tirata e poco distante una Punto verde acqua ingombrava la strada. Mina osservò perplessa la scena e il vecchio, quasi a chiedere il da farsi.
«Aspettiamo!» – disse l’uomo poggiandosi al cofano – «avi chi ‘ffari[ha da fare]
Passò un quarto d’ora prima che dalla tenda uscisse un tipo secco secco, con la faccia di fesso che li guardò male preoccupato che il cofano non avesse retto il peso dei due. Dietro, aggiustandosi la vestaglina a quadretti bianchi e rossi, spuntò pure una donna che guardò per un attimo Mina e subito dopo il vecchio con una smorfia di domanda.
«Tutto a posto Shamira! La solita camurria [seccatura] dell’italiano.»
«Domani ci passi tu da scuola?» – fece la donna.
«Vedi che prima o poi ci sgamano a tutti e tre.»
«Sì vabbè, quelli che vuoi che capiscono.»
«Shamira, a me mi sentono [mi hanno soprannominato] Anemia, e voi siete belli nivuri [neri]. Secondo te ancora non l’hanno capita la situazione?»
«Ma io come faccio? Se mi pigliano lo sai come finisce!»
Il tipo con la faccia di fesso si era allontanato alzando la polvere dello sterrato con le gomme e Mina se ne stava in disparte a guardare il pugno del vecchio con dentro il suo tema bocciato. L’uomo guardò Mina, la sua mano serrata, poi accennò un sorriso e fece segno di sì con la testa.
«Mina, domani al solito orario che devo parlare con la professoressa. Vediamo se ci posso inventare qualche cosa di nuovo.»
Poi girandosi verso Shamira – «però è l’ultima! Te lo dico!»
Il vecchio diede una carezza alla ragazzina sulla testa e riprese al contrario la strada. Mezz’ora di polvere e rifiuti, fino alla piccola costruzione su due piani. Dentro, sulla poltrona, Vicè provava a seguire un programma idiota alla TV. Lo salutò con un cenno e si diresse verso la branda all’angolo. Da sotto la rete prese un raccoglitore di quelli con gli anelli da ufficio, e finalmente liberò dal pugno la palla di carta. Con calma la svolse, lisciandola sul tavolo di fòrmica della cucina. Poi con cura infilò il foglio spiegazzato in una busta trasparente con i buchi, un sudario di plastica dal quale traspariva la calligrafia minuta di Mina e il tre rosso fuoco, incisi sulla carta maltrattata.
Vicè si voltò a guardare la scena, mentre in TV un babbeo aveva perso tutto per una parola sbagliata.
«Come andò stavolta?»
«Tre, Vicè.»
«E che era?»
«La madre.»
Vicè torno a guardare la TV, ma quasi tra sé sentenziò – «Sempre la pulla [puttana] 
Il vecchio posò il raccoglitore sotto il letto e si stese. Doveva riposare che l’indomani a scuola doveva parlare con quella: – «Sì Vicè, la pulla d’italiano!»