Istruzioni per l’uso.

Ciao a tutti! Oggi vi propongo qualcosa di leggero, un vero e proprio esperimento venuto fuori così, senza preavviso. La mia fonte d’ispirazione è Salem, il mio amato gatto, saggio, pazzo e divertente. Spero che il racconto vi piaccia e che vi strappi tanti sorrisi quanti ne ha strappati a me mentre scrivevo. Buona lettura!

“Dovrebbero venderle con le istruzioni!” borbottò Thelma tirando fuori un set di lenzuola blu.

Si voltò senza speranza verso il letto e il suo adorato gatto che ammazzava il tempo facendosi le unghie… sul materasso! Sì, proprio quel materasso, quello ortopedico, perfetto per la sua schiena acciaccata e sempre dolente.

Sospirò scuotendo la testa, posò le lenzuola sulla poltroncina miracolosamente scampata alla furia affilata di Mr. X e raccolse quelle da lavare che prima aveva buttato in un angolo della stanza dopo averle sottratte alle grinfie della palla di pelo dorata.

“Mr. X? Ma che razza di nome è?” pensò.

La dolce vecchina che le aveva regalato il cucciolo spelacchiato l’aveva costretta con le lacrime agli occhi a giurare di lasciare quel nome strampalato a quella povera anima in pena, giustamente isterica. Chi non lo sarebbe stato con un nome così?

Anche a Thelma erano venute le lacrime agli occhi, proprio per il giuramento di cui sopra. Mr. X… chiamare così un gatto era davvero un’offesa gratuita.

Sentì un gran fracasso e corse in camera per scoprire che Mr. X era volato giù dal letto trascinando con sé una lampada, economica ovviamente. Quelle antiche eredità della bis-bisnonna erano state prontamente distrutte a poche ore dall’arrivo nell’appartamento. Erano fuori moda, questa era stata la giustificazione data dal gatto. Ovviamente.

Mr. X correva e correva sul materasso, per nulla turbato dalla caduta, continuando a farsi le unghie. Sì, in corsa. Mr. X amava farsi le unghie in corsa.

Thelma fece un bel respiro profondo, si armò di coraggio e pazienza, prese il coprimaterasso e si avvicinò al letto con circospezione.

Recitò mentalmente le istruzioni che avrebbe voluto trovare, insieme ad uno scafandro, nel set di lenzuola la prima volta che aveva rifatto il letto con l’aiuto di Mr. X.

  • Step 1: posate delicatamente il lenzuolo sul materasso. Fate un salto indietro e lasciate alla belva il tempo di agguantare la sua preda.
  • Step 2 (parte 1): fissate due angoli del lenzuolo. Se non si stacca dal lenzuolo, trascinate pure il gatto sul materasso. Lui si diverte. Voi no. Cats rule.  C’est la vie. Prendete il terzo angolo con attenzione, sfilatelo dalla bocca del micio se necessario, sottraetelo alla sua micidiale presa. Se siete alle prime armi (ma anche se non lo siete), armatevi di guantoni. Da box.

“Dio, aiutami tu!” supplicò Thelma mentre un brivido freddo le correva lungo la schiena. Allungò una mano per recuperare il terzo angolo e, com’era prevedibile, si ritrovò un artiglio conficcato nel dorso della mano. Resistendo come l’ultimo guerriero sul campo di battaglia, fece appello a tutta la sua esperienza e forza e con pochi gesti fulminei liberò l’angolo e lo fissò. Si lasciò cadere sulla poltroncina per riprendere fiato. Adesso iniziava la parte davvero difficile.

  • Step 2 (parte 2): se nell’esecuzione della precedente operazione la fiera è rimasta, volente o nolente, intrappolata sotto il lenzuolo, è giunto il momento di tirarla fuori. No, non potete lasciarla lì! Vi ritrovereste con un bozzo nel letto, provvisto di artigli per di più. Situazione estremamente pericolosa. Prima di passare all’azione, un rapido briefing: il quarto angolo è una delle fasi più delicate; richiede precisione, sicurezza e una buona dose di fortuna. Ogni singolo movimento deve essere meditato, scomposto e analizzato in ogni sua sfumatura. State però certi di una cosa: le qualità necessarie verranno acquisite col tempo e col sangue. Detto questo, le nostre più sentite condoglianze in caso di ferite tali da non lasciar speranza. E’ stato bello assistervi. Pronti? Via! Sollevate il lenzuolo, stringete una morsa d’acciaio attorno all’amore vostro pelosetto, tiratelo fuori e depositatelo sul letto in prossimità degli angoli già fissati, fissate il quarto e put your hands up in the air! Ancora vivi? Complimenti! Prendetevi un attimo, gustate il sapore della vita prima di passare al prossimo step.

Thelma si versò una buona dose di whisky e la mandò giù tutta d’un fiato. Mr. X si rotolava beato sul letto, in attesa del prossimo lenzuolo, quello senza angoli, quello che viene solitamente fatto planare sul letto con maestria; era quello stesso lenzuolo che Thelma attendeva con ansia da bambina. La donna chiuse gli occhi e sprofondò in una soleggiata mattina di primavera: sentì nuovamente la brezza tiepida e leggera, il profumo di lavanda e la risata cristallina di sua madre. Com’era divertente buttarsi sul letto mentre la mamma non guardava e rannicchiarsi poi in attesa del tocco fresco, leggero e profumato del lenzuolo, farsi fare il solletico e ridere fino ad avere le lacrime agli occhi! Quello era uno dei suoi ricordi più cari; la mamma se n’era andata poco tempo dopo, all’improvviso. Un giorno c’era ed era, quello successivo non più. Di lei erano rimasti l’allegria e l’ottimismo, la tendenza a guardare sempre al lato più bello e curioso della vita, qualità che sopravvivevano nella sua adorata figlia.

Thelma sorrise e allungò una mano per accarezzare il suo gatto che per tutta risposta si mise a ronfare felice; tutto sembrava tranne che un mostro pronto ad affondare gli artigli. Era giunto il momento di prepararsi per il passo successivo.

  • Step 3: prendete il lenzuolo e apritelo, fatelo planare con grazia sul letto stando ben attenti a collocare il suo centro sopra il gatto. Sarà più facile in questo modo sfuggire alla furia dei suoi artigli. Ma solo per ora. Eravate convinti di essere arrivati alla fine dell’incubo, eh? Illusi! Rimboccate il lenzuolo alla bell’e meglio, in questo momento la tigre dovrebbe essere impegnata a rotolarsi e strisciare da una parte all’altra senza invadere la vostra zona di interesse, speriamo per voi. Adesso tirate su il lenzuolo, con il felino ancora sotto s’intende, CAUTAMENTE attirate la tigre verso il bordo del letto, ignorate il dito sanguinante, sollevate il lenzuolo, ripetete l’operazione descritta al punto 2 ma concludete ripiegando la parte superiore del lenzuolo.

“Che ovviamente è storta!” sbraitò Thelma. “Ed è colpa tua!” Puntò il dito con fare minaccioso verso Mr. X che si limitò a sedersi composto per lanciarsi poi in una capriola e sparire sotto al letto.

“Giusto il tempo di prendere il copriletto e saremo punto e a capo!” sospirò sconsolata. Poi si mise a ridere come una pazza, non riusciva a smettere. Ogni volta era la stessa storia: lei che sbraitava, Mr. X che giocava. Era davvero bello rifare il letto così, era un momento di relax a cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo. Quella palla di pelo poteva essere terribilmente assillante eppure aveva la capacità di scegliere i momenti giusti per farlo; secondo la sua tutt’altro che modesta opinione, ovviamente, che non corrispondeva quasi mai a quella della sua compagna umana ma che si rivelava sempre saggia.

  • Step 4: i cuscini. Qui la facciamo breve. Chiudetevi a chiave in bagno o dove vi pare, preparate i cuscini, tornate in camera e lanciateli sul letto. Rapido, efficace e indolore. Adesso siete pronti, si fa per dire, per il prossimo step.

“Ultimo sforzo!” trillò Thelma facendo l’occhiolino al micio. Mr. X replicò con una corsa folle e una caduta che trascinò con sé l’altra lampada.

  • Step 5: dopo la discesa all’inferno, è giunto il momento di risalire. Il copriletto è l’ultimo passo verso la salvezza, non eterna, ci duole darne l’annuncio, e non priva di sofferenza. Sapete già come procedere; se non lo ricordate, seguite le indicazioni riportate nello Step 3 in cui è presente un rimando allo Step 2 dove no, non ci sono rimandi a quello 1. A questo punto in bocca al lupo! No, alla tigre, avete ragione! … Fatto? Braviiiiiii!!!! Congratulazioni! Concedetevi una standing ovation, un applauso, un drink e anche una capatina al pronto soccorso se necessario. A questo punto non ci resta che augurarvi buon proseguimento e arrivederci alla prossima puntata!

“Missione compiuta!” Thelma si lasciò cadere sfinita sul letto e fece un grattino a Mr. X; poi andò in cucina a prepararsi un meritatissimo tè.

Mentre aspettava il fischio del bollitore, le venne voglia di leggere qualcosa di brioso e frizzante, magari una storia d’amore un po’ pazza, così tornò in camera per setacciare la sua imponente libreria. Appena mise piede nella stanza, scoppiò a ridere; Mr. X dormiva beato sul letto appena fatto.

“Com’è dura la vita del gatto!”

Intercettati

Operatore NSA138
Registrazione n. 23468/9-bis

– Ciao
– Ciao
– Oggi va meglio?
– Sì meglio
– Io invece non ho dormito
– … (Silenzio) …
– Vuoi che ci vediamo?
– No… No, meglio di no.
– Ok… Meglio di no. Ciao.
– … ciao.

Operatore NSA138
Registrazione n. 34587/6-ter

– Ehi!
– Sì? Chi parla?
– Come chi parla! Adesso non mi riconosci più?
– Ho impressione che ha sbagliato numero…
– Maledizione… adesso non vuoi più parlare vero? Lo vedo il tuo numero sul display…
– Ascolti ho questo numero da tre giorni. Lei chi cerca?
– … (Silenzio) …
– … (Chiude il telefono) …
– Scusi…

Operatore NSA138
Registrazione n. 58893/1-sept

– Pronto
– … (Silenzio) …
– Pronto… Ehm… Sì cercavo Giulia
– … (Silenzio) …
– È in casa vero?
– Sì, ma non credo… ecco forse è meglio…
– Meglio per chi?
– … (Silenzio) …
– MEGLIO… PER … CHIIII?
– … (Silenzio) …

Operatore NSA138
Registrazione n. 76285/4-ter

– Pronto

– Questa è la segreteria telefonica di [omissis] sono momentaneamente impossibilitata a rispondere. Lasciate un messaggio dopo il segnale acustico. Sarete richiamati – (beeeeep!)

– … (Silenzio e fiato corto e digrignare di denti. Quasi un preambolo di singhiozzo) …
– … (Silenzio e fruscio di aggeggio elettronico che si inserisce inatteso) … Lei è Maria vero?
– … (Silenzio e respirare perplesso) … Sì Maria… Ma con chi parlo?
– Non ha importanza…
– Che significa non ha importanza… Chi sei e che ci fai lì a casa di Giulia?
– Io non sono a casa di Giulia… Stia tranquilla.
– Ma allora dove sei e soprattutto chi sei.
– Non ha importanza… Giulia è partita…
– Partita? E tu che ne sai?
– Io so! Io ascolto.
– Tu non sai niente, niente!
– Mi scusi se mi sono permesso. Ma questo è il mio lavoro. Ascoltare e sapere.
– E allora dimmi, che diavolo sai?
– Io so che non si può riemergere dal nulla, dopo tutti questi anni e pretendere che la gente capisca. Le persone hanno i loro tempi per capire. Io per esempio non ho ancora capito…
– Cosa?
– Non ho capito… Non ha molta importanza cosa non ho capito. Ha importanza che io sappia che c’è necessita di tempo…
– Quanto tempo?
– Quanto?
– … (Silenzio) …
– Tempo…
– … (Silenzio) …
– … (Silenzio e fruscio di aggeggio elettronico che si disinserisce)
– Ma chi diavolo sei? E dove è andata Giulia?
– … (Silenzio e pentirsi di quella mossa assurda e non autorizzata. Tua figlia, quella che credi di avere ancora il diritto di chiamare figlia, è lontana. Su un aereo che la porta in un posto caldo. Posso rintracciarne i movimenti con la sua carta di credito. È un attimo. Lei decolla e ho già la sicurezza di dove è diretta. Cancello invece la banca dati. Deve perdersi traccia. Giulia deve allontanarsi dai ritorni di gente inattesa. La gente sbaglia. Lascia sola altra gente a suturare ferite. E poi sbaglia ancora. Torna e si aspetta che le ferite suturate siano d’incanto insensibili al sale delle lacrime, seppure sinceramente versate. E invece ci vuole tempo. Tempo e cicatrizzanti. Tempo e pazienza. Tempo)…

Operatore NSA138
Registrazione telefonata privata n. 67/4

– Pronto
– Ciao sono io…
– Ma, ma… Oddio, ma come è possibile? Ma quanto tempo… quanto tempo…
– Appunto. Riflettevo proprio su quanto tempo. Mi è sembrato abbastanza tempo. Anche troppo tempo. Tra un quarto d’ora smonto dal turno. Ho voglia di riabbracciarti…
– Aspetto… Certo… Quanto tempo…
– … (Silenzio di aggeggio elettronico che viene spento. Finalmente)

L’indelebile

“Guarda. Guarda.” diceva piano, tirandom­i gentilmente la manica della giacca “Lo­ vedi? Eh? Su, lo vedi? Le cicatrici non­ si vedono quasi più.”

Il mio occhio ci cadde sopra inevitabilm­ente. Cadde sopra al suo avambraccio. Al­l’avambraccio di quel perfetto sconosciu­to. Un braccio forte, senza ombra di dubbio, e atletico, anche; non­ possedeva lineamenti particolarmente marcati, piuttos­to una corporatura definita e modellata ­dalla natura più che dall’esercizio. For­se un tempo era stato un braccio scattan­te, muscoloso, capace, ma ora non si pot­eva definire tale a causa dei numerosi t­remori che gli facevano perdere la stabi­lità. La pelle non era candida sotto i p­eli che iniziavano a ingrigirsi, ma non ­si sarebbe potuta nemmeno definire abbro­nzata: era di quel pallore giallognolo l­ascito di una precedente abbronzatura ma­lsana che carbonizza la pelle. A parte q­uello non riuscii proprio a notare altro­. La carne era immacolata.

“Lo vedi?” continuava a ripetere l’uomo,­ con quella sua voce rauca che fondeva i­nsieme l’impazienza e lo stupore, quasi ­fosse indeciso su quale atteggiamento as­sumere. Ogni volta dava leggeri stratton­i alla manica del mio cappotto.

Un soffio di vento mi fece rabbrividire ­dentro la camicia bianca ed il pullover ­di lana. Erano gli inizi di un Autunno c­he si preannunciava decisamente rigido, ­uno di quegli autunni che con vento e um­idità rendono la pelle arida come un des­erto. Il tizio che mi aveva fermato per ­la strada non aveva nè camicia nè maglio­ne, ma indossava solo un pastrano eviden­temente troppo grande per le sue spalle ­sporgenti e così lungo da creare un effetto grottesco con un paio di j­eans graffiati e rovinati a coprirgli le gambe. Sembrava talm­ente preso dalla sua visione, comunque, ­che pareva non accorgersi del freddo.

“Le cicatrici non si vedono quasi più.. ­Dì un po’, lo vedi?”

Lo guardai in viso, sforzandomi di stacc­are gli occhi dal suo braccio che quasi ­mi aveva ipnotizzato con la sua cantilen­a costante che gli usciva dalle labbra sottili e non risparmiate dai tremori. Aveva i capelli lunghi, grig­i e neri, segno di una vecchiaia che sop­raggiungeva lenta ed una ricrescita mar­cata della barba sotto il mento. La masc­ella era quadrata, le labbra sottili e regolari con­ il labbro inferiore che tremava leggerm­ente, veniva morsicato cautamente dai d­ai denti, rilasciato e riprendeva a trem­are. Fui catturato dagli occhi, di blu elettrico, come mai ebbi l’occasione di rivedere. Anc­h’essi erano frenetici, magnetici, come ­tutto in quell’individuo. Avrei potuto d­are uno strattone el iberarmi dalla sua ­presa (le dita apparivano scarne e fragi­li a causa dei tremori persistenti), ma­ non lo feci. Stetti lì a sentire ripete­re ancora, come in un sogno, “Allora? Ad­esso lo vede? Le cicatrici non si vedono­ quasi più.”

Annuii. ­

Ora anche io tremavo piano e non so se p­er freddo, per assurdo timore o presa di­ coscienza.

L’uomo rise, euforico. Non una risata di­ divertimento o sarcasmo, piena, ma una ­risata spezzata, sottile,un soffio che è­ ingrado di tagliare il vento.. una risa­ta di sollievo. Il mio cuore si rannicch­iò nei polmoni e nella gabbia toracica p­er qualche istante.

“Allora è fatta, no?” disse, sulla scia ­di quel riso penetrante, “Torniamo a cas­a!” e mosse il capo in avanti per poi re­clinarlo indietro e riprendere a ridere ­sommessamente.

Uno dei primi raggi di sole mi fece nota­re, a quel movimento, qualcosa che ancor­a brilla nei miei occhi e riluce nel buo­io della notte, tra le stelle e la luna,­ in ogni ricordo: era una medaglietta pi­ccola, di metallo. Fu allora che identif­icai l’ uomo come un soldato. O, quantom­ento, prima lo era stato… Non stetti a­ chiedere, non avrei ricevuto risposta, ­e mi limitai ad osservare. Nessun dubbio­ sul fatto che fosse fuori di sè. Non ch­e ce ne fosse mai stato. L’aria un po’ p­iù mite mi consentì di sentire chiaramen­te l’odore di alcool che impregnava i su­oi vestiti e la luce più chiara mi mostr­ò ampie macchie chiare e scure sui suoi ­vestiti logori, sul viso, sul petto, il ­collo e le braccia. Annuii di nuovo e lu­i mi lasciò andare il cappotto, spalancò­ le braccia, mi abbracciò stretto (il mi­o cuore si era catapultato in avanti ade­sso e correva le mille miglia) e mi lasc­iò andare, allontanandosi per la via anc­ora deserta che covava nel suo silenzio,­ il campanile lontano che batteva le set­te del mattino. Lo sentii borbottare “e ­pensare che diceveno che erano cicatrici­ indelebili..in-de-le-bi-li..roba da mat­ti!” e poi giù di risate roche e gracchi­anti e colpi di tosse.

Rimasi lì, in piedi, valigetta in mano, ­incapace di muovermi. Ero diventato una ­statua di pietra di me stesso, gelato su­l posto. Lo guardai andarsene barcolland­o fino a che non scomparve.

Allora scossi la testa. ­

Quel poveretto ancora cercava la pace ch­e aveva vinto. Forse la cerca ancora, fo­rse adesso è a casa, qualsiasi essa sia.­ Forse ancora si trascina con il corpo s­tanco e disfatto e indosso l’invisibile ­cicatrice della pazzia ed il marchio a f­uoco dell’orrore che naufraga in quel ma­re di occhi blu oceano.

IL DOTTORINO

IL DOTTORINO

Il signor Biondoni, come ogni giorno, si recò alla fermata dell’autobus, zampettando tra una pozza e l’altra, sempre con maniacale attenzione per non sporcarsi nemmeno una piccola porzione delle sue lucidissime scarpe color cane che fugge, vecchie, ma ancora come nuove.

Come ogni mattina si era alzato presto, si era lavato e sbarbato. Con calma aveva indossato gli abiti che la sera prima sua madre, con amorevole cura, gli aveva preparato sull’appendiabiti. La camicia, che cambiava giornalmente, aveva un buon profumo di bucato fresco, la stiratura era perfetta e senza nemmeno l’ombra di una minuscola piega, sua madre sapeva che lui non tollerava gli abiti sgualciti.

Ma quella non era la sola cosa che non riusciva a tollerare. La confusione, il caos, i luoghi affollati, erano altre situazioni in cui si sentiva a disagio.

Arrivò finalmente l’autobus, in ritardo di qualche minuto, come aveva potuto constatare dal suo prezioso orologio da polso, anche quello era abbastanza vecchio, ma lucido e intonso, come le sue scarpe.

Le porte del bus si spalancarono, vomitandogli addosso un grappolo di corpi sudati. Un tanfo nauseabondo lo investì in pieno appena riuscì a sollevarsi sul gradino e a spingersi faticosamente all’interno della vettura. Il bus era pieno all’inverosimile e non aveva bisogno di trovare un sostegno cui aggrapparsi, ma anche se ci fosse stato uno spazio ampio non avrebbe mai messo la mano sui corrimani o qualsiasi altra superficie senza aver prima indossato i suoi indispensabili guanti di garza.

Il signor Biondoni aveva una ossessione particolare per i microbi, se li immaginava dappertutto, pronti ad aggredirlo per trasmettergli le più cruente e pericolose malattie. Durante il tragitto aveva preso l’abitudine di fissare le mani dei passeggeri, avvinghiate sui sostegni: ne osservava il colore, la forma e soprattutto le unghie, per controllare se fossero tagliate e curate come le sue

In ufficio, quando era costretto a recarsi alla toilette, per i suoi improrogabili bisogni fisiologici, non toccava mai la maniglia del bagno senza aver prima strappato un pezzo di carta igienica per usarla come protezione, evitando accuratamente di toccare qualsiasi altra cosa in quell’ambiente, compreso il pulsante dello scarico.

Ogni giorno passava sulla sua scrivania uno strato di liquido disinfettante e proibiva categoricamente alla donna delle pulizie di passarci sopra con il suo straccio lurido, con il quale aveva già pulito chissà quante altre scrivanie.

Trascorreva le sue pause dispensando consigli ai suoi colleghi riguardo malanni o acciacchi vari, dato che lui, avendo avuto quasi tutte le malattie di questo mondo, o almeno qualche suo parente, amico o conoscente, era diventato un esperto nonchè una farmacia ambulante. In tasca portava sempre un analgesico per il mal di testa, quattro tipi di cerotti e i suoi candidi guanti di garza, nel cassetto della scrivania custodiva un bel termometro digitale e qualche altro tipo di medicinale. Era diventato il punto di riferimento per tutti quelli che in ufficio avvertivano un malessere improvviso, oramai tutti lo avevano soprannominato il dottorino.

Quel giorno durante la pausa caffè si recò alle macchinette per il suo orzo quotidiano.

“Ciao Biondoni, come va?” gli chiese il caporeparto.

“Beh, oggi un po’ meglio… ieri ho avuto un problema per…”

“A proposito, ma lo sai che sono andato a ritirare le analisi e ho scoperto di avere una strana malattia!” disse l’uomo al signor Biondoni, interrompendo il suo elenco giornaliero di acciacchi.

“Davvero? E che malattia sarebbe… dimmi, sicuramente la conosco!” Il signor Biondoni dimentico dei suoi malanni si protese per ascoltare quale misteriosa malattia avesse colpito il suo collega.

“Mah, un nome stranissimo… mi pare Ipodermaculitosi acuta… la conosci?”

Il signor Biondoni sgranò gli occhi, rimase a bocca aperta, cercando di articolare qualche sillaba, ma quella notizia lo aveva quasi tramortito, lui quella malattia non l’aveva mai sentita nominare! Ma non voleva assolutamente ammetterlo.

“Sì…  forse ho capito… ma… devo controllare… torno subito!” così dicendo, il signor Biondoni si allontanò di corsa verso il suo ufficio.

Il caporeparto si diresse nella parte opposta del corridoio e dopo aver svoltato l’angolo trovò i quattro uomini che lo stavano aspettando.

“Allora ha funzionato…” disse uno.

“Avevi forse dei dubbi?” rispose un altro, sbottando in una grassa risata.

“Ora ne avrà per un bel po’… rimarrà incollato a quel computer finché non si accorgerà che quella malattia non esiste!” disse sorridendo soddisfatto il caporeparto.

Il signor Biondoni dopo aver trascorso alcune ore nel vano tentativo di trovare notizie di quella misteriosa malattia, si arrese e sconsolato lasciò l’ufficio molto dopo l’orario di lavoro.

Trascorse una notte insonne e al mattino seguente iniziò ad avvertire strani sintomi… e arrivò alla conclusione di aver contratto anche lui quello strano morbo, che sicuramente era altamente contagioso. Decise di non recarsi in ufficio, ma di andare direttamente al pronto soccorso dell’ospedale più vicino.

Si sentiva sempre peggio: un forte tremore gli impediva di camminare bene e la vista gli si stava offuscando. Arrivò in ospedale e gli dissero che avrebbe dovuto compilare un modulo in cui descrivere i sintomi del malessere. Il signor Biondoni a fatica iniziò a scrivere:

Tremore alle gambe, vista offuscata e senso di disorientamento. Sospetto caso di Ipodermaculitosi acuta.

BEING A ROCKSTAR

Mi chiamo Tom e una volta ero una rockstar, sapete?
No, cristo buono, non guardatemi così… come se avessi la lebbra o il naso storto o i denti messi male in bocca. Ero una rockstar ma adesso attraverso un periodaccio di quelli pesanti, quello che chiamano… uhm… pausa di riflessione. Si, riflessione, ecco, giusto.
Non giudicatemi dalla coperta stracciata, da questa catapecchia in subaffitto o dalla bottiglia puzzolente e semivuota di tequila che mi sfugge dalla mano.
Una volta ero il re e ci pisciavo sopra tutto il resto. Vacca troia, non guardatemi come se fossi un pazzo, non lo sopporterei. Vi giuro che ero in cima alle charts, suonavo con la mia banda di fronte a migliaia di scalmanati figli di puttana che pagavano il biglietto e godevo di una reputazione con i fiocchi nello showbusiness.
Ero il re dello spettacolo, ve l’ho detto. Non mi credete? Forse perchè eravate delle nullità all’epoca. Ma poco importa.
Adesso sono altri tempi, sono destinato a trascinarmi per quel che rimane di questa vita. La musica e il successo mi hanno sedotto e poi abbandonato sul classico ciglio della strada.
Succede. Anche ai migliori. Anche alle rockstar.
Beh, lasciate che ve lo racconti, in poche parole. E’ tutta una merda di storia ma bisogna che ve la spieghi.
Ma non guardatemi così o vi prendo a calci, quanto è caldo l’inferno del demonio, si dice così? No? Mah.
Ai tempi d’oro dicevo quel cazzo che volevo e la gente scriveva per me questi aneddoti come fossero filosofie esistenziali. Ma non esistono più quei tempi, andati, succhiati per sempre via.
Glielo ripetevo sempre al produttore… e anche a quell’imbecille svalvolato del mio chitarrista. Il rock non fa marcia indietro con lo stile, altrimenti resti bello e fottuto in mezzo a un oceano di melma appiccicosa. Un briciolo di buon senso ce l’avevo ogni tanto, che credete?
Ma niente, non c’era verso. Dovevo seguire le mode, cavalcare… uhm… com’è che blateravano? Il trend, ecco. Sennò avrei perso credibilità e classifiche e contratti e… e fu l’inizio della fine. Tutto andò a rotoli, tutta la fortuna accumulata fu sciroppata da un risucchio del cesso più lurido che esista a questo mondo. E sapete un’altra cosa? I vizi si pagano. Oh si, si pagano fino all’ultimo. Le auto da corsa, i gioielli, le ville con piscina, le troiette, la bum bum in polvere bianca… e io pagavo ma mi sembrava di non smettere mai i conti su quella stronza d’una calcolatrice.
E ora eccoci qua. Accomodatevi. Sedetevi di fronte a me. Non temete, ero una rockstar ma ho iniziato dalla merda, come molti miei compagni.
Non dimentico le buone maniere, ma non guardatemi in quel modo. Non ci provate affatto! Guai a voi.
Non è colpa mia se l’alcool costa sempre caro soprattutto se hai pochi spiccioli in tasca, se inizio ad avere incubi e a sbavare di notte, se ho le convulsioni e se vi vedo ricoperti di vermiciattoli tipo sanguisughe sulla fronte.
E poi c’è il padrone di questa scatola di cemento marcio. Oh si. Lui è davvero un grande temibile bastardo, altro che metal e lingue di fuoco e spettacoli di sangue sul palco.
L’altro giorno ho visto un tizio alla tele, un tizio in pausa di riflessione come me. Dopo mesi che non si faceva più vedere in giro, lo ritrovarono soffocato da una busta di plastica, con la testa afflosciata sul volante della fuoriserie in garage. Che spasso. Forse è anche meglio di avere un padrone di casa che reclama ogni mese. La prossima volta credo che mi squarterà senza tanti complimenti. Di cosa avrei speranza? Lui non capisce il rock. Non distinguerebbe la chitarra elettrica dal peto di sua nonna.
Ma la cosa grave di questa situazione è un’altra. Anzi due. O forse tre, se contiamo il fatto che continuate imperterriti a fissarmi così, stronzi debosciati.
La prima è che ho finito la bum bum e non ho potere di averne dell’altra. Ma qualche tempo fa dovevate vedermi… altro che bum bum! Sarei finito su Marte direttamente. Viaggetto di sola andata. Ma non divaghiamo, altrimenti perdo il filo e mi fa male la testa e poi non ho l’aspirina e il fottuto bestione si rivolta contro di me e le sanguisughe… oh al diavolo. Ero una rockstar.
La seconda è che… beh… l’ultima spada… quella dei condannati… insomma… sono pigro, ecco. Ho la pesantezza che mi costringe a non fare le cose per bene.
Mi sento pesante. Incollato a questa poltrona lercia. Il mio culo ha le piaghe ma non voglio spostarmi. Pesantezza, si. Una piattola senza futuro, ecco cosa.
Eppure è lì, proprio lì, sul comodino, a cinque passi da dove sono sistemato. Me l’aveva regalata non so chi, è trascorso troppo tempo. Non so nemmeno da che parte di usa ma, ehi… che diamine! Ero una rockstar. Avrei potuto fare questo e molto altro prima.
Ora che è finita pure la bottiglia, non potreste per caso… beh si, avvicinare… insomma, un aiutino, niente di più. E non mi guardate così, cazzo!

ORA PRO EO

Don Anselmo si era visto poco in settimana. Stava sempre in giro a confessare e si raccontava che per lui la Pasqua non fosse solo la risurrezione di Gesù Cristo, ma anche il momento propizio per rubare anime al diavolo. E quello per anteporre giudizi alla misericordia. In fondo si era fatto sacerdote anche per questo. Quando aveva informato i genitori della sua scelta, la madre era scoppiata in lacrime, mentre il padre aveva bestemmiato. La mamma era una donna sempre dedita alla casa e ai figli, il padre era dedito al lavoro e al bar. Il fratello invece si era invaghito di una prostituta e stava sempre appostato dietro una siepe per ammirarne la bellezza. Anselmo, quando ancora non era sacerdote, gli diceva di fare attenzione, perché una prostituta non è pericolosa finché non l’avvicini, ma il fratello gli intimava di stare in silenzio in quanto non erano fatti suoi. “Ma se arrivasse il magnaccia mentre stai là dietro a spiarla?” gli chiedeva. Il fratello rispondeva che non erano fatti suoi e che il magnaccia si era già accorto di lui e che gli passava centomila lire a settimana perché da quando c’era lui, la prostituta non era stata più scippata. Anselmo non si era più immischiato nelle storie del fratello, semplicemente l’aveva ignorato come si ignora chi ha la testa più dura di un mulo. Quando la mamma morì, Anselmo non era ancora sacerdote, lo sarebbe stato due mesi più tardi. Ricordava che al funerale c’erano moltissime persone ma tra questi non c’era suo fratello. Stava là dietro alla siepe ad osservare l’amica prostituta. Alla sera si erano trovati in cucina e lui gli aveva chiesto come mai avesse saltato il funerale della mamma e il fratello gli aveva detto che quel giorno doveva per forza stare là, perché girava voce che in quella giornata qualcuno dell’Est avrebbe potuto fare male alla ragazza. Il magnaccia l’aveva pagato anche molto bene. Poi il fratello aveva bestemmiato e aveva insultato il parroco del paese che non aveva concesso lo spostamento delle esequie. “Perché avrebbe dovuto farlo?” gli chiese Anselmo. Per una giusta causa era stata la risposta del fratello. Poi don Anselmo era diventato sacerdote e l’avevano trasferito in una parrocchia vicino per dare una mano in oratorio. Qui si era subito dato da fare per bambini e ragazzi e lentamente era entrato nel cuore della gente, soprattutto dei compaesani che i lontani da Dio chiamavano i prediletti, come se Dio ponesse distanze e volesse tra i fedeli il censimento dei vicini e dei lontani. Don Anselmo credeva fortemente nel miracolo della confessione, ma si irritava se a commettere certi peccati erano quelli che frequentavano poco la chiesa. Per lui frequentare i luoghi di culto era già un buon viatico per accedere al paradiso. “Ricordati che Dio cerca i lontani e tu dovresti fare lo stesso!” gli urlò una volta il fratello dopo l’ennesima lite a causa della prostituta. “Ma Dio non ama coloro che vanno con le prostitute!” aveva risposto don Anselmo. “Le prostitute vi precederanno nel regno dei Cieli, dice Gesù Cristo. E se mi troverò lì al suo passaggio, forse avrò modo di convincere il buon Dio a prendermi con lui. Magari nello stesso stupido posto dove metterà le prostitute. Chissà mai che non possa trovare un passatempo anche nell’aldilà”. Ora don Anselmo si era messo in testa di salvare il fratello dalla perdizione e di avvicinare la prostituta, anche perché la gente cominciava a non sopportare più che il fratello del proprio don fosse un guardone di prostitute. Don Anselmo temeva che questo fatto potesse penalizzare la sua crescita all’interno della Chiesa e precluderne la carriera. “Ma che dici?” l’aveva redarguito il fratello. “Ma tu stai a servizio dei fedeli o a servizio della carriera?”. Come se Dio fosse morto in croce per arrivare prima in Vaticano. Così una sera, Don Anselmo prese la macchina e uscì in cerca di Ramona. Sapeva il suo nome perché glielo aveva indicato una parrocchiana. La trovò dove gli avevano detto. “Buonasera Ramona” La ragazza lo guardò perplessa, in fondo era la prima volta che gli capitava un prete vestito da prete. “Non voglio niente!” disse il sacerdote. “Che sei venuto a fare?” chiese Ramona abbassandosi l’orlo della gonna per farla sembrare meno mini e alzandosi il top per mascherare un po’ le tette. “Per mio fratello” “E cosa farebbe questo tuo fratello di tanto sbagliato?” “Spia le prostitute” Ramona scoppiò a ridere. “Almeno le guarda in carne e ossa. è più onesto di tanti tuoi parrocchiani che le spiano su internet…” e rise di nuovo. “Pensa che un prete della zona chiedeva a delle ragazze di vedersi su Skype perché temeva che per strada lo vedessero i suoi parrocchiani…” “Sono davvero preoccupato per mio fratello” “ Ma che c’entro io?” “Mio fratello è quello che ti protegge da dietro la siepe” Ramona ammutolì e poi disse: “E cosa ti preoccupa? Non mi ha toccata nemmeno con un dito e ti assicuro che più di una volta gli ho fatto salire il sangue nelle mutande… se mi capisci…” “Non mi piace che stia sempre qui” “Non faccio niente per trattenerlo. Non mi dispiace che ci sia, ma non l’ho mai incatenato” “Certo ma non è bello che lui sia appostato lì dietro”. “Non è bello per lui o per te?” Conversarono per dieci minuti, poi si diedero la mano come due che sanciscono un patto. Il giorno dopo, un pappone aspettò che il fratello di don Anselmo si appostasse dietro la siepe e lo scacciò minacciandolo. Il fratello cercò approvazione sul volto della ragazza e lei con lo sguardo gli fece capire che era meglio così. Passarono circa tre settimane e don Anselmo durante il periodo tornò almeno tre volte dalla prostituta, per ringraziarla, mentre il fratello stava diventando pazzo. Si accorse che la amava e non capiva come mai Ramona avesse cambiato atteggiamento e perché il magnaccia l’avesse allontanato anziché sovvenzionarlo per il controllo. Ma così va il mondo, soprattutto quando la morale si avvinghia attorno ai propri interessi, trasformandosi in egoismo e immagine. Ora la settimana santa volgeva al termine e don Anselmo aveva dimenticato la brutta storia del fratello, non faceva più visita a Ramona  e il vescovo aveva chiesto al parroco sul suo conto. Ormai gli occhi della Curia erano proiettati sulla sua prossima carriera. La funzione del venerdì santo era al culmine del rito, la partecipazione era come sempre gravida di silenzio e concentrazione. L’abilità di don Anselmo era stata quella di unire i parrocchiani che ormai avevano isolato quelli descritti come i senza Dio; fa niente che le anime fossero ancora del diavolo e quelle più vicino a Dio stessero lentamente riempiendosi di supponenza e pregiudizio. L’importante era la crescita del suo ministero. “… e chinato il capo spirò!” furono le parole lette da don Anselmo appena prima che il fratello entrasse in chiesa urlando come un pazzo: “Hanno ucciso Ramona. Hanno ucciso Ramona!” La gente uscì dal silenzio e guardò verso l’origine di quelle parole. Don Anselmo ammutolì. “E chi è ‘sta Ramona?” chiese una dei presenti. La vicina rispose: “E’ la zoccola, quella mora che batteva sul viale” “E allora perché tanto clamore?” “Era l’amante del fratello di don Anselmo!” disse soppesando le parole. Don Anselmo continuò il rito e si inginocchiò, mentre il fratello veniva accompagnato da alcuni  parrocchiani verso l’uscita. “L’hanno ammazzata!” disse ancora prima di una bestemmia. Don Anselmo dopo qualche istante di silenzio ricominciò a leggere il vangelo, mentre le campane suonavano suoni lenti, regolari e pieni di lutto. Finita la funzione Don Anselmo andò a cercare il fratello e appena lo vide cominciò a redarguirlo per avere urlato in chiesa durante la funzione del venerdì santo. “Ma è morta Ramona!” gridò il fratello. “Anche Gesù Cristo è morto, anzi, stava morendo proprio in quell’istante” “Gesù Cristo è morto proprio in quell’istante, ma chi l’ha fatto morire sei stato tu” furono le ultime parole del fratello. Dopo qualche ora il suo corpo penzolava all’ingresso del paese, appeso ad un albero del viale dove si prostituiva  Ramona. Un breve lenzuolo riportava questa scritta: “COSÌ MUORE GESÙ CRISTO”, frase che agli occhi di don Anselmo e dei suoi parrocchiani risultò come una bestemmia. “Sapevo che avrebbe cercato di rovinarmi. Era davvero troppo lontano da Dio” disse tra sé il sacerdote. Il sabato santo volò via nella tristezza della morte, ma alla veglia del sabato qualcosa accadde. Al momento della resurrezione, al momento della formula solenne della resurrezione, a don Anselmo si strozzarono le parole in gola e per quanto si sforzasse, mai riuscì a cantare: “Cristo Signore è risorto”, e proprio in quel momento i parrocchiani si accorsero che la misericordia di Dio voleva dare dei segni forti. Dio si era fatto terribilmente silenzioso. “Ramona pietà!” sussurrò qualcuno in fondo alla chiesa. di Stefano Re

Deliri & Dolori

Correva l’anno 2009 e giovane blogger (Giovane solo perché avevo inizia nel 2008, All’epoca gli “anta” galoppavano già e di molto) mi cimentavo in concorsi letterari, così cari all’epoca nel mondo di Splinder. Chi ne é un reduce sicuramente li ricorderà. Ora capitato in mezzo a quella tenzone e appassionatomi chiesi ed otteni di parteciparvi e quanto segue é il frutto di tale sforzo partecipativo. Ero all’inizio, alle prime armi (Questo lo dico solo in una sorta di “captatio benevolentiae” per l’insieme del prodotto che é veramente acerbo. Anche se ora non é che sia maturato poi più di molto, ma é solo colpa del tempo… Non ci sono più le mezze stagioni … Etc..Etc…) In rosso troverete l’incipit cui dovevo agganciarmi per iniziare il mio personale percorso narrativo, che poteva essere completamente diverso dal precedente, mentre in blu, a piè pagina, troverete la frase che ho lasciato in eredità a chi mi seguiva.

Un bel ricordo, per me, che vorrei condividere con voi. Anche perché si tratta di sei anni fa e quindi sei anni in meno sul groppone. Meglio di niente, o no!

Bene. Andiamo a cominciare:

Deliri e dolori
credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.
 Finalmente è arrivato! E a desso, che faccio? Un sudore ghiacciato mi scivola tra le scapole e sento brividi da tutte le parti. Lo schermo con la sua luce azzurrata, ricrea la pagina bianca, delirio e dolore di tutti gli scrittori. Non ho il crampo dello scrivano, ne l’artrosi del dattilografo. Il telefono, la salvezza, l’ancora sicura, il porto che non può che separarti da morte certa.
  • Pronto, ci sei … sei tu … Meno male che ti ho trovato !
  • Scii, bronto, chi è… eeeehh
  • Ma sono io. Chi credevi; ascolta ho una notizia bellissima, seppur tremenda.
  • Io chi ? Gli abitanti del 45° parallelo, a quest’ora, di norma dormono il sonno e del giusto e dell’ingiusto !!
  • Sono io.  Ascolta la mia voce ..
  • Chi parla è il mio cuore …
  • Il mio cuore non parla, batte ,piuttosto la notizia è di quelle esplosive, ho per le mani una cosa troppo, come dire incredibile. No di più,  è…
  • Ho capito tutto. Finalmente Laudomia ti ha mostrato le pudenda ed ora pretende, giustamente, che tu giaccia con lei ed ambedue traiate piacere da quell’aggrovigliarsi di corpi in una vertigine di sesso focoso. Tu naturalmente, non sapendone cosa fare del tuo gruppo idraulico secondario, ti sei portato a consigliarti con me.
  • Chi è Laudomia ? La dovrei conoscere, rientra nelle nostre amicizie ??
  • Conseguenza infausta di un mercato carnale, che non avrebbe dovuto consumarsi. La tua donna vuole farsi trombare e tu non sai: né perché, né da dove iniziare.  Giusto ??!!!
  • No! Piuttosto, senti qua, mi è arrivato l’”incipit” da FireArrow !
  • Ah sì, comprato su eBay ?? Montagna d’insipienza, ti ricordo che sono le tre del mattino, la mia cordialità si è esaurita e mi sorge spontaneo, il mandarti in luoghi appropriati per far mercimonio di luoghi corporali a te cari, anzi i più cari. Ora vuoi spiegarti, oppure lo faccio ?
  • Ah sì, scusa l’ ”incipit”. Ma no non l’ho trovato su BaiBai, mi sono iscritto ad una sorta di concorso letterario e tu devi iniziare il tuo racconto prendendo spunto dalla chiusa di quello precedente. Pensa si chiama “Domino”. Sì il concorso.
  • A questa tua nuova, il Gran Simpatico, mi si è messo in agitazione. Ho i nervi che dalla gioia, mi fan la ola. Mi freme il piloro, che sento danzante in una “java” irrefrenabile ! E ALLORA ?
  • Allora è terribile tutto ciò !
  • Ma allora gli alieni ti hanno fatto visita e hanno avuto la prova provata, che i guai della polluzione mondiale, risiedono satanicamente in te ! Vogliono esorcizzarti ! Hanno fin d’ora il mio appoggio e la mia compressione.
  • No, MALEDETTO, sta a sentire una buona volta ! Non so cosa scrivere, come cominciare da quell’incipit e poi non ti permetto di dire alcunché di maligno su FireArrow. Guai a te sai, guai a TE!!
  • Primo, non conosco FrecciaInfuocata, quindi lungi da me ogni possibile malignità sulla sua persona; ripeti un po’ l’incipit o la chiusa …. Insomma, la frase…
  • Allora : credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.
  • Ottimo, grandissima chiusa. E’ giusto che tu paghi il conto. Adesso vengo lì, con una vanga e ti vango la “salle a manger”.
  • Lascia perdere la mia dentatura. Senti, piuttosto ma perché, non ha scritto che so: “Era una notte buia e tempestosa”. Io avrei potuto continuare con: “… E il Barone Rosso, appoggiato al suo triplano, guardava i lontani bagliori della battaglia, che si consumava sulle rive della Somme e …”.
  • E Woodstock, intanto, al Circolo Ufficiali, lumava le pupe !! Bello, veramente bello,  con Charlie Brown, che faticosamente avanza nel fango incurante delle pallottole e Linus che spazza il campo di battaglia con la mitraglia, mentre Lucy, nell’Ospedale prepara le bende per i feriti !
  • Ma è magnifico … e continua come? Aspetta che prendo un notes così mi appunto le fasi salienti del racconto. Continua, continua pure.
  • Continuo SI’! Buona notte, monumento crisoelefantino allo sperpero di materia grigia.
  • Ma come buona notte, ti prego parliamone ancora !! Cappuccino e brioches li pago io!!
Click. La telefonata si è interrotta.
 E adesso ?
 Dunque vediamo : credo che ora, per te, sia giunto il momento di pagare il conto”.
Il Generale tutte le sere glielo ricordava, per scaramanzia. Intanto era una notte buia e tempestosa e il Barone Rosso ……

LA SCELTA DI SOPHIE

Le onde si scagliavano sulle rocce sospinte dalla violenza del vento. Il mare era tutto un ribollire di cavalloni; al largo il Mistral era ancora più forte e investiva con furia un vecchio peschereccio che arrancando faticosamente cercava di riguadagnare l’approdo.
Protetti dai vetri delle finestre del piccolo ristorante, Michel e Sophie stavano terminando di pranzare. Sophie era una giovane donna, bruna e graziosa; Michel un uomo già attempato di una ventina d’anni più anziano. Lei volse lo sguardo verso il cielo: grandi nubi scure lo attraversavano cancellando quel poco di azzurro che ancora rimaneva; a tratti il sole emergeva creando un magico contrasto fra la luce vivida che sprigionava e l’oscurità dilagante. I colori sembravano mischiarsi, quasi fossero creati dalle furibonde pennellate tracciate da un pittore sovrumano.
“E’ finita.”, disse Michel.
Sophie si ravvivò i capelli, un gesto che lui aveva sempre trovato irresistibile; quindi annuì guardandolo negli occhi. “Una parte di me muore, oggi.”
Michel allontano da sé il piatto vuoto. Cosa avrebbe dovuto rispondere? Che per lui non si trattava di una semplice parte, grande o piccola che fosse? Provò un moto di fastidio all’idea di essere paragonato a uno spicchio d’arancia, quando invece Sophie aveva rappresentato la ragione stessa della sua esistenza. Non aveva mai amato nessuna come lei. La donna stava ancora parlando, ma Michel non riusciva ad ascoltarla, perso com’era in un vortice di ricordi, dolci e amari, a seconda che lo vedessero con lei oppure solo, intento ad aspettare una decisione continuamente procrastinata.
Una lama di luce improvvisa lo costrinse a socchiudere gli occhi. Adesso il sole era emerso trionfante dal baldacchino di nubi scure, mentre il cielo si rivestiva di azzurro, e l’arcobaleno disegnava un’immagine prodigiosa. Un cameriere venne a sbarazzare. Michel rivolse la sua attenzione a un pomeriggio di poche settimane prima. Si erano amati nel mare, cullati dai flutti, e mentre Sophie godeva gli aveva urlato che l’amava, che avrebbe lasciato Paul e che si sarebbe sposata con lui.
“Dammi solo qualche giorno.”, aveva poi aggiunto sulla spiaggia. Ancora una volta lui le aveva creduto, sebbene non fosse la prima volta che ascoltava quelle parole, promesse che non venivano mai mantenute, continue docce scozzesi fra speranza e delusione, gioia e angoscia. Il problema era che Paul aveva solo dieci mesi più di Sophie, era il fidanzato ufficiale ormai da quattro anni, il classico bravo ragazzo per cui la famiglia di lei stravedeva. “Ma io amo te.”, aveva detto Sophie.
Si erano rivestiti e avevano lasciato il lido, si erano fermati a bere un aperitivo in un bar vicino al porto, avevano passeggiato mano nella mano, e poi erano andati a cenare nello stesso locale in cui si trovavano ora.
“Ti amo.”, aveva ripetuto Sophie.
Michel distolse lo sguardo dal passato per tornare a rivolgerlo al presente. Nella rada il mare si stava calmando; i raggi del sole scintillavano sull’acqua creando tappeti di luce. Una barca a vela uscì dal porto; al timone c’era un giovane dall’aspetto atletico, a prua una bella ragazza bionda. Intanto Sophie spiegava, parlava: era molto brava a costruire castelli di carta e poi ad abbatterli, a trovare infinite giustificazioni per se stessa, a scrivergli lettere meravigliose in cui disegnava scenari luminosi e felici fatti dell’eterno amore che li avrebbe accompagnati per il resto della vita. L’aveva conosciuta a una mostra d’arte, lui architetto lei pittrice. Si era avvicinato per farle i complimenti; era scoccata immediata una scintilla. Ma il fuoco da essa sprigionata era durato troppo poco. E infine si era spento.
Michel si lasciò sfuggire un sorriso. Tutto sommato, provava quasi pena per lei. Sophie che si sarebbe sposata con il cuore spezzato, Sophie che avrebbe pianto lacrime amare mentre trascorreva lunghe notti insonni. Sophie che però non poteva opporsi al volere dei genitori. Sophie che in quei mesi aveva fatto soffrire entrambi, lui e l’incolpevole Paul.
Prese dalla tasca della giacca il pacchetto di Gitane, ma poi notò i suoi occhi lucidi. Lo lasciò cadere sul tavolo.
Trasse un profondo respiro, le sfiorò delicatamente una mano e la consolò con le parole più dolci che il suo cuore riuscì a trovare.

Little sister

Mi scuso con gli amministratori e i lettori del blog, ma ieri ho avuto un po’ di problemi che hanno comportato il ritardo nella pubblicazione. 

Matías si immerse nell’aria fredda di Bariloche, insieme ai ragazzini che uscivano dalla Primo Capraro. Come ogni martedì entrò in casa il tempo giusto per lasciare la cartella di cuoio scuro, uscendone con il mangiadischi verde pistacchio ben stretto. Lo stava aspettando come ogni martedì Alicia, ma lui doveva passare ancora da Lina; solo un attimo, per prendere il 45 giri che le aveva promesso. L’ultimo tratto lo fece quasi di corsa, perché non poteva trovare chiuso il cancello.

«Ciao Mati» – fece il custode come ogni martedì – «tranquillo Mati, aspetto te e poi chiudo!»

Il ragazzo fece un cenno di assenso, continuando con il suo passo svelto. La prima, la seconda, la terza. Ecco!

Appena entrato la voce della mamma lo accolse fintamente seccata – «pensavo ti fossi dimenticato!»

«No, sono passato un attimo da Lina. Oggi è arrivato questo!» – lo disse mostrando la copertina del disco con la faccia di Elvis.

«Little sister! Mi pare sia uscito l’anno scorso.»

Matías guardò l’involucro – «1961, sì» – poggiò il mangiadischi sulla panca e gli diede in pasto il disco. Gracchiando la musica si disperse nel piccolo ambiente, tremando come le deboli luci che rischiaravano il volto della donna.

«È bellissima Mati!» – sussurrò lei sulle ultime note della chitarra – «Oggi è il 13, Mati. Hai deciso per domani?»

Il ragazzo arrossì un poco. Poi tirò fuori dalla tasca un cartoncino colorato.

«Sì, pensavo di darle questo, domani a scuola.»

«Ich liebe dich» – lesse la donna dentro il cuore rosso sul fronte – «ottimo! E dietro?»

«Ich will immer bei dir sein» – disse il ragazzo girando il cartoncino sul retro.

«Ich auch, meine Kind!»

Alicia sapeva leggere il cuore del ragazzo. Questo almeno le aveva lasciato la sua condizione, occhi per vedere nell’anima delle persone che sempre meno di frequente le facevano visita. Alicia sapeva che quella frase era stata scritta pensando a lei, anche se poi sarebbe stata dedicata alla ragazzina con le lentiggini che, all’uscita di scuola, aveva regalato a Mati un furtivo bacio sulla guancia.

Parlarono ancora. Poi Matías a malincuore riordinò le sue cose e salutò la madre. Richiuse il cancello alle sue spalle e, come ogni volta, osservò distrattamente la lapide conficcata nella terra brulla, accanto alla cappella di famiglia:

A.H.
Gestorben
13 Feb 1959

 

Frasi tedesche tradotte:

Ich liebe dich = Ti amo

Ich will immer bei dir sein = Voglio stare con te per sempre

Ich auch, meine Kind! = Anch’io bambino mio.

Gestorben = morto