Passi

Mi dicevano che la prima volta che vedi il mare è sempre così. Magari lo hai notato passando, un’occhiata dai vetri sporchi del pullman, una macchia di colore mentre rifletti sui prossimi passi, perché quello conta, non stare fermi, camminare. Poi scendi e ti ritrovi tutta quell’acqua davanti, all’improvviso, la guardi e allora capisci che di passi non ne hai più. Sei lì fermo come se fosse un muro enorme, che si estende sino a ogni orizzonte e non vedi scampo.
La prima volta che ho visto il mare avevo pochi anni, ma abbastanza per mettere i passi uno avanti all’altro e andare via lasciando le mie orme sulla sabbia. Ogni tanto ho incontrato case e uomini e spesso erano bestie. Sono cattive le case alle volte, perché vogliono ingoiarti e fermarti. Si cibano di passi le case e allora devi essere pronto a fuggire ancora e ancora. Fino al mare.
Quella volta ho visto il mare e ho provato a piangere, ma non perché ero triste o rabbioso, no, volevo davvero lasciare che le mie lacrime si mischiassero a tutta quell’acqua, ecco cosa volevo fare. Volevo che almeno una minima parte di me fosse in grado di eludere quel nemico liquido e andasse via, insieme alle onde, fino alla terra oltre gli orizzonti che ci tengono prigionieri. Li chiamano confini e a noi ci disegnano stranieri, con pochi tratti di carboncino su un foglio ruvido, raggrinzito dalla pioggia che veniva giù ogni giorno.
Puoi camminare una vita guardando quegli orizzonti, ma non c’è nulla da fare, hai bisogno di una barca per provare a toccarli. E una barca non è un pezzo di terra sulla quale puoi portare i tuoi passi, perché la terra è libera, ma tu no e allora devi fare cose che non avevi mai voluto e aspettare. Guardi il mare, la faccia degli aguzzini che digrignano i denti e ridono sguaiati davanti alle donne terrorizzate dai loro lunghi coltelli e aspetti. Cosa? Che una voce ti chiami, una notte, una voce ruvida che non sa nemmeno il tuo nome, che ti ruba ogni cosa e ti scaraventa in mezzo al terrore degli occhi inumani dei tuoi compagni di viaggio.
E il mare alla fine era lì, lo potevi toccare e sembrava enorme e buio. Ovunque orizzonti, solo orizzonti di mare e cielo. Io che sapevo solo puntare i piedi e camminare cercavo un lontano odore di terra, per sperare almeno di poter un giorno alzarmi tra quella massa di carni e ossa ricotte dal sole e tornare ad accumulare passi.
Poi accadde qualcosa. Adesso non saprei dire cosa. Voci, nel buio, fari, lingue strane e a me lontane. Luccicava il mare, quando qualcosa o qualcuno mi urtò e venni giù di colpo. Fu un secondo o un minuto o forse un’ora. Fu, ecco!
L’ultima volta che vidi il mare c’era solo quello intorno a me, buio e sotto miei piedi acqua. Li muovevo, perché io solo quello sapevo fare, ma erano passi che non andavano da nessuna parte. E anche l’orizzonte era scomparso, era solo acqua ovunque e io non avevo neppure più lacrime da far scivolare via. Forse ho gridato qualcosa, forse ho chiesto aiuto, ma si sa che con tutta quell’acqua non si capisce più nulla e io a parte di passi non saprei parlare d’altro.
Ora che sono diventato del mare, sbranato dai pesci di questo mare, mi chiedo che cosa ve ne fate di tutta quella terra voi laggiù, chiusi nei vostri confini. Che ve ne fate degli orizzonti e delle vostre lacrime. Che ve ne fate della vita se non potete neanche mettere un passo davanti all’altro e venirci a salvare.

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Rivisitazione “minimal” locandine film noti

Essendo arrivata trafelata a questa metà di giugno per i mille impegni, ( e ahimè malanni )miei e di Stella, ricorro oggi alle mie risorse “grafiche” e vi propongo una serie di poster “rivisitati” di film più o meno noti. Le ho create per partecipare a un contest, che non ho vinto, ma le ho comunque messe tutte su tshirt nel mio store online ( queste non sono tutte).

Buona visione!

Lucia

La pioggia

E’ l’odore di pioggia il mio odore preferito, si libra leggero nell’aria come una farfalla svolazzante da un fiore all’altro in una bella giornata di primavera. La pioggia però non è solo della primavera, è di tutte e nessuna stagione, va e viene, si fa desiderare, talvolta odiare persino, quando è troppa e annega tutto in uno strato liquido impossibile da far defluire. Insegna l’arte dell’attesa, la pioggia; insegna la necessità di lasciarsi andare, di scorrere e far scorrere, di esplodere quando è accompagnata da fulmini e tuoni, potenze inafferrabili temute ancora oggi, non solo dai bambini.

Troppe poche persone la amano e ne comprendono l’essenza mutevole; sono persone-pioggia, pioggia esse stesse, nate dall’acqua e cresciute con l’acqua in tutte le sue forme ed espressioni dentro: mutevoli, leggere e dolci un momento e scure e tempestose quello successivo. Ne percepiscono l’arrivo e la accolgono con un sorriso seguito da un senso di liberazione.

Anche oggi aspetto la pioggia, in questa calda domenica di giugno dal cielo blu come il mare senza increspature. Aspetto perché la pioggia prima o poi arriverà e con lei il suo profumo che si libra leggero come una farfalla svolazzante in una bella giornata di primavera.

06/06

Fammi godere i confini della tua speranza
quando il mio sangue inacidito dalle regole
delinea vortici inconsapevoli
che stropicciano i simboli delle nostre mappe.

Adoro la tua grazia di lenta costanza
e faccio collimare brandelli di ogni sera
con il pensiero intimo di quei riccioli
soffici come sbuffi di borotalco.

La mia resistenza procura fame,
la tua attesa silente dichiara fedeltà
e a bordo di questa trama onirica
osserviamo lo sbocciare degli eventi
come timide ali di crisalide.

PROMEMORIA

Lo chiamavano Promemoria, perché girava tra le vie del paese per ricordare a tutti cosa si dovesse fare. “Bisogna fare questo” diceva a tutti, mentre lui si limitava a fare il minimo necessario, perché a fare il resto, gli sembrava di fare lo schiavo.

Gli altri lo guardavano e facevano sì con la testa, anche se poi domandavano chi dovesse farlo, e nel dubbio lo facevano loro. Così Promemoria acquisì ufficialmente il suo soprannome, e la fama di chi in fondo non faceva nulla se non l’ordinario. “Povero me!”, diceva al volgere della sera. “Non ho un attimo di tregua. Non mi fermo neppure a mangiare, e tutti pretendono che faccia io quello che devono fare loro!”. Come se fosse normale decidere i compiti degli altri. Così piano piano creò la distanza con gli altri paesani, che cominciarono ad essere stanchi di quell’atteggiamento.

“Senti Promemoria, ma anziché dire sempre quello che c’è da fare, non sarebbe meglio che ci aiutassi a farlo?”

“Ma non ti vergogni di dirmi così? Io vi avviso di tutto e tu hai il coraggio di dirmi questo? Vergogna… come se non facessi niente!”

“Non dico che tu non faccia niente, in fondo fai benissimo l’ordinario, ma è lo straordinario che non ti si attacca alla pelle! Lo dici, ma poi non batti ciglia.”

Ma la conversazione finiva lì, perché chi ha mille scuse per non fare una cosa, si arrabatta solo per convincere gli altri a farla.

E un bel giorno in paese arrivò una splendida persona, giovane e propositiva, uno straniero, con un’idea sempre nuova per quello che faceva.

“Come ti chiami?”, gli chiesero.

“Problem Solving”

Solving cominciò a frequentare più gente possibile e insegnò modi nuovi per fare le cose. Insegnò tecniche vincenti per ricordarsi gli impegni e in breve tempo tutti si dimenticarono di Promemoria.

“Bisogna fare questo!” disse un giorno, quasi disperato e vittima dei suoi atteggiamenti.

“Già fatto” disse uno che gli passava di lato. “Ci vuole Problem Solving, se vuoi te lo presento”.

Ma Promemoria abbassò il capo e farfugliò qualcosa… dicono fosse la sua ultima lamentela.

(di Stefano Re)

Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – la fontana

Una bella immagine di Etiliyle e zac una pessima storia.

Etiliyle-Luca Molinari Photo-Calice

A Venusia c’è solo una grande piazza Al centro una fontana: marmo e cannelli di rame che dovrebbero zampillare acqua ma sono sempre a secco. È il posto delle grandi adunate, quelle faraoniche, si fa per dire, quando il borgomastro deve fare le comunicazioni a tutti i cittadini di Venusia. Anche se siamo nel nuovo millennio internet non esiste ma nemmeno quello delle cose. Facebook e altre diavolerie non sono note. Whatsapp? Cos’è? Insomma niente tecnologia per fare le comunicazioni a tutti i cittadini. Esiste solo la grande piazza con la fontana di Bustonero. Comunicazione immediata e senza sorprese.

Quando non è impegnata dal borgomastro, in verità assai di rado, è il terreno di giochi dei bambini venusiani. Non sono molti, perché anche qui le nascite avvengono col contagocce ma ci sono.

La piazz a è la loro pista per le corse in bicicletta o sugli skateboard. L’asfalto è ruvido e lascia segni dolorosi sulle gambe ma non demordono. Cadono, si rialzano e piagnucolano ma poi tornano a correre e cadere. Però anche altri giochi di strada si svolgono in quello spiazzo ardente nei mesi estivi.

Ad aprile quando le giornate sono soleggiate ma ancora fresche bambine e bambini occupano la piazza, cercando di convivere senza litigare come fanno i grandi, quando si ritrovano insieme.

Elisa capeggia la schiera delle femmine che si sistemano a sinistra della fontana. Pino invece è il capo dei maschi che non possono gareggiare con biciclette, e si accontentano di giocare coi tappi.

Elisa porta da casa i gessetti colorati per disegnare sull’asfalto il campo di gioco. Sette caselle e il cielo da raggiungere. Disegna una riga dietro la quale si sistemano.

“Un due tre… la peppina fa il caffè… fa il caffè di cioccolata… la peppina è malata”.

È la filastrocca che usa Elisa per contare chi deve iniziare il gioco. Viene lanciato il sassolino ma manca la prima casella. Subito Cecilia viene eliminata. Nuova conta. Questa volta il sassolino centra la casella. Roberta fa un salto col piede destro. Ondeggia pericolosamente ma resta in piedi. Lo raccoglie in equilibrio precario su la gamba destra. Lo lancia nella seconda casella con perizia ma la deve centrare col piede sinistro, tenendo sollevato il destro Un salto maldestro che la fa rovinare a terra. Il gioco prosegue finché esauste non si siedono sotto l’unica ombra della piazza. Quella sotto un alberello gracile ed esile che dovrebbe essere un tiglio. Osservano Pino e i suoi compagni che stanno facendo la corsa coi tappi corona, dove hanno racchiuso la figurina dei loro corridori preferiti.

«Hai tagliato la curva» urla Ernesto. «Devi tornare indietro».

«No! Ho solo toccato la riga» rimbecca acido Pietro.

Ernesto è rosso in viso per la collera, perché rischia di perdere il Giro di Venusia e lui a perdere non ci sta. Si fronteggiano minacciosamente pronti a litigare con le mani, quando Pino si interpone tra loro.

«Pietro» afferma con calma il ragazzino. «Ernesto ha ragione. Quindi torna al punto di partenza».

Pietro sbuffa e getta con stizza il suo tappo lontano, mentre si allontana tutto arrabbiato.

«Sempre così finisce» sussurra Elisa sottovoce a Monica. «Tutte le volte il gioco finisce in un litigio».

Disegna la tua storia – un immagine di Waldprok – le scie

Da questa bella immagine di Waldprok nasce questa breve racconto

Ermete osserva tutti i giorni strane scie nel cielo. Una mano misteriosa con un pennarello bianco si diverte a striare l’azzurro limpido del cielo. Non disegni di animali fantastici come quel birbone che prende batuffoli di cotone e con mani da prestigiatore li impasta come draghi, navi e altre forme che strappano un ‘oh!’ di meraviglia.
Ermete non conosce quell’artista ma ne ammira i disegni. Righe diritte, righe slabbrate, righe storte e tutti i giorni delle nuove. Lui a naso in su e bocca aperta per lo stupore di vederle.
Seduto da Sghego con l’immancabile calice di raboso davanti da lui, osserva una serie di scie che s’incrociano dando vita a un curioso disegno che pare un petalo di margherita.
«Sono le scie chimiche» afferma Mario seduto allo stesso tavolo che sorbisce rumorosamente il suo bicchiere.
«Chimiche?»
«Sì, chimiche» ribatte infastidito il compagno di bevute. «Le disegnano per spiarci e condizionare la nostra vita».
Ermete rimane col calice a mezz’aria e la bocca aperta. “Spiarci? Chimiche?” si dice incredulo. “Ma cosa dice Mario?”
«Sei sicuro, Mario?» chiede Ermete che si è ripreso dalla sorpresa.
Lui annuisce con vigore con la testa, perché ha la bocca piena di vino. Qualche goccia cade sul tavolo. Deglutisce in maniera ineducata con un rutto sonoro alla fine.
«Ma dove vivi?» fa Mario, riempendo il bicchiere con altro raboso. «Lo sanno tutti che le scie chimiche ci spiano».
Ermete lo guarda come si può guardare uno che dice delle cretinate. “Ma chi è quello scemo che sale in cielo per spiare Venusia?” riflette armeggiando col calice semi pieno di vino. “E poi come farebbe?” Scuote il capo perché non gliela danno da bere una scemenza del genere.
«Lo stato vuole condizionare la nostra vita, spargendo agenti chimici che ci fanno ridere quando c’è da piangere e viceversa» spiega convinto Mario, ingollando il terzo bicchiere di raboso.
«Ma sei sicuro? Al governo non importa nulla di Venusia, che manco sa che esista» replica Ermete congestionato in viso perché sembra che si voglia burlare di lui.
Mario non risponde. Armeggia col telefono, finché non lo mostra a Ermete.
«Leggi, San Tommaso».
Ermete strizza gli occhi, perché senza occhiali non ci vede un tubo.
‘Le scie di condensazione si formano solo a temperature inferiori a −40°C a 8.000 metri di quota e con umidità relativa del 70%. Questa affermazione si basa sul modello teorico elaborato nel 1953 da H. Appleman. Lo Space Preservation Act sarebbe un’implicita ammissione dell’esistenza del fenomeno. HAARP sarebbe lo strumento di attuazione del piano. A essere irrorato sarebbe un miscuglio di bario, alluminio, silicio e altre sostanze, il cui scopo è quello di creare una sorta di sandwich elettroconduttivo, con finalità di controllo mentale.’
Ermete alza gli occhi sbattendo le palpebre. Non ci ha capito un accidente. “Space Preservation Act… cos’è? HAARP… boh! Sandwich elettroconduttivo… ma si mangia?” pensa ma non osa esternare i suoi dubbi, perché lo prenderebbe per ignorante.
«Allora hai letto?» chiede Mario soddisfatto.
Ermete inforca gli occhiali e solleva il viso contento.
«Certo che ho letto. C’è scritto: ‘questa è una fake news o una bufala del web’» replica finendo il vino nel calice.

cambiamento

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immagine tratta liberamente dal web

 

sto evitando gli sguardi, beh.. a dirla tutta me ne riguardo bene, da quelle espressioni sbigottite e delle volte di sorpresa, di incredulità. Mai in linea con quella precedente o successiva, cosa si raccontano gli altri che stanno attorno, quando non c’è molto da dire o da sapere, sembra abbiano trovato la chiave alle tue domande, ai tuoi dubbi, anche se tu, la diretta interessata, ne sei alla cerca già da prima; è curioso considerare, come quello che stiano pensando, in realtà appartenga più a loro che al soggetto a cui si rivolge il pensiero. Eppure se ne stanno a guardare, commentare, passano oltre, per poi ritornare… scambiano informazioni e non accertano la fonte.

Il pettegolezzo è comodo tanto quanto sedersi a fare aperitivo nel bar vicino casa. Le parole riempiono l’aria, le sedie si spostano, il movimento, la musica bassa, tutto là; nulla che vada per durare…

Al di là…

al di là di quel quarto d’ora passato per parlare dell’ultimo argomento, sarà un ricordo ben lontano, una volta a casa, perchè occupare il tempo con parole che non hanno il valore di essere dette?

Ci guardiamo senza darci una risposta, prefigurando un futuro migliore di quanto possiamo immaginare e poi non sappiamo venirne a capo, quando ciò che abbiamo attorno non è frutto delle nostre scelte…

siamo così umani nel perderci nelle nostre inconsapevolezze? Mi chiedo.

ne ho visti diversi e penso che altri passeranno accanto, in un continuo via vai che è la nostra quotidianità; sapere come andrà non ha preservato dall’errore, curioso? Non troppo. Non puoi essere quella che tenta di cambiare un sistema, quella che ha qualcosa in più, una marcia in più, stavolta meglio restarsene un po’ nel retroscena di un sipario già impostato.

Osservando attori recitare la parte, prendendo parte al programma per quanto concesso, fino a quando non sarà venuto il momento di farsi del tutto da parte.

C’è chi si rende conto che è un poco tutto costruito.

Saremo a bolla, ma poi per il resto del tempo, tutto ciò che è stato fatto e messo su misura fa comodo, risaputo. Bisogna anche sapersi mettere tranquilli; dicono? Forse;

Non c’è molto spazio per gli inquieti.

E’ un po’ la nostra condanna e la nostra fortuna, serve un bel movimento interiore per far partire un viaggio. Altrimenti non si è proprio così motivati a farsi carico delle proprie frustrazioni e portarsele a spasso per il mondo, in cerca di qualcosa che valga la pena sempre e comunque, ad ogni costo!

A dispetto di tutto, a dispetto di come potrebbe essere, c’è il cambio manuale, ma non c’è la fermata automatica,

…ai più importanti bivi della vita non c’è segnaletica.

Musa

 

Disegna la tua storia -un’immagine di Etiliyle – il lupetto


Questa straordinaria immagine è di Etiliyle e Whiskey merita un racconto.

A Venusia i cani non sono molto amati e quei pochi che ci sono assolvono a compiti precisi.
Nelle abitazioni più prossime ai campi ci sono diverse colonie di topi campagnoli, che quando piove amano ripararsi nelle cantine. Ernesto, stanco di averli tra i piedi nei momenti più inopportuni, è andato in città per comprare un gatto ma alla fine nell’unico negozio degli animali gli hanno appioppato un ratonero, un cane di origine spagnola, che non lo ha deluso. Questo cane è un abilissimo cacciatore e li ha convinti che era meglio non avventurarsi dalle parti della casa di Ernesto per non fare una brutta fine.
«Molto meglio di gatto» dice quando passeggia per il centro di Venusia. Qualcuno ride, osservandolo. Alto due spanne, fisico asciutto ma non muscoloso, sempre pronto a giocare. Però chi l’ha visto all’opera, è rimasto strabiliato per la fulmineità con cui cattura i topolini di campagna.
Un altro paio, un bracco e un segugio, si dedicano alla caccia. Non che a Venusia ci siano dei veri cacciatori ma un paio di soggetti che tengono la doppietta in soffitta. Questi, sempre inattivi, hanno messo la pancetta come qualche ozioso venusiano.
Tobia è il cane di Sofia. Un meticcio senza pedigree, di taglia grande, dal fisico robusto. Sa come farsi rispettare mostrando minaccioso una dentatura forte e perfetta. Non ha paura di nulla ed è pronto a difenderla da qualsiasi minaccia specialmente quando sta all’aria aperta con lei.
Sofia è una dei pochi venusiani che ama passeggiare nel bosco degli Spiriti, quando non frequenta l’università e si trova a Venusia. Qui ci sono diversi animali che è meglio evitare. Un branco di lupi, una coppia di orsi sono i più temuti.
In un pomeriggio di maggio la ragazza percorre il sentiero che porta nel folto del bosco, accompagnata dal fido Tobia, quando lo sente abbaiare con furia. Non è il solito ringhiare di quando incontra qualche selvatico ma pareva una richiesta di aiuto. Sofia affretta il passo e si addentra nel bosco seguendo l’indicazione dei latrati di Tobia. Poco distante in una radura lo vede vicino a un fagotto di pelo marrone rossiccio che guaisce debolmente. Si avvicina scoprendo che è un cucciolo di lupo, che non riesce a camminare. Mostra i denti senza intimorire Tobia che smette di abbaiare vista la sua presenza.
Sofia è incerta se prendere il lupacchiotto oppure lasciarlo lì. Ha la zampa anteriore in una posizione innaturale. Probabilmente è stato abbandonato dal branco ma se resta nel bosco è destinato a morire. Sa di rischiare un morso, perché questo cucciolo non è come il suo Tobia al momento del ritrovamento. Il lupetto è selvatico. Non conosce l’uomo ed è diffidente.
“Lo prendo o non lo prendo” pensa Sofia, osservando Tobia che lo afferra dietro la nuca sollevandolo. Adesso non ha dubbi, anche se in effetti non li ha avuti nemmeno prima.
Il lupetto si dimena, guaisce ma alla fine comprende che questi due sconosciuti sono la sua salvezza.