L’anno dei passamontagna gialli

In effetti quello fu l’anno dei passamontagna gialli.
L’inverno di mio padre lontano.
In Sicilia.
Io grande a metà.
Mia madre grande a metà, più un pezzettino.
Mio fratello piccolo e basta.

Faceva freddo. Molto freddo. Specie al piano di sopra, nelle camere da letto, dove l’odore
dell’umido va via solo a primavera, insieme alla naftalina sbriciolata.
Per questo, la sera, la Rosa miamamma fingeva il gioco delle partenze.
Si doveva comunque andare a letto e la rampa di scale diventava lo spartiacque fra la casa da giorno, tiepida e lucida, sempre con la stufa a lingua di cane, e la casa da notte, gelida di spifferi, calda solo sotto le coperte, dove la padellina con le braci, dentro a una nicchia di legno, scottava le lenzuola e le cuoceva di un odore di pane.
Mica si poteva rischiare la traversata delle scale al freddo.
No no.
E poi il bambino aveva una cera da schifo, pallido e con la tosse.
Allora miamamma metteva al bambino un passamontagna di lana gialla e, per vincere le sue resistenze, lo metteva pure lei.
Io no: meglio la morte. Meglio assiderata coi ghiaccioli. Meglio la brina sui capelli.
Il passamontagna mai.
Però mi divertivo, sadica, a vedere la coppia in partenza per i piani alti: brutti tutti e due, con quelle testine da uovo sodo…
Alla fine si rideva insieme, perché non si può stare seri se si calza un passamontagna giallo per andare a letto, e si finiva per cantare “La mooontanaaaaraaaaa ueeeeeeeeeee….” salendo le scale con gran rumore, tre bambini nella casa grande.

L’inverno mollò un attimo.
Fu allora che la fase creativa della Rosa miamamma conobbe una sola parola: cretonne.
Inquietante stoffetta fiorita.
Con la furia delle sue decisioni rapide, con l’istinto del tappezziere, la Rosa rivestì le testiere dei letti e ricoprì gli sgabelli e le poltrone, pure aggredì le ante degli armadi con certe tendine arricciate, niente imbottitura con le puntine a capocchia, no, quella richiedeva una precisione geometrica, estranea a casa mia: solo tendine arricciate.
Senza il mio aiuto, naturalmente, perché i giri del pomeriggio mi tenevano fuori casa, ormai, sospesa come un galleggiante di sughero in un’acqua nuova.
Lontana anni luce dalla fatica della Rosa, insofferente del bambino.
Io avevo i ragazzi da guardare e incantamenti da consumare, poi, da sola nella stanza bomboniera, dove mi imbucavo come una cartolina, appena potevo, a mettere ordine nei nomi e nei volti della giornata, a rivedere a moviola le scene belle, a cercare nelle poesie le parole che avrei voluto.
Dire e Ascoltare.
Adesso ero io ad essere accompagnata a casa con certi corteggiamenti di manubrio, magiche impennate sulla ruota davanti …e “domani cosa fai”,“ non verresti domenica al carnevale” e “in gita ti siedi con me…”.
C’era da essere sempre fuori.
In casa c’era solo da provare, davanti allo specchio del bagno, risposte e capelli.
La casa non aveva più muri sirena.
Meglio il giardino, dove si poteva chiacchierare fitto, sotto il pruno rosa, con le ragazze, e pure scrivere lettere collettive di risposta ai primi biglietti d’amore, quando cominciare con “Caro Marco” faceva troppo banale, “Marco caro” troppo innamorato, alla Grand Hotel, “Marco tesoro” troppo peccaminoso. Meglio “Marco, ciao…”, sì, molto meglio.

Mio padre tornò e trovò la casa imbozzolata di cretonne, la Rosa miamamma con gli occhi fieri, il bambino cresciuto e, al mio posto, un tema dove parlavo di un’amica del cuore.
“Coi pantaloni” – disse mio padre, leggendolo.
E appoggiò al muro il ramo di mandarini che aveva portato per me, in treno, da Catania.

PERIFERIE URBANE

Periferie_Urbane

Rinaldo Boccia Artieri accostò al margine della strada l’elegante SUV nero pece, ritirato da una settimana appena.

Attese un paio di minuti, poi la figura immobile sul marciapiede si girò nella sua direzione e sorridendo si avvicinò, ancheggiando vistosamente sugli altissimi tacchi a spillo.

Nella strada la luce fioca dei radi lampioni illuminava cumuli di immondizia, mentre rivoli di acqua putrescente ruscellavano lungo l’asfalto irregolare. L’ambiente circostante era completamente al buio.

Concita salì sull’auto che sobbalzò sotto i suoi ottanta chili di peso. Dalla scollatura traboccava un seno enorme, sul quale scendevano fluenti due trecce color giallo limone. Rinaldo le piantò gli occhi addosso, mentre Concita guardandolo intensamente, muoveva la lingua sulle labbra ringonfie, accese da un appariscente rossetto. Quei gesti non facevano altro che aumentare il suo urgente desiderio. Rinaldo svoltò improvvisamente in una stradina laterale e spense il motore.

«Amore, questo non essere solito posto!» esclamò Concita.

«Lo so… ma io non resisto!» e così dicendo iniziò a slacciarsi la cintura dei pantaloni.

«No, No… »

Rinaldo l’afferrò per i capelli spingendola verso il basso.

Concita rassegnata non osò aggiungere altro e iniziò a svolgere con cura e dedizione il suo lavoro. Rinaldo, completamente in estasi non si accorse dell’auto a fari spenti che si era fermata poco distante.

Lo sportello del suo SUV venne spalancato con violenza, mostrando un uomo con il volto coperto da una calza che brandiva un grosso bastone.

«Scenni da sto cazzo de SUV» gli intimò.

Rinaldo preso allo sprovvista, indugiò e l’uomo mascherato spazientito, lo tirò giù con forza dall’abitacolo.

Concita iniziò a urlare mentre il suo sportello venne aperto da un secondo uomo con il volto coperto da un passamontagna.

«Anvedi questo!» esclamò trascinando fuori il trans.

«Bada… che se quello te da ‘na sventola te stende!» disse ridendo l’uomo con la calza.

Intanto dalla macchina parcheggiata uscì un terzo uomo, con il volto coperto da una maschera raffigurante un famoso calciatore.

Concita si voltò di scatto in direzione della strada principale e iniziò a correre, ma i suoi tacchi affilati si conficcarono nella terra umida facendola cadere rovinosamente a terra.

L’uomo con il passamontagna le fu addosso e iniziò a prenderla a pugni. Concita urlava, tentando di svincolarsi, ma la punta di un coltello le tracciò una profonda ferita al volto e la paura le paralizzò ogni parte del corpo.

«Ma falla finita, nun perdemo tempo… che alle nove ce sta la partita della “maggica”» disse l’uomo con la maschera.

«E sai a me che me ne frega!» rispose quello, alzandosi in piedi, mentre Concita continuava a urlare.

«Certo, te sei un laziale de mer…»

«E basta! M’avete rotto i cojoni! Questa lasciamola, prendete sto pervertito che lo portamo alla Maranella, qua stamo troppo vicino alla strada» disse l’uomo con il bastone.

Durante il tragitto i due uomini continuarono a scambiarsi reciproci sfottò, mentre Rinaldo sprofondava sempre più negli abissi della paura.

Fu condotto ai margini del fiume, dove dentro una baracca fatiscente fu legato a un trave di legno. Iniziarono a interrogarlo, avendo recuperato nel SUV il portafogli e le chiavi dell’appartamento, volevano sapere se viveva solo. Rinaldo pensò con orrore a sua madre, sola in casa.

«Se nun me risponni te do na bastonata!» lo minacciò l’uomo.

Rinaldo non rispose.

La bastonata allora arrivò dritto in fronte. Poi ne seguì un’altra in faccia e un’altra ancora sulle ginocchia. Il sangue iniziò a scorrergli lungo il volto, imbrattando i costosi abiti.

L’ultima cosa che vide fu il volto deforme del suo aguzzino.

Al risveglio Rinaldo riuscì con fatica a togliersi le corde dalle gambe, il sangue coagulato gli teneva le dita appiccicate, ostacolandogli i movimenti e si rese conto che non poteva stare in piedi. Carponi si trascinò verso l’unica porta, da dove filtrava una debole luce. Uscendo si guardò intorno alla ricerca di qualcuno o di qualcosa che potesse aiutarlo, ma si rese conto di essere stato abbandonato all’estrema periferia della città.

Si spostò lentamente trascinandosi in mezzo ai rovi, riuscì ad arrampicarsi fino al livello della strada asfaltata, dove ogni tanto sfrecciava qualche auto. Con un grande sforzo si mise in piedi e non appena scorse in lontananza dei fari, si gettò in mezzo alla carreggiata. La sagoma scura si avvicinò a gran velocità. Le dimensioni gli erano familiari, doveva trattarsi di un fuori strada. Alzò le braccia, iniziando a gridare.

Il grande mezzo gli fu addosso, sbalzandolo avanti. Rinaldo fu risucchiato in un vortice buio, e prima di chiudere gli occhi, riconobbe la targa.

L’elegante SUV nero pece, gli passò lentamente accanto, poi accelerò di colpo e sparì nell’aria umida del mattino.

No!

Di tutte le cose che poteva dire e fare Ada scelse la meno probabile.
Dico, non una cosa ovvia o scontata e neanche una assurda e improponibile. Lei semplicemente si mise in piedi. Sì Billy, si alzò da quella sedia dove era rimasta per tutto il tempo e disse no! Semplice, lineare, diretto.
Capisci Billy? No, disse. No! Ora non è che fosse mai stata prolissa tua madre, ma a vederla così, in piedi, dopo tutto il fiume di parole che esperti e professori avevano vomitato in quel lungo pomeriggio, ecco Billy, dopo tutto questo, quella sillaba sembrò arrivare come uno scroscio d’acqua nel deserto. Più che stupirci, ci risvegliò alla vita, quel libro aperto sul tavolo a una qualche pagina e quel no, che ci vorticò sopra per minuti e minuti. Questo accadde e noi rimanemmo stupiti a guardare. Tutti. Comprese quelle facce da becchino degli esperti. Avresti dovuto vederle, livide di boria e rancore.
Sì becchini Billy! Quelli erano là per seppellirla. Lei e il suo libro. E pure noi che come deficienti stavamo ad ascoltare quelle loro parole vuote. Ora non ricordo neanche la domanda esatta. Già! La domanda. Strano che proprio io abbia dimenticato, ma alla fine immagino che si continuasse a chiederle un parere intorno alle loro idee magnifiche sul senso.
Già Billy, il senso! Come se le parole ne dovessero avere necessariamente uno di senso. E sarebbe bastato un attimo, un solo breve indulgere quelle lusinghe e Ada, tua madre, sarebbe svanita per sempre, intrappolata nel personaggio che loro volevano creare. Un attimo e puff! E avremmo parlato di un’altra donna. Invece lei si alzò, chiuse il libro, e disse solo no. Poi così come era entrata in quell’agone ne uscì. In silenzio, perché tutte le parole necessarie le aveva già messe dentro quei fogli. Non ne servivano altre, neppure per rispondere a quella domanda. Lei Billy era altro rispetto al libro che tutti avevano creduto di leggere. Capisci Billy? Tua madre aveva impiegato una vita a metterle insieme quelle parole. Una ad una, con la cura e l’amore per dei figli. Tu sai bene che significa, tu sei una di quelle parole, la migliore forse. Ecco, immagina cosa avrebbe significato per te se uno di quei palloni gonfiati fosse arrivato per cambiarti la voce o il taglio degli occhi, la forma del naso o il nome. Già, pensa un tizio che arriva un giorno con un fare affettato e falso e ti spiega che tu no, non sei Billy, sei che ne so, Enrico. Nulla di male eh! io conosco almeno due bravissime persone che si chiamano Enrico. Ma non è il nome che tua madre aveva scelto per te. Lei non aveva allevato un Enrico, no, lei aveva cresciuto te, Billy.
Comprendi ora? Comprendi il valore immenso di questo unico residuo volume, salvato al macero e alle furie dell’editore? Povero cristo anche lui, si era svenato per pagare quegli sbruffoni e organizzare quella maledetta… Be’ che dico? Non maledetta. Benedetta serata Billy.
Tu questo libro devi leggerlo, devi farlo per me. Con i tuoi occhi devi scorrerlo e arrivare sino alla fine. Dentro ci troverai il tuo nome. No, non Billy, quello lo conosci da sempre. Dentro c’è di sicuro il tuo vero nome. Quello che tua madre aveva previsto prima di pronunciare quel no assoluto, prima di rinnegare la parola scritta per non inumarla nelle librerie funeree degli studiosi. Billy, tu hai la possibilità unica di conoscere tua madre dal di dentro, guardare le sue viscere come mai nessun figlio ha potuto fare. Registrare il ritmo circadiano delle sue giornate e infine carpire il segreto della tua stessa generazione e nascita.
Sì Billy, tu hai ora la possibilità di osservarti embrione, feto e figlio, tutto nello stesso momento e di raccontare a me, povero vecchio, la reale storia che qui dentro lei ha voluto scrivere.

Billy alza lo sguardo e prende il volume tra le mani. Lo carezza piano come fosse la mano di Ada. Poi inizia a camminare per la stanza. Avanti e indietro. Il libro in mano chiuso e le mani a carezzarlo con delicatezza. Avanti e indietro. Sembra pensare a qualcosa di grande, ma non lo apre, quasi non sappia decidere da quale pagina iniziare. Non la prima, non l’ultima. Cammina, carezza la copertina e riflette. Poi fa quello che avrei dovuto aspettarmi dal figlio di Ada. Lo fa con lo stesso sguardo che allora osservai negli occhi di sua madre. Li ricordo, io ero uno di quei lugubri luminari. Ero seduto vicino al tavolo con accanto il libro. E fui l’ultimo a chiedere qualcosa sul senso. Io ero là allora come ora, con la necessità bruciante di ricevere una risposta. Non importa quale, me ne sarebbe bastata una anche falsa.
Billy mi guarda, poggia il libro sul tavolo, lo apre su una pagina a caso e poi dice no. Solo quello. Non si volta più, non parla più. No! E con il passo di sempre va via dalla stanza. Va via con la stessa andatura serena di Ada.
Il libro sul tavolo rimane spalancato sulla pagina che allora Ada si era rifiutata di spiegare. Io sono fermo a guardare il foglio. Lettere sbiadite compongono frasi. Per me incomprensibili per sempre. Per sempre Billy.

IL CANTASTORIE.

 

Finì nelle mani di una bambina che lo lanciò nel lago con la sua minuta manina.

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Nella rete di un pescatore, prima sulla sua barchetta, poi gettato nel prato accanto ad una goffa paperetta.

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…E ancora nel sacchetto di un ragazzino che cercava soltanto un luccicante bottino.

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Dimenticato fu presto nel giardino della sua casa in collina, a dire il vero dalla successiva mattina!

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Fu seppellito dalla neve e dal suo candido manto, che dell’inverno era il gran vanto.

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Catturato da una ruspa che scavava fondamenta nella terra, caricato su un camion si trovò diretto ad una serra.

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Scaricato da un autista assai svogliato, tra il vivaio, il bosco ed un prato.

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Raccolto per sbaglio fu messo in un cestino, tra funghi e castagne così proseguì il suo destino.

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Da una massaia venne conservato in un vassoietto, tra monete, chiavi ed ogni altra sorta di oggetto.

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nella tasca di un laureato diventò un portafortuna, mentre felice sognava il suo futuro contemplando la luna.

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Un giorno la lavatrice, per caso, lo rese più bello, sbattendolo per bene nel suo terribile cestello.

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Su uno scaffale in lavanderia fu dimenticato tra caos, mollette e biancheria.

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Cadde per sbaglio tra giochi e balocchi, per lui, davvero, nessuno pareva aver occhi.

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Si ritrovò nel baule di un’auto, dentro ad un secchiello, abbastanza nascosto tra paletta e rastrello.

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Sulla sabbia bollente scivolò trovando il suo nuovo posto, in quel soleggiatissimo pomeriggio di ferragosto.

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L’alta marea lo trascinò negli abissi marini, andò a fondo tra coralli e pesciolini.

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Ma un giorno tornò sulla riva spinto dalle onde, non era quella la sua sorte d’altronde.

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E dopo tutto quel tempo in cui rimase sommerso, un cantastorie lo trovò dedicangogli questo verso.18.png

 

Questa storia vi è parsa strampalata?
Con la fantasia ogni cosa diventa animata!

 

Un saluto e un augurio a voi tutti di caffè letterario,
e ricordate: “persino un sasso, volendo, può divenir leggendario”.

 

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SHINING TALISMAN

Il resto del giorno vuoto scivolò via nella coda della notte e con esso tutto ciò che rimase delle forze dell’uomo. Il sonno si insinuò con lentezza, carezzandogli il viso e occultandogli l’attenzione alle cose. L’uomo ciondolò fino a rischiare di stramazzare per terra e farsi male; giunse presto ad un albero spoglio e storto e vi appoggiò la schiena.
Il crepuscolo lasciava spazio alle tenebre della sera ma lui non potè contemplare quella visione naturale perchè si addormentò senza rendersi conto del passaggio dalla veglia.
Non potè rendersi conto di chi tramava in quei momenti nel mezzo dell’oscurità, tra gli spazi della desolazione di un mondo morente.
L’uomo in compenso sognò e fu un susseguirsi di istantanee accecanti, immagini e suoni che immobilizzavano la mente e la riducevano in disarmo.
Il sorriso di suo figlio.
“Papà, che cosa sta cambiando?”
La risata pazza della compagna che soffocava e si rotolava nel sangue delle sue numerose ferite.
“Papà, che succede alla mamma?”
Gente che scompariva nel nulla.
Suicidi di massa.
La città che si sfaldava.
Il caldo e la scarsità di elettricità e acqua.
L’esercito che sparava ai fuggiaschi.
“Papà, mi tieni la mano?”
Le risate e le urla dei condannati.
Il luccichio che proveniva da un luogo lontano, da distanze quasi siderali.
Un libro e un anziano che lo recitava nel parco, circondato da pochi individui dalle facce stravolte.
Le ultime interviste a biologi e scienziati che proclamavano di mantenere la calma e l’ordine.
Il luccichio così potente, emanava luce verdastra, una luce di cui ci si poteva fidare.
Il sorriso del figlio, stavolta asciutto e senza speranza, il suo bambino che si spegneva lento tra le sue braccia.
“Papà… chi porta questi cambiamenti?”
Il suo pianto.
Il luccichio.
Forse una pietra preziosa, un oggetto ovale, un piccolo sole verde.
Il cumulo di morti seppelliti in serie nelle fosse aperte o buttati al largo del mare.
Le risate pazze e gli occhi di suo figlio che imploravano, colmi di vergogna.
La sua marcia iniziale, in pura solitudine.
L’uomo dunque sognava tutto questo e non potè scoprire chi lo stava osservando nel completo silenzio, tra le fronde della radura non molto distante.
Quando si risvegliò alle prime ore del mattino seguente, drizzandosi a sedere e guardandosi intorno come se fosse una sorpresa, si rese finalmente conto di avere il cervello sgombro e pulito, tranne che per una questione. Un oggetto, un simbolo. Molti ne avevano parlato, storie e leggende dell’umanità che rideva fino allo sfascio.
Ma lui ora ne era più che sicuro, iniziava a ricordare, pur non senza fatica.
La luce sfavillante di colore verde proveniva da un oggetto benefico, un oggetto che avrebbe condotto alla salvezza di tutti.
Un amuleto.

LA BIRO E IL SUO CAPPUCCIO

La biro si sentiva soffocare. Avere addosso quel tappo la infastidiva. Era così stretto che nemmeno scrollandoselo di dosso mollava la presa. Lei che aveva poca voglia di lavorare, ringraziava le volte che la bambina con i capelli rossi la prendeva in mano per scrivere quelle lettere un po’ storte che scarabocchiano i bambini durante i primi apprendimenti. Almeno la liberava dal peso del cappuccio. E poi che fastidio tutta quella saliva che il cappuccio le riversava addosso quando le ricopriva la testa! Se passava il tempo in bocca ai pargoli, che almeno si asciugasse prima di bagnarla tutta. Non che fossero amici, semplicemente chiedeva quella buona creanza per il quieto vivere.
Ma un giorno accadde che la biro dimenticasse la buona creanza, anzi, cominciò a sbraitare:
“Vattene via da me! Ma non capisci che mi soffochi?”
“Ma siamo nati insieme, siamo come gemelli”
“Macché gemelli…” rimbrottò la biro. “Sei una condanna, non un gemello. Sto bene quando non ci sei!”
“Ma se ti proteggo!” cercò di difendersi il cappuccio. “Senza di me sei più fragile. Se cadi e sbatti la punta del tuo nasino, non avresti più modo di fare uscire l’inchiostro. Invece io ti proteggo”.
La biro non volle sentire ragioni. Allontanò in malo modo il suo cappuccio e gli intimò di non avvicinarsi. Il cappuccio rimase in disparte, mortificato ma ubbidiente.
Passò la notte, e quando la bimba con i capelli rossi riprese in mano la biro, si accorse che non scriveva più.
“Mamma, mamma, la biro non scrive! Che faccio adesso?”
“Prova questa” rispose la madre passandole una nuova biro. “Quando le biro perdono il tappo, spesso seccano e non scrivono più.”
“Ma anche questa è senza tappo. E se muore anche lei?” obiettò la bimba.
“Non preoccuparti” disse la mamma. “La tenevo in un astuccio. Prendi quello lì” e indicò il cappuccio che era stato allontanato in malo modo. Poi prese la biro vecchia e la buttò nel cestino.
(di Stefano Re)

Gente che va, gente che viene

Se il mese scorso siamo partiti, da qualche parte siamo ben arrivati. Oh. E’ vero non siamo alle Bermude, anche se … Chi non ci farebbe un pensierino. Spiagge, mare, donne meravigliose e uomini  appetitosi. Ce né per tutti i gusti, borse e tendenze. A ciascuno il suo, ma … Trattandosi di un viaggio in treno dove se non in una stazione la gente va e viene. Dove se non in una stazione il bestiario umano di quello scompartimento è amplificato, moltiplicato per ennumeri? Prendiamo una giornata tipo, una qualunque. Sono le prime ore del giorno e iniziano arrivare i primi treni. Da lì, scende un’umanità che vive ai confini tra luce e ombra. C’è chi si è vissuta la notte sveglio per qualunque motivo ed ora aspetta solo il rientro a casa, tra uno sbadiglio e un ultimo caffè. Quello che ti permette l’ultimo sforzo. Ci sono quelli poi che iniziano la giornata e un “nerovelocecaldobollente” è la sferzata che ci vuole. I primi attendono al caldo del letto, i secondi sono pervasi da struggenti ricordi di lenzuola e coperte intiepidite dal loro corpo. Intanto il giorno avanza e i treni pare vomitino un’umanità che ha già addosso la fatica di una giornata appena cominciata.. Un’umanità che va veloce, che ha fretta e non di produrre, di essere il volano di un’economia che fatica. Ha fretta di arrivare in orario, visto che il treno, anche oggi è in ritardo. Maledizione. E nel bel mezzo di questo brulichio mirmidonesco eccoli lì. Romeo e Giulietta. I due fidanzatini di Peynet. Gli eterni innamorati. Quelli che regolarmente guardi con una certa tenerezza e una larvata commozione quando sono in cartolina, tra fiori e uccellini cinguettanti. Tra frasche e ruscelli. Al tramonto, al mare e se la tenerezza monta un po’ di più e sei ben disposto, senti stormire il vento e riesci a sentire, o immaginare, anche il verso di un gabbiano, lontano. Alle sette e mezza del mattino con l’orologio timbratura che incombe, sono solo due fastidiosi ed ulteriori inciampi. Fanno del soffoco e basta e a loro auguri solo le peggio cose. Invece loro vivono un momento indescrivibile, sul confine tra gioia e dolore. Incanto e spavento. I colori più belli di un tramonto sognato, sono percorsi da lampi e saette di una tempesta incombente. Uno dei due sta per lasciare l’altro e non sappiamo se il distacco è temporaneo o per sempre. Come non sappiamo se di distacco si deve parlare oppure l’esatto contrario. Comunque sia per il pendolare medio quei due fanno del soffoco e … Fuori dalle balle !! E la gente continua ad andare e venire e accanto ai vecchi mostri, arrivano i nuovi mostri.Quelli che non hanno il biglietto, ad esempio. Non che non l’hanno comperato. Lo hanno fatto, ma con le nuove tecnologie. Tutto sul telefono, anzi sul cellulare … Ma cosa dico, scusate l’imbarazzante mia mancanza di contemporaneità: lo smartphone.Tutta la vita in neppure un fazzoletto piegato. Che se per disgrazia lo perdi o qualcuno te lo ruba, la tua vita non ha più un senso. Né compiuto, né incompiuto. Rischi di non esistere più, di sparire in un attimo dalla faccia della terra. Tutto, ma proprio tutto e un quell’aggeggio. Vita, lavoro, affetti. Li vedi … Attenti agli schermi, piuttosto che a dove mettono i piedi. In crisi se non c’è campo, disposti all’efferatezza se non ricevono il messaggino. Se non riescono a commentare, se non vedono  l’e-mail. Credo che di notte risplendano nel buio. Come i marinai imbarcati sui sommergibili atomici. E’ una leggenda metropolitana, ma si riferisce soprattutto ai marò della Santa Madre Russia. Indovinate perché e chi mette in giro certe voci. Va bene, andiamo avanti. Anche questi sono persi e tanto attenti che per loro leggere wt7 pst3, sono solo coordinate gpsr o la psw di un nuovo giochino online. No miei cari patatosi connessi. E’ l’indicazione del numero della vettura e del posto assegnato.Vettura 7, posto 3. E’ inutile che s’inferociscano nel sostenere il contrario. Temerari tanto da essere disposti a sgualcire un poco il loro firmatissimo vestito. Si, proprio loro che arrivano dal briefing con il senior buyer della head-company e con il new planing in the box, che dovranno spiegarne i contenuti nella prossima convenction con il CEO e tutto il Council of Board. E senti i loro pensieri: “Ma pensi che io mi perda dietro questa … Questa … Questa inezia? Per di più per gente che vive fuori dal mondo. Il mio. Che non ha una strategia globale, ma neppure parziale, anzi che non ha nulla di strategico se non la propria miserrima vita, fatta di casa, lavoro, famiglia, figli forse. Assolutamente priva di glam. Che brividi. Che brutte immagini da cancellare immediatamente con un appropriato selfie”.  Meno male che c’è il selfi da poterlo condividere con gli altri hisper,wisper,nispier o come cavolo si chiama questa nuova tribù. Una sorta di lavatrice di coscienze a buon mercato e utilizzabile secondo moda, piacere, convenzione individuale e personale.Sono stato troppo cattivo. Forse, ma quelli che stanno arrivando la cattiveria se la portano addosso. Non perché sono cattivi, lo sono stati o lo saranno, ma perché la vita ha giocato con la cattiveria, quella con la CI maiuscola e ne ha seminato così tanta addosso a questi infelici, che li vedi solo di sguincio. Ecco … La loro è una vita così: di sguincio. Un dolore troppo grande che li ha divorati e non li ha ancora sputati, ma che continua a dilaniarli. Nello spirito piuttosto che nel corpo. Quello spirito che si fa leggere negli occhi. Una follia ingiustificata, ma che rimane la sola giustificazione per una vita gettata e non per propria volontà.  Credo che nessuno abbia voglia di guardare nell’abisso, sapendo che prima o poi Lui ti guarda. Non credo che nessuno sia così determinato a vivere una vita marginale e ai margini. Proprio in quest’epoca nella quale la visibilità parrebbe il tutto. Eppure c’è chi vive ai margini, sfugge alle regole, inventandosene delle proprie. Le uniche certezze di una vita spezzata. Le uniche nelle quali esiste la possibilità di un riscatto. Le sole che abbiano tracce di vita.Di una vita, la loro. Vorremmo persino tentare di capire il perché, ma sono così tante le sfaccettature, che alla fine ci abbandoniamo al sottile e salvifico cinismo personale, liquidando la cosa con un semplice : in fondo ciascuno è libero di scegliere ed è responsabile di quelle scelte. Dimenticando che a volte libertà e imposizione sono la stessa faccia di una medesima medaglia.e non c’è possibilità di scelta.C’è solo l’obbligo. E mentre le ombre di uomini e donne, che per ora si negano un’umanità, riprende la sarabanda degli arrivi e delle partenze. Chi al mattino non aveva tempo se non per l’arrivo in orario, ora solo ha voglia di arrivare in fretta all’altra parte della propria vita. Quella che sente più sua, che è la vera fonte delle emozioni che prova. Positive o negative, non importa. Giustificano la sua esistenza.  Come sono giustificati i sempreconnessi. Con l’abito sgualcito però, con il trucco un po’ sfatto e lo sguardo vuoto sull’ennesima videata. Pronti per l’ennesimo “happy hour”, sperando di trovare un senso a tutto ciò che li circonda. Sempre che abbiano voglia di cercarlo e trovarlo. Le ombre quella voglia l’hanno persa e aspettano che ritorni. Aspettano, ma non sperano e c’è una bella differenza. I binari sono quasi vuoti e la gente ormai è scemata quasi tutta. E’ l’ora di chi lavora per mantenere la stazione efficiente e le luci piano piano si spegneranno, ma … Ci sono ancora in un angolo Romeo e Giulietta. Qualcuno dica loro che l’ultimo treno è partito e che smettano di far del soffoco per questa giornata. Domani è un altro giorno e ci sarà di nuovo gente che va, gente che viene.

Passaggi

Si è usciti un attimo, questo pomeriggio, per certe usuali e randagie scorribande, quelle che non devono dar senso a niente, neppure a un’ora pendula: presente quando si va fuori e non si ha in mente una direzione e neppure un luogo?
Una passeggiata alla Walser, per capirci.
Con la differenza di uno sfondo grigio che non nascondeva una promessa di sole: solo un grigio e basta.
Bene, si è presa una strada, che a dirla è già un programma: “strada di mezzo”, perché da una parte c’è la campagna che diventa Po, alla lontana, e dall’altra c’è la Provinciale.
Piace ‘sta strada di mezzo, perché ha un fosso dove arrivano aironi bianchi e grigi, e gallinelle d’acqua, di quelle che si tuffano a capriola e restano per un attimo sottosopra.
Lì c’è un resto di casa che tengo d’occhio, perché so che ha i giorni contati. È uno spaccato verticale: la parete interna di una casa che doveva essere a due piani e a due stanze; adesso è come l’intelaiatura di una finestra, con quattro vetri di colori diversi, quei rosa- azzurro- verde- giallo, quadrilatero perfetto delle tinte anni ’50, nelle case di campagna.
Colori scaccia mosche.
E io torno a guardare con tenerezza questa parete-finestra, perché mi ricorda l’impudicizia innocente dei vecchi che fanno vedere le loro ferite, mi riporta l’immagine di quella zia ottantenne che ha subìto un’operazione e, quando la vado a trovare, mi dice con tono complice “vuoi vedere il taglio?”.
È vero, ciò che è vecchio ha un corpo tatuato.

Fade to black

Ormai mi mancano le parole. Le idee, le frasi, quelle ancora le ho, ma il suono manca. Un problema di segnali elettrici disconnessi dicono. Come se tutto questo potesse ridursi a un mero cablaggio, dimenticando l’umano disteso inanimato.
In realtà mi è sempre mancato qualcosa. L’avessero capito prima oggi forse potrei anche alzarmi e urlare contro questa non utile combriccola di facce pietosamente raccolte intorno a me.
Già da piccolo mi mancava la sapienza del tocco di palla. Intelligente lo ero e molto, almeno a sentire i miei, ma sempre a un punticino dal primo della classe. Mi mancava pure la faccia tosta con le ragazzine e mi rintanavo nella mia stanza dove mancava sempre qualcuno che potesse spiegarmi il buio e tirarmi su.
Anche i bottoni della camicia spesso mancavano, come le cravatte abbinate e le cinture adatte al colore delle scarpe. Poi finalmente ho visto il mondo, il lavoro, la carriera! A guardarmi da fuori sembravo anche in gamba, così mi dicevano, ma avevo sempre un pezzo ignoto che mancava e neanche a dirsi avrebbe sistemato tutto. E così chiedevo cosa, come, che forma, ma nessuno era in grado di dare una risposta. Per questo tiravo avanti e stavo così con la ricerca del mancante in cima ai miei pensieri.
Eppure lo spasmo cresceva, prendeva piede e possesso dei miei pensieri. Il frammento che mancava, nell’indifferenza mia e del mondo, stava diventando molto, troppo! Aveva assunto la dimensione del tutto. È facile ora provare a dare una spiegazione; cancellato dal mondo e con questa eternità di tempo da dedicarci confesso che adesso anch’io provo stupore. Come ho fatto a non accorgermi della nebbia che da dentro mi stava offuscando il cuore. E come avete fatto in così tanti a non avvedervi del mio lento evaporare. Avevo soldi, amore, pace apparente, successo. Avevo questo e tanto spazio vuoto dentro, incolmabile e avverso al mio inutile cercare. Avrei voluto uscire, prendere una strada a caso e percorrerla tutta, fino in fondo. Avrei voluto fermarmi, disteso su un qualche prato, e respirare fino a provare nausea per l’aria stessa. Avrei voluto amare come una prima volta di un ragazzino imberbe, oppure con voluttà e rabbia. Mi mancava invece il passo fermo di chi vuole camminare. Mi mancavano i polmoni da gonfiare e la voglia di prendere per mano la mia donna e strapparle i vestiti di dosso. Mi mancavo io probabilmente, solo che allora le parole che riuscivo senza fatica a pronunciare, coprivano l’urlo tremendo della mia anima. Così non ascoltavo e non ascoltando non vedevo il precipitare. Trascuravo il tentativo di resistere allo sporgersi quasi per gioco. Una, due, troppe volte. Sino all’ultimo urto, attutito dalle coperture precarie ai piani di sotto.
Ora ascolto immobile voci che non sono associate a volti. Di loro ho ricordi nitidi, ma vorrei avere occhi che permettano di rivederli quei visi, invece di trasfigurarli in pensieri ingombranti. E in queste voci ho scoperto che mi è mancato davvero poco, troppo poco, per andare via davvero. Come se questo non fosse ancora troppo. Come se non avesse un senso assoluto il mio desiderio di non avere più nulla che mi manchi. E nemmeno posso alzarmi e strappare via tutta questa messa in scena che mi lega ancora al vostro mondo che, badate bene, ben poco mi manca. Già, forse questo ho capito, che in fondo mi mancava una fine. Mi ero lasciato irretire dalle vostre scale di valori ben poco adatte a me e ne ero rimasto vittima. E quel volo era questo in fondo, la voglia di abbandonarvi, di superare la dimensione che vi prevedeva e di rimanere solo con me. Ma voi alla fine ci siete, in forma di voci o di pensieri, di lamenti e di preghiere. Ed è faticoso ora comprendere che se è mancato solo poco, questo è colpa della vostra scienza e della vostra ansia di ignorare gli addii. In fondo sono vittima di un caso che non mi ha fatto incrociare mai quelle infermiere che regalano una fine a chi, come me, non ha potuto ottenerla per poco. E di una legge atroce che obbliga la mia donna a mantenere acceso questo vuoto di vita, soprattutto oggi che per ironia assoluta capisco come sia mancato un voto, un solo voto, per abrogarla.