Sonno

Manuel Vertega ne aveva abbastanza davvero. Fosse stato per lui sarebbe volato via con un salto nel vuoto dalla rocca di San Sebastian, per mettere la parola fine a… Già, fine a cosa? Diciamo almeno alla domanda che la moglie Virginia gli rivolgeva ogni giorno, anche solo con gli occhi. E anche Simon il suo medico e padre Veron: Manuel, ma cosa hai dentro che ti opprime in ogni singolo secondo della tua esistenza? Cosa?
Bravi pensava lui, sebbene desse loro ragione facendo finta di averla capita quella questione. Bravi, pensava, come se il problema non fosse proprio il non saper rispondere.
Dicevano, guarda hai una bella famiglia.
Dicevano, guarda hai un bel gruzzoletto in banca.
Dicevano e poi guarda i tuoi figli, Jose Maria e Veronica, che perle e che bellezze rare.
Bravi pensava lui, perfettamente d’accordo e si rintanava sempre più in fondo a quel pozzo senza fine, con il sorriso finto, il volto tirato. Un inferno.
La prima a trovarlo fu Virginia, quando un po’ disturbata dal suo torpore posò il caffè sul comodino e provò a strattonarlo. Lui dormiva. Si percepiva il respiro nitidamente, ma nulla sembrava svegliarlo. Così, ormai preoccupata, aveva chiamato Jose Maria, il figlio maggiore, che ancora in pigiama aveva provato egli stesso a destarlo con schiaffetti prima timidi, poi sempre meno delicati da arrossare senza alcun risultato il volto contratto dell’uomo.
L’ambulanza era arrivata dopo dodici minuti esatti, squassando il silenzio del cortile e facendo affacciar tanti curiosi. Come! Manuel? Ma se stava così bene. E che pena quando lo hanno portato via. Sembrava proprio addormentato. Sì! Addormentato.
Ecco, Manuel Vertega s’era davvero assopito, meglio, faceva in modo che questo si dovesse credere. In verità la sera prima s’era trovato da solo a guardarsi le mani. Non so in quanti avete visto le mani di Manuel Vertega e le meraviglie che ha realizzato con quelle mani. Ogni uomo, donna, bambino di San Sebastian le ha viste e sa che erano fatte per costruire, per la bellezza solida senza tempo. Manuel la sera prima s’era visto quelle mani indubbiamente belle e forti, le aveva viste per come erano, senza più grazia, perché la forza non la fanno i muscoli, la fa la vita che hai dentro.
E Manuel la sera prima aveva visto quella vita a brandelli, incapace di muoverle più quelle mani. Aveva sperimentato quanto quei momenti pesassero e che a chiedersi perché, a farsi tutte le domande del mondo, quelle dei dottori che provano a capire per intenderci, anche a farlo, quella vita non ne voleva più sapere di generare un sorriso. Era pesante aprirle e chiuderle quelle mani, ma più difficile era raccontare tutta questa fatica a Virginia. Perché per spiegare qualsiasi cosa hai necessità di avere capito, di esserti rialzato da terra, trovato la pietra che ti ha fatto da inciampo, pulito il sangue e medicato l’ematoma. Manuel invece non comprendeva, niente da fare, steso a terra vedeva solo gente chinarsi e chiedere spiegazioni. Per carità non erano gli altri a fallire l’aiuto, erano le sue mani troppo stanche per reggere il peso di un corpo morto e provvedere a rialzarlo.
D’un tratto aveva pensato al padre. Se quello che diceva padre Veron era vero adesso lui poteva scrutare i suoi pensieri e, poverino, poteva osservare quella vita marcire da dentro. Lo guardava quindi dalla sua condizione eterea e di sicuro si disperava di quelle mani ormai inerti, incredulo e impotente nel mondo del figlio. Forse provava pure a fare qualcosa, ma invano: l’avesse capito in vita di sicuro l’avrebbe raggiunto quella sera, l’avrebbe accarezzato come quando da bambino Manuel tornava con le ginocchia massacrate. Avrebbe detto alzati, dammi la mano Manuel, fammi sentire dove ti fa male. T’ho visto dentro Manuel ed è una pena lo so, ma alzati, ti reggo io, almeno per un tratto. Ma i morti si sa, non sanno più parlare e carezzare. Sono morti e l’unica cosa che venne in mente a Manuel fu di salire sulla rocca. Era già iniziata la sera e Virginia non avrebbe fatto tardi. Aveva percorso quasi correndo il tratto, breve, che lo separava dalla spianata, giungendo sul dirupo e da lì aveva guardato per lungo tempo in lontananza il mare. Ma perché punirla si disse. Perché? Sapeva rispondere? No. Perché punirla se alla fine era lui a non avere la risposta? Il dolore Manuel lo sapeva di cosa era fatto e quanto fosse pesante quando trabocca, perché infliggerlo in questo modo così incomprensibile? E poi c’era il fatto dell’amore che da solo non basta ok, ma non lo puoi, non lo devi bruciare in un attimo. Non è giusto, perché è qualcosa che non si divide in parti, esiste solo quand’è intero e sacrificarne un pezzo è uguale a uccidere il tutto e le persone che lo accolgono dentro.
Tornato a casa, aveva cenato in silenzio, non che fosse una novità, e poi si era deciso per il sonno. In fondo, si era detto, la morte non è un sonno eterno? Almeno il perdurare del respiro avrebbe mitigato la perdita, mimando la vita. Il sonno, che in ambulanza lo portò nella clinica sulla parte opposta alla rocca. Il sonno che per centoventotto lunghi giorni lo avvolse in un velo inerte di non vita apparente. Un inspiegabile fenomeno che medici di ogni parte del paese provarono a interpretare, analizzare, contrastare. Nessuno però che avesse una spiegazione, ché nessuna risultò plausibile, nulla di mai conosciuto, escludendo per come inevitabilmente si fece la volontà umana.
Accadde poi che in quei giorni in molti lo andarono a trovare e spesso, seduti sulla sponda del letto, davanti a quel corpo per tutti loro insensibile a ogni stimolo, sordo in apparenza, trovarono il modo di fare una cosa che colpì Manuel nel profondo. Finanche padre Veron, nel silenzio ovattato di quella piccola stanza, iniziò come tanti altri a parlare, a raccontare di sé e delle domande che da dentro premevano pur non pretendendo risposta, ma solo perdono. Lui, Manuel, in quel letto, in quella inerzia pietrificata diventava ogni giorno di più una icona preziosa per chiunque avesse bisogno di accendere una luce nella sua vita senza esser giudicato. L’amante perfetto, l’amico fidato, il padre disinteressato. Una teoria di uomini e donne in cerca di confessione, meglio, di qualcuno che non provasse alcuna vertigine sul bilico dei loro cuori a picco su un baratro buio.
E alla fine anche Virginia, centoventotto giorni dopo, una domenica sera, seduta sulla sponda, poggiata sulla mano sinistra, iniziò il suo monologo. Cosa disse non ci è dato di sapere e ben poco interessa davvero, ma per tanto la sua voce di donna cullò quel sonno. Erano finalmente lei e Manuel. Lei e quel suo grande baratro interiore, spalancato e inondato d’aria gelida, che a dir la verità faceva bene. Manuel è quella mano poggiata sul letto che carezzò e strinse. Dormiva Manuel, ma un piccolo sorriso gl’inarcò il labbro. Virginia guardò il tocco farsi legame con quella mano da costruttore di cose solide e vive nel mondo liquido che dolcemente evaporava dentro quella sterile casa di cura. Scostò le coperte e tolte le scarpe si stese accanto, poggiando la testa sul petto dell’uomo che dormendo la cullò a sua volta. Con tenerezza Virginia ascoltò quel ritmo sereno, mentre un sonno perfetto lentamente si impadronì di lei, vincendola accanto a Manuel sino al mattino dopo, quando io, desideroso di essere ascoltato per l’ultima volta, entrai nella stanza e per fortuna sorrisi.

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Siamo noi San Valentino

immagine di mia creazione : http://www.instagram.com/lucialcreazioni

Non sa di cioccolato, San Valentino,
non profuma di rose,
non è una dedica di miele,
né un cuore rosso.
Non è un giorno San Valentino,
non è santo,
non è una poesia rubata,
una canzone dedicata,
una candela accesa,
un peluche.
Sei tu che sai di me,
son io che so di te.
È un ti amo gridato in gola,
a labbra incollate.
È la tua mano che si attarda
a carezzare la mia nuca,
sudata d’ amore.
É la mia che ti esplora, audace.
È il tuo cappuccino tiepido,
è il mio orzo caldissimo.
Son io che ho sempre freddo,
sei tu che soffri il caldo.
È il rispettoso silenzio,
che dice “io sono sempre qui”.
É il fiume di parole
che non san tacere di niente.
Sono mille foto,
e mille sogni.
L’impudica intimità
di corpi, cuore, pensieri.
É indecenza e ritrosia,
fatica e meraviglia.
É la ruga del quotidiano
la cicatrice del tempo.
Il gioco e l’impegno.
L’inesausto stupore di due anime bimbe.
Il sospiro felice di chi si è ritrovato.
Sai tutto,
so tutto.
Ti amo così,
mi ami così.
É incorruttibile fede questo amore.
Il credo di ogni giorno.
Siamo noi San Valentino.

Lucia Lorenzon, 12 febbraio 2019

Prospettive

Avevo la solitudine in tasca

A volte l’ho lasciata fuori casa

Stavolta me la sono portata appresso

Come un gingillo da poco che tiri fuori

Per passatempo

Però,

Non lo era del tutto

Così oggi

Mi pesava un po’ di più

Così l’ho guardato come da lontano e poi l’ho visto farsi più vicino

Adesso mi sta accanto

E mi sovrastata

02/06

Noi siamo nati nel ventre del suono
per diventare animali dell’ipocrisia
e per succhiare via il gelo della farsa
mescolandolo alla durezza di un’euforia.

Dove e quando
udirò i rintocchi
del mondo che mi spetta?

Voglio librarmi
tra gli angoli
dello spettacolo
col mio onore.

PAURA DELL’ACQUA

La mamma non sapeva più che fare. Litigavano. Mamma ippopotamo e suo figlio si prendevano a parole. Non riuscivano più a dialogare. Il piccolo ippopotamo aveva paura dell’acqua e ogni volta che la madre toccava l’argomento, il piccolo si barricava dietro a pianti e urla isteriche. La mamma non gliela dava vinta, tanto che le urla di entrambi diventavano strilla di pazzi.
“Tuffati in acqua. Non avere paura!” gridava la mamma.
Ma il piccolo era terrorizzato e non trovava il coraggio. Non sapendo più che fare, la mamma si rivolse ad un amico pesce, esperto psicologo:
“Come posso convincere mio figlio a tuffarsi? Più urlo più si arrabbia, e tutto peggiora”
“Comincia da una vasca. Se prima lo eserciti in poca acqua, poi non avrà paura di fare il bagno nel fiume. Se gli butti in acqua anche qualche giochino, vedrai che imparerà in fretta”.
La mamma ippopotamo ringraziò e così fece. Preparò la vasca da bagno con dentro dei piccoli giochi e chiamò il figlio.
Il piccolo, preso dalla voglia di giocare, entrò nella vasca e ci rimase per qualche ora.
“Mamma, se domani andiamo al fiume, possiamo portare i giochini?”
“Certo, se vuoi puoi portare anche i tuoi amici.”
“Che bello!” rispose il piccolo.
Così fecero.
Il fiume era molto pulito, non come le ultime volte. L’acqua era fredda, ma la voglia di giocare era tanta. Così il piccolo ippopotamo si tuffò, e con lui gli amici. Si divertirono fino a stancarsi, tanto che quella notte il piccolo dormì come un sasso e sognò di fare il bagno nel fiume, mentre la mamma lo osservava soddisfatta. Sembravano davvero madre e figlio.

(di Stefano Re)
(Questa storia è stata scritta a quattro mani. Le altre due sono di mio figlio Lorenzo)

Disegna la tua storia – la partenza

Niente immagine accattivante, sono una ricavata da Focus.it del tragitto che new Horizon ha compiuto in tredici anni.

Credit immage Focus.it

Ed ecco il racconto

Buona lettura.

Astrodome Serenity, deserto di Gila 6:00 AM, 30 gennaio 2019

Il sole sta sorgendo sopra le creste delle montagne che riparano l’ampia vallata, colorando di rosa il cielo che va schiarendo. Le ultime stelle sbiadiscono per effetto dell’illuminazione solare sempre più marcata.

La valle, incassata tra due rilievi alti mille metri, è solcata da una larga e lunga striscia grigia contornata dal giallo del deserto di Gila. Un agglomerato di edifici bianchi e bassi sorge lungo la pista sulla parte orientale.

In lontananza si scorge un immenso razzo che porta sul dorso qualcosa che assomiglia a un gabbiano con le ali distese.

La giornata promette bene: soleggiata dalla temperatura mite e senza una bava di vento. È l’ideale per la partenza.

Sulla pista enormi camion continuano a fare la spola tra la rampa di lancio e l’hangar dirimpetto agli edifici.

Nella breakfast room sei persone, tre uomini e tre donne, fanno la colazione a base di uova e bacon, formaggio e caffè o tè non zuccherato. I loro visi sono tesi al contrario dei giorni precedenti, quando chiassosi e sorridenti si preparavano per il nuovo giorno.

Dana, un’afroamericana, dalla carnagione scura, solleva il viso verso il grande schermo posto di fronte a lei. Le cifre scorrono all’indietro: cinque ore e 29 minuti, poi 28…

Non parla, sorseggia il tè verde. Non sopporta il caffè non zuccherato. La mascella è contratta, la mano trema in modo impercettibile. La tensione è visibile dal come osserva il grande schermo.

Di fianco a lei Pavlov, un russo biondo dagli occhi grigi, taglia l’omelette con formaggio con tratto deciso tenendo gli occhi sul piatto. Pare calmo ma dentro cova l’agitazione per l’imminente partenza. Svuota la mente da tutti i pensieri, si concentra sul piatto. Deve essere sereno, quando dopo il lancio deve prendere i comandi di Last Horizon per guidarla verso gli spazi interplanetari.

La missione prevede un viaggio di ben trentacinque anni fino all’ultima Thule nella fascia di Kuiper, che dista sei miliardi e mezzo di chilometri dalla terra oltre Plutone.

Samantha, un’italiana di ventisette anni, minuta dai capelli castano chiari tagliati a caschetto si alza. Ha terminato la colazione. Vuole sgranchirsi le gambe prima d’iniziare la vestizione. Ha deciso per il modello di Dava Newman, la ricercatrice del MIT, progettato appositamente per lei. Un modello futuribile, un vero azzardo vista la lunghezza dell’esplorazione spaziale, è la BioSuit, che aderisce come una seconda pelle sul suo corpo.

Gli altri hanno deciso per una tuta più convenzionale, MarkIII, che assomiglia a un veicolo spaziale, perché si entra e non s’indossa.

Un trillo di un campanello e la segnalazione sul grande schermo che mancano cinque ore alla partenza fa sobbalzare Lin, una cinesina dal corpo mascolino e dai capelli neri corvini.

James, l’australiano dal fisico atletico e dagli occhi azzurri, solleva lo sguardo verso l’alto, sbadiglia senza fare rumore mentre si alza dopo aver allontanato il piatto e le posate. Sembra annoiato ma invece è agitato internamente.

L’ultimo è Chioma, un imponente nigeriano della tribù igbò, ad avviarsi verso lo spogliatoio per raggiungere i compagni di viaggio, che alla spicciolata hanno cominciato il rito della vestizione. Un’attività che hanno provato e riprovato mille volte nelle settimane precedenti per prendere confidenza con un vestito che porteranno per molti anni.

Dopo essersi denudati passano sotto le docce detergenti per eliminare qualsiasi impurità dal loro corpo, prima d’indossare la tuta della partenza. È un’operazione lunga e complessa, che richiede un paio d’ore. Nel frattempo attivano le tecniche di rilassamento necessarie per affrontare la tensione prima del lancio all’interno del modulo dell’astronave e quello seguente alla partenza. È un momento delicato durante il quale ogni minimo errore si paga con la vita.

L’ingegnere responsabile delle attività carica nei quattro computer di bordo il software di gestione e backup. Controlla che tutto funzioni a dovere mentre i minuti scalano inesorabili. Viene ricontrollato tutto: carburante, dispositivi, sistemi di navigazione e di telecomunicazioni con meticolosa attenzione, mentre i sei astronauti prendono posto nei loro moduli allineati per due.

A sei minuti e trenta scatta il conto alla rovescia automatico.

La tensione è palpabile sia a bordo di Last Horizon che nella torre di controllo.

«10, 9, 8,…,3,2,1 e decollo» scandisce il responsabile del lancio, quando al termine i motori di Saturn X si accendono. Il vettore si stacca da terra e con lentezza si dirige verso il cielo. Il computer di bordo prende il controllo del razzo calcolando la giusta angolazione per iniziare la sua corsa verso l’ignoto.

Dopo quaranta minuti vettore e astronave sono pronti per dirigersi verso la luna, la prima tappa della loro missione.

«Tutto ok?» gracchia la voce della torre di controllo.

«Sì» risponde laconica Dana, il comandante della missione Ultima Thule.

E l’astronave vola verso il buio cosmico.

 

LA BALLATA DELLA LEGGEREZZA.

soffione matrimonio

Adeguarsi al cambiamento, come una nuvola muta forma assecondando la spinta del vento.
Sorvolare il letame con la grazia innata di una farfalla, che ben sa quando poggiarsi sopra un fiore, oppure su una spalla.
Balzare quatto come un gatto sulla miglior occasione, con metodica e oculata precisione.
Cavalcare senza paura il mare in tempesta e sfruttare dell’aria la forza, dell’onda la cresta, pur sapendo che il destino sarà infrangersi sulla battigia sabbiosa; sempre meglio di dover sopportare una giornata triste, o, peggio, noiosa.
Concepire un peso con relatività, come gli alieni di un altro pianeta, con minor gravità.
Essere un sole, irradiare ogni cosa d’oro, riscaldare e rendere fertile la terra, dare e ricevere amore per annientare anche la più piccola guerra.
Essere come una stella del firmamento, un luminoso e costante riferimento.
Gustare con leggerezza la vita, secondo dopo secondo, proprio come l’universo, senza alcuna fatica, riesce ancora a tenere sospeso il nostro pesantissimo mondo.

Il temporale

favola. il temporale

Il temporale non sapeva di essere un temporale. Per lui il tempo normale era quello, non immaginava che potesse esserci qualcosa di diverso oltre al vento, la pioggia e l’umidità.

Fin da piccolo, quando era una giovane perturbazione di collina, era abituato a soffiare e spostarsi seguendo il vento nelle sue infinite peregrinazioni; a volte tornava più e più volte a bagnare le stesse terre come se non avesse fatto bene il proprio lavoro la prima volta e da queste ripetizioni imparava e cresceva prendendo sicurezza nelle proprie capacità.

Un giorno scoprì il tuono e si spaventò; per parecchio tempo si limitò a fornire una semplice pioggerellina per paura che si ripetesse quella roboante esperienza ma il vento, che la sa lunga, gli spiegò che per diventare grandi occorreva superare la Prova del Tuono.

Lui non voleva, piccolo come era. La sola idea lo sconquassava fin nelle nuvolette più piccole strizzandole di lacrime.

Poi venne un pomeriggio d’estate. Tutto era pace e frinire di cicale, il rumore del silenzio era assordante, il caldo lo alimentava e lo faceva crescere come mai gli era capitato fino a quel momento.

Il vento amico capì che era arrivato il momento giusto e iniziò a soffiare gentilmente ma con fermezza un’aria fresca fresca proprio nel mezzo dei grandi cumuli bianchi, rendendoli a poco a poco grigi come i vecchi lupi.

I cumuli si guardarono l’un l’altro sorpresi per questa trasformazione e capirono di essere diventati grandi; era arrivato i momento che capita sempre nella vita di un piccolo temporale e il grigio si trasformò in nero in un lampo e il lampo in tuono e il tuono in un susseguirsi di rimbombi pervadendo la campagna.

Il temporale non ebbe il tempo di spaventarsi. All’inizio si tappò le orecchie con un batuffolo di nuvola ma poi prese gusto a tutto quell’inebriante fragore pensando: “sono io che faccio tutto questo!”

E poi un momento di silenzio, ma solo un attimo, in cui tutto si fermò. Poi fu la pioggia che divenne protagonista alleggerendo le fatiche delle nuvole squassate dal vento e furono le risate sincere di un giovane temporale che salutarono l’arrivo dell’arcobaleno, come un premio per essere stato bravo.

L’uomo dei logaritmi.

C’era questo tizio, uno smilzo e lento nei movimenti che sembrava avesse paura di spostare troppo l’aria intorno a sé. Sulla trentina passata, un bel ragazzo direi. Entrava in negozio intorno alle diciotto; non sempre, diciamo una, due volte al mese. Entrava, salutava con un cenno del capo minuscolo e si metteva a esplorare gli scaffali in cerca di chissà cosa. Sembrava interessato a tutto, ma spesso si fermava a rimirare i manualetti di roba tecnica, libriccini della Hoepli con le copertine rovinate rosella o verdine. Parlava poco, solo una volta che ero proprio accanto a quello scaffale mi chiese se poteva prendere un libro, per vederlo. Dissi certo, si figuri. Erano delle tavole dei logaritmi, uno di quegli articoli che dovevi stare anni per trovare qualcuno interessato. Volumetti che li apri e dentro ci sono colonne su colonne di numeri, pagine e pagine sottili come veline, gialle di tempo, che sfogli di fatto ignorandone l’uso.
«Guardi!» – disse aprendo con cautela.
«Cosa?»
«I numeri.»
«E già, chissà a che servivano?»
«Io lo so!» – disse carezzando una pagina – «servivano a prevedere il futuro!»
«Il futuro?»
Sorrise, forse per la prima volta da quando lo vedevo in giro in libreria – «se ci si vuol far fregare si crede ai tarocchi, altrimenti il futuro si calcola. Si fanno ipotesi, si individuano le direzioni, le traiettorie. Il futuro è balistico, come i colpi di pistola.»
Girò pagina – «quando non c’erano tutti questi affari elettrici noi usavamo questi.»
«Noi? È un mago lei?» – dissi provando a scherzare un po’.
Fece una smorfia divertita – «no, tutto il contrario, credo solo nella matematica.»
«Un ingegnere?»
«Un geometra» – rispose chiudendo il libro – «solo un vecchio geometra d’altri tempi.»
Quella frase mi lasciò addosso un piccolo disagio, come se l’avere insistito a chieder del suo lavoro fosse stata una piccola violenza in quel microcosmo umano.
«Quanto costa?»
«Il libro?»
«Certo, il libro.»
«C’è dentro il prezzo» – dissi prendendo dalle sue mani il volume – «ecco, sarebbe dieci, ma visto che lei è cliente posso farle otto.» In verità era quello il suo primo acquisto, ma a forza di vederlo in giro tra gli scaffali pensai che alla fine fosse un buon cliente davvero.
Da quel giorno il tipo ha abbandonato le sue visite. Non saprei adesso dire quanto tempo sia trascorso. All’inizio ne ho notato l’assenza, poi invece il ricordo si è stemperato nello scorrere normale dell’attività. E così si sarebbe spento nell’oblio se proprio ieri, esattamente alle diciotto, non fosse riapparso. Rispetto al passato il suo aspetto era arruffato di chi è insonne da giorni e anche i movimenti erano scatti metallici nervosi. In mano aveva il libro dei logaritmi decisamente scompaginato e infarcito di fogli e foglietti scribacchiati a mano con una grafia caotica e rotonda. Ai libri esposti non ha dedicato uno sguardo, muovendosi deciso verso il tavolo scuro della cassa. Ho osservato per un po’ il suo tamburellare impaziente sul piano, non riconoscendo in lui la vecchia flemma che tanto avevo apprezzato e a dir il vero dubitando in fondo della sua stessa identità. Avevo però un cliente, anche importante, che per oltre dieci minuti mi ha trattenuto dall’avvicinarmi. Ha atteso quindi.
«Salve, quanto tempo!»
«Ho dovuto lavorare tanto su questa roba» – ha detto senza neanche guardare, scartabellando i fogli in cerca di uno in particolare, fitto fitto di numeri, segni e frecce. E lettere che si concatenavano in uno scritto finale nella sua grafia caratteristica.
«Alpino» – alla fine ha detto leggendo dal foglio – «Prospero Alpino, dovreste avere un libro del ’35. 1735.» Ha indicato poi il terminale, come a suggerirmi di cercare sul database. Ma a dir la verità non c’era alcun bisogno di cercare, il De praesagenda vita et morte aegrotantium era il primo libro davvero antico che era entrato in mio possesso. Lo avevo preso dalla casa di una vecchia signora che voleva liberarsi della biblioteca del defunto marito. Lo ricordo perché mi disse che, seppur antico, non voleva alcun compenso giacché ne sarebbe passato di tempo prima che qualcuno me lo avesse richiesto. Bisognava avere pazienza, disse, e sapere che quello era in fondo un dono, un portafortuna.
Meccanicamente ho preso la scala, collocandola sotto la libreria grande dietro il tavolo. Tre gradini e proprio lì sulla destra la copertina abbrunata dal tempo, il libro che depositai subito dopo sotto gli occhi spiritati dell’uomo. Sulla prima pagina interna ricordavo esserci un’annotazione, una dedica forse, la cui lettura ha illuminato e rasserenato il volto dell’uomo.
«Quanto costa il libro?»
«Settecento» – ho detto d’un fiato. In realtà, per qualche strano motivo, avevo sempre rifiutato di farne una qualsiasi valutazione e di conseguenza non avevo mai deciso un prezzo reale.
«Già, settecento.»
Quattordici banconote da cinquanta euro, una sull’altra, dopo poco erano allineate accanto al libro.
«Posso avere un penna?»
Mentre incassavo un po’ perplesso la cifra l’ho visto appuntare sulla pagina interna del libro qualcosa, sperimentando comunque una certa indignazione data l’età del volume.
Stavo così per incartare il libro, quando l’uomo mi ha fermato.
«Lo riponga in libreria adesso.»
«Ma è suo ora.»
«Non è mio, è un regalo. Qualcuno, una donna, verrà a reclamarlo prima o poi. Si fidi, la matematica non sbaglia mai.»
«Mai» – risuonò nella libreria ormai vuota, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e io imbambolato osservavo il volume sul tavolo.
Oggi, dopo aver tirato su la saracinesca, ho visto che sul tavolo c’erano ancora i fogli sparsi e le tavole dei logaritmi. Ho pensato che glieli ridarò quando tornerà a curiosare tra gli scaffali, se tornerà mai s’intende. Ho pensato che non avrei dovuto vendere il libro e soprattutto incassare quella cifra. Non era in fondo un portafortuna che la vecchia signora mi aveva donato?
Il libro comunque è nuovamente al suo posto. Attende.
Prima di riporlo l’ho aperto sulla prima pagina. La vecchia annotazione era come ricordavo una dedica:
“A donna Francesca Miraglia, in attesa del tempo per rivedervi. 4 Luglio 1835. Girolamo Fracastoro.”
E sotto con grafia pressoché uguale l’annotazione dell’uomo.
“Via S. Grassi 28 p.2. G.F. 8 dicembre 2018.”
Alle 18 in punto la porta del negozio ha emesso un cigolio alle mie spalle mentre sistemavo alcuni volumi. La signora appena entrata aveva dei bellissimi occhi scuri che dovevo aver incrociato già, ma non ricordavo proprio dove. Ha salutato con garbo e tirato fuori dalla borsa un busta molto antica, a giudicare dal colorito della carta.
«Magari le sembrerà assurdo, ecco, ma cinque anni fa mia mamma mi diede questa ricevuta. Da parte di mia nonna materna, buonanima, per ritirare un libro oggi.»
Ho preso il foglio per leggere. La carta intestata era la mia, così come la firma e il bollo circolare della libreria. Tutto in ordine tranne il ricordo di quella prenotazione di ventotto anni prima. Proprio il giorno dell’inaugurazione della libreria e giusto a nome della vecchia signora del libro famoso. Ma è evidente che se c’è un motivo per le cose, la balistica non può che essere applicata fino in fondo. Così ho preso la scala e ho iniziato a seguire pedissequamente la matematica folle dell’uomo dei logaritmi.
«Capisco che è una pazzia, dopo tutti questi anni. Ma mia nonna le fece promettere questa cosa e stanotte non riuscivo neanche a prendere sonno pensando alla busta. E…»
Il libro dell’uomo dei logaritmi era adesso davanti a lei, sul tavolo.
«Quello che cerca è questo! È su quello scaffale da ventotto anni. E non ci crederà ma l’aspettavo.»
La donna ha sgranato gli occhi illuminando di colpo i miei ricordi più cari. Come avevo potuto non collegare. È la matematica, signori. Uno più uno fa due, non c’è scampo. E quegli occhi li avevo conosciuti molto bene per anni.
La donna, aperto il volume, osservava la dedica passandoci delicatamente l’indice.
«Ma io mi chiamo Francesca Miraglia, assurdo!»
«Posso chiederle quando è nata signora?»
«8 luglio del ’90.»
«Non avevo dubbi!» – ho detto provando a frenare la commozione.
La donna forse non ha colto l’emozione dell’ultima mia frase, attratta com’era dalla seconda annotazione.
«E questo? Cosa è l’indirizzo?»
«Forse dovresti cercare Girolamo Fracastoro lì e fartelo spiegare.»
Ero alla fine passato al tu, ma non credo che questo la debba aver troppo stupita.
L’ho vista andar via con il libro sotto braccio e sì, ho pensato che davvero la matematica non sbaglia mai: anche il modo un po’ incerto di muoversi sui tacchi, anche quello, oltre agli occhi, era di mia mamma.

“Madre Natura” grafiche digitali di mia creazione

Torno oggi ad un post di immagini e non di scrittura, le mie visioni (e varie versioni) di una surreale e magica “MADRE NATURA“,

Ecco una carrellata di mie creazioni digitali.

immagine di LuciaLcreazioni: https://www.instagram.com/lucialcreazioni/

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