Paura

Il signor Čevedet come ogni mattina attraversò il piccolo cortile e accostando con cura il portone si immerse nel fiume di gente sul corso principale diretto alle sue varie faccende. Per prima cosa sporse il capo per controllare la corrente d’uomini, poi le pozzanghere che punteggiavano il marciapiede, preoccupato per le scarpe ottusamente lucidate nonostante quel giorno già prevedesse di andar controcorrente, a zonzo in balìa di precipitazioni e fango.
Il suo passo breve e distinto lo accompagnava in quel cammino e di tanto in tanto si voltava a guardar di sbieco vetrine e donne con calze di nylon su tacchi generosi, o anche macchine e bambini con gli zaini diretti alle scuole. Già le scuole! Aveva speso mezza vita dentro quei grigi edifici a seguir pesti di età minuscola, ancorché percepisse quanto fossero proprio quelle discole miniature d’uomo a colorar le sue ore in altro modo inutili e contraddittorie.
Quella che proprio adesso incrociava il suo sguardo era per esempio una delle maestre della sua penultima scuola, una donnina pingue e nervosa, adusa a mordersi il labbro in segno di noia o stizza. Il signor Čevedet si interrogò se inscenare un lieve segno del capo, un saluto insomma, ma lei forse per disattenzione o per scarsa memoria era già passata oltre, ignara di quel fortuito incontro. Un sospiro di sollievo fu allora l’unica sua reazione, consapevole e fermo nel voler restar occulto a quella moltitudine muta di facce e storie ignote nel suo prossimo destino.
Superata l’edicola e l’emporio della signora Bœrig girò subito a destra, sulla strada che costeggiava la chiesa di Saint Marie, dritto dritto sino al ponte Rottschërlig. Il fiume sotto scorreva uggioso, denso di melma e scorie vegetali trasportate da una corrente infida. In qualche modo a seguirla si sarebbe giunti al mare, ma il signor Čevedet pensò che non avrebbe mai scorto un oceano e neanche quella foce o il fondersi inevitabile di acqua e salsedine e pesci di mare risalire e d’acqua dolce annegare. Niente di tutto quello era sul suo cammino da quando il suo tempo aveva iniziato a ridursi e involvere in faccende e insidie quotidiane, come in quel greve giorno, tanto che al fiume, ai sui gorghi, al suo incedere lento sotto le arcate dei ponti, non aveva da imputare il suo stato d’animo di mesto rimuginare sul come e soprattutto perché.
Due passi ancora e la parte nord della città sarebbe svanita via, sorpassato il fiume nel percorrere i viali ombrosi tra le villette del quartiere residenziale. La pioggia aveva concesso tregua e il signor Čevedet tirato un sospiro di sollievo per le povere scarpe di vernice provate dall’umido e dal fango. Ah la città di un tempo, quando le strade nette e curate, anche dopo un tal acquazzone, mai avrebbero prodotto tanta melma. Quel giorno pareva invece di stare con le caviglie fin dentro i mulinelli d’acqua del fiume tanta era l’incuria e tanta la voglia sua di unirsi a quell’acqua sino alla costa ignota, sino a sparire al largo, perdersi alla ricerca di una perduta Itaca, di un cane, d’un aedo, d’origine.
Il portone con la gran targa dorata lo accolse, appena svoltato sulla destra oltre il platano grande. Ebbe un attimo di ripensamento, un momento nel quale provò a riflettere sull’opportunità di evitare ogni consapevolezza, ché il sapere le cose alle volte aggrava la condizione umana, spesso uccide a dirla tutta. Ma cosa avrebbe detto alla signora Čevedet, cosa? Fu questo forse il deterrente che lo convinse a varcar quella soglia, salire senza esitare la rampa di scala che lo separava dall’ingresso, dalla graziosa segretaria che lo pregò di attendere alcuni minuti, una volta annotato il suo nome.
Alcune decine di minuti dopo il signor Čevedet osservava ancora le sue mani seduto in uno dei caffè sul lungofiume. Mani normali, ma che adesso avevano assunto un senso nuovo. Le vedeva muoversi, manipolare e flettersi assecondando una danza di dita esili e tendini. Ragionava e guardava mani e fiume entrambi in moto, pensava a cosa raccontare di quelle ore a casa, a cosa sperare, al mare alla fine del fiume, alla foce e alla strada che lui e l’acqua avrebbero voluto condividere. Non si sentiva vivo abbastanza da anelare nessuno strano desiderio e tutto intorno sembrava un attonito ripetersi in fotogrammi antichi di un esistente che riavvolgeva con troppa fretta un nastro ormai logoro. Lui era lì, le sue mani erano lì, ma nessuno dal barista, alla ragazza che provava a mantenere le balze della gonna bersagliate dal vento, al piccolo despota che ringhiava alla madre, nessuno lo voleva notare. E se appena un’ora prima tutto ciò sarebbe stato auspicio, il suo adesso sembrava presagio, un provare a far di necessità nuova abitudine.
Ritornando verso casa il viso nervoso della maestra dell’andata si distese in un saluto, accompagnato da un largo sorriso. Incrociarsi nuovamente fu alea, ma riportò un minimo di calore in quelle mani gelate da un semplice foglio inciso di parole complesse e arcane. Čevedet chinò la testa in risposta al saluto sperando che lei continuasse la sua via come era stato poco prima. Si parlarono invece, con distacco formale, ma pensieri futili e cerimonie oziose ebbero il pregio di distoglierlo da quell’isola d’inquietudine, tanto che con dispiacere accolse il saluto della donna quando lo abbandonò gentile al suo ultimo tratto di strada.
La casa nel poco tempo della sua assenza era in qualche modo mutata, irrigidita nei suoi colori, amorfa. Non aveva più parvenza di rifugio, di luogo dove lasciar fuori ogni pensiero, adesso era popolata da chimere partorite dal peggiore dei suoi sogni. La signora Čevedet vide il suo viso e non proferì parola, lui le prese le mani e disse qualcosa, poche sillabe nella sua lingua roca, non un discorso o un pensiero articolato o una storia, forse un poesia lenta e melodiosa. Forse solo lo spazio di qualche strofa e alla fine l’ultimo verso vibrò per minuti a mezz’aria, brillante come un cristallo ed era distintamente paura.

ECCO MARIO.

mario.jpg

Riappoggiò ancora una volta il bicchiere accanto alla bottiglia ormai vuota. Tutt’intorno al tavolino in vetro segnato da innumerevoli aloni di polveri morbide e grigie che da troppo tempo ne occultavano la dimenticata trasparenza erano state abbandonate pigramente le più svariate calzature. Degli stivali di gomma nera, zeppi di fango rinsecchito, che staccatosi dalle suole si era depositato bene appallottolato sul pavimento. Esaminandolo bene sarebbe stato possibile trovare anche qualche stelo d’erba mozzo e appassito. Sempre lì intorno riposavano da tempo anche dei mocassini scamosciati, logori, dalla tomaia consunta e dalla quale si dipartivano delle lunghe stringhe talmente sporche di cui nessuno avrebbe saputo indovinarne il colore originale.
Più verso destra si trovavano anche delle scarpe da ginnastica, forse in pelle. Il paio più chiaro era parecchio ingiallito mentre l’altro pareva stranamente in buono stato nonostante esibisse quasi con orgoglio una grossa macchia presumibilmente d’olio.
L’arredamento dell’appartamento era decisamente minimalista e risalente ai primi anni ottanta. Consisteva semplicemente in un divano di alcantara ormai particolarmente schiarito e del tutto consumato sulla seduta preferita posto dinanzi a un mobile di noce, chiaro, al quale era appoggiata una televisione non molto grande. Nel locale adiacente si intravedeva da una porta scura e lasciata socchiusa un’essenziale cucina bianca non molto pulita e dal lavello maleodorante ove erano impilate alcune pentole e altre stoviglie, certamente da giorni.
Adiacente al muro principale del piccolo locale era appoggiato storto un tavolino pieghevole e senza dubbio traballante, sotto al quale erano state malamente infilate due sedie assai sgangherate, da campeggio.
Un tendone beige pesante oscillava a qualche spiffero che senza fatica filtrava dai serramenti in legno, anch’essi malridotti, che avrebbero volentieri gradito una messa a punto e una bella lucidatura.

Mario, regalandosi una stiracchiata, spense la televisione. Già da ore stava così, incantato dietro la sua bottiglia ad osservare il canale dei documentari. Se avesse lasciato trascorrere soltanto un’altra manciata di secondi in quella posizione, si sarebbe addormentato. I suoi occhi lucidi, a causa degli innumerevoli sbadigli, faticavano sul serio a restare aperti e dovette compiere un vero e proprio sforzo per schiudere solo un po’ le palpebre e poter osservare l’orologio del Mulino Bianco, in plastica che ticchettava appeso alla parete: le undici.
Ogni mattina trascorreva più o meno così da un paio d’anni a quella parte.
Eppure l’omone si coricava sempre a tarda ora, tuttavia mai abbastanza sfinito; e giusto il tempo di sonnecchiare malamente tra una giravolta e un’altra in quel grande letto matrimoniale freddo e rimasto da troppo tempo parzialmente vuoto, si ritrovava presto sveglio con il canto del gallo e sempre alla solita ora: intorno alle 6.
Così Mario riusciva ad annoiarsi già in mattinata. Era diventato apatico e pigro. Proprio per questo motivo avrebbe desiderato avere un sonno migliore ma d’altronde… se nella vita subentra l’abitudine… Quando si trascorre più di mezza vita puntando la sveglia alla stessa ora, festività comprese, si rischia di rimanerne fisiologicamente assuefatti e non rimane che rassegnarsi completamente e anelare in una lunga dormita almeno ogni tanto, cosa assai probabile quanto il realizzarsi di un miracolo.
Tornando al nostro grosso Mario, lo troveremo pronto a varcare la soglia.
Trascinò i piedi avvolti in orridi calzini di spugna infeltrita. Se mai fossero stati tolti si sarebbero potuti utilizzare come una parte integrante di una scultura.
Con un movimento del piede raddrizzò il primo paio di scarpe che gli capitò sotto al naso, dal quale, per dirla tutta, penzolavano alcuni ciuffi di pelo brizzolato. Le calzò senza nemmeno chinarsi e sforzandone il colletto che, ovviamente, risultava già del tutto sformato.
Si diede una rapida sistematina cercando di distendere alla meglio la felpa almeno fin sotto l’ombelico e viceversa tirando con moderata forza, un po’ all’insù, i pantaloni della tuta in modo da accomodarseli alla meglio in vita per cercare di nascondere in toto la parte terminale del righello del grosso lato b, troppo abituato sul divano a rimanere parzialmente esposto all’aria fresca.
Richiuse dietro di sé l’uscio di casa, semplicemente con una spinta che causò un fragoroso rimbombo che echeggiò nelle scale fin giù alla piccola cantina e svogliatamente diede due giri di chiave.
Si lasciò alle spalle la piccola villetta ormai da ristrutturare con i suoi muri grigi e scrostati e il suo modesto giardinetto infestato da edere e gramigna.
Si avviò piano e con passi pesanti lungo il vialetto che conduceva in centro paese. Avrebbe dovuto acquistare almeno del pane. Camminava lentamente, barcollante e con un po’ di fiatone, sbuffando di tanto in tanto senza un apparente motivo. Percepì qualche brivido, probabilmente avrebbe dovuto indossare la giacca ma se ne infischiò di quel venticello ancora un poco gelido, tipico di un’acerba primavera che spirava frizzante e discendeva giocoso dai pendii dei monti che circondavano la campagna.

Un camioncino adibito alle consegne a domicilio del piccolo negozio di alimentari si arrestò bruscamente sulla stradina sterrata sollevando un polverone che travolse Mario e gli si adagiò ovunque: nei capelli arruffati, sui suoi vestiti scuri e, in buona parte, gli finì anche negli occhi costringendolo a sfregarseli per più di qualche minuto. Sulle prime avrebbe desiderato gridarne quattro a quella sottospecie di conducente tuttavia, lasciò perdere. Dopotutto quel terriccio chiaro non si notava poi così tanto. Se questo fosse accaduto anni prima… Mario si sarebbe fatto certamente sentire, eccome! Ma oramai nulla o poco nulla riusciva a conservare ancora importanza.

Mario sfilò assai instabile e a testa bassa davanti al furgoncino osservando con la coda dell’occhio quel tizio, che non si era accorto di nulla, scaricare due grosse buste della spesa gonfie e lucide e accingersi a depositarle sotto il portico di una villetta dal cui uscio si affacciò un’allegra vecchietta dai capelli bianchi. La donna rugosa sorrise a quel fattorino sventolandogli poi felice la mano sottile in segno di saluto e contemporanea approvazione.

Mario proseguì osservando a terra e di tanto in tanto alzando lo sguardo distratto soltanto dal volo di qualche insetto.
Mario era terrorizzato da api e vespe.
Ancora ricordava quel giorno, all’incirca una ventina di anni addietro.
Mentre raccoglieva goloso l’uva dalla vigna di un amico, per sbaglio ebbe a che fare con un alveare. Se lo ritrovò nelle mani insieme a un bel grappolo dai grossi chicchi neri. Per quanto fu lesto a lanciarlo e a darsela a gambe levate, ma soprattutto entro le proprie possibilità di corsa veloce, fu punto dappertutto da almeno una quindicina di quelle bestie. Da quel giorno monitorò a mo’ di radar ogni volo di insetto che si trovasse nel suo ampio raggio d’azione.
Purtroppo dovette scoprire proprio in quell’occasione di risultarne fortemente allergico e quella fu l’occasione perfetta per far visita, suo malgrado, al più vicino ospedale.
La prima cosa che vide al suo risveglio dopo una parentesi di incoscienza fu la sua Ada accanto al trolley nero.
Sua moglie era accorsa immediatamente al suo capezzale.
Con una velocità inaudita, a seguito di una telefonata, nonostante le troppe lacrime agli occhi le offuscavano la vista, in pochi secondi era riuscita ad infilare diversi cambi di biancheria nella piccola valigia e in men che non si dica gli fu già accanto.

E soprattutto in quel momento Mario notò i suoi bellissimi occhi azzurri, ancora lucidi.
La donna si rizzò in piedi e gli carezzò dolcemente il volto, chinandosi gli lasciò un leggero bacio sulla fronte.
“Mario, sei stato sfortunato. Sei allergico alle vespe. Non lo sapevi vero?”

Quei ricordi gli soggiunsero forti proprio presso la “sosta obbligata”: una panca di sasso posta a metà percorso tra la sua abitazione e il paese. Distese le gambe notando che le toppe sulla tuta e in corrispondenza delle ginocchia, si erano irreparabilmente forate.
Non gli importò. Non le avrebbe mai sostituite.
Ada adorava cucire e ricamare.
Ada le aveva applicate quella sera, chiacchierando allegramente come al solito e raccomandandosi poi con Mario di indossare quei vecchi pantaloni soltanto tra le mura domestiche.
Mario, per tutta risposta, sorrise soltanto lasciando sottintendere che poi avrebbe fatto di testa sua, come sempre.
Ada gli avrebbe “tenuto il muso”. Quando veniva contraddetta era solita chiudersi in sé stessa, ma alla sera, prima di coricarsi, vigeva come ogni volta una specie di legge per cui qualsiasi litigio o incomprensione tra i due doveva cancellarsi tramite il bacio della buonanotte. Non era consigliabile, anzi del tutto inutile, addormentarsi arrabbiati.
E così ogni volta il rituale del perdono si ripeteva, notte dopo notte, e la loro unione grazie anche a questo piccolo segreto, riuscì a protrarsi serena, fino a quel giorno.
Quel giorno in cui Mario cominciò a bere.
Non appena Mario cominciò a percepire la sua pensione, la malattia divorò Ada, piano piano, da dentro le ossa. Ada non perse mai il sorriso, nemmeno quando il suo volto si ridusse alle sembianze di un teschio. Per Mario rimase bella, fuori ma soprattutto dentro.
Conosceva bene il grande tormento che da sempre l’aveva attanagliata: l’impossibilità di dare alla luce un figlio e tutti i momenti di sconforto che assalivano Ada, anche improvvisamente. Quanta sopportazione e quanti sforzi furono necessari per mantenere salda la loro unione!
Si erano conosciuti ancora ragazzi durante la serale di ragioneria, scambiandosi sorrisi e bigliettini nascosti e subito dopo i primi baci. Alla spensieratezza e all’attrazione che muoveva le farfalle nello stomaco seguirono col tempo stima e rispetto, ammirazione e comprensione, bisogni e appagamento.

Mario decise di rialzarsi ma percepì stranamente il respiro ancora un po’ troppo affannoso. Riprese comunque a rilento il suo cammino.
La testa girava più del solito, forse aveva esagerato con il gin a colazione e ciò lo spinse a sollevare un po’ lo sguardo aspirando una bella boccata di ossigeno. Così scorse In lontananza le cime dei monti incoronate da un velo di neve ancora candida e scintillavano contrastando all’azzurro intenso sulla linea dell’orizzonte. Da quanto tempo non osservava più oltre il suo naso? Nonostante fosse stato colto da una strana debolezza non poté distogliere lo sguardo da quel panorama che gli si era improvvisamente rivelato in tutto il suo splendore.

Il respiro tornò istantaneamente affannoso e la vista gli si annebbiò. Si percepì leggero come una foglia e lacerato da un terribile dolore al petto. Si accasciò al suolo con un tonfo sordo tra i ciottoli e la sabbia del viale. Pochi passi ancora e avrebbe raggiunto la strada principale e asfaltata, probabilmente anche più trafficata.
Per una strana coincidenza un’ape gli si posò sul petto. Non se ne accorse nemmeno.
Quando lo caricarono sull’ambulanza qualcuno sussurrò: “ma è il vecchio ubriaco della casa grigia!” Tutti lo conoscevano di vista ma nessuno osava più avvicinarlo. Da quando perse la moglie era diventato burbero e sempre di malumore, nervoso e sul punto di scoppiare come una bomba a orologeria. E beveva, come una spugna. E era sporco, pareva un grosso ratto.

Si narra di una leggenda.

Pochi mesi dopo la vicenda, verso la fine dell’autunno, un gruppo di bambini si avvicinò a un’abitazione abbandonata. Come spesso accade, le case disabitate vengono volentieri prese di mira dai ragazzini che per trascorrere qualche ora all’insegna dell’adrenalinico divertimento e di qualche forte emozione, soltanto dopo essersi narrati paurose storie di fantasmi, stregoneria e altri racconti del genere, vi si inoltrano coraggiosamente, eccitati e magari ridacchiando.

Il caso volle che il ragazzino più alto si sollevò sulle punte dei pedi per osservare gli interni della casa stregata. Spiando così difficoltosamente dall’unico piccolo varco tra le edere arrampicate su quel vetro ormai del tutto opaco, giurò di aver scorto nella penombra un piccolo tavolino ricoperto dalla polvere, circondato da numerose scarpe vecchie e al quale era appoggiata una bottiglia vuota. Osservando meglio, di sbieco, gli apparvero due sagome illuminate da un flebile lumicino: forse una donna china che sembrava intenta a cucire e un omone, davvero grosso, molto grosso, che le stava accanto e le carezzava i lunghi capelli bianchi.
I discoli fuggirono a gambe levate e da quel giorno nessuno osò più oltrepassare quella recinzione pericolante col suo cancelletto sgangherato.

Occorsero svariati anni affinché l’abitazione fosse messa all’asta ma, per qualche strano motivo, ancora oggi risulta invenduta.
Tutti gli abitanti del piccolo paesino, proprio tutti, sono convinti che, ben nascosta tra le erbacce, la piccola casetta grigia sia ancora abitata dagli spiriti felici di Mario e Ada.

THROUGH A DREAM OF TRUTH

Dopo il crepuscolo la notte iniziò a disegnarsi, coprendo come un mantello scuro le colline a est. Dal parapetto della finestra, lei attese con calma. Gli occhi le brillavano intensi, piccoli smeraldi nell’ombra. Il desiderio iniziò a crescerle dentro, disperato e inesorabile. Il viso pallido e dolce non tradì però alcuna emozione. Ava assaporò quelle ore magiche, ammirando lo spettacolo del tempo che si fermava tra le stelle. Poi si accorse di qualcos’altro.
Una luce flebile risalì il viale che conduceva al castello tra i boschi, l’unica via di comunicazione esistente con il paese. Una lanterna, probabilmente. La giovane donna sorrise. La sua vestaglia di seta viola svolazzò via in un colpo morbido. Alla finestra non rimase che il buio.

Lui l’aveva vista. Era un sogno, certo, un altro stupido sogno, ma lei era così attraente e misteriosa. Stavano giocando a scacchi in un luogo senza nome. Lei sorrise mentre faceva la sua mossa. Lui invece non riusciva a concentrarsi alla partita, rapito dalla figura della donna. Poi allungò il braccio per muovere il pedone ma accadde tutto alla svelta, senza controllo.
La pedina della regina si ingigantì mentre un soffio di vento gelido scaraventò lontano la scacchiera. Lei rise con malizia. Tutto intorno tremava e la pedina si trasformò in un enorme pipistrello imbrattato di sangue. Lui gridò alle ombre, al pericolo, al buio soffocante. Ma il pipistrello, anzichè aggredirlo, spiccò il volo portando via la donna mentre ancora rideva. Lui cadde in una voragine, senza speranza, in preda al terrore. Al risveglio, ansimante, riflettè a lungo sull’ultima immagine del sogno, quel castello in fondo ai boschi illuminato dalla luna. Capì. E ghignò.

Un fruscio sommesso nella sala aperta. Ava ascoltò immobile, quasi fremendo dal piacere. Lui era arrivato, finalmente. Lo aveva aspettato con pazienza, fin dal termine della luce solare così invadente di quel giorno. Ne riuscì a distinguere soltanto la sagoma alta e consistente. Aveva spento la sua lanterna e rimasero entrambi in quella lugubre penombra, distanziati dal vuoto che parve eterno. Un lungo sospiro, poi la sua voce chiara strappò quel silenzio.
– Ho fatto un sogno, Ava.
Lei gli sorrise dolcemente e il bianco dei suoi incisivi scintillò come argento. Avanzò di un passo, silenziosa come una gatta. Lui strinse i palmi delle mani e sospirò ancora.
– E’ stato breve ma intenso. C’eri tu.
Ava mosse l’altro piede.
– I sogni possono essere lo specchio della vita. Sono come le emozioni che ci fanno assaporare ciò che facciamo.
Lui deglutì e sfilò lentamente qualcosa dalla cintura.
– E dimmi, mio caro… cosa è accaduto? Cosa hai potuto ammirare in quello specchio?
L’uomo le si avvicinò, senza rispondere. Ava fu più lesta e riuscì ad abbracciarlo. Il suo corpo era bollente come l’inferno.
– Ho visto quello che non riuscivo a intuire.
Ava continuava a tremare, stavolta per un alone di angoscia che bisbigliava un sospetto nella mente offuscata dalla sete.
– Allora ti è stato utile…
– Si, è così. Ma tu tremi, Ava. Perchè?
Lei scosse la testa e si strinse al suo petto. Poi avvicinò le labbra fredde e morbide sul collo, così pulsante di quella vita che lei voleva bere. La lama affilata del coltello dell’uomo intervenne fulminea. Straziò con violenza e precisione il petto di Ava, all’altezza del cuore. Lei si accasciò, coperta dal suo stesso sangue. Rantolò al buio con gli occhi colmi di sorpresa e dolore. Lui si inginocchiò e la baciò sulla fronte.
– Vuoi sapere cosa ho visto? La morte che è riuscita a vincere l’amore, il mio amore per te, Ava. La morte avrebbe dovuto colpirmi e invece ha portato via solo te. Dunque mi è stata concessa un’altra occasione per continuare a vivere…
La bella vampira rimase immobile, in agonia. L’uomo che aveva sognato di precipitare in un abisso infinito fissò quel corpo ormai anonimo.
Poi iniziò il suo nuovo pasto.

Il desiderio dei fiori (versi e immagini)

Stavolta dei versi nati per accompagnare la prima di queste mie immagini, che è stata ispiratrice delle successive. La rappresentazione, con questi fiori, di un desiderio che si sente, ma si può solo sfiorare.


Si sfiorano,

sensuali petali.

Come dita di seta,

cercano

l’amato fiore

sbocciato insieme.

E’ il desiderio

di un brivido,

un solo brivido,

nell’algido

bianco e nero.


Immagine digitale di Lucia Lorenzon

Immagine digitale di Lucia Lorenzon

Immagine digitale di Lucia Lorenzon

Immagine digitale di Lucia Lorenzon

Immagine digitale di Lucia Lorenzon

La ”Lei” 

E’ lei e soltanto lei, il disastro d’un sogno inatteso, magari poi o magari se. Potrebbe cambiare o tormentare un’altra ciocca di capelli. Ci fosse il momento per di qua il cambiamento. Chi potrebbe dirlo? ”Qui, sei molto più eloquente” indicando con un dito  la sua testa. Da cornice un mezzo sorriso. Chi avrebbe potuto dirlo o ipotizzarlo, una notizia, una frase, un augurio. Progettando. La radio nella testa senza poter staccare la spina. Sei, devi, fai, costruisci. Per chi stai combattendo i mulini a vento?  Credi ancora che scalando la montagna tu possa trovare una meritata pace, intoccabile? Stai riguardando eventi del passato. Riviste e spolverate sotto una vivida luce di esecuzione.

IL GATTO TIRANNO

I gatti maschi, si sa, spesso non vanno d’accordo e se sono fratelli, presto se lo dimenticano.
E questa fu la fortuna del topino, che malgrado la sua rapidità, era finito nelle grinfie del gatto più forte dell’intero quartiere. Era un gatto siamese di dimensioni impressionanti, tanto che, per la
sua forza e per la sua cattiveria, era soprannominato: il tiranno.
Il topolino stava tra le zampe del gatto e aveva il cuore che gli batteva a mille e la paura che gli paralizzava i piccoli muscoli. Aveva perso ogni speranza e il suo forzato irrigidimento stava esasperando il gatto, che non aveva certo la voglia di starsene a giocare con un topo che non gli dava soddisfazione. Ogni tanto gli dava qualche spintarella con l’enorme zampa per indurlo al movimento, ma il topo era troppo spaventato per muoversi. Stava immobile, ma era attivo con il cervello, tanto che d’improvviso ebbe un’intuizione che quasi per magia gli permise di muovere almeno i muscoli facciali e porre una domanda: “Tiranno?” Il gatto rispose.
“Senti”, aggiunse il topo, “sai che tuo fratello Esposto, quando mi catturò, mi diede l’opportunità di tornare alla mia famiglia, di salutarla, con la promessa di tornare poi tra le sue grinfie?”
“Ma vedo che non l’hai fatto se sei ancora qui a raccontarmelo” rispose severo il siamese.
“Invece no”, rispose sicuro il topo. “Sono tornato da lui, perché lui mi ha dato un’opportunità grande e ad un gatto così galantuomo non si può disubbidire”. “E perché dunque sei ancora vivo?” domandò perplesso il tiranno. “Perché poi, per aver mantenuto la parola, mi ha fatto la grazia. Ah, lui sì che è un gatto nobile!” recitò il topolino. “Pensi che io non lo sia?” chiese il gattone. “Questo non lo posso ancora dire”, disse astutamente il topolino.
“Ti faccio anch’io la grazia”, sostenne il siamese, che non voleva essere da meno di suo fratello, che tra l’altro non gli stava nemmeno simpatico, soprattutto perché era amato da tutti per la sua gentilezza e per la sua simpatia. “Ma ti do pochi minuti per tornare qui tra le mie grinfie.”
Il topo fece un inchino, ringraziò e tornò a casa, ma sparì per sempre dalle grinfie del tiranno.

di Stefano Re

Il mio giardino.

agrifoglio_ng3

I merli si poggiano incerti e oscillando sui rami dell’ agrifoglio. Schiudono i loro becchi per rubare le tonde bacche mature, così tanto rosse da sembrare quasi finte.
Alcuni alberi scuri e spogli del mio giardino si stagliano aperti in controluce nel cielo terso e sereno quasi a volerlo sostenere. Un venticello mi solletica il naso e l’erba dorme il suo consueto letargo, umida e corta, dondolando cullata da un imprevisto tepore. La neve non l’ha ancora avvolta nella sua gelida coperta, al contrario l’aria pare piuttosto primaverile e il sole ospita tra i suoi fasci dorati e luminosi svariati voli, leggeri passaggi spensierati di insetti e altri giocosi uccelli e persino di una farfalla che, forse, ha sbagliato stagione.
La felce accanto al muro è rinsecchita tra il poco muschio, fine. Tuttavia i cespugli di rose offrono soltanto fusti mozzi e spini.
L’abete ha conservato la maggior parte dei suoi aghi e qualcuno ha pensato di addobbarlo a festa con ghirlande di fili elettrici che di sera si trasformano in lucciole vanitose e luccicanti che pretendono attenzioni.
I bambini sono stranamente silenziosi, nelle proprie case, persi nei giochi o con le teste chine dentro ai libri, o piuttosto tra i loro ingenui sogni.
Profumi buoni di cibo sgattaiolano dalle fessure delle finestre decorate da strati vaporosi di condense.
Ecco che qui ove tutto tace, persino la provinciale, oggi mi giungono chiare le campane e ora, forse per la prima volta, percepisco lo spirito del Natale: proprio adesso che tutto è finito.
Osservo i grossi sacchi dell’immondizia gonfi e tirati, trasparenti e abbandonati al ciglio della strada proprio accanto al cancellone di ferro battuto e contenenti carte colorate accartocciate e nastri di ogni colore.
Ogni giorno ci dona qualcosa che il domani renderà ricordo. Qualcosa che, a volte non ha forma, non ha incarto e mai sarà da buttare. Qualcosa che nessuno potrà portare via. Qualcosa che diverrà parte di noi.
Vita, si chiama vita.
Rapidamente svanisce ogni nota di malinconia.
Mi sento felice e pronta ad accogliere il nuovo anno.
Torno in casa richiudendo piano la porta-finestra mentre osservo il mio volto riflesso nel vetro. Sorride.

24 Dicembre ’16

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Lev Tolstoj

E’ un single trentenne al banco della frutta, ha in mente un’immagine distratta dell’ultima donna con cui è stato “con chi passerà il Natale” si chiede, mentre valuta il prezzo di un Iceberg e di una classica lattuga verde a foglie larghe. A chi rivolgerà le sue attenzioni? Butta dentro al carrello la lattuga, proseguendo a passo spedito. Sente qualcosa andargli storto dentro, un pezzo incrinato che vorrebbe ignorare. Bambini urlanti qualche metro più in là, una giovane coppia che discute sul menù della sera, una famiglia al completo che aspetta il turno alla cassa, un anzianotto col bastone a passi misurati va verso l’uscita.

Il nostro giovane ha deciso per l’insalata e per qualche fettina di carne, manca il contorno di lenticchie che sa dove trovare. Un abitudinario del punto vendita.

Il bambino ha scelto il pacchetto di caramelle dopo aver rovistato tra quelli esposti, ne ha fatti cadere diversi “Riccardo!” lo richiama la madre “quante volte ti devo dire ancora di non prendere le cose che non sono tue?” “voglio questo” i bambini se ne fregano delle regole, sanno come rendersi felici. E’ Natale, pensa la mamma, mentre ripone il pacchetto nel carrello, aggiungendo mentalmente alla somma che hanno raggiunto. Cerca con lo sguardo il marito, intento allo smartphone. Ecco una parte dei soldi della tredicesima, avrà un’altra? Soppesa. Il marito raccoglie lo sguardo e ripone in tasca il lucente nuovo gingillo, la raggiunge e le stampa un bacio sulla fronte “mi hanno chiesto un cambio turno al lavoro per questo Lunedì”, “vorrà dire che sfrutteremo il tempo a disposizione” sorride lei, rassicurando entrambi.

Il nostro giovane verso la cassa, aggiunge un pandoro in esposizione vicino al nastro della cassa. Rigorosamente senza canditi, come ogni anno a questa parte. Arriva il suo turno, saluta la cassiera “anche stasera sei di turno, gioia?” “Per poco, sei l’ ultimo, smonto tra dieci minuti” “oh, guarda…ho giusto tutto il tempo per aspettarti”. 

Passa il resto del tempo fuori dal market, fino a quando una giovane ragazza dal caschetto biondo si presenta davanti “ti piace proprio prendere freddo”, “no, mi piace sapere che sarai mia tra qualche minuto, dopo aver comprato le mie solite cose”. Andava avanti così da sei mesi, chi trovasse più agio in quel tira e molla, non è chiaro. 

Imbosca la macchina vicino al magazzino del market e lascia accesso il riscaldamento. I vetri della macchina sono del tutto appannati, mette le sicure alle portelle “non si sai mai…” ride lui, lei ha steso il sedile “allora? Ho freddo”.

La famiglia al completo è uscita, il bambino corre verso la macchina con la bocca piena “Riccardo, una caramella, non tutte, dopo ti viene male al pancino” fa un largo sorriso “vaaa beenee”,  riempiendosi la bocca “ssssshhoonnoo buuhhhone” “Riccardo insomma! Sputa fuori, subito!” non riesce a ridere “nhoo” si gusta il momento e va a sedersi in macchina. Il padre ripone la spesa “tesoro non prendere freddo, entra anche tu, si gela”. Entra e fa partire il riscaldamento, girandosi verso il figlio “ti ho detto di sputare fuori” il bambino indica una macchina bianca in lontananza, illuminata dal lampione “guarda quella macchina bianca, forse rotta, è accesa senza muoversi, che fumo fa!” i genitori si guardano in modo ammicchevole dallo specchietto retrovisore.

“Oh, … così” il nostro giovane ha puntato sulla sua serata migliore  “sempre, magnifica” ansima. Torna sul sedile del guidatore, bastano due minuti ed è pronto per ritornare a casa. “Rimani il più veloce di tutti i tempi” fa lei con una nota di delusione. Lei che come altre, forse spera di cambiarlo, in meglio? Si sistema a sua volta e scende dalla macchina “stammi bene, maratoneta” un veloce bacio umido. Il nostro giovane fa retromarcia e torna verso casa, la ragazza dal caschetto biondo ha un compagno che sta aspettando. Un compagno che probabilmente ha preparato uno dei suoi piatti preferiti e sta come una docile bestiola sul divano comprato insieme qualche mese fa all’IKEA.

Il bambino durante il tragitto verso casa ha finito il pacchetto “ultima!” esulta estasiato, nel mentre emette un terribile lamento e prova a tossire “Riccardo! Riccardo! Accosta! Accosta subito!” Frena di colpo ed una macchina bianca in corsa passa a suon di clacson e lampeggianti. Scende la madre in preda alla paura e all’ansia, d’istinto apre la bocca, ma non vede nulla. Mette in atto una manovra da primo soccorso insegnategli ai tempi dell’università. Il bambino spunta a getto la caramella intera. Finisce col piangere disperato, mentre la madre lo stringe al petto tremante “adesso basta caramelle per un mese intero!” “nono, basta sempre!”il padre guarda la scena sentendosi inerme.

Il nostro giovane ha steso le gambe, messo a cuocere il riso ed in ammollo la lattuga tagliata. Che pazzo quell’uomo in strada! Stavo per investirlo, ripensa arrabbiato all’evento della serata. La ragazza dal caschetto biondo non gli ha scritto come faceva di solito, potrebbe farlo lui, ma ricorda di non volere responsabilità. Controlla la cottura e accende la tv, danno una commedia romantica. Si ricorda di dover scrivere ai suoi genitori, ma non parla con loro da diversi anni, ogni anno pensa di doverlo fare, poi ogni scusa è valida per rimandare. Il riso è pronto, lo passa sotto l’acqua tiepida e riempie il piatto, aggiungendo il condimento che aveva preparato. Toglie la lattuga dall’acqua e strizza nella centrifuga. Suonano al campanello, chi sarà a quest’ora di cena? Che noia. Fa finta di non sentire e continua a girare l’insalata. Drriiinnn “lo so che sei qui, apri e non fare lo stronzo” una voce femminile gli trapassa il cranio. Perde dalle mani la centrifuga che sbatte rumorosamente per terra, pezzi verdi risaltano ovunque sul bianco del pavimento con quelli di plastica della centrifuga “porca miseria!” impreca al vuoto. 

Va verso la porta “che vuoi?!” è proprio lei, la ragazza dagli incredibili occhi scuri “hai sbagliato porta o serata”, vorrebbe fare il duro di turno, ma riesce difficile e sente le mani tremargli dall’emozione “va bene così…” fa lei, lo spinge dentro e richiude la porta lentamente. Raccoglie i pezzi per terra e trova della carta per asciugare il pavimento, conosce bene quella cucina. Lui rimane al centro della stanza, guardando, assaporando l’energia della sua vicinanza. 

“Dovresti chiamare i tuoi genitori è molto tempo che rimandi, almeno per queste feste”.

Lui ripensa, la guarda negli occhi, prende in mano il telefono e compone un numero che non faceva da diverso tempo, al secondo squillo risponde una voce femminile.

“mamma?”

La madre ha riposto la spesa ed apparecchiato la tavola, sente i postumi dell’adrenalina per lo spavento di qualche ora prima. 

“Tutto bene? Non parli da quando siamo ripartiti”chiede al marito. 

Il bambino scarta il regalo di Natale in anticipo, dalla saletta dei giochi sta cercando di capire cosa contiene.

“no, è solo che… sei stata incredibile”  risponde lui con un filo di voce.

“mamma!” 

Come gocce di pioggia…

Quante volte vi sarà capitato di guardare la pioggia cadere, infinite volte. Ma quante, vi siete soffermati ad osservare, attentamente, quelle minuscole gocce d’acqua, oppure avete seguito con lo sguardo il loro percorso sui vetri di una finestra o di una qualsiasi superficie trasparente. E’ davvero stupefacente accorgersi delle mille peripezie, delle traiettorie inaspettate che queste piccole perle d’acqua sono in grado di affrontare.

In un lungo pomeriggio invernale me ne stavo intenta nella lettura di un romanzo di avventura. La mia attenzione fu attratta però dal tamburellare della pioggia incessante sui vetri della grande finestra del soggiorno. Il fragore ovattato di un tuono in lontananza prefigurava l’avvicinarsi di una gran temporale. Pioveva da diverse ore ormai. Il cielo incolore rendeva il paesaggio slavato, come in una foto in bianco e nero. Le mille gocce si rincorrevano veloci su quel vetro opaco, le seguivo con lo sguardo per scoprire quale sorte il destino avesse riservato loro. Alcune si precipitavano dal cielo con una tale violenza da dividersi, in tanti minuscoli rivoli, che percorrevano brevi percorsi, in direzioni opposte. Altre gocce, più grandi resistevano all’impatto e s’andavano ingrossando, man mano che si univano alle altre gocce incontrate sul loro cammino. Diventavano enormi, resistevano a lungo, fino al limitare della finestra, dove però, inevitabilmente terminava la loro folle corsa.

Quest’immagine delle gocce di pioggia, del loro tortuoso percorso mi induceva a riflettere su quanta similitudine esistesse tra loro e la fragile vita degli uomini. Non siamo anche noi, forse, minuscole gocce, in balia di una sorte incerta, della forza impetuosa del vento, del rombo potente di un tuono di una vibrazione, di un qualsiasi evento improvviso che può travolgerci e cancellarci.

Siamo gocce, che incontrano altre gocce. Uniamo i nostri destini, ci separiamo forse, seguiamo traiettorie diverse. La nostra speranza è legata all’effimera durata di un temporale. Sappiamo che poi tornerà infine il bel tempo e che un tiepido raggio di sole illuminerà la nostra eterea essenza dissolvendo dolcemente le nostre vite passeggere…