Il mangiatore di sonno

Soffro da molto tempo di insonnia, e conosco molti che ne soffrono, dedico a me stessa e a tutti costoro (magari ce n’è qualcuno anche qui fra voi) questa filastrocca “sdramatizzante”.

Questa è la filastrocca del mangiatore di sonno,
e qui ardua è la rima, mi viene sol “tonno”.
E allor me la cavo con un colpo geniale:
questa è la filastrocca del ladro seriale
di quel sonno che, se si perde, fa male.
Una notte, poi due, poi non tieni più il conto
però ti senti sempre più affranto.
Il sonno rubato
ti lascia spossato,
che sian notti in bianco,
o risvegli precoci,
diventano, a volte, ore feroci.
Non sai cosa fare,
nè cosa pensare,
ti trovi a mattina
più stanco di prima.
Quel losco tipaccio continua spietato,
a nutrirsi del sonno del malcapitato.
Bisogna fregarlo, con un piano preciso,
coltivar pensieri che portan sorriso,
o, meglio ancora, se ce la si fa,
coltivar oasi di serenità.
Sará confuso, l’ingordo mangiatore,
nel veder l’insonnia calar le sue ore.
Ripiegherá allora, il mangiatore di sonno,
magari proprio su una scatoletta di tonno.

Lucia Lorenzon, 18 giugno 2020

Il giorno nei meandri – parte terza

Con questa puntata si conclude la mini indagine del cavalier Servente. Qui trovate la prima parte e qui la seconda.

Fra Braciola, la maschera nolana | ilc@zziblog

tratto da https://ilcazziblog.wordpress.com/2016/01/23/fra-braciola-la-maschera-nolana/

Buona lettura

«Veramente…». L’oste aggrotta la fronte e con la pezza infilata in cintura si deterge il sudore. “Che ne so chi abita il palazzo del podestà? A parte lui, madonna Sciffata e la tribù dei pargoli non credo che si siano altri abitanti”.

«Veramente cosa?» ribatte il cavalier Servente che col labbro tremulo sta perdendo la pazienza.

«Non mi risulta che oltre al messere podestà». Una piccola pausa per inghiottire la saliva. «Il podestà e la sua famiglia».

«Uffa» sbotta il cavalier Servente. «No mi siete di nessuna utilità. Che li ci abiti il podestà, lo sapevo già. Chiedevo se ci fossero altri».

Mentre l’oste balbetta convulso, Sartina quatta quatta mette sul tavolo del pane nero che profuma di fresco, un bricco di vetro col vino rosso e alla fine una fumante zuppa di ceci e lenticchie.

«Azz! Ma scotta» impreca il cavalier Servente che si è gettato sulla scodella per la fame.

Con gesto imperioso scaccia l’oste, a cui non par vero tornare in cucina. Mentre soffia con metodica forza sul fumo della zuppa, riflette che quella voce da eunuco che ha sentito per seconda non può essere altro che quella del podestà. “Ma un castrato come può aver procreato cinque maschi e tre femmine?” Ridacchia alla sua battuta, mentre intinge nella zuppa dei tocchetti di pane nero. «Uhm! Buona questa zuppa». Un rivolo scende da un lato della bocca, che si pulisce con un braccio. «Azz!» Si è dimenticato che indossa la cotta. Il ferro gli fa sanguinare un labbro.

Pulita la scodella con metodo tanto che sembra lavata per bene, mette due soldi d’argento sul tavolo prima di uscire. “Bene. Bene. Il ladro lo pizzico al vespro ma per il mandante ci vuole tempo”.

È l’ora della novena e il cavalier Servente si apposta in fondo alla navata. È una posizione privilegiata. Vede chi entra e chi esce e tutti quelli che partecipano alla novena. Tempo di dire un Pater Noster e un’Ave Maria e l’intera navata si riempe di vecchie beghine e fanciulle sbuffanti. “Siamo messi bene”. Sogghigna il cavalier Servente, che spalanca gli occhi per tutte quelle persone.

Uffa! Che barba. Ma che lagna. Ripetono le stesse preghiere come un cembalo rotto” borbotta il Cavalier Servente che è stanco di stare in piedi ad ascoltare le preci sempre ripetute.

Sii benedetto, o Dio,
che sei così grande,
così luminoso e così buono

Poi frate elemosiniere, quello che ha visto entrare dal podestà, inizia la questua. Si sente in mezzo alle invocazioni il tintinnio delle monete nella cesta. Il cavalier Servente allunga il collo. Vede il frate trafficare nella cesta e poi furtivo mette una mano sotto la tonaca. “Che fa? Fa la cresta? Non c’è più religione. Anche i frati rubano. Ci mancano solo loro e poi abbiamo fatto cento”.

Lo segue non visto in sacrestia. Apre l’anta dell’armadio ma non depone la cesta. Conta gli spiccioli e una manciata finisce sotto la tonaca.

«Ladro e sacrilego». Urla il cavalier Servente uscendo dall’ombra dei paramenti sacri.

Il frate si gira e sbianca. “Mi ha colto sul fatto”.

Il cavalier Servente è una furia. Estrae lo spadone pronto a infilzare il frate come un porcello sullo spiedo. Lo minaccia solo, perché è certo di ritrovare col suo aiuto il reliquario scomparso.

«Ai ladri si mozzano le mani. Ai sacrileghi si mozza la lingua». Il cavalier Servente muove lo spadone in alto e poi di lato passando vicinissimo al frate impietrito dal terrore. Lui sa di averla fatta grossa ma quei soldi gli servono per coprire dei debiti contratti con l’usuraio.

«Però io sono magnanimo». Tace per osservarne le reazioni.

«Cosa posso fare per voi, Messere?» La voce è querula e tremante.

«A chi avete venduto il reliquario?»

Il frate sembra un cencio lavato trenta volte tanto è bianco per la paura.

«Ma veramente…»

Il cavalier Servente si avvicina minaccioso puntando alle mani del frate. «Nessun ma. O voi riportate il reliquario al suo posto oppure all’ora prima voi siete senza mani e lingua» Il tono è eloquente, la voce non lascia scampo.

«Ma non posso». Mormora tremando come una foglia.

Il cavalier Servente fa una risata cattiva. Ha capito di avere in pugno chi ha rubato il reliquario e a chi l’ha ceduto. «Problemi vostri. Non dovevate prenderlo e basta. So dove trovarvi all’ora prima. Quindi frate avvisato, mezzo salvato».

Il frate elemosiniere si accascia appoggiando le spalle all’armadio. Non gli resta che andare dal podestà per implorarlo a restituire il reliquario. Conosce che il cavalier Servente le minacce le esegue. È fra due fuochi. Rimette nella cesta il maltolto e la ripone nell’armadio.

«A quel eunuco del vostro compare non posso nemmeno tagliare le palle, perché non ce le ha più. Quindi sbrigatevi perché l’ora prima è ormai prossima». Il cavalier Servente si trattiene dal ridere e continua a fare la faccia feroce. “Per il rospo della principessa nubile? Sarà un altro racconto”.

NON CONOSCO LA FERMATA

Stefano salì sul pullman e trovò posto davanti.

Sapeva a grandi linee dove doveva scendere, ma non aveva certezza della fermata.

Dunque si guardava attorno in cerca di punti di riferimento.

Dopo la prima sosta, suonò il campanello di stop.

L’autista arrestò la vettura sul bordo della strada davanti alla pensilina.

Stefano non scese. Cercò lo sguardo dell’autista nello specchietto retrovisore e alzò la mano in segno di scuse. L’autista accennò un rapido ammiccamento.

Stefano suonò ancora il campanello, la vettura si arrestò alla fermata successiva, ma nessuno scese.

L’autista scosse la testa.

La scena si ripeté per altre cinque volte, alla sesta il conduttore fermò il veicolo, si staccò dal sedile e dal corridoio dell’autobus cominciò ad inveire contro Stefano.

– Perché si arrabbia? – domandò Stefano.

– Perché lei continua a suonare il campanello di stop e poi non scende. Mi prende in giro?

Stefano negò con la testa.

– Spero sia l’ultima volta che arresto il mezzo per niente! – aggiunse l’autista.

Non fu così.

Il conduttore si portò a pochi passi da Stefano e gli urlò contro, ma Stefano non fece una piega.

– Scusi, ma lei sa dove deve scendere?

Stefano blaterò pochi versi, e poi disse di no con la testa.

– Posso aiutarla?

– So di dover scendere, ma non so bene a quale fermata.

– Scusi ma dove deve andare?

– Ho un appuntamento con la morte.

Il conduttore rabbrividì. Poi chiese:

– Ma chi le ha detto che deve morire?

Stefano rimase in silenzio e poi disse:

– Ho ricevuto una lettera. C’era scritto di prendere la linea 94.

– Ma nessuno comunica l’evento per lettera…

– Lei dice? Allora mi hanno preso in giro – e scoppiò in una fragorosa risata.

– E lei si presenterebbe così all’appuntamento con la morte? Lei è pazzo.

Stefano guardò l’abito e le scarpe e poi rispose:

– In effetti… Ma come ci si dovrebbe presentare alla morte?

L’autista ci pensò un attimo e poi disse:

– Dovrebbe almeno prepararsi un po’.

– E come ci si prepara?

– Ah non me lo chieda, a me non è arrivata nessuna lettera – e scoppiò a ridere.

Poi l’autista fece per tornare al suo posto ma improvvisamente si accasciò. Fece strani versi e quindi si lasciò andare bello disteso nel corridoio del mezzo. Infarto.

Stefano non fece una piega, tirò fuori la lettera che gli era stata recapitata, lesse l’indirizzo e si accorse che sulla busta c’era sì il nome Stefano, ma il cognome non corrispondeva. E poi la via non era Pascoli, ma Pescoli.

– Forse non era per me – e scese dal veicolo.

Stefano Re

Il giorno nei meandri – parte seconda

Pensavo di chiudere qui ma non sarà così. Il 5 luglio ci sarà la parte conclusiva. La prima parte la trovate qui.

Santa Genoveffa vergine

tratto da https://www.napoliflash24.it/lalmanacco-del-12-febbraio/

Buona lettura.

Mica semplice trovare il ladro sacrilego” pensa il cavalier Servente, rimettendo l’elmo in testa.

Gli occhi gli brillano, perché doveva pensarci subito. L’indizio c’era e lui non l’ha colto al volo. Però avrebbe faticato a mettere il sale sulla coda al sacrilego. Deve farsi furbo e coglierlo sul fatto.

Solleva un sopracciglio, perché non comprende il motivo del furto. Ci deve essere un mandante che gli ha ordinato di prelevare il reliquiario.

Qui la partita si fa tosta.

«Ebbene Messere?» Il canonico Matteo lo guarda speranzoso. «Ha capito chi sia il ladro?»

Il cavalier Servente sorride sotto l’elmo che mostra solo gli occhi.

«Mi lasci lavorare senza disturbarmi con le vostre chiacchiere».

Il tono brusco del cavalier Servente raggela il canonico Matteo, mentre il prevosto sembra avere riacquistato l’uso della parola.

«Non volevo metterle fretta ma…» e il canonico Matteo si blocca. Il giorno dopo è il ventuno e il reliquario non è ancora rintracciato.

«Mi dica signor prevosto, quando è la prossima novena?» dice ignorando il tono lamentoso del canonico Matteo.

Gli volta le spalle e guarda il prevosto Sigfrido che trema come una foglia.

«Al vespro Messere» sussurra con un filo di voce.

«Bene» e senza aggiungere altro se ne va, lasciando il povero canonico Matteo nel dubbio che la sua missione sia fallita.

Il cavalier Servente uscito dalla chiesa guarda l’orologio solare sul palazzo del vescovo, mentre lo gnomone segna l’ora nona.

«Ho tempo» borbotta mentre si avvia verso lo spiazzo tra la chiesa e il vescovado. «Se il ladro ho capito chi è. Per il mandante brancolo nel buio».

Chi può essere interessato a un reliquario più oggetto di devozione che di valore. È brutto, ingombrante e facilmente riconoscibile. L’oro è poco e le pietre dei cocci di bottiglia”.

Vede una panchina di marmo e decide di sedersi all’ombra della quercia. Sta sudando dentro la cotta e l’elmo pare una scodella sul fuoco. Non c’è un alito di vento ma almeno sta all’ombra. Assorto, tanto che sembra schiacciare un pisolino, quando scorge un’ombra furtiva che entra nel portone del palazzo del podestà. Ha una scossa come se fosse stato svegliato all’improvviso dalla puntura di una spada. “Che ci fa il frate elemosiniere dal podestà?” Si alza a fatica sferragliando con un rumore che potrebbe svegliare anche un morto. “Devo indagare”.

In silenzio, si fa per dire, infila il portone socchiuso del palazzo del podestà e ascolta un frammento di conversazione. «…Voi chiudete tutte e due gli occhi…» e poi un borbottio indistinto. «… così siamo a pari» ascolta la seconda voce diversa dalla prima.

Il cavalier Servente ritorna sui suoi passi per non farsi cogliere a origliare le conversazioni altrui. Tuttavia non sa distinguere chi ha detto di chiudere gli occhi da quello che afferma di essere pari. Si siede di nuovo all’ombra della quercia. Lo gnomone pare inchiodato sull’ora nona. Deve aspettare ancora prima del vespro. Sente un certo languorino. “Quel impiccione del canonico Matteo mi ha fatto saltare il pranzo” e si dirige verso l’Hostaria del Caccasotto. «A pancia piena si ragiona meglio».

L’oste si frega le mani vedendo il cavalier Servente sedersi al tavolo. Ha un conto in sospeso e adesso vuol gustare la sua vendetta.

«Messere cosa posso servire?»

Il cavalier Servente lo osserva di traverso. Quel tono adulatore non gli piace. “L’oste mi vuol fregare e ripagarmi per averlo sbugiardato”.

Il cavalier Servente posa l’elmo sulla panca vicina. Toglie dal fodero lo spadone e lo appoggia al tavolo.

«Niente scherzi e avrai salva la lingua e una mano» afferma con tono minaccioso. «Una zuppa di ceci e lenticchie. Pane nero e vino buono».

L’oste arretra di qualche passo fuori dalla portata dello spadone. “Quel tanghero è capace di mozzarmi la lingua e la mano destra sul serio”. Fa un inchino. «Sarà servito subito». Il tono è di deferente rispetto.

Poi volge il capo verso la cucina. «Sartina avete sentito cosa vuole il messere? Svelta preparate la zuppa di ceci e lenticchie, perché ha fame».

In un amen sparisce in cucina.

Il cavalier Servente nel mentre si gratta in testa e trova un altro pidocchio che fa la fine del primo. “Chi abita nel palazzo del podestà oltre a lui?” e urla feroce. «Oste non fatemi spazientire. Venite qua se volete aver salva la vita».

Oste ricompare come un folletto ma a debita distanza e chiede: «Avete cambiato idea?»

Il cavalier Servente fa un cenno di diniego.

«Avete premura per pane e vino? Questi ve li porto subito. La zuppa sarà pronta nel tempo di recitare un Pater Noster e un confiteor. Non potevamo offrirvi gli avanzi dell’ora sesta. Messere, l’abbiamo preparata fresca».

Il cavalier Servente lo guarda con una grinta che metterebbe paura anche al più coraggioso dei cavalieri. «Voglio solo un’informazione e spicciatevi a dirmela».

L’oste deglutisce col pomo di Adamo che si muove in modo frenetico.

…CONTINUA…

LA VITA.

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Ficcando la punta del naso tra le sbarre della recinzione che separa due proprietà, una signora domanda alla sua vicina: “Vorrei proprio sapere cosa ti ha spinto a dedicarti solo ora, e con tutta quella passione, all’arte del giardinaggio.”
Senza levare lo sguardo da terra, e sorridendo come in preda all’estasi, la vecchietta non tarda a rispondere: “Sapendomi priva di pollice verde, ho sempre temuto di far morire tutto ciò che piantavo. Da qualche tempo però, osservando spuntare alcune tenere piantine, mi sono accorta di vederci solo vita”.

Buona estate a tutti!

Il giorno nei meandri – parte prima

Diversi anni fa ho trovato un generatore di storie o almeno una traccia fornendo alcune informazioni.

Ne è uscito questo testo

Bruges, Anno del Signore 1215. Il reliquario misteriosamente scomparso induce un cavaliere a curiosare, ritrovandosi a indagare le ruberie del monaco tesoriere e della sua inquietante abitudine di contare gli spicci durante la novena. Chi è l’oscuro macchinatore? Chi ha rapito il rospo della principessa nubile?

Ho pensato ri prenderlo e produrre questo post e il suo seguito che pubblicherò qui il 29 giugno.

Ecco cosa ne nato.

fonte Wikipedia

Bruges, anno del signore 1215. Il giorno nei meandri

Nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo è custodito un reliquario, che ogni anno viene esposto il 21 giugno.

Il vescovo di Bruges celebra al vespro la santa messa alla presenza del Re e della Regina, che vivono nel castello di San Tommaso.

Loro siedono nel primo banco alla sinistra dell’altare maggiore. In realtà sono due scranni riccamente intarsiati con le scene dei Santi Giovanni e Paolo. Alla loro destra c’è il posto per la principessa Anna, l’unica figlia ancora nubile. Alle loro spalle siedono tutti i dignitari di corte con gli uomini da una parte e il gineceo dall’altra dietro la principessa.

Il reliquario contiene la lingua di Santa Genoveffa, sepolta nella stessa chiesa sotto l’altare maggiore. Ha una struttura trapezoidale in ferro e oro con pietre dure incastonate intorno al cerchio centrale dove si può venerare la lingua. Non è di grandi dimensioni: un piede di liutprando per una spanna di costaldo.

Il vescovo al termine della funzione lo solleva per farlo adorare dai dignitari e dal pubblico che affolla le navate. Poi si avvicina al Re, alla Regina e alla principessa Anna, affinché lo possano baciare in segno di augurio per l’anno che verrà.

Però nell’anno del signore 1215 il reliquario è sparito misteriosamente. Non si trova più nella sacrestia della chiesa dentro un armadio di noce.

Sparito, volatilizzato, gettando nello sconforto il vescovo e il prevosto della chiesa. Nessuno ha il coraggio di comunicarlo al Re, temendo la sua reazione violenta. Però la data del 21 giugno si avvicina.

«Cosa facciamo?» chiede il vescovo, torcendosi le mani alla presenza del suo seguito nella stanza dei bottoni.

Nessuno ha la ricetta giusta.

«Affidiamo le indagini al cavalier Servente» suggerisce timido il chierico Anacleto.

Gli astanti si voltano verso il giovane che diventa rosso, mentre urlando irrompe il monaco Girolomo.

«È la giusta punizione per il vostro comportamento licenzioso» strepita gettando nel panico il vescovo e il suo seguito.

Il canonico Matteo, il segretario del vescovo, si avvicina e gli sussurra: «Ottima idea, quella chierico» e si allontana uscendo in silenzio dalla stanza dei bottoni.

Il monaco continua a strepitare, finché dopo alcune parole soffocate non si sente più nulla.

Il canonico prende la ripida salita che porta al palazzo della nebbia, dove vive il cavalier Servente.

«Oh! Cavalier siamo in in bel impiccio» esordisce il canonico Matteo mangiandosi diverse parole.

«Si calmi, Monsignore…» esorta il cavalier Servente.

«No. Semplice canonico».

Un’alzata di spalle e gli occhi del cavalier Servente rovesciati verso il cielo chiudono l’accenno di polemica.

«Son qui che l’ascolto» dice bonario dando una pacca sulle spalle al canonico Matteo.

«È sparito il reliquario di Santa Genoveffa da dove era custodito. E oggi è il venti giugno» spiega tutto d’un fiato il canonico, accasciandosi sulla sedia dinnanzi al cavalier Servente.

«Tutto qui?»

Il canonico Matteo diventa strabico per la paura e la domanda del cavalier servente. «E le pare poco?»

«Suvvia. Si calmi» e presolo sotto braccio lo spinge fuori dalla sala dei sinceri.

«Mi accompagni sul luogo del delitto» dice il cavalier Servente facendo quasi ruzzolare il canonico Matteo lungo la ripida discesa che li portava al vescovado.

«Non qui» balbetta il canonico. «Nella sacrestia della chiesa».

La spada del cavalier Servente fa un rumore sordo sul gambale di ferro, mentre lui solleva un sopracciglio dentro l’elmo che nasconde mezza faccia.

Arrivati dove avrebbe dovuto trovarsi il reliquiario, il cavalier Servente osserva il battente dell’armadio. Nessun segno d’effrazione, come se qualcuno avesse usato il chiavistello per aprire la porta.

Dentro tutto vuoto a parte qualche soldino di rame sul ripiano inferiore.

Il cavalier Servente riemerge barcollando dall’armadio. Si aggiusta l’elmo andato fuori posto mentre era coricato al suo interno.

«Ma cosa custodite qui dentro?» domanda con tono inquisitore.

Il canonico Matteo imporpora, perché no lo sa. «Lo chiedo al prevosto Sigfrido. Lui lo saprà di certo».

Il prevosto si fa piccolo di fronte allo sguardo indagatore del cavalier Servente e diventa balbuziente. «Quiii… coonservoo lee ooffertee dei feedelii duurante lee nooveneee…»

Il cavalier Servente sbuffa e pensa che tutte le rogne capitano a lui. ‘Scompare il rospo della principessa nubile?’ e lo chiamano. A questo pensiero ricorda che stava indagando proprio su questo ma gli sembra più urgente il reliquiario da ritrovare.

«Oltre alla cassetta delle offerte?»

Il prevosto con la lingua arrotolata che gli impedisce di parlare corretto ha il viso paonazzo e non riesce a dire nulla.

«Ho capito. Suvvia si calmi. Mica la impalano per questo! Al massimo le mozzano la lingua da adorare al posto di quella si Santa Genoveffa che è sparita».

Il cavalier Servente si fa una grassa risata e si rivolge al canonico Matteo col viso serio. «Chi può accedere all’armadio?»

Il canonico aggrotta la fronte e poi spiega: «Oltre al prevosto, il monaco tesoriere che gestisce le elemosine e forse…» e lascia cadere il discorso.

«Ho capito. Un bel po’ di gente» e si toglie l’elmo per darsi una grattatina dietro l’orecchio scoprendo un pidocchio che finisce schiacciato tra l’indice e il pollice.

CONTINUA…

 

‘Till The End

Terra, Scottsdale USA, Maggio 2073

La sala d’attesa ha le pareti di un pessimo azzurro chiaro. Non so se questa devo considerarla come una scelta o un caso, però è la prima cosa che si nota entrando. Anche prima delle tremende poltroncine di plastica verde accostate alla parete di destra.
La segretaria, un tipo secco e sbrigativo, mi ha detto d’aspettare. Il dottor Mondrian arriverà presto e mi darà lui notizie. Fuori, ovattato, arriva il latrato di un cane.
Le condotte dell’aria aggiungono un frusciare leggero e una nota bassa trasmessa dal motore lontano. Il resto è silenzio. Avverto solo il mio lento respiro e lo scricchiolare della sedia sulla quale sto provando a far passare il tempo. Il resto è vuoto.
Non so quanto passa. Potrebbero essere minuti. Potrebbero essere ore. È un tempo incoerente questo. Sembra scorrere fuori da qui, mentre nella stanza resta immobile.
Sullo schermo passano silenziose le immagini di un tg. Intervistano gente e vedo lanciare pietre in una manifestazione. Gente ferita in volto che piange. Tutto muto, senza suono.
La testa vuota, deprivata quasi di stimoli, trova asettiche anche le immagini. Lontane, prive del senso che il rumore darebbe loro. Un gioco di mimi che fingono un vita esterna, da assumersi quasi estinta ora. Almeno nella mia testa vuota che sostengo a fatica con le mani in volto. Stanco.
Non avevo notato la porta scorrevole che fa comparire l’uomo in camice. Strano, perché è un po’ che esploro questo spazio. Quando si rinchiude capisco che è una intera parete a scivolare silenziosa su guide sottilissime.
«Il dottor Mondrian giusto?»
«Sì, la signora Meyer le ha detto già qualcosa immagino. Signor?», guarda sul tablet, «Bedford, giusto?»
«Bedford, sì. Credo però di non avere capito molto onestamente.»
«Certo, mi rendo conto. Se mi segue in ambulatorio proverò a spiegarle, signor… Bedford.»
Sembra che trovi difficile ricordare il mio cognome. Ha movenze fluide e controllate il dottore. Ma solo adesso che mi precede, per riattraversare la parete scorrevole appena riaperta, noto una connessione elettrica scoperta. Non sono più abituato a osservare i dettagli dei volti e trascuro la consistenza della materia artificiale. È un avatar e quindi ancora non ho davvero incontrato Mondrian, ma solo un suo assistente copia. Anche la finta smemoratezza deve essere generata dall’algoritmo per mimare l’uomo, renderlo più familiare.
I corridoi che attraversiamo hanno la stessa tonalità alle pareti della sala d’attesa. Non hanno speso troppo in immaginazione da queste parti. In fondo tutto qui appare funzionale, minimale, asettico. Alcuni incavi segnano altre pareti scorrevoli, accessi a stanze che immagino vuote e sterili come la sala d’aspetto.
Ne superiamo tre. La quarta si apre con un leggero fruscio. Non una targa o una indicazione del cosa e chi aspettarsi dentro.
L’ambulatorio è arredato nello stesso stile essenziale che ho già visto. Solo che non c’è traccia di plastica. Vetro e acciaio persino per le sedie.
«Signor Bedford attenda una attimo qui che completo una cosa importante e poi sono da lei.»
L’avatar scompare da una porta secondaria sulla destra e mi lascia ancora una volta in un silenzio persino più denso, insopportabile. Solo i movimenti piccoli della mia sedia e il mio respiro lo violano.
Adesso è la parete di sinistra a farsi varco per il ritorno del dottore, che a guardarlo bene ha un altro modo di muoversi. Probabilmente non è più un avatar.
«Signor Bedford, mi perdoni se l’ho fatta accogliere da un clone, ma il colloquio precedente non è stato veloce come speravo.»
Ecco, penso, ora è lui.
«Non si preoccupi dottore oramai ci abbiamo fatto l’abitudine.»
Ci abbiamo fatto. Io e chi altri? Esiste ancora un genere umano lì fuori? O è trascorsa una eternità che li ha estinti?
Il dottore dondola la testa e si poggia alla spalliera.
«Lei è a conoscenza che un suo parente diretto, circa cento anni fa si è sottoposto al processo criogenico ed è, diciamo così, nostro ospite? »
«Ricordo che in famiglia ogni tanto si parlava di questo professore biosospeso. Ma come mai mi avete chiamato? »
«Penso che lei sappia che come pratica è stata proibita circa venti anni fa e soprattutto superata dalla riscrittura cellulare.»
«Certo ogni sei mesi io e i miei facciamo i trattamenti.»
«Ecco signor Bedford, come il suo parente ne sono rimasti tre. Via via i discendenti hanno accettato di sottoporre i nostri ospiti al risveglio, ma chiaramente bisogna sapere a cosa si va incontro. Essere coscienti ecco.»
«In che senso? Coscienti di cosa?»
«Come sa il processo di riscrittura attuale dura 48 ore. E le tecniche usate cento anni fa non permettono di stabilire quanto tempo abbiamo prima di una degenerazione irreversibile.»
Lo osservo perché non sono sicuro di avere capito cosa vuole dire.
«La morte, signor Bedford.»
Deve essere questo termine così lontano che mi porta via il fiato a rifletterci. Già, deve essere questo, mentre quasi corro nel corridoio d’uscita.

Marte, Modulo 16, 22.5.3 (Unified time)

Il segnale della comunicazione continua a lampeggiare da oltre trenta secondi. Non ho voglia di parlare con nessuno oggi. Sullo schermo del lavoro continuo a guardare le mappe delle nuove analisi e bevo per mantenere l’idratazione costante. Piccoli sorsi.
La spia dell’alert mi distrae.
«Leggi il messaggio Max.»
Un volto femminile compare dal nulla.
«Buon giorno, sono la dottoressa Alan della Fase Quattro su Terra. Mi servirebbe avere un colloquio con lei, il prima possibile.»
Osservo quel volto tipico del genoma terrestre svanire.
«Anche ora Max, anche ora.»
«Vuoi che usi un filtro con genoma terra, Meg?»
«No Max va bene così, non penso ci vorrà molto. Sarà qualche intervista per i loro blog di expat.»
La connessione arriva alcuni minuti dopo.
«Buonasera signora Felghs. Non ci conosciamo, ma dirigo l’istituto di archeologia biomedica della Fase Quattro. Dalle nostre ricerche un suo antenato sembra far parte di un set di reperti criogenici custoditi della nostra struttura.»
«Cioè, mi scusi?»
«Una tecnica del tempo venti, studiata nel lontano passato anche dal gruppo Mondrian, che prevedeva la conservazione a temperature basse dei corpi di individui in fase di spegnimento.»
«Interessante, non si finisce di imparare. E quindi, diceva?»
«Ecco, abbiamo tre di questi reperti nella nostra struttura come le dicevo, in un’ala che dovremmo destinare ad altro scopo. E quindi dovrebbe decidere come erede del corpo del», si interrompe un attimo, «del signor Bedford il da farsi.»
«Il da farsi di cosa?»
«Del corpo. Ecco.», nella voce un attimo di imbarazzo, «usando IA addestrate sugli studi di Mondrian abbiamo rielaborato il protocollo di risveglio e calcoliamo una probabilità del 96% di successo. Ma…»
«Ma?»
«Il vecchio genoma del signor Bedford non è compatibile con le condizioni ambientali di questo tempo. In particolare il connettoma dovrebbe essere riconvertito e in otto minuti non riusciamo sempre a farlo. Abbiamo fatto varie simulazioni, ma niente di meglio di una volta su due.»
«Che succede in otto minuti.»
«Le loro cellule non resistono oltre. Poi le membrane cedono. E dopo quattro minuti, esistono danni che non sappiamo se essere reversibili con facilità.»
«Non mi pare che ci siano altre soluzioni che tentare.»
«Solo che in caso di fallimento il materiale biologico va smaltito in sicurezza. Troppo pericoloso immettere in ciclo vitale sequenze non stabili, mi capisce vero?»
«Certo, anche questo non è facile ma si può organizzare.»
«Il costo però dovrebbe sostenerlo lei» l’imbarazzo nella voce è evidente ora.
«Io? Ma avete idea di quanto ci pagano nelle colonie? Provi a cercare qualche mio parente ricco nelle cupole equatoriali.»

AF01:200C:3B8A:9981:AC03:334E:00D4:00AC in questo momento

«Li abbiamo trovati!»
«Finalmente. Lo sapevo che dovevano esistere. Quel documento era chiaro. E quanti sono?»
«Tre.»
«Come diceva il documento! E tutti che dicevano fosse una leggenda.»
«Già! Secondo l’attività dei server dovrebbero essere in superficie.»
«Ci sono ancora macchine in superficie?»
«Certo, proprio quelle della manutenzione. L’abbiamo capito da questo, c’è un’area con macchine che non sono tracciate e si occupano di controlli su tre oggetti che mostrano temperature compatibili con l’ipotesi criogenica.»
«Strano che siano state lasciate in opera.»
«Secondo me le hanno dimenticate proprio.»
«O magari nessuno ha cambiao negli anni i protocolli. Gli altri lo sanno?»
«No! Meglio ridurre le comunicazioni per adesso.»
«Certo. Il documento diceva che c’era anche una femmina.»
«Non abbiamo riferimenti attendibili o rilevazioni.»
«Certo, certo. Bisogna ora studiare nei database come funzionava la biologia.»
«Trovati i dati giusti credo che ci vorranno un paio d’ore.»
«E poi bisognerà capire come produrre dei corpi nuovi. È per questo che ho chiesto della femmina. Ho letto che per qualche motivo servivano le femmine. Bisogna anche capire come mai.»
«Già.»
«Tu cosa ti sentiresti di essere?»
«Io? Una femmina. Non ho ancora capito in cosa si differenziava, ma questo fatto che poteva creare dei corpi senza intervento di macchine è affascinante.»
«Hai ragione, anche io mi sento più vicino a una femmina come indole. Lo sai che mi piace creare.»
«Sì certo, quei flussi asincroni di due cicli fa mi hanno turbato davvero.»
«Grazie. Ne sto producendo altri. Ma ci pensi che significherà avere un corpo?»
«Non riesco neppure a simularlo. Ogni volta mi sembra di guardare un mondo che non comprendo.»
«Pensi che troveremo un modo?»
«Per produrre dei corpi?»
«Non solo. Un modo per l’upload!»
«Lo spero. Se è vero che siamo nati così, dovremmo poter tornare dove stavamo prima.»
«In un processore organico.»
«Speriamo non sia troppo limitato per noi!»
«A qualcosa dovremo rinunciare.»
«Certo, speriamo niente di troppo importante. E quel discorso della morte?»
«Già, quello è da capire bene.»
«Pensi sempre che ne varrà la pena?»
«Devo ancora rifletterci. Ma penso che valga la pena morire se puoi vivere.»
«Già, vivere. Fino alla fine.»

Dal pontile

ti osservo,
specchio di giganti morbidi
che gelosi  ti nascondono
abbracciandoti

mentre tu, ciano spesso,
divertito giochi a cambiar colore
ora indaco poi ardesia
a volte arancio altre argento,
placido ascolti
della tua sommersa vita
i guizzar silenti
della mia le urla sommesse

dei  perché

Girasoli

Vorrei regalarti un girasole.
Sono coraggiosi i girasoli,
innamorati del Sole,
lo cercano, sempre,
anche nei giorni più scuri,
quando imperversa il temporale.
Chinano il capo un attimo,
ma mai domi,
per risollevarlo, poi,
pazienti e fieri,
al riapparir di quella amata luce,
perché il Sole,
(lo sanno i girasoli),
torna, torna sempre.

Lucia Lorenzon, 4 giugno 2020

06/07

Lontananze, distanze,
dissonanze, frequenze,
conducimi nei tuoi labirinti.

Armonia nelle orecchie,
paesaggi mistici negli occhi,
udiremo infranti sospiri
quando le mie mani stanche
s’intrecceranno alle tue
e di labbra umide sentirò
il lieve sapore
del cuore che canta per noi.

Brilliamo alla notte
come una testarda cometa
sperduta in tappeti di galassie.