La Sposa Felice

La ragazza guardò nuovamente la sagoma del vestito dentro la fodera crema. A terra erano adagiate le scarpe candide e di lato, sulla poltroncina azzurra, in un ordine preciso, la lingerie da indossare. Era tutto perfetto per il giorno delle nozze e di questo doveva essere paga, ma lo stesso aveva chiesto di stare un po’ da sola, per riflettere almeno mezz’ora.
La sorella piccola se ne stava in un angolo del grande soggiorno a guardare con stupore le dita della mano, soprattutto le unghie e la forma della macchia chiara che denunciava crudelmente la sua indole bugiarda. O almeno questo le avevano raccontato e così pensava sinceramente che il mondo andasse.
E in maniera simile anche la madre, con svagata attenzione, ammirava le sue mani, interrogandosi sulla tenuta dello smalto e ragionando della stanza chiusa della figlia che aveva chiesto mezz’ora per stare sola. Pensava con un certo timore ai casi della vita e alla volta che anche sua sorella grande, proprio il giorno delle nozze, era stata per mezz’ora chiusa nella stanza e poi ne era uscita a dire che niente, non se ne faceva più niente e che tutti gli invitati potevano andare via o approfittare della festa ormai pagata, cosa che in pochi intimi accettarono, ma a sentir loro solo per confortare con caloroso affetto la parentela prossima. Si guardava le unghie e le mani leggermente corrugate dalla vita di madre e attendeva ansiosa il riapparir della figlia, pronta a quel giorno che a dio piacendo l’avrebbe resa sposa.
La ragazza stava intanto sulla poltrona sotto la finestra, preoccupata anche del tempo incerto, per quelle nozze che lei aveva voluto all’aperto e capite quanta fatica ed elemosine c’erano volute per convincere padre Marchese ad accettare quell’inusuale rito. Ah! e le granite e i sorbetti che aveva preteso per rinfrescare gli ospiti avrebbero ora avuto successo tra gli invitati? Perché c’era voluto il bello e il buono per far quadrare ogni cosa e adesso quel tempo, quell’improvviso rigurgito di inverno tardivo, metteva sossopra tutto quanto, soprattutto lei che guardava fuori e pensava.
La serva fidata, pettinava con dolcezza i capelli della sorella mezzana, all’oscuro della tensione che inondava la casa e il quartierino di abitazioni familiari limitrofe. Pensava al ragazzo con gli occhi nocciola che aveva recapitato l’ultima cesta di fiori: aveva fatto un movimento appena, tipo un sorriso, ma non proprio intero, solo un accenno che forse era per la cesta o per la mancia o, chissà, per lei. Pettinava e sperava di riveder quel sorriso, ma intero e aperto, insieme un ciao come va o forse era troppo chiedere per sé così tanta bellezza, per lei che in fondo era carina sì, ma ne vedeva tante e tante in giro, con quei corpicini che al loro passare facevano girar gli occhi e il busto ai signori e che signori! E pettinava.
La gatta, almeno quella, era serena e dormiva raggomitolata sul solito davanzale adesso un po’ in ombra. La madre ogni tanto alzava lo sguardo e la controllava e nel mentre rifletteva che mezz’ora doveva essere passata da un po’, ma che no, non era ancora il caso di bussare e chiedere tutto bene piccola mia? Perché le risposte dopo vanno gestite e così su due piedi, senza un’ipotesi, un piano corretto, ecco, meglio starsene buona buona, aspettare che le cose si dispongano al meglio, naturalmente, senza fretta, perché adesso mio dio, anche un’ora che volete che sia di fronte alla vita, a tutta una vita. Ed era da comprendere la ragazza o davvero credete che ognuna di voi in questi momenti si sia sentita certa di prendere la sua vita intera e proiettarla su di un unico ingenuo futuro; che non abbia guardato il vestito, le scarpe, il modo di procedere delle cose senza alcuna paura? Pensate che non ci stia una mezz’ora, o un’ora, o anche un giorno intero di pensieri incupiti? Che bisogna lasciar fluire via, come il nero della biancheria sporca, che risciacqui con cura e strizzi per rinnovare il nitore, facendo svanire il bruno dell’acqua nel vortice dello scarico.
Il padre, già. Di lui sembrava notarsi solo l’assenza. Per carità lui c’era e il suo esserci era evidente nei discorsi reiterati che lo citavano e negli oggetti da uomo che ogni tanto venivano spostati e riordinati. Una camicia candida per esempio, con i polsini e il colletto ben inamidati, che aspettava di essere indossata da un momento all’altro e quindi preannunciava il suo imminente apparire con quel fare bonario e accomodante, ma più spesso rigido e alle volte cupo come si confà al buon padre di famiglia appunto, che in quel ruolo ritiene fondamentale riprendere in modo severo e allo stesso tempo incline a concedere sempre fiducia. E poi buon dio, con tante donne in casa, alcune come si vede addirittura in età da marito, volete che tutto si accomodasse con il sorriso sulle labbra e senza un rimbrotto, almeno ogni tanto e quando ci vuole? Quindi, dicevamo, la madre s’aspettava di vederlo apparire da un momento all’altro per quietare la baldoria delle due sorelle, la piccola e la mezzana, e della serva fidata. Il padre invece guardava oltre, poggiato al davanzale, osservava la sera scendere, i colori in particolare, come se dalle tante tonalità si attendesse una qualche giustificazione. Il rosso fuoco sull’orizzonte e il pallore grigio del selciato nel cortiletto sul quale dava la stanza del primo piano. Nel fare questo, pronunciava un movimento unico del corpo, uno sporgersi un pochino e un pochino ancora, quasi a voler verificare quanto il baricentro potesse sporgersi prima di… E sentiva un dolore, lui e la ragazza lo stesso dolore, come un breve salto di un battito proprio in prossimità del cuore, un asfissiare leggero in gola, anche questo breve. Sentivano entrambi il peso di una faccenda, che sembrerebbe giusto chiamare addirittura felicità, esplodere in una lieve insopportabile angoscia per il procedere del mondo nell’esatta, sperabile direzione. Prendete l’amore ad esempio, splendido per loro, una perla lucente che tutti guardavano ammirati. E la posizione sociale forte e solida, con un futuro sereno e ricco di belle promesse. Ecco, era quello che si erano fermati a guardare, il padre e la prossima invidiata sposa, la troppa inevitabile felicità. Non che ne lagnassero, ma in tutto questo mondo perfetto non potevano non provare terrore per la sua necessaria fine. Sembrava loro che nessuna prova li aveva preparati a questo, allo spegnersi di un sorriso o di un respiro. Nulla. E così leggevano in ogni tramonto l’arrivo della fine di quella immane felicità e non sapevano entrambi cosa fare, come agire, in che modo farsi trovare con forze adeguate.
La madre, giacché le donne a un certo punto della vita pare possano prevedere esattamente cosa avverrà intorno a loro, sapeva che quel baricentro prima o poi poteva ruotare irreversibilmente, ma non ora, non oggi e quindi concentrava l’attenzione su quella porta lasciata chiusa oltre la mezz’ora richiesta. Così stava ferma e non agiva, pensava che le anime in bilico vanno delicatamente maneggiate, che a tutto deve esistere un rimedio anche quando sembra non esserci una soluzione. Tutto questo e tanto altro, finché il tonfo sul selciato non risvegliò ognuno da quel torpore sopportato. Ebbe allora lo spunto per aprire la porta e irrompere nella camera e raggiungere la figlia, in piedi, nella veste da camera, che guardava terrorizzata un alone rosso colorare il pallore grigio del selciato. Era stato un movimento incauto a far precipitare la bottiglia del vermut preferito dal padre dal primo piano della casa? O era solo un espediente per implorare ben altro? La madre comprese che di tempo ne rimaneva poco e che solo una follia della figlia poteva mutare la storia che si stava narrando. Ma fu troppo tardi, perché nella camera a un tratto il padre sorridendo arrivò.
Si narra oggi che di quel matrimonio se ne sia favoleggiato per anni. Si narra che la serva, in un angolo della casa un po’ buio, concesse le sue più intime grazie a un vecchio zio puttaniere incallito che con la promessa di portarla con sé in America un giorno la sposò. Di certo si seppe che la madre pianse tanto, per giorni, ininterrottamente. Passava il tempo con la sua nuova mania di star chiusi con le finestre sbarrate, sostenendo che la luce le provocasse una forma incurabile d’orticaria. E non solo dove lei stava, ma proprio in tutta la casa, come se i colori impregnassero per sempre ogni cosa irritando la delicatissima pelle pallida.
Ma a poco valse questa messa in scena, perché il padre in un giorno di maggio, inspiegabilmente, da un vagone di terza classe di un treno in corsa, scivolò fuori da uno sportello lasciato per disgrazia aperto, forse dopo essere inciampato in un bimbo zoppo dalla nascita, e rotolò sul selciato pallido della stazione di una piccola località sul lago fracassandosi il cranio.
La ragazza, giunta dopo alcune ore insieme alla madre, rimase una buona mezz’ora a guardare la chiazza rossastra di sangue rappreso e alla fine capì e a quanto sembra in quel momento si salvò. Da allora vive e lavora in un bordello di una città di mare della quale nessuno ricorda più il nome.

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Disegna la tua storia – un’immagine di Etiliyle – l’arcobaleno

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È stata una primavera piovosa a Venusia come non si ricordava da molto tempo ma forse come tutti, i venusiani hanno la memoria corta. Quindi si dice sempre ‘è l’estate più calda’, ‘l’inverno più freddo’, ‘la primavera più piovosa’ anche se in realtà non è vero per nulla. Però a Venusia non si parlava d’altro.
«Non ricordo un tempo così piovoso» dice Berto, seduto sotto il tendone davanti al bar da Sghego, mentre sta facendo un partita a scopa con gli amici.
Berto è un omino di mezz’età con una vistosa incipiente calvizia. Non hai mai lavorato seriamente e adesso passa i suoi pomeriggi a giocare a carte come un pensionato.
«Pensa alla partita anziché al tempo» lo rimbecca Martino, il compagno di gioco.
Martino è più giovane di Berto, Alto, allampanato e anche lui poco disposto a impegnarsi col lavoro. Tanti piccoli mestieri per sbarcare il lunario ma il posto fisso non lo interessa. Anzi non lo cerca proprio
«Ha ragione» ridacchia Alberto, che con l’asso raccoglie un bel po’ di denari sul tavolo oltre a fare scopa.
Alberto è l’unico del quartetto che potrebbe passare il suo tempo a giocare a carte. Basso, coi capelli bianchi e i baffi ingialliti dalla nicotina. È il vecchio e dopo una vita a lavorare i campi altrui si sta godendo la pensione. “Poca roba” dice sempre, glissando sull’importo.
Il quarto, Marino, è il più giovane ed è anche l’unico che lavora seriamente. Fisico da culturista, capelli tagliati a spazzola e viso abbronzato per la vita all’aria aperta. Ha uno splendido vigneto, che cura personalmente.
Berto si fa scuro in viso, perché quel Martino è una vera schiappa, mentre i due avversari lavorano bene con le carte. Vorrebbe buttarle via ma si trattiene. Sbuffa, mima con le mani ‘che culo!’ verso gli avversari ma non replica al compagno.
Il tendone ripara dalla pioggia ma gocciola con abbondanza e devono spostare il tavolo un po’ più verso il centro per non bagnarsi con gli schizzi sul marciapiede.
Sul tavolo oltre alle carte ci sono diversi bicchieri vuoti e la bottiglia di raboso con un dito scarso di vino sul fondo.
«Se non ci diamo una mossa» brontola Berto mentre cala un sette per prendere il settebello, «ci tocca di pagare un bel botto».
Martino non risponde, perché le sue carte fanno schifo. “Oggi proprio non è giornata” pensa, pescando un cinque di spade. Alza gli occhi verso la strada e li sgrana per lo stupore. Piove ma il sole illumina la via. Scuote il capo, perché il tempo pare impazzito. Sole, pioggia, di nuovo sole. Un’alternanza davvero impossibile da seguire. Rimane a bocca aperta per lo spettacolo che vede dinnanzi a se.
«Dai, tartaruga» fa Marino. «Cala la carta invece di guardarti in giro».
Martino tiene le carte in mano ma è lo spettacolo che lo affascina. Tra le chiome degli alberi della strada si intravvede una magica visione. Un bellissimo arcobaleno forma un arco sotto cui sta Venusia.
«Che ti prende, Martino? Sei rimasto folgorato?» esclama Alberto che non comprende il motivo dello stupore dell’amico.
Con il braccio disteso indica qualcosa alle loro spalle incapace di parlare.
«Ti sei seccata la lingua?»
«No, di certo» afferma Martino che ha riacquistato l’uso della parola. «Mai visto un arcobaleno simile».
I tre compagni si girano nella direzione indicata dal suo braccio e un “oh!” di stupore esce dalle loro labbra.
«Dai» fa Berto, mettendo sul tavolo le sue carte. «Corriamo dove nasce l’arcobaleno. Chissà se c’è la pentolaccia piena di ducati d’oro!»
Tutti ridono alla sua battuta e riprendono a giocare. Per la pignatta d’oro c’è tempo per cercarla.

Di cosa è fatta la felicità?

Di cosa è fatta la felicità?

Esiste un segreto, nascosto qua o là?

No, non c’è segreto, non c’è ricetta,

di certo non la si costruisce in fretta.

È fatta di cielo, è fatta di mare,

di altissimi monti e sterminate pianure.

È fatta di sole forte e cocente,

di pioggia e di neve, che accarezzan la mente.

È fatta di zucchero e un po’ di sale,

un po’, quanto basta,

chè sulle cicatrici fa male.

È fatta di amore, di abbracci, di baci,

di coccole dolci ed esplorazioni audaci.

È fatta di segreti, intimità, confidenza,

di silenzi, rispetto, ascolto e pazienza.

È fatta di sogni immensi e piccini,

alcuni vicini altri molto lontani.

È fatta di momenti di grande stanchezza,

a cui far fronte con sterminata tenerezza.

È fatta dei tuoi occhi e della tua voce,

della tua mano che stringe la mia e mi da pace.

La felicità può essere anche semplice quiete,

il ristoro trovato dopo una terribile sete.

Una risposta sicura, però, ce l’ho eccome:

la felicità porterà, per sempre, il tuo nome.

Lucia Lorenzon, 11 aprile 2018

Riflessioni dal fondo del pozzo III

C’è che a 26 anni ho paura del buio. Non è normale. O forse sì? In fondo chi siamo noi, piccoli granelli di sabbia nell’universo sconfinato, per decidere cosa è normale e cosa non lo è?

Non avevo paura del buio fino a qualche anno fa, fino a quando le tenebre hanno iniziato a farsi nuovamente strada, striscianti. C’è che certe ferite restano aperte e forse non si richiudono mai. C’è che scrivo troppo poco e resta tutto dentro.

C’è che i pregiudizi sono tanti e il veleno ancor di più. Fanno paura le teste bacate. Come potrebbero non farne quando la “pazzia” può colpire chiunque, all’improvviso.

Scusate per i pensieri sconnessi e bui, però questo è quello che oggi sono riuscita a tirare fuori. Un pezzetto di anima ferita, nero su bianco.

04/04

Invocate questo pervertito adulatore
che si regge sul piedistallo stanco
e che va in cerca della possibilità di una spiaggia
in una intricata, torturata confusione.

Cosa ci si aspetta da me?
Il regno nei cieli e la coperta sulle spalle?
Qualunque cosa sia progettata
non sono l’adepto prescelto.

Un appetito maligno
mi visita ogni notte
ma non sarà suggellato.

Un dolore suscettibile
sta forando la mia testa
ma non sarà illuso.

Avreste desiderio di qualcosa da me?
Vi sto forse deludendo?
Non sono mai stato d’accordo
sull’ormeggiare alla riva dei santi.

Qualunque delitto abbia commesso
è perchè ho fissato il foro di una pistola.

PER PASSIONE

Venerdì pomeriggio.

“E’ morto?”

“Sì”

“Ma come è successo? L’ho visto l’altra settimana e stava bene…”

“L’hanno ammazzato”

“Ma se era un uomo buono…”

“Mica devi essere un uomo cattivo per morire…”

“Certo, ma ammazzato… Come è morto?”

“In croce!”

“In croce?”

“Sì.”

“Che delusione… Dicevano fosse il liberatore”

“Magari lo era…”

“Non ho mail visto un liberatore morire in croce come un ladro qualsiasi”

“Non sappiamo cosa sia andato storto”.

“Ascolta, diceva di essere il figlio di dio… E poi muori su una croce di legno? Oro incenso e mirra e poi chiodi arrugginiti?”

“In effetti fa pensare…”

“Ci hanno preso in giro; come sempre succede. Tante promesse e poi la solita solfa… nulla di nuovo”

“Eppure questo sembrava diverso”.

“Diverso da cosa?”

“Diverso… Senti un attimo: ma come muore un liberatore?”

“Beh, non lo so. Comunque muore dopo che ha liberato.”

“Ma da cosa ci doveva liberare?”

“Dalla schiavitù di questi bastardi!”

“Però lui non l’ha mai detto. L’abbiamo immaginato noi…”

“E allora da cosa ci avrebbe dovuto liberare?”

“Non lo so… è questo il punto.”

 

Domenica mattina presto.

“E’ vivo!”

“Ma chi?”

“Il liberatore… Quello che è morto in croce…”

“Vivo?”

“Vivissimo. L’hanno visto. Ci sono le prove…”

“Allora non era morto. Mica può risorgere così come un dio…”

“Era morto, era morto!”

“E perché ne sei così certo?”

“Perché la guardia gli ha tirato una lancia per essere sicuro che fosse morto!”.

“Comunque c’è qualcosa di strano… è come se avesse vinto sulla morte.”

“Sembra…”

“Resta il fatto che non è un liberatore. Forse è un posseduto come dicevano”.

“Cioè?”

“Intendo che forse è un diavolo… o uno posseduto dal diavolo.”

“Forse è uno che ha fatto la sua vita come meglio gli è riuscito…”

“Ma ha fatto proseliti”

“Ma non l’ha mai voluto espressamente…”

“Come no; continuava a dire di seguirlo…”

“Di seguire suo padre…”

“Sì, ma chi era suo padre?”

“Un falegname. Un certo Giuseppe”

“è tutto molto strano…”

“Sai qual è la cosa più strana?”

“Dimmi”

“ è strano che ha deluso tutti, che è morto come un ladro, che non ha liberato nessuno, ma tutti comunque ne parlano”

“Sì, su questo hai ragione.”

“Secondo me era un profeta”

“Mah, può darsi. Però che tutti ne parlano è davvero strano…”

 

Un anno dopo

“Ti ricordi di quel tale che è morto in croce? Quel liberatore…”

“E chi lo dimentica…”

“Ne parlano ancora tutti… Che strano!”

(di Stefano Re)

SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

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SULLA NATURA DEL TEMPO, E DI ALTRI DEMONI CONTEMPORANEI.

Nello stesso mare si confondono le acque, muta il fondale, si cancella ogni orma sulla battigia: le onde ingoiano o sputano, dipende. Nello stesso cielo le nuvole viaggiano, svaniscono, e ricompaiono un po’ più chiare, più grosse, grigie, o talvolta nere. Sulla stessa terra non un fiore resta al suo posto e non c’è un albero che, trasformandosi crescendo, riesca a offrire i medesimi frutti. Montagne che si accorciano, sguardi che si allungano. Varia il paesaggio, case nuove, strade all’occorrenza, e, sempre all’occorrenza, si fan nuove anche le scarpe. Industrie chiuse, negozi riaperti, forse bisogna, ma mai che serva davvero a qualcosa. Bambini che crescono, vecchi che diventano bambini, o che non ritornano più. Vento che allontana, lo stesso vento capace di scompigliare capelli lunghi, poi corti, anche più bianchi. Roba vecchia da buttar via per altre cose, solo diverse. Muri di casa ridipinti, graffi, segni, spifferi. Non son più buone neanche le fogne. Trillano le sveglie, dopo, pesanti silenzi seguono l’attimo della buonanotte.
Nemmeno il sole pare splendere bene, e sulla luna… chissà cosa si combina.
Tutto cambia, persino il nulla: si credeva fosse niente, e poi, un giorno, ci si accorge che è tutto ciò che rimane.
Il mondo negli occhi, il mondo sotto ai piedi.

sono qui per caso, musa

Tutto sommato, a volte mi dico, tutto sommato… nel mucchio, talvolta non sai che vedere alla cieca nel mucchio. Uno spettatore esterno in fondo alla sala; che senza aver pagato il biglietto resta a vedere il prosequio. Un po’ ardua a fartene una ragione. Peggio di come viene descritta. Riesci a vederla meglio del “se così non fosse? Invece che essere la solita “se così non fosse, se così non esistesse”?

Qualcosa a tenerla poi, una parte fissa da qualche parte nel corpo che non si muove da un po’, a volta resto a guardarla, a fissarla, la mia àncora ferma.

Nulla che riesca a smuoverla “ho più valore del resto”.

Dev’essere questa presa di posizione, questo ricordarmi che ci può essre di meglio. Questo che ad oggi m’impedisce di naufragare in acque tobide. Come un allarme che scuote, quando m’ assopisco.

La parte divertente, o meglio, la parte che più gli dà luce e sapere che non ne sono stato l’artecife, è stato un regalo.

Ad oggi non mancano i momenti in cui distruggerei ciò che sto creando, per me stesso soltanto.

No, non mancano.

Vorrei poterli mandare a pezzi e poi lasciarli scivolare via, per la mia impotenza verso gli eventi, ma poi non so. Rinsavinisco, riprendo fiato, come si dice? Da qualche forma di malanno interiore che è quasi un’influenza di stagione, passa da sè e riscopro che “è come dovrebbe essere ed è, non come volevo, ma meglio di come lo immaginavo”

Sono qui per caso, smarrito e combattivo. Dov’è il mio pezzo di Vita?

Il Bigliettaio

Dietro questo vetro transita il mondo. In tanti svagati si spostano lenti osservando il tabellone dei treni in arrivo e in partenza, mani in tasca, una destinazione tra i pensieri. Sono spesso uomini, meno donne e deve esserci un motivo per questo, una specie di selezione nella fila per il biglietto o forse è la natura stessa dei viaggiatori di questa stazione a indurre questa statistica.
Entrano dalle grandi arcate dell’ingresso centrale, scrutano intorno per capire dove è meglio dirigersi, poi si avvicinano e accostano la bocca alle feritoie del microfono esterno. Specificano luogo, ora, chiedono quanto. Vorrei alle volte domandar qualcosa di loro. Tipo perché vadano in quel preciso luogo e come mai proprio oggi. Certe volte piove e soffia un vento freddo, che fa ringraziar iddio di potersene stare in questi cubicoli tiepidi e invece capita che il tipo bassino chieda un biglietto per una località di mare, nemmeno vicina. Una volta sola mi informai sul perché volesse andare proprio lì, giusto in quel giorno di bufera. Una volta sola, perché il tipo bassino mi guardò male, come se insano fosse l’interesse per i fatti suoi. Ma no, no, era solo per capire, per trovare un nesso tra i vari luoghi che ascolto citare ogni santo giorno e le facce in attesa dietro il vetro. Cos’è? Sono casuali le tante destinazioni che avete in mente o hanno una logica, una regola non immediata da comprendere per me? Una sola volta provai a capire, poi basta, poi solo tepore sintetico del cubicolo, mentre gli aghi della stampante acquistata dall’amministrazione incidevano il cartoncino spesso del biglietto con i dati utili. Ecco, per voi tutto ciò è solo una transazione tra voi e la burocrazia ferroviaria. Non vedete me essere tramite, né il mio inquieto cambiar posizione sulla poltrona, pur essa dell’amministrazione, per scaricare in punti mutevoli il contatto corpo/proprietà aziendale e la mia stanchezza di uomo. No, non lo vedete avvenire: io o una macchina, io o la stampante ad aghi siamo comunque l’oltre il vetro. Adoperiamo le nostre energie per fornirvi il tagliando che autorizza a salire sul vagone, a sedere nel posto che l’algoritmo ha assegnato. Ci pensate? Sono decine i posti e il caso o la simulazione elettrica ha scelto quello per voi sino all’arrivo finale, come una sentenza sino alla meta. Perché voi per fortuna ne avete una codificata dal numero inciso dagli aghi, che si materializza nella destinazione reale. Io invece no o forse sì se per meta s’intende questo cubicolo e per scopo il pronto rifornire i rettangoli di carta dalla fessura alla base del vetro per poi vedervi gelidamente allontanare con l’ipocrisia di un grazie.
Lei invece arrivò tenendo stretto un incarto cilindrico al petto. Dietro il vetro provò a sbirciare lo spazio che occupavo, le mie mani, il fatto che avessi tolto il giaccone per muovermi agevolmente sul minuscolo piano di lavoro. Disse buongiorno. Anch’io. Disse si gela oggi. Risposi davvero si gela. Poi si zittì, quasi aspettasse lei una mia richiesta. A quel punto dovetti provare io con il dove. Non sapeva. Dissi che senza un dove era complicato anche il quando. Lei si guardò come smarrita intorno, poi si informò sul primo treno in partenza. Risposi con un luogo che però non ricordo, strano, ché di regola memorizzo finanche le monete di resto che consegno. Ma per lei la mia attenzione fu sconnessa dai singoli eventi e destinata al suo muovere nervoso le dita delle mani ossute sull’incarto. Disse ok, che andava bene. Prese il biglietto, pagò, andò via.
Sarebbe stata dimenticata come le tante altre facce e corpi se un mese dopo non la avessi rivista dietro il vetro, stesso sguardo smarrito, stessa richiesta d’attenzione, nessuna meta precisa. Questa volta notai che osservava le mie mani, senza parlare, con uno sguardo delicato come avesse paura che ad ogni sfiorare la tastiera potessi subire un qualche trauma dal congegno meccanico. Avrei voluto rivolgerle qualche nuova parola, sapere meglio che so il suo nome ecco. Ma dietro la coda incombeva così lei prese il biglietto, pagò e andò via.
E così ogni mese per mesi, a intervalli pressoché regolari, lei tornava a farsi scegliere una nuova destinazione, una andata e ritorno sempre diversa. Capitava che altri sportelli fossero liberi, ma lei disciplinatamente attendeva il suo turno al mio. Una volta le chiesi il nome, feci finta fosse per una qualche offerta speciale. Lei disse no grazie, che preferiva pagare l’intero per qualche strana ragione. Mai invece domandai lumi su quel singolare comportamento, una forma di pudore la mia verso quella immagine di donna propagata oltre il vetro. Lei ascoltava il nome della destinazione che proponevo, annuiva tranquilla e andava.
L’ultima volta che la vidi arrivò con una valigia nera. La poggiò a terra e mi chiese un città precisa. La guardai stupito per l’abitudine inveterata in quella strana storia di andate e ritorni dei quali io ero in fondo un artefice. Disse che quello era un addio, solo andata verso una nuova storia. Disse che le dispiaceva, che quello che si lasciava alle spalle era più di ciò che l’attendeva, anche perché nulla aveva di certo davanti a sé.
Solo in quell’istante notai la sua pelle, ambrata più della nostra, il suo accento diverso e la sua lingua addomesticata all’idioma non suo. Domandai perché con potesse rimanere, dissi che avrei potuto aiutarla, ché in fondo potevamo essere soli insieme, almeno per un po’, fino a che non avessimo avuto di nuovo compagnia. Lei scosse la testa e disse probabilmente grazie, ma era già lontana ancor prima di prendere il biglietto, di pagare e di andare per sempre via.
E adesso ogni volta, come ora, che una donna varca le grandi arcate dell’ingresso, mi sovviene quel brivido per quel volto dietro il vetro del finestrino del vagone in partenza e per il mio sopravvivere sognando le mete d’altri.

Ti aspetto

Io sono qua. E ti aspetto.
Un giorno, un mese, cent’anni, una vita e anche oltre.
Io aspetto.
Perché l’ amore me lo hai insegnato tu. Perché tu mi hai insegnato la tenerezza, la comprensione, la pazienza e la mancanza di egoismo di chi ama davvero.
Tu mi hai stimata, mi hai sostenuta, mi hai accolta, mi hai aiutata.
L’ amore me lo hai insegnato tu.
Quell’ amore per cui faresti qualunque cosa, quello per cui non esiteresti a sacrificare la vita.
Quello per cui improvvisamente il buio diventa luce, l’ infelicità felicità, per cui la sopravvivenza diventa vita da vivere, e speranza, e sogno.
E allora aspetto; un giorno, un mese, un anno, una vita, e oltre.
Aspetto la tua voce che è carezza nel mio cuore e nella mia mente. È quiete e allegria.
Aspetto i tuoi occhi, per cogliere la bellezza che mi hai insegnato a guardare, ma che ancora sa sfuggirmi. Perché la bellezza è ovunque, mi hai insegnato anche questo.
Così come mi hai insegnato che i draghi sono creature dolci, timide e paurose. Non mostri da sconfiggere.
E che i vinti della storia hanno spesso avuto vite intense, e degne di essere raccontate, tanto e più dei vincitori.
E forse io sono tra i vinti. Ma tu nel tuo cuore sai di me, tu mi hai amata ed è l’ unica vittoria che conta.
Ti tengo la mano, ovunque tu sia.
Accarezzo il tuo cuore.
Ti amo e amo chi ami e gli occhi in cui ti specchi.
Sono qui. Ti aspetto; un’ora, un giorno, un mese, un anno, una vita… e oltre.
Le grandi storie d’amore non hanno pause, mai. L’ amore non va in stand by.
Non può, l’Amore.
Lucia Lorenzon, 13 marzo 2018

“Incapace di percepire la forma di Te, ti trovo tutto intorno a me. La tua presenza mi riempie gli occhi del tuo amore, umilia il mio cuore, perché tu sei ovunque.”

dal film “La forma dell’acqua”