L’AMORE IN ASCENSORE.

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio.

Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?”

“Dany, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.”

“Da chi?”, domanda il marmocchio.

“Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi.

Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno.

“Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto.

“Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dichiara l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra.

“E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti.

Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dany, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo.

La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa.

La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo.

All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero.

E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante.

Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore.

Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io.

La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento.

I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto…

Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui!

Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino.

Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!”

Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.

Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.

Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

Limpida

Si muoveva sorpresa e perplessa, incredula del suo muoversi, limpida e innocente con sguardo cristallino contemplava il mondo a lei ignoto. Scendeva, lieve, rapida, ignara, trasparente sorrideva fresca al mondo che le si rivelava, al suo passaggio l’aria si rinnovava. Correva veloce, carezzando e sfiorando, galleggiando nell’aria fino a svanire, sorridente, nel caldo abbraccio di Madre Terra. Era una goccia di pioggia.

E.

La mia passione più antica

Finora ho scritto su questo blog dei racconti brevi, ma principalmente mi sono dedicata alle stesura e pubblicazione di romanzi gialli, uno dei quali insieme a Gian Paolo Marcolongo. Tuttavia la mia passione più antica,oltre alla pittura, è la fotografia, in particolare quella naturalistica. Ho avuto una bella attrezzatura fotografica, ma, quando si è passati al digitale, mi sono rifiutata di riacquistare tutto l’armamentario. Ho continuato, nel tempo, a fare foto con lo smartphone, non appena questo tipo di dispositivi ha cominciato a dare buone prestazioni nel campo della fotografia.

Vivo in campagna e questo mi ha permesso di fare molte macrofotografie, a fiori e insetti e tantissime foto ai gatti che ho avuto in quantità, fin dall’inizio. Qui da me ne sono nati a decine e poi, pian piano, hanno preso la loro strada. Nell’ultima nidiata, di due anni fa, c’è una gatta che mi ha preso il cuore. L’ho chiamata Capocciona, per via della testona grande che aveva alla nascita. In verità era la più grande dei fratelli.

Oggi ve la mostro attraverso una piccola galleria cronologica.

Il primo filmatino mostra Capocciona il giorno in cui ha messo la testa fuori dalla tana.

Qui è evidente la sua testa grossa rispetto ai fratellini

Dopo circa 33 giorni dalla nascita la mamma ha portato i suoi voraci figli a mangiare crocchette. La più affamata era lei.

Alla scoperta del mondo

Le prime arrampicate sugli alberi

***

La sua bellezza incanta.

Ama la contemplazione.

In questo video si vede lei osservare le foglie che cadono. È stata così a lungo.

Le sue lunghe riflessioni

Qui è con il suo fratello preferito Calimero

Nothing to fear

Una brusca frenata che quasi si finisce a terra. Fuori solo terra bianca che sembra bruciata dal ghiaccio e qualche casa in lontananza con un filo di fumo a ricordarci che c’è vita fuori da queste lamiere.
I miei compagni di scompartimento guardano anche loro in giro, provando a capire il motivo di questa fermata imprevista. Nel corridoio una coppia si tiene per mano e osserva oltre il vetro il mondo gelato.
Uno della ferrovia prova a farsi strada e strilla qualcosa in quella bolgia di poche parole ancora dette nello spazio angusto che è diventato il treno.
Quando arriva vicino a noi, cogliamo che c’è un problema alla linea, un guasto dice e che forse bisognerà aspettare anche due giorni, perché bisogna trovare chi lo ripari.
Apriamo un finestrino, ma subito richiudiamo. Freddo e odore acro di fumi dalla locomotiva ammorba velocemente lo scompartimento. Durerà per un po’ ora e malediciamo quella inutile iniziativa che ha solo appestato l’aria.
Un tizio con i capelli rossi e le lentiggini tira fuori dalla borsa del pane e un pezzo di formaggio. Si chiama Jeff ed è salito circa sette fermate fa. Dice che sarà meglio mangiare qualcosa. Dovrebbe essere ora di pranzo, dice. Guardo fuori per avere una idea della posizione del sole e sì, dovrebbe proprio essere ora di pranzo.
Io non ho fame e non ricordo nemmeno cosa è accaduto dall’ultima volta che abbiamo mangiato. Ho della frutta e una scatola di fagioli in borsa, che tiro fuori per dare il mio contributo.
Margaret dice che è ora di fare la fila alla dispensa, non rimane più molto. E poggia sul posto accanto una piccola tanica con dello sciroppo e dei pancakes.
Il ferroviere torna indietro; fende la piccola folla nel corridoio e lancia uno sguardo furtivo nello scomparto. Rachel gli fa segno di entrare, porgendo un bicchierino con del caffè fumante dentro. L’ha versato dal thermos rosso che ogni mattina riempie in fondo al vagone. Il ferroviere si sporge dentro, finalmente rilassa il volto e accenna un lieve sorriso.
Si segga un attimo, dice Rachel. È poco più di un ragazzo e una volta avrebbe completato in un qualche liceo i suoi studi scientifici. Sì, ha proprio una faccia da futuro ingegnere, pensa Margaret, e gli porge anche un pancake bagnato di sciroppo.
Pare che si sia staccato un costone, dice il ferroviere ragazzo. E per fortuna che il macchinista aveva abbastanza visibilità per frenare in tempo. Siamo stati fortunati allora, esclama in mezzo ai denti bianchissimi Rachel.
Mi piace osservare i ragazzi guardarsi ancora e sognare. Prima non ci facevo nemmeno caso. Pensavo che fosse roba da adolescenti, che poi si cresce e si pensa alle cose serie. E invece ci siamo dovuti ricredere tutti. Sono cose serie queste, ben più dei lunghi dibattiti televisivi su questa o quella fazione politica.
Il ferroviere ringrazia con un sorriso più evidente e torna a farsi largo verso la coda del convoglio. Una ragazzina con le trecce guarda per un istante attraverso il vetro. Margaret pensa che le mancano i volti: era una maestra lei. Poi si gira e prova a piangere piano piano, in un angolo con una mano in volto.
Dal fondo del vagone qualcuno urla qualcosa e dopo poco gente infagottata inizia a imbrattare di piccole orme la neve fresca, tutti piccoli passi in fila verso il capannone di mattoni rossi e il tetto in lamiera. Il ferroviere sporge la testa nello scompartimento e dice che bisogna scendere per passare la notte lì dentro. Bisogna risparmiare carburante osserva Jeff e il prossimo rifornimento sarà a circa due giorni da qui. Rachel lo guarda interrogativo. Chiede, sai davvero dove siamo? Jeff fa un sorriso, dice che più o meno trovano una stazione attrezzata ogni cinque/sei giorni e che l’ultima l’abbiamo lasciata quattro giorni fa.
Mi chiedo cosa abbiamo fatto in questo tempo. Per fortuna ci sono dei libri che leggiamo con lentezza. Lunghe pause sui periodi che ricordano pensieri che abbiamo trascurato in passato. Immagini che ricordiamo. Sogni mai dimenticati.
E sai anche dove stiamo andando? Chiede Rachel. Jeff ci pensa un attimo e poi dice di no. In realtà ha spesso il dubbio che da un po’ si stia girando in tondo, ma prova sempre a trovare dettagli che lo possano confutare. Questo capannone, mi confessa mentre proviamo a stendere il materassino di lattice a terra, gli sembra di averlo visto passare già due volte. Dico che ci farò caso da adesso, ma in realtà non lo farò. Non mi importa più degli eventi. Fosse per me rimarrei da queste parti, in questo capannone ad attendere la fine dell’inverno. Fosse per me questi treni a gasolio starebbero fermi, sui binari morti delle stazioni vuote di viaggiatori. Invece viaggio insieme agli altri sul treno e al prossimo passaggio dirò che no, non era lo stesso capannone. Sì , ci somiglia ma non è lo stesso. Dirò così, anche se non è vero.
Delle stufe a gas provano a scaldare un po’ lo stanzone. Sembra una vecchia segheria vuota di ogni ricordo di legna. Dicono tutti che lì dove stiamo andando le linee elettriche hanno ricominciato a funzionare. Piccole installazioni fotovoltaiche o eoliche che alimentano alcuni borghi balneari. Rachel continua a parlarne del mare, si è portata dietro anche il racconto di Hemingway, il vecchio e il mare, ma dice che lo leggerà solo quando sarà arrivata. Dice che si siederà sulla spiaggia a leggere con il rumore della risacca nelle orecchie.
Non sei stata mai al mare? Le aveva chiesto una volta Margaret. Sì, certo, aveva risposto, e in realtà aveva letto anche il libro, ma quella cosa che voleva fare l’aveva promessa a sua nonna che aveva deciso di rimanere in città. Sua nonna le aveva confidato di aver fatto l’amore la prima volta proprio su una spiaggia, dietro una barca colorata di rosso, di bianco e di blu.
Dopo due ore la gente accucciata sotto le coperte termiche ha iniziato a sognare. Non io comunque, che continuo a esplorare le travi in ferro scorticate e le fiammelle azzurre delle stufe. Il ferroviere di tanto in tanto passa per controllare. Non c’è un reale motivo, ma star fermo per lui è un supplizio; così si muove, si muove sempre da un capo all’altro del treno, da un capo all’altro del capannone. Lo collegassero a una dinamo darebbe luce all’intero convoglio. Sarebbe facile per me alzarmi e andare in giro insieme a lui, tanto sono settimane che non dormo. Almeno quando tutti lo fanno. Di giorno, quando la gente parla e si racconta io sonnecchio guardando fuori. E sì quel capannone, caro il mio Jeff, è passato davanti ai miei occhi non due, ma tre volte. E chissà quante altre prima che mi sorgesse il dubbio di controllare il mondo fuori. Lo riconosco dai ganci arrugginiti che dovevano mantenere appesa una insegna. Quella della segheria o chissà di cos’altro. E così potrei alzarmi, andare incontro al ragazzo e chiedere cosa stiamo facendo. Perché giriamo in tondo da settimane. Cosa ne è stato della città e del mare. Ma rimango qui a fissare questo tetto malmesso e la fiammella azzurra. Anche perché il ragazzo potrebbe anche lui nutrire altri dubbi e in fin dei conti cosa può saperne. Probabilmente conosce poco i macchinisti e se anche così non fosse, ci sta che anche loro si son dovuti dare una qualche idea del mondo o hanno smesso di fare domande su quel girare in tondo.
Rachel nel buio tiene gli occhi aperti e a ogni passaggio del ferroviere sogna che le si avvicini e le carezzi una guancia. Ha accanto il libro di Hemingway, osserva il ragazzo e fa finta di dormire respirando piano e guardando di sbieco le ombre.
Margaret sogna di essere nella sua grande cucina a impastare i pancakes. Il suo gatto Lucas le gironzola attorno sperando in qualche boccone. È bianco il suo gatto, candido, come la neve che hanno calpestato fuori. E sul pelo distingue proprio le orme impresse per arrivare al capannone. E quella neve è davvero il pelo del gatto. Un animale enorme che è tutto il suo mondo, dove ha costruito la sua casa, con la cucina grande abbastanza per fare i pancakes per tutta la sua famiglia. Tanto grande che per andare dalla credenza al forno bisogna salire sul treno e farsi portare fin là, fino al mare, un posto caldo, dove cuoce i suoi dolci deliziosi che poi distribuisce sul treno. E il ragazzo che forse ha l’età dei suoi nipoti li morde con avidità. Poi il gatto infastidito da tutto quel via vai sul suo pelo dà uno scossone e una frana enorme si abbatte sulla ferrovia. Congelando il suo mondo in un capannone rovinato in mezzo al pelo del gatto.
Jeff dorme. In mezzo ai suoi dubbi non sogna. O se lo fa li dimentica. Rimane in fondo razionale e convinto che la struttura ferroviaria stia pensando a tutto. Anche a scrivere la storia di quei capannoni tutti uguali disseminati ovunque in quel mondo bianco. Bisogna avere fede e arrivare alla meta finale. Quando è sveglio sul treno si chiede se potrà leggere anche lui il vecchio e il mare quando il viaggio sarà finito. Potrebbe chiederlo in prestito a Rachel e stendersi sulla spiaggia poggiato allo zaino che tiene accanto e che gli regge la testa. Lì c’è scritto come ricominciare tutto daccapo. L’uomo può essere distrutto non sconfitto. Dice così giusto? E lui non si farà distruggere dai capannoni tutti uguali che hanno costruito lungo la ferrovia che conduce al mare.
Vedo tornare la luce del giorno dalle alte e strette finestre. Il ragazzo passa ancora in mezzo ai corpi distesi sui giacigli di lattice. Mi chiedo quando dorma o se come me ormai si assopisce quando tutti gli altri sono svegli. Chissà se parla e da risposte ai viaggiatori, ma in realtà dorme. Già, in realtà forse dormiamo entrambi quando gli altri ci vedono svegli, ma è un trucco, una finzione. Una difesa estrema.
Un’ora e ci dicono che tutto è stato sistemato e che possiamo tornare al treno. Lo sussurrano passando accanto ai corpi assopiti. Il ragazzo passa accanto a Margaret e a Rachel, ma non le carezza il viso. Cambia appena il tono, rallenta le parole, le scalda un poco in gola, scandendo ogni sillaba con cura.
Jeff sembra soddisfatto che la sua vita torni ancora una volta sulle rotaie, dritte e gestite della struttura ferroviaria. Io non ho bisogno di annunci sono già in piedi e riavvolgo le mia cose con calma.
Fuori la neve ha cancellato le orme di ieri. Sarà felice Lucas pensa Margaret. Non ha mai sopportato di avere il pelo in disordine. Nello scompartimento torniamo ognuno ai posti che in qualche modo ci siamo scelti. Il ferroviere passa nel corridoio ispezionando ogni scomparto, contando e ricontando i passeggeri, così come il protocollo gli ha assegnato. Rachel prova a incrociare i suoi occhi, ma il momento è di quelli che non permettono sentimenti. Ogni volta che si riparte bisogna essere gelidi, contare e stabilire con il capotreno il momento esatto che abiliti la ripartenza. Ha una suono quasi mistico: ripartenza. Le vibrazioni cupe indicano che il motore è di nuovo acceso e terminata la conta infinita il macchinista invisibile genera lo strappo che vince ogni inerzia al moto. Tutto avviene con uno stridere metallico della meccanica della ferrovia, perfetta ingegneria del viaggio verso la meta.
Il capannone di mattoni rossi ci rimane dietro e dopo poco il costone graffiato dalla frana ci si accosta sulla destra. Jeff lo guarda con orgoglio, la struttura ferroviaria ha rimosso l’ostacolo e protetto i suoi passeggeri: bene, dice a voce alta. Guarda Margaret alzarsi e andare in fondo al vagone per recuperare la colazione e sorride compiaciuto.
Io vorrei assopirmi adesso esattamente come vorrebbe fare il ragazzo. Ma Rachel lo richiama dentro con un gesto. Quindi non dobbiamo avere più paura? Chiede stringendo al petto il libro con un gesto di protezione. Il ferroviere ha solo voglia di dormire e forse non ha una vera risposta, per questo resta in silenzio. Io mi sporgo verso di loro, guardo il mondo ghiacciato oltre il vetro e allora dico no, oggi non c’è più niente di cui avere paura.

02/07

Qui al confine con la barriera si procede con fatica. Esistenza indaffarata e priva di sapore.
Trascorro i giorni ardui della stagione scrutando da lontano. Là fuori chi può strisciare minacciosamente tra boschi e ghiacci?
E chissà perché, provo più desiderio per le nubi anziché i riverberi del sole.
Eppure resto imperterrito, saldo al mio posto. Ci ho giurato, con la lingua e con la spada.
Ho provato a cambiare registro, i sette dei ne sono testimoni. Per esempio sono scappato con gli estranei, ma il loro respiro di odio è stato insopportabile.
A sud? Tra miei parenti lord, regine, spie, stregoni e cavalieri non vi è posto per la genuinità, le loro logiche distorte puzzano di sopraffazione.
Allora dove potrei migrare?
Oh già.
È successo nuovamente.
Ci sono cose che mi sembrano più vere, altre che mi sembrano impacchi di plastica.
Sono fuori dal tempo?
Allora tocca accontentarmi.
Sarà colpa della intrigante serie tv che si trasfigura in una beffarda questione.
La chiamiamo vita.

LA CONTA

Il maresciallo arrivò trafelato e cominciò la conta delle vacche.  Era il suo modo quotidiano di dare fastidio. Non che servisse a molto, visto che quell’attività si ripeteva ormai da più di un anno e non aveva portato risultati, ma essere marescialli in un piccolo borgo di pochi gatti, con una statale che percorreva una ventina di chilometri, prima di congiungersi al paese successivo, non era come lavorare in una grande città. Il tempo nel borgo di G. andava riempito con diversivi, e la statale, oltre a qualche incidente mortale, era famosa per le vacche, espressione che piaceva poco al brigadiere, uomo di buoni costumi e valori cristiani, ma che dava un senso di superiorità al maresciallo.

– Siamo a ventitré, ne manca una – disse il brigadiere.

– La solita?

– La solita.

– Quella vacca ha i santi in paradiso – disse il maresciallo.

Il santo non stava in paradiso, semplicemente stava sulla piazza di G. e faceva l’ambulante. Vendeva frutta, e la caserma dei carabinieri sorgeva proprio lì a fianco.

– Sta arrivando.

Due semplici parole per non dare nell’occhio, come se l’ambulante dovesse riferire qualche minuzia alla moglie, cosa che il maresciallo aveva notato, ma a cui, colpevolmente, non dava importanza:

– Sta sempre al telefono, quello.

– Che vuole farci, maresciallo. Pochi secondi e la moglie è servita – ribatteva il brigadiere.

Invece la telefonata era indirizzata a Lucilla, che batteva ormai da mesi sulla statale e che sembrava fosse la favorita del magnaccia, il siciliano che pretendeva dalle ragazze il trenta per cento dell’incasso. L’ambulante era semplicemente il palo, pagato per controllare i movimenti dei carabinieri.

Il maresciallo passò in rassegna le ragazze:

– Ventitré vacche, una assente, ventitré scostumate che si fanno mungere dai vaccari…

– Maresciallo, suvvia – diceva il sottoposto con un certo sdegno. – Sono pur sempre figlie di Dio.

– E che vuol dire? Più che figlie queste sono vacche! – e sputò in terra per mostrare ribrezzo.

Poi, non potendo fare nulla, lasciava che le ragazze rompessero le righe, e queste silenziosamente e sculettando per provocazione, prendevano posto lungo la statale.

– Questo pezzo di strada è la mia giurisdizione, e sulla mia giurisdizione comando io – aggiungeva il maresciallo per rimarcare il suo potere.

– Capo, – disse il fruttivendolo al Siciliano. – Quel maresciallo sta dando fastidio.

– Lascia che arrivi il momento giusto.

Il momento giusto arrivò il mese dopo; il brigadiere cominciò a contare:

– Ehilà, maresciallo. Ventiquattro!

– Finalmente – ululò il maresciallo come un lupo affamato. – Il gatto ha mangiato la talpa?

Le ragazze stavano in silenzio.

– Capo, ce n’è una nuova – recitò il brigadiere.

– Una nuova vacca?

– Una nuova ragazza.

– Vediamo quanto latte porta! – proferì il maresciallo avvicinandosi alla fila di ragazze.

Poi stralunò e tossicchiò, come se avesse un groppo in gola:

– Che ci fai qui, anche tu una vacca?

La ragazza arrossì, si schermì e timidamente disse:

– Zio, scusami, ma devo!

D’improvviso arrivò un’auto a velocità sostenuta. Frenò e si affiancò al maresciallo.

Il carabiniere riconobbe l’ambulante:

– E lei che ci fa qui?

– L’ambasciatore! – proferì il fruttivendolo. Poi indicando la nipote del maresciallo, aggiunse:  – Quella ragazza è solo un avvertimento. O le lascia lavorare oppure la sua arroganza finirà sui quotidiani nazionali, in una bella foto, tra le vacche di un pascolo, o con la testa infilata sul corno di un toro. A buon intenditor…

Poi accelerò e si disperse.

Il maresciallo richiamò il brigadiere e sull’attenti disse:

– Brigadiere, queste ragazze hanno diritto al loro salario.

Quindi chiamò a sé la nipote e la accompagnò a casa.

di Stefano Re

STOP & GO.

“… e così mi ha fatto incazzare di brutto.”

“Chi?”

“Ma se te l’ho appena detto! Il mio capo no, chi altri?”

“Già, è vero!”

Subito torna a armeggiare con il suo cellulare.

“Tu non mi stai mai a sentire!”, si lamenta Anna, nervosa.

“Ti sbagli. Io ti ascolto, sempre.”

“Allora, secondo te perché si comporta così male?”

“Boh.”

Sandro continua a visualizzare sul telefonino i post pubblicati su Facebook, senza mai sollevare lo sguardo dal piccolo monitor.

“Puoi anche spegnere la televisione, tanto non se la fila nessuno, inoltre mi è venuta a noia.”

“Fa’ come vuoi!”

Anna osserva Sandro sprofondare sempre di più tra i cuscini del divano. Sbuffa e pigia scocciata un tasto sul telecomando. Si alza di scatto.

“Ricordati che domattina hai l’appuntamento in banca.”

“Quando?”

“Uffa! Santo cielo, conversare con te è diventata un’impresa impossibile.”

“Ma non ci puoi pensare tu?”

“Devo accompagnare mia madre a fare una visita. Ma è possibile? Di quello che ti dico non ricordi mai niente!”

“Ah, sì. Me lo sono solo scordato. A che ora?”

“Te lo ripeto ancora, per l’ennesima volta: alle dieci e trenta. Dài, Sandro, ce la puoi fare.”

“Va bene, sì. Ce la farò, vedrai.”

“Perfetto, che magnifica notizia!”

Anna sbircia di sbieco il monitor di Sandro, e le appare la fotografia di una donna a suo modo interessante, vestita in modo succinto. Ha persino l’impressione che sulle labbra del marito ci sia l’accenno d’un flebile sorriso.

“Chi è quella?”

“Chi?”

“La bella donna che stai guardando.”

“Bah, nessuno”.

Anna sbuffa, poi nota uno strato piuttosto spesso di polvere sul mobile del soggiorno.

“Una volta guardavamo insieme dei film”, brontola ancora, prima di lasciare la stanza.

Sandro resta in silenzio e continua imperterrito a far scorrere l’indice sullo schermo dell’iPhone.

In camera da letto Anna osserva il suo volto allo specchio. Sa di non essere una brutta donna, eppure deve ammettere che è invecchiata. Da quando ha un sacco di problemi sul lavoro dorme male di notte. Delle terribili rughe, nuove, le cerchiano gli occhi. Una volta era impeccabile, e vestiva sempre in maniera elegante. Non si prendeva cura di sé che da pochi mesi, eppure sembrava un’eternità… Osservando il suo volto trasandato, le ciglia in disordine, gli occhi infossati e stanchi, quasi sentiva di poter giustificare il comportamento di Sandro.

Anna afferra una pinzetta. Certa di aver fatto tutto il possibile per migliorare l’aspetto delle sue sopracciglia – che erano diventate oltremodo imbarazzanti tanto erano lunghe e incolte – , apre con fin troppa energia un cassettino. Dal fondo recupera una trousse. Ha perso la mano, tuttavia è sicura che a prescindere dal risultato, ne trarrà un gran beneficio.

Terminata la delicata operazione di restauro spalanca l’armadio, e dopo aver rovistato a lungo, trova quel che fa per lei, un abito corto e nero, ricco di paillettes. Se c’è qualcosa di cui riesce ad andare ancora fiera, sono le sue gambe.

Dall’ultimo ripiano della scarpiera in corridoio estrae un paio di decolleté con il tacco a spillo.

Torna in soggiorno agghindata a festa. Nonostante i tacchi tintinnino sul pavimento di marmo, Sandro nemmeno si accorge della sua presenza.

Quando spalanca il portone ha un sussulto.

“Dove vai?”, le domanda distratto Sandro.

“Esco a buttare la spazzatura.”

Avrebbe voluto gridare, e per scaricare i nervi non le sarebbe dispiaciuto prendere a pugni il divano. Avrebbe dovuto strappargli dalle mani quell’aggeggio infernale che lo distraeva. Avrebbe soprattutto dovuto farsi valere!

Tuttavia, le scenate non erano cosa per lei. E se anche fosse riuscita a ottenere un briciolo d’attenzione, l’indomani tutto sarebbe ricominciato da capo, per l’ennesima volta. Dal suo matrimonio qualcosa lo aveva imparato: Sandro non sarebbe mai cambiato.

Anna fa sbattere il cancelletto, poi si avvia a piedi. Quando sbuca sulla provinciale, l’insegna in fondo alla strada dello Stop & Go lampeggia in maniera piuttosto sinistra.

Di tanto in tanto qualche vettura sfreccia accanto a lei e la fa trasalire. Un uomo si sporge per un attimo dal finestrino e le fa l’occhiolino.

Lei mette su un’espressione piuttosto rabbiosa, ma quando questi si allontana, il suo viso s’illumina ritrovando il sorriso.

L’aria è piacevole e tiepida, e la notte è ancora giovane.

Il piccolo e fortunato locale, a due passi da casa sua, sorge in un luogo di grande passaggio e resta sempre aperto fino a tardi. Da mattina a sera è preso d’assalto da orde di camionisti e di rappresentanti in sosta.

Quando Anna varca la soglia, pur sentendosi osservata, non prova nessun disagio.

Il barista sorride. Anna ordina una birra rossa.

“Cosa ci fa una donna, tutta sola soletta, da queste parti?”, le domanda a bruciapelo un tizio in piedi che tiene i gomiti puntati sul bancone. Non attende la risposta e subito butta giù tutto d’un fiato un bel bicchierino di grappa.

“Prendo una boccata d’aria.”

“Sposata?”, chiede fissandole la fede che porta al dito.

“Già”, dice lei, seria.

“Temo che una boccata non sarà sufficiente.”

L’uomo ride. Nel locale ridono tutti.

“Sì, lo penso anch’io.”

Ride anche lei.

Quella voce era proprio la sua? Non avrebbe mai pensato di poter arrivare a tanto. Nemmeno aveva iniziato a bere la birra!

“Scusi la sfacciataggine, ma una uscita normale con un’amica?”

Lo sconosciuto è insistente. E’ un uomo di corporatura media, con delle mani che si notano subito tanto sono grandi.

“E’ stata una decisione piuttosto improvvisa, non premeditata. Non avrei mai potuto organizzare una serata migliore di questa.”

“Ho capito. Penso che si tratti di un banale litigio di coppia.”

“Noi non discutiamo mai.”

“Allora suo marito è una persona davvero accomodante.”

“No, affatto. Nessuno può dialogare con Sandro, di questo ne sono sicura.”

“Allora è una specie in via di estinzione. E’ forse un eremita?”

“Fuochino!”.

Anna ride di gusto, e poi aggiunge: “Vive in simbiosi col divano, ma soprattutto con il suo telefonino.”

“Se è per questo, anch’io trascorro fin troppo tempo libero in quella maniera, però curo un blog. Fotografare, rubare scatti, è la mia  più grande passione. Desidera un’altra birra, signora? Offro io.”

Gli occhi di Anna scintillano divertiti. Annuisce.

Il locale è così piccolo che ciascun presente partecipa, sebbene a modo suo, all’allegra conversazione.

Il barista appoggia una birra sul bancone.


“Lavoro soprattutto di notte. Non si offenda se non le faccio compagnia. Lì fuori c’è il mio bolide che aspetta ed è colmo fino all’orlo di latte fresco.”

“Non ha una famiglia?”

“E come potrei? Sarei costretto a lasciare questo lavoro.”

“E’ vero. Gestire entrambi non sarebbe per niente facile. Ma tutto sommato la qualità è più importante della quantità.”

“Mi dispiace, signora, ma adesso devo proprio andare, o domattina farò svegliare molto male alcune persone.”

“Io ci sono abituata.”

“Mi farebbe molto piacere rivederla. Chissà, sarà per un’altra volta. Le lascio il mio numero, nel caso le capitasse di sentirsi un po’ troppo sola. E anche questo. Tenga! E’ l’indirizzo del mio umile blog.”

L’uomo simula un baciamano.

“Comunque, io mi chiamo Max”, aggiunge sicuro di sé.

“Piacere, Anna.”

“Il piacere è tutto mio.”

I due si defilano sotto una miriade di sguardi spiritosi e molto indiscreti.

Anna fa scattare piano la serratura.

Il soggiorno è buio, ma preferisce lasciar spenta la luce.

Dalla camera matrimoniale provengono dei fischi, e anche sibili e strani grugniti. Sandro dorme beato.

Anna osserva soddisfatta lo specchio: basta un velo di trucco e può ancora permettersi una bella figura.

Dopo aver lavato con cura la faccia e i denti si intrufola piano nel letto, stando ben attenta a non fare rumore.

Afferra il suo telefonino, che giace da mesi abbandonato sul comodino; si stupisce non poco, è ancora debolmente carico e funzionante.

Di che colore sono i suoi occhi?

Cosa ama fotografare?

Anna si addormenta con il telefono in mano. Anche Google si spegne. Nella stanza da letto ritorna scura la notte.

Matilde e la torta

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Matilde era in cucina a prepararsi la sua lauta colazione. La sua prima lauta colazione, a cui ne sarebbe seguita un’altra a metà mattinata.

Apparecchiò la tavola con cura, scaldò il latte, mise la cialda del caffè nella macchina espresso e si tagliò una bella fetta di torta al cioccolato. Pregustava tutto già con la vista e l’olfatto, quando in cucina si presentò Fausto, suo marito, a rovinarle la festa.

«Maledizione, Mat! Smettila di mangiare a quel modo. Non vedi come ti stai riducendo?» e, mentre diceva ciò, andò a prepararsi il suo caffè amaro.

«Io mi devo nutrire e sto semplicemente facendo la mia solita colazione».

«Questo è il problema: la tua solita colazione. Solo che dopo la prima viene la seconda, poi un pranzo che sembra un menu di nozze, quindi una “merendina” a base di torta e, per finire, una cena da trattoria romana».

«Io lavoro tutto il giorno in casa e mi provoca un forte appetito», tentò di giustificarsi Matilde.

«E dove trovi il tempo di lavorare se stai sempre a mangiare?».

«Non è vero. Tu hai sempre le tue camicie pulite e trovi sempre la cena pronta a puntino e la casa pulita».

«Quello che mi dici lo farebbe tranquillamente una donna di servizio. Io vorrei una moglie, non una balena, come sei diventata. Oh, basta! Con te è tempo sprecato! Esco».

Se qualcuno avesse trafitto la povera Matilde con una spada, in quel momento lei non avrebbe sentito niente, tanto era il dolore per l’umiliazione che ormai subiva da tempo. L’aveva capito che lui si era trovato un’altra e che a breve l’avrebbe sostituita con una donna secca come un’acciuga. Finiti i tempi della luna di miele, quando la chiamava “la mia morbida Mat”.

Con le lacrime agli occhi, Matilde tagliò un’altra fetta di torta e la divorò come se fosse l’ultima della sua vita.

“Mi vendicherò! Non creda di passarla liscia così”, pensò con determinazione, mentre un piano prese forma nella sua mente.

Fausto ora la criticava, ma le sue torte, famose in tutto il vicinato, gli erano sempre piaciute, così decise che gli avrebbe servito una torta corretta al… cianuro! In una serie poliziesca, aveva visto che dai semi di alcuni frutti si poteva ottenere una quantità di cianuro sufficiente per uccidere. Prese dal frigorifero un certo numero di pesche e albicocche e cominciò a rompere il nocciolo e a triturarlo. Con la polpa si fece una bella macedonia che avrebbe mangiato a pranzo. Prese anche noci e mandorle per realizzare una buonissima torta al cioccolato e frutta secca. Una delizia. Ne preparò una anche per sé, ma senza cianuro; giusto un po’ per avere quell’aroma d’amaretto tanto invitante.

La mattina dopo si svegliò prima, in modo che, al risveglio, il marito sarebbe stato inebriato dal profumo del dolce ancora caldo. Quando sfornò le torte, le venne l’acquolina, tanto erano fragranti. Le cosparse anche di zucchero a velo, così l’odore di vanillina ne esaltava ancora di più il fragrante aroma.

Fausto scese per colazione, ma, invece di complimentarsi, come accadeva in precedenza, sbuffò infastidito.

«Ancora con questi dolci! Questo mi sembra ancora più calorico del solito».

«L’ho fatto apposta per te! Ti piaceva tanto!».

«Prima che tu assumessi le dimensioni di un transatlantico. Guardati! Mi fate schifo, tu e la tua torta! Quei dolci ti uccideranno, prima o poi». L’uomo, furioso, girò le spalle e andò via velocemente.

«Fausto…», disse Matilde, alla stanza ormai vuota.

Aveva le lacrime agli occhi ed era furiosa. Ancora una volta l’aveva offesa profondamente. Doveva calmare quel dolore e colmare quel vuoto che sentiva nello stomaco. Come in trance si tagliò una fetta di torta che rappresentava quasi la metà di tutta la forma. Ingoiò voracemente tutto e solo quando, dopo un certo lasso di tempo, cominciò a sentirsi strana e confusa con nausea e un forte dolore di testa, si rese conto che aveva affettato e mangiato la torta avvelenata. Guardò ciò che era rimasto del dolce e, prima di cadere a terra, le sembrò che si beffasse di lei.

Sultans of Swing

Padre Mariano tornò all’altare per ripulire il piattino per le ostie e il calice. Usava sempre un fazzoletto grande, bianco candido, con le cifre ricamate del collegio del Sacro Cuore. Quella volta però aveva notato una piccolissima macchia rossa su un lembo, una goccia di sangue forse, e per questo ispezionò con cura le dita, trovando giusto sull’indice destro un piccolo lembo di cute sollevato e ancora sporco.
Sull’altare, il foglio giallo con il nome gli sembrò il giusto indiziato al piccolo incidente e questo tranquillizzò non poco la sua mente razionale: la causa e l’effetto davanti ai suoi occhi rivelavano la perfetta coerenza del suo mondo; poteva continuare tranquillo con il rito, confidando che tutto sarebbe andato in perfetto ordine.
Alzò quindi gli occhi verso la navata semi deserta: sui due primi banchi alcune facce scure osservavano i suoi movimenti, che indugiavano ancora per far sì che l’intera platea si preparasse al finale.
Io, in un piccolo cappotto verde scuro, scrutavo la scena che per me era piuttosto nuova. Dovevo essere il piccolo Mattia, si era detto padre Mariano, che non sapeva cosa lo avesse colpito della mia figura minuta: a ben ricordare forse proprio il fatto che fossi l’unico bambino presente. In realtà padre Mariano era stato colpito da qualcosa che gli ricordava uno sguardo visto tanti anni prima in uno specchio. L’aveva registrato quando mi aveva visto entrare mano nella mano con colei che doveva essere mia madre.
Ricordo solo che mi ero accorto subito di quella cosa poggiata al feretro e allora non avevo staccato più gli occhi dalla scena. Imbambolato completamente accanto a mia madre, in quella enorme chiesa semivuota.
Padre Mariano trovò che il tempo per meditare in silenzio fosse stato sufficiente, si alzò e tornò ad avvicinarsi all’altare. Lesse il nome ancora una volta sul foglio giallo, per non dimenticarlo all’ultimo secondo e fece segno di sedere. Tutti lo seguirono, tranne me, che rimasi fermo a guardare il feretro e la chitarra appoggiata accanto.
Sì, padre Mariano aveva intuito che quello sguardo era come il suo quando, tornato dall’oratorio, in un giorno piovoso di febbraio, si era guardato allo specchio dell’ingresso. Quella era la luce della voglia di futuro declamata in un qualche modo diverso dalla norma. Suo padre allora lo aveva visto osservarsi così da vicino e gli aveva urlato qualcosa che però non era più riuscito a ricordare. Ma quella era un’altra storia ed era tempo di pensare al rito.
«Carissimi, prima di prepararci alla benedizione, volevo invitare all’altare chi voglia dire due parole in ricordo del nostro caro Mattia», disse soddisfatto di non aver dimenticato il nome.
Padre Mariano non aveva mai amato quegli elogi funebri che ormai erano tanto di moda, ma si rendeva conto che anche quello era lo specchio dei tempi. Osservò lo schermo alla sua destra per capire se dovesse dare la parola a qualcuno in collegamento. Mentre scrutava le singole miniature per scovare la mano alzata, un’ombra tra i presenti in chiesa venne avanti, salì i tre gradini e gli si fece da presso. Sottovoce spiegò qualcosa che provocò un leggero corrugarsi stupito sulla fronte del sacerdote. Poi l’ombra digitò qualcosa sullo schermo accanto al candelabro e attese alcuni attimi prima di tornare al suo posto accanto a mia madre. I due si scambiarono un sguardo d’intesa.
Sullo schermo grande davanti al leggìo comparve il logo di Arcadia. Padre Mariano pensò che davvero il mondo era cambiato da quel pomeriggio famoso in oratorio. Allora si era seduto a guardare il giovane parroco celebrar messa e mai si sarebbe aspettato di vedere accanto a un altare apparire il marchio di un social network. Lui da bambino si era sentito dire spesso che le vie del Signore sono multiformi e imprevedibili. Che anche i social fossero entrati nel suo imperscrutabile progetto alla fine poteva starci.
Per un lungo interminabile minuto il logo 3D ondeggiò sullo schermo nero, poi un volto apparve facendo trasalire tutti tranne me, che concentrai in quell’istante la mia attenzione sul viso amico.
«Buona sera cari», disse l’uomo dello schermo con un accenno di sorriso, «no, non preoccupatevi non sono un fantasma. Mia figlia Silvia è l’artefice di tutto ciò.»
Tutti in chiesa e da casa posero l’attenzione sulla donna che rimase in silenzio con lo sguardo perso chissà dove.
«Silvia è l’erede del profilo del defunto Mattia Fabbri. E ha dato l’autorizzazione per attivare la beta di Ethernal. Poteva farlo. Lo ha fatto.»
L’uomo del video prese un attimo di pausa dando l’impressione di osservare la platea. Padre Mariano guardava invece perplesso l’immagine sullo schermo dell’altare. Pensò che no, quella frase di suo padre continuava a non ricordarla e che quello che stava ammirando nello specchio quella sera era molto diverso da ciò che la sua vita gli aveva riservato. Non che fosse scontento della sua scelta sia chiaro, ma alla fine quello che era rimasto di quello sguardo era un anziano prete che dispensava sacramenti su richiesta. Oramai solo nella sua piccola casa, da quella dannata sera di due anni prima. Pensò a Sara e alla sua bara chiara in quella enorme chiesa semideserta. La voce dal monitor continuò.
«Eccomi qua quindi, sono il primo rendering prodotto da Ethernal, ma ancora il sistema è in elaborazione. Come vi sembrò. Mi somiglio abbastanza? Le funzioni base saranno realmente disponibili tra una settimana e questo significa che presto potremo tornare in contatto. Stasera volevo solo salutarvi con i pochi dati elaborati che ho.»
Io, durante il nuovo momento di silenzio tornai a fissare la chitarra bianca adagiata sul legno lucido della bara. Aveva il corpo rovinato e il battipenna nero rigato.
«Volevo dirvi che anche se la mia vita terrena è terminata, non penso di avere rimpianti. E no. Quello che ho visto mi è servito fino all’ultimo respiro per scrivere storie. Per inventare mondi e suoni soprattutto. E questo è un privilegio, c’è gente che chiude gli occhi senza avere mai visto il mondo. Io invece ne ho visti infiniti di mondi. Tutti quelli che sono riuscito a inventare. Ecco questo volevo dirvi, perché magari oggi vi state chiedendo che cosa ricorderete di me e in quanto tempo questi ricordi si ridurranno a nebbia sottile. Accade a tutti, anche a me è accaduto. Per esempio in questo momento io non ricordo quasi nulla», rise, «ma vedete, tra una settimana avrò un bel database dove ci sarete tutti o quasi tutti. E allora forse ricomincerò a raccontarvi le storie che vi sareste dimenticati.»
Padre Mariano pensò che gli sarebbe piaciuto avere in quell’aggeggio una replica di suo padre, anche solo per chiedergli cosa gli avesse urlato quella sera. Forse se l’avesse ascoltato, adesso sarebbe in un pub a bere una birra, appena tornato dal lavoro, con un amico. Si sarebbero fermati a guardare il notiziario, mentre parlavano dei funerali del leader degli Egon, Mattia Fabbri, e avrebbero ricordato insieme i tempi dell’università quando andavano ai concerti e Sara gli stringeva la mano fortissimo perché aveva paura di perdersi. Sì, in quel momento più che a suo padre pensò a Sara e una piccola lacrima scivolò sul volto e si infranse sul telo bianco ricamato dell’altare, disegnando un piccolo alone.
Per qualche secondo la trasmissione dell’uomo sembrò essere terminata. Il logo 3D di Arcadia riprese a muoversi sullo schermo. Poi il volto di Mattia Fabbri tornò a mostrarsi. Un aggiornamento al database pensò Silvia osservando per la prima volta le facce sconvolte attorno a lei. Tutte quante tranne la mia: io con lo stesso nome del nonno e un profilo tagliente come quello di mia madre Silvia. Lo sguardo sereno di chi ancora non aveva una idea così netta della vita e della morte e che non distingueva l’immagine artificiale dello schermo da quella presunta reale delle tante videochat degli ultimi mesi.
«A proposito», disse il defunto, «volevo raccontarvi una storia che non ho mai rivelato a nessuno. La storia di quella chitarra lì», fece un cenno con il capo verso il feretro.
Silvia rimase un attimo perplessa. Un errore pensò, un neo, sulla simulazione davvero precisa dei pensieri di suo padre. Per un attimo si trovò confusa tra la bara dentro la quale aveva visto sparire il corpo del padre e il monitor con la sua immagine, che ora continuava a rivolgersi a loro per un saluto che non era un commiato, ma un benvenuto alla e dalla sua nuova forma.
«In tanti negli anni mi hanno chiesto come avessi iniziato la mia carriera. Quale fosse stata la scintilla. In fondo vengo da una famiglia di accademici. Nessun musicista, ma nemmeno un artista. Tutti uomini di scienza. Rigidi tecnocrati.
Ero poco più che bambino. Una sera che pioveva a dirotto, con mio padre, stavamo tornando a casa. Rischiavamo di inzupparci per bene, perché tutta quell’acqua io poi non l’ho più vista venire giù. L’unico posto in quella via dove ripararsi era un pub di quelli semibui, dove la gente provava a dimenticare le sue giornate riempendosi di alcol e ascoltando quattro disperati che provavano a suonare vecchia musica degli anni 80. Non ne ricordo nemmeno il nome scritto sull’insegna. Mio padre ordinò una birra e una coca per me e provò ad asciugarmi il volto e la testa con il suo fazzoletto. Ascoltammo per un’ora la band suonare, tra l’indifferenza degli altri avventori che li ignorarono anche quando finito tutto presero a smontare l’attrezzatura sul palco. Una cosa allora mi colpì: il chitarrista aveva chiuso il concerto con una foga e una felicità negli occhi che non si addicevano a quella mancanza di attenzione generale. Chiesi a mio padre se potevo avvicinarmi. Me lo concesse. Il chitarrista stava mettendo via i pedali degli effetti e mi ringraziò per essere passato a salutarlo. Disse che quella sera aveva avuto un successo enorme proprio perché io ero andato lì a dirgli che mi era piaciuto il concerto. Cristo, tutto un locale se ne era fregato di lui e della sua musica e quello diceva a me, che ero un soldo di cacio bagnato come un pulcino, che quella era stata una serata storica. Non capivo, ma lui disse di avvicinarmi e quasi come una confidenza, mi rivelò che secondo lui l’unica cosa che rimane di noi dopo la morte sono i ricordi che lasciamo agli altri. E così quello per lui era un grande giorno, perché sarebbe vissuto ancora nei miei ricordi. E vista la mia giovane età, ne avrebbe avuta tanta di vita. Disse proprio questo, che lui suonava perché non voleva morire e non conosceva metodo migliore. Poi disse, vieni. Da dietro un Marshall prese una borsa con una chitarra dentro. Disse, questa qui è la mia prima chitarra. Me la regalò un tizio importante che non puoi avere neanche sentito e che scrisse un pezzo fantastico. Uno di quelli che abbiamo suonato oggi, Sultans of swing. Una storia vecchia che ricordo ancora. Ho imparato su questa chitarra, sai? Ma ormai non la uso quasi più. La porto sempre con me solo come portafortuna, per ricordarmi del tizio e mantenerlo in vita. Prendila disse, facci vivere tu per sempre. Rideva, come se fosse davvero il giorno più felice della sua vita.»
Guardai la chitarra bianca accanto alla bara e strinsi la mano fredda di mia madre.
«Mattia?», fece il defunto, «avvicinati un attimo, Mattia.»
Io domandai con uno sguardo a mia madre se davvero potessi. Lei fece segno di sì.
«Peccato che non abbiano previsto la webcam, non posso vederti ancora, ma capisco che sei vicino.»
Con una mano feci come per accarezzare quella immagine.
«Sono qui accanto nonno», dissi con un filo di voce.
«La chitarra è quella lì, Mattia. Una Stratocaster bianca e rovinata dalle tante vite di gente che non aveva voglia di morire e allora su quelle corde ha lasciato incisa la sua anima, perché suonasse ancora. Così quando ieri sera è arrivata la mia bara dal Canada e mi hai chiesto se potevi tenerla tu per imparare a suonare, be’ ho pensato che era il più bel giorno della mia vita. Strano vero? Uno sta lì nella sua bara e di colpo si rende conto che è il momento giusto per sentirsi davvero felice. Corri Mattia, prendila, è tua. Facci suonare per sempre.»
Timidamente mi avvicinai allo strumento alto quasi quanto me. Lo adagiai nella sua logora custodia e con una certa buffa fatica lo trascinai al banco dove attendeva mia madre.
«Ragazzi, ora penso sia meglio che vi sbarazziate in fretta di quello che rimane di me», disse il defunto con una smorfia sarcastica indicando la bara, «mi pare che avevo chiesto di bruciare tutto, giusto? Vi voglio bene e mi raccomando, teniamoci in contatto.» Rise di gusto. Poi il logo 3D di Arcadia torno a muoversi sullo schermo nel silenzio generale.

Padre Mariano notò che il nodo in gola avrebbe richiesto almeno un sorso d’acqua, gesto atipico in un funerale che si rispetti. Avrebbe provveduto dopo, quando tutto sarebbe stato finito. Per settimane poi provò ancora a ricordare la frase in quella scena dello specchio, ma invano finché una domenica, in un rigattiere vicino la parrocchia, vide in un angolo uno specchio uguale. Per curiosità entrò dentro e proprio davanti a quel vecchio oggetto rovinato dal tempo sentì rimbombare quelle parole: “a forza di guardarti allo specchio diventerai una vecchia checca o un fottuto sagrestano.” Lui era diventato un sacerdote e aveva amato tanto una sola donna. La stessa che fino a due anni prima era stata con lui e lo aveva accompagnato nella sua vita. Solo allora ricordò quel recente messaggio nella posta. Tornato a casa con qualche esitazione rispose con le sue credenziali. Poi spense il pc e provò a immaginare cosa avrebbe detto Sara al loro primo incontro.
Mia madre ha scritto più volte allo staff di Arcadia. Avrebbe voluto avere le fonti del racconto della chitarra. Mio nonno l’aveva confidato solo a lei una sera e le aveva sempre raccomandato di non rivelarlo. Non aveva mai capito cosa ci fosse di così segreto in quella storia, ma almeno voleva capire chi aveva violato quel suo volere. Le hanno risposto sempre che non c’è un dato congruente con il racconto. Pare che stiano osservando comportamenti analoghi in altri profili. Come se l’algoritmo permettesse di costruire ricordi non compresi nella base dati o forse non direttamente leggibili a una mente umana.
Come so tutte queste cose su di loro? No, non mi hanno parlato di questo in vita. Ma, diciamo così, non ci siamo mai persi di vista da quando sono su Ethernal. Qui dentro siamo tutti molto più loquaci e accadono cose che neanche lo staff ci sa spiegare.
Da allora ho cambiato tante chitarre e suonato in tante band, ma non ho ancora trovato nessuno a cui regalare la Stratocaster di mio nonno. Ci vediamo spesso con lui e tante volte si è connesso ai miei concerti. Una sera mi ha pure chiesto perché non avessi mai suonato Sultans of swing. Ho risposto: “ho suonato spesso le tue canzoni nonno.” Lui ha sorriso e ha detto che prima o poi capiterà da sé.