Di argini e formaggi

Parallele alle avventure di pesca di mio padre si davano, col tempo buono, le scorribande mie e di mio nonno, sull’argine, pigre e cadenzate dal fischiettare fra i denti.
Con mio nonno si era sempre dentro a una faccenda che sembrava una fiaba o giù di lì, e io non sapevo se, le cose, le diceva per davvero o per gioco.
Non sapevo neanche se le parole che usava esistevano o se le tirava fuori dalla giacca, insieme ai foglietti tinti di segni verdi.
E forse proprio quell’ incertezza era la cosa fra noi.

L’argine di aprile aveva increspature leggere di gramigna e le prime roselline di radicchio selvatico. Aveva l’odore della maggiorana, che è di menta fiorita, forse, fra mele verdi.
E un’aria così leggera, ma così leggera.
Si andava di pomeriggio e io reggevo la sua cartuccia di pelle, in cui, lucidi e ben puliti, stavano gli strumenti della visita.
Mio nonno faceva il mediatore dì formaggi e ne era il medico, l ‘annusatore, l’ascoltatore, l’assaggiatore, anche.
Al caseificio della palazzina si arrivava prendendo la strada lunga, perchè tutto doveva avere il sapore del mistero.

“Ci sarà aperto al caseificio?”-chiedevo, per avviare il gioco.
“ Mah. Se la porta sarà chiusa, canteremo la filastrocca della porta che si apre, dell’acqua che bagna, del forno che cuoce, della scopa che spazza…. ” e tutte le cose del mondo affioravano, allora, a vestire l’argine di Po, e a muoverlo in infinite azioni.
“E se non si apre?”
“Se la porta non si apre, andremo a cercare la topina delle sette chiavi….”
“Ma sta nel fosso e le sette chiavi son attaccate alla coda” – continuavo io – “E se non troviamo la topina??”
“Inventiamo la parola magica per aprire la porta.”
“Per me è “spalanca la bocca “….
E spalancalaboccaspalancalaboccaspalancalabocca diventava, ripetuto mille volte, una biscia di suoni senza capo né coda.

Si arrivava al caseificio a porte spalancate, senza cancello senza chiavistello, e si attraversava la sala dove la caldaia rossa cuoceva. Nell’altra stanza i formaggi giovani venivano messi nello stampo e rifilati.
Si apriva la camera chiusa, col catenaccio rugginoso che sfregava.
Il buio.
Per un momento solo il buio, perchè lì i formaggi covavano, nella loro scorza nera, un pò unta e un pò cerosa.
Poi la stanza, con la luce della porta, guadagnava in altezza e in profondità: sulle assi le forme di grana si arrampicavano fino al soffitto, tutte uguali, in attesa del responso.
Se prima mio nonno mi sembrava un bel vecchio, con il cappello inclinato, adesso era un giocoliere ballerino, che faceva prillare una forma sulle mani, per saggiare la salute dell’intera partita, e la faceva suonare picchiettandola con le nocche e la trivellava piano, per annusare l’odore della polpa e infine la tassellava, estraendo dalla pancia della forma una carota bianca, un cilindro pallido di formaggio, da provare.
Il primo assaggio era per me, seduta sul primo ripiano, come su un trespolo.
” Se assaggi questo, diventi la principessa del formaggio, ninina”.
Mi piaceva il formaggio magico, che non si scioglieva in bocca di colpo, ma si sgranava in puntini duri.

“E’ magico come il fungo cinese della zia?” – chiedevo, quando, sulla bicicletta si tornava indietro, e il nonno era un pò più lento ad andare, un po’ più stanco.
“Di più. Questo qui fa apparire le biciclette. Ne mangi un pezzettino, pensi la parola giusta e alla fermata della corriera, la corriera si ferma e viene fuori la bicicletta “.
“Ma io non so qual è la parola giusta “.
“Eh, quella non la posso dire, perchè altrimenti l’incantesimo non si fa….”
Allora, alle cinque e mezza, giusto quando cominciava la televisione, scappavo un momento in strada, con le briciole di formaggio in tasca.
Era a cinque passi la fermata della corriera: si poteva rischiare una sgridata, per essere corsa fuori. Pensavo e ripensavo a tutti i nomi che mi passavano per testa, ma mi pareva che ne occorressero di più, di parole.

Un pomeriggio, però, il nonno scese davvero dalla corriera con la bicicletta sotto il braccio.
Rossa.
Molto rossa.
E io non sapevo neanche qual era stata la parola giusta del miracolo, perchè, aspettando la corriera, ne avevo pensate un bel po’.
Chi poteva mai ricordarle tutte.

Caro Diario – parte seconda

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Giorno 6

Non che io sia una tipa da relazione aperta ma Andrea ha deciso così. Un amore part-time. Lei è fondamentalista, desidera solo le donne e detesta le bisessuali. Non è una questione di principio ma di stile di vita. Mera forma mentis. Non ama il cioccolato al latte, la primavera, né le mezze misure. É contraria alle sfumature che vede come fumo negli occhi. Pretende decisioni nette e repentine. E ne impone altrettante. Così piuttosto che avere una storia con ‘una curiosa annoiata dagli uomini‘, come definisce le bisessuali come me, preferisce un amore silente ed esclusivo, anche se in coabitazione con un’altra.

Andrea piuttosto che provare a essere felice con una ‘storia kamikaze‘ (diavolo non smetto di citarla), preferisce concedersi e cedere amore come la peggiore tra i puttanieri. Claudia non è stato il racconto all’aperitivo del giorno prima. Lei era lì, da mesi e io la odiavo. Mi sentivo defraudata di qualcosa che ritenevo mio ed esclusivamente mio. Diciamolo apertamente con le parole giuste. ‘Sono gelosa. Sì, gelosa e possessiva‘. Tuttavia nell’ottica di Andrea è un sentimento che non ha cittadinanza. L’amore esclusivo per lei non esiste. L’ha affermato con chiarezza ieri sera. ‘Ci si prende e ci si lascia. E buonanotte‘. Questa è la sua filosofia. D’altra parte tra noi non c’è stato nulla. Solo ammiccamenti e qualche sorriso appena accennato.

Giorno 7

Scrivere tutto questo mi fa bene. Mi ha fatto scaricare tutta la tensione che ho accumulato. Oggi non mi sono andata all’Università. Non me la sentivo di affrontare l’argomento relazione a mezzadria. Mi è stato sufficiente parlarne ieri. Alla fine ero talmente ingolfata nei miei pensieri che non sono riuscita a mangiare, mentre l’autostima è finita sotto i tacchi delle scarpe. I piccoli progressi dei giorni precedenti sono diventati regressioni ante incontro con Clarissa. Questo non va bene assolutamente. Se procedo come i gamberi oppure come Penelope, quella buona lana che tesseva di giorno e disfaceva di notte, non vado da nessuna parte e regalo a Clarissa un bel pacco di bigliettoni.

Andrea mi ha tempestato oggi di telefonate e sms, visto che Whatapps l’ho chiuso per non farmi trovare. Tuttavia sono rimasta sulle mie posizioni. Sono riuscita a rimanere indifferente a questo bombardamento.

La sbronza mi ha lasciato prostrata. La pelle sembra che abbia assorbito tutti i peggiori odori della terra. Così verso sera ho fatto una doccia lunga per togliermi da dosso quell’afrore di vomito che persisteva da tre giorni. Ero in accappatoio, quando ho sentito suonare alla porta. Era Andrea che veniva a sincerarsi delle miei condizioni. Ho focalizzato che sia stata lei a mettermi a letto tre sere fa. Ho fantasticato che mi abbia accarezzato, baciato, prima di riprendermi dalla sorpresa della sua visita.

“Entra” le ho detto, facendola accomodare.

Mi ha parlato di Claudia, di quell’attrazione che provano, di quell’amore così complicato che sentono. Sono restata per tutto il tempo ad ascoltare rigida e fredda, avvolta nell’accappatoio.

“Claudia non è stata mai con una donna, prima di conoscermi. Io sono stata la prima” ha proseguito Andrea.

Mi ha raccontato come la loro storia ha avuto inizio. Un paio di mesi prima si erano conosciute per caso in una libreria del centro, quando si erano litigate l’unico volume presente de ‘Forse è già mattino e non lo so‘ di un autore sconosciuto.

“Non ricordo bene, perché sono stata attratta dal quel libro. Di certo lo volevo leggere a tutti i costi! Claudia ha affermato che lei aveva la priorità, perché lo teneva in mano ma io non volevo cedere. La discussione è proseguita su tono accesi, finché non abbiamo trovato il compromesso di comprarlo a metà e leggerlo insieme”. Per suggellare l’armistizio, si sono date appuntamento un paio d’ore dopo col romanzo da cominciare. Si sono ritrovate a bere birra, proprio come noi lo stiamo facendo tutte le sere. Hanno parlato di tutto e di nulla. Immediatamente tuttavia è scattato feeling tra loro, come se si conoscessero da una vita. Così hanno deciso di terminare la serata a casa di Claudia.

“Non so come sia successo ma a un tratto ci siamo trovate nude. L’una davanti all’altra, a contemplarci i nostri corpi giovani e acerbi”.
Andrea ne ha parlato con enfasi. Le ho visto brillare gli occhi. Io ero affascinata dalle labbra carnose, quelle che avrei voluto baciare e mordere. Non ha detto quasi nulla di sé e delle sue inclinazioni sessuale. É vero che di questo ne avevamo parlato la sera precedente ma mi sono chiesta perché abbia deciso di aprirsi con me sull’altra donna in questa maniera.
Mi ha detto che Claudia ha lasciato il compagno, con il quale conviveva da tre anni, per lei.

“Perché?” le ho chiesto.
“Perché ha scelto un donna, lasciando il compagno?” le ho ripetuto la domanda, visto che l’aveva ignorata.
É rimasta zitta a fissarmi gli occhi. Si è alzata e stava ridendo.
“Perché ha capito che il vero amore è solo con me”.

Ho sentito la gelosia montare velocemente e stavo per cacciarla di casa, quando mi ha proposto una relazione a tre. Sono rimasta allibita. Non è questo l’obiettivo che mi sono ripromessa. L’ho guardata come si può osservare un alieno che sia sbucato dal nulla. Sono rimasta intontita e in silenzio.

“Pensaci” mi ha detto, alzandosi per andarsene.

Non so se avrò il coraggio di parlare di tutto questo a Clarissa, quando domani la vedrò per la seconda volta.

Giorno 8

Ieri è stata la seconda seduta e altri cento cinquanta euro hanno cambiato proprietario. Mi sono sentita nuovamente in subbuglio dopo quello che Andrea mi ha rivelato e proposto. Percepisco una gran confusione dentro di me, come se avessi mille personalità che stanno litigando tra loro per chi deve avere la supremazia.

“Hai tenuto il diario di questi sette giorni?” mi ha chiesto Clarissa brutalmente, appena mi sono seduta.

“Sì” le ho risposto laconicamente.

“Cosa hai scritto? Posso leggerlo?”

“Non credo” le ho detto falsamente. Non era mia intenzione farle leggere quello che avevo scritto. Sono ancora troppo scossa per affrontare questi argomenti con disinvoltura. Forse tra una settimana, dopo avere sedimentato e metabolizzato tutto, riuscirò a discuterne con calma e lucidità. Ieri proprio no.

“Perché?”

“Ho dimenticato il tablet a casa”.

“Non importa. Oggi parliamo di amore”.

Sono sbiancata, perché si è toccato il fatidico tasto. Di colpo la mia espressione si è fatta più seria, mi sono irrigidita, le maglie si sono contratte. Non sono riuscita a dirle tutta la verità. Clarissa fa parte della mia selezione e non vorrei sollevarla al gradino dell’elezione. Ho preferito comunque non mentire ma nemmeno di raccontarle la verità. Insomma ho adottato un sentiero stretto tra reticenza e confessione.

“Ho avuto due storie serie” ho esordito. In effetti sarebbe una sola, perché la seconda non è partita e forse è solo un sogno.

Clarissa si è fatta attenta, pronta a cogliere le mie bugie e mettermi con le spalle al muro.

“Con chi?” ha domandato.

Sono rimasta in silenzio per qualche secondo, come se volessi raccogliere le idee. La mia corazza ha occultato i miei pensieri.

“Mattia e Andrea” ho risposto.

“Bene. Cosa mi racconti?”

“Il primo è quello che mi ha costretto alla depressione” le ho detto. Ed è la verità. É stata la rottura con lui che ha innescato quel processo di autodistruzione personale che mi ha costretta a rivolgermi a lei.

“La seconda storia è troppo fresca per poter descrivere i miei pensieri con lucidità” ho aggiunto, anticipando una domanda scomoda.

“Non sei riuscita a dimenticare questi due uomini, e adesso vivi nel cono d’ombra delle loro figure. Hai paura di scottarti oltrepassando il confine e giungendo alla luce, da sola” mi ha detto subito dopo aver ascoltato le mie parole.

Ho annuito in segno di conferma. É verissimo, cara terapista. Ma ho taciuto sul sesso dei due: uno uomo e l’altra donna. In fondo è solo gossip la loro natura. Per quanto piaccia e intrighi conoscere i miei pensieri al riguardo, non penso che riguardi le nostre sedute. La mia ultima illusione di libertà preferisco viverla con la mia testa.

Così Clarissa mi ha chiesto di parlare solo di Mattia, tralasciando Andrea con mio grande sollievo. In quel momento mi sono sentita come un’adolescente intervistata da una giornalista di Cosmopolitan. Avrebbe dovuto solo chiedermi le posizioni sessuali preferite e plaf mandare in stampa l’intervista!

Giorno 100

Sono passati molti giorni da quando ho cominciato la terapia con Clarissa ma i risultati non sono per il momento esaltanti. Ho già speso un piccolo patrimonio per i quindici minuti di colloquio che per fortuna da cadenza settimanale siamo passati a quella mensile.

In questi cento giorni di diario sono successe molte cose. Dopo Andrea ho fatto un’altra scoperta. Anche questa devastante. Gianp è innamorato di me. Questo mi ha destabilizzato. Perché? Ho avuto paura. Un timore diverso. Non era emozione. Era paura.

“Perché Gianp ha scelto una donna?” le ho chiesto.
“Perché è la via più facile per un uomo. Si sceglie sempre la strada più semplice” mi ha risposto Andrea, mentre mi accarezzava.

Va bene essere bisessuale ma essere part-time con un uomo e una donna, che a loro volta sono part-time con due donne, forse è troppo anche per una come me, piena di paure, contraddizioni, di sensi di colpa e in analisi per riscoprire me stessa.

Clarissa ha mangiato la foglia e sorniona come un gatto sta portando in superficie tutti i dubbi che ho. Ieri mi ha chiesto come va con Andrea. Ho dovuto confessarle che avevo ripreso la storia con lei.

“Va bene” le ho risposto.

Lei di rincalzo “Come veste Andrea? Da uomo o da donna?”.

Non capivo dove volesse parare. Mi sono domandata che senso ha, se una donna veste femminile o maschile. Forse vuole comprendere il ruolo che ho nella coppia. ‘Ma è assurdo un ragionamento del genere, visto che Andrea è part-time con me’ mi sono detta prima di rispondere.

“Perché fa differenza?” le ho chiesto con una punta di ingenuità.

“Sì e come!”

L’ho osservata stupita, mentre lei ha proseguito spedita.

“Se veste da uomo, tu rappresenti la donna e viceversa. Ci vediamo tra due giorni” mi ha detto, congedandomi, dopo avermi alleggerita di altri cento e cinquanta euro.

Dopo essere rientrata a casa, ho riflettuto sulla domanda che mi aveva lasciato basita. Sono giunto alla conclusione che ha compreso la mia vera natura. Ma adesso mi rilasso e devo pensare al menù. Stasera a cena ho Gian, Andrea, Rebecca e Claudia. Da quello che ho compreso Rebecca ha anche un altro compagno oltre Gian, un certo Anto. Tuttavia mi sono sempre rifiutata di conoscerlo e di permettergli la frequentazione del nostro gruppo. Ci manca solo che i due maschietti trescano tra loro per fare bingo.

Mentre scrivo queste parole, mi sorge un dubbio.

“Ho forse fatto una cazzata alla quale non posso rimediare?” mi sono detta, mentre preparo il primo.

“Andrea starà con me o con Claudia? Gian chi sceglierà tra me e Rebecca?”

A domani, caro diario.

Caro, Diario – parte prima

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Giorno 1
Da ieri sono in terapia.

Da qualche mese sono entrata in crisi come una quindicenne colpita da anoressia. Non mangiavo, non uscivo. Non rispondevo al telefono e non volevo vedere nessuno. Avevo paura della mia ombra. Non mi specchiavo per paura di vedere sul viso una ruga. Credevo di essere invecchiata precocemente. In realtà uscivo, telefonavo e mangiavo come una porcella per dimenticare quella storia che mi aveva fatto star male. Dentro di me c’era una dicotomia, che stava annientando la mia personalità. Nemmeno l’inizio dell’università era riuscita a rompere quel malefico cerchio che si stringeva giorno dopo giorno sempre di più, rischiando di soffocarmi.

Così mi sono decisa. Ho chiesto a Vanessa, se conosceva una valida psicoterapeuta. Solo maschietti mi ha proposto, accidenti, ma io volevo una femminuccia. Perché donna? Non lo so ma forse sì. Non mi va di parlare del mio intimo con un uomo. Penso che non abbia la sensibilità di capire le mie fobie. Così mi sono messa in moto alla ricerca di una donna. Dopo diversi tentativi infruttuosi ne ho trovata una. Non so se la scelta sarà giusta ma provare non costa nulla. Si fa per dire, perché vuole 150 euro sull’unghia per ogni volta che metto il naso nel suo studio. Mica poco ma vediamo come funziona. Dicevo. Ieri è stato il primo incontro. Ero emozionata come una scolaretta al primo giorno di scuola. Quando sono entrata nel salottino, in attesa di essere ricevuta, avrei voluto scappare, nascondermi tra le gonne di mia madre. Però, accidenti, lei ha sempre portato i calzoni, perché ha sempre detto ‘le sottane sono per le femmine senza spina dorsale‘. Appena entrata mi aspettavo di stare distesa sul famoso lettino, mentre lei, seduta accanto col blocco degli appunti, mi faceva le domande e segnava le risposte. Forse vedo troppi film! Invece no. Seduta su una sedia, piuttosto scomoda, stavo di fronte a lei, spaparanzata su una comoda poltrona in pelle nera. Niente matite, niente blocchi. Le mani sul tavolo e gli occhi a fissarmi. Mi sono sentita a disagio. Avrei voluto fuggire ma sono rimasta inchiodata su quella seggiola dura e fredda. Niente preamboli ma solo una spiegazione. Mi ha detto che la psicoterapia è una pratica terapeutica della psicologia clinica. Dunque è una malattia e uno psicoterapeuta (psicologo o medico, adeguatamente specializzato) si occupa della cura di disturbi psicopatologici, che affliggono la psiche delle persone. Questi sono di natura ed entità differente, che vanno dal modesto disadattamento o disagio personale fino a una sintomatologia grave. Questa turba mentale si può manifestare sotto forme diverse tramite sintomi nevrotici oppure psicotici tali da nuocere al benessere della persona fino ad ostacolarne lo sviluppo, causando fattiva disabilità nella sua vita. Dopo questa opera di didascalia clinica mi sono detta: sono proprio un classico caso clinico. Ma chi se ne frega di tutte queste parole. Io so solo una cosa: voglio guarire e tornare come ero prima. L’incontro è durato quindici minuti in tutto. Ogni minuto passato, un foglio rosa da dieci euro migrava dal mio portafoglio al suo. Non per fare la spilorcia ma per non avermi detto nulla mi è apparsa esosa. Certo mi aspettavo qualcosa di più sostanzioso. Quello che mi ha rivelato, tutto sommato lo potevo trovare anche su Wikipedia al costo di zero euro. E va bene pazientiamo e aspettiamo di vedere qualche risultato dai prossimi incontri.
Dopo tanti bla bla Clarissa, la psicologa che mi ha preso in cura, mi ha consigliato di tenere un diario, una raccolta di riflessioni, appunti, lettere, tutto ciò che mi ispira e che può essermi d’aiuto in questo percorso di recupero della mia personalità. Soprattutto nei momenti in cui non posso starmene seduta nel suo studio. Saggia proposta, visto quello che costa. Mi ha suggerito di portare sempre con me il tablet per annotarvi tutto quello che mi passa per la testa oppure registrare la mia voce su uno di voice recorder miniaturizzati.

“Non importa cosa e come scrivi. Per quello c’è tempo per analizzarlo. É essenziale che tu riporti tutto quello che percepisci. Vedi, la terapia non deve fermarsi mai. Deve accompagnarti anche quando esci da questa porta” mi ha detto, congedandomi. Sono parole sensate e io ci credo. Però i soldi che le pago al momento hanno fruttato solo questo suggerimento. Mi domando se c’era bisogno di andare dalla psicoterapeuta per ascoltare questo consiglio, che tutte le ragazzine fanno o hanno fatto nel corso dei secoli. Vediamo come andrà al prossimo incontro tra sette giorni.

Clarissa non sa che sono bisessuale. Ha parlato a ruota libera e io non ho toccato l’oggetto ‘amore’. L’ho dribblato coscientemente. Non ho avuto il coraggio a parlarne puntando direttamente sull’argomento. Non so se ne parlerò nei prossimi incontri. Ho il sospetto che mi avrebbe cominciato a guardare con occhi diversi. Lei è piuttosto giovane e potrebbe pensare che ‘sono entrata in terapia, perché sono attratta da lei‘. Beh! É carina ma non è il mio tipo.

Giorno 2

La mia corazza protettiva, invisibili maglie d’acciaio sul mio perimetro di pelle, impedisce di mostrare la mia vera anima. Nacqui libera, per essere felice. Il mondo tutto attorno, per 25 anni, mi ha insegnato troppe bugie e poche verità. La prima verità è che bisogna mentire per andare avanti. Mostrare il cuore tenero nascosto tra le ferite significherebbe raccontare le proprie miserie di se stessi. Ciò non è possibile. Un principio di selezione e di decisione deve accompagnare le scelte, giusto o errate che siano. Solo a un essere umano – ripeto uno solo – possiamo mostrare le nostre paure, e lui nel suo abbraccio lenisce le ferite. Questo ragionamento è diventato per me un caposaldo che vorrei rinforzare nelle sedute con Clarissa. Un cardine che ha bisogno di essere puntellato con fermezza prima che rovini fragorosamente a terra. Sono entrata in una crisi di identità che non vorrei che diventasse cronica o irreversibile. L’idea di tenere un diario, dove infilare tutti i miei pensieri, è ottima e non ci avevo pensato prima di due giorni fa.
Ricordo la prima volta che vidi Andrea. Stavo andando a lezione insieme a Gianpaolo, era uno dei primi colleghi, con cui ho stretto amicizia all’università. Quel giorno lui si fermò a salutare una ragazza bassa, con i capelli lunghi neri, la pelle diafana e un viso serio con due piercing, che si notavano appena sotto il labbro inferiore. Tuttavia sembrava proprio una bambina: una di quelle dove si notavano a stento le forme di donna. Anzi non pareva che non ne avesse nessuna. Indossava un maglioncino giallo canarino, ah, come lo ricordo bene. Sotto questo si scorgevano a malapena due minuscoli seni. Gianpaolo la salutò con calore e ci presentò.

“Andrea” disse, “Nadia” risposi.
Da quel momento fummo un trio inseparabile: gli scherzi, le risate, le pause caffè infinite senza rientrare a lezione, le vignette scarabocchiate sui block notes, e poi le serate in giro per la città a piedi, a fumare canne nei vicoli e a bere birra fino a vomitare. Soprattutto io e Andrea avevamo cominciato una deliziosa amicizia femminile. Utilizzo questo aggettivo per indicare un’amicizia dolce e disinteressata.
Un giorno la lezione cominciava alle otto. Ero in ritardo e, mentre correvo per raggiungere la facoltà, scorsi Andrea che mi aspettava sulla panchina dell’entrata. Fumava una sigaretta, uno di quei zampironi che avrebbero ucciso tutte le zanzare dei paraggi. Aveva un vestitino di lana nero, aderente a quel corpo da adolescente, e teneva le gambe accavallate. Mentre guardavo i suoi lunghi capelli mossi dal vento e il fumo che le usciva dalla bocca, provai una strana stretta allo stomaco.

‘Quanto è sensuale’. Fu il pensiero fulmineo che sbocciò nella testa.

Per la prima volta la salutai imbarazzata. Pensai tutto il giorno al perché della mia reazione e cercai mille innocenti giustificazioni per placare il mio turbamento.
Da quella mattina nulla fu lo stesso.
Sì, fuori niente era cambiato, all’apparenza, ma dentro no. Le solite invisibili maglie sul mio perimetro di pelle mi occultavano agli sguardi degli altri, nascondendo l’intimo disagio. Andrea era ovunque, dentro di me. Il pensare a lei era una costante, che mi distraeva da qualsiasi altro pensiero. Andrea faceva vibrare infinite emozioni all’interno del mio corpo. Io ero scossa. E forse era un banale eufemismo.

Giorno 3

Anche se uscivamo insieme, non ero più quella di prima. Non riuscivo a non pensare a Andrea. Era una costante fissa. Gianpaolo avvertì immediatamente che qualcosa si era rotto. L’equilibrio tra noi non era più perfetto ma ad ogni istante rischiava di infrangersi su occulti scogli che non affioravano in superficie. Non disse mai nulla ma percepì che lui aveva compreso il mio disagio. Stasera dobbiamo uscire insieme come tutti i mercoledì. Vorrei rompere questa monotona liturgia delle uscite nei giorni stabiliti, negli orari fissi e nel giro dei locali secondo uno schema immutabile e finire la serata con la solita sbronza etilica. Se le prime volte era eccitante, complice la novità e la presenza di Gianp e Andrea, stasera ne farei abbondantemente a meno. Tuttavia il pensiero di vederla riesce a vincere tutte le mie resistenze.

Pertanto sarò con loro per il solito aperitivo a base di spritz, porcherie varie per passare alla birra fino allo stordimento e rientrare malferma sulle gambe.

Giorno 4

Caro diario, ieri sera ho preso una sbronza coi fiocchi. Non rammento nulla di come sono rincasata. So solo che oggi mi sono svegliata che era già sera. Una ciucca da ricordare negli annali. Quando ho aperto gli occhi, ho sentito la puzza stantia del vomito ed ero vestita alla belle e meglio. O meglio svestita in maniera ignobile. La giacca del pigiama rosa e i calzoni blu a scacchetti. Un accostamento abominevole. E null’altro addosso, nemmeno le mutande. Non so chi mi ha messo nel letto ma non importa. I miei vestiti compresi gli indumenti intimi, cacciati sulla poltrona della camera. Provo a ricostruire la serata fino al momento nel quale l’interruttore della luce si è spento.

Ieri avevamo lezioni, come tutti i mercoledì, fino alle sei. Una rapida corsa a casa per una doccia e infilare un tubino nero con uno spacco mozzafiato. Ero eccitata, perché mi era sembrato che Andrea mostrasse qualche interesse verso di me. Nello stesso tempo mi sentito imbarazzata, perché la presenza di Gianp mi frenava nel dichiarare le mie vere intenzioni. Ci siamo trovati al solito posto, in centro, a prendere il consueto spritz. Andrea era bellissima nel vestito azzurro che metteva in luce il suo collo bianco. Erano le mani che mi affascinavano per come le muoveva. La bocca sottile con un filo appena di rossetto era un invitante fiore da cogliere e succhiare. Il suo muoversi flessuoso stimolava la mia passione. Lei si era accorta della mia eccitazione e mi stimolò vergognosamente. Sentivo vampate di calore miste a desiderio ma non osava a prendere l’iniziativa. Dopo l’aperitivo senza mangiare quasi nulla, ci siamo spostati nel solito locale, dove ogni mercoledì anneghiamo i nostri pensieri in fiumi di birra di tutti i tipi.

Qui arrivò la prima sorpresa. Gianp ci presentò una tizia, che da buona bisessuale dico che non è affatto male. Più alta di noi, coi capelli biondi mossi e due stupendi occhi grigio azzurri. Un vero bocconcino prelibato.

“Ragazze, ecco Rebecca” ci disse nel presentarla. Io le strinsi la mano con simpatia. Andrea fece un cenno col capo di superiorità. Sembrava avesse perso la voce o forse voleva mostrare la sua indifferenza. Gianp invece era al settimo cielo, anche perché finalmente era arrivata la tanto sospirata borsa di studio.
Parlava, le teneva la mano e aveva lo sguardo dell’innamorato. Non ci voleva molto a capire che era cotto come una sarda sul fuoco.

Andrea con lo sguardo assente parlò poco, come infastidita dalla presenza di Rebecca. Alla terza birra Gianp andò via con la nuova fiamma, lasciandoci sole. Non mi aspettavo di rimanere soltanto noi due. Andrea parve riacquistare di colpo il solito buon umore e la luce brillante negli occhi. Ero tra l’imbarazzo e la voglia di confessare le mie emozioni, quando lei esordì: “Devo parlarti di Claudia”.

Mandai giù una quarta e una quinta birra tutto d’un fiato.

“Claudia è la mia amante da sei mesi”.

La fissai incredula. Non mi aspettavo una simile rivelazione che destabilizzava tutti i miei pensieri.

“Ma c’è un posto anche per te” soggiunse.

Io continuai a bere birra fino allo stordimento. Il resto non lo ricordo.

IL PASSEROTTO

Il bimbo con i capelli rossi trovò in giardino un passerotto, che era caduto dall’albero e si era spezzato un’ala.
L’aveva trovato quasi morto tra l’erba.
“Aiutami!” disse il passerotto con un filo di voce. “Ho un’ala spezzata.”
Il bambino non sapeva che fare. Non gli era mai capitato di incrociare un passerotto con l’ala spezzata.
“E come posso aiutarti?” domandò.
“Portami in casa” disse il passerotto.
Il passero confidava moltissimo nell’aiuto del bambino con i capelli rossi, ma non sapeva che quel bambino, in casa, teneva un gatto terribile di nome Eriberto.
“Portami al caldo, e poi fissami l’ala con una benda.”
Il bambino fece così, prese con dolcezza il piccolo passero e lo portò in casa. Gli mise una benda e lo coprì, per proteggerlo, con un piccolo fazzoletto.
Eriberto, che aveva un fiuto eccezionale, non tardò a capire che un piccolo uccello era finito nella sua casa.
Si avvicinò lentamente e miagolò, mentre il passerotto cominciò a tremare come una piccola fogliolina indifesa. Il bimbo si accorse della presenza di Eriberto e con un urlo scacciò il gatto.
“Ehi Eriberto, lascia in pace il mio amico. Non vedi che è anche malato?”
Il gatto si allontanò con l’acquolina in bocca; in fondo non aveva mai disubbidito al suo piccolo padroncino.
Dopo qualche tempo il passerotto guarì, e cominciò a pretendere tutto. Si era anche stancato di mangiare le briciole che gli portava il bambino con i capelli rossi. Voleva qualche verme, magari un moscerino, magari quella mosca che ronzava nella stanza e sbatteva forte contro il vetro.
Eriberto si era abituato alla presenza dell’uccello, tanto che i due si parlavano come se fossero stati sempre amici, ma non sopportava l’arroganza del passero.
“Ho fame!” disse il passerotto.
“Ti porto qualche briciola di pane, aspetta.” rispose il bambino.
“Ma basta! Non ne posso più di pane.”
Il gatto, che stava lì accoccolato sulla poltrona, disse:
“Ma datti da fare, usa le alucce e prenditi quella mosca!”
“Ma io non volo per prendermi da mangiare. E poi c’è il bimbo che mi accudisce. Stai zitto, brutto gattaccio”.
Il bambino con i capelli rossi non sapeva come fare. Come poteva accontentarlo? Non era mai stato capace di prendere al volo le mosche, e i moscerini gli facevano anche ribrezzo. Figurarsi i vermi, che si infilavano nella terra ed erano viscidi come il muco del naso.
“Scusami passerotto, ma questa volta non so come aiutarti. Ti posso dare il pane, ma se non ti piace o se sei stufo di mangiarlo, posso anche capirti. Se vuoi ti metto sul davanzale della finestra, magari qualche insetto finisce nella tela del ragno… Sai, quel ragno è lì da un po’, e la sua ragnatela è ormai gigante. Penso che impigliato lì dentro ci possa essere qualche moscerino. Magari una zanzara”.
Il passerotto scrollò la testa deluso.
“Vabbè. Se non mi sai aiutare – disse – Vorrà dire che mi arrangerò chiedendo aiuto al ragno”
Il bimbo con i capelli rossi aprì la finestra. Pose il passerotto sul davanzale e richiuse.
Un gatto nero con una macchia bianca sul muso balzò e prese tra i denti il piccolo uccello. Se lo mangiò, mentre da dentro il buon Eriberto si morse le labbra:
“Magari l’avessi mangiato io quel passerotto supponente!” ma ormai era troppo tardi.

(di Stefano Re)

Picnic a Little Big Horn

L’erba era alta e la pista era un nastro giallastro in mezzo a quella tavola verde. Gli uomini a cavallo formavano un azzurro serpente; dagli zoccoli dei cavalli si sollevava una polvere sottile, che copriva tutti e tutto. In quei giorni caldi, di fine giugno, quella polvere faceva parte del rancio, oramai. Neppure un alito di vento, se non sbuffi d’aria calda ad appesantire la difficoltà del cammino. Neppure dalle colline che avevano intorno, arrivava un po’ d’aria fresca. Ormai erano ore che alternavano galoppo e passo. Gli uomini erano stanchi e pure le cavalcature.

Il Colonnello, dopo aver bevuto un sorso d’acqua apostrofò l’ufficiale che gli era accanto:

“ Tenente, vi ho visto alla festa di Miss Hollywater. Debbo dire che ballate come un orso. In compenso però bevete come un cammello.”

Lo disse senza acredine, quasi a constatare una realtà di fatto. Il Tenente arrossì; non sapeva se e come controbattere. Era giunto da poco al reggimento e di quella serata non conservava un buon ricordo. Impacciato, aveva accumulato sbagli a ripetizione. Preferì tacere, aspettandosi il seguito, che puntualmente arrivò.

“ Non capisco perché in Accademia, non si insegni il vivere in società. Spero che gli studi che avete fatto di strategia e arte militare non abbiano avuto gli stessi esiti. “ Poi continuando il suo discorso, che assumeva oramai i contorni del solito sproloquio:

“ Vedete Tenente, a questa Nazione occorrono uomini veri, decisi. Che in ogni momento sappiano stare a loro agio in ogni luogo e situazione. Guardatevi attorno. Vedete forse uomini delusi, impacciati. No. Siete circondati da guerrieri pronti. Alla battaglia, ma anche a un banchetto ufficiale. Lasciate perdere la polvere, una spazzolata alla divisa e avrete commensali perfetti. Piuttosto da noi ufficiali attendono l’esempio migliore. Voi ne avete dato uno pessimo, vi rendete conto. Ora la vostra vita sociale ha subito una forte frenata. Vi consiglio di prendere lezioni di danza e di tenere a bada la vostra sete.”

Il Tenente giudicò opportuno rispondere un laconico “Sì, signore” a quelle parole. Intanto si avvicinò al galoppo una staffetta.

“Signor Colonnello, signore, il nemico è al di là di quelle colline. Sta aspettando il momento per l’attacco, signore.”

L’ufficiale parve non dar peso a quelle parole, ma continuando nel suo ragionamento:

“ Poi, abbandonate la compagnia che ora state frequentando. Sono stato giovane anch’io e riconosco i peccati di gioventù. Peccati veniali, in fondo. Ma voi siete in tempo. Lasciate agli altri il bordello. Pensate a frequentare mostre, musei, concerti di buona musica. Datevi alle buone letture. I filosofi greci e francesi, i poeti italiani, Dante per esempio. Seguite di più la politica e l’economia. Prevedete piuttosto, tra qualche anno un viaggio all’estero. Inghilterra o Francia. Meglio quelli che non New Orleans e le sue puttane.”

Poi aggiunse con evidente sarcasmo:

“Crescete, maledizione o rimarrete solo uno stupido e rozzo soldato, che presto si farà ammazzare e senza aver conosciuto il mondo.”

La staffetta , accanto a loro, era in evidente stato d’agitazione:

“Signor Colonnello, quali sono gli ordini, signore?”

Questi parve risvegliarsi, da quella trance, in cui era stato indotto dal suo discorso.

Cominciò a bofonchiare, quasi sovra pensiero:

“ Ah, sì, gli ordini. Mhmm, dunque … bene. Tenente passate parola. Gli uomini si dispongano in linea, mentre saliamo la collina. Pronti per la carica. Come scolliniamo attacchiamo il nemico e tu soldato, raggiungi gli altri.” Poi rivolto al Tenente disse:

“Ora vediamo di quale pasta lei è fatta. Raggiunga gli uomini e pronto alla carica.”

Il Tenente portò la mano al cappello, salutò e prese congedo. Intanto gli uomini serrarono i ranghi e si formarono le fila per la carica.

Davanti a tutti il Colonnello, con gli alfieri e il trombettiere. Giunti in cima alla collina gli ordini si fecero più incalzanti:

“ Serrate …. Sguainate … Passo …… Trotto ….. Galoppo ….. Trombettiere suona la carica …… Caricaaaa …..!”

Lo squadrone si lanciò alla carica verso un gruppo di cavalieri che erano fermi sul fondo del vallone, sottostante. Appena videro quelli lanciati, si misero in fuga verso la pianura. Quella valle era circondata da altre colline e quando i cavalieri furono quasi al centro, dalle colline che facevano corona altre centinaia di cavalieri nemici si lanciarono sullo squadrone, cui avevano teso l’agguato. Riuscito, come da manuale.

Gli uni in trappola, da attaccanti a difensori. Gli altri come predatori famelici li stavano dilaniando.

Il Tenente si rese conto, che non avrebbe potuto seguire gli ordini, più che i consigli avuti poco prima dal Colonnello. Non avrebbe potuto più leggere né Voltaire, né l’Ariosto. Si pose la stupida domanda se il Devonshire era una contea inglese o gallese. Dov’era Tolone? Al nord o al sud della Francia? Chi gli avrebbe insegnato i passi giusti della quadriglia? Come si sbucciava una mela, usando coltello e forchetta?

Menando fendenti a desta e manca, pensò che non sarebbe riuscito a riempire la borraccia nell’acqua del Little Bighorn. Una freccia in pieno petto lo confermò.

Su quel fazzoletto di terra bruna, dove tutto moriva, sarebbe sopravvissuta, l’unica forma vitale resistente a tutto, persino al tempo.

La stupidità umana.

COMA BERENICES

Nicola con le mani in tasca guardava la porta. Quello che intravedeva nello spioncino era l’occhio di zia Sarina che cercava di mettere a fuoco la sua figura. Cigolando la porta si spalancò, svelando la bastoniera liberty di legno chiaro con il grande specchio lineato. La donna, ingobbita nelle sue gramaglie scure, gli prese la testa tra le mani scheletriche e sussurrò che era tanto che non lo vedeva, che lo trovava bene, anche se i capelli iniziavano a imbiancarsi.

«Eh sì, Nicolino, il tempo passa per tutti! Ti posso chiamare ancora Nicolino, non è che ti offendi?»

«No che non mi offendi zia Sarina, mi fa piacere.»

La seguì traballante nel corridoio mentre borbottava qualcosa sul fatto che magari lo offendeva, che era un professore in America. Zia Sarina era così da sempre, da quando era piccolo; non era mai invecchiata, lei era nata anziana e si era conservata in quella casa insieme ai mobili scuri ammassati nel corridoio, oramai divenuto strettissimo. In fondo vide la scala di legno piena di polvere e ingombra di oggetti e pacchetti. La guardò come si osserva la foto di un vecchio amico, per un attimo, mentre imboccava la stretta apertura della piccola cucina sulla destra. Qui una volta c’era lo sgabuzzino con due degli armadi che ora stavano nel corridoio; il principe passava dai suoi appartamenti a quest’ala del palazzo percorrendolo con il suo passo nervoso, apriva l’anta con lo stemma dei Sansone e ci riponeva dentro tutto il superfluo, rimanendo in maniche di camicia. Poi si arrampicava sulla scala, che sembrava voler cedere da un momento all’altro sotto i suoi piedi e scompariva nel piccolo osservatorio.

Zia Sarina, armeggiò con un fiammifero e il gas, sotto una caffettiera vecchia quanto le sue ossa e nel frattempo si informò della sua famiglia americana.

«Ha domandato di te prima di andarsene» – Sarina si fece un rapido segno di croce – «mi disse, Sarina quando vedi a Nicola ci devi dare una cosa. Apri il comodino… In basso.»

Versò il caffè nella tazzina con il bordo dorato e i disegni dei pavoni arancioni. Da piccolo, zia Sarina prima di portare il caffè a Don Ignazio, gli faceva vedere il fondo, che in trasparenza rivelava il volto di una geisha, e diceva che quella era una cosa preziosa, che al principe l’aveva regalata l’ambasciatore del Giappone quando lo aveva ospitato nella villa di Piana dei colli.

«Io con tutto il rispetto lo sportello non lo aprivo da tanto perché il vasino il principe non lo usava più» – la donna arrossì rivelando quei particolari intimi, si girò e da uno sportello tirò fuori una scatola di latta – «questa è tua!» Poi cercò in tasca ed estrasse una chiave nera di ferro – «e pure questa.»

Nicola la vedeva di spalle mentre sistemava, non perché ci fosse realmente qualcosa fuori posto, ma da brava governante di fiducia sapeva bene quando poteva e quando non doveva sbirciare. Nella scatola poche cose: dei fogli e un libretto con la copertina marrone sdrucita e in oro stampigliato “Inni di Callimaco – Tradotti da Dionigi Strocchi”. Dentro, la foto scolorita dal tempo di una ragazza in posa nell’atelier di un fotografo individuava l’inizio di La chioma di Berenice. Chiuse gli occhi e recitò mentalmente i primi due versi:

“Fiamma del ciel chiarissima son io

Che fui di Berenice il bel crin biondo”

Mentre chiudeva con gentilezza il libro, notò lo sguardo spento della donna. Si alzò con la chiave in mano e imboccò la porta della cucina. Dietro di lui in silenzio la zia Sarina pensava a qualcosa. “Era bella tua madre!”

«Non lo so zia non ci credo io alle foto e di lei solo foto ho sempre visto.»

La scala scricchiolò sotto i suoi piedi. Sul terzo gradino, dietro un vaso di dubbia fattura, si vide bambino aspettare nella penombra, poggiato alla parete scrostata. Si guardò e con un impercettibile cenno del viso fece segno “andiamo!”. Lui davanti e il bambino dietro. Lo sentiva faticare sulle alzate feroci dei gradini traballanti, ma non gli diede la mano. “I maschi si vedono da come salgono le scale. Non ne vogliono aiuto a costo di cadere e rompersi le corna! Aiuto tu non ne devi chiedere mai! Mai!” Così diceva sempre il principe. Si fermò un attimo sull’ultimo gradino con la chiave scura dentro la toppa e guardò il bambino ansimante. «Sei stanco Nicolino?» Il bambino fece segno di no con la testa.

La porta emise un gemito aprendosi mentre polvere bianca e schegge di legno marcito piovevano su di loro. Da sotto la scala Sarina pensava, “mischino da quando era cieco là sopra non ci saliva più Don Ignazio.”

«Zia, a centodue anni non c’è più bisogno di vedere, tutto quello che serviva lo aveva già visto, non gli rimanevano che i ricordi!»

La stanza era piccola e umida, libri sotterrati dalla polvere giacevano sul piccolo scrittoio. Sul lato sinistro, con un residuale ordine erano disposti in fila due telescopi: un azimutale Merz e il vecchio altazimutale Worthington. A destra il bambino armeggiava con la porta del terrazzo, che al terzo tentativo si spalancò sulle mattonelle ocra. Adesso era lui che andava avanti, mentre l’uomo lo seguiva lentamente. Sedettero sulla panchina di ferro scuro, poggiando la schiena per meglio guardare il cielo. Poi il bambino indicò qualcosa in alto.

«La vedi?»

«Cosa?»

«La mamma!»

L’uomo scosse un attimo la testa, ma guardò anche lui quel puntino brillante di luce.

«Quella è solo una stella. Si chiama Diadem, è la α della chioma di Berenice, 60 anni luce…»

«Don Ignazio me l’ha detto, e io a lui ci credo. Perché mi portava qui e mi faceva guardare nel cannocchiale. Diceva che i medici a mamma le dicevano che non nascevo vivo e allora lei prese la treccia di capelli biondi, se la tagliò e la portò alla madonna per chiedere aiuto. E mi aiutò la madonna, ma a lei la chiamarono in cielo. Io una volta ci domandai, Don Ignazio ma adesso fa la cameriera per la madonna? E lui mi disse no! Ora è una principessa come Donna Maria e mi fece vedere quella stella. Perché da qui delle principesse in cielo si vede solo il luccicare delle pietre del diadema.»

L’uomo si alzò, carezzò la testa del bambino, e rientrò nel piccolo osservatorio. Richiuse le ante della porta del terrazzo e tirò dietro di sé quella sulle scale, di legno fradicio. Scese lentamente notando che il volto di Sarina era ancora più vecchio di come lo aveva lasciato. Con lei ripercorse il corridoio e osservò il portoncino della casa richiudersi su quelle rughe vistose e quelle gramaglie brune. Per strada l’aria di Maggio inoltrato lo attendeva. L’indomani sarebbe tornato al suo lavoro di astrofisico e per questo sapeva che Diadem era solo un astro più grande del sole e che quella era solo luce, in viaggio da molto prima che quella storia iniziasse. Eppure lo stesso alzò gli occhi al cielo. Sul terrazzo di Palazzo Sansone di Castellana un bambino con il naso in su guardava qualcosa: la piccola luce lontana nel tempo. L’uomo la guardò sparire per un attimo dietro la nuvola a forma di nave. Poi si accomiatò: tra le labbra un flebile «buonanotte, mamma!»

La misura del tempo

A sacchetti riempiti, a cagne addestrate, a sogni infeltriti, a camicie orlate.
A mastelli ingrigiti, a fave sgranate, a vestiti imbastiti, a gattine figliate.

Il tempo in casa si misurava così, con una filastrocca di gesti e sensi che lo tritavano a piacere.

La Dina lo pestava sull’asse, assieme al lardo, all’aglio e alla cipolla.
Il battere secco diceva la consistenza e la resa delle cose: era la pendola del risveglio della casa.
Accompagnava la mattina tonda, che non è l’alba e neppure il quasi mezzogiorno.
Quando la pistada diventava lenta e filosa, anche i bambini erano già lavati.

Nella stessa stanza la Iris batteva il tempo con la macchina da cucire, per altro tedesca e segaligna. Sotto la cassa di legno il piede andava su e giù col pedale, mentre sul piano la mano correva avanti e indietro per spingere la stoffa verso il piedino dell’ago e ammucchiarla avanti.
Il tempo di sotto respirava e cigolava di fretta, il tempo di sopra si gonfiava in sbuffi di stoffa cucita, quasi gobbe cammellate percorse dai punti. Anche a catenella.

Nelle stanze da letto il tempo era sbattuto e sprimacciato dalla Rosa: strappato dai letti, messo alla finestra, fatto volare in forma di piuma dai cuscini, con colpetti che scandivano Luna tu sai tu dirmi il perché e liberavano i sogni della notte.

In sottofondo, il tempo diventava scattoso e rauco perché lo misuravano i gargarismi del grande vecchio, prima del caffè corretto con la Ferrochina Bisleri: almeno sei schiarite, quante ne consentiva il bicchiere. In bagno, dove certo era restata traccia del fischio sottile dell’altro uomo di casa, che fischiava solo alle soglie della giornata: alle prese con la barba del mattino e con il rientro della sera, dietro il vetro della porta.

Aveva brusio di sciame, il tempo, con le rime e le pause del fare.

Ora la mia misura è il rammendo: pieni e vuoti.
Rammendo le voci che mancano.
Stendo bene i lembi degli strappi, ché le carezze servano a qualcosa.
Chiedo ai fili di rafforzare il liso e gettarsi oltre il vuoto.
Coll’ago o con la pagina fermo quel che c’è.
Anche le voci più piccole, anche i respiri.
Censisco il tempo: so le domande.

Riparo e fingo, anch’io sul filo.
E continuo la filastrocca.

A forme pensate, a racconti cuciti, a carni brasate, a ombrelli smarriti.
A leghe spianate, a vasetti bolliti, a speranze glassate, a steli fioriti.

Code di comete

Ho sempre creduto nei sogni.
Mi piace vederli alzarsi come brillanti aquiloni verso il cielo immenso, così fragili con le loro code colorate. Oscillano e traballano nella loro folle sfida all’infinito delle possibilità.
Non hanno paura.
Vanno un po’ di qua e un po’ di là.
Alcuni prendono subito la giusta corrente. Altri devono essere aggiustati e bilanciati. Altri ancora si impigliano in fronde spesse e appuntite finché non vengono tirati e scossi e,infine, liberati. Rammendati con cura, spago, nastro e filo, tornano a volare. E hanno crepe e cicatrici di carta ora rattoppata che mostrano fieri al mondo in controluce.
Quando scompariranno gli aquiloni, quando verrà a mancare il vento, la forza, il coraggio, la tenacia e l’infinito amore delle persone che ci stanno vicine e che ci guidano, pronte a tirare il filo della cometa un po’ a destra e un po’ a sinistra per stabilizzarci, o quelle che si fidano di noi a tal punto da passarci il loro rocchetto di spago, a condividere un volo indefinito e meraviglioso,la vita si tingerà di grigio smoking e perirà. Quando scompariranno i sogni moriranno i colori. Moriranno i sorrisi. Morirà il progresso. Morirà ciò che rende gli umani tali. La speranza di poter cambiare, di poter fare, di creare ciò che manca, portare alla luce ciò che non si vede. Morirà la carità e così l’amore. Moriranno nel grigio e nel fioco rumore di un giocattolo caduto sul prato in una giornata muta davanti a occhi spenti di bambini.