Coraggio vigliacco…

Onde cullanti su navi sicure, schiuma danzante su biglie di acqua. Orizzonte di alba abbagliante. Rotta per un sud innafferato. Porto insicuro per pavidi uomini. Caldo zampillante per donne infelici. Gambe sudate per orgasmi inseguiti. Esotico cibo umido e terso. Fiumi di gente in acqua bollente. Foreste di verde che taglia il respiro. Armi gridanti di gelido niente Divise sporcate da fango non tuo. Occhi di altri posati sul passo. Pensieri lontani di reali sogni dal tuo mondo di coraggio vigliacco.

Deneb

foto credit © deneb

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Creatura ardita

Mi hai baciata,
dove nessuno l’aveva mai fatto,
su cicatrici che solo tu conosci.
Hai curato con umide labbra
pelle e pensieri.
Rigenato tessuti,
dove hai lasciato i tuoi semi,
colorati di sogno e poesia.
Hai curato il mio arso giardino
con acqua profumata d’amore;
sono spuntati fiori,
sono volate farfalle,
hanno cercato miele le api.
Tutto ciò che era sterile
tu hai reso fertile.
Il mio corpo
ora é la tua terra soffice,
è il maturo e polposo frutto
che mordi.
Sono il retrogusto della tua bocca
la pennellata verde nel tuo blu,
la nuova impudica donna che
ti dice sfacciatamente sì.
Ti offro nuove fantasie
nuovi orizzonti, nuovi quadri.
Ti racconto speranze mai avute.
Hai amato le crepe del mio deserto,
ne ho fatto un erboso tappeto
dove far l’amore con te.
E mentre ti accolgo dentro,
sussurro che t’aspettavo,
unica creatura innamorata e ardita,
che, penetrandomi, mi ha partorita.

Lucia Lorenzon, 11 settembre 2019 .

illustrazioni di https://instagram.com/ess_illustrator2?igshid=143nsk203fkn

Prospettive

Io

Il mio gatto dice che sono cambiato. Non lo dice chiaramente ma lo fa capire col suo comportamento. Lo vedevo un po’ intimorito e titubante ogni volta che doveva venirmi vicino ma all’inizio non facevo caso a quella sua espressione interrogativa che mette sul suo muso quando c’è qualcosa che non va.
La cosa è andata avanti per giorni nella mia consueta indifferenza e la sua crescente ansia che lo costringeva a comportamenti furtivi e selvaggi per non incrociare il mio percorso durante il giorno.
Poi, una sera, al culmine di una giornata surreale che abbiamo trascorso in una solitaria compagnia, mi si avvicina e sbotta un miagolio liberatorio e furibondo: “Tu hai un altro gatto. L’ho capito, sai?”. Mi guarda con le lacrime feline pronte a inondare le vibrisse, impavido nel voler ascoltare la rivelazione ma ancora speranzoso, in cuor di micio, che i suoi timori fossero in fondo uno strano scherzo del momento, forse causati dall’età che avanza, forse dal cambio di dieta che il veterinario gli ha imposto per poter continuare a entrare e uscire dalla sua scatola preferita.
Ecco, si, dentro quello sguardo si poteva leggere tutto questo e io so leggere molto bene il mio gatto. Proprio per questo evito di esplodere in una risata liberatoria e lo guardo con un sorriso tenero e disarmante che lo disorienta immediatamente. Gli faccio il gesto di raggiungermi sul divano ma il suo orgoglio felino ha deciso che deve fare il duro ancora per un po’. E così gli chiedo adagio “Dimmi, hai per caso visto in casa un piccolo pacchetto fasciato con carta da regalo?”
Lui, a queste parole, ha un fremito come se lo avessi colto in fallo ma resiste e mi dice: “E se fosse? Lo sai che ho un debole per pacchi e confezioni…”.
“Si”, aggiungo io “ma questo lo avevo ben nascosto sopra l’armadio, coperto dal tappeto arrotolato”.
Inizio a notare una lieve crepa nella sua felina certezza causata dalla consapevolezza che l’armadio fosse ormai zona proibita per la sua età (del micio, non dell’armadio) e che non sapesse come giustificare la sua presenza lassù. Alla fine mi dice: “E’ in fondo colpa tua se mi sono dovuto arrampicare fin lassù per cercare la prova del tuo tradimento. E l’ho trovata!”
Si allontana e ritorna dopo poco con i resti del pacchetto sbrindellato, dal quale esce una parte del contenuto che mi incrimina. Me lo mette tra i piedi e con veemenza mi chiede: “E questo come lo giustifichi?”
Raccolgo il pacchetto e libero il contenuto dai suoi brandelli. Guardo il topo giocattolo, acquistato per tempo nel mio negozio preferito e poi osservo divertito il micio che ha ancora quell’espressione di sfida negli occhi e, porgendoglielo gli dico: “Buon compleanno George, non ti stancare troppo inseguendolo”.

George

Mi chiamo George, sono il Gatto Di Casa e il mio umano mi tradisce. L’ho scoperto per caso quando un giorno sono riuscito ad arrampicarmi fino in cima all’armadio con non poche difficoltà, penso al quarto o quinto tentativo di salto dopo aver rifatto i calcoli mille volte e rischiato le mie vite rimanenti in arditi tuffi carpiati verso il nulla. Devo dire che sono molto caparbio nel voler fare le cose che mi sono proibite; soprattutto quelle “vivamente sconsigliate” dal veterinario (che un botolo lo morda, quel dannato!). Comunque, alla fine, sono riuscito a salire sulla vetta e a restarvi immobile per una buona mezz’ora, giusto il tempo per riparare i danni provocati dalla salita e dai tentativi di raggiungerla (ecco, si, soprattutto dai tentativi).
Comunque ero nel luogo più alto della casa a godermi un panorama che solo gli alpinisti mi possono capire quando, effettuato l’ultimo passo con schiena curva e schiacciati dalla fatica, si ergono ritti a osservare l’infinito intorno a loro. Stavo appunto osservando il mio infinito quando noto dietro al fagotto del tappeto invernale un oggetto di colore inusuale per quei luoghi. Era troppo pulito per essere di casa da quelle parti e così sono partito alla scoperta del mistero. Mi avvicino e scopro un pacchetto di piccole dimensioni ma fasciato con una carta irresistibile che mi ha provocato un brivido di eccitazione che neanche Mildred, ai suoi tempi, era riuscita a farmi provare.
Pregusto il momento accoccolandomi vicino al pacchetto, anzi, intorno al pacchetto e decido in un momento di creatività, quale sarebbe stata l’unghietta che avrebbe aperto il primo varco in quella squisita confezione. “Ripppp…” che suono magico! La carta si lacera senza opporre resistenza, quasi fosse stata fatta apposta per quello scopo e lascia trasparire il contenuto, un qualcosa che sembra pezza o peluche e che, istintivamente, mi mette in allarme.
Il secondo, terzoquartoquinto graffio liberano il contenuto che mi appare ormai chiaro: un Topo Giocattolo. Uno di quei magnifici, irresistibili topi che noi felini amiamo rincorrere senza avere il patema di un incontro con un topo vero e le sue implicazioni psicologiche. Ma un topo nascosto in un luogo a me proibito vuol dire che non è per me! Ma allora…!! Tradimento!
Impiego un’altra buona mezz’ora a riprendere il controllo (la mezz’ora deve essere il mio tempo standard), che trascorro pensando a come scendere dall’armadio senza spiaccicarmi sul pavimento. Alla fine riesco nell’intento, trascinando con me il pacchetto destinato al Fedifrago, con l’intenzione di portarlo dove il mio umano non l’avrebbe mai trovato.
Passano così i giorni in cui lo osservo di nascosto per capire cosa si sia rotto nel nostro rapporto; in fondo l’ho sempre fatto giocare facendogli gli agguati mentre leggeva il giornale, rovesciando per terra la scatola di croccantini invitandolo a una caccia al tesoro per cercare quelli infrattati sotto i mobili e che io ero più bravo di lui a scovare; oppure quando gli nascondevo il mouse del computer (in fondo sono un gatto) e lo vedevo inventare felice nuove parole gridate a chissà chi mentre girava per casa.
Ma torniamo a noi, anzi, a lui, il Traditore. Si aggira per casa con quell’aria tranquilla e indifferente che sicuramente assume per nascondere il senso di colpa che sicuramente (spero) lo attanaglia. Vedo che mi guarda con aria interrogativa e questo non fa che aumentare le mie sicurezze.
Poi, una sera, non ce l’ho più fatta a vivere in questa situazione e ho deciso di affrontarlo e gli ho detto: “Tu hai un altro gatto, l’ho capito, sai?” L’ho detto quasi piangendo ma lui, per fortuna, non se ne è neanche accorto visto che sono troppo bravo a nascondere i miei pensieri dietro un muso imperscrutabile.
E succede l’irreparabile: mi sorride. Ecco, a questo non ero preparato; pensavo di fronteggiare una crisi di rabbia scatenata dalla vergogna oppure di una violenta negazione dell’evidenza, cose nelle quali gli umani sono esperti e invece no. Ha sorriso e mi ha anche chiamato a salire con lui sul divano! Stavo quasi per farlo ma la mia dignità felina è arrivata in tempo e mi ha salvato dal gesto inconsulto (oddio come avrei voluto farmi fare un grattino da Lui…) E invece no, sono corso nel mio nascondiglio per prelevare l’Oggetto e l’ho depositato con alterigia tra i suoi piedi mentre gli chiedevo: “E questo come lo giustifichi?”
Lui raccoglie il pacchetto sbrindellato, libera il contenuto osservando quel magnifico Topo; continua a osservarlo per un po’ sopra pensiero e alla fine me lo porge dicendo una frase che mi fa sprofondare nell’inferno dei gatti, tanto da diventare rosso rubizzo: “Buon compleanno George, non ti stancare troppo inseguendolo”.

La clinica “Il micio felice”.

“Questo gatto è grasso”. Il veterinario è di poche parole ma quando decide di usarle sa esprimere i concetti con una sintesi mirabile. Mentre continua a manipolare George che scambia le attenzioni del medico per una nuova tecnica coccolatoria, magari di provenienza orientale, ripete sopra pensiero.”Si, questo gatto è decisamente troppo grasso”. “E”, aggiunge, “è tutta colpa tua” dice tornando alla realtà guardandomi con espressione severa e accusatoria.
Da quando ti sei messo a cucinare, questo gatto è lievitato come un sofficino, sembra una cima genovese con le zampette. Devi assolutamente metterlo a dieta e fargli fare del movimento altrimenti, un giorno, entrerà in una delle sue scatole e non riuscirà più ad uscirne.
Poi rigira George dalla parte giusta, usando la coda come sistema per riconoscere il “didietro” di una sfera e lo depone (a fatica) nel trasportino che presto dovrà essere sostituito con un container.
Salutandomi mi dice a bassa voce: “Perché non gli compri uno di quei giochini nuovi, a forma di topo che gli girano intorno con fare irrispettoso, lo stuzzicano e scappano, facendosi inseguire per la casa. In questo modo George potrebbe nuovamente ricordarsi a cosa servono le zampe oltre a darsi le grattatine di circostanza. Vai nel negozio e fatti consigliare.”

La zampa, articoli per campioni col pelo.

Entro nel negozio e spiego al Commesso la situazione felina nella quale mi trovo. Lui ascolta con un’aria professionale che neanche il veterinario ha mai usato, annuendo e facendo battute complici dicendomi come lui abbia avuto simili esperienze personali. Immagino che un personaggio simile dica di aver avuto esperienze personali di ogni genere a chiunque si fosse confidato con lui ma immagino faccia parte del ruolo di venditore.
Io, come cliente, ho lasciato George a casa perché sarebbe stato imprudente portarlo in un luogo del genere; lo avrebbe preso per una sala giochi spettacolare, una Gardaland per mici, una personalissima Disneyworld fatta apposta per lui. Ho preferito non dargli troppe emozioni premature, in fondo tra pochi giorni sarà il suo decimo compleanno.
Il Commesso ritorna con un oggettino che depone sul tavolo e mi dice: “Il veterinario aveva ragione, oggi c’è uno spettacolare topo meccanico che si comporta come uno vero. Anzi, nel classico gioco del gatto col topo, lui riesce a invertire i ruoli e fare mille diavolerie per smuovere anche i mici più pigri.”
Quel Coso deve essere mio, decido e così esco con un pacchetto regalo, confezionato con una carta che, assicura il Commesso, è studiata apposta per attirare i gatti più indifferenti alle cose del mondo.

David.

Sono un topo. Da sempre, mi pare, poiché non ho ricordi precedenti la data del mio assemblaggio; Ho ricordi vividi che iniziano subito dopo la mia programmazione e amo pensare al momento in cui l’operatore mi ha attribuito il mio numero di serie, mi sono venuti i brividi quando ha eseguito tutti i test e stabilito che sono un Topo 2.0 in ottima forma e pronto per affrontare il mondo umano e felino. E’ stato con un momento di apprensione che ho vissuto il mio confezionamento; non ero preparato a questo ma, ho capito in seguito, sono stato spento e caduto nel sonno dei giusti finché non mi sono svegliato trovandomi in una bizzarra situazione.
La confezione deve essersi aperta e qualcosa deve aver azionato il mio interruttore risvegliandomi; c’erano molte aspettative sul Risveglio e si rincorrevano diverse storie tra i miei colleghi topi in attesa del confezionamento. C’era il mito del Buon Gatto Di Casa, sornione e pacioso, del Gatto Fantasma, timido e asociale che passava il suo tempo nascosto in luoghi segreti.
Tante cose mi sarei aspettato ma non un micio con un’aria arruffata, un’espressione affranta, sull’orlo di una crisi di nervi che alternava sentimenti di odio e di rimpianto. Subito faccio affidamento sulle istruzioni chiare e precise contenute nel manuale di psicologia felina che mi sono state fornite standard. Queste dicono espressamente: “In caso di situazioni incresciose e insolubili, fingiti morto”. Così ho fatto e il micio, dopo una buona mezz’ora si è apparentemente quietato.
Pensavo che fosse tutto finito ma invece no. Lui mi arraffa insieme alla confezione e si precipita giù da un’altezza così paurosa da produrmi un reset per le troppe emozioni. Mi risveglio con lui addosso e una zampa dolorante, eseguo un veloce check-up riscontrando che è tutto a posto e mi rassegno a questa nuova esistenza in un mondo apparentemente ostile.
Passano i giorni e li trascorro nel buio di un luogo dove arrivano solo suoni ovattati che non mi permettono di capire la situazione ma sono fiducioso, le mie batterie sono un portento, mi pongo in modalità di risparmio energetico e attendo.
Dopo una settimana, 12 ore, 34 minuti, 12 secondi e 4 decimi (non posso fare a meno di essere preciso) vengo ghermito da una furia e deposto tra due oggetti che identifico come scarpe umane. Bene, un passo avanti, finalmente. L’umano mi solleva e mi libera dell’imballaggio, e mio osserva: lo riconosco, è quello del negozio! E’ bello che qualcuno abbia preso in mano una situazione che, francamente, trovavo difficile da gestire. Mi depone per terra mentre dice qualcosa al micio.
Capisco che si chiama George e così, ormai preso dal mio ruolo, vado incontro al destino e dico: “Ciao George, giochiamo?”

 

In attesa

scaltra eloquenza

leggiadra speranza

tra fili d’erba bagnati

carezze

davanti ad una me stessa nuda

una pausa

non c’è stato limite di tempo

addosso altre consapevolezze

un passaggio che ha interrotto un mix mortale

soppessando

pensieri incoerenti

e

struggenti

malinconici

il corpo al riparo

altrove

semplicemente altrove

vivido e palpitante

calda.

In attesa di un tiepido inverno

IL SERPENTE

Era un serpente a spaventare i bambini del parco! Era arrivato da chissà dove e non conoscendo quel dove, nessuno sapeva le sue origini. Sembrava quasi l’incarnazione del diavolo tanto era astuto e temerario. Così furbo che nessuno riusciva a imprigionarlo, e intanto spaventava a morte chiunque passasse di là.

Usciva d’improvviso, s’impennava e tirava fuori la sua lingua biforcuta, poi sibilava e quando l’altro si era dato alla fuga, spariva senza lasciare traccia.

Insomma, era diventato un’ossessione, fredda e malvagia.

Gli addetti alla sicurezza si erano organizzati con bastoni, scarponcini oltre la caviglia e arpioni per scovarlo, ma il serpente lasciava soltanto indizi, quasi a voler evidenziare il suo passaggio, cosa che inquietava maggiormente chi gli dava la caccia. Che fosse davvero un diavolo?

Finalmente, una sera senza segni da ricordare, il serpente fu catturato. Lo infilarono in un sacco e lo portarono dal veterinario, contro le proteste di alcuni paesani che l’avrebbero spedito volentieri all’inferno.

Il veterinario gli somministrò una sostanza decisamente soporifera, lo visitò, riconobbe la provenienza e garantì che il diavolo non c’entrava un bel niente. Avanzò l’ipotesi che quel comportamento così aggressivo si dovesse ricondurre a sofferenze perse nei meandri dell’inconscio e che con la sua aggressività cercasse solo il modo di attirare attenzioni.

Quindi che fare?

Propose di parlargli, di mandarlo da un famoso psicologo, che lo accolse nel suo studio con la promessa che il veterinario lo tenesse immobile con le mani. Ne aveva una paura boia.

Il serpente parlò, si mise a piangere e poi si ricompose; quindi promise di cambiare.

Fu una grande gioia quando nei giorni successivi, dopo che il serpente sembrava sparito per sempre, qualcuno trovò la sua muta, secca e trasparente.

Ha cambiato pelle, dicevano i paesani convinti che i due professionisti avessero fatto un ottimo lavoro, mentre quei pochi che l’avrebbero spedito volentieri all’inferno rimanevano convinti che là, tra le fiamme e la calura, avrebbero riposato in pace sia le sue sofferenza sia l’inconscio che ne portava alla luce i risultati.

Dopo qualche tempo il serpente ricominciò a spaventare i bambini (e lo psicologo, che nel frattempo aveva perso credibilità) e il parco tornò a rivestirsi di solitudine.

Quindi che fare?

La sorte fu ancora dalla parte dei cacciatori che una sera se lo ritrovarono tra i piedi, forse aveva mangiato pesante, o forse nel suo piano mefistofelico, aveva deciso di giocare ancora la carta della vittima.

Lo misero nel sacco, lo portarono dal veterinario che gli somministrò il sedativo e lo fece parlare.

Il serpente pianse e promise di cambiare.

Mandatelo al Creatore dissero quelli che lo volevano morto.

Ma il serpente sparì nuovamente e anzi dopo parecchio tempo qualcuno trovò la sua muta. Trasparente e fredda come una beffa.

è cambiato. è cambiato, gridava l’innocenza dei bambini. Il veterinario fu insignito di un riconoscimento che non era mai stato dato fino ad allora.

Ma dopo pochi giorni il serpente tornò più agguerrito di prima.

Non esiste muta che cambia l’inconscio, dissero quelli che fin dal primo istante l’avrebbero spedito velocemente all’inferno e furono loro che una sera misero fine alle angherie di quel serpente.

(di Stefano Re)

Alata magia

“Cradling the Moon” by Amy Judd

.

Sei stato soffio,
che muta l’informe vetro
in alata magia;
mi hai sognata cigno,
mentre,
anatroccolo,
attraversavo paludi infestate.
Ma, come ninfee,
di sfacciata bellezza
sbocciano,
laddove il fango intorbidisce
lo specchio acqueo,
così la poesia nasce
laddove un cuore sa vederla,
laddove occhi chiusi ascoltano,
nel suo emozionato pulsare,
l’amore che nasce.
Mi hai sentita
capace di cantare arcobaleni,
mentre mi avvolgeva la nebbia.
Immaginata dipingere a parole
il mare.
Mi hai vista.
Invisibile al mondo.
Hai intessuto
con fiori profumati
e stelle
le mie ali, forti d’amore.
Hai usato come colla il miele,
sapendo della mia dolcezza.
Sapevi ogni cosa.
Ora attendi il maestoso librarsi
di quel sogno alato
che sempre avrà nido nel tuo cuore.

Lucia Lorenzon 21 agosto 2019

Il rumore del silenzio…

Il silenzio ronzio ambrato dell aria.
Il silenzio che avvolge il giorno. Il silenzio della notte.
Il rumore inutile degli altri.
Solo nel silenzio della vita, passato guerriero silenzioso e mai urlante sotto una pioggia sorda di ricordi incessanti di silenzi cocenti sulla pelle…

Deneb

Senza Motivo

Mio padre metteva in moto la 128 quando la luce del giorno stava pian piano tornando al mondo. E così che ogni anno finiva l’estate, con il sole che sorgeva e la 128 che si allontanava dalla Favara.
Io e Luca, mio fratello, guardavamo scorrere gli alberi del lungo viale oltre i finestrini e provavamo a ricordare qualcosa di bello della città. Sapevamo che da lì a poco ci avrebbe richiamato da dietro le finestre lo scroscio improvviso d’acqua, il temporale che chiudeva ogni vacanza e riapriva le porte della scuola. C’era il diario da comprare all’Upim, l’ultimo pezzo di libro da leggere, il pullover di cotone per il primo fresco.
Tutti quanti alla spicciolata si ritiravano in città. L’ultimo, a fine agosto, era Mario. Ma lui tornava dal nord dove stavano i nonni. Un tipo strano Mario, sempre in silenzio per conto suo. Percorreva i lunghi corridoi della scuola attento a poggiare i piedi solo sui quadrati chiari. Faceva delle strane traiettorie per assecondare la trama di mattonelle e una volta glielo domandai pure perché facesse quello strano gioco. Lui accennò una smorfia col viso, a dire che boh, era così senza motivo, ed era andato via, seguendo le mattonelle chiare.
Il fatto del tramonto lo iniziò Luca, uno degli ultimi anni che passammo alla Favara. Una sorta di rito prima d’andare a cena, una preghiera silenziosa a un qualche dio muto. Ci fermavamo a guardare il sole spegnersi dietro le ultime case del borgo e c’era un momento preciso, una frazione d’istante che provocava un lievissimo increspare delle labbra di Luca, un contrarsi della mascella in una espressione dura, uno strizzare gli occhi per osservare oltre i tetti, per raccogliere quanta più luce possibile prima della sera. Anche a lui, come a Mario, domandai una volta il perché di quel rito. E allo stesso modo mi rispose con una smorfia, a dire boh, così senza motivo.
Gli anni allora passavano tra un ritorno a casa e un inizio di vacanza. Spesso uguali, mai tristi che ricordi. Tranne quello della malattia del nonno, con mio padre che tornava dalla città quando poteva e Luca che andava con lui perché aveva da fare delle cose. Io dopo il rito della sera mi chiedevo che diavolo c’era da fare in città in estate, io che non l’avevo mai vista la città in estate. La luce del sole si spegneva dietro le case, mia madre chiamava per cena da dentro, io ripetevo quella liturgia non sapendo nulla del suo significato. Sempre che ne avesse uno, s’intende.
Quando la prima pioggia scrosciò fuori, mio nonno volò via e Luca, con la mano sulla spalla di mio padre, ci disse che sarebbe andato in accademia. Un posto lontano da me, dove si diventava ufficiali. L’unica cosa che ricordo dopo è la pioggia fortissima e la luce diffusa che mi impedì di osservarlo bene quel tramonto strano.
Ci saranno stati tanti altri motivi, oltre ai brevi periodi di licenza di Luca, ma dopo quell’anno alla Favara non andammo più. Io la città la vidi svuotarsi e riempirsi tante volte, mentre ogni sera meccanicamente ripetevo l’omaggio al sole morente. Non pensavo a nulla e a nessuno. Guardavo la luce e poi tornavo alla vita consueta. In città c’erano anche altri e c’erano le ragazze amiche di una mia cugina. Una la ricordo ancora, Sara. A vederla così non diceva nulla, ma per mesi le dedicai una corte spietata, finché una volta non mi invitò al suo compleanno. Ci fosse stato Luca forse avrei chiesto qualcosa, un consiglio. Non me ne intendevo tanto di ragazze io, ma Luca era in giro con la nave scuola e non poteva nemmeno chiamare quando voleva. Per due giorni avevo ripassato tutta la parte, per non sbagliare nulla, ecco. Ma fu una specie di disastro, vissuto tra i vari angoli del salone affollato di ragazzini e il balconcino da dove non si vide neppure il tramonto.
Di ragazze poi ce ne furono altre e io, pur senza Luca, avevo iniziato a capire i movimenti da fare con il mio corpo insicuro. Avevo lasciato alle spalle gli angoli desolati delle feste affollate e frequentavo il centro del ballo, senza grande ignominia a dire il vero. Ogni sera dopo il tramonto, rigorosamente omaggiato quando si poteva, cenavo e spesso poi passavo a prendere Giulia. In qualcosa ricordava la famosa Sara, forse solo per la voce bassa che mi avrebbe tirato fuori dalle solitudini dentro le quali precipitavo.
Luca spesso era in missione, in posti lontani e violenti. Di tanto in tanto, mandava cartoline che sapevano di vacanza, ma che di vacanza per lui non erano. Quando due volte l’anno tornava in città aveva uno sguardo svagato, come se stesse ancora in mare e negli occhi avesse ancora un qualche orizzonte inesplorato. Parlava poco come suo solito e raccontava ancora meno, interessato solo al nostro di vissuto. Non si era mai fermato o forse le donne che aveva avuto non erano mai riuscite a fermarlo a terra. Io stavo invece per i fatti miei con Clelia. Avevamo preso un buco all’ultimo piano di un vecchio palazzo nobiliare al centro. E piano piano stavamo fondendo le nostre vite.
Ogni anno che passava Luca tornava e trovava qualcosa di invecchiato e di nuovo. Qualcosa di futuro e sempre meno passato. Io poi ho iniziato a lavorare davvero e anche Clelia e dal buco ci siamo trasferiti in un appartamento normale, di uno dei palazzoni residenziali lontani dal centro.
Ogni anno aumentava la tacita sensazione che molte storie stessero progressivamente esaurendosi e altre appena iniziando. Lorenzo, mio figlio, osservava la sua divisa con un certo timore e diffidente non comprendeva il sangue che lo legava a quello sconosciuto. Avrebbe capito dopo ovviamente, ma ci voleva tempo.
Poi le cose in qualche modo sono cambiate, di colpo quasi, e così la settimana scorsa quando l’ho chiamato per papà, ho sentito la sua voce rompersi un attimo e ricomporsi in un silenzio. La mia no, aveva avuto il tempo di consolidarsi in una tenera amarezza. Non so come mai la prima immagine che è affiorata è stata la 128 che filava su quel viale alberato. Ho ricordato Sara e Giulia e tutte le altre ragazze che avevo baciato. Sono andato fuori sul terrazzino e ho provato a trovare un qualche punto fermo al quale assicurarmi. In qualche modo stavo scivolando e volevo una appiglio. Le plumerie fiorite davano all’aria un profumo intenso d’estate. In lontananza il cielo arrossato dal tramonto sembrava voler dare tregua provvisoria dal caldo del giorno, ma era solo una sensazione passeggera destinata a smentirsi nella sera. Clelia è arrivata in silenzio e mi ha messo una mano sulla spalla, come faceva mio padre quando voleva proteggerci da qualcosa che in apparenza sapeva di bello, ma che nascondeva un dolore.
«Hai sentito Luca?»
«Sì. Dopodomani arriva.»
«Aspetteremo.»
«Aspetterò.»
«Anche stasera il tramonto?»
«Già.»
«Come mai?»
«Come mai cosa?»
«Il tramonto. Anche stasera.»
Ho fatto una smorfia con il viso poi ho detto: «boh! Così. Senza un motivo.»

Immagine

Quando si guarda un’immagine, una fotografia, l’occhio va subito alla ricerca del soggetto, l’attenzione è rapita dall’azione congelata nello scatto; è un fatto istintivo e su ciò si basano tante regole di composizione che vengono insegnate nei corsi di fotografia.

Ultimamente però ho iniziato un po’ casualmente a guardare oltre ed intorno al soggetto; ho scoperto cose sorprendenti nella loro apparente normalità, cose che erano lì da sempre e che erano passate inosservate: le espressioni di persone in secondo piano, persone riflesse in uno specchio in cui si rivelavano in modo più intimo, meno studiato delle pose assunte nella ‘vera’ foto.

Inoltre l’ambiente, la disposizione del contorno, gli oggetti presenti, ci parlano di come è fatta la realtà: ho una foto, scattata a Bombay in casa di amici, in cui fino a poco fa credevo di essere il soggetto: sono al centro della scena, guardo l’obiettivo e tutto intorno vi è un contorno di persone, oggetti e attività.

Se però mi escludo dalla fotografia, l’immagine che resta assume un significato diverso, più profondo; racconta la storia di una famiglia modesta ma dignitosa che secondo le tradizioni fa sedere l’ospite, ancorché per terra su stuoie, vicino ai piatti in cui è servito il cibo, al suo fianco sta il capo famiglia che intrattiene l’ospite, più defilato si accomoda il fratello. In ultimo piano c’è la moglie che, se non fosse stato per una mia richiesta di averla con noi, si sarebbe eclissata in cucina a mangiare da sola. I bambini erano un po’ accoccolati qua e là non avendo un posto preciso in questa gerarchia alimentare.

C’era ansia ed aspettativa in quella casa quando sono entrato; io mi consideravo un semplice viaggiatore e mi ritenevo straordinariamente fortunato ad aver ricevuto quell’invito a cena che mi consentiva di vivere il mio soggiorno in modo più ricco. Dopo aver scorrazzato per giorni per Bombay, parlando tra noi con il nostro inglese terribilmente diverso, uno imparato in Italia e l’altro storpiato da una pronuncia influenzata dall’Indi (spesso dicevamo la stessa cosa ma con suoni assolutamente diversi), è arrivato l’invito a cena: offerta proferita timidamente, la sua, ma che ho accettato con gioia.

Sua moglie deve averlo amorevolmente strapazzato per il pensiero di avere un occidentale in casa; si sarà detta: – E ora che cosa gli preparo?! Un pensiero comune a tutte le mogli del mondo. Io ho mangiato i loro piatti di un giorno di festa, con le mani e seduto per terra.

Ero al quarto piano di un condominio grigio senza ascensore, le scale strette e buie percorse, salendo, in mezzo a grida di bambini, musiche di film di Bollywood, profumi di spezie, telegiornali raccontati in una lingua sconosciuta ed armoniosa. L’appartamento, piccolo ed essenziale, mi ha accolto come un re e, nonostante la recente conoscenza, sono stato considerato come un amico vivendo una serata straordinaria.

Tutto ciò non può essere espresso in una fotografia ma, se togli il soggetto e guardi con il cuore, puoi vedere il mondo.