Dialoghi

Dialogo

Lei: “…….”

Lui: Nei tre puntini vedo sintetizzato un discorso del genere: Caro Tobia, noto con disappunto che queste tecnologie cui abbiamo vincolato l’anima, nel momento del bisogno “ci mollano” senza ritegno. La bieca tecnica non sa apprezzare un gustoso e sapido scambio di idee e, col suo fare nefasto, tarpa le ali di un dialogo che altrimenti potrebbe decollare libero.

Potenza evocativa dei puntini…

Lei: “.!….   ….. ..”

Lui: Noto che il primo puntino e’ lo stesso dei precedenti ma, si sa, è sempre la formula interlocutoria e di cortesia con cui si introduce un discorso. Qui la cosa si fa più complicata e personale, ma penso, con il dovuto tatto, di poterti rispondere. No, non ti preoccupare, non hai urtato la mia suscettibilità ponendomi una domanda così intima, però non me la sarei aspettata dopo una così breve conoscenza. Superato il primo sconcerto, mi sono detto che siamo abbastanza grandi per affrontare la cosa e tu sarai sicuramente in grado di valutare la portata delle mie parole. Ebbene si: Non mi piace il formaggio.

Lei: “!…., .. … . …..!”

Lui: Dopo aver raggiunto una simile intimità poche cose possono ormai stupirci, si tratta di una strada tutta in lieve discesa, dove le reciproche storie di vita diventano bruscolini se confrontate con il triste fatto che a un Topo non piace il formaggio.

Le lettere maiuscole qui si impongono perché si travalica il singolo episodio e viene coinvolto l’archetipo del Topo con annesse abitudini alimentari.

In letteratura esistono precedenti analoghi che però sono stati fatti passare in secondo piano per non traumatizzare i lettori e poi, mi domando: Quale gatta vorrebbe giocare con un topo affetto da una siffatta menomazione?

Lei: “………!”

Lui: Ecco, non pensavo a questo punto di vista. In effetti, se le cose stanno come mi stai dicendo, tutta la questione alimentare si ridimensiona. Ciò denota nella Gatta una capacità di comprensione inusitata e di fronte ad un tale comportamento, il Topo resta affascinato. Non sa ora se fuggire o restare, gli sembra che i soliti squittii di circostanza non rendano merito all’importanza del momento. Ebbene si, il Topo potrebbe anche prendere in considerazione l’offerta della Gatta anche se questo andasse contro tutto il suo buon senso da roditore. Però ormai il tarlo si è installato e ha cominciato a rodere…

Lei: “…..; …..,…..!”

Lui: Ritengo, suppongo, penso, sostengo, ribadisco, stigmatizzo, affermo, immagino, spero….si. Dico.

Lei: “?”

Lui: Ritengo (di si) Suppongo (che possa essere vero), Penso (oddio e se non lo fosse?), Ribadisco (ma certo che è così), Stigmatizzo (stizzito che non transigo sulle verità transitorie), Affermo (che la realtà si manifesterà da sola a chi vorrà vederla), Immagino (che dopo questo la Gatta rivedrà le proprie idee sul Topo), Spero (che invece il gioco continui)… si. Dico (mi piace giocare con te).

P.S. Ok, mi hai preso, questa volta hai vinto tu, ma se invece di tenermi in bocca mi lasciassi andare, riusciresti anche a rispondermi senza dover mugolare!

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Purgatorio

«Tutto bene signor Martèn?»
Lui scuote sempre la testa, con il fare tipico di chi con difficoltà vuol definire un qualche concetto. Né una parola, né un suono. Solo fatica.
Ogni giorno così, da trent’anni, in questo buco di porto: tanfo di piscio e di alghe marce, poche facce, sempre le stesse. Una è la mia, sono il custode Fernand, quello che su una vecchia bici sgangherata, in piedi sui pedali, va in giro a sorvegliare dio sa che cosa, ché qui nulla accade, da sempre. Ogni tanto una nave ormeggia, specie quando il mare fuori è in tempesta. Sta il tempo necessario a riparare e poi riprende subito la sua rotta, perché qui davvero non c’è nulla da fare o da vedere. Nulla. Non ci stanno neanche abbastanza puttane per sgranchirsi i pensieri o ubriachi per farci a botte.
Il signor Martén lo trovo sempre sul molo, seduto sulla prima bitta incrostata di ruggine e nonostante tutto ogni volta mi fermo sempre un attimo con lui.
«Tutto bene signor Martén?», chiedo più per assicurarmi che sia vivo che per ricevere una risposta, che tanto non è mai arrivata.
Cosa ci viene a fare ogni santo giorno giusto in questo punto lo sa solo lui e il diavolo, ché questo se non è l’inferno deve somigliarci proprio a una punizione divina. O almeno che ne so a un purgatorio, dove si sconta qualche malefatta in attesa di andare altrove. Dove? Che volete che ne sappia io, altrove. Forse lo sa la signora Clavert, una mezza pazza che passa il tempo a dare da mangiare ai gabbiani due bitte più in là. Una di quelle beghine da sacristia che magari di questi maneggi sa qualcosa, ma che dice solo mezze frasi che nessuno capisce.
Chiedi, «tutto bene signora Clavert?»
E lei, «sì, oggi io però…». Oppure «sì, ieri c’era lungo…» o «mah! Questo tempo… Questo colpo…» Robe così, tronche, mentre guarda i gabbiani che uno a uno si tuffano per ingollare acqua lurida e pezzi di pane ammollato. Ne porta con sé tanto, un pane nero che sembra impastato con il catrame. Deve essere il pane del diavolo, fatto con il fango degli inferi. Lo stiva dentro buste di carta sudicie, che a fine giornata ripiega con cura e porta via. Ogni giorno.
Ho visto poi che al mattino, quando arriva con le mani impegnate con il pane del diavolo, passa sempre un attimo dalla bitta di Martén e dice sempre qualcosa, mezze frasi come il suo solito immagino. E lui in qualche modo risponde, conversa a quanto appare dalla finestra del mio casotto, articola le labbra.
Devo dire che un paio di volte ho provato pure a passarci vicino facendo finta di niente, ma le parole, quelle che la Clavert sembra avvertire, sono vuote, solo movimenti della bocca senza suono, inutili. E lei, la Clavert, sorride e approva con la testa e risponde con le sue mezze frasi prive di senso. Roba che se non fossi sicuro di me crederei di essere io quello impazzito e loro in amabile conversazione.
Ieri la nave che è arrivata ha vomitato sul molo le solite facce sghembe di mare mosso e una donna che sembrava esserci capitata dentro per uno scherzo di pessimo gusto. Una bella donna, in un vestito nero elegante, capelli lunghi ambrati sistemati in una coda, scarpe dorate col tacco. La vedevi e pensavi, dio santo, che ci fa una donna così in questo lupanare. Sembra sbarcata da una nave da crociera invece che da quel mercantile fetido.
Ha subito chiesto con garbo un posto dove passare la notte. Lei! In questo mezzo inferno di noia e di tanfo un letto dove riposare? Ho detto che era caduta male, ma proprio male, perché io più che la branda sgangherata per il carpentiere non ho. Ed è lì proprio dietro la mia, non proprio una faccenda carina da offrire a una signora.
«Va bene la branda», ha detto, «sembri proprio una brava persona. Dormirò qualche ora e poi tornerò su. Mi fido.» Ha sorriso, mentre ondeggiando elegante sui tacchi entrava nel casotto.
Le donne! A dir il vero non sono mai a mio agio con loro, neanche quando le pago per farmi fare l’amore o qualcosa che ci somiglia. Figurarsi capire una che ti vuole dormire accanto e che non puoi neanche pagare. Già! Alle volte chiedo loro solo questo, stendermi vicino e sentirle respirare mentre dormono. Mi dicono tutti che sono un pazzo a pagare per questo, ma qui in questo purgatorio deve per forza esserci qualcuno che vuole dormire accanto a una puttana accanto e basta. A dirla tutta sarei anche entrato a stendermi a un certo punto, visto che ero stanco morto, ma vi dicevo che il disagio mi sovrasta quando non pago, così ho inventato altre mille cose da controllare e ricontrollare in giro, tra le bagnarole ormeggiate, finché non si è fatto buio e tutti, ma proprio tutti sono andati via.
Tutti tranne il signor Martén e la signora Clavert, s’intende. E quelli se ne stavano lì: prima bitta, terza bitta. In mezzo io: seconda bitta, ruggine, tanfo di piscio e di alghe marce, gabbiani in lotta per il pane del diavolo e una sera dolce e tiepida che sembrava dipinta dopo la tempesta della mattina.
Sto bene, ho pensato, e non credevo si potesse star bene in questo posto qui, in questo nulla in bilico sul mare. La nave che aveva trovato riparo stava ormeggiata di fronte sul molo grande. La luna iniziava a prendersi la scena nel cielo e montava come su una crema color del catrame del pane della signora Clavert.
Guardavo tutto quel mare ovunque e un ticchettio lieve dietro le mie spalle rivelava qualcuno che giungeva da un punto che il signor Martén e la signora Clavert osservavano sorridendo. Un punto che non avevo voglia di girarmi a controllare. Ho pensato, pazienza per il disturbatore, andrà via presto. E poi, chi diavolo può avere interesse a dar fastidio a quest’ora. Un ladro? E di che? Che a rivoltarmi non ci ricaverebbe un soldo bucato. Chiunque sia può tornarsene a casa sua, visto che di sicuro ne avrà una a differenza di me che ho un casotto semioccupato da un donna bellissima che dorme.
«Io la notte la passo qui», ho detto ad alta voce a un tratto, ma solo per interrompere quel silenzio e anche con un certo stupore per il suo stesso suono.
«C’è posto anche per me?», ha chiesto il disturbatore. Era lei, la donna della nave.
«Non dormite?» e subito ho pensato che razza di domanda stupida era quella, visto che se ne stava proprio dietro in piedi, con grande evidenza sveglia.
Ha scosso la testa divertita, «non più.»
Le ho fatto un poco di spazio sulla bitta, tanto per farla poggiare. Sentivo il calore del suo corpo sul mio e il profumo intenso che aveva addosso lo percepivo netto, una fragranza speziata e persistente. Eccitante.
«È bello qui la sera.»
Bello? Questo buco maleodorante, bello? Ho pensato che davvero doveva essere ben strana. Doveva aver davvero visto ben poco del mondo. Meno di me che da quel buco non spno mai uscito. Meno anche del signor Martén che neanche parla più, se mai l’ha fatto.
Poi c’è stato qualcosa che è mutato. Un punto di vista, una luce, una sfumatura. Non so. Un suono, sì. Una rumore sordo, tipo clang! Come se da qualche parte un meccanismo sulla nave di fronte si fosse azionato e avesse cambiato di colpo lo scenario, come su un grande palcoscenico. Voglio dire a ben vedere era tutto uguale e spiccicato a prima del clang, ma tutto come dire, diverso.
E lei era di nuovo in piedi e mi chiedeva qualcosa di nebuloso, quasi usasse una lingua straniera: come scusa? Ballare? Cioè io, il custode Fernand, il guardiano di questa fogna maleodorante, ballare? Dio santo, ma ne stanno accadendo cose assurde tutte insieme. E la donna che scende dal mercantile, e la branda che le devo offrire per la notte, e la musica che d’un tratto arriva dalla nave! Musica? Da dove diavolo veniva quella musica? Dal mercantile arrugginito per davvero? O era una trovata di quella pazza della signora Clavert che sulla sua bitta continuava a ridere divertita. No, no. Era nell’aria tiepida della sera. Era l’aria tiepida della sera.
Ho chiesto, «che musica è?»
«Ha importanza? Cosa ti piacerebbe che fosse?»
«Un tango. I miei genitori venivano dall’Argentina. Non ho mai ascoltato un tango. E non sono mai stato in Argentina.»
«E tango sia!» ha detto ridendo e poi mi ha preso le mani e ha iniziato a girare intorno a me e io con lei. I miei piedi si muovevano, prendevano i suoi passi, la agganciavano, come se conoscessi quelle figure da sempre, disseppellite dal mio DNA sudamericano. E giravamo, lambendo il bordo estremo del molo, incuranti di sporgere ognuno un lembo di suola sempre più oltre, rischiando il bilico sull’acqua.
La signora Clavert rideva e diceva delle mezze frasi che scaldavano l’anima. Il signor Martén muoveva le labbra per dire «bene, bene» e io lo sentivo distintamente con una voce che non avevo udito mai. Per tutta la notte fino all’alba, fino a cadere stremati sul cemento ruvido del molo. Stremati e felici. Felici, già!
Quando è risalita sulla sua nave il sole era già alto e io ho avuto appena un attimo per salutarla.
«Posso chiederti il tuo nome?», ho detto.
«A…», un lungo silenzio, «a cosa serve sapere i veri nomi? Dammene uno tu se vuoi?»
È sfilata via la nave, verso la sua inevitabile rotta. La signora Clavert sorrideva. Il signor Martén annuiva. Io, il custode Fernad, pensavo a un bel nome di donna che iniziasse per A, pronto per andare altrove. Via da questo strano purgatorio.

Dentro, ti vivo.

Sei nel mio sangue,
nel reticolo delle vene
che si intravedono,
sotto la mia pelle di carta di riso.
Sei nel ritmo del mio cuore
sincronizzato col tuo respiro,
addormentatomi accanto.
Sei nelle gocce di pianto,
stillate dai miei occhi d’alga,
sempre in cerca del tuo azzurro.
Sei nel l’umido desiderio,
che racconta segreti peccati;
nelle rime di antichi cantori,
che forse già sapevan di noi.
Sei il sentiero insperato,
che porta fuori dal fitto bosco,
sei il tepore delle notti più fredde.
Sei sempre. Laddove ti cerco.
Sei nel mio ora,
nel mio sconosciuto futuro,
nel mio dimenticato passato.
Unica voce che sempre riconoscerò
la conosco da dentro,
perché dentro ti vivo.

Lucia Lorenzon

04/07

Incastro frammenti di tempo
che sopravvive alle manie di controllo,
i miei muscoli guizzano di ansia
e regolano l’efficenza,
ma continuo a osservare la notte
per afferrare l’ultima parola cercata.
E poi mi specchio nella tua devozione
accarezzandone i limiti esterni,
tra disordini e aspettative,
al braccio di una incredibile fiducia
e al suono della meravigliosa arte
di semplificare e animarmi.

Insipienza

Morì esattamente alle quattordici e cinquantotto di un normale venerdì santo, e questo lo mandò su tutte le furie.

“Bastavano due minuti, bastavano due minuti”, gridava mentre saliva verso l’aldilà.

“Mi faccia almeno il piacere di abbassare la voce” gli disse un angelo che lo aspettava sulla soglia dell’altro mondo.

“E lei chi è?” rispose l’altro prima di inveire e gridare che due minuti non avrebbero fatto del male a nessuno.

“E perché sarebbe dovuto morire due minuti dopo?” chiese l’angelo.

“E già, lei non capisce nulla. Due minuti dopo sarebbero state le tre del pomeriggio e sarei morto come quel tale che fu inchiodato su una croce”

“Lei è davvero un sant’uomo” disse l’angelo che non aveva ben chiaro chi fosse quel tale.

“Io ci sputo sulla mia santità”, disse l’altro. “Se fossi morto due minuti dopo, sarei stato ricordato esattamente come quel tale che si faceva chiamare Gesù Cristo. Capisce?” e ricominciò ad urlare.

L’angelo non aveva capito granché, ma comprendeva benissimo che quell’uomo non era stato certo registrato all’anagrafe dei buoni cervelli.

“Chi grida in questo modo?” disse una voce che si perdeva nei meandri dell’aldilà.

L’angelo disse che quella era la voce di Dio.

“Farabutto”, gridò l’uomo. “Non potevi aspettare due minuti?”

“Perché avrei dovuto?”

L’uomo cercò di dare una spiegazione, ma Dio non si lasciò circuire, e prima che quello cominciasse ad urlare di nuovo, lo spedì all’inferno.

Giù in basso non furono certo contenti di vederlo. Chiamarono immediatamente sua maestà il diavolo che sbuffando fumo da ogni orifizio, gli disse di avvicinarsi.

“Sa che qui non la vogliamo?”

“Due minuti, bastavano due minuti” riprese ad urlare l’uomo.

“Stia zitto!” tuonò il diavolo facendo smuovere ogni cosa che avesse consistenza. “Qui lei non è gradito, risalga e dica a Dio di trovarle una collocazione. Qui c’è soltanto gente che ha scelto contro Dio!”

Così l’uomo risalì e Dio si trovò una bella gatta da pelare.

Convocò il diavolo e gli disse che lì non c’era posto per quel tale, mentre il diavolo irremovibile, confermò che nemmeno da loro c’era posto per quell’uomo.

“Non ha mai scelto di bestemmiarti, o comunque di combatterti” aggiunse il diavolo.

“Ma nemmeno ha mai fatto nulla per amare!” puntualizzò Dio.

“E quindi che facciamo?” domandò il diavolo che per la prima volta nella sua vita voleva accordarsi con Dio per non avere grattacapi.

Dio ci pensò un po’ su e poi disse: “Rimandiamolo sulla terra e ignoriamolo!”

Così quell’uomo fu rispedito da dove era arrivato. Non gli importava nulla di nulla, viveva come se bene e male non esistessero e aveva un unico pallino: morire nella stessa ora in cui era morto Gesù Cristo.

Gli chiesero come mai avesse quel desiderio e lui dopo averci pensato su, si passò una mano tra i capelli e rispose: “Perché la morte è la più grande buffonata di questo mondo, ma almeno  in quell’ora il mondo è cambiato. Poi che esistano il paradiso e l’inferno a me frega poco”.

Da allora molti presenti diventarono suoi discepoli.

Stefano Re

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la primavera

Da una splendida immagine di Etiliyle ho ricavato questo piccolo racconto.

Dalla cima della montagna che ospita il bosco degli spiriti si può spaziare con la vista. Lo sa bene Sofia che in quel bosco vi sale tutte le volte che può. Lei studia a Ludi, la capitale della regione, per diventare un’agronoma, una professione oscura, perché per i venusiani l’ecologia significa tornare ai tempi delle candele.

Nel periodo estivo le è più facile con l’aiuto del bel tempo e delle giornate lunghe. D’inverno è coperto dalla neve e si limita a piccole passeggiate nella parte bassa del bosco. Però è durante la primavera che assapora il risveglio della natura. Anche l’autunno coi suoi colori e profumi le piace ma è la primavera il suo vero amore. Il verde timido delle foglie che spuntano sugli alberi. Lo smeraldo dei prati che si riempiono di pratoline e violette. È tutto un tripudio di colori tenui mai violenti come quelli autunnali che trasforma il bosco da bella dormiente a giovane fanciulla assetata di vita.

Oggi è a Venusia perché a Ludi l’Università è chiusa per uno sciopero dei professori. Ignora i motivi ma tutto sommato sta bene anche a casa a godersi una giornata tiepida che invita a uscire, a stare all’aria aperta.

Tobia, il suo meticcio, è in festa, perché sa già cosa succederà: una gita nel bosco degli spiriti. Finalmente libero di correre e abbaiare senza costrizioni.

Con passo cadenzato Sofia sale fino in cima, mentre il cane corre e si rotola sull’erba tenera che spunta nel sottobosco.

Arrivati nel punto più alto, la ragazza si siede, appoggiando le spalle al tronco di un giovane faggio, che con timidezza mostra le prime gemme, e osserva la pianura. Sulla destra luccicano le acque degli stagni, dove le anitre riposano in attesa di spiccare il volo finale verso il nord. Le canne palustri si muovono sotto il vento che spira da levante. Una danza lieve che affascina la vista di Sofia.

Tobia si avvicina, annusa la ragazza e corre via nel folto della macchia appena sotto di loro. È felice, sente che la natura si sta risvegliando dopo il letargo invernale, che quest’anno per fortuna è stato più breve del solito. La primavera ha anticipato e i primi balestrucci, le avanguardie del grosso che arriverà fra qualche settimana, volano nel cielo pulito.

Sotto, di fronte, si vede Venusia con i suoi tetti rossi, la strade che si snodano senza un senso geometrico e le piazze circondate dagli alberi. La visione dall’alto fa capire a Sofia quanto siano tortuosi i progetti umani, esattamente come le strade di Venusia.

Tuttavia è a sinistra che il suo sguardo indugia più a lungo. Lì ci sono i campi coltivati. Appezzamenti verdi interrotti da filari di vite che stanno ancora dormendo oppure dai fiori rosa dell’albicocco che spiccano sul ramo nudo. La campagna non dorme d’inverno ma riposa con un occhio chiuso e uno aperto, coccolandosi sotto la neve ma pronta a rispondere ai primi raggi del sole che scaldano.

Sofia si alza e con un fischio chiama Tobia, che accorre al suo richiamo.

«Dai pigrone» e ride, perché sa che non è vero. «È ora di tornare a casa. Domani torniamo».

Con passo lento seguita dal suo meticcio s’incammina verso Venusia.

La ragazza del banco dei segni

Non le dispiaceva in fondo quel lavoro, di morbida cadenza.
Fare e disfare, sull’orlo del mattino e della sera. Come i disegni di polvere e colore.
Le scaglie del tempo su una lastra di legno, a galleggiare sopra i cavalletti: un’armata di perle  scappate chissà da quale filo, di stampe  rimaste senza muro, e poi tazzine con l’eco di altre luci. Sua Muffità di fogli e di velette. Nelle retrovie, piattini scompagnati. A fare resistenza e geometria.
Questo banco sa di poesia, le disse l’uomo, con l’aria borgesiana di chi sa vedere oltre il buio.
La ragazza lo guardò senza parlare, la stanchezza tutta concentrata nel cadere diritto dei capelli.
Già lo sapeva: i mercati sono della gente.
Le cose stanno lì per far da levatrici. Di parole e di sogni addormentati. Di ricordi e di piaceri coltivati.
Le cose tengono la brace sempre accesa dello sporgersi affamato sulla vita, quello che s’appiglia almeno a una rivista, agli auguri di una vecchia cartolina: mano d’inchiostro azzurro e innamorato. Da portare a casa, come una promessa.
Ma l’uomo no, non lo sentiva, il richiamo silenzioso delle cose: forse parlava con un suo pensiero.
Anche lei sa di poesia, aggiunse con voce un po’ più bassa, preso di sé, dentro ad un suo giro.
La luce stava per finire, gli oggetti dovevano tornare, senza confusione, ben fasciati di carta e di cartone. La ragazza sentì di doversi un po’ scoprire. Almeno il fondo di un sorriso.
Allora le dirò cos’è l’amore, continuò l’uomo, quasi chiudendo gli occhi.
La ragazza si alzò: ci sono parole che vanno assecondate come pitepitele dentro il bosco, con gesti che dicano qualcosa, ma la vecchia le porse la teiera, cosa costa , questa qui, che è  anche un po’ scheggiata…
Il tempo di volgere la testa e chiedere un attimo d’attesa, col cenno gentile della mano.
L’uomo non c’era più. Più. Solo la nebbia.

W I NUDISTI!

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Beh, vi scrivo nelle vicinanze di un campeggio nudista. Non ci crederete😉, ma sono tutte mie!

Non chiedete MAI a un nudista: “E tu, dove abiti?”

Perché un nudista dà il meglio di sé quando mangia una fetta di prosciutto?

Perché è nudo E CRUDO.

Un nudista va in pizzeria e chiede una napoletana. Il cameriere prende l’ordinazione e poi gli domanda: ” Posso portarle anche un paio di CALZONI?”

Un nudista entra in una lavanderia a gettoni. Una donna lo squadra da capo a piedi, poi gli domanda: “Scusi l’indiscrezione: ma lei cosa diavolo è venuto a fare qui?”
Serio, l’uomo risponde: “Sto solo tentando di mettermi nei panni degli altri”.

Un nudista entra in libreria.
– Avete “L’uomo nudo” di Simenon?
Senza guardarlo troppo, la commessa gli risponde: – Certo, ma deve scusarmi se rido: era proprio scontato!
L’uomo replica: – Per la miseria, non c’è volta che io riesca a trovare un buon libro a poco prezzo.

Un nudista vestito, seggio elettorale e giorno delle elezioni.
Dopo aver votato: “Scusate, ma adesso potrei fare lo SPOGLIO?”

In spiaggia, sotto l’ombrellone, un nudista timido si è procurato un ago e il filo e una camicia. Perché mai?

Sta provando a attaccare bottone.

😂

Quale auto preferiscono i nudisti durante l’inverno?

Il Golf.

Ma, scusate:
i veri nudisti usano l’accappatoio o si asciugano con il fon?

Un nudista come festeggia il carnevale?



( Questa è terribile, lo so.😉)
Beh, solo con una BAT – TUTA.

E… dove tiene i suoi soldi un nudista?
Facile, li ha risparmiati, tutti IN VESTITI.😉

Come lo riconoscete un nudista vestito in coda allo sportello della posta?
(…Tic tac, tic tac.. )
Si rifiuta di ritirare il suo pacco.

Come riconoscete un nudista vestito al ristorante?
… …
(mumble mumble…)
(suspance…)
Non vuole pagare il COPERTO!😂😂😂

Buona domenica a tutti quelli che si sono vestiti (o dovuti vestire).
Ciaooo.😘

E fu sera e fu mattina

E fu sera e fu mattina. Le cose avvengono solo di giorno e la notte la creazione si prende una pausa, salvo chi le pensa di notte per poi farle di giorno e interferire con i piani di dio che intanto era arrivato fresco fresco al secondo giorno dopo la faticaccia di aver fatto tutto al buio senza pensare di collegarsi all’Enel. Come spesso accade, mi trovavo da quelle parti a controllare i lavori e tutto quel tempo sprecato mi pareva un peccato. Lo dissi a dio, che non aveva ancora inventato la colpa e quindi non sapeva cosa fosse il peccato. Glielo dissi e al terzo giorno si illuminò dicendo “Fiat lux”. Si levò un coro di “già detto ieriiiii eri eri eri…” con tanto di eco. Non volevo infierire ma quella cosa del buio lasciato a se stesso mi tormentava e a nulla sono valse le parole di dio “vai in pace”. Io lo sapevo che non ci si doveva fidare di uno che parla in questo modo. Non aveva ancora inventato la guerra e già parlava di pace. Ma si può?

Comunque, avevo ragione io. La notte, lasciata allo sbando, generò il Male e ci fu poco da dire a dio “te lo avevo detto”. Se le cose si fanno a metà poi non ci si può lamentare che altri si prendano i propri spazi, soprattutto se inventi prima il libero arbitrio e poi i comandamenti. Si avverte un vuoto di potere e le persone intraprendenti se ne approfittano. Però è vero, non c’è più il dio di una volta e ora il mondo si fa in sette giorni, come se dio avesse detto: “ragazzi prendo ferie e mi faccio un mondo”, giusto così, per parlarne al ritorno con i colleghi. Ora ci troviamo con un’infinità di mondi low-cost e pochi buchi neri per fare pulizia.

E fu sera e fu mattina. Questa frase gli è venuta da dio e ce la dobbiamo tenere. Anche se, a pensarci bene, non ho ancora trovato un modo di dire che renda meglio il passare del tempo. Evidentemente anche lui qualcosa di buono l’ha fatta. Però, creare me dopo aver creato lui non mi convince ancora bene del tutto. Dice che ha voluto fare delle prove prima di concentrarsi sul modello giusto ma a questa cosa mica ci credo. Se sei dio non hai bisogno di fare prove, tu devi sapere già quello che vuoi, altrimenti casca l’asino e non sei dio.

E se, alla fine, visti i risultati, non fosse stato un dio a creare tutto quanto ma un qualsiasi specialista di mondi in pausa pranzo o un pensionato durante una partitella al dopolavoro ferroviario? Molte cose si spiegherebbero, anche il mio continuo delirare in questo modo.