#ItalyIsBack

ItlayIsBack

«Rafè, tu che sei un uomo di cultura…hai studiato e c’hai una laurea, mi puoi spiegare stu ascetag italisbac che sfaccime significa?»

«Caro Vincenzo, non sei informato… ti devi aggiornare! E’ il nuovo video con cui il Ministro dell’Economia rilancia l’immagine dell’Italia nel mondo. Non hai letto il comunicato stampa?»

«Gnornò… io non leggo sul computer…fa male alla vista»

«Allora ascolta, te lo leggo io:

Comunicato Stampa N° 55

L’Italia sta dimostrando la sua forza, le imprese reagiscono e i lavoratori escono vincitori dalla dura battaglia. La fiducia rinasce tra le famiglie e le imprese, con conseguenti effetti positivi sui consumi e gli indicatori prospettano una ripresa dell’economia nazionale. Da segnalare anche la progressiva ripresa della reputazione dell’Italia, in passato incrinata dalle manovre economiche errate, infondendo fiducia negli osservatori internazionali. Il nostro Presidente del Consiglio, in concerto con il Ministro dell’Economia e le altri componenti del Governo afferma che il peggio è passato e finalmente si vedono nuove opportunità per il nostro Paese. Insomma Italy is back e quindi: #ItalyIsback.»

 

«Overamente? Dici davvero? Io lavoro da 27 anni, tre mesi e 4 giorni… e il mio stipendio è rimasto quasi lo stesso, non ci rinnovano il contratto da cinque anni! E sti governanti ci vengono a raccontare che la crisi è finita… che finalmente siamo fuori… for a port

«No Vincenzo, vedi tu fai parte della schiera dei corvi!»

«E che song n’auciell? Mica sono un volatile!»

«Ma il senso è metaforico! Intendevo dire che tu, come tutti gli altri corvi, sei un pessimista, uno che rema contro!»

«Ah, ho capito, una specie di jettatore

«Esatto! Vedi che se ti applichi sei perspicace! Senti, senti quest’altro comunicato stampa»

«Perspi… che? È ‘na mala parola?»

«Uff… Zitto e ascolta:

Comunicato Stampa N° 37

L’esecutivo europeo riconosce che anche grazie alle politiche del Governo, basate su riforme strutturali e politiche di bilancio orientate alla crescita e all’occupazione, la ripresa che si è manifestata nel 2015 accelera nel prossimo anno, contribuendo così al calo del debito.

Il bilancio 2016 è stato costruito in modo coerente con il Patto di Stabilità e Crescita, rispettando i requisiti fissati dalla Commissione per la richiesta dei margini di flessibilità consentiti. Tali margini consentono di incentivare gli investimenti e le riforme strutturali volte a incentivare e a migliorare la capacità produttiva del Paese.»

 

«Non ci ho capito nulla! Tutti sti paroloni… io so soltanto che mio figlio è disoccupato già da tre anni. Ha fatto qualche lavoretto, e pure in nero. Ma stu giobs actnun è servit a gnente? Io tengo la terza media perché non ho potuto studiare… e sarò pure ignorante! prendo 1200 euro, con la qualifica di “commesso capo”… c’ho il muto da pagare e tutte le altre spese… alla fine del mese certe volte manco ci arrivo… e capit? Dopo una vita di sacrifici non mi posso togliere neanche lo sfizio di andarmi a mangiare una pizza!»

«No, no… non ci siamo. Tu devi vedere il bicchiere mezzo pieno! E se fossi disoccupato? E se domani ti licenziassero? Tu almeno un lavoro lo tieni e un domani anche una pensione!»

«Ma io devo campare ora! Non so manco se ci arrivo alla pensione… pensione poi… non tocchiamo sto discorso…»

«Lo vedi? Sei pessimista! Perché non ci dovresti arrivare alla pensione, hai mica qualche malattia…»

«Uh! Ma nun me pozz fa ‘na tac, un esame del sangue… ‘na radiografia! Il dottore dice che non sono malato grave non ho diritto di fare le analisi… la sanità risparmia… e certo, fra ‘na decina d’anni jamm tutt sott a terra

«Su con la vita! Non vedere sempre il lato negativo delle cose… Ascolta, un altro comunicato:

 

Comunicato Stampa N° 42

L’economia Italiana, nella prima metà del 2015, registra un incremento dello 0,7 percento del prodotto interno lordo (PIL), che pone le basi per ulteriori miglioramenti nel prosieguo dell’anno e nel prossimo quadriennio, pur in un contesto internazionale meno favorevole di quanto apparisse a inizio anno. Le evidenze disponibili suggeriscono che la strategia finora adottata sta producendo risultati tangibili: i consumi interni hanno ripreso ad aumentare, la crescita del prodotto si sta progressivamente rafforzando, l’occupazione si è sensibilmente accresciuta.»

 

«Raffaele … io continuo a non capire. Ma se mio figlio campa sulle spalle mie, mia moglie va a servizio quattro volte a settimana, ma senza contributi e quando andrò in pensione, se ci arrivo, prenderò, forse, la metà dello stipendio… dimmi tu come faccio a essere ottimista! »

«Vincenzo le cose stanno cambiando! La nostra classe dirigente è giovane, dinamica… abbiamo spazzato via tutto il vecchiume che ha governato in Italia per più di quaranta anni! La rottamazione del nostro Presidente del consiglio ha dato nuova vitalità alla politica!»

«Rottamazione? A me pare che rint a televisione vedo sempre le stesse facce!»

«Ma non hai visto la nostra bellissima e giovanissima Ministra della Funzione Pubblica? L’intelligente e dinamica Ministra della Sanità … per non parlare della nostra Ministra della Difesa, che parla pure inglese!»

«E song tutt femmene! Questo governo me ne ricorda un altro… secondo me, non è cambiato niente…»

«Ah… inutile, voi italiani siete gente ottusa! Sempre opposti ai cambiamenti… ma non la senti quest’aria di rinnovamento? Di ripresa? La gente gira, hai visto l’Expò di Milano quanti visitatori?»

«Agg vist ‘na fila lunga chilometri! Mio cugino e sua moglie ci sono andati e mi hanno fatto vedere le foto. Ho visto solo file! Loro sono stati ad aspettare davanti a uno stand almeno quattro ore!»

«Appunto! Vuol dire che la gente si muove, spende, viaggia va al ristorante!»

«Pure sta frase l’ho già sentita nata vota… mi pare che l’ha detta quel Presidente milanese… com’è che si chiama? Basettoni… Berettoni… Quello ca tenev a villa chiene e vajasse…»

«Vincenzo, i tempi sono cambiati! Il nostro Governo è riuscito anche a fare delle riforme costituzionali! Cosa che non è mai stata portata a termine in passato»

«Ma chi a vutat stu Governo!»

«Questi sono particolari senza importanza… ecco, ti leggo pure questo comunicato, così capisci meglio:

 

Comunicato Stampa N° 50

Dall’assetto istituzionale all’istruzione, dal mercato del lavoro al fisco, dalla pubblica amministrazione al business environment, dalla giustizia al settore del credito, gli interventi strutturali stanno modificando alla radice la capacità competitiva del Paese, imprimendo un’accelerazione a un processo di modernizzazione non più rinviabile. La fiducia delle imprese e dei consumatori ha raggiunto nel mese di ottobre i valori più elevati dall’inizio della crisi. Secondo i dati recentemente pubblicati dalla Commissione Europea, l’indicatore sintetico del clima economico dell’Italia è ora tra i più alti in Europa, supportato dal rafforzamento delle riforme strutturali e dal miglioramento delle condizioni monetarie e finanziarie.

«Booooh…. Rafè, ma fammi capire bene… che significa italisbac tradotto dall’inglese, perché è inglese giusto?»

«Beh… letteralmente significa: L’Italia è tornata indietro»

«Aaaah, mo agg capit! Ora è tutto chiaro!»

QUANDO PIOVE AD AGOSTO.

“Tic, tic” fa la pioggia. Cade su me ed io non ho portato l’ombrello. Che bella sensazione, finalmente un po’ di fresco in queste afose giornate di agosto. L’asfalto bolle insieme alla mie guance e all’uva quasi matura, esalando respiri di vapore e desideri. Odore di terra e prato.
“Tic, tic, tic”, sempre più veloce, il cielo sempre più nero. In pochi minuti è giunto da nord un temporale e i miei capelli seguono liberi la forma del vento.
Briciole di sassi e di terra si insinuano per scherzo tra le mie dita, nei sandali, e mi solleticano, le suole di cuoio diventano pattini sui quali il mio camminare un’elegante esibizione. Sono leggera.
Vado piano. Tutto il paese corre a ripararsi e gli uccelli raggiungono le grondaie della chiesa mentre io mi purifico dalle noie, dalle tristezze, dai pensieri vecchi.
A quest’ora tu sarai rientrato a casa ed io mi fermo qui un momento.
Alzo il volto al cielo e dischiudo la bocca. Assaporo di alcune gocce avida, gusto, consistenza e forma. Sono assetata.
Ecco la più temeraria, mi si posa sul collo per imboccare poi, scendendo, una via stretta tra i miei seni dove si trasforma in carezze di fresche piume.
La mia magliettina bianca è inzuppata di pioggia.
I jeans si sono irrigiditi. Mi premono addosso con forza, sulle gambe e anche più su in un piacevole massaggio.
Mi incammino ancora.
A terra si sono formate delle pozzanghere che fremono inquiete di eccitazione e nelle quali si riflettono i lampioni che senza chiedere permesso penetrano con il metallo questo cielo gemente.
Finalmente ossigeno intorno, girasoli timidi abbassano la testa, non sanno dove guardare e i prati diventano morbide e vibranti lenzuola di seta.
Ascolto il mondo da sotto i miei passi, la musica della pioggia e il ritmo del mio cuore. Nei miei occhi il paese lucido e brillante, nei miei pensieri tu, mio uomo.
Tra poco tornerò a casa, quando sarò pronta. Tu mi accoglierai e potrai asciugare ogni angolo e ogni luogo remoto della mia pelle, con le tue mani rudi, un po’callose di lavoro e forti.
Vorrei poter sentire la tua poca barba, come questa pioggia, donare brividi alla mia schiena e al mio collo mentre, colmo di desiderio, mi stringerai in una morsa senza scampo dalla quale fingerò di svincolare.
Ma tu veloce, come quella massaia che ora sta ritirando i panni stesi per salvarli dall’asciugatura, invece mi stenderai e con decisione sarai presto dentro di me. Già lo sento.

E sono a casa. Eccomi.
Apri la porta, mi stavi aspettando, i tuoi occhi pesano sulla mia maglietta e si arrendono alle sue evidenti trasparenze, le mie forme.
Poi alzi lo sguardo e trovi il mio. Le mie intenzioni ti giungono chiare, sussurri con la voce rotta:“ Dai, entra, sei tutta bagnata!” E in meno di un istante ti ho addosso come un tiepido vestito asciutto che profuma di buono.
Quando piove ad agosto, senti che bel rumore!
No.
Apro la porta. Sono due anni che non ci sei più.
Quando piove ad agosto mi ricordo di un tempo che fu.
Silenzio. Solo: “tic, tic,tic” delle mie lacrime sulla tua foto.
La verità? Odio la pioggia.

TEMPO PERSO

L’albero stava sospeso sul ciglio della roggia, verso est. Le lunghe radici ancoravano la pianta ad un terreno duro e compatto. Le fronde ricominciavano ad infoltirsi per la bella stagione e il fusto sfrecciava verso l’alto accompagnato da tutta l’eleganza della quercia. Alle spalle dell’albero, un agriturismo aveva ridato lustro alla bellezza del luogo, facendo risaltare le risaie che cominciavano a buttare fuori le prime piantine di riso. Sull’albero un uomo con un paio di jeans e una camicia a maniche corte stava a mezza altezza nascosto tra i rami. Era lì dalla mattina. Ovviamente quelli dell’agriturismo ne avevano segnalato la presenza alle forze dell’ordine, che si erano dirette immediatamente sul luogo.

“Scenda!” gli avevano intimato dal basso, ma lui non aveva dato seguito all’ordine. La polizia municipale aveva tentato una disperata negoziazione, anche perché i curiosi avevano cominciato ad accumularsi e la zona era stata transennata e la strada, al di là della roggia, era stata ridotta ad una sola corsia per regolare il traffico, senza che ci fossero pericoli sia per la circolazione che per i presenti. Se ne erano andati tutti quando l’uomo aveva motivato la sua presenza:

“Sto aspettando il cadavere del mio peggior nemico!”

“Ma non è meglio trovare un’intesa e fare pace?”

“La pace sia con voi, non con lo spirito del mio nemico.”

Quella frase, rubata ad un proverbio cinese, era stata come una folgorazione. Non solo questo personaggio è pazzo, avevano concluso quelli delle forze dell’ordine, ma è anche pericoloso. Quindi ce ne andiamo. E così fece la gente. Qualcun altro ci penserà.

L’uomo nel frattempo si era legato ad un ramo con una corda, giusto per non cadere in caso di un colpo di sonno. Poi si era messo tranquillo ad aspettare. Il nemico, il suo peggior nemico, aveva già una bella età, era ammalato e non avrebbe dovuto aspettare per molto.

Quando nella mattinata successiva arrivò al comando dei carabinieri una telefonata che segnalava la presenza di un uomo su un albero, i carabinieri risposero che ne erano già al corrente, ma quando la voce metallica insistette e anzi cominciò ad addentrarsi nella descrizione dell’uomo, i carabinieri capirono che non si trattava della stessa persona.

Corsero sul luogo, che era solo a qualche decina di metri più a sud da quello precedente, e trovarono un nugolo di curiosi che stava dialogando con l’uomo. Era vecchio e malaticcio.

“Aspetto il cadavere del mio peggior nemico” disse perentorio.

“Come l’altro?”

“Come l’altro!” aggiunse.

L’altro fu informato del fatto e fece finta di niente, come se non lo riguardasse. Certo, dalla descrizione, sembrava proprio il suo nemico, ma quanti vecchi e malati c’erano su questa terra ormai logorata dall’inquinamento?

Ma come succede spesso, il pensiero logora come un tarlo e il primo uomo decise di capire chi fosse l’altro. Così aspettò la notte e slegò lentamente la corda cui si era avvinghiato e fece per scendere dall’albero. La quercia si ergeva ignara di tutto, ma facendo parte della natura ebbe un fremito come di disapprovazione, come se un vento improvviso scuotesse i suoi rami. L’uomo cadde e picchiò la testa sul fondo della roggia, percorsa da una quarantina di centimetri di acqua corrente. Colpì una pietra e morì sul colpo.

Il corpo rimase lì per un po’ e poi lentamente si mosse lungo la roggia, in silenzio, cullato dal lieve gorgogliare della corrente. L’altro si era assopito e non si accorse di nulla.

Più a sud, qualche ora dopo il sorgere del sole, un pescatore notò il cadavere.

Furono informati carabinieri, vigili del fuoco e ambulanza.

Il vecchio stava immobile sull’albero, e non diede retta a chi gli disse che il nemico era morto e già passato sotto di lui, suggerendogli di scendere.

“Sono vecchio e questi trucchi non mi convinceranno mai”.

In fondo la sua ultima ragione di vita era vedere il cadavere del nemico passare sotto di lui; quel sentimento lo teneva in vita così stupidamente che passarono altri cinque anni prima che lasciasse questo mondo. Qualche anima benedetta gli costruì anche una casetta sull’albero, ed ogni giorno c’erano curiosi che lo venivano a trovare. Fu anche intervistato da una tv nazionale, e quando morì le campane suonarono a lutto: erano le tre del pomeriggio del venerdì santo. Nessuno seppe mai se ci fu per lui la vera Pasqua.

(di Stefano Re)

Gelo

Quello che ho da raccontare sta giusto in poche righe. Essenzialmente due, che corrono parallele sul terreno, intervallate da altrettante righe parallele. Le prime sono binari, le seconde: traversine. Mi chiamo FS 1683725. Sono un parallelepipedo di legno e ferro, Posso portare sino a 23 mc di cose, oppure, come per troppo tempo mi è capitato, 100 persone e più. Stipate, schiacciate come acciughe in una scatola di latta. Come siano le acciughe schiacciate in una scatola di latta non lo so, ma so come sono 100 persone. Le ho sentite respirare, urlare, pregare. Le assi delle mie pareti hanno ancora impresso il sudore, l’afrore di quei corpi. Ho l’ombra di chi non è neppure arrivato alla fine del viaggio ed è rimasto lì, schiacciato contro le mie assi. Lo hanno tolto solo alla fine di quel viaggio. Viaggi che duravano giorni, senza quasi fermate, se non per caricare l’acqua e il carbone per la locomotiva. Per cambiare il poco personale. Il resto era solo viaggio. Non importava il tempo. Sole o pioggia, acqua o neve, notte o giorno. Io continuavo a macinare chilometri e ne ho macinati tanti. Sono stato in Italia, in Francia, in Belgio e Olanda. Ho sempre e solo caricato persone. Giovani, vecchi, donne e bambini. Però la mia destinazione era sempre e solo una. In mezzo al niente nella pianura polacca in un posto chiamato Auschwitz. Ci sono andato così tante volte che mi sembrava di esserci sempre stato. Ho avuto una storia singolare. Insieme ai miei compagni di viaggio, altri vagoni come me, ho iniziato il viaggio dall’Italia in Francia. Erano giornate calde di una estate di mezzo secolo. Gli uomini, quelli che mi avevano costruito, stavano facendo una cosa che si chiama guerra. A me poco importava. Io avevo solo un compito: quello di portare intere le cose che mi caricavano nel mio capace ventre. Poi sono stato parcheggiato lì in Francia per un po’ di tempo, Poi mi hanno preso e agganciato ad un treno e sono salite le persone e non le casse di merci.E sono arrivato in Polonia e da quel momento quel treno ha iniziato a girare per tutta l’Europa e sono venuto a sapere che ce n’erano altri, di treni che facevano la stessa cosa. Andavano in giro a raccogliere persone e portare in posti simili alla mia destinazione. Solo una volta ho cambiato e sono finito a Dachau. Mi ha dato l’impressione di un dejà vù, però. Stessa cupezza, medesimi colori e soprattutto un odore, una puzza terribile. Mi ricordo un camino, come quello di una ferriera. Alto, che eruttava un fumo nero e denso e puzzolente. Non so perché, ma aveva lo stesso odore di quando le persone che trasportavo si appoggiavano alle mie pareti e poi non parlavano, più. Non piangevano più, non si lamentavano più. E quando arrivavo a destino erano le ultime che uscivano, ma non con i loro piedi. Veniva gente con abiti a righe e li caricavano su dei carretti e li portavano vicino al camino e quello riprendeva a eruttare lo stesso fumo e si risentiva la stessa puzza. In tutti quegli anni ho avuto paura solo una volta. Ho sentito un rumore nel cielo e poi sono stato colpito da una gragnucola di colpi che hanno rotto molte delle mie assi di legno e sentivo le persone dentro urlare più forte e poi un odore e mi sono aumentate le macchie. Non erano i soliti liquidi, che emettono gli uomini. Hanno degli odori spaventosi. Piuttosto l’odore lo associo al colore rosso. Poi il treno si è fermato e hanno aperto le porte e la gente è uscita e molti sono caduti. A quelli caduti gli uomini con il fucile hanno fatto una cosa strana. Li hanno bagnati poi si è levato un fuoco intenso e allora ho avvertito forte, l’odore di Auschwitz. Poi hanno ricaricato le persone rimaste e siamo ripartiti. Dopo quel viaggio sono stato un po’ di tempo in una officina dove mi hanno riparato e ho ripreso il viaggio. Adesso dopo tanti anni sono qua fermo su dei binari, ma lontano dai veri binari. Sono dei monconi e mi hanno messo in una piazza, così la chiamano e ogni anno d’inverno, qualcuno viene. Mi pulisce dentro e fuori e la mia porta rimane aperta. Ma sono anni che non vado più da nessuna parte . Dicono che servo per ricordare. Ricordare cosa, mi chiedo.  Potessi parlare, potessi gridare, gemere, piangere ricorderei a tutti la puzza dei miei viaggi, il fumo acre e spesso, la rassegnazione che scendeva insieme ai troppi passeggeri che ho portato. Sono stato abbandonato un uno scalo per anni, ma non ho mai dimenticato, io. Non ho potuto, non ho voluto e ogni momento sono pronto a ricordare, a raccontare di quel fumo acre e spesso, di quell’odore  e delle persone che ho accompagnato.

Sono memoria fino alla fine dei miei giorni.

 

capehorn

Terra straniera

donna nuvola

Sei come un paese lontano.
Potessi venire da te come una straniera
varcherei le tue frontiere di filo spinato
per conoscere i tuoi confini.
Proverei ad imparare i tuoi linguaggi
a camminare nei tuoi luoghi conosciuti
e ad addentrarmi in quelli nascosti
nei sentieri segreti invasi da rovi ed
edera stretta addosso
a qualche tua rovina.
E non mi stancherei di esplorare
e vagare e perdermi e poi ritrovarmi
parlare di te a tutti quelli che incontro
delle tue meraviglie e dei tuoi deserti.
E amerei le tue contraddizioni
il traffico del tuo presente
restaurato dentro le pieghe
delle tue lande passate.
E ti chiederei solo il tempo
altro tempo
un’ora un mese
una vita intera
il rifugio e la cittadinanza
nonostante talvolta il tuo cielo
sia avvolto di gelo
un clima misterioso
sospeso come prima del tuono.
E abiterei in te
come cosa abituale
come non ci fosse altro luogo
dove voler restare.

Lucrezia.

(Alla luce dei tristi fatti di cronaca di questi giorni ho pensato a questo racconto contro il bullismo. Con l’augurio che quella “ragazzina là” si riprenda totalmente e al più presto e possa gioire del dono più grande e più prezioso: la nostra vita!)

Nel cortile.
“Ah ah ah, ma guardala! Ma che razza di giacca ha oggi!”
“Si! Così, con quel rosa sembra proprio una scrofa!”
“Ehi Marco! Vieni un po’ qui!”
“Cosa c’è?”
“Lucrezia. Là”.
“Oh mamma mia! E’ ancora più grassa! Ahahaha.”
“Ciao cicciona! Cosa hai mangiato di buono ieri?”
Lucrezia avanza verso l’entrata senza alzare lo sguardo, come un fantasma.
Marco le dà un puffetto sulle spalle voltandosi poi verso i compagni e esclamando:” Ma voi non sentite una strana puzza qui? Si, c’è una gran puzza di maiale!”
Tutti ridono, tutti tranne lei.

Le lezioni cominciano dopo l’appello. Lucrezia seduta in prima fila è impegnata a scrollare i suoi ricci e numerosi capelli biondi dalle palline di carta che le vengono sparate dai banchi dietro, col fiato, dall’involucro vuoto di una biro senza cartuccia.
La professoressa non si accorge di nulla, la sagoma della ragazzina le toglie totalmente la visuale per almeno tre file posteriori, così i compagni dispettosi ridacchiano divertiti e continuano imperterriti a riempirle la chioma dorata di pezzetti di foglio.
“ … Espulso dalla città l’ultimo re etrusco e instaurata una repubblica oligarchica nel 509 a.C., per Roma ebbe inizio un periodo contraddistinto dalle lotte interne tra patrizi e plebei e da continue guerre contro le popolazioni italiche: Etruschi, Latini, Volsci, Equi… … Lucrezia! Ti vedo distratta come al solito! Ma li vogliamo lasciar stare quei capelli? “
Per Lucrezia la scuola è sempre stata un peso. In famiglia non aveva mai trovato il coraggio di esternare i suoi problemi e anzi, ha preferito tacerli. D’altro canto anche gli insegnanti non avevano mai dato importanza alle battute infelici a lei indirizzate, che udivano solo di tanto in tanto, provenienti dal gruppetto dei “ più agitati” della seconda B, e così i suoi genitori erano ignari di tutto.
Forse Lucrezia era brava a fingere, mai un segnale di disagio, mai una esternazione di sconforto.
Sin dall’arrivo nella scuola media Lucrezia era stata presa di mira. Risultava chiusa, silenziosa, troppo diligente a scuola, la più alta della classe tuttavia anche la più robusta. A guardarla bene non era nemmeno brutta, con quegli occhi azzurri chiari grossi come delle noci.
All’intervallo Lucrezia sta consumando la sua merenda, sola, seduta al banco. Tutto il resto della classe si è alzato in piedi e si è riunito in gruppetti a seconda degli interessi comuni.
Alcune femmine si confrontano i diari, altre chiacchierano della partita di pallavolo alla quale hanno partecipato la appena trascorsa domenica. Gli appassionati di calcio stanno scambiando figurine, e, come passatempo, il solito quartetto di bulli trascorre il tempo schernendo la povera Lucrezia.
E lei, facendo finta di niente, continua a sgranocchiare da un contenitore di plastica col coperchio azzurro la sua mela a pezzetti, pensando a quanto avrebbe voluto essere più magra e più bella e anche più brillante. Magari come la sua compagna Veronica, così sicura di sé, continuamente circondata da amiche e sorrisi, così corteggiata da tutti i maschietti non solo della classe ma addirittura di tutta la scuola.
Intanto i pezzetti di carta che si annidano nei capelli cadono dappertutto, anche nel contenitore della merenda, ma lei non si prende nemmeno la briga di toglierli dalla vaschetta per timore che qualcuno se ne avveda e la prenda in giro ancora di piu’. Con lo sguardo fisso al banco e gli occhi un po’ sgranati continua a imboccarsi.
“Sono nata brutta, antipatica, sono proprio sfortunata. Non ho amici. Non pratico nessuno sport. Sto bene solo a casa mia e questa scuola la odio. La odio!!!” Pensa mentre suona la campanella che segna la fine dell’intervallo.
Seguono altre due ore di supplizio di un calvario lungo ormai quasi due anni.
Viene chiamata alla cattedra per l’interrogazione di geografia. Suo malgrado, nell’alzarsi, fa cadere la sedia e tutta la classe scoppia in una fragorosa risata. Se ne vergogna tantissimo e si convince che, se fosse stata più magra e meno goffa, tutto questo non sarebbe mai accaduto.
Mentre si reca timidamente dalla professoressa riesce a sentire un “Vai cicciona!” sussurrato da qualcuno a bassa voce. Ed effettivamente, mentre muove i suoi passi incerti, puo’ notare come le sue cosce sfreghino insieme a causa dello strato di grasso.
Dopo aver esposto egregiamente ogni concetto seppur con voce tremolante e dopo aver meritato un buon voto, finalmente terminano anche lezioni.
Lucrezia abita poco distante dalla scuola. Mentre la mattina viene accompagnata in auto da suo padre, ritorna a casa poi a piedi. Per percorrere quel tratto occorrerebbero 5 minuti ma, per la paura di dover affrontare lungo la strada principale i terribili Roberto e Marco, dapprima si cura bene di essere sempre l’ultima ad uscire dalla classe temporeggiando il più possibile nel sistemare tutto il materiale nello zaino, poi a piccoli passi raggiunge l’atrio e, quando è certa che tutti i suoi compagni sono ormai già lontani, imbocca lentamente una secondaria poco frequentata allungando di molto il percorso. Nessuno, in quasi due anni di quella scuola, l’ha mai incontrata lungo quel tragitto. Dopo circa dieci minuti di attese e venti di cammino, può finalmente varcare la soglia di casa sua. E così ogni santo giorno, senza alcuna eccezione, sotto qualsiasi intemperia, al caldo come al freddo. Sempre.

E’ affaticata. Tre piani di scale e senza ascensore. La cartella è certamente pesante ma ancora di più la sfiancano la sua stazza e la sua scialba esistenza. Nessuno si interessa di lei a parte i suoi genitori ai quali peraltro vuole un mondo di bene.
Toglie distrattamente le scarpe, si reca in bagno. Torna in salone. Estrae il diario dallo zaino per controllare i compiti che solitamente preferisce assolvere subito dopo pranzo, intanto prende dalla credenza un bicchiere d’acqua. Mentre lo sorseggia assetata, apre il diario ove, sulla pagina della giornata, scopre una scritta nera, molto marcata che le impedisce di leggere le consegne: “ SCROFA SECCHIONA”.
Vuota il bicchiere, ripone il diario in cartella. Si avvia in corridoio. Carezza il gatto. Entra nella sua cameretta, è buia, spalanca le persiane. Osserva la fotografia incorniciata d’argento appoggiata sulla mensola sopra il suo letto. Lei da piccola, 7 anni, in posa con sua mamma al mare. E quello scatto era di suo papà, solitamente negato nelle inquadrature; suo malgrado, questa gli fosse venuta veramente bene. In quel quadretto non era ancora grassa, forse non era ancora brutta, ma aveva già una montagna di capelli. Era felice.
La raggiunge un ricordo di spensieratezza, l’immagine del castello di sabbia che aveva costruito con suo papà quella stessa mattina e con altri bambini che fu subito fatto crollare, appena finito, da un’onda giunta a riva più forte. Ma nessuno ne fu dispiaciuto, anzi, ne avevano tutti riso. Riso di gusto. Le pare di sentire persino il profumo della crema solare al cocco che, durante la sua infanzia, sua mamma era solita spalmarle a quintali dappertutto per paura si potesse scottare con quella pelle talmente chiara. Quelle vacanze furono meravigliose, riuscì persino a farsi un’amichetta speciale il cui nome mai venne scordato: Paola. Poi, come tutte le cose belle, quelle ferie finirono presto, e lei crebbe, si alzò in statura, si allargò e divenne brutta.
Sua madre da sempre lavorava ogni mattina come stiratrice part-time e da lì a poco sarebbe rientrata. Avrebbero pranzato insieme e, come sempre le avrebbe chiesto :”Come è andata oggi?” Senza esitazioni, altrettanto come sempre, Lucrezia le avrebbe risposto: “benissimo!” con il suo migliore tono di voce e un sorriso sforzato e contratto.
Non voleva raccontarle la verità. I suoi genitori ne avrebbero troppo sofferto. Temeva di essere ritenuta una delusione e in particolare per sua madre.
Con questi brutti pensieri Lucrezia sale sulla sedia della scrivania. Apre la finestra e si butta giù.
E’ libera, e’ bella, e’ leggera.
Ma in una frazione di secondo si rende conto di aver sbagliato. La pellicola non si può riavvolgere. Sta per impattare al suolo. Si pente con tutta sé stessa e riesce appena a sussurrare: “ Aiuto!”
Ma ormai è troppo tardi.

Potevi dimagrire, un giorno ti avrebbero rispettato. Avresti avuto degli amici. Avresti rivisto il mare, avresti continuato ad amare e probabilmente saresti stata ricambiata.
Hai proprio sbagliato.

Addio Lucrezia.

Gabbiani

«Questo è un mondo logoro signor Leam. Vede questa bruma che sale dal promontorio? Vede? Alle volte spero che ci cancelli definitivamente! Così Puf! E che il giorno ci si risvegli scomparsi dalla storia umana.»Paul si fermò un attimo portando alla bocca la pipa. Guardava oltre lui. Leggeva il volo dei gabbiani e provava a capire il suo destino dalle evoluzioni degli uccelli. Ma quel giorno non comprendeva nulla. Niente! Come se avesse dimenticato l’intero alfabeto materno e le immagini si susseguissero senza una logica. Osservava, e stupito non riconosceva il senso delle cose intorno a lui, per la prima volta da quando era nato.
Il signor Leam provò a scuoterlo dal suo torpore.
«Sempre di buon umore Paul il primo dell’anno! Dicesti lo stesso l’anno scorso e due anni fa.»
«E infatti nulla è mutato da allora, siamo solo più vecchi su questa specie di brutto scoglio. Dimentichiamo noi stessi. Hai mai pensato a che diavolo serve il nostro prossimo giorno?»
Silenzio. Solo risacca lontana e garrire.
«E il prossimo ancora e ancora e ancora.»
Silenzio. Solo risacca. Lontana.
E silenzio.
Si narra che da allora i gabbiani smisero di passare in prossimità dell’isola. Leam non comprese realmente mai l’accaduto, ma sostenne per anni che fu qualcosa di anomalo in quel panorama a turbarlo, ben prima di avvedersi della totale assenza dei volatili. Non riuscì mai a spiegare davvero il fatto, parlava spesso di una luce o di una tonalità nuova di colore. Magari cercò solo di ricostruire e di ricamarci sopra una qualche spiegazione. Perché avrebbe voluto averla una spiegazione. Serviva un rapporto di causa effetto. Almeno a lui serviva.
Paul invece tacque a lungo. Come se in lui si fosse spento ogni suono, insieme al richiamo dei gabbiani. O forse fu l’assenza del volo e delle evoluzioni a non consentirgli alcuna lettura del giorno dopo. A privarlo del futuro e quindi della parola. Vecchio era vecchio, ma quella irrazionale assenza di una previsione del suo esistere lo aveva approssimato a un fossile, incastonato sulla scogliera degradante al mare. Rimase lì per sempre immobile.
Ogni giorno Leam scalava la roccia e si sedeva accanto sperando di farlo parlare. I due amici, sempre più stanchi, rimanevano per ore in silenzio cercando chi il razionale e chi l’emozionale di quella faccenda. Continuarono così per anni fermi nel loro insulso cercare un credo. Uno accanto all’altro ma distanti nella loro incapacità di ascolto, seppur su questo aspetto collassati l’uno sull’altro.
Il giorno dopo e quello ancora non aveva compimento senza il volo dei gabbiani. Questa era la realtà. Almeno la loro. Paul non aveva traiettorie di futuro da leggere e Leam nessun tracciato da obliterare. Per questo entrambi attendevano impazienti il ritorno dei gabbiani.
Il ragazzo scalò la roccia un giorno di Maggio. Lassù ne arrivavano pochi di umani, perché in tanti ne avevano abbastanza di quei due vecchi. Ma il ragazzo era diverso. Un ribelle con due occhi di colori differenti. Si arrampicò che ancora il sole era alto, salutò e si dispose su un piccolo sperone proprio a un metro da loro.
I due vecchi lo degnarono appena di uno sguardo intenti come erano a cercare un segno che li avrebbe riportati in vita. Peccato, perché non si avvidero che riflessa nell’occhio più chiaro del ragazzo una luce di una tonalità nuova di colore aveva fatto una fugace apparizione.
Fu un attimo, un tremolio debole che increspò il pelo dell’acqua al passaggio di un gabbiano. E poi un altro e un altro ancora. Centinaia di gabbiani tutti a garrire e a percorrere traiettorie quasi impossibili. Intersezioni di rotte mai percorse prima e illeggibili.
«Sono tornati», sussurrò il ragazzo, consapevole che nessuno lo stava più ascoltando.
Poi si alzò e con una piccolo salto arrivò sino ai vecchi. Li osservò un attimo nelle loro epidermidi corrose dal sale e rugose di anni e di mare. Uno alla volta chiuse i loro occhi con delicatezza. Diede l’ultimo sguardo alla baia e iniziò la discesa.
Il ragazzo arrivò sul pianoro che iniziava il tramonto. Dietro il costone di roccia, il rosso fuoco del cielo sembrava il bagliore di una immane pira. Da una tasca tirò fuori un piccolo notes e un mozzicone di matita. Cercò una pagina vuota e scrisse con lettere minute: se per tua fortuna vivi vicino al mare quanto è stupido sacrificare una vita per ragionar sopra il volo dei gabbiani.
Ripose tutto in tasca e per un po’ ascoltò qualche lontano rumore. Poi solo silenzio.
Silenzio.
Risacca lontana.
E garrire.

Colpa del vento

Il vento sembra puntare alla dispersione dei confini, oggi.
Ci riesce bene.

C’è che si vive di respiri.
E’ una questione di accordi. Le cose si slargano e si slentano, si stringono e si chiudono col battito di cadenze irregolari.
Dentro o fuori, palpiti d’aria o sguardi, non c’è differenza.
C’è che si vive di configurazioni.
E’ una questione di vicinati o di casuali disposizioni.
Il “qui ed ora”, in questo momento, è uno sbieco di tenda sollevata, che taglia una fetta di strada, ladra, a sua volta, di un tono di luce.
Nell’attimo di un respiro si coglie il porsi delle cose.
Una variazione che non si ripeterà.
Saper essere poeti… Come catturare il cielo nell’aia. Come accogliere un rotolo di stelle sotto il patio. Complice la pergola.
E tenere trattenere in serbo, con fermagli di parole.

Bentornato Little John

 

 

Little_JohnɈohn Tailor, meglio noto come Little John, per la sua bassa statura, tornò improvvisamente.

Fece il suo ingresso nel saloon di Dodge City, in un afoso pomeriggio di giugno.

Il suo lunghissimo trench color sabbia quasi toccava il suolo, l’ampia falda del cappello nero gli copriva metà volto e ai piedi calzava degli strani stivali con il tacco più alto del normale.

Nessuno lo riconobbe, non ancora.

All’interno del locale pochi avventori, trascinavano chiacchiere biascicate sotto l’effetto del bourbon di pessima qualità. Il pianista strimpellava sul piano scordato, mentre la maitresse sedeva in braccio a un cliente, anche lui completamente ubriaco. Nessuno fece caso al suo arrivo, si accomodò al bancone e ordinò un whisky doppio, che tracannò tutto d’un fiato.

«Questo whisky fa schifo!» disse l’uomo, tirandosi dietro la falda del cappello. Il barista sgranò gli occhi e iniziò a sentire un sudore freddo lungo la schiena.

«Mi.. mi… dispiace» disse mentre cercava inutilmente di reprimere il tremolio alle mani «ora prendo quello buono…» aggiunse allontanandosi alla svelta. Gli uomini presenti in sala aveva smesso di parlare e un silenzio irreale regnava nel saloon, perfino il pianista se ne stava impalato con la bocca aperta per lo stupore.

«Tu! Perché hai smesso di suonare?» chiese Little John al pianista imbambolato. L’uomo abbozzò un sorriso sdentato e si girò, iniziando a strimpellare di nuovo il piano.

«E così sei tornato…» disse una voce proveniente da un angolo del locale. Little John guardò in quella direzione, ma la luce fioca gli lasciava intravedere soltanto la sagoma imponente di un uomo seduto al tavolo, tuttavia la voce gli era familiare, non aveva dubbi sulla sua identità.

«Già… sono un temerario, sono tornato per scontare la giusta pena!» rispose rimanendo appoggiato al bancone mentre dallo specchio osservava con attenzione la sagoma in fondo al locale.

«Allora mi seguirai senza fare storie… suppongo» disse l’uomo alzandosi lentamente, poggiando la mano destra sul calcio della pistola.

«Certo capo…»

«Bene, allora io adesso esco e ti aspetto fuori». La sagoma scura emerse dalla penombra e Little John ebbe conferma dell’identità del suo interlocutore. Il vice sceriffo Clint lo guardò per un lungo istante, dritto negli occhi, poi si girò dirigendosi verso l’uscita, sempre con la mano ferma sul calcio della pistola. Little John si avviò a sua volta verso l’esterno e uscendo scorse affisso alla parete del saloon il manifesto con la sua foto e la taglia per la ricompensa della cattura: 1.000 dollari, niente male!

I due uomini si diressero verso l’ufficio dello sceriffo senza scambiarsi una sola parola.

«Bene bene… guarda un po’ chi abbiamo oggi!» esclamò, lo sceriffo Roosvelt, un ometto molto avanti con gli anni, prossimo ad appendere la stella al chiodo.

«Ora sì che posso lasciare questo dannato posto! Clint, ti nomino sceriffo, te lo sei meritato!»

«No, no… Little John si è consegnato di sua spontanea volontà!»

«Questa sì che è bella! Per tutti i diavoli dell’inferno!» esclamò lo sceriffo «Ti ha dato di volta il cervello? Lo sai che sulla tua testa pende ancora quella taglia…»

«Certo, ho appena visto il manifesto nel saloon… Sono venuto per espirare le mie colpe e pagare il mio debito con la giustizia» così dicendo l’uomo aprì il trench mostrando le fondine delle pistole vuote.

«Clint, accompagna mister Tailor nei suoi appartamenti!»

Il vice sceriffo scortò Little John nella cella in fondo al corridoio, tra il mormorio degli altri detenuti, poi tornò nell’ufficio dove Roosvelt se ne stava sbragato sulla sedia con i piedi poggiati sulla scrivania.

«Dimmi un po’ Clint… questa storia mi puzza parecchio… perché Little John avrebbe dovuto consegnarsi? Sono passati cinque mesi dalla rapina in banca giù a Coffeyville, credo che non lo avrebbero più ripreso oramai…» disse lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Hai ragione capo… c’è qualcosa di strano… non credo che quel bandito sia tornato per consegnarsi alla giustizia… teniamo gli occhi aperti!»

Nella grande prigione di stato di Dodge City si trovavano i detenuti che avevano subito già il processo e quelli in attesa di giudizio. Little John fu temporaneamente messo in isolamento e gli fu concessa solamente un’ora d’aria la mattina.

Sam Bass se ne stava rintanato nella sua cella, rifiutandosi di uscire. Qualcuno gli aveva riferito che Little John era tornato e non aveva nessuna intenzione di trovarselo davanti, l’ultima volta che era successo ci aveva rimesso tre dita della mano.

«Sam! Il capo ti vuole a rapporto» la voce del sorvegliante lo fece sobbalzare.

«Io? Ma sei sicuro? »

«Avanti alza quel culo e andiamo!» l’uomo aprì la porta della cella per farlo uscire. Ad attenderlo c’erano altri due sorveglianti con le carabine spianate. Sam Bass fu condotto nell’ufficio dello sceriffo.

«Ciao Sam» Roosvelt lo attendeva alla scrivania, fumando uno dei suoi puzzolenti sigari. L’ambiente era saturo dell’odore acre del fumo e Sam iniziò a tossire violentemente.

«Hei ragazzo, hai la salute cagionevole?»

«No capo… non sopporto il fumo» si giustificò l’uomo.

«Anch’io non sopporto il puzzo degli avanzi di galera…» rispose sorridendo lo sceriffo, lisciandosi i baffoni color argento.

«Ma parliamo di cose serie… hai saputo che Little John è tornato?»

«Sì capo, ho sentito» rispose cauto Sam.

«Non è per caso che la sua comparsa inaspettata riguarda la rapina che avete fatto insieme?»

«No, non credo… capo»

«Facciamo così… se per caso Little John ti fa qualche confidenza corri subito a raccontarcela ok? Affare fatto?» Roosvelt studiava attentamente la reazione dell’uomo.

«Io… certo sì, capo»

«Bene… ah, ti volevo anche avvertire che da oggi cambierai alloggio…» disse lo sceriffo sorridendo.

«Come?» chiese impaurito Sam «ma io mi trovo benissimo dove sto ora!»

«Sì, ma non preoccuparti… è una cosa temporanea, abbiamo bisogno di dare una ripulita a quella cella puzzolente». L’uomo abbassò lo sguardo e non trovando altro da dire seguì la guardia verso l’uscita, il colloquio era finito.

«Vediamo se ne ricaviamo un ragno dal buco» disse lo sceriffo rivolgendosi al suo vice «quei due non me la raccontano giusta, il bottino della rapina non è mai stato trovato e ho il sospetto che questo c’entra con il ritorno di Little John»

«Sì capo, credo anch’io che li dobbiamo tenere d’occhio e metterli insieme è stata un’ottima idea».

Sam Bass fu scortato davanti alla sua nuova cella, qualcuno aveva già provveduto a spostare i suoi effetti personali. L’uomo rimase impietrito appena vide il suo nuovo compagno.

«Ciao Sam, come te la passi?» Little John se ne stava seduto sul bordo della branda e nonostante l’ostentato sorriso, nel suo sguardo balenava qualcosa di sinistro.

«Che tu sia dannato Clint! Non lo riprenderemo mai quel bastardo!» disse lo sceriffo Roosvelt rivolgendosi al suo vice, mentre camminava nervosamente avanti e indietro nell’angusto ufficio.

«Barton dice che Little John si è messo a urlare… dicendo che il suo compagno di cella stava soffocando… allora la guardia è entrata e quel maledetto lo ha colpito sulla testa mentre era curvo a controllare Sam Bass…il poveraccio respirava appena…» rispose il vice sceriffo, ancora sconvolto da quanto successo poco prima dell’alba.

«Già…quando ho accompagnato il dottore, Sam Bass ha biascicato qualcosa di incomprensibile…e poi è spirato! Quel gran figlio di puttana invece ha preso il fucile e si è dileguato nel nulla… COME E’ POSSIBILE!» il volto dello sceriffo era paonazzo dalla rabbia, tutti i presenti si erano ammutoliti e nessuno aveva il coraggio di parlare.

«Capo… io penso che fosse già tutto organizzato, probabilmente Little John aveva dei complici ad attenderlo fuori… ecco perché si è allontanato così velocemente»

«Tu!» disse Roosvelt rivolgendosi a uno degli uomini presenti nell’ufficio, «raduna almeno dieci dei migliori tiratori e RIPORTAMI QUEL FOTTUTO BASTARDO!»

 

⃰   ⃰   ⃰

 

Il sole alto nel cielo irradiava un calore intenso sul terreno arido scosso dallo scalpitio dei cavalli. Dopo ore e ore di marcia nel deserto, uomini e bestie erano stremati dalla stanchezza e il caldo amplificava la fatica.

«Capo… sei sicuro che stiamo andando nel posto giusto?» chiese uno degli uomini rivolgendosi a Little John, ritto sulla sella, con la fronte imperlata di sudore, ma imperterrito nel proseguire il cammino.

«Certo che sono sicuro, gli ho fatto tirare fuori il rospo a quel figlio di puttana di Sam!»

«Sì, ma anche dopo la rapina, quel giorno che gli mozzasti le dita… ti aveva rivelato il nascondiglio… e invece non abbiamo trovato nessun malloppo!»

«Stai sicuro… gli ho detto che sarei andato a cercare sua moglie… e non vorrei essere nei panni di quella bagascia se scopro che mi ha mentito di nuovo!»

L’uomo appollaiato dietro la rupe osservava il gruppo di uomini avvicinarsi e decise che avrebbe atteso ancora qualche istante. Poggiò la pesante carabina sulla spalla e prese la mira. Poco dopo ad uno a uno gli uomini a cavallo iniziarono a cadere giù come le sagome di un tiro a bersaglio. Little John lanciò il suo stallone al galoppo e riuscì a raggiungere uno sperone di roccia, dietro al quale si gettò per schivare i proiettili che lo inseguivano. Si scaraventò giù dal cavallo, rannicchiandosi contro le pietre, poi con prudenza sollevò la testa al disopra del masso, cercando di capire la direzione da cui provenivano gli spari, ma un colpo di fucile gli portò via il cappello. D’improvviso la pioggia di proiettili cessò, sulla landa desolata cadde un silenzio mortale. Little John si rese conto di aver perso tutti i suoi uomini e di essere rimasto in balia di quel misterioso pistolero.

Non aveva altra scelta che attendere la notte per allontanarsi.

Il buoi totale gli consentì di fuggire indisturbato, sapeva che doveva dirigersi verso nord e con il fresco riuscì a percorrere un lungo tratto di strada su un sentiero fra le rocce. L’uomo lo seguì da lontano, conosceva bene la destinazione che il bandito tentava di raggiungere.

L’alba colse Little John ancora in cammino, la meta era oramai vicina, lo sperone roccioso finiva in un’ampia vallata battuta dal sole, da percorrere completamente allo scoperto. L’uomo si fermò sulla cresta rocciosa più alta, dove con lo sguardo dominava la valle.

Vide il bandito arrancare lentamente nello spazio aperto. Pareva non reggersi più in piedi, poi cadde in avanti, si rialzò e cadde di nuovo perdendo il cappello, tentò allora di spostarsi a carponi sulle zolle rossastre del terreno arido, mentre il sole a picco gli prosciugava quelle poche energie residue.

Un bersaglio facile, fin troppo.

L’uomo canuto si sdraiò poggiando il Winchester su di un sasso, sorrise pensando a tutti quei soldi sepolti sotto la sabbia e a come li avrebbe spesi, fino all’ultimo cent.

Prese la mira e prima di tirare il grilletto si lisciò i suoi grandi baffoni color argento…