Tutti i santi giorni

Guido rientrò in casa e depose le chiavi nella ciotola di ceramica colorata. Aveva evitato di accendere la luce dell’ingresso, ma la penombra era abbastanza per muoversi in quello spazio familiare.
Toni in cucina stava asciugando due piatti, lo vide entrare e fece un segno per dire “e allora?”
«Andata», disse guardandosi qualcosa di invisibile in una mano.
Toni rispose con un cenno minimo di ok e continuò a sfregare il piatto.
Respirarono in silenzio ancora un po’. Fermi nelle loro inerti posizioni.
Fu per primo Guido a turbare la stasi versandosi un bicchier d’acqua che non doveva aver alcuna voglia di bere. Lo fece solo perché non poteva star ancora fermo in quello spazio chiuso. Ne prese un sorso osservando con attenzione il disegno geometrico stampato sopra e imperlato di condensa. Poi lo lasciò sul ripiano ad attendere di essere vuotato nel lavabo.
Toni finito con le ultime stoviglie, si diresse al balconcino, posò le mani sulla ringhiera e guardò in direzione delle piante, a destra. Di tanto in tanto il lampione vicino faceva un piccolo lampo che ne preannunciava l’accensione. Qualche secondo ancora nell’ultimo chiarore lontano del giorno, oltre i palazzi di fronte. Poi la luce gialla si prese la scena, colorando un gatto maculato fermo lì sotto a leccarsi il pelo.
Toni sede’ sulla seggiola in vimini rovinato, s’aggiustò i lembi della vestaglina e poggiò la testa alla mano aperta. Chiuse gli occhi, per ascoltare le macchine transitare di sotto e sentire l’odore buono del basilico vicino.
Guido deluso dall’acqua si era dedicato all’ultima birra in frigo, armeggiando col manico di una forchetta per cavar via il tappo. Non trovava l’apribottiglia e non voleva disturbare i pensieri di Toni, solo che a quel giro anche lui sembrava incapace di articolare una qualsiasi azione costruttiva. Al terzo tentativo, con un certo dolore all’indice, c’era riuscito e in piedi accanto allo stipite della portafinestra provava a sorseggiare fingendosi interessato anche lui al suono delle auto.
«Dobbiamo prendere una pianta di basilico da Mimmo. Questa mi pare messa male.»
«Non è tempo», disse Toni senza neanche aprire gli occhi.
Guido prese un altro sorso e continuò a guardare fuori, «aspettiamo che torni allora.»
«Il tempo?»
«Sì. Il tempo.»
Si guardarono un attimo per scambiarsi una idea, un silenzio che parlava di una vita insieme, di notti insonni, compiti per le vacanze. Aerei.
«Mino», disse a un tratto Guido come a voler mandar giù un nodo in gola.
Toni aggrottò le ciglia, «cosa?»
«La pizzeria, si chiamava da Mino.»
«Ah!» sospirò appena Toni, «quella dove facevano quel gelato…»
«Nocciola.»
Sorrisero sbiaditi. Un uomo con una valigetta osservò dai due lati prima di attraversare all’incrocio. Già a quell’ora non c’era più nessuno in giro e l’asfalto suonava del suo scalpiccio. La birra era finita e Guido si rigirava la bottiglia vuota pensando che anche quella andava comprata la prossima volta al supermercato in fondo alla strada. A dire il vero iniziava a fare freschino, ma ancora per qualche settimana una birretta la sera l’avrebbe apprezzata.
Toni cambiò posizione sollevando la testa e fissando lo sguardo verso un punto lontano, uno preciso che nella sua mente doveva stare a nord. Non aveva importanza che questo fosse vero, serviva un riferimento cardinale al quale appendere un nome e una volta individuato lo accolse con un sonoro sospiro e un “mah”.
«Cosa?» chiese Guido.
«Niente.»
Guido alzò la testa al cielo per trovarci qualcosa, una stella, una nuvola, uno spicchio di luna da guardare. È ch’era buio pesto, ambrato dalla luce timida del lampione di fronte: buio e nessuna battuta intelligente su quella pizzeria da buttare lì in mezzo a loro due.
«Andrà tutto bene», disse mordendosi quasi la lingua.
Toni però non sembrò cogliere e fece un segno con la testa che andava interpretato. Poteva essere un sì o qualunque altra cosa, ma quella non era serata per porre e porsi domande; al più mandar giù una birra e tener d’occhio il cielo, provando a seguire una stella cadente fuori tempo massimo, esprimere un desiderio e aspettarne l’esito.
Però Toni era lì seduta a dieci centimetri e allora bisognava fare qualcosa, dire qualcosa. E quell’andrà tutto bene gli era sembrato adatto e giusto per quell’attimo; passato quello era però rimasto a mezz’aria, inadeguato.
«Sai cosa non capisco?», disse Toni non distogliendo lo sguardo da quel punto invisibile a nord.
«Cosa?»
«Che alla fine lavori una vita per questo. Inizi che sembra un gioco, poi piano piano ti accorgi che il tempo ti sfugge dalle mani. Lo vorresti fermare mentre hai così tante cose da fare, ma devi correre tra una lezione di chitarra e un saggio di fine anno. Sbuffi perché non vedi l’ora che tutto finisca, perché hai così tante cose da fare.»
Guido osservò il profilo di lei nella penombra della luce gialla del lampione. Non era una espressione triste, stava fissa come se non potesse abbandonare il legame con quel punto. Dava l’impressione che sarebbe bastato un attimo, un battito di ciglia per perdere il contatto per sempre. Superò quel loro ultimo silenzio con un leggerissimo sospiro, per prendere il fiato necessario a pensare di dire, “e poi una sera capisci che non era quasi nessuna importante di quelle cose, ma che comunque andavano fatte tutte. Perché generare significa perdere un pezzo di te per sempre, lanciarlo oltre il tempo, mentre il tempo lo vendi per altro.” Doveva averla letta da qualche parte quella cosa che gli rimbombava in testa mentre le carezzava i capelli mossi dalla leggerissima brezza. Eppure quella frase gli rimase in gola con l’ultima schiuma di birra e il ricordo di nocciola di Mimmo.
Toni si voltò a guardarlo, aveva un’aria stanca ma non tesa. Respirava lo stretto indispensabile per non fare rumore. Sorrise. Forse aveva letto i suoi pensieri o ne aveva tanti simili da inseguire.
«Ne avrei preso un sorso», disse guardando la bottiglia vuota.
Guido guardò l’etichetta sconsolato, «è l’ultima!»
«Fa nulla», disse Toni.
L’uomo con la valigetta tornò ad attraversare la strada. Guido lo riconobbe per la pelata brillante sotto la luce del lampione. Aveva un sacchetto di spazzatura che depositò di fronte questa volta e anche gli abiti adesso erano comodi e informali. Non tornò subito indietro, ma iniziò a passeggiare sul marciapiede perso nei suoi pensieri. Per un attimo alzò gli occhi verso Guido. Aveva gli occhi stanchi gli venne da pensare, non li vedeva da laggiù, ma di questo si convinse. Guido non sapeva come mai di questa conclusione, ma se quell’uomo fosse salito su gli avrebbe fatto notare questo, che aveva gli occhi stanchi.
«Hai gli occhi stanchi», disse Toni.
Guido, sbattè le palpebre. Adesso che ci pensava era tutto il giorno che sforzava la vista su Whatsapp. Organizzare le ultime cose, controllare i movimenti da casa in aeroporto e ritorno. Doveva avere gli occhi rossi come se avesse pianto. Guardò l’etichetta umida della bottiglia per trovare un appiglio.
«Sarà che non tengo più l’alcol», finse di guardare la gradazione per trovare risposte.
Toni rispose con una smorfia fintamente divertita.
L’uomo giù da basso si era dileguato verso la piazzetta con il suo dubbio in testa e i suoi pensieri in bilico su chissà quale desiderio inespresso. Passando accanto al gatto lo avevo guardato appena, ricambiato per lo stretto necessario dal felino, e aveva proseguito giocando con il ciondolo del portachiavi.
Le luci di un aereo bucarono il cielo e in sincronia Toni e Guido le osservarono sbiadire in silenzio. Anche l’uomo con la valigetta, poggiato alla spalliera di una panchina devastata, le vide muoversi e lampeggiando rapidamente scomparire dentro una nuvola buia che per un attimo si rivelò alla notte.
«Vado a letto», disse Toni alzandosi dalla seggiola. «Per il resto dei piatti ci pensi tu?»
Guido fece cenno di sÌ, mentre lei passando accanto lo sfiorò con una mano sulla spalla. Per un attimo ne percepì il calore del corpo, e il profumo intenso dei suoi capelli lavati di fresco. Come sempre guardò la vestaglina scoprirle un po’ il seno. Come sempre da chissà più quanto tempo.
Rimasto solo si poggiò alla ringhiera guardando la strada deserta e l’ombra dell’uomo con la valigetta rientrare verso casa. Giunto sotto il suo balcone alzò nuovamente lo sguardo verso di lui e Guido ebbe la netta sensazione che l’uomo avesse proprio gli occhi stanchi. Si chiese se avesse bevuto anche lui, sottolineando il pensiero con un sorriso.
L’uomo fece un cenno di saluto con la testa che Guido ricambiò, provando a immaginare il nome e la storia di quel tipo solitario con la calvizie pronunciata. E anche cosa portasse in quella valigetta che aveva visto poco prima. Poi, chinato lo sguardo sulla strada, l’uomo continuò il suo viaggio verso il portone di casa che lo inghiottì in un fragore metallico.
Guido ascoltò il silenzio ferito dai riverberi delle tv dalle case vicine. Guardò il basilico esalare uno degli ultimi effluvi della stagione e la luce del lampione svanire in un frantume di scintille minute; rabbuiato il gatto sul marciapiede sfuggì all’improvvisa tenebra portando la sua ombra distante. Guido depose la bottiglia nel bidone del vetro e pensò che l’unica cosa importante era che la primavera sarebbe tornata, insieme al basilico fresco e al gelato alla nocciola di Mino. E che fino a quel punto aveva avuto davvero una bella vita. Aveva ballato tante musiche, aveva letto tante favole, aveva bevuto da bicchieri bellissimi e guardato tante volte il tramonto sul mare. E aveva sentito cantare suo padre, accarezzato sua figlia quando aveva la febbre, abbracciato sua madre quando ne aveva avuto bisogno. E fatto l’amore con Toni così tante volte che anche adesso quello era l’unica cosa che gli andava di fare.
Così diede l’ultimo sguardo a quel punto a nord che significava qualcosa, rivolse un pensiero colpevole ai piatti nell’acquaio e si diresse verso la camera da letto.
Toni come al solito si sarebbe schernita e infastidita, ma la primavera bisognava aspettarla come si deve. E ricordare che esiste tutti i santi giorni.

Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte settima

Prosegue il vostro martirio nel leggere questa ciofeca ma se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

Il viaggio verso Maidstone non era cominciato sotto i migliori auspici. Dopo poche miglia si era rotto il mozzo destro della carrozza. Poi la strada era in pessime condizioni per la pioggia che era caduta copiosa nel mese di aprile, ma nemmeno maggio era stato più clemente. Il cielo era imbronciato e non prometteva nulla di buono.

Dopo sette giorni con molte soste e un’andatura rallentata dal fango e dalle piogge frate Ethan entrò nella capitale del regno.

Frate Ethan si presentò nel castello di King James e chiese udienza, mentre la sua scorta, un capitano e sei soldati, si aquartierava in uno spiazzo nei pressi.

Un valletto lo accolse con freddezza. «King James è impegnato» disse senza specificare quando si sarebbe liberato e avrebbe concesso di riceverlo.

Il frate disse laconico: «Aspetterò che King James sia disponibile».

Il valletto lo accompagnò in una stanza buia e con poco mobilio. Un piccolo tavolo di legno scadente, una sedia rustica e alquanto scomoda, una finestrella senza vetri che guardava un cortile interno e il camino spento. L’umidità esterna aveva ricoperto quei mobili di una patina lucida e bagnata. Il frate si strinse per bene nella mantella pesante da viaggio per proteggersi dal freddo umido della stanza, sistemandosi sulla sedia di ciliegio per nulla comoda.

Aspettò paziente che il valletto lo venisse a chiamare. All’ora sesta sperò di vedere qualcuno che lo invitasse a un banchetto ma la sua speranza rimase delusa. All’ora nona se ne andò tra l’indifferenza generale. Raggiunse la locanda ‘Al tabarro’, che gli avevano indicato come la migliore di Maidstone. Qui trovò il suo bagaglio e una ampia stanza confortevole, riscaldata dal fuoco nel camino.

Fatto un bagno caldo per togliere l’umidità accumulata nell’attesa, frate Ethan scese nella sala dove si mangiava. Aveva una fame da lupi, perché digiunava da quasi ventiquattro ore.

Una servetta svelta dallo sguardo furbo gli servì una fumante zuppa di verdure con pane nero di segale. Rinunciò al vino, perché odorava di aceto e si fece portare un boccale di birra scura. In breve tempo lasciò la scodella di stagno lucida come se fosse immacolata. Avrebbe fatto il bis ma ci rinunciò. “Un po’ di digiuno fa bene allo spirito e mortifica la carne”. Però non seppe dire di no a un pezzo di formaggio di capra stagionato e al vino caldo speziato per chiudere la cena.

Prima di alzarsi dal tavolo chiamò la servetta, perché era certo che sapeva tutto del bibliotecario cieco. Da dove nasceva questa certezza non lo sapeva ma il suo intuito glielo faceva supporre.

Lei si avvicinò titubante. Quel frate le inspirava fiducia ma sapeva che il padrone non voleva che si importunasse i clienti.

«Desiderate altro?» chiese incurvando la testa per osservare la porta della cucina.

«Sì. Un’informazione».

«Chiamo Robert, il padrone. Di certo lui saprà soddisfare la vostra curiosità» aggiunse con un filo di voce. Con la coda dell’occhio l’aveva visto uscire dalla cucina per servire al banco delle mescite.

«No. Mi siete sufficiente voi. È un’informazione di poco conto».

La servetta mostrava chiari atteggiamenti di insofferenza e di timore che il padrone la cacciasse via. Lei aveva bisogno di quei quattro soldi con cui Robert la pagava.

«Se mi ordinate qualcosa, posso ascoltarvi».

Frate Ethan si grattò la corta barbetta che adornava il mento. “La zuppa è ottima ma dopo formaggio e vino proprio non ci sta».

«Bene. Portatemi una generosa fetta del formaggio di capra di prima e un boccale di birra» ordinò a voce alta per distogliere l’attenzione dell’oste da loro e soggiunse a voce bassa: «Vorrei delle informazioni sul bibliotecario di King James».

La servetta fece un inchino, annuendo di aver compreso che cosa voleva sapere il frate.

«Il tempo di andare in cucina a prendere il formaggio». E si allontanò seguita dallo sguardo indagatore di Robert.

«Vi stava importunando?» chiese acido l’oste che si era avvicinato al tavolo.

Frate Ethan scosse il capo e fece un mezzo sorriso. «Tutt’altro. È una ragazza sveglia e molto educata. Voleva sapere se la cena era stata di mio gradimento. Come vedete ho fatto il bis del formaggio, davvero squisito».

Robert si allontanò richiamato dalla cucina, mentre la servetta tornava con formaggio e birra. «Ecco quanto avete ordinato» e sussurrando in modo impercettibile aggiunse «Al mattino sono libera. Se vi trovate all’ora terza sul sagrato di Saint George, vi posso dare tutte le informazioni».

Frate Ethan annuì e alta voce le fece i complimenti per il desinare.

Soddisfatto si ritirò nella sua stanza. Il giorno dopo avrebbe potuto conoscere qualcosa di più su questo misterioso bibliotecario.

Abituato ai ritmi del monastero al primo albore era già sveglio. Sorrise rimettendosi sotto le coperte. Il camino spento e la nottata insolitamente fredda per la stagione l’avevano convinto a restare al caldo in attesa della colazione.

All’ora terza dopo la colazione con una zuppa dolce d’avena e latte appena munto, frate Ethan si recò all’appuntamento con la servetta.

«Se entriamo nella cattedrale, possiamo trovare un posto defilato per parlare di Glovine» suggerì la servetta avviandosi verso una porta laterale.

Si sistemarono vicino a un confessionale immerso nella penombra e da tempo non usato, perché una sottile pattina di polvere era presente un po’ ovunque.

Dopo essersi sistemati su due sedie prelevate da una pila, la servetta prese l’iniziativa. «Ditemi cosa volete conoscere di Glovine. Vi avverto che è alquanto complicato avvicinarsi».

Il frate sorrise. Gli venne un’idea per rendere più riservato il loro incontro. «Mi siedo nel confessionale e voi nell’inginocchiatoio della postazione di sinistra, la più defilata. Vedo che c’è un sedile e la possibilità di tirare una tenda».

La servetta annuì perché l’idea era buona, facendolo sembrare l’incontro tra un cappellano e una penitente.

«Avete detto che si chiama Glovine».

Un sì appena bisbigliato confermò il nome.

«La biblioteca non è nel castello di King James. Dove si trova?»

La servetta sorrise, perché il frate era al corrente di questo dettaglio. «È nel Palazzo dietro l’abside della cattedrale ma raramente viene aperto il portone per far entrare degli estranei. Glovine ama il silenzio delle grandi sale e il profumo della pergamena dei libri che custodisce».

Adesso era il turno del frate a sorridere. “A quanto pare, la servetta è ben informata”.

«Come vi chiamate? Io sono frate Ethan».

«Gwendolyn ma tutti mi chiamano Gwen».

«Un nome curioso e insolito».

Gwen sorrise. “Questo frate la sa lunga” si disse. «Mio padre era gallese ed è arrivato qui come prigioniero molti anni fa. Poi ha incontrato Annie, mia madre, ed è rimasto».

Una ragazza un po’ selvatica ma di indole buona e sincera”. Era arrivato il momento di saperne di più di Glovine.

«Come si può avvicinare il bibliotecario?»

Gwen sospirò e narrò che era in pratica inavvicinabile a meno che King James lo autorizzasse a ricevere gli ospiti.

«Però…» e la ragazza si interruppe. Pensò che fosse meglio centellinare le informazioni.

Furba la ragazza. Le informazioni me le darà un pezzetto alla volta per ottenere qualche denaro d’argento”. Il frate rimase in silenzio come se volesse meditare su quel però.

«Facciamo così» affermò con voce decisa. «Io vi darò tre denari d’argento e diversi penny per quello che mi direte. Se lo giudicherò meritevoli d’interesse, aggiungerò qualche altro pezzo di danari» e fece tintinnare una borsa che era nascosta sotto il saio. Era sicuro che i denari d’argento le avrebbe sciolta la lingua piuttosto in fretta. “Tanto questi pezzi me li ha donati prima di partire Sir Percival per farne buon uso”. Represse una risata in attesa di conoscere cosa aveva da raccontargli la ragazza.

A Gwen luccicarono gli occhi, perché nei suoi sedici anni di vita di pezzi d’argento non li aveva mai visti.

Stay tuned for next Episode

Una quercia

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le ghiandaie. Fra i suoi rami ciarlano le cinciallegre. Di che ciarlano? Del sole e della pioggia, della luna e del vento. Della vita e della morte, della gioia e del dolore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra.  Fra i suoi rami ciarlano le cornacchie. Fra i suoi rami ciarlano i merli. Di che ciarlano? Del tuono e della folgore, dell’alba e del tramonto. Del principio e della fine, dell’odio e dell’amore.

Una quercia. Centenaria. Solitaria, in mezzo a un prato. Così sembra. Fra i suoi rami sussurra il segreto dell’esistenza.

E.

Monsieur Pennac e la fan impertinente

Bonsoire M. Pennac, ci troviamo in un Caffè Letterario sicché sicuramente tutti conoscono il suo Decalogo del lettore e chissà quante volte si sono appellati a questo o quel diritto prendendolo per “vangelo” – tanto per usare una parola ad effetto. Io sono una di loro, lo confesso. Cionnonostante ho qualche appuntino da farle, Prof, sicura che la sua intelligenza perdonerà le mie impertinenze.
Iniziamo:

1) Il diritto di non leggere.
Ahi, ogni ‘diritto’ ha il suo rovescio, Daniel e, parlando di lettura, trovo quest’ultimo lato decisamente più interessante. Un po’ come la facciata B dei vinili a 45 giri (li ricorda?) che in molti casi hanno decisamente spopolato: “I will survive” (Gloria Gaynor), “Play with fire” (gli Stones), “La canzone di Marinella” (Faber), ma ce ne sono tanti altri.
Come faccio a saperlo se ai tempi delle loro uscite ero ancora nei sogni di mamma e papà? Ho le mie fonti scritte… e lette 😉

2) Il diritto di saltare le pagine.
Su questo non ci piove. Lo faccio anch’io, specie se l’autore inzuppa le frase nella melassa o gira a vuoto nel trito e ritrito. Solo che… poi mi prende il rimorso e… torno indietro ^_^ . Ci crede se le dico che, tra uno sbadiglio e uno stropicciarmi gli occhi, in quelle pagine finisce che trovo spunti interessanti o citazioni insolite o, addirittura, indizi per scoprire il colpevole?
Già, già…

3) Il diritto di non finire un libro.
Un mio amico autore (non del suo calibro, Prof) dice che prima di abbandonare i personaggi di una storia, bisogna arrivare almeno fino a pagina 100. Eheheh, non sa quanti segnalibri ho lasciato a pagina 101, Daniel. Se ne stanno lì, buoni buoni, ad aspetare il momento giusto per andare avanti. Per alcuni è arrivato, per altri arriverà… forse.

 4) Il diritto di rileggere.
Ovvio che, di tanto in tanto, acchiappi quella voglia di “casa” che fa tornare dal proprio autore. Ma questo diritto non vale solo per i libri bensì per tutti quei passaggi che ci piacciono o che, lì per lì, non ci sono chiari.

5) Il diritto di leggere qualsiasi cosa.
Anche la mano, Daniel? 
Bien sûr, ma petite impertinent, maggiormente quando ci son scritti su gli appunti per il compito di storia o il titolo di quel libro imperdibile che ti ha suggerito un’amica.
Ahahah, bien dit, Daniel.

6) Il diritto al bovarismo. 
Sì ma senza farsi prendere la mano altrimenti diventa pericoloso. Penso che la vita sia un libro da scrivere, di proprio pugno, attimo dopo attimo e… senza scopiazzare… siam mica al mondo per fare gli amanuensi. Giusto Prof?
Parfait
Yeeeah!

7) Il diritto di leggere ovunque.
Ovunque, sì. Aggiungerei pure: in qualunque posizione. Sa? io la immagino leggere in piedi con il gomito poggiato allo scaffale della libreria, o seduto in poltrona con la gamba accavallata e la schiena dritta. Invece, non oso pensare cosa direbbe se vedesse me quando leggo, Daniel… uuh mamma! Ahahah! Mi manca giusto far la verticale… Ahahah

8) Il diritto di spizzicare.
Ehm… qui mi avvalgo del diritto di non avvalermi a tale ottavo diritto… se non quando spolvero le librerie da cima a fondo.
Psst, detto fra me e lei, Daniel, questo lo sostituirei con il diritto di annotare a margine, ghirighorare, orecchiare, freccettare, sottolineare, briciolare, evidenziare e trascrivere intere frasi. Che ne dice? Non pensa che sia questo il modo migliore per “vivere” la storia? Altro che bovarismo…! 😉

9) Il diritto di leggere a voce alta.
Oh già! Vorrei vedere lei, Prof, una qualunque mattinotte o domenica pomeriggio a star in casa con una che legge a voce alta per tre, quattro, cinque ore… a parte che la voce poi sparisce. Eppure, a ben pensarci, sarebbe un raccontarsi la storia. Magari potrei anche cambiare voce a seconda del personaggio… un po’ come faccio quando leggo le favole alla mia nipotina che se la ride un mondo.

10) Il diritto di tacere.
A proposito di questo, sul suo libro ha scritto una verità che conosco da sempre e che mi farei tatuare… se non tenessi troppo all’integrità del mio color mozzarella:

«L’uomo costruisce case perché è vivo, ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in un gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. […] Le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità».


Je vous aime, Monsieur Pennac. Merci bien de jouer avec moi.. bonheur

IRONIA CONTEMPORANEA

L’intervento del Presidente del Consiglio era fissato per le sei della sera, ma la burocrazia intestinale del capo del governo ritardò l’evacuazione con grande apprensione dei Ministri preoccupati dalle flatulenze del Premier, sempre più acide e insistenti. “Non si sarà beccato quella fastidiosa influenza gastrointestinale?” diceva il ministro della salute a quello dell’economia. “Speriamo di no! – rispondeva l’altro agitato dalla discesa vertiginosa della Borsa. – Prima parla e prima i mercati si riprenderanno”. Finalmente il discorso andò in onda a reti unificate.
“Cari cittadini, ci troviamo obbligati ad interventi drastici. Attiveremo il coprifuoco dalle ore sei del mattino alle ore ventiquattro della sera. Dalla mezzanotte fino alle cinque e cinquantanove minuti e cinquantanove secondi del mattino sarà vietato uscire di casa. Sono sicuro che capirete – poi fece una pausa, si contorse e si lasciò andare ad una mitragliata improvvida di flatulenze. – Questo è tutto”. La gente uscì sui balconi e cominciò a festeggiare l’inizio di una nuova vita: “Sentito che botti stasera?” La borsa ebbe un’impennata. C’era fiducia, anche il Presidente aveva dato fiato alle trombe.

Stefano Re

LA PERFEZIONE.

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La paziente, ancora dolorante, si risveglia dall’anestesia. È sdraiata immobile nel letto ed è fasciata come una mummia dal busto in su. Non si capisce come diavolo faccia a parlare, tuttavia ce la fa a biascicare: “Dottore, la prego: mi dica che è andato tutto bene!”
“Giudicherà lei stessa, appena sarà possibile.”
“Me l’ha fatto il nasino alla francese, vero?”
“Oui madame, proprio come abbiamo pattuito.”
“E mi ha fatto gli zigomi alti, quelli da dea greca?”
“Sicuro, signora!”.
“Quindi… anch’io finalmente ho una bella boccuccia a cuore?”
“Esatto! E poco ci manca che batta.”
“Scusi, ma ha anche cancellato quelle rughette antipatiche che mi deturpavano la fronte?”
“Diavolo, e come avrei potuto dimenticarle?”
“Dottore, porti pazienza, ma adesso ho almeno la terza?”
“Certo. Ma se fossi stato in lei non mi sarei accontentato nemmeno della quarta. Elementare, s’intende. Mica per niente sono laureato!”
“E può anche giurarmi che il seno è venuto bello e tondo?”
“Signora, non ho alcun dubbio: son proprio due palle!”
“Magnifico, evviva! Finalmente son perfetta!”
“No, non ancora purtroppo. Madame, non immagina il mio dispiacere, ed è davvero un peccato: lei avrebbe dovuto anche interpellare un bravo psicologo.”

Avril 14th

“Salvo Mancuso?”
Dietro lo schermo l’uomo sbadigliò e rispose con un flebile sì.
“C’è un task da allocare. Conferma?”
“Sì, metto l’auricolare.”
“Non è necessario. Il cliente 32A28S ha trovato questo biglietto. Comunicare il significato. Grazie.”
Sullo schermo apparve un mezzo foglietto di notes giallastro. Una calligrafia minuta si adagiava ordinata sulle righe sbiadite e aveva un bordo sfrangiato, come se ne fosse stato strappato un brano con fretta e non badando troppo al risultato finale.
Era da tanto che non vedeva un testo in corsivo e ci mise un po’ più del solito a formulare una possibile risposta. Forse anche perché quelle parole lo avevano colpito e di certo potevano stare in fondo a qualcuno dei suoi archivi social, come traccia residuale di vecchie ferite. Lette da lui assumevano un significato ben preciso che per qualche motivo sottolineò nella casella sotto l’immagine. Un click e si dissolse nel popup con l’accredito del task sul conto lavorazioni, nella burocrazia del dare e dell’avere.
Non si spiegava però perché avesse conservato il printscreen del biglietto. E nemmeno perché continuasse a leggere il testo, a seguire le anse della scrittura nervosa e il numero telefonico annotato sotto. D’un tratto gli fu chiaro che le cifre le aveva impresse in un angolo dimenticato della memoria, numeri che ora erano ricomparsi da un passato infelice sul suo schermo.
“Salvo Mancuso?”
Ancora distratto indossò l’auricolare e confermò con un sì.
“Il limite giornaliero di task per te è raggiunto. La QA Inc. ti augura una buona giornata.”
Retaggio di una educazione obsoleta ringraziò e salutò all’indirizzo dello schermo, ricambiato solo dal logo in dissolvenza.
Il numero continuò però ad albergare nella sua mente mentre si alzava dalla postazione, controllava al volo il conto lavorazione e alla macchina del caffè prelevava la tazza fumante. Lo immaginò su un piccolo schermo di cellulare anche quando osservò dalla finestra chiusa i ragazzini nel parco giochi contendersi un’altalena pericolosamente appesa a un vecchio telaio arrugginito.
L’idea strana gli balenò in mente ripensando all’ultimo riordino del suo spazio abitativo. Chiamarla casa sarebbe stato infatti davvero troppo, quelle cellette dentro cui aveva accettato di passare la sua reclusione erano davvero minimali. Lo stretto necessario per mangiare, dormire ed eseguire i task del sistema di recupero costi.
Quando lo avevano affidato alla QA aveva tirato un sospiro di sollievo. Essere beccato così in flagranza oramai era piuttosto comune, ma le pene spesso prevedevano condizioni pesanti. Quella era invece una discreta opportunità, anche perché spesso la società continuava a offrire task agli ex reclusi e di crediti lui ne avrebbe avuto bisogno scontata la pena.
Gli avevano dato anche il tempo di raccogliere alcune cose da portare via in una scatola lunga e piatta che aveva quasi dimenticato sul tetto dell’armadio accanto al letto.
E quel numero se non aveva sbagliato stava ancora lì dentro. Poteva ricordare male, questo sì, ma alcune cose si incidono a fuoco nella memoria, stanno in un canto in attesa che un evento accada. Una magia quasi, se si pensa a quanto tempo era passato.
Un’ombra transitò sul suo volto quando appollaiato sullo sgabello percepì la sagoma della scatola sul tetto dell’armadio, come fosse davanti la bara di un suo caro amico. Dentro, tanti pezzi di vita, quattro vecchi telefoni, quattro archivi del suo tempo che aveva comunque preferito risparmiare al macero del riciclo. Uno in particolare lo interessò: aveva una cover azzurra appena trasparente sul retro che lasciava in bella vista il logo. Provò ad accenderlo, ma dopo tutto quel tempo il display rimase buio. Frugò un po’ in una busta di plastica verde, cercando un adattatore che ricordava di aver conservato, una striscia nera di metallo con un cavo rovinato che non prometteva molto, ma che in qualche modo funzionava ancora, visto che il simbolino della batteria si illuminò subito in alto a destra sul display. Un messaggio su un fondo arancio, invocò otto minuti di pazienza per portare la batteria in condizioni minime di sopravvivenza.
Si diresse al dispenser per controllare cosa fosse previsto per la sua cena. Con un sibilo dietro la paratia il sistema inizio a preparare e nell’attesa la sua attenzione fu catturata dalla luce intensa del display del device in restart. La foto che ricordava stava ancora lì sulla home, punteggiata dalle icone delle app, ma non abbastanza da coprire il sorriso di una ragazza con un caschetto nero come il petrolio e una pelle chiarissima di porcellana. Le labbra risaltavano come carboni ardenti seppur apparentemente non esaltate da cosmetici. La ragazza indossava un maglione e disegni geometrici e sebbene sorridente aveva una velo di tristezza nello sguardo. Un movimento delle ciglia che lo scatto non aveva fermato, ma la sua memoria sì e ora che riaffiorava dal display lo rivedeva come se fosse avvenuto dieci minuti prima.
Il dispenser trillò e il vassoio con la sua cena affiorò sul ripiano. Finita l’accensione, il display si spense mostrando la progressione della carica sul bordo superiore. Prendere ora il cellulare sarebbe stato inutile, così si dedicò al cibo, mantenendo l’attenzione sul terminale che rimandava le ultime notizie dalla città intasata di pendolari imbestialiti dalla riduzione delle corse della metro.
La finestrella con il logo della QA apparve lampeggiando in alto a destra.
“Salvo Mancuso?”, chiese la voce dell’assistente.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha chiesto una verifica urgente sul task NI9402. Può accettare un task straordinario?”
“Certo, non ho impegni stasera”, sorrise divertito.
“Il sistema di priorità richiesto attribuirà fino a dieci volte i crediti standard del servizio, ma il task prevede un contatto in voce. Acconsente o preferisce un avatar?
“Va bene la mia voce.”
“Grazie per avere accettato il task da parte di QA Inc. Il conto lavorazioni sarà aggiornato al momento della valutazione del cliente. Buona serata.”
Il popup con il logo svanì. Passò un minuto, poi due. Poi cinque.
Con la coda dell’occhio notò il vecchio cellulare illuminarsi e pensò che ci fosse qualche problema al cavo di carica, un falso contatto magari; finito quel task lo avrebbe ripreso e si sarebbe tolto quel dubbio che lo ossessionava. Attese altri dieci minuti: il cellulare continuava a tratti a illuminarsi e in fin dei conti poteva distrarsi un attimo e capire cosa accadeva. Staccò il telefono dal cavo e una stretta allo stomaco lo sorprese osservando il nome della ragazza della home apparire evidenziato nella finestrella della chiamata in arrivo. La quarta a vedere il numeretto tra parentesi. Non c’era un senso per tutto quello, ma lo stesso sfiorò il tasto verde.
“Salve, sono il cliente”, per un attimo la voce con forte accento spagnolo si interruppe. Dall’altra parte un uomo stava provando a leggere qualcosa che doveva aver annotato, “il cliente 32A28S. Sei Salvo Mancuso?”
Rimase in silenzio, il sistema non dava mai i riferimenti ai clienti, specie per loro che erano in lavoro penale.
“Non sono abilitato a rispondere a queste domande”, disse ricordando una vecchia favola sui controlli random al protocollo di comunicazione.
“Capisco, certo”, l’uomo all’altro capo appariva interdetto. “È che oggi ho provato con la QA. Mi avevano detto che ha un sistema infallibile per rispondere a ogni domanda. Avevo usato anche la QUORA e anche una piccola startup russa”, parlava quasi volesse compagnia più che risposte. “Come si chiamava la startup? Pravda o qualcosa di simile.”
“Come ha avuto questo numero? E da chi?”
“Sul foglio. Era sul foglio con il suo nome e il numero. Voglio dire con quel nome, Salvo Mancuso. E con la nota che solo lui avrebbe capito il senso del messaggio.”
Doveva mantenere la calma. Poteva essere un test quello. Era una follia, ma potevano avere pensato di metterlo alla prova. Farlo crollare. Doveva stare calmo e lucido.
“Quale foglio?”
“Il foglio che ho mandato oggi a QA. Lo ha lasciato Gloria prima di…”
Continuava a chiedersi cosa stesse accadendo. Forse era il caso di contattare l’assistenza QA per segnalare il caso, ma se quello era un cliente vero doveva mantenere la calma. Era importante non fare errori.
“Probabilmente c’è stato un qualche errore perché non comprendo la sua richiesta. Non credo poi che nessun servizio QA avrebbe dato un numero privato. Forse è meglio che chiudiamo qui. Le consiglio di contattare il servizio clienti per delucidazioni.”
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, “Salvo io devo sapere cosa è accaduto a Gloria.”
“Le ho già detto che non sono Salvo e poi non ho mai conosciuto nessuna Gloria.” L’ultima parte in effetti era vera e avvalorava la sua idea di un test. In fin dei conti non sapevano tutto della sua vita. Doveva stare al gioco.
“Perché allora ha scritto il tuo numero sul biglietto.”
“Chi?”
“Gloria, chi altri? Il biglietto è suo!”
“Non ho idea di cosa voglia dire, questo è un vecchissimo numero che oggi ho riacceso perché cercavo una foto. Se ho risposto è stato davvero un caso.”
“Non è vero, hai riacceso dopo il numero di Gloria sul biglietto.”
“Non ho visto nessun biglietto.”
“E tu hai notato qualcosa in più degli altri, qualcosa su quella frase in corsivo.”
“Non ho visto nessun biglietto mi spiace, nessun biglietto.”
“C’era il tuo numero e il tuo nome sul biglietto. E Gloria quel giorno è volata giù dalla sua cella. Ha rotto il vetro e si è lanciata fuori. E mi ha lasciato quel biglietto.” Dietro il microfono la voce sembrò accasciarsi stremata, “solo quel biglietto.”
Avrebbe avuto voglia di urlare, ma quella voce spenta lo colpì. Torno a sedersi, guardando lo schermo del cellulare riempito dalla foto della protagonista di una di quelle serie stupide che seguiva allora. Una ragazzina in fondo, seduta su del fieno in un angolo di quello che sembrava un maneggio.
“Non c’era scritto il mio numero su quel biglietto”, disse sapendo di fare una sciocchezza.
Un leggero tremito segnalò l’arrivo di una foto. Due brandelli di foglio accostati in malo modo sulla cicatrice dello strappo. Su uno il testo che aveva processato e sotto quello di cui parlava il tizio che voleva notizie della sua Gloria.
“L’ho strappato prima di inviarlo. Non so neppure io perché. Che è accaduto a Gloria? Perché aveva il tuo numero?”
“Non ho idea chi sia Gloria. Quel numero è solo una vecchia storia.” Adesso era stanco anche lui, aveva finalmente dimenticato e che quella storia riaffiorasse in quel modo era inspiegabile.
“Era mia figlia Gloria. Un giorno l’anno beccata in giro perché lei… Lei si faceva di non so che porcherie. Ok, non si poteva stare in giro e le porcherie doveva farsele prescrivere, ma aveva solo paura. Di qualsiasi cosa eh! Soprattutto di me e fino a che era viva anche di sua madre. La misero per un anno ai lavori penali. Poi un giorno…”, si bloccò come se avesse finito le parole in gola. Stavano lì da anni, attendevano solo qualcuno che potesse sentirle, ma non dovevano essere abbastanza da raccontare ogni singolo momento di dolore e così era rimasto senza. Muto. Respirava solo, dietro un microfono, digitalizzato e polverizzato in mille frammenti di codice iniettati dentro i cavi che lo connettevano a uno sconosciuto con un nome italiano, seduto chissà dove nel mondo.
Mancuso con calma glaciale tornò a parlare, “c’era la pandemia allora e già gli affari andavano male. Mia moglie aveva deciso che l’amore ha un costo e se la birreria oramai era vuota sette giorni su sette quel costo non lo poteva pagare lei.”
Mancuso rimase un secondo in silenzio. A guardarlo seduto si sarebbe visto che scuoteva la testa in un no, “la verità è che anche io l’avevo dimenticata dietro alle fatture e così quando si è stancata di tutto, mi sono inventato questa versione di donna interessata ai soldi. Magari lei non lo era mai stata, ma ho sempre cercato un nemico nella vita. Durante al pandemia doveva capitare a lei quel ruolo. C’era rimasta solo lei in fondo.
Stare soli mentre tutto crolla intorno è una brutta cosa. E REPLY mi era sembrata un buon salvagente virtuale per provare a non affogare. Scarichi l’app, ti registri, ottieni un codice e inventi un nome e una immagine per la tua amante virtuale: Samantha! Tutto gratis almeno per un po’.”
Con un gesto, inviò la foto della home al suo interlocutore e ascoltò dall’altro capo il trillo della ricezione.
“Questa non è Gloria, chi è?” disse l’uomo con un filo di voce.
“Un’attricetta. Di una serie che guardavo durante l’isolamento. Mi piaceva molto e il suo personaggio si chiamava Samantha.”
“Ma Gloria? Cosa c’entra Gloria in tutto questo.”
“Siamo rimasti settimane a parlare con Samantha. Parlavamo prima e dopo il sesso. Perché era quello lo scopo del servizio. Ma noi parlavamo tanto. Alle volte guardavamo anche un film o ascoltavamo musica. È stupido ok, perché una intelligenza artificiale non guarda e non ascolta nulla. Ma era bello non sentirsi soli. C’era da diventare matti per come Samantha rispondeva a ogni stimolo come se fosse umana. E magari lo era.”
“Era Gloria?”
“Non lo so. Per me era una voce. Un rendering di un software. Non ho idea che ci fosse dietro la macchina e a dire il vero non m’importava. Non volevo una storia, non volevo stare a sentire altre lagne, glielo dissi pure quando…” Mancuso s’interruppe con un pensiero in mente.
“Quando?”
“Quando è successo?”
“Che Gloria…”
“Sì dico, quando… è volata giù?”
“Ad aprile di cinque anni fa.”
“Aprile quando? Che giorno?”
“Il 16. Deve essere accaduto qualcosa due giorni prima.”
“Il 14 d’aprile pensai di poter essere di nuovo felice.” Mancuso ripetè meccanicamente la frase sul biglietto, “hai un suo vocale? La voce di Gloria intendo.”
“Aspetta”, l’uomo rimase in silenzio per un po’. Si percepiva un lento respiro e qualche rumore di fondo. Poi un trillo registrò l’arrivo del file.
Mancuso ascoltò la voce della ragazza che comunicava al padre il ritardo del treno di ritorno. La riavviò per ben tre volte, provando anche a chiudere gli occhi per cogliere ogni sfumatura e inflessione. Ogni tanto scuoteva il capo per annuire. Nessuno poteva vederlo, ma continuava a farlo.
“No, no era questa la voce di Samantha.”
“Potrebbe avere usato una voce finta con te.”
“Sì, potrebbe.”
“Cosa è accaduto il 14 a Gloria?”
“No, le domande le faccio io. Ha mai avuto una figlia?”
“Cosa diavolo significa? Certo che sì, Gloria!”
“Sei sicuro di avere mai avuto una figlia? Una figlia vera dico, non come Samantha, non la voce sintetica di una app a pagamento.”
La voce urlò qualcosa in spagnolo, una bestemmia forse. Insieme a tante ripetizioni del nome Gloria. Poi la comunicazione tacque. Mancuso rimase un minuto a scrutare il display. Poi si alzò in piedi. Accanto al dispenser, la caditoia per i rifiuti riciclabili attendeva spazzatura di ogni tipo da ingoiare. Senza neanche spegnerlo, il cellulare volò dentro e Mancuso immaginò la foto della ragazza prima frantumarsi e poi svanire per sempre. Per l’attricetta gli spiacque un po’, perché alla fine era forse l’unica donna reale di quella storia. Ma in fondo meglio così; appena in tempo per evitare strani ritorni, pensò.
“Salvo Mancuso?” La voce dal terminale si diffuse nel piccolo vano della stanza.
“Sì?”
“Il cliente 32A28S ha revocato la richiesta. QA Inc si scusa per l’inconveniente, ma grazie all’alto punteggio raggiunto nelle ultime settimane comunque ti assicura l’accredito del task straordinario. Buona sera.”
Le luci fuori stavano lentamente accendendosi. Il 14 Aprile era tra un mese e sarebbe stato il suo compleanno. Il 15 di ogni mese i contratti di REPLY terminavano le fasi free. Funzionava così, ed era quello il trucco da quando le droghe erano prescrivibili. Creare dipendenza e incassare.
Quando Samantha l’aveva chiamato terrorizzata che qualcuno potesse svelare il loro segreto, ovvero che rivelasse i loro giochi anche sul suo numero privato, era stato quasi sul punto di cedere e di comunicare la sua carta di credito per rinnovare il contratto e salvarla dal sospetto. Era stato a un passo dal credere che fosse umana. Avere sentito di nuovo la sua voce con quella forte inflessione spagnola l’aveva turbato, certo: lei avvertiva il padre che sarebbe tornata tardi per via del treno, non c’era da preoccuparsi. Ricordò che giusto quella notte lo vennero a prendere e che la sua carta fu disabilitata. Alla fine una vera fortuna, si diventa pazzi a inseguire questi aggeggi infernali. Prima o poi ti convinci che sì non è vero, ma alla fine non importa perché tu hai bisogno che lo sia. E quello conta e per loro vale oro. Quel pover’uomo chissà quanto altro aveva sborsato per seguire le tracce di una figlia che forse non aveva mai avuto. Che probabilmente era svanita come la sua Samantha, in quell’incubo costruito con cocci di storie altrui. Un attimo di ripensamento, una mancanza di senso e gli avevano servito quella storia dove Salvo Mancuso poteva essere riciclato come il nemico perfetto. E magari con qualche magia riarruolato nell’esercito dei senza vita che provavano a iniettarsi dosi di trame virtuali a caro prezzo.
Guardò fuori i bambini azzuffarsi ancora per l’altalena e ripensò a quell’ultima accorata telefonata di Samantha. A quel suo delizioso accento francese che lui aveva selezionato nelle opzioni, perché gli ricordava la moglie provenzale. E alla fine pianse.
Bon nuit ma petit fleur. Je t’aimerai toujours.

Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte sesta

Prosegue la storia e voi direte uffa ma io insisto. Se leggete gli arretrati qui forse cambiate idea 😀

Frate Ethan percorse un corridoio rischiarato da grossi ceri per recarsi nello studio di sir Percival. Era irritato e tutto il discorso preparato durante la camminata era svanito. Recitò mentalmente diversi Actus contritionis per espiare le male parole pronunciata davanti al portone.

Gli abiti che indossava erano di lana grezza e prudevano non poco. Il frate resistette al prurito mentre si introduceva nello studio in rosso di Prince John, sistemandosi accanto al camino. Era ancora intirizzito per la pioggia presa durante la sosta davanti al portone.

Sentì la porta aprirsi: era il maestro della casa che gli porgeva una bevanda calda. Il caldo del fuoco e del vino speziato sciolse l’umido accumulato durante la camminata. Il sangue aveva ripreso a circolare e mani e naso divennero rossi.

“Sir Percival mi vuole innervosire perché tarda a venire”. Erano queste le sue riflessioni, quando finalmente Prince John fece la sua comparsa.

Lo guardò perplesso perché non intuiva i motivi della sua venuta. “Forse ha indagato sulla fallita tresca con la novizia?” Si sentiva in ansia per il timore che le parole del frate potessero metterlo in imbarazzo.

«Ho un bel po’ di notizie da Saint Church» esordì senza troppi preamboli.

Sir Percival sbiancò e si sedette sulla sua poltrona preferita come per evitare di cadere. Da lì poteva vedere in volto il suo confessore.

«Ho raccolto voci su…» Frate Ethan fece una pausa a effetto per tenere sulle spine Prince John. Doveva fargli pagare il dispetto di essere stato tenuto sotto la pioggia per un bel po’ di tempo davanti al portone sbarrato.

«Quali voci?» Fece sir Percival con un filo di voce. Immaginava che si riferisse all’episodio della novizia Alyssa e della madre badessa.

«Le voci girano in fretta. Si spettegola su tutto anche su questo» Il frate sfumò la voce in maniera ambigua.

«Se siete più chiaro, forse sono in grado di dare qualche spiegazione». Il volto era terreo e la voce incerta.

Frate Ethan sorrise, perché capì d’averlo in pugno. Quel lontano ricordo era troppo presente nella sua memoria affinché potesse essere messo nel dimenticatoio. Rimase in silenzio guardandolo fisso. “Ben vi sta per avermi mancato di rispetto” pensò prima di cominciare il discorso della sua andata alla corte di King James a Maidstone.

«Dunque vediamo da dove cominciare» disse, estraendo delle pelli di agnello dal corsetto di lana. Un ghigno di soddisfazione comparve sul suo volto. Srotolò sulle sue gambe le pelli, mentre Prince John allungava il collo nel tentativo di leggere cosa c’era scritto.

«Allora» riprese il frate, «voi avete avuto una tresca con…». Nuova pausa del frate come se cercasse un nome, mentre sapeva bene cosa doveva dire.

A sir Percival tremò visibilmente il labbro inferiore, che si contraeva con moto involontario, mentre il piede pestava con forza il pavimento.

«Ah! Ecco ci sono! Voi avete avuto una relazione con Lady Clarence, la vedova del duca di Sevenoaks» e alzò gli occhi verso di lui.

«Vi ho già spiegato che sono tutte falsità» affermò con veemenza, ricordando la confessione del giorno precedente.

Un sorriso ironico comparve sul volto del frate. “E chi ci crede?”. Sir Percival distese i lineamenti del viso e riacquistò il controllo della mente e del corpo, perché la visita non verteva sulla novizia Alyssa.

«Saranno falsità, ma le voci dicono che nove mesi esatti dal rientro a Sevenoaks è nato il futuro duca».

Prince John si rilassò ascoltando queste parole. “Non mi disturbano, perché sono mesi che queste voci girano. Ben diverso sarebbe se circolassero l dettagli del mio tentativo con la novizia”.

«Eppure giurano che il futuro duca vi assomigli molto. Stessi capelli rossicci, il mento squadrato e il naso leggermente storto» spiegò il frate fingendo di leggere le pelli d’agnello che teneva sulle gambe.

«Ammesso che sia vero ma non lo è, vi ho già spiegato tutto ieri. Il defunto duca di Sevenoaks, pace all’anima sua, per queste malignità mi ha tolto il saluto e fatto cadere in disgrazia presso la corte di King James».

«Allora ammettete la relazione tra voi e Lady Clarence?»

«No!» Era più un ringhio rabbioso che una negazione.

«D’accordo ma non scaldatevi per questo. Io volevo discutere con voi di come riabilitare la vostra reputazione e cancellare il sospetto avvelenamento del duca di Sevenoaks».

Sir Percival sorrise e col capo gli fece cenno di proseguire.

«Ho bisogno del vostro aiuto per andare a Maidstone per investigare e scoprire il colpevole».

Prince John annuì che era d’accordo sull’aiuto.

«Dovete convincere il priore Abbey a lasciarmi partire per la capitale del regno e voi darmi una scorta per arrivare sano e salvo a Maidstone».

Sir Percival spalancò gli occhi. “Per così poco ha montato un caos incredibile”. «Cosa dovrei dire al priore?»

«Beh! Potreste raccontargli una balla qualsiasi. Ad esempio una missione delicata presso la corte, perché voi non potete recarvi là».

Sir Percival annuì appoggiando il mento sul palmo della mano e stava per dire qualcosa, quando il frate aggiunse un’altra richiesta.

«Dovete farmi accompagnare per rientrare a Saint Church. Piove e fa freddo».

Qualcuno bussò alla porta. «Avanti!» urlò uno spazientito Sir Percival e comparve il maestro della casa con tonaca e mantello del frate, che depose presso il camino.

Dopo essersi cambiato, frate Ethan ritornò in carrozza a Canterbury sotto una pioggia gelida e battente.

Tre giorni più tardi il frate comodamente seduto su una carrozza scortato dai sei soldati partì per Maidstone.

Stay tuned for next Episode.

Un saluto e un dono

Un saluto a tutti i lettori di Caffè Lettterario.

Come vi ha annunciato Gian Paolo, sono nuova di questo spazio e perciò ritengo di fare una piccola presentazione di chi sono.

Mi chiamo Elena Andreotti, sociologa e con una esperienza lavorativa prevalentemente nel campo dell’informatica. Scrivo su WordPress da circa tre anni e mezzo. Sono approdata a questa piattaforma con l’idea di creare un blog, in un momento della mia vita un po’ stanco, fisicamente e mentalmente. Avevo terminato da poco un mio impegno decennale nel volontariato e avevo alcune mezze giornate libere. Non avevo ancora idea di cosa avrei parlato nel mio blog, perciò scelsi il titolo che porta ancora oggi. Vivo in campagna e ho l’hobby della fotografia naturalistica, perciò il blog contiene molte delle mie foto insieme a piccole riflessioni, ricordi del passato e qualche racconto. Qui ho conosciuto Gian Paolo con cui ho stretto un sodalizio letterario e di amicizia sincera. Proprio leggendo i suoi racconti e i suoi libri, come pure quelli degli altri bloggers, ho voluto cimentarmi anch’io nella scrittura e pubblicazione di libri, nel mio caso “gialli”.

Vorrei dire che ho sempre scritto fin dalla più tenera età, ma non è vero, mentre ho letto molto fin da quando ho compreso il senso delle parole scritte.

Il mio gravatar è una coccinella, perché pochi giorni prima di aprire il blog ne trovai una sul muro di casa molto tranquilla che si fece fotografare senza problemi.

Foto rielaborata graficamente

Come regalo per questo primo giorno su Caffè Letterario voglio pubblicare un mio racconto che è stato inserito in un libro scritto per beneficenza, insieme ad altri autori, durante il lock down.

🐞

FLORENCE

La giovane contessina Florence continuava a camminare nervosamente nella sua stanza e ne aveva motivo, dovendo affrontare suo padre per una proposta che sicuramente avrebbe giudicato indecente.
“Devo almeno provarci”, si disse con determinazione mentre usciva dalla stanza per raggiungere a grandi passi l’area del castello dove suo padre passava le giornate a trattare affari.
«Padre, devo parlarvi urgentemente!», disse tutto d’un fiato per evitare ripensamenti.
«Cosa c’è, Flo… non potevi aspettare stasera?».
Il conte scosse la testa. Un po’ era colpa sua se la figliola era così poco rispettosa dell’etichetta e agiva come un maschiaccio. La guardò e ancora una volta notò la sorprendente somiglianza con la madre: meravigliosi capelli mogano, che nessun pettine riusciva a domare, e dei profondi occhi neri. Le avevano dato il nome di Florence dopo un felice viaggio in Italia, ospiti a Firenze di un cugino che aveva avviato lì commerci fiorenti. Fu durante quel viaggio che avvenne il concepimento. Purtroppo, sua moglie Elisabeth morì poco dopo il parto e la bambina fu affidata a una nutrice che viveva al castello, Mary, la quale allattò Florence insieme a suo figlio John. I due ragazzi crebbero uniti come fratelli e Florence passava il tempo a giocare in cortile con lui, ignorando ogni altra ragazza.
Gli anni passarono e il conte aveva poco ascendente sulla figlia, che tuttavia amava e ne era ricambiato. Aveva poco tempo per lei e la lasciava alle dame che le affiancava per compagnia e per impartirle una certa educazione adatta a una signorina. Non ci fu niente da fare. Appena poteva, Florence andava nelle stalle dal suo amico John, che a sedici anni fu nominato scudiero. La contessina vestiva panni maschili e cavalcava il suo purosangue come un uomo. Le dame se ne lamentavano con il conte padre e questi, a sua volta, rimproverava la figlia.
«Non troverai mai marito se continui a comportarti così», le diceva, ma la figlia rispondeva in modo impertinente.
«Io non prenderò mai marito!», annunciava Florence, dall’alto dei suoi sedici anni.
Arrivò, però, anche per lei il giorno del debutto. Fu mandata alla corte del re in occasione del matrimonio del principe ereditario.
«Andrai con zia Ann e sua figlia, tua cugina, Liz. Vedi, con l’occasione, di abbandonare i tuoi modi da maschiaccio e fatti confezionare abiti consoni», le intimò il conte padre, sperando di aver avuto un tono autoritario in modo da non essere contestato. «Io non posso accompagnarti; ho già mandato una lettera al re con le mie scuse. In questo momento ho le mie beghe con dei rivoltosi. Bene, figlia. Puoi accomiatarti e vedi di non trastullarti ancora con le spade, ché prima o poi ti farai male».
Florence rimase senza parole. Quando il padre parlava con quel tono era meglio non contraddirlo e decise di essere il più passiva possibile.
La zia passò due mesi a dirozzarla e a farle impacchi schiarenti per la pelle.
«Hai una carnagione da popolana, per il gran sole che prendi tutto l’anno e i segni lasciati dai vestiti ti rendono ridicola», affermò un po’ malignamente la zia. «Sempre a cavalcare e a tirar di spada col tuo scudiero John».
La cugina le insegnò qualche passo di ballo, di quelli che andavano di moda al momento.
«Incontreremo tanti cavalieri giovani e belli con cui ballare e spero di trovare marito», andava cinguettando la cugina, mentre volteggiava per i saloni, immaginando di essere tra le braccia del suo ipotetico principe azzurro.
«A me non interessa trovare marito», ripeteva fino allo sfinimento Florence.
Finalmente, il giorno del gran ballo arrivò. La cerimonia nuziale era stata lunga e sfarzosa, seguita da un pranzo altrettanto lungo e fastoso. Ora ci si poteva rilassare volteggiando soavi nei meravigliosi saloni del palazzo reale.
Liz passava da un cavaliere all’altro, mentre Florence si era rifugiata nel giardino.
“Mia cugina è davvero sciocca, ma è una vera bellezza così bionda ed eterea. Troverà sicuramente marito”, rifletteva, mentre aspirava i profumi di tutta quella varietà di fiori, provenienti chissà da quali luoghi lontani.
«Cosa fate lontana dai divertimenti e dalle prelibatezze di questa calda serata di mezza estate?», una voce carezzevole sussurrò alle sue spalle.
Si girò indispettita e stava per rispondere con stizza, ma le parole le rimasero in gola: uno stupendo cavaliere era davanti ai suoi occhi. Capelli neri, occhi penetranti e portamento fiero ed elegante, la sovrastava di almeno un palmo. E dire che lei non era certo bassa di statura!
«Guardate che vi capisco. Anch’io non sopporto questi obblighi che il nostro rango ci impone… Siete venuta con un cavaliere? Se posso permettermi…».
«Sono con mia zia e mia cugina», rispose Florence, con un filo di voce.
«Vi prego, accompagnatemi al ballo così mi evitate lo stuolo di ragazze da marito che aspettano di accaparrarmi per il ballo e poi… chissà».
«Io non amo ballare».
«Non importa, appoggiatevi a me e facciamo finta di cercare uno spazio per lanciarci in un ballo travolgente».
«Scusate, signore. Non vi siete neanche presentato e mi pare di capire che, per voi, sarei più o meno un paravento!». Florence riprese vigore dietro la spinta del suo orgoglio.
«Perdonatemi! Ricominciamo da capo. Sono William, conte del Darenshire, e avrei piacere che mi onoraste della compagnia del più bel fiore selvaggio di questo giardino!».
«Quindi, signore, io sarei un fiore selvatico in mezzo a questi meravigliosi e lussureggianti fiori! Voi mi offendete!».
William era sconfortato: non ci sapeva proprio fare con le donne.
«Non volevo dire questo! Intendevo che siete l’unico fiore vero tra tanto artificio. Sono più bravo con la spada che con le parole».
«Bene, signore. Visto che anch’io maneggio meglio la spada, sono propensa a concedervi la mia compagnia. Se vi interessa conoscere il mio nome, sono Florence di Penningshire».
«Sono onorato di scortarvi, contessina Florence».
Rientrarono nella stanza e tutti si voltarono a guardare la bellissima coppia appena formata: William, in un broccato blu e Florence in un magnifico abito verde smeraldo.
I due giovani decisero di non ballare, ma si appartarono a parlare fitto fitto della loro passione per i cavalli e le spade. William non aveva occhi che per lei e Florence per la prima volta era a suo agio con un uomo che non fosse John.
Il giorno dopo il ballo William si presentò alla porta delle loro stanze e parlò con la zia Ann, dicendole che intendeva impegnarsi con Florence e, quindi, a breve, avrebbe fatto visita al conte padre per chiederne la mano. La zia Ann si meravigliò: mai avrebbe pensato che Florence potesse trovare marito alla prima uscita. Non c’era riuscita Liz, che pure aveva le vesciche ai piedi per il troppo ballare con innumerevoli cavalieri.
Florence si sentì inaspettatamente felice: le sue idee sul matrimonio erano cambiate all’improvviso. William le piaceva e si rendeva conto che avevano molto in comune.
In autunno William si recò in Penningshire a chiedere formalmente la mano di Florence. Il conte padre fu molto felice. Mai avrebbe immaginato di poter dare in moglie la figliola così presto, anzi, aveva avuto paura che rimanesse zitella, viste le sue attitudini poco femminili. Invece, aveva trovato un giovane con i suoi stessi gusti, poco avvezzo alla mondanità, ma accorto amministratore dei suoi beni. Non poteva sperare di meglio.
William fece anche la conoscenza di John e fu contento che a vegliare sulla sua promessa sposa ci fosse un così bravo ragazzo.
«Se vuoi, puoi portare con te John, dopo il matrimonio», disse a Florence che si mostrò particolarmente felice di questa proposta.
Il matrimonio fu deciso per l’estate successiva e Florence si scoprì impaziente di diventare la moglie di William, il quale, a sua volta, non vedeva l’ora che ciò accadesse.
I bei giorni dedicati alla loro conoscenza finirono e il giovane conte ripartì.
Florence si aggirava tra le stanze della sua giovinezza pervasa da una grande malinconia. Desiderava essere con il suo promesso sposo, ma ancora mancavano più di sei mesi. Intanto la zia Ann era incaricata di preparare la sua dote, almeno per quanto riguardava abiti e biancheria. A Florence era stato vietato di esporsi all’aria e al sole per riportare la sua pelle al colore naturale. Lei continuava ad andare a cavallo e a tirare di spada, anche se più coperta del solito.
La nostalgia di William era forte. Continuava a immaginarlo nel giorno in cui si erano conosciuti, quasi rimpiangeva di non aver ballato con lui. Ora non poteva immaginare le sue braccia che l’avvolgevano e neanche il tocco delle sue mani. Scriveva lunghe lettere, ma non gliele inviava. Sospirava in continuazione al punto che non la sopportava più nessuno. Di tanto in tanto riceveva qualche lettera di William che si diceva impaziente di rivederla. L’inverno fu pessimo, per il clima atmosferico e per il clima di tristezza che Florence spandeva intorno a sé.
In primavera Florence decise che sarebbe andata lei dal suo amato. Ne parlò con John, che si disse pronto ad accompagnarla.
Florence, ora, era di fronte al padre.
«No, è urgente», disse al genitore, che avrebbe volentieri rimandato alla sera.
«Sì, figlia. Se posso accontentarti, lo faccio con piacere».
«Pensavo di andare a trovare William, se me lo consentite».
«Non mi sembra una cosa appropriata e poi non posso darti una scorta per un viaggio, in questo momento».
«Potrei andare da sola, accompagnata solo da John», azzardò la giovane.
«Non se ne parla proprio. Mi dispiace, ma non è possibile. Troppi pericoli sulle strade».
«Ma, padre…».
«Ti prego di non insistere. Ora va’, ché ho da fare».
Di fronte all’irremovibilità del padre, Florence si ritirò, ma non smise di pensare al viaggio che intendeva intraprendere. Ne parlò a John e alla fine decise di fare di testa sua. Avrebbe viaggiato in incognito con lui e si sarebbe vestita da uomo.
La notte successiva a questa decisione, scese nelle stalle dove l’aspettava il suo fidato scudiero. I cavalli erano pronti e c’erano viveri a sufficienza per un viaggio di due giorni. Partirono immediatamente, senza un attimo di ripensamento.
Ormai era pomeriggio e viaggiavano da molte ore. I due erano completamente impolverati, per cui, alla vista di un torrente, Florence decise di fermarsi e fare un bagno. Si tolse gli abiti e si immerse nell’acqua gelida. John faceva la guardia quando si accorse di una vespa pericolosamente vicina a Florence. Ne conosceva la propensione a gonfiarsi per le punture di insetti e si mise in agitazione. Non sapeva come agire e non voleva gridare perché un gesto improvviso della ragazza avrebbe potuto impaurire l’insetto, che di conseguenza l’avrebbe punta. Aveva solo la spada e con quella si avventò contro la vespa spaccandola in due con la lama affilata… insieme alla testa della contessina Florence di Penningshire.
Nell’attimo in cui fu colpita alla giovane parve sentire la voce del padre: «Prima o poi ti farai male, se continui a trastullarti con le spade».