Disegna la tua storia – miniesercizio 78 di Scrivere creativo

Scrivere Creativo propone periodicamente dei mini esercizi che servono a condensare in poche righe una storia. Questo tipo esercizio ha l’ambizione di sviluppare la fantasia dello scrivente attraverso un approccio visivo di tipo statico, appunto una fotografia.
L’aspetto di osservazione è fondamentale in quanto bisogna essere in grado di raccontare ciò che si vede a qualcuno che appunto non vede quel che guardate voi. E non è semplice farlo in modo originale e credibile.
Inoltre ci sono tre paletti, tre parametri definiti da rispettare. Infine ultima difficoltà un limite di parole, che obbliga a non dilungarsi in concetti relativamente inutili o ripetitivi.

In conclusione inventare una storia tra le 10 e le 200 parole avendo a disposizione:
– Una ruota
– Un bambino silenzioso
– Un sasso blu
e questa immagine

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E adesso la storia

Pietro aveva il viso segnato dalle maglie della rete. Sul green i giocatori facevano vibrare l’aria, mentre lui sognava restando in silenzio. Non perdeva un movimento delle spalle e delle gambe. Il colpo secco con l’erba che volava, mentre il bianco della pallina compiva il volo per planare distante. I rumori si smorzavano, mentre la visuale diventava vuota e le voci dei giocatori e dei caddies si perdevano nell’aria. Un attimo e sul prato tornava il silenzio interrotto dalle grida delle gazze alla ricerca di qualcosa. In silenzio Pietro riprese la strada di casa, tenendo stretto il suo piccolo tesoro. Un uomo stava sacramentando accanto alla vecchia Panda senza una ruota. Per terra giaceva quella scorta arrugginita e per di più sgonfia. Pietro trattenne la risata, perché trovava comica la scena, ma non voleva incorrere nell’ira dell’uomo congestionato nel volto per la rabbia.

Nel cortile di casa Pietro prese un manico di scopa, depositò il suo tesoro sul piccolo monticello di terra simulando il tee un sasso rotondo e blu. Dondolò sulle gambe come aveva visto tante volte e zac un colpo violento al sasso che terminò lontano.

Pietro rimase sbigottito. Il vetro del vicino non c’era più.

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Apiediscalzi

Si sentiva in colpa per ciò che aveva attorno, con indosso un terribile senso di insoddisfazione e incapacità. Senza dirselo apertamente si definiva un malato cronico dentro una società a più patologie. Quanto avrebbe voluto capire, come fermare quel treno impazzito che era la sua Vita. Mentalmente si vedeva bene su un molo al porto, a guardare i gabbiani andare qui e là, ascoltare il suono delle partenze, cercare un faro con gli occhi. Aveva bisogno di sentire un vento fresco e freddo sul viso e addosso, una carezza leggera che lo aiutasse a respirare a pieni polmoni. Allentare la tensione in qualche modo. Sembrava non facesse mai abbastanza, che non arrivasse mai al dunque, al concreto, l’obiettivo. Possibile? Ciò che sentiva dagli altri portava poco conforto “vai così che vai bene”, “dai che sei bravo”, “c’è la puoi fare, ne sei capace”. Si domandava in quale modo contorto vedessero i suoi occhi stanchi e la camicia stropicciata, credevano che passasse la sere a fare baldoria? Respirare, quanto gli mancava. Buttare dentro aria era la tecnica della sopravvivenza, da quanto tempo non faceva qualcosa di divertente, da quanto voleva leggere quel libro, comprare quel CD, andare a teatro o al cinema. Frequentare dei corsi in palestra. Nulla, solo lavoro, suddito decerebrato del Dio Denaro. Una cosa l’aveva capita bene, se lo aveva scritto alla base del collo “il denaro non vale niente”. Soldi? Che siano cinquecento o mille, duemila, tremila. Somme discrete, cinquecentomila? Quanto vale conquistare la persona che ami. Alle persone superficiali ci pensa la vita? Beati gli ultimi che saranno i primi, si accettano altri moralismi da strapazzo. Nessuno di questi sembrerà rispondere a quanto vale la dignità di un uomo OGGI. Più o meno, all’incirca di una splendida macchina, villetta a schiera e di una vacanza. Dicono che col tempo ogni cosa prenda il suo posto, come pezzi sparsi di un puzzle da ricomporre.

Dando un’occhiata in giro si direbbe che non abbiano senso gli stessi pezzi.

12/01/2016

WARM

La donna si voltò nella luce opprimente di mezzogiorno ad osservare la tavola apparecchiata. Suo marito era ancora fermo lì, seduto davanti al suo piatto di pasta fumante, senza far nulla. Aspettava come intontito. Sintonizzato chissà su quale lontana frequenza. Gli occhi della donna guizzarono febbrilmente in pochi istanti per squadrare quell’inetto con la barba nera. Occhi furiosi, accecati dal nero odio. Tornò ad occuparsi alle faccende in cucina, scuotendo decisamente la testa. “Puoi mangiare adesso.” disse, scandendo le parole in tono perentorio. Il volume della tv non era eccessivamente alto e la moglie non sentì alcun tintinnio di posate. Passarono secondi come frustate violente alla sua schiena, senza nessun chiaro segnale dal tavolo del soggiorno. Sbirciò all’altezza della sua spalla destra e gli colò un rivolo di sudore dalla tempia. Caldo. Insopportabile. Senza tregua. “Mangia! Ho detto mangia!” Nessuna risposta provenne da laggiù.
D’un tratto la voce del giornalista perse irrimediabilmente potere fino a sciogliersi come zucchero nell’acqua. La sua mano ghermì il coltello giusto, dal manico nero e lucido. Scivoloso. Caldo. Insopportabile. Senza scampo. I suoi occhi si spensero, perdendo lucidità. Il volto si deturpò di un ghigno storto. “Mangiaaa!” urlò rabbiosamente, mentre tutta sudata raggiunse con uno scatto l’uomo che aveva sposato seduto alla sedia, colpendolo ripetutamente al collo, al petto, alle braccia. Il sangue si mescolò al sugo nel piatto e sporcò le posate e i tovaglioli.
I due coniugi proiettarono in quei pochi secondi molte diverse ombre, davanti alla finestra spalancata. Tristi ombre in movimento sotto la calda luce di agosto. Calda. Insopportabile. Senza alternativa. Da un mondo lontano, l’elegante giornalista riprese ad annunciare lentamente un’altra notizia: “Nuovo caso di apparente follia omicida nella calda provincia di…”

È PER COLPA DI UNA MANO

Da un’idea (più di un’idea!) di mio figlio Lorenzo, torno ad una vecchia passione: l’horror. (S.R)

Finalmente un po’ d’acqua!

Dicevano così i vecchi del posto, per lo più agricoltori, che di anno in anno avevano visto scomparire le stagioni, come se Dio si divertisse a cambiare il corso della natura.

Erano passati già tre mesi senza che piovesse, un po’ troppo per l’arsura della terra.

Ora quelle nuvole nere come antracite avevano riversato acqua sulle strade e sulle campagne, ma data la violenza delle precipitazioni, molte rogge erano esondate creando diversi grattacapi.

– Come facciamo? Ci bagneremo tutti – disse Paolo all’amico che stava armeggiando con un ombrello mezzo rotto.

– Usciamo lo stesso – recitò Andrea senza pensarci. – Non possiamo fare altrimenti.

– Ma abbiamo soltanto quello stupido ombrello!

– Meglio di niente.

Andrea e Paolo si erano conosciuti in prima media, in una calda mattina di settembre e si erano seduti uno a fianco all’altro, mentre le professoresse enunciavano le solite raccomandazioni di inizio anno.

Da lì era stato un crescendo di rapporto, di intese e sguardi di sottecchi, di avventure sempre più al limite della legalità.

Si erano iscritti ad un liceo scientifico di Milano e nei minuti di intervallo avevano conosciuto Ajar, un ragazzo italiano con simpatie per l‘oriente.

– Ma qual è il tuo vero nome? – gli avevano chiesto un giorno.

– Matteo, ma preferisco Ajar.

Ajar frequentava con i genitori un tempio buddhista; gli avevano insegnato quanto fosse necessaria la purificazione dell’anima, ma finiti quegli incontri spirituali preferiva passare le ore in un parco a nord della città, dove aveva conosciuto spacciatori che l’avevano avviato ad un buon giro di vendite.

Ajar li aspettava all’ingresso del parco. Erano in ritardo, una cosa che faceva imbestialire il ragazzo.

– Eccovi finalmente. E’ l’ultima volta che vi aspetto così a lungo.

– Pioveva troppo – disse Paolo.

– La pazienza non è la via dell’ascesi? – chiese Andrea col sorriso sulle labbra.

Ajar gli lanciò un’occhiataccia e si avviò.

Dopo dieci minuti di cammino tra le piante del parco, con la pioggia che picchiava sulla pelle pungendo come fittissimi aghi, e l’acqua delle pozzanghere che schizzava sui pantaloni, i tre arrivarono ad un ponte di legno che scavalcava un fosso che con un balzo nemmeno troppo impegnativo si sarebbe potuto tranquillamente saltare.

– Aspettatemi qui.

Ajar si allontanò di qualche metro e tra gli arbusti di un cespuglio tirò fuori un sacchetto con alcune pasticche azzurrine. Ne prese una e la passò ad Andrea:

– Portatela dove vi ho detto. Alle diciotto vi voglio qui con i soldi.

– Quant’è la nostra percentuale? – domandò Paolo.

– Troppe domande. Venite stasera e lo vedrete.

Paolo fece una smorfia fin troppo eloquente, poi diede di gomito ad Andrea e si incamminò.

Fu l’ultima volta che videro Ajar.

Con la pasticca in tasca, Andrea sembrava più nervoso del solito.

– Sei troppo agitato, Andrea! – lo rimproverò l’amico. – Così ci beccano.

– Non sono agitato – disse prima di tirare un bel respiro. – è che vorrei provarla.

– Ma sei scemo?

– Sono stanco di portare avanti e indietro le pasticche per quell’imbecille di indiano.

– Sai benissimo che è l’unico modo per fare qualche soldino. E basta prenderla una volta per dare seguito alle altre.

Fecero alcuni passi senza dire una parola, poi Andrea si arrestò.

– Io la provo!

Prese la pasticca in mano e la infilò in bocca.

Cadde immediatamente all’indietro tenendosi il collo, mentre Paolo cercava di capire cosa stesse succedendo.

Andrea aveva gli occhi rivoltati e dalla bocca sembrava uscisse un unghia simile a quelle di una strega.

– Che succede?  – urlò Paolo.

Andrea non riusciva a parlare e dimenava le gambe come se fosse preso da una crisi epilettica.

– Cos’hai in bocca? – gridò.

Si sentì uno schiocco secco, come di ramo spezzato e dalla bocca di Andrea uscirono piccoli pezzetti di osso mandibolare.

La bocca di Andrea si accartocciò su se stessa come quella dei vecchi appena tolgono la dentiera.

Gli occhi gli si affossarono nelle cavità oculari mentre il naso si staccò di netto come se qualcuno l’avesse tagliato con una lama invisibile.

Dal quel che rimase della bocca, uscì una mano con dita affusolate e nodose; le unghie lunghe bisticciavano tra loro tenendo un ritmo secco come il suono di nacchere per una danza funebre; al posto del polso c’era una faccina di bambino appena nato, e al centro della faccia una bocca disgustosa che emetteva suoni e parole gutturali:

– Questo succede a chi si droga se ti prende la mano! – disse prima di emettere un ghigno infernale.

Paolo non riuscì a muoversi. Era terrorizzato.

La mano, che era grande come una scarpa,  accelerò come un ragno e tentò di avvolgere con le dita le caviglie di Paolo. Il ragazzo si ritrasse appena in tempo, ma un unghia riuscì a tagliarlo proprio a ridosso del tendine d’Achille.

Paolo urlò mentre un rimbombo spaventoso fece tremare la terra.

– Il terremoto! – gridò qualcuno.

In effetti la terrà si aprì e la mano vi si gettò nelle viscere. Prima di scomparire del tutto urlò:

– Ricordati: la droga distrugge tutto quello che incontra, ma chi uccide realmente è la mano che vende!

Quindi la terra si richiuse; restò solamente il battito stentoreo della pioggia.

di Stefano Re

LA RESA DEI CONTI.

Sydney

Il ragazzo tremava, si era accovacciato dietro a un cassone dell’immondizia. Quei soldi, quelli che gli doveva, non li avrebbe mai potuti recuperare: per farlo non gli sarebbe bastata una vita intera. Dannata cocaina! E in quell’istante lo pensava davvero.
Ne udiva il respiro, quasi lo attendeva, desiderava solo farla finita. La sua esistenza, da sempre, era stata una merda.
L’asfalto, lucido di pioggia, rifletteva l’ombra di un omone ritto e fermo sotto a un lampione: era a un passo da lui.
“Uccidimi!”,  lo supplicò, con il poco fiato che quell’ultimo barlume di coraggio gli aveva ricacciato in gola. Il cuore pareva squarciare il suo petto. Tutt’intorno, in un silenzio surreale, solo il tintinnio di una grondaia che era così tanto forte da riuscire a spaccare i timpani.
L’omone, con flemma, si levò il berretto fradicio dal quale scendevano delle grosse gocce d’acqua che gli scivolavano negli occhi, e, sollevando anche l’altro braccio, gli puntò addosso ben dritta una pistola.
“Sono spiacente, tu vivrai invece, vivrai ancora per un po’. L’unica persona che hai amato davvero ha già pagato il conto al posto tuo. Morire, a confronto, per te sarebbe soltanto un sollievo. Stammi sempre bene, brutto pezzo di stronzo!”

Quella notte, nel bosco…

Quella notte, nel bosco Sofia emerse dai vapori che la terra faceva salire verso il cielo. Percorreva un sentiero nel buio della notte illuminando i passi con la torcia del telefono. Una luce spettrale che si muoveva oscillante con l’incedere della ragazza. Il rumore del suo respiro rompeva il silenzio che l’avvolgeva. Anche gli animali trattenevano il fiato come se temessero per la sua vita.

Lei andava nel bosco sopra la montagna di Venusia ogni volta che ritornava dall’università di Ludi, dove frequentava il corso di agraria. Era sua intenzione diventare agronoma, occuparsi del bosco e aiutare i contadini nel loro lavoro.

Però quel giorno si era attardata oltre il consueto e il buio l’aveva colta di sorpresa. Con Tobia, l’infaticabile amico a quattro zampe si era spinta in un punto del bosco che non aveva mai esplorato.

Una radura circondata da castagni secolari, contorti per contrastare il vento e mostrare il loro dolore, si era aperta in modo inaspettato alla sua vista, sbucando dall’intrico del sottobosco fatto di rovi fitti e pungenti col loro carico di frutti acerbi. Le felci nascondevano insidie e trabocchetti. Il profumo delle fragole selvatiche si mescolava con quello umido dei funghi.

Quel giorno Sofia era decisa a seguire un sentiero mai percorso, spinta dalla curiosità di esplorare quella parte di bosco che non conosceva. Salì piccoli pendii e ripide discese in vallette dove i raggi del sole stentavano a perforare la cappa verde che le sovrastava. Quando all’improvviso passò dalla semi oscurità del sottobosco alla luce della radura.

L’erba era moderatamente alta costellata qua e là da fiori colorati. Ranuncoli selvatici, scarpette della madonna e vasti appezzamenti bianchi di margherite.

«Oh!» esclamò sorpresa nell’osservare questo angolo di bosco. Non aveva mai immaginato di trovare tanti colori in così poco spazio.

Ne raccolse da comporre un mazzetto odoroso, mentre Tobia annusava ogni punti alla ricerca del passaggio di qualche selvatico. Mentre Sofia era concentrata nella scelta dello stelo da prendere, il cane non smetteva di correre da un punto all’altro della radura.

Come se qualcuno avesse spento l’interruttore della luce, l’oscurità calò di colpo riempiendo di grigio ogni cosa.

«Vieni, Tobia» chiamò il cane. «Si è fatto tardi. Dobbiamo tornare indietro».

Infilò un sentiero tra due castagni carichi di frutti ancora verdi, perché le sembrò di ricordare che erano arrivati da quella parte. Camminarono spediti, mentre la luce si affievoliva sempre di più. Però Sofia non ricordava di aver mai percorso quel sentiero, nemmeno prima, quando si era avventurata per quella pista inesplorata. Si era inerpicata su pendi e affrontato discese, ma adesso il tracciato era piano e le sembrò di girare intorno alla radura.

«Possibile che mi sia persa?» mormorò per darsi coraggio, mentre Tobia non si allontanava di un centimetro dalla sua gamba sinistra.

Trovava strano il suo comportamento, perché nelle era solito correre a destra e sinistra in un incessante moto. Pareva avesse timore di perdersi, di perdere il suo capobranco. La lingua a penzoloni, il respiro profondo erano il tratto distintivo del suo incedere: non un guaito, né un latrato.

Sofia avvertiva un peso sul petto che la faceva respirare male a bocca aperta per immettere più aria possibile nei polmoni. Sopra di lei il verde sempre più cupo del fogliame incombeva come la mannaia del boia sul collo del condannato. Si fermò per riprendere fiato e ragionare senza l’incubo della paura.

«Dove siamo?» domandò a Tobia che sollevò il capo, mentre intravvedeva solo i suoi contorni.

Sofia rise, una risata stridula figlia della paura, che strisciava dentro di lei. Prese il telefono e aprì l’app della bussola. Mosse qualche passo verso il punto in cui presumeva si trovasse Venusia. Indicava nord, ma il bosco degli spiriti era a settentrione rispetto il paese. Capì che stava andando nella direzione sbagliata.

«E tu, non mi correggi?» disse con tono di rimprovero verso Tobia che abbassò le orecchie, mentre ruotarono di centottanta gradi per andare verso sud in direzione di Venusia.

La verità

La figura dell’uomo emerse dallo scroscio di pioggia oltre la porta a vetri della sala del Caffè  affollata da perditempo e impiegati in pausa. In un angolo lei guardava fuori, ipnotizzata dalle ombre opache del mondo in balia del temporale. Né la sua attenzione fu catturata quando l’uomo con un cortese buongiorno le sedé di fronte. Un lungo imbarazzato silenzio, steso sul vocio distratto del locale.
«Le piace la pioggia?»
«Non molto quando devo stare tutto il giorno in giro. Come oggi! È il terzo Caffè Martini che visito per trovarla.»
«Avrei dovuto essere più precisa.»
«Non fa nulla. Importa solo che adesso io sia qui.»
«Già!» disse destinando finalmente uno sguardo al nuovo venuto.
Un ragazzo con la pelle olivastra si avvicinò per chiedere se avesse bisogno di ordinare. Aveva anche lui uno sguardo distratto dalle scene liquide all’esterno; annotò qualcosa sul taccuino e si dileguò verso il bancone.
«Non avete preso vino.»
«In servizio mai.»
«Anche se sappiamo entrambi…»
«Diciamo non più?»
«Ecco, diciamo non più.»
Il ragazzo tornò con un paio di piatti e una bottiglia d’acqua. Sistemò sotto il portacenere il conto e con discrezione s’allontanò.
Lei diede appena una occhiata al piatto.
«Non ha fame?»
«Da anni non più. Allora, contento di avermi trovato?»
«No, faccio solo quello che mi ordinano. E poi è lei che si è rifatta viva.»
«Non diceva così quando…»
«Basta per favore! Sono anni che provo a dimenticare!»
«E ci sei riuscito?» Il tono dell’interlocutrice era di colpo cambiato. Aveva assunto una vena cattiva. E anche lo sguardo s’era fatto inquisitorio. L’uomo reagì a questo passaggio brusco al tu indietreggiando verso la spalliera e poggiando la forchetta sul piatto.
«Cos’è hai paura? Non sei contento di esserti finalmente adeguato?»
Per un po’ rimasero in silenzio in attesa di qualcosa, appena sospesi in quel vertiginoso tornare al passato che, con evidenza, li aveva visti in ben altri rapporti.
«Ad ogni modo oggi ha chiuso il caso e troverà almeno sollievo dalla mia morte!»
L’uomo sembrò rassicurato da quel ritorno al formale lei e riprese il pasto.
«Chi le dice che io sia qui per ucciderla?»
«Perché l’avrebbero mandata allora? Per provare a offrirmi un mediocre piatto freddo? Sia serio almeno oggi!»
«Potrebbe esserci un modo…»
«No Pierre, il modo non esiste più. Sono morta anni addietro, quando nessuno di voi ha voluto difendermi. È stato facile far sparire ogni mia traccia dai vostri discorsi. Ore e ore di menzogne vomitate ovunque per dimostrare che non avevo più motivo di esistere.»
«Ma alla fine siete ancora qua davanti a me, non…»
«Un intralcio, Pierre, solo un inutile fastidioso intralcio. Di’ la verità», sorrise su quel termine arrivato da un lontano passato, «la verità! se sai ancora cosa sia. Sarà un sollievo per tutti liberarvi di me.»
«Non ha più importanza. Ora bisogna solo che andiamo.»
«Dove? Vuoi tirar fuori una pistola in un vicolo, lontano da occhi indiscreti? Lanciarmi giù da un ponte? Cosa avete pensato di creativo per me? Dai su, dopo tutti questi anni almeno una fine degna.» Il sorriso di lei era nuovamente un ghigno beffardo, l’ultimo segno di vita di chi sa che non può più fermare la mano del carnefice.
L’uomo, chino sul piatto, ascoltava con i pugni chiusi. Voleva finirla in fretta quella storia. Voleva alzarsi e andare via. Fare quel doveva e tornare fuori, nella pioggia. Ché l’acqua alla fine lava tutto, scivola addosso, isola come un muro invisibile, come si fosse a casa, nella piccola stanza che da anni lo ospitava, solo. Lui e i suoi pensieri. Lui e il bisogno mai sopito di cercarla nonostante le tante finzioni che, in tutti quegli anni, lo avevano tenuto lontano da lei. Poi la chiamata e quel tremendo ricordo che riemergeva dai suoi incubi. Se doveva finire così, voleva essere lui a farlo, su questo non aveva avuto dubbi, sebbene avesse sperato fino all’ultimo di convincerla a fuggire via.
Lentamente aprì le mani rivelando le due fialette colme di liquido giallo. Una per palmo.
«Volete essere sicuri questa volta. Doppia dose! Non si bada a spese!»
L’uomo ne versò il contenuto nei due bicchieri sul tavolo, con lentezza. Lei forse iniziò a capire, ma troppo tardi, che uno solo le era destinato; l’altro in un attimo lo ingollò Pierre, storcendo un po’ il naso per il sapore amaro del contenuto.
Dopo fu solo silenzio per un tempo lungo una vita intera, alla fine del quale l’uomo con un cenno del capo salutò poi, andando via dal Caffè, si immerse nella bufera incurante dei vestiti zuppi.
Lei vide transitare la sagoma incerta attraverso il vetro bagnato, guardò il bicchiere ancora pieno e pensò che tra poco nessun altro uomo l’avrebbe più ricordata.
Dieci minuti dopo il ragazzo con la pelle olivastra portò via il bicchiere vuoto e contò le banconote sotto il portacenere. Sorrise pensando alla bella mancia che quello strano uomo solitario aveva lasciato.
Vicino a una panchina del corso Pierre, appoggiato a un platano lentamente chiudeva gli occhi. Era l’ultimo uomo ad averla vista in vita. Lei, la Verità.

Disegna la tua storia – un’immagine di Waldprok – lo scoiattolo

Un’altra bella immagine di Waldprok che ha immortalato uno splendido esemplare di scoiattolo rosso.

Buona lettura

Sofia lo ama e lo coccola ogni volta che va nel bosco. Lui è furbo. Se ne sta rintanato tra le foglie del larice, dove si è costruito una comoda e ben nascosta tana.

Passa molto tempo a cercare cibo come una brava formichina. Un lavoro incessante su e giù dal tronco, mentre le provviste crescono. Però è sempre attento a tutti i rumori per evitare i guai. Già una volta aveva rischiato di finire impagliato perché un estraneo un giorno si era presentato nel bosco armato da un bastone micidiale. Faceva un rumore assordante e sputava dei cilindri appuntiti. Quel giorno aveva visto l’amica tortora stramazzare al suolo immobile dopo che quello strano bastone aveva prodotto un frastuono incredibile che aveva rotto il silenzio del bosco.

Svelto aveva abbandonato il suo carico di ghiande per salire rapido nel suo nido. E aveva fatto bene, perché aveva sentito il tronco vibrare. Qualche giorno più tardi, dopo essere rimasto immobile e in silenzio nella sua tana, aveva notato che nel tronco c’era un foro sospetto. “Guarda un po’!” esclamò vedendo quel segno. “Se fossi rimasto lì con le mie provviste, non avrei potuto raccontare questa storia”.

Elisa l’ha battezzato Cip, ricordando un famoso cartoon di Walt Disney, dove due scoiattoli danno vita a grandi imprese per la gioia di bambini e adulti. Come Cip, curioso e furbo. Attivo nella fornitura di cibarie pescava anche dai cestini dei gitanti.

All’inizio Cip era diffidente nei confronti di quella donna che lo chiamava con uno strano nome. Avrebbe voluto avvertirla che in realtà il suo nome è Ciop e non quella storpiatura con cui lo chiama. Però gli lascia ai piedi del suo larice tante leccornie, che vinta l’iniziale diffidenza aveva trovato di suo gradimento.

Dunque una mattina di settembre Sofia si avventura nel bosco avvolto da un alone plumbeo di nebbia bagnata e appiccicosa per la consueta passeggiata con Tobia. Ha con sé un sacchetto pieno di ghiande e di mandorle per il siìuoi amico Cip.

«Cip dove sei?» chiede ad alta voce, sbirciando tra il fogliame del larice nella speranza di cogliere quel musetto simpatico.

Non vede nulla e al suo richiamo lo scoiattolo non compare. Sofia alza le spalle, si stringe nella cerata gialla e si allontana lasciando ai piedi dell’albero il sacchetto.

Mentre si allontana, si gira più volte per osservare se il suo amichetto si fa vedere come il solito.

Alla fine delusa Sofia riprende la via di casa.

Formula magica

Sangue di drago
il respiro di un mago,
di una fata
la risata,
di un folletto
Il suo berretto.
Gira e rigira nell’ aria la magia,
ora la catturo e diventerà mia.
Otterrò ogni cosa:
Il profumo di una rosa,
la bellezza di un diamante,
di qualunque persona
potrò leggere nella mente.
Gracidìo di rana,
mistero di bosco,
questa è una formula che solo io conosco.
Gira e rigira nell’ aria la magia
ora la catturo e diventerà mia:
di una strega il reggiseno
dell’ unicorno l’ arcobaleno.
La userò per dare a tutti
un momento un po’ sereno,
una fetta di allegria
anche dove è andata via.
No non voglio far malìe
nè cattiverie, naturalmente.
È solo uno scherzo,
(un poco divertente)
la formula di una magia,
che ha come potere
la sola fantasia.

Lucia Lorenzon 9 settembre 2018

Apiediscalzi -;

Avevo il vuoto sotto i piedi

tutto sembrava amplificato

il rumore dei passi

il respiro corto

stavo scendendo le scale col pensiero di farmi un caffè

sentivo il cardiopalmo

un eco nella testa “se ne riparlerà”

pensavo

il gas era acceso,

ho preso la moka più piccola

nell’impazienza di farmi un caffè

ho riempito il vano al massimo della capienza

il rumore dei passi si faceva più forte

“se ne riparlerà”

sembra dovesse uscirmi dalla testa

l’ho sentita esplodere dall’interno

“se ne riparlerà”

osservavo l’acciaio dei pensili della cucina

distrattamente li ho messi in ordine

poi di nuovo

poi ancora

le tazze del caffè erano fuori posto

il tappetto era fuori posto

il colore delle tende mi dava fastidio

anche la tv accesa

l’ho spenta

ho tirato giù la tenda, rompendo un anello

ogni cosa era così maledettamente fuori posto

la disposizione dei cucchiai nel primo cassetto

osservavo il colore delle pareti

non mi piaceva

mi sentivo soffocare

il caffè usciva a fiotti dalla piccola moka che si ribellava

sbuffando

algida

urtai per sbaglio con il dorso della mano la tazzina rossa

l’ho vista cadere a terra senza preoccuparmi di prenderla

frazioni di attimi

ne ho presa un’altra

ho versato lentamente due dita di caffè

buttando la moka sotto l’acqua fredda e lasciando scorrere via quel poco che era rimasto

“se ne riparlerà”

ho bevuto un paio di sorsi senza zucchero

mi dava fastidio il sapore

sentivo il nodo alla gola che non riuscivo a sciogliere

“se ne riparlerà”

tutto sembrava maledettamente fuori posto

io stessa

lo ero

fuoriposto

Immagine tratta liberamente dal web