Rami secchi

C’era nostalgia in Alberto, quella sottile e pericolosa. Lui stava dinnanzi al foglio bianco da disegno e doveva rappresentare il suo stato d’animo.

“Come posso?” e provava a mettere giù qualcosa. Solo rami secchi che facevano intuire un alberello malaticcio e spoglio.

“No, non posso” e accartocciava il cartoncino giallo pallido. Però il foglio non ci stava. Non voleva farsi appallottolare e ritornava sempre più spiegazzato disteso sul tavolo.

Alberto lo distese o almeno tentò. Quella ritrosia del cartoncino lo convinse a rivederlo sotto altra luce. Lisciò per bene le pieghe, anche se alcune si ostinavano a rimanere tali.

Quei rami verso l’alto gli sembrano le dita di una mano protese verso il cielo. Una specie d’invocazione di aiuto.

“E sì!” ammise Alberto. “Anch’io ho bisogno d’aiuto”

Happy Hour

Il signor Mattia Pilcher iniziò a raccontare della giornata mentre indossava le pantofole in finto camoscio e mai avrebbe potuto immaginare che l’ingegner Felice Masini, proprio in quel preciso momento, stesse riaprendo gli occhi perplesso di trovarsi tutta la sua rapace famiglia intorno. E ancor più strano per lui sarebbe stato apprendere come un sentimento di odio fosse stato indirizzato verso le sue salvifiche conoscenze sul massaggio cardiaco dal miracolato ingegnere.
La signora Grazia De Michelis provò a mettere in scena la faccia più interessata del suo ormai decennale repertorio, per dissimulare la noia per l’ennesimo racconto eroico dei salvamenti del marito; tra poco meno di mezz’ora sarebbe iniziato “Mai troppo tardi”, il fortunato e triste talent per signori e signore di mezz’età in forte ritardo sulla loro personalissima tabella di marcia verso il sospirato successo artistico.
Quello della signora Grazia giaceva per esempio nella mailbox dell’aiuto segretario alla produzione Omar Franchetti, più interessato al momento al talento pelvico di tal Alessandro, cognome non pervenuto, che provava a suo modo a farsi strada nella vita alleviando le solitudini di collaboratori e collaboratrici della signora e padrona dei Talent show, Piera Savasta, la procace conduttrice di “Mai troppo tardi”, detentrice del record mondiale di interventi chirurgici anti invecchiamento.
Pare poi che improvvisamente la signora Grazia fu colpita da un dettaglio del racconto e che fece ripetere ben tre volte il cognome del fortunato ingegnere, accusando una improvvisa fitta al cuore, magistralmente simulata dall’alzarsi di scatto dalla sedia e provare a passeggiare lentamente intorno alla tavola apparecchiata per cena. Voci social bene informate davano infatti per certa la relazione tra la plastica Piera e l’ingegnere fondatore della “Masini succhi genuini”, assurto ai clamori delle cronache per alcuni video erotici trafugati dal suo pc, che lo ritraevano insieme a svariate meteore dei reality procurate ad arte dall’astuta Piera. La gente italica infatti ama visceralmente i marchi dei presunti viveures immortalati nei rotocalchi. E tutto questo avevo triplicato le vendite di succhi Masini e le entrate della clinica Mater Dei che la Savasta frequentava assiduamente.
Si dovrebbe però specificare che era stato Lorenzo Pesci, social media manager del gruppo Masini, a realizzare i video utilizzando alcuni programmini per deep fake, con l’unica finalità di imporre il succo di frutta pera e basilico come simbolo di machismo suprematista, raddoppiando così le vendite di un prodotto di pessima qualità e per lui imbevibile. Più d’una volta aveva dovuto dissimulare in pubblico la sua avversità al liquido giallastro, con una sbandierata allergia alle pere che le malelingue sottolineavano non essere per sfortuna quelle in vena.
Pare infine che sia l’ingegner Masini che la signora De Michelis avessero nel medesimo istante espresso l’auspicio di una visita del buon Mattia in quella stanza d’ospedale, sebbene per motivi molto diversi.
Piera Savasta a questa richiesta aveva a dir il vero già pensato in chiave commerciale allertando il Franchetti per gestire la produzione dell’evento. Questi, molto contrariato dal dover interrompere l’interessante discorso con il citato Alessandro, si ritrovò dall’altro capo del telefono la voce tremante della De Michelis praticamente in lacrime per la notizia, ma piuttosto lucida da citare il mail famoso con il curriculum artistico e che il contrariato Omar finse di aver letto per tagliare corto e tornare a mettere la sua attenzione e le sue mani sul modello ancora nudo sul divanetto dello studio.
Il giorno dopo, l’arrivo a Villa Esperia dei coniugi Pilcher ricordò molto quella di due star sulla Croisette. In realtà il nugolo di fotografi che li accolse era formato da figuranti reclutati tra i possibili partecipanti a La spiaggia, reality autunnale sugli amori estivi. La notizia così confezionata, avrebbe fruttato molto, grazie alla precipitosa valanga di richieste dei rotocalchi disperati dello studiato riserbo che rischiava di escluderli dal lauto festino mediatico.
La signora De Michelis finalmente sentì che quel mondo, che tanto aveva agognato, la stava per accogliere tra le morbide braccia della Savasta che, con enfasi studiata a favore di camera, li aveva accolti nella hall della lussuosa clinica delle Pie Opere di Santa Esperia Martire. Piera fu inoltre molto eccitata dal contatto stretto e prolungato con la aspirante concorrente di Mai troppo tardi. Ada De Michelis aveva infatti vinto in gioventù parecchie edizioni del Miss Maglietta Bagnata di Trellaggio e Piera apprezzava molto il genere milf, nonostante continuasse ad accompagnarsi a ricchi imprenditori. Complice il caro chirurgia estetica sul tema non poteva infatti dichiarare la sua preferenza femminile: una serie di tagli al budget dovuti ai ridicoli ascolti e molti investimenti sbagliati avevano peraltro intaccato il magro patrimonio della conduttrice e solo la visibilità televisiva consentiva ancora di accedere ai ricchi patrimoni degli anziani capitani d’impresa ancora in circolazione.
Ali di figuranti in cerca di visibilità, accompagnarono la loro ascesa verso le suites della clinica, mentre fotografi ignoti scattavano centinaia di foto della scollatura vistosa della bella Ada. Giunti al piano una graziosa suorina in abito candido li accolse e preso in consegna il signor Pilcher le pregò di attendere in un salottino tranquillo proprio lì sulla destra. Le due rimasero quasi un’ora a parlare fitto fitto, mentre Mattia dietro la porta chiusa della stanza dell’ingegnere riceveva la sua dose di ringraziamenti.
Eppure quando l’infermiere tornò fuori nel lungo corridoio la sua faccia era tesa, incupita. Sarebbe stato ovvio accorgersi della sua espressione, ma né Ada, né Piera avevano molto interesse a queste cose e continuavano a sorridersi e a sfiorarsi come ragazzine.
Il tempo passò come passa veloce per tutti noi che lo misuriamo, coi nostri calendari, con i passi contati in fretta. L’ingegnere dopo qualche anno lasciò questa terra: questa volta a casa da solo non ci fu nessun Mattia a tirarlo per i capelli. E poi alla fine era giusto così, l’eternità non è roba umana e le vite, come le cose, devono avere una fine.
E un fine. Ada il suo l’aveva raggiunto e periodicamente tirava fuori le foto e i ritagli dei rotocalchi che la ritraevano in svariati sedicenti flirt con personaggi semisconosciuti che il Franchetti le incollava addosso per un po’. Con Piera si sentivano una volta a settimana. In fondo quella loro amicizia clandestina era stata l’unico vero regalo di quel periodo. Non era stato amore, sebbene una certa passione sessuale le avesse travolte. Il fatto è che nude sul grande letto della casa al mare, nei loro corpi imperfetti e in vari punti flaccidi, loro due si parlavano, si raccontavano la vita, quella di ogni giorno, fatta di code in tangenziale e carrelli della spesa. E di questa cosa qui erano felici; si carezzavano i fianchi che alla Mater Dei provavano disperatamente a modellare ed erano felici.
Ada come ultima esibizione del programma aveva fatto una poco probabile danza del ventre e il costume striminzito che aveva indossato lo custodiva in una scatola di paste di mandorle che le erano arrivate da un ammiratore siciliano. Ogni tanto lo tirava fuori e ricordava con nostalgia il momento che aveva suscitato le ire delle strutture della rete, scandalizzate dal cedimento del reggiseno a fascia in prima serata. Tutta una roba studiata a tavolino per tirare su qualche interazione social della desolata pagina Facebook.
Negli ultimi giorni Ada varcava l’ingresso dell’ex Santa Esperia Martire pensando con nostalgia a quel lontano arrivo teatralmente ordito dalla macchina del Franchetti. Adesso un annoiato custode la degnava appena di uno sguardo svogliato, mentre provava a finire il cruciverba sulla penultima pagina di un quotidiano. Al secondo piano Mattia Pilcher stava terminando la degenza per un piccolo intervento di ernia e provava a finire il triste pasto dai piatti di plastica giallastra. Accolse la moglie con un piccolo sorriso e mandò giù due sorsi dalla bottiglietta di plastica.
Si scambiarono qualche convenevole e parlarono un po’ di casa e del tempo. Poi di colpo Mattia disse: «Era stanco Masini.»
Ada lo guardò perplesso.
«Quella volta che rimasi con lui nella stanza mi disse che non poteva ringraziarmi. Che se era ancora vivo il motivo stava nel fatto che non aveva le palle per farla finita. Disse, sai che significa ogni giorno alzarsi e sperare che ti venga un colpo? E quando ti capita finalmente quel giorno lì, uno stronzo ti rimette in giro.»
Ada gli prese la mano, «ma tu hai fatto solo il tuo dovere.»
Mattia guardò fuori dalla finestra: «già, ma da quel giorno ho pensato davvero che in fondo sono uno stronzo. Anche di te, del tuo successo non me n’è fregato poi granché.»
Ada gli scosse la mano abbozzando un sorriso: «ma se sei stato sempre il mio più grande fan.»
Rimasero un po’ in silenzio, poi ripresero a parlare di robe futili e delle prossime vacanze. Prima di andare via finalmente gli chiese come si sentisse.
Mattia sembrò contrariato dalla domanda, quasi non volesse parlare di quel corpo che non sembrava volerlo accompagnare ancora per molto tempo in giro. Disse, «bene» e «ce la faremo». Disse così e mai e poi mai Ada avrebbe immaginato che quelle sarebbero state le ultime parole che avrebbe sentito da lui.
In chiesa Piera arrivò con un tailleur pantalone molto adatto al momento. Si sedette accanto ad Ada e per tutto il rito le tenne stretta la mano.
Finito tutto rimasero per un po’ a camminare sul vialetto di ghiaia bianca del cimitero.
«Tu sapevi?», chiese Ada con un filo di voce.
«Sì, mi aveva chiamato tre settimane fa. Non sapeva quanto sarebbe durata e allora s’è inventata la faccenda dell’ernia.»
Ada fece altri due passi, poi si fermò a guardare un grande albero sulla destra. «E ora?», chiese.
Piera le mise una mano sulla spalla: «Mi ha chiesto di non lasciarti sola. Vedrai, ce la faremo?»

Precipitando

Istantanei 
        s’infrangono gl’indugi 
spicco 
        il salto 
precipitando 
        senza fiato 
in turbini 
        di colore 
in armonie 
        sonore.

10/08/2020 h.1:37

L’ultimo fiore

Era l’ultimo fiore del giardino e non era ancora agosto.

Piero si era dato da fare durante la primavera. Aveva seminato piccole piantine che poi erano esplose in mille colori e aveva riempito vasi e aiuole del giardino per vincere il famoso premio cantonale: “Vota il giardino più bello”, un concorso che si teneva a fine giugno.

Dopo la semina di alcuni fiori e la piantumazione di altri, Piero aveva acquistato un aggeggio che misurava l’umidità della terra e in base ai risultati di quanto rilevato, innaffiava tutte le sere o a giorni alterni. Aveva acquistato un concime miracoloso, questo almeno gli aveva detto il venditore in dialetto, e si era preso cura dei nuovi germogli come non aveva mai fatto con alcuna donna. Dopo aver letto di certe usanze popolari, secondo le quali le piante crescevano meglio se il contadino parlava loro, Piero si era recato in libreria e aveva comperato alcuni libri di favole, ed ogni sera passava il tempo in giardino a leggerli ad alta voce. Insomma, voleva vincere a tutti i costi quel concorso.

Da piccolo, mai nessuno l’aveva stimolato. La madre gli diceva sempre che non capiva nulla, il papà lo picchiava ogni volta che Piero faceva qualcosa di sbagliato, persino il fratello lo considerava un buono a nulla, solo perché fuori lo prendevano tutti in giro. Diciamo che la sua autostima soffriva parecchio per tutto quanto gli era capitato.

Per questo motivo cercava riscatto nel concorso, sapendo che l’eco di quella sfida arrivava in tutta la regione, e che vincere quella sfida significava vincere contro professionisti e cultori della materia. A giugno era tutto pronto, il giardino era una tavolozza di mille colori e centinaia di sfumature, le piante di fiori erano robuste, le radici ben interrate e le foglie verdi e perfettamente regolari. Insomma, il lavoro sembrava ben fatto.

Giunsero i giurati, giunsero a fine giugno, con cappelli di paglia a tesa larga, il taccuino in mano e una serie di tabelle dove apporre i voti. Gli fecero domande, attesero risposte, rifecero domande e prima che rispondesse all’ultima domanda, salutarono e partirono per altri giardini. Piero li osservò finché li vide, poi entrò in casa e aprì una bottiglia di spumante. Bevve almeno tre quarti di quelle bollicine e poi si coricò sul divano e lì si addormentò.

La domenica successiva, nella piazza del paese, furono declamati prima le segnalazioni di merito e poi i vincitori. Sul podio ci salirono due donne e Piero fu insignito del primo premio. Aveva vinto e la coppa del vincitore, con un assegno di diecimila euro, gli fu consegnata dal sindaco, mentre la Banda degli alpini intonò una serie di canti di montagna. Gli applausi si persero tra le urla dei tifosi della squadra locale, che si giocava il primo posto di un torneo nello stadio lì a fianco.

Il giorno dopo, mentre i giornali locali uscivano con la notizia del concorso in prima pagina, Piero fu investito da una strana sensazione. Gli sembrava impossibile che la giuria avesse scelto proprio il suo giardino. Si saranno sbagliati, pensò. Forse qualcuno li ha corrotti per farmi vincere. Probabilmente hanno avuto compassione di tutti i miei fallimenti.

Così prese la cesoia e cominciò a tagliare i fiori del giardino. Lasciava solo il gambo, e tagliò con la pazienza con cui aveva atteso la fioritura. L’ultimo lo tagliò a fine luglio.

di Stefano Re

VITA.

Un giorno di ritardo è pur sempre un giorno in più.

Vita. Cos’è la vita? Meraviglia, mistero, sorpresa, malinconia, rabbia, amore, ingiustizia, tristezza. Sì, anche tristezza, tanta, e imprevista. Persino la parola vita è troppo corta: sono solo due sillabe. VI che si grida come una vittoria, con vitalità, e poi TA, grave, senza accento, due lettere pronunciate come una chiusa, una sentenza, tramite un rapido battito di lingua sul palato e con la bocca ferma, piena d’aria, arida, secca.
Vita. Quante cose è la vita, quante emozioni, quante persone, quanto amore e quanto odio; quanta rabbia, quanta felicità, e quanta bellezza. Provo a rivoltare il nome. Ottengo tavi, che sembra più esotico, più lontano, una vita sognata altrove… Oppure gioco a creare un anagramma: Itav, vati, ivat, e mi evocano il passato. Eppure la vita è qui, adesso! Ma il suono della vita è unico, musica di pioggia e di vento, crepitio del fuoco, sole, sciabordio d’onde, traffico, e silenzi rumorosi d’attesa. E il suo sapore è meraviglioso: dolce o salato, condito di resina, di erba o di salsedine, e anche di fiori, di baci e di carezze. Vita di sguardi intensi, buoni o cattivi, di abbracci, di consuetudini, di gioia e di noia, di soddisfazioni, di delusioni, di conquiste, di affetto e di pure paure, pure; di caldo e di freddo, di certezze e di incertezze, di malinconia e di mancanze. Tante mancanze. E di battiti: battiti del cuore, oppure dell’orologio. Tic tac, tic tac fa la sua voce, forte ma dolce. E un grido sussurrato o un urlo soffocato, dipende.
Forse, vita significa solo fortuna.

Il tuffo

Camminava lieve e assorta, i piedi scalzi fra la sabbia notturna, leggermente umida, fresca, setosa. Stringeva fra le mani i sandali e lenta e delicata di avvicinava al bagnasciuga. Lasciava che la brezza le scompigliasse i capelli, inspirava a fondo il profumo salmastro. Si fermò, la punta delle dita dei piedi avvertiva le prime spume. Chiuse gli occhi, ascoltava il mormorio delle onde, godeva della limpida luce lunare. Pensava a se stessa, a desideri sopiti, a istinti riemersi. Un profondo sospiro. Riaprì gli occhi, guardò la luna. Sorella e madre, confidente e guida, questo era al suo cuore. Svelta e leggera, si disfò degli inutili indumenti. Silenziosa lasciava che la luna la avvolgesse. Un passo alla volta scivolava nell’acqua, avvertiva potente un’assente presenza, sentiva vicino un mondo lontano fatto di suoni, colori, emozioni. Un istante ancora, rapida si tuffava a ritrovare se stessa.

L’ARIA DI DOLLE (da “Conglomerati”)di Andrea Zanzotto

In basso e basso e basso

lungo la stretta valle di curve e curve e curve
il tenebroso innamorato verde
che scava, bolle, eppure scorre
in mille nomi di piante
e pianticelle radicole forze
di ubertà quasi letalinfernali
o paradisiacamente maniacali –

ma sulla cima che tronca a balaustra
e in un unico fulgore aperto, illustra
tutto lo spazio, ecco leggere geometrie:
tre palazzetti tre case un campanile
e tre osterie:
vedila impavida e quasi severa
nel suo vago proporsi
a schiera, con tutti i soccorsi
di fini diciture
sparse di mutismi
e misterini ben dissimulati –
bondì, Dolle, bondì, quasi distrattamente
eterna anche se come abbandonata,
e minata qua e là
da riflessi di un nostro aldilà:
ma la tua quiddità tutto travalica
non hai bisogno d’esser nemmeno un sogno
perché sei
una cartolina inviata dagli dèi.

📷 Lucia Lorenzon Foto

Ricorre quest’anno il centenario dalla nascita di Andrea Zanzotto (1921-2011) il suo paese, Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, è a cinque km dal mio, lì ho fatto le scuole medie e le superiori. Zanzotto per noi diventa familiare fin da bambini, ne impariamo già alle elementari le poesie dialettali più semplici, ma poi ci accompagna con i suoi versi, sia dialettali, che in italiano, lungo tutta la vita. A volte “semplice”, a volte ostico ed aulico, nel suo poetare, ma sempre un grande. Innamorato del suo territorio, cui dedica molti suoi testi poetici, dedica, appunto, questo, al piccolo borgo di Rolle, da lui chiamato DOLLE, anch’esso vicinissimo a dove vivo.

Ho scelto questa poesia per accompagnare le mie foto di Rolle, luogo bellissimo e primo borgo italiano bene FAI (Fondo Ambiente Italiano).

Le foto sono di maggio, fatte poco prima di un temporale, ma fotografo Rolle in ogni stagione, perché è sempre un incanto: “Una cartolina mandata dagli Dei”, come dice Zanzotto.

Lucia Lorenzon, 23 giugno 2021

Racconti impossibili. parte quindicesima

Finalmente, direte tirando un sospiro di sollievo, è finita la tortura di questo racconto assurdo.

Per gli appassionati, invero pochi, torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte. Ottenute le informazioni torna a Canterbury qui prose la lettura Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Questa è la copertina del cartaceo di prossima uscita della mia ultima fatica.

e qui l’ultima parte.

Frate Ethan sorrise senza rispondere. Cercava le parole giuste per introdurre il discorso del perdono. Gli altri argomenti non erano un problema.

Sir Percival lo guardò in attesa delle risposte che tardavano ad arrivare. Cominciò a spazientirsi, muovendosi nervoso per la stanza. «Avete perso l’uso della parola andando a Maidstone? Forse ve l’hanno tagliata?» proruppe fuori dai gangheri con tono iroso agitando le mani.

«No, Sir Percival. La lingua c’è e la parola pure».

Prince John si fermò di botto a bocca aperta. “Mi sta prendendo per i fondelli?” si chiese guardandolo in cagnesco.

«So cosa state pensando ma siete fuori strada. Ho tutte le risposte che cercavate. Però una è assai difficile da riportare. La lascerei per ultima» spiegò con calma il frate, modulando la voce verso un sussurro.

«Alzate il tono, così non ci sono fraintendimenti».

Frate Ethan diede un colpo di tosse come per schiarirsi la voce.

«Il mandante lo conoscete già» iniziò cauto.

«Ditemi il nome senza pormi degli indovinelli sulla persona».

«Chi vi ha accusato presso King James?»

Sir Percival rimase in silenzio per metabolizzare l’informazione. “Dunque quella serpe del conte di Rochester ha tramato contro di me, sfruttando le voci dei dissapori con mio cognato”. Riprese a passeggiare per la stanza. Doveva scaricare tutto il nervosismo accumulato in questi mesi. «Ne siete sicuro?»

Frate Ethan annuì col capo, avendo intuito che Sir Percival aveva compreso bene la sua risposta. «Però…».

«Però cosa? Quella serpe sarà schiacciata…».

Il frate scosse la testa per diniego. «Conosciamo il mandante ma chi ha operato materialmente sta sotto due yarde di terra».

Sir Percival si fermò e girandosi verso il frate con lentezza lo fissò negli occhi «Sappiamo per certo che …». Si interruppe per un attimo. Non voleva pronunciare quel nome. «Quella serpe dovrà confessare i suoi delitti».

Frate Ethan sospirò. “Sir Percival la fa troppo facile. Senza prove e senza l’assassino sarà arduo provare che Sir Robert è il mandatario dell’assassinio del conte di Sevenoaks”. Adesso veniva la parte più dura da far digerire al suo signore.

«Se va alla corte di King James gridando chi è il mandante non otterrà nulla. Anzi sarà messo alla porta senza troppi complimenti» spiegò il frate scandendo bene le parole.

«Ma King James dovrà ascoltarmi. Non può non ricevermi!» Il tono era stridulo e quasi strozzato.

«Sir Percival, bisogna giocare d’astuzia. Voi siete troppo irruente. Questa è una battaglia da combattere con astuzia, aggirando gli ostacoli».

«E come di grazia?» Prince John guardò il frate come se fosse risorto dalla tomba.

«Lo so che sarà difficile per voi ma deve mostrarsi umile e chiedere il perdono prima di accusare il conte. Solo così avrà qualche speranza che King James vi riceva».

Sir Percival rimase a bocca aperta per lo stupore. “Perdono di cosa? Non ho mai mancato di rispetto a King James. Ho combattuto sotto i suoi stendardi con lealtà. Perdono di cosa?”

Frate Ethan come se leggesse un libro aperto aveva intuito il motivo dello sbigottimento di Prince John. “Ma ammetterà mai le sue colpe?” Stava per spiegare il pensiero di poco prima, quando Sir Percival fece sentire la sua voce.

«Quale ammenda?»

«Qualche peccato…». Un sorriso ironico comparve sulle labbra del frate. «Sir Robert ha avuto gioco facile nello screditarvi e indicarvi come il mandante dell’assassinio di vostro cognato. Le voci mai smentite della vostra tresca con Lady Clarence sono state come il venticello della calunnia…».

«E quindi che dovrei fare?» chiese in tono leggermente più calmo, sollevando il sopracciglio destro.

«Dovete ammettere che dalla vostra relazione è nato Geoff, il marmocchio che vi assomiglia tanto. Insomma fare il penitente, chiedendo udienza con umiltà».

Sir Percival si grattò nervosamente la barba come se vi fossero dei pidocchi. Non gli garbava per nulla ammettere che aveva commesso un adulterio avendo come amante la cognata. Non sarebbe di per sé nulla di disdicevole ma temeva le reazioni di Lady Maria, sorella di Lady Clarence. “Già mi aveva minacciato di rendere pubblica la relazione e cacciarmi da Castle’s Devil. Però io avevo giurato che erano tutte falsità”.

«Ma devo proprio…?».

«Sì. Senza questo passo non sarete mai ricevuto a corte» obiettò il frate con un sorriso sornione.

«Ma non c’è un modo per evitare tutto questo?»

Frate Ethan trattenne una fragorosa risata che avrebbe potuto essere pericolosa, visto che Sir Percival si andava calmando.

«Sicuramente. Il modo c’è» spiegò in tono ironico ma non troppo.

«Non tenetemi sulle spine» sollecitò Prince John che si era fermato in mezzo alla stanza.

«Non fare nulla, sperando in un passo falso del Conte di Rochester. È troppo ambizioso per non commettere un errore allora…».

Sir Percival scoppiò in una fragorosa risata. Il frate aveva ragione. Lasciare le cose come erano adesso avrebbe rappresentato la migliore strategia. “King James è sempre troppo affamato di armigeri che combattano le sue guerre ma … la serpe non è molto disponibile. Allora sarà lui a pregarmi di andare a corte”.

«Credo proprio che abbiate ragione. Non muoio dalla voglia di essere ricevuto a corte. Avete fatto un ottimo lavoro».

Frate Ethan sorrise, sapendo che le parole di Sir Percival suonavano false ma gli lasciò credere di essere d’accordo con lui.

Summer hymn

Pat dalla ringhiera del balconcino si sporse a guardare la montagna.
“Minaccia vento”, pensò. E si affrettò a rientrare le lenzuola ancora un po’ umide.
“Qui se arriva la bufera tira giù tutto”, si disse mentre le fronde del grande albero iniziavano a oscillare.

Rientrata in casa ripose il fagotto sulla cassapanca e continuò a sparecchiare il tavolo della cena. Era un piatto e un bicchiere, niente di più, ma se l’era lasciati per ultima cosa della giornata. A lavarli ci avrebbe pensato la mattina dopo però, come sempre aveva fatto in quella minuscola casa abbarbicata sul monte, oltre la curva del diavolo. La chiamavano così perché era un punto cieco, una traiettoria che vedevi all’ultimo. Non che ci fosse morto qualcuno, ma di auto e moto finite nel fosso a mollo all’acqua ne aveva aiutato a tirare fuori tante con il trattore.

Dalla madia Pat tirò fuori una bottiglia con una etichetta vecchia e scolorita.
“Pochissimo ancora fino a Natale”, rifletté osservando in trasparenza le tre dita di nocino dell’anno scorso residue. Si versò un po’ di liquore in una tazzina sbeccata e spostò la seggiola impagliata proprio davanti la persiana aperta.
Adesso l’albero sembrava danzare, spinto dal vento che continuava a salire.
“Chissà come sarebbe ballare con quell’albero”, si chiese. Quando era giovane le piacevano tanto le feste e c’erano di quelle sagre in estate che l’indomani ci volevano le bombe per alzarsi dal letto e andare a lavorare. Lei si metteva in ghingheri, con il vestito a fiori che s’era cucita da sola, e poi si buttava nella mischia provando a trovare qualcuno di nuovo. E di bei ragazzi che venivano dalla valle a prendersi il fresco ne conobbe. Qualche volta rimanevano anche la notte da lei, ma pochi tornavano poi a cercarla. Un paio in tanti anni. Non di più. Con uno addirittura iniziarono a parlare di chiesa e invitati, ma non se ne fece niente alla fine.
Pat prese un sorso dalla tazzina: “chissà poi perché andò così con quel tipo” pensò guardando le nuvole passare davanti alla mezza luna brillante in cielo. C’era questo in lei di buono, che dimenticava. Ma da sempre eh! Fin da bambina, non era una roba dell’età. Pat cancellava tutto quello che le dava dolore e fastidio. E andava avanti, ignorando per sempre quell’evento. Poi magari, come quella sera, si faceva delle domande alle quali non sapeva più che rispondere, ma era faccenda di un attimo, perché dopo un nanosecondo faceva spallucce e continuava i suoi pensieri.

La ragazza sbucò sul viottolo d’ingresso spingendo una bicicletta con la forcella palesemente storta. Che si trattasse di ragazza si capì solo quando Pat si decise a scendere giù a vedere, perché aveva i capelli cortissimi e i vestiti zuppi di fango.
«Che è stato?», chiese Pat mettendo una mano sul manubrio.
«Una macchina sulla curva, quasi mi metteva sotto.»
«E sei finita nel fosso!», disse girandosi verso la casa, «vieni dentro che almeno ti dai una sistemata.»
Arrivati sull’uscio la ragazza si fermò a guardare intorno.
«Che c’è, non ti piace l’architettura?», chiese sarcastica Pat.
«La bici», fece la ragazza.
«La bici cosa?»
«Dove la lascio?»
Pat fece un gestaccio ed entrò borbottando, mentre la ragazza accostava quel ferro ormai vecchio alla parete di biacca. Prima di entrare cavò via le scarpe incrostate di melma e si rimboccò i pantaloni verde militare.
Pat da su le urlò di salire e la ragazza a piedi nudi si inerpicò sulla scala gelida di pietra ruvida. Al primo piano nell’attesa Pat aveva tirato fuori dei vestiti suoi da lavoro e un telo ruvido da doccia, roba vecchiotta ma pulita.
«Lì a destra c’è il bagno. E non ti aspettare troppa acqua calda che ne ho già usata io e lo scaldabagno ci sta una vita a riscaldarne di nuova.»
La ragazza scomparve con il suo malloppo di vestiti per una buona mezz’ora e al suo ritorno, sulla tavola di legno apparecchiata con una tovaglia a quadri grossi, trovò del pane, un piatto con qualcosa al sugo dentro e una bottiglia d’acqua.
«Mangia», le disse Pat, «poi chiama a casa per farti venire a prendere.»
«È in Francia casa mia.»
«Francia? E che ci sei venuta a fare fin qui?», chiese Pat sgranando gli occhi.
«Lavoro. Sono ornitologa. E da queste parti passano le migrazioni a quanto so.»
«Il figlio di mia cugina faceva questo lavoro qui.»
«Fonseca? Il professore Fonseca?»
«Ecco lui! Mi pare che è morto due anni fa.»
«Tre anni. Era il mio relatore di tesi.»
«T’ha parlato lui di questo posto qui allora.»
«Già.»
«E dove contavi di dormire.»
«Ho una tenda sulla bici.»
«Avevi, una tenda», disse Pat pensando al disastro di fango del fosso. «Mangia ora», troncò sparendo dietro una porticina malmessa. Mugugnò anche altro, ma tanto incomprensibile da risultare solo rumore.
La ragazza prese qualcosa insieme a due sorsi d’acqua. Aveva male ancora al collo per la botta. E quella camiciona a quadri sembrava fatta di cartavetrata, graffiava e pungeva ogni volta che faceva un minimo movimento. Dalle persiane aperte si vedeva l’albero grande che quasi si piegava ad ogni folata di vento. In alto il cielo ripulito di nubi rivelava un punteggiare di stelle che apparivano fremere, quasi stessero anche loro per staccarsi alla prossima raffica di vento e venir giù. Forse d’una o due le sembrò addirittura di intravedere la scia luminosa della caduta. Pensò che in effetti avrebbe dovuto chiamare qualcuno per dire che stava bene, ma il suo cellulare se ne stava in bagno insieme ai vestiti infangati, spento e inservibile. E poi chi se ne fregava di chiamare e soprattutto chi avrebbe dovuto chiamare? Suo padre? Distoglierlo dai trend di borsa? E per dirgli cosa?
L’orologio alla parete batté dei colpi. Pat, riapparsa nella cucina, guardò il magro lavoro fatto col cibo dalla ragazza.
«Fame da lupi!», esclamò sarcastica, «vieni!»
La stanzetta era minuscola, appena capiente del letto, piccolo e corto, e di Pat in piedi; la ragazza dovette star fuori a ricevere istruzioni. In alto una finestrella gestibile con la canna lunga poggiata vicina al letto, dava pochissima aria e luce all’insieme.
«Con questo vento è meglio che ti stai buona qui ad aspettare domani.»
La ragazza fece segno di sì. Pat venne fuori dal bugigattolo per farle spazio.
«E domani prima dell’alba ti ci accompagno.»
«Dove?»
«Al lago. Sei venuta dalla Francia per gli uccelli o per fare il bagno nel fosso?»
Non è chiaro se la ragazza disse qualcosa, magari fu coperta dai mugugni di Pat nell’andar via, ma di certo ebbe a pensare che togliersi da dosso quella camicia di cartavetrata era la sensazione più piacevole che avesse percepita da un anno a quella parte. Il sonno la assalì molto presto, cullata dall’ullulato del vento oltre la finestrella. Sonno che fu bruscamente interrotto da uno strattone che le scosse anche il collo dolorante.
«Andiamo, che ci vuole tempo», le fece Pat con la figura di chi tutta la notte era rimasta sveglia nei suoi vestiti ad aspettare.
Con un po’ di sforzo la ragazza tornò a indossare gli abiti ruvidi della sera prima, trangugiò il caffè che Pat le aveva versato nella tazzina sbeccata e provando a non pensare alla sensazione sulla pelle iniziò la sua lunga strada verso il lago. Fuori la notte non era per nulla finita e senza un orologio a portata di mano non capiva affatto che ora fosse. L’aveva pure chiesta a Pat, ma aveva ottenuto un “è già tardi” e qualche mugugno incomprensibile. Camminarono così in silenzio per un tempo infinito, oltrepassarono la curva della morte e poi tagliarono per uno stretto sentiero intagliato tra rocce e vegetazione che sembrava girare tutto in tondo, inerpicandosi sulla montagna. Poi iniziarono a scendere verso una valle che diventò sempre più fitta di alberi immensi. Camminavano sotto le fronde con il cielo completamente nascosto alla loro vista, ma che riapparve di colpo quando la vegetazione lasciò spazio a una radura. Un anfiteatro di alberi con al centro uno specchio d’acqua, improvviso, sul degradare morbido di un prato umido di notte. Sulla costa opposta a loro, un nugolo di ombre immobili sull’acqua rivelava nel buio la presenza dello stormo.
Pat fece cenno di fermarsi, tese a terra un telo spesso e sussurrò “aspettiamo” sedendo. Fece lo stesso la ragazza ripensando alla macchina fotografica annegata con lo zaino nel fosso e così rimasero per un tempo indefinito. Forse furono secondi. Forse ore. Ma era tutto sospeso, era tutto una attesa fragile di un segnale. E ci si potrebbe sbagliare, ma il segnale a un tratto arrivò e fu un grosso rospo che saltato in acqua sulla costa destra, produsse piccole leggere increspature concentriche che riflessero il chiarore tenue della prima luce del giorno. Pat e la ragazza per qualche motivo lo compresero subito, scattando in piedi.
Il primo dello stormo a muoversi fu uno degli uccelli più esterni, zampate veloci sul pelo dell’acqua per poi alzarsi in un violento battito d’ali. E poi dietro uno, due, dieci, cento, mille altri battiti in un frastuono d’aria e di ombre che leggere planarono in un turbine ascensionale, presero quota volando in tondo sulle loro teste. Fino a cavalcare tutti il vento verso sud. L’ultimo dello stormo, rimasto poco indietro, sembrò osservarle dall’alto per controllare che avessero visto tutto bene. Poi aveva girato il becco e si era rapidamente riunito al gruppo. Fecero ancora due passaggi come a sincerarsi di non aver dimenticato nulla e nessuno; poi sparirono oltre il bosco, dietro le chiome che oscillavano leggere al vento del mattino.

«Cercano l’estate tutta la vita», disse Pat, «appena sentono che qui sta terminando ne cercano un’altra verso sud.»
La ragazza se ne stava con il naso all’insù. Pensava che avrebbe dovuto annotare cose e fare foto, ma non aveva come e soprattutto era contenta di non averci dovuto pensare.
«È ogni anno così?», chiese a Pat con un filo di voce.
«Sempre! Ma non è mai lo stesso giorno. E lo capisci dal vento. Quando arriva quel vento lì allora puoi stare certa che il mattino dopo andranno via. Li invidio sai?»
Adesso la voce di Pat era cambiata, aveva preso un che di melodioso che consolava.
«Perché vanno via?»
«No. Perché sanno quando è ora di tornare. Fuggire è facile. Basta mettere tutto in uno zaino e mollare tutto.»
«Come ho fatto io?», chiese la ragazza.
Pat fece una piccola smorfia, «il difficile è avere abbastanza palle per tornare dove sei fuggita. Gli uccelli sanno da sempre del vento e vanno in cerca dell’estate. Io invece questo fatto del vento l’ho capito che ero vecchia e non sono mai andata via, perché non sapevo che in ogni posto prima o poi arriva l’estate. Pure qui torna se sei andata via il giorno che il vento ti ha detto di andare. E allora anche questo posto può diventare un’altra storia. Non ti ci congeli per lunghi inverni sterili, da sola, in una casupola persa nel nulla. Ci passi l’estate. Come fanno loro.»
«Potresti andar via ora», disse la ragazza.
Pat sorrise, ed era un sorriso bello e dolce, niente di sarcastico.
«Ci vogliono le ali per volare via. E io ho solo due gambe vecchie che al più possono riportarmi a casa ora.»
In silenzio ripiegò il telo e senza quasi fare caso alla ragazza riprese il cammino già fatto. Per tutto il tragitto non si scambiarono più una parola, ascoltando i rumori della foresta al mattino che si risvegliava e i loro passi scrocchiare rami e foglie secche.
Arrivate alla casa la ragazza notò che la forcella adesso stava in una posizione più naturale e che stese in bell’ordine le sue cose ripulite dal fango erano quasi asciutte. Comprese che Pat ci aveva lavorato tutta la notte. Con calma, una alla volta, ripose ogni cosa nelle borse laterali della bici e una volta finito tornò dentro, che Pat stava preparando per il pranzo. Indossò nuovamente i vestiti suoi, provando una bella sensazione di sollievo rispetto alla ruvida consistenza della camicia a quadri.
Mangiarono in silenzio ognuna prigioniera nei suoi pensieri. Alla fine del pranzo la ragazza disse, «è ora di andare adesso.»
Pat assentì muta, poi chiese «torni in Francia?»
«Non subito, vado verso sud ora. In Francia tornerò in estate.»
Sorrise Pat a quelle parole e soprattutto quando a metà del viottolo la ragazza si girò a gridarle che si sarebbero riviste l’anno dopo, in estate.
La vide sparire dietro la siepe con l’andatura sbilenca della forcella storta. E seduta all’ombra del grande albero pensò che era tempo di dare una girata al nocino nuovo.
Chiuse gli occhi annusando l’aria impercettibilmente più fresca e s’assopì, sognando di un tal Alessandro. Quello che recitava le poesie di Neruda dopo aver fatto l’amore. Qual era quella che adesso sentiva tra i rumori del bosco?
Ecco, sì: Ode all’estate.

Oh estate
abbondante,
carro
di mele
mature,
bocca
di fragola
in mezzo al verde,
labbra
di susina selvatica,
strade
di morbida polvere
sopra
la polvere,
mezzogiorno,
tamburo
di rame rosso,
e a sera
riposa
il fuoco,
la brezza
fa ballare
il trifoglio, entra
nell’officina deserta;
sale
una stella
fresca
verso il cielo
cupo,
crepita
senza bruciare
la notte
dell’estate.

[P. Neruda]

Racconti impossibili – parte quattordicesima

Per gli appassionati, invero pochi, torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte. Ottenute le informazioni torna a Canterbury

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Frate Ethan rifece lo stesso percorso dell’andata ma questa volta da solo. “Dunque Gwen è rimasta nel palazzo” rifletté mentre spingeva la porta che dava nella canonica. “Chissà cosa ha in mente quella furba ragazza”.

Ad aspettarlo c’era una Maria Agnes rossa in viso per la collera di non aver potuto origliare il colloquio del frate con Glovine. Reputava, che, se avesse ascoltato i loro discorsi, gli avrebbe potuto spillare altri scudi d’argento ma adesso aveva le armi spuntate.

«Mi aspetto altri pezzi» esordì con la voce incattivita dalla mancanza di informazioni per ricattarlo. «Per colpa vostra ho rischiato di essere messa alla porta».

Frate Ethan si fermò per un attimo, fulminandola con lo sguardo. «Maria Agnes quello che avete ottenuto è più che congruo. Messere Glovine mi ha confidato che, se avessi chiesto udienza, sarei entrato dal portone principale e non in modo furtiva come un ladro da un ingresso secondario e neppure troppo segreto, visto il movimento di persone che gestite».

Il frate cercò di rimanere serio perché tutto quello che aveva detto non era vero. L’aveva intuito dalle parole di Glovine che descriveva Maria Agnes come un’arpia.

La donna sbiancò, aprì la bocca alla ricerca di aria. Le mani tremavano come le carni flaccide del suo corpo. “Dunque Glovine sa del traffico di persone che gestisco” rifletté in un lampo. Si girò e senza dire una parola uscì dallo stanzone che serviva per gli officianti di indossare i paramenti sacri.

I passi della donna si smorzarono nel silenzio della navata centrale. Frate Ethan con lentezza si avviò verso l’uscita della cattedrale. Il suo compito si era concluso. Adesso era tempo di ritornare a Canterbury. Valutò se era il caso di prendere commiato da King James. Scosse la testa avviandosi per l’ultima volta al Cervo d’oro per consumare l’ultimo pranzo del suo soggiorno a Maidstone. Poi avrebbe mandato un servo per avvertire la sua scorta che prima del vespro si sarebbero mossi per ritornare a Canterbury. “A King James qualcuno riferirà che sono partito”.

Saldato i conti al Tabarro, aspettò l’arrivo del capitano in una saletta piccola ma accogliente. Penso a Gwen, svelta e furba, con un pizzico di nostalgia. “Era davvero simpatica la ragazza. Spero che trovi presto un lavoro dignitoso e non umiliante come quello da Robert”. Il solo pensare all’uomo lo fece ringhiare sordo, perché era davvero un individuo spregevole. Emise un sospiro, mentre udì lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli nella strada principale. Erano i cavalli della sua scorta.

Si alzò per avviarsi verso la carrozza che l’avrebbe riportato a Canterbury, quando vide spuntare il viso lentigginoso di Gwen. Il frate rimase sconcertato. L’aveva lasciata da Glovine, almeno questo era il suo pensiero, prima dell’ora sesta e adesso era lì di fronte a lui.

«Messere» disse con referenza la ragazza. «Mi prendete con voi?»

Frate Ethan aprì e chiuse più volte la bocca senza proferire una parola. La guardò incredulo di tanta sfacciataggine ma ne ammirò il coraggio. “Fare un viaggio di qualche settimana con un manipolo di soldati richiede coraggio” pensò, mentre il capitano si affacciò sulla porta.

«I suoi bagagli sono stati caricati. Possiamo metterci in marcia. La strada è lunga”.

Frate Ethan si riscosse dal torpore in cui era caduto.

«Questa ragazza viene con noi. Trovatele un posto per fare il viaggio» affermò in modo perentorio avviandosi verso la carrozza che lo aspettava.

Gwen avrebbe voluto correre dal frate e baciargli la mano ma la voce dura del capitano le impedì il suo proposito. «Avete qualcosa con voi?»

«No. Solo questo piccolo fagotto» rispose correndogli dietro per tenere il suo passo.

Il viaggio di ritorno fu più piacevole di quello dell’andata. Il bel tempo, aveva smesso di piovere, e la presenza di Gwen allietarono le due settimane di cammino.

«Ma non avete nessuno a Maidstone?» fece frate Ethan durante una delle tante soste per far riposare cavalli, cavalieri e passeggeri a una stazione di posta.

«No».

Il frate inarcò un sopracciglio e stava per chiedere spiegazioni, quando arrivarono altre informazioni.

«No. Mia madre se ne è andata quando avevo sei anni. Mio padre non l’ho mai conosciuto. Dicono che sia Robert, l’oste che avete conosciuto alla locanda. Però direi di no visto la mia diversità di carattere».

Frate Ethan scoppiò in una fragorosa risata. “Quella voce può essere vera visto il tipaccio collerico e dalla mano pesante. Non c’è da stupirsi se molte serve sono passate dal suo letto sotto la minaccia di essere cacciate”.

«Siete dunque un’orfanella».

«No. Una zia, una lontana parente di mia madre, mi ha salvata dall’orfanotrofio ma mi ha schiavizzata facendomi fare i lavori più umili e pesanti per pagarmi l’ospitalità».

Arrivati all’ultima stazione di posta prima del balzo finale, Frate Ethan si domandò dove sarebbe stato possibile collocare Gwen in modo dignitoso. “Sistemarla presso una delle tante locande di Canterbury sarebbe facile. È brava e svelta come ho potuto apprezzarla al Tabarro. Però…”. Poi rifletté di farla entrare in convento. Dietro la sua maschera glaciale rideva come un pazzo, perché non ce la vedeva proprio come novizia. Corrugò la fronte, perché le soluzioni trovate non lo soddisfacevano. Introdurla nella servitù di Sir Percival era di sicuro più interessante ma un nuovo dubbio entrò nella sua mente.

«Siete ancora un fiore da cogliere?»

Gwen arrossì per la domanda impertinente ma rispose lo stesso con un sì secco. «Perché?»

«Nulla. Stavo pensando». Conoscendo Sir Percival, immaginava come sarebbe finita. Però comunque qualcuno avrebbe colto quel fiore ma sir Prince John era il male minore.

«Stavo meditando dove sistemarvi a Canterbury e quindi…».

Gwen lo fissò con i suoi occhi blu. Non capiva il motivo della domanda e quale relazione ci fosse con il suo futuro impiego. «Perché mi avete chiesto questo?» Il viso era ancora rosso per la mancanza di tatto del frate.

«Ascoltatemi. Pensavo di farvi assumere tra la servitù di Sir Percival. il signore di Canterbury. Però vedete, quando gli vengono certe voglie non si può scappare, perché entrando al suo servizio voi non potete comportarvi in modo libero. Siete di sua proprietà».

Gwen arrossì ancora più vistosamente. Era la prima volta che parlava di sesso e verginità con un uomo, che per di più era anche un frate. Però per ogni cosa c’era sempre una prima volta. «Se devo donare il mio fiore a qualcuno, è mille volte meglio sir Percival rispetto a un buzzurro qualsiasi. Quindi se il vostro padrone mi accetta, sono pronta a tutto».

Sistemata Gwen in modo provvisorio presso le Agostiniane della madre badessa Agnes, si avviò verso Devil’s Castle per incontrare Sir Percival. Ebbe un moto d’ilarità. “Agnes è un nome gettonato e incline al denaro” si disse ripensando alla casualità dell’assonanza tra quello della madre badessa e dell’arpia di Midstone.

Se l’ultima volta aveva percorso quella salita con un il tempo inclemente, adesso era caldo e soleggiato. Frate Ethan sbuffava arrancando sotto il sole, finché non arrivò al portone di solida quercia. Bussò con energia ma non dovette aspettare molto perché qualcuno aprisse.

Con passo svelto e deciso si avviò verso il salotto preferito di Sir Percival e lì, comodamente seduto su un divanetto di velluto rosso avrebbe aspettato il suo arrivo. Era sicuro che il maestro della casa lo aveva avvertito, perché l’ultima volta aveva rischiato di essere cacciato.

Aveva tutte le informazioni cercate: il nome del mandante e di chi aveva materialmente ucciso il cognato e cosa avrebbe dovuto fare per tornare nelle grazie di King James. Sull’ultimo punto immaginava che Sir Percival avrebbe nicchiato. “Ma se vuole tornare a corte…”. I suoi pensieri furono interrotti dall’arrivo di Prince John.

«Ben tornato! Quali notizie mi portate?»

Stay tuned for next Episode.