La Nivez di Spagna

Qui da noi c’è un sogno senza età, che ormai cammina assieme alla persona.
Si fanno buona compagnia.
Non importa se le spalle di supporto hanno perso senz’altro floridezza e poco hanno memoria di passati splendori.
E’ un innocente sogno un po’ spagnolo, di affabile signora d’altri tempi.
Suggerito dal nome, che taglia l’aria, in fondo, con coda sibilante.
Annunciato dal rosso delle labbra, dal guizzo dell’occhio ben segnato.
Poi coltivato come un vizio fino, nei capelli. Blu-corvini, incuranti del cenno bianco e contrariato delle tempie. Un ricciolo che scende a tradimento.

Ora il sogno si è accampato.
Ha preso casa fissa e se la sta arredando. In forma di vestito. Con le balze. A strati fitti fitti e colorati. Molto.

L’ho visto affiorare stamattina, rosso, dall’orlo di un cappotto, mentre pioveva grigio.
Un sogno sorridente con l’ombrello.
A ridare una speranza tutta à pois.

Saper invecchiare così, con un paio di nacchere nascoste nella tasca.

 

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Destino – 11

Il capo non si fece attendere molto, comparendo come al solito nella sua improbabile immagine alla Gandalf. Una visione che suscitava in lui sconcerto e ilarita sguaiata, una sorta di caricatura mal riuscita. Francesco lo osservò muoversi immateriale nel suo spazio con un certo fastidio, perché a distanza di anni non aveva ancora l’abitudine a quelle vere e proprie intrusioni nella sua area. Sorrise comunque, per non manifestare il suo vero stato d’animo mentre lo salutava.
«Dottor Martin!»
«Caro Francesco, ho visto i rendering del suo esperimento. A quanto pare ci siamo.»
«Pare proprio di sì. Questa volta ho utilizzato 36 unità di riscrittura e una potenza ridotta di un terzo rispetto alle ultime prove. Otto ore di attività nel cervello di Holbesh mi pare che abbiano modulato la sua percezione del presente.»
«Grazie per avermi citato come personaggio della sua messa in scena.»
Francesco provò inutilmente a capire se l’immagine sintetica davanti a sé suggerisse qualche risentimento per la sua idea di vestire i panni di padre Martin.
«Avevo solo bisogno di un nome per il mio personaggio, spero non le abbia dato fastidio.»
«Oh, ma si figuri è stato divertente partecipare al suo gioco, anche se in modo come dire, virtuale.»
La voce del dottor Martin enfatizzò con una punta di sarcasmo quell’ultimo termine che nella loro condizione doveva suonare piuttosto comico. Francesco e Sebastien Martin erano il prodotto della evoluzione forzata che il progetto Arcadia aveva generato. Cervelli umani privi di corpo connessi a potenti reti informatiche, esseri viventi fatti di materia neuronale ed elettronica, alla ricerca di un metodo per rendere immortale la loro nuova specie. Erano tutto fuorché reali in fondo, sebbene nel loro mondo non lo si considerasse un problema.
«Bisognerà comunque modificare le energie per queste riscritture veloci.»
«Ho visto Francesco, il ricordo del numero telefonico è apparso in otto minuti. Un po’ troppo per alcune applicazioni.»
«Quello è davvero il cellulare di Holbesh. Ho lanciato una simulazione della rete sinaptica per interpretare il dato. Sembra che sebbene oscurati alcuni ricordi tendano a ricomporsi. Sono frammenti, spesso sconnessi anche dallo scenario; ne ho rilevati diversi durante i vari esperimenti e ho testato l’incidenza di questo meccanismo. E poi c’è questo.»
Un sibilo preannunciò l’avvio della registrazione di una telefonata. La voce era quella di Holbesh che lo avvertiva che sarebbe rimasto a casa quel giorno. Un forte mal di testa e sogni confusi riferiti con una voce sofferente e impastata.
«Pierre, ho sognato anche Pierre. Ti ricordi di Pierre, vero? Sembrava fossi nel paesino dove siamo stati ieri e che fosse morto e poi resuscitato. Una sciocchezza Francesco, ma talmente vivida da darmi un senso di angoscia esagerata. Devo essermi stancato troppo.»
Il sonoro si interruppe con un click metallico. Il dottor Martin sembrò contrariato.
«Residui?»
«Rievocati nelle successive sei ore. Alle volte ho notato che compaiono anche lesioni. Infiammazioni provocate dalla reazione immunitaria che tende a distruggere le unità. In questo momento solo 12 ne risultano ancora attive. E delle altre nessuna traccia.»
«Gli abitanti del borgo?»
«Nessun problema apparente. Ma ho usato solo degli inibitori. Di fatto siamo andati in giro e le frasi che ogni tanto ci scambiavamo con Holbesh non venivano semplicemente rilevate.»
«Ma Holbesh vedeva un’altra realtà?»
«Ero io a vedere la realtà del plot. Holbesh la ricordava soltanto.»
«Per il tempo di latenza?»
«Già! Troppo lungo ancora. Circa 8 minuti, essenzialmente per la riscrittura, perché la cancellazione del breve termine è trascurabile.»
«Migliorerà.»
Il dottor Martin fece ancora qualche domanda, ma irrilevante per l’attenzione di Francesco. C’era ancora vivido il ricordo del suo di sogno, quella attività onirica che periodicamente lo tormentava. Quella voce che parlava da un vuoto immane a lui sconosciuto. E soprattutto aveva in mente la domanda che era stato più volte sul punto di rivolgere al capo del progetto, la stessa che mentre l’immagine pacchiana del vecchio vestito di bianco svaniva nel nulla assumeva le dimensioni di una dubbio enorme. Cosa ne sarebbe stato della realtà quando la stirpe eletta degli umani in grado di mutare nella nuova forma di vita ibrida l’avrebbe riscritta per l’intera popolazione del pianeta. Il concetto stesso di reale era già stato surclassato dall’ombra microscopica della struttura metallica di Arcadia in orbita geostazionaria. Da lassù, per chi aveva letto qualcosa dell’intero progetto, sarebbe dovuta arrivare la soluzione al male di vivere terrestre. Tutti i loro cervelli viventi espiantati e immagazzinati in quell’involucro erano destinati però a svanire, a perdere definitivamente la loro fisicità, ad appannaggio di un eterno oggi, immobile, in perenne ricerca di un futuro inesistente. Loro dovevano eclissarsi per secoli probabilmente, rimanere invisibili per tornare come redentori dal cielo.
Era questo che dovevano considerare realtà, ma sarebbero stati davvero in vita senza i loro cugini di carne e sangue con i quali interagire? Oppure stavano proiettandosi in un buio cosmico colonizzato da suoni e voci simili a quelle del sogno? Era reale il mondo che stavano per offuscare o invece la sua proiezione onirica che il residuo organico neuronale partoriva durante le fasi REM indotte?
Francesco provò a visualizzare la terra, provò a ricordare qualcosa della sua vita pregressa. Ricordava tutto, ma non era in grado di raccontare più nulla di allora. Non aveva sensi davvero attivi, solo stimoli che macchine feroci regalavano alle sinapsi. In linea di principio li comandava lui quegli algoritmi, ne aveva il controllo totale, ma era vero tutto ciò? Non aveva più la risposta e claustrofobico era quel momento ogni volta, terrore irrazionale, panico che i sistemi di sedazione ancora attivi per lui provavano a lenire. Ascoltò il silenzio di quella pace chimica nuovamente avverarsi. Immaginò di chiudere gli occhi e di ascoltare il suo respiro, prima affannato, poi lento, poi rilassato. Il reale e il suo esatto contrario, questo doveva disimparare a discriminare. Questa era la sua necessaria evoluzione. Questo era davvero il sogno. Questo era adesso lui.

Sono arrossite le stelle…

Arrivo ormai a sera, e con un pezzo non inedito, ma già pubblicato sul mio blog, perché proprio non son riuscita a trovare il tempo di scrivere qualcosa di nuovo.

Un pezzo sull’ amore, su un amore, per augurare buon San Valentino a tutti coloro che si amano.

Magari a qualcuno questa festa da persino fastidio, ma io sono una romantica di quelle irrecuperabili. 😊❤

E allora Buon San Valentino sia!

Lucia

Stasera ti aspetto, ti aspetto lassù dove le stelle sono arrossite di noi.
Non le hai viste? Quell’accentuato tremolio, quella luce che giocava a far la pudica.
Ci stavano guardando, sai, chè, per quanto siano antiche, navigate e sagge, per quanto si siano viste scorrere sotto il mondo e i tempi, ormai abituate a tutto, piene zeppe di sogni, speranze, lacrime e desideri, mica se li aspettavano due come noi.
Chè l’ amore ancora può stupire.
Gli amori sono felici e disperati, durano un attimo o una vita. Sono veri, sono falsi, incarnano ogni aspetto degli esseri umani e di ciò che sanno essere. Grandi e meschini. Eroici e vili. Coraggiosi e pavidi, tutto sa essere un uomo.
E poi noi; certo lo so, ogni innamorato crede il suo amore il più grande, l’ eterno, l’invincibile, il predestinato.
Lo so, lo so…ma, Amore, noi siamo diversi davvero.
Siamo tutto noi.
Siamo oltre.
Siamo voragine e vertigine. Gelo e lava. Santità e peccato. Siamo padre, madre, e figli, e amanti di noi.
Siamo senza angoli. Trecentosessanta gradi di tutte le espressioni dell’ amore.
Non siamo cominciati, non finiremo. Siamo sempre stati. Saremo sempre.
Ci han riconosciuti lassù, esseri della loro stessa essenza. Parti di eterno e di cielo. Primi ed ultimi, accanto, sempre.
Ci han riconosciuti mentre ci guardavamo, come solo si guarda chi si appartiene da quando esiste il respiro dell’universo, dicendoci cose che solo loro potevano sentire, e capire.
Ci aspettano lassù, vieni, ci vogliono riguardare.
Le abbiamo emozionate sai.
E chi poteva, se non noi, emozionar le stelle?

“È lassù

brillano stelle

di uno strano colore,

rosso direi…

Sì, rosso,

arrossite di noi”

Lucia Lorenzon, 14 febbraio 2018

Storie in pillole – IV

Non trovo l’interruttore; la luce resterà quindi spenta ma non è un problema. Conosco bene questo posto e ne ricordo bene spigoli e gradini. E i mobili. Mobili scuri e pesanti carichi di cimeli vari, fotografie, libri e ricordi. Strano. Ricordo la posizione di tutto tranne l’interruttore. Forse non mi sono mai preoccupata di cercarlo nelle notti infinite, di rischiarare il buio reso appena meno nero del nero più nero dalla flebile luce che arriva dalle grandi finestre incorniciate da pesanti tende polverose. Chissà. La casa scricchiola, sempre. Quando c’è vento, piange. Davvero. Arriva un singhiozzare dalla soffitta, nessuno sa però chi ci sia lassù. Quella porta non si apre, nessuno è mai riuscito a sfondarla. Ci sarà qualcosa che la blocca, dicono. Quindi chiunque stia lassù, lì è condannato a restare. Oggi non c’è vento. Piove. Si avvicinano anche i tuoni. Vado in cucina, prendo un bicchiere e lo riempio d’acqua. Dalle scale che portano in cantina arriva uno scricchiolio nuovo. Dei passi regolari, leggeri. Spero non abbia bisogno di sapere dov’è l’interruttore.

02/07

Sono lo scheletro danzerino
se chiudo gli occhi rimiro onde trasparenti
che indicano i tuoi prossimi passi.

Ho venduto i gusti della vita
per non temere la morte
ma inevitabilmente bisogna inchinarsi.

Trasformare l’attimo in universo
volare come un angelo nero
leggero, insolente e dal cuore bianco.

Che qualcuno salvi la pioggia,
le preghiere, le vicissitudini,
il senso della corsa e del traguardo.

Mordo.
Poi desisto.
Convinco.
Pignolo e furbo.
Bellissima agonia.
Esaltante mistero.

Un incubo da ricordare.

L’INCONTRO DI BOXE

I due pugili si guardarono negli occhi. Era la sfida del secolo, la sfida a cui tutti avrebbero voluto assistere.

Ma laddove si svolgeva l’incontro nessuno era presente. Nessuno.

Tutti stavano davanti alla televisione, perché così avevano voluto gli sponsor.

E così la gente si era collegata sull’emittente nazionale, ed era divisa tra chi faceva il tifo per questo e chi per quel pugile.

L’incontro cominciò puntuale. I due stavano al centro del ring e si guardavano come due cani pronti a sbranarsi. L’arbitro teneva un ghigno sinistro e controllava che tutto funzionasse alla perfezione.

Dopo trenta secondi i pugni verso il volto dell’altro non si contavano più, e uno dei due pugili già barcollava sulle gambe, ma l’adrenalina lo teneva in piedi. E fu allora che partì un colpo sotto la cintola e l’arbitro si infuriò. Interruppe momentaneamente l’incontro e puntando il dito contro i due, cominciò ad imprecare. I pugili tolsero i guantoni, si diedero la mano e cominciarono a ballare come se fosse partito un lento in sottofondo. L’arbitro restò basito.

A casa la gente era infuriata. Com’era possibile che l’incontro del secolo, la gara delle gare, finisse in quel modo. Protestarono, chi in casa e chi telefonando al numero dell’emittente nazionale, che presa alla sprovvista decise di non rispondere. I due, sul ring, sembravano due ballerini alle olimpiadi.

Ma ciò che fece infuriare la gente fu quel non so che di irrisolto. Alla fine non c’era stata abbastanza violenza, non c’era stato un vincitore, ma soprattutto non c’era un vinto. Gli sponsor decisero di non pagare: lo spettacolo aveva deluso il pubblico.

E sul ring i due ballavano come se stessero danzando sulla luna, e sembravano anche felici.

di Stefano Re

fuoriposto

La solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa … non è un albero in mezzo a una pianura desolata, ma è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia.. e la radice. (…) Sarà che ti stanchi pure di lamentarti. Sarà che dici “okay, va bene così”;

In un certo tipo di Inferno moderno e tradizionale al contempo, a chi può importare sinceramente cosa andresti a fare, stavolta?

Tornare per la via di casa a radio bassa, un debole sottofondo. Da chi andrai stavolta, se non da te stesso?

Sarà un certo tipo di malessere, ma non vuoi più dare spiegazioni. L’incognita da risolvere. 90% il talento a disfare e 10% situazioni in cui ti ritrovi.

Riusciva bene fino a qualche tempo indietro: programmare. Ora ad un palmo dal naso, dubito perfino del mio essere e delle intezioni di chi mi affianca.

Come ogni mattina allo specchio a dipingersi addosso la medesima storia,Ci ripenso anche stavolta e rifletto.

Per poi ritornare al mio piccolo e fuoriposto luogo. Ricordando momenti, pensando. Distraendomi e concendendomi il lusso di stringermi tra coperte infreddolite. Lasciando che tutto il resto ed i suoi pesi, scivoli via di dosso.

Pensando sì, ad un’altra Vita. A qualcosa che funziona come dovrebbe o come la si vorrebbe, qualcosa di caldo, alla compagnia. Al caffè amaro e al dolce di una cucina che da sul balcone. Finalmente o quasi vicino al mio fuoriposto.

La pelle non mente, noi sì.

A proposito di piedi

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La luce tremolante della candela rendeva l’atmosfera dolce e allo stesso tempo maliziosa. Lei era stesa sul divano con le caviglie appoggiate al bracciolo. Guardava distrattamente il lume acceso. Lui si avvicinò con le tazze in mano contenenti caffè fumante. I loro sguardi si toccarono per un istante, intensissimo. Gli occhi neri di lui si posarono in estasi sulla bellezza della linea dei suoi piedi nudi accavallati uno all’altro. Erano piccoli, incastonati su caviglie sottili con malleoli pronunciati e un tendine tagliente come una lama. Avevano proporzioni perfette rispetto alla sua statura, la forma arcuata mostrava le pieghe della soffice carne della pianta, gli alluci leggermente più corti del secondo dito costituivano un dettaglio non indifferente perché un piede venga universalmente considerato un bel piede, come aveva potuto più volte ammirare sui libri di scuola nelle raffigurazioni pittoriche e scultoree del classicismo mitologico. La pelle dei piedi era morbida e liscia, un dono di natura, sul dorso aveva vene appena accennate che lui adorava sfiorare con le labbra per poterne percepire il rilievo. Le unghie, curate e smaltate di una nuance naturale, riflettevano la luce in modo così sexy…Per non parlare di quanto lo eccitava quella lunetta più chiara che faceva tanto french style! Il suo pensiero volò all’ultimo acquisto che avevano fatto insieme, si era seduto a terra davanti a lei e le aveva fatto indossare i sandali incurante della commessa e degli altri clienti del negozio. Visti da sotto, i polpastrelli tondi e carnosi delle cinque dita erano allineati in ordine come una fila di denti… Senza soluzione di continuità si ritrovò dai pensieri all’azione. Con la lingua aveva già iniziato l’esplorazione dell’estremità arrotondata delle dita gustose. Lei sentì il calore di lui insinuarsi tra un dito e l’altro inumidendone l’incavo, una sensazione avvolgente tanto da sentire una scossa all’inguine. Dalle dita passò a dei piccoli morsetti rivolti alla pianta, lato esterno, piede destro, morbido come quello di un bimbo. Assaggiava i suoi piedi come si gusta un pezzetto di cioccolato fondente, con gradualità, con passione. Tornò alle dita concentrandosi sull’alluce, accogliendolo in bocca e scaldandolo con tutta l’intensità di cui era capace. Prese entrambi i piedi in mano e se li mise sulle guance come fossero le mani di lei, come avesse bisogno di una carezza. Chiuse gli occhi e restò così per qualche secondo. Quando li riaprì lei notò quello scintillio che conosceva bene. Sapeva che sarebbe potuto andare avanti per ore ad occuparsi di “loro”.Rigirò i piedi da ogni lato, saggiandone la differente morbidezza, percorrendone ogni curva alternando il tocco del dito indice con la lingua, sfiorandone ogni centimetro di pelle con la pelle del viso, soffermando lo sguardo su ogni chiaroscuro formato da pieghe della pelle, unghie, vene e ossa in movimento sottopelle.  Da entrambi era vissuto come un vero e completo atto sessuale, perfettamente sostituibile alla penetrazione, dava loro una sensazione così forte di intimità e di complicità difficilmente comprensibile ad un occhio comune. Le sue previsioni si rivelarono realistiche, 90 minuti di puro piacere carnale, senza i due tempi ma molto più appagante di una partita a calcio!

Torre

La torre ha grosse aquile arcigne, sulla facciata, ma ha la testa piena di piccioni.
Non quelli che si danno dell’aria, con le zampe a stivale di piuma, mosse a scatti nervosi.
Neanche quelli gozzuti e dondolanti, lunghi di collo a corolla, nella stagione degli amori.
I piccioni torraioli nemmeno ricordano la gentilezza di certe colombine bianche bianche che indugiano sui loro passi per guardarsi intorno. Son piccioni quasi di terra, loro, con colori d’autunno e di nebbia.
Le zampe storte.
Camminano come i vecchi: avessero le braccia, le terrebbero dietro la schiena; portassero un maglione, l’avrebbero col collo alto e ghignoso, che stringe e fa tirare la testa a tartaruga, per via del soffoco.
Ci stavano Volando e sua moglie, sulla torre, insieme con gli uccelli, amici e scorta per l’inverno.
Alto e sornione, lui: le mani in tasca e certi occhi chiari…
Piccola e tonda, lei: grembiule pronto ad ogni cosa.
Due piccioni, con carriola al traino: piccole fascine di Po, a bruciare su, in alto.
Nel giro dalla piazza al fiume, in fila indiana, uno davanti, la seconda dietro, in compagnia della ligéra, che è l’arte del vivere con poco, di un orto preso in prestito a stagione.
Sulla torre, più vicini al vento, lei riparava ombrelli, lui, con l’ago, passava filo in un chicco di granturco: collane di esche per piccioni, sui merli della torre.
Sapeva aspettare che il grano viaggiasse nello stomaco, per tirare piano: “Ci vuole occhio”-diceva. ” E pasiensa“-aggiungeva lei.
D’inverno, con la stufa intubata verso una finestra, tagliavano la latta raccolta nell’estate, quella delle scatole grandi dei pomodori. Ne uscivano stelle e galline, mobili su bastoncini: girandole da vento, per chiamare la primavera.
E nessuno ricorda bene chi volò via per primo

RE AHIA E LA REGINA SCUSA.

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RE AHIA E SUA MAESTA’ SCUSA.

Nel regno di Gentilezza tutti erano in subbuglio. Si bisticciava per qualsiasi cosa giungendo spesso alle mani.
Non si contavano più né le liti, né i feriti, che si scovavano ovunque: nelle campagne, nelle abitazioni, e anche dietro un angolo di strada. Quasi tutti gli abitanti di Gentilezza esibivano il naso rotto, un occhio nero, oppure, alla meno peggio, camminavano zoppicando. Inoltre non si sapeva più dove seppellire tutti i morti, magari trovati con la testa fracassata a metà da una rastrellata o di un colpo di piccone. Ogni più piccola incomprensione era in grado di scatenare una vera e propria rissa.
Eppure, solo qualche anno prima, quando la regina Scusa era ancora viva, tutti vivevano in armonia. L’unione tra Re Ahia e Sua Maestà Scusa aveva allietato tutti.
Purtroppo, in seguito alla morte della consorte, il Re cadde in una pesante depressione. Non riusciva più a riprendersi perché la parola “scusa” si udiva ovunque ed era sulla bocca di tutti. Per questo motivo Re Ahia evocava in continuazione sua moglie, e l’amore infinito che aveva provato per lei. Trascorreva giornate intere rinchiuso nelle sue stanze, senza il desiderio di mangiare e di bere, nella solitudine più assoluta. I guaritori di corte, disperati a causa della salute precaria del Re e per favorirne la sua ripresa, credevano che fosse necessario abolire per sempre l’uso di quella parola in tutto il regno.
Re Ahia accettò di buon grado il consiglio dei guaritori e affidò di persona quel compito a un suo messaggero. Questi, balzando rapido in sella a un cavallo tutto nero, galoppò per il villaggio: collina dopo collina, strada dopo strada, vicolo dopo vicolo, fattoria dopo fattoria, urlando a squarciagola: “Udite, udite popolo! Questo è il volere del nostro Re Ahia: d’ora in poi, nessuno osi pronunciare il nome di Sua Maestà la Regina, mai più, per nessun motivo. E coloro che si opporranno al volere del Re, verranno puniti con la morte.”
Il messaggero, senza rendersene conto, combinò proprio un bel pasticcio.
Quella parola era così necessaria, che, presto, tra il popolo si scatenò un gran caos; l’odio dilagò. Il paese di Gentilezza diventò pressoché irriconoscibile.
Fu allora che venne radunato con una certa urgenza il Consiglio Dei Grandi Saggi. Occorreva chiedere al più presto un’udienza al Re nel tentativo di rimediare al terribile malinteso.
Il Re accettò di ricevere il Saggio dei più Saggi, che dovette inginocchiarsi al suo cospetto, bene attento a mantenere la testa china e evitando di guardarlo dritto negli occhi.
“Sire, perdoni il mio ardire, non avrei disturbato la Sua quiete se ciò non fosse stato necessario per gli interesse del regno. Sono qui, al Vostro cospetto, per riferirle che l’ordine affidato al Messaggero è giunto al popolo, tuttavia è stato frainteso. È successo un guaio! Nessuno, da giorni ormai, osa chiedere più scusa e il rancore dilaga ovunque nelle nostre terre.”
Ma il Saggio non riuscì a proseguire, poiché il Re, infuriato per aver udito di nuovo il nome della sua amatissima moglie, sguainò la spada e trafisse in un attimo il cuore di quel pover’uomo.
Intanto, nel regno divagava il male, sempre di più, giorno dopo giorno. La rabbia del popolo si era già spinta lontano, ai confini del paese e persino oltre. La sicurezza del regno vacillava. A qualcuno giunse persino voce che i regni vicini avessero schierato un esercito per attaccare e conquistare i territori di Gentilezza. Era ormai risaputo ovunque che la discordia aveva indebolito quel regno, e, inoltre, si temeva potesse mettere a repentaglio anche la sicurezza dei paesi confinanti.
Nel frattempo, il popolo di Gentilezza, mosso dall’ira e senza un motivo, decise di insorgere per assaltare il Palazzo del Re. Ma, un altro grande esercito proveniente da Nord avanzava alla sua conquista.
Per Gentilezza e per il suo Re fu la fine.
Chi scampò a quelle battaglie dovette piegarsi al volere del nuovo Sovrano che ristabilì presto le buone maniere.
Re Ahia, e la sua adorata moglie, furono dimenticati alla svelta da tutti, mentre, per fortuna, la bella abitudine di domandare scusa, quella, no.