LA METROPOLITANA

 

La bambina con i capelli rossi guardava fuori dal finestrino, mentre la metropolitana sfrecciava sotto terra. Con le mani sul vetro e il viso appoggiato, guardava le persone ferme sulla banchina opposta, e poi quelle che salivano e scendevano sulla sua carrozza, quindi cercava di osservare il buio quando il treno schizzava in galleria. Ma il buio, ahimè, era soltanto una massa nera e sfuggente; al massimo una lavagna che permetteva al vetro di trasformarsi in specchio e di riflettere il suo viso. Insomma, un gioco che la annoiò velocemente. E allora la bambina cominciò a leggere tutto quello che trovava; dai nomi delle fermate, fino agli avvisi di pericolo che campeggiavano sui lati delle porte o sopra i finestrini: VIETATO APPOGGIARSI, LASCIARE SCENDERE PRIMA DI SALIRE (e riusciva a leggerlo al contrario).
Ma ben presto si annoiò anche di leggere, e finì per fissare il vuoto dritto davanti a sé. Finché il suo sguardo si posò come una libellula sopra una scarpa col tacco, che copriva il piede di una donna sdraiata e che metteva in bella mostra una gamba liscia e ben depilata. “Ti piace quella scarpa?” chiese al papà. Il papà rispose di sì. “E cos’è?” aggiunse. Il papà spiegò che quello era il cartello pubblicitario di un centro di bellezza. La bimba si guardò i piedi. “Ma con quel tacco si può salire sul treno?”. Il papà disse di sì, “Basta tenersi bene”, aggiunse. “E se cadi?”. “Ti rialzi”, affermò il papà. La bambina fece no con la testa e tornò a guardare fuori dal finestrino mentre il treno correva lungo la galleria. Non capiva come si potesse salire con quelle scarpe rosse e quel tacco su un treno che non c’entrava niente con la bellezza. “Sulla metropolitana, al massimo, ci si annoia”, pensava.
Al massimo guardiamo la gente scendere e salire, e chi scende scompare e anche se c’è stato, pensò, basta un attimo per dimenticarlo.

di Stefano Re

COMULEAKS

14498348726634_maxi«Buongiorno, sala stampa del comune di Mora» «Buongiorno, sono Giuliani dell’emittente TeleMora56, mi può confermare cortesemente la video intervista di domani mattina con il sindaco Norima?»

«Un attimo, controllo la lista… ecco, sì Le confermo. Una cortesia, in allegato alla Sua mail troverà la scalette della domande, devo avvisarLa che abbiamo effettuato qualche modifica…»

«Quale modifica scusi?» «Come Lei ben saprà il nostro responsabile Ufficio stampa deve necessariamente passare al vaglio le domande delle interviste e nella Sua ci sono state alcune cose che ha ritenuto cambiare… comunque se volete rinunciare me lo dica subito, abbiamo una lunghissima lista di attesa…»

«Certo che confermo, assolutamente ma non ritengo che…»

«Ok, allora il sindaco l’aspetta domani alle 10 3 30. Buongiorno»

«Un momento… sta stronza ha attaccato!»

«Che succede?»

«Che succede?… lasciamo perdere va…»

***

«Sei pronto? inizia a registrare»

«Buongiorno, oggi ci troviamo nell’ufficio del primo cittadino. Signor sindaco, ci vuole illustrare la Sua posizione in ordine agli ultimi incresciosi accadimenti che hanno travolto la giunta?»

«Buongiorno a lei. Innanzitutto mi preme precisare che ultimamente l’informazione su stampa locale e nei media in generale non è stata affatto imparziale…»

«Mi vuol chiarire questo punto?»

«Sono stato oggetto di un linciaggio mediatico senza precedenti! Invece evidenziare tutte le cose positive che sono state messe in atto da quando sono stato nominato sindaco di Mora, si è voluto enfatizzare alcuni aspetti negativi, che solo in parte riguardano la mia amministrazione!»

«Vuol fare qualche esempio?»

«Certamente! Prenda il caso della raccolta dei rifiuti urbani, ma ha visto che scandalo? Che sporcizia, mai vista Mora in queste condizioni!»

«Certo, noi come emittente abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni da parte dei cittadini. Ma questo avalla ciò che affermano i Suoi detrattori…»

«E’ proprio questo l’errore! La situazione attuale è frutto della totale inerzia e disgraziata gestione dei miei predecessori! Io ho cancellato l’intero gruppo dirigenziale dell’azienda municipalizzata, ho fatto piazza pulita!» «Questo è avvenuto da circa un paio di mesi… ma in città la situazione è ancora disastrosa…»

«Certamente, ma le cose non cambiano nell’immediato… ci vuole tempo e cooperazione, ma ho l’intero consiglio di amministrazione dell’azienda contro e gli operatori stanno facendo lo sciopero bianco per mettermi in cattiva luce!»

«Quindi sta dicendo che gli operatori non stanno lavorando per creare dissenso nei Suoi confronti?»

«Ma è palese! Stessa cosa per i trasporti urbani… non ha visto come il servizio è rallentano vistosamente? Che manca personale, che i convogli della metro sono pieni all’inverosimile e che gli autobus passano con notevole ritardo? «Certo, abbiamo ricevuto lamentele anche per questo problema…»

«Ecco vede? Stanno facendo di tutto per boicottare il mio lavoro! Per non parlare delle critiche mi piovono addosso qualsiasi tipo di iniziativa io prenda…»

«Mi conferma che anche il Suo partito le ha chiesto di rassegnare le dimissioni?»

«Ecco, questo è un altro motivo che mi spinge a rimanere al mio posto. Sono stato abbandonato anche dal quadro dirigenziale del mio partito, che non mi ritiene più all’altezza della carica che ricopro con onore da oramai diversi anni… senza dare merito a tutte le cose buone che sono state fatte durante questo periodo! Io sono stato colui che ha spezzato i legami di connivenza che esistevano tra il comune e la malavita locale!»

«In parole povere lei ha calpestato i piedi a qualcuno di importante? Rotto certi equilibri basati sul malaffare?»

“ guarda te questa come ha cambiato la domanda”

«Esatto! Lei ha colto esattamente la questione! Io sono oggetto di un complotto politico che mira a privarmi del mio potere e a mandarmi a casa!»

«Quindi, tutti o quasi, nella Sua amministrazione vorrebbero indire nuove elezioni e toglierLe la possibilità di continuare a fare pulizia?»

«Questo è il disegno criminale di tutti quelli che mi vorrebbero fuori! Ma io resisto, non me ne vado!»

«Sindaco Norima, che cosa dichiara a proposito di quelle spese di rappresentanza non rendicontate a carico del comune? Insomma del caso noto come “scontrino-gate”»

«A questo proposito vorrei una volta per tutte chiarire l’intera questione. Quelle spese sono state effettuate con i fondi comunali perché in quelle situazioni mi trovavo con personalità politiche estere, alle quali ho dovuto dare il benvenuto»

«La stampa ha parlato di spese personali… qualche “corvo” del comune ha messo in circolazione certa documentazione scottante…»

«Questa è un’altra balla mediatica! Le assicuro che mi trovavo in ambito della mia attività di rappresentanza e tutta questa faccenda è stata montata ad arte per mettermi in cattiva luce! Ripeto, io non me ne vado!»

Dririin… Driiin

«Mi scusi, devo rispondere…»

«Fabio, ferma la registrazione»

«Pronto? Sì?… no ma… non ritengo giusto che… ma questo è un affronto… va bene, ma ne pagherete le conseguenze!»

«Problemi signor sindaco?»

«Riprenda a registrare, voglio fare una dichiarazione!» «Vai vai, accendi la camera!»

«Con rammarico annuncio che intendo presentare le mie dimissioni, per incompatibilità con la Giunta e il Consiglio. Domani mattina convocherò una conferenza stampa ufficiale, durante la quale renderò note le mie intenzioni… »

“Grandioso! Questo scoop è tutto nostro”

«Signor sindaco, possiamo conoscere in anticipo le motivazioni di una scelta così grave?»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Un momento, cosa sono queste grida? Un attimo… devo controllare cosa succedere in strada…»

“Porcaccia la miseria, ci hanno bruciato sul tempo!”

«In questo momento si sentono grida nella strada, ora ci avviciniamo anche noi alla finestra per vedere cosa succede»

VIVA NORIMA! NORIMA SEI TUTTI NOI! NORIMA NON TE NE ANDARE, NON MOLLARE!

«Come potete vedere anche voi telespettatori, la notizia delle dimissioni già si è sparsa e una folla numerosa si è radunata sotto la finestra del primo cittadino… urlano e sembrano sostenere il sindaco… »

«Come può vedere la gente mi appoggia e mi ama! Vorrei fare un’ulteriore dichiarazione…»

«Prego signor sindaco, dica pure…»

«Rassegnerò domani le mie dimissioni, ma ricordo che avrò trenta giorni di tempo per confermarle. I cittadini mi amano e mi appoggiano, loro sono consapevoli del’infimo complotto che mi sta costringendo a fare questo passo… mi riservo dunque di lasciare uno spiraglio. Devo riflettere sulle mie dimissioni!»

«Signor sindaco, La ringraziamo per questa intervista. Dall’ufficio del primo cittadino per oggi è tutto»

“Questo non schioda… e quando molla sta poltrona!”

LA FORTUNA.

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“Una monetina, per favore… Su, ad un povero vecchio!”
Implorava quell’uomo brizzolato dagli occhi di ghiaccio da sotto una lunga barba spettinata e zeppa di grossi grumi collosi. Sedeva a terra accanto ad un muro, dietro alla sua coppola grigia e malandata che teneva rovesciata sull’asfalto a mo’ di cestino.
Ezio lo osservò di sfuggita ma, quando gli fu dinanzi, abbassò la testa. Suo malgrado notò delle macchie di unto che impregnavano i pantaloni marroni del mendicante visibilmente sbiaditi, in velluto a coste e nei quali erano annidate briciole, polvere e terriccio. Ezio provò un forte senso di schifo e come sempre tirò dritto. Mai più si sarebbe fatto fregare. Ancora ricordava quella volta in cui, anni prima, aveva donato alcune monetine ad un Senegalese che chiedeva l’elemosina nel parcheggio del supermercato e poi, nemmeno il tempo di caricare la spesa nell’auto, lo sorprese a conversare attraverso un nuovissimo “I Phone” maldestramente avvolto in un ampio fazzoletto bianco.

Ezio proseguì stizzito, svoltando a sinistra piuttosto indifferente alle illuminazioni natalizie e ai primi timidi decori appesi qua e là.
La città a quell’ora era semi-deserta. Entro qualche minuto tutte le commesse avrebbero conteggiato le casse, spento le luci e calato ognuna la propria serranda. Con il viso piuttosto stanco e contratto, gli occhi arrossati a causa dei troppi neon e lasciandosi dietro scie di profumi stantii e ormai quasi del tutto evaporati, avrebbero fatto ritorno alle loro rispettive dimore.

Ezio infilò una mano in tasca in cerca dell’accendino ma tastò qualcos’altro con i suoi polpastrelli rigidi per il freddo a causa di quei guanti neri che li lasciavano scoperti.
Il gratta e vinci che aveva acquistato quella stessa mattina vi era rimasto incastrato verticalmente occupandone tutto lo spazio e obbligando il tessuto a tirarsi. Dovette tirare ed aiutarsi con l’altra mano per estrarlo in quanto si era impigliato per gli angoli nella federa.
Solo in seguito poté finalmente accendersi la sigaretta.
La consumò quasi tutta con boccate lunghe e ravvicinate. Poi la lanciò a terra, schiacciandola.
Spinse la pesante porta a vetri che si schiuse con un fastidioso cigolio. Diede alcuni colpi di suola per educazione e per ripulirsi le scarpe e varcò la soglia.
“Ciao Ezio. Il solito?”
“Si grazie!” Rispose, appoggiando sul bancone il tagliando con il quale sapeva di aver vinto 3 Euro.
“E questo? Te ne do un altro?”
Ezio si limitò a fare di sì con la testa.
Gli fu servito un Campari Soda e alcune patatine classiche in una coppetta che la graziosa biondina spinse con le sue lunghe unghie laccate di rosso fin davanti al suo petto.
A seguire Serena strappò l’ultimo tagliando di una lunga fila che era appesa proprio lì davanti, in bella vista, ritirando rapidamente quello di Ezio. Lo grattò ancora un po’ per scoprire un codice e lo infilò in cassettone scorrevole insieme ad altri carteggi.
Ezio si tolse i guanti sorseggiando lentamente e con gusto il suo aperitivo.
Lo sguardo gli si soffermò su alcuni fiocchi rossi natalizi che roteavano appena oscillando appesi a leggeri e invisibili fili di nylon. E, come ipnotizzato, passivamente si lasciò stranamente travolgere dai ricordi. Solitamente riusciva ad allontanare sul nascere ogni pensiero malinconico relativo al suo passato ma quella sera, non ne fu capace.
Quelle decorazioni, come quel bar erano stati di sua proprietà per 10 lunghi anni. Tra quelle mura aveva vissuto intere giornate servendo i più disparati clienti: coppie, studenti, amanti, pochi turisti e tanti commercianti. Ricordò anni felici e anni duri.
Quando rilevò quell’attività era ancora un giovanotto piacente ma soprattutto entusiasta della vita e ottimista. Dopo un’esperienza come operaio di un’industria metalmeccanica si era azzardato a compiere quel passo. Inizialmente gli affari procedevano bene, 12 ore di lavoro gli fruttavano tre volte tanto rispetto allo stipendio da dipendente. Intraprese una relazione stabile con Mirna che troppo presto finì per lavorare dietro al bancone mentre Ezio si dedicava a ogni mansione necessaria, dalla pulizia ad ogni manutenzione e alla preparazione di ottimi tramezzini, la sua specialità.
Probabilmente fu proprio quella scelta, quella stretta convivenza lavorativa a logorare la coppia. Inizialmente davvero ogni giorno facevano l’amore su un tavolone di legno posto nel piccolo magazzino sul retro, mentre il locale era vuoto, oppure anche mentre era pieno, tra taniche di birra e bottiglie di vino. Col passare del tempo le troppe litigate spensero piano il desidero fino a sostituirlo completamente. Durante una pesante discussione, Mirna arrivò persino ad afferrare una bottiglia di Barbera scagliandola addosso ad Ezio e mancò poco, veramente poco, che gli fracassasse la testa.
La mattina seguente Mirna non lo raggiunse al bar. Quella fu l’ultima volta che la vide.
Fu poi necessario cambiare tutti gli elettrodomestici che, come in seguito ad una maledizione, si guastarono uno dopo l’altro e a causa di una modesta alluvione notturna Ezio dovette accollarsi anche la sostituzione del bancone. L’acqua piovana oltrepassò il marciapiede e si infiltrò assai prepotentemente da sotto la saracinesca.

Giunse anche il momento della crisi economica, il locale incassò così molto meno. I commessi preferivano portarsi il cibo da casa per consumarlo in negozio o da qualche altra parte e recarsi nel locale soltanto per il caffè. Di sole colazioni non si vive e chi ha un’attività di questo genere lo sa bene!
Così Ezio, a sua volta, si trovò costretto a cedere a Serena e a suo marito l’attività.
Il ricavato non fu comunque del tutto sufficiente a coprire tutti i mutui accesi nel corso degli ultimi anni della sua gestione. Economicamente Ezio ne subiva ancora qualche conseguenza.

Il bicchiere fu riappoggiato vuoto con un tonfo sul bancone.
Ezio aprì il suo portafoglio di pelle sgualcita, ne estrasse il compenso dovuto e si appartò con una moneta del resto in una mano e il nuovo gratta e vinci nell’altra, nei pressi di un tavolino tondo e posto in penombra nell’angolo del locale.
Ah se avesse vinto una bella cifra! Certamente si sarebbe immediatamente licenziato e poi avrebbe raggiunto per sempre qualche località tropicale, magari il Brasile.
Fu subito certo che non avrebbe sentito la mancanza di nulla né di nessuno. Era rimasto solo e la sua vita era ormai piuttosto noiosa; da tempo si sentiva invecchiato e per niente piacente, non aveva alcun interesse a frequentare le donne se non per qualche sporadica fisiologica scopata ogni tanto, anche a pagamento.

Cominciò così sovrappensiero a raschiare qualche casella argentata con la moneta, soffiando delicatamente per allontanare quella fine e fastidiosa polverina.
Prima riga:
100 Euro, 5 Euro, 10.000 Euro, 200.000 Euro.
Si guardò in giro, annoiato.
Passò alla seconda. Senza alcun ottimismo.
5 Euro, 10 Euro, 200.000 Euro…
Caspita! Si fermò per qualche secondo. Sospirò. Non si era mai ritenuto fortunato. Figuriamoci! Non gli sarebbe mai capitato di poter vincere.
Senza speranza procedette con l’ultima casella.
Un altro 200.000!?!
Così tanto?

Si udì un tonfo sordo. Una sedia si ribaltò finendo con lo schienale sul pavimento. Il tavolino traballò. Ezio allargò gli occhi, li strabuzzò. Tornò a fissare quel quadrato di cartone, i numeri si confondevano, trovò impossibile ricontrollare lucidamente. Le mani erano incontrollate in un tremolio. Il cuore gli agitava il sangue pompandolo intermittente con forza sovrumana fino alla testa. Lo stomaco si sollevò raggiungendo la gola. Sudore. Caldo. Freddo. Poi ancora caldo.
Ezio dovette aggrapparsi al tavolino, appoggiò la schiena al muro e scivolò piano piano a terra, finì seduto proprio accanto alla sedia rovesciata.
Impiegò qualche secondo a realizzare l’accaduto, poi sorrise, sorrise veramente.
Da svariati anni non provava più gioia, e quella, senza ombra di dubbio, era una vera gioia, una grande gioia, una gioia davvero immensa!

Serena accorse sospettosa e gli strappò dalle mani il tagliando vincente. Lo osservò. Avrebbe voluto festeggiare ma qualcosa la trattenne. Forse invidia.
Si limitò a sussurrare appena, con la voce rotta e un tono talmente spento da risultare del tutto fuori luogo:” Ezio, ma è magnifico hai vinto. E tanto.”
Poi, porgendogli il coupon aggiunse:” ti porto un bicchiere d’acqua, sei pallido. Non muoverti!”

Seguirono alcuni minuti di silenzio nei quali Ezio dovette realizzare pienamente l’accaduto. Fortunatamente il locale era quasi vuoto. Soltanto due vecchietti ubriachi dall’altro lato della stanza avevano assistito alla scena ben nascosti dietro a alcune bottiglie di vino bianco quasi del tutto vuote.
Ezio si tirò su e cominciò a gridare:” ho vinto! Ho vinto! 200.000 Euro! Ho vinto! E vaiiiiiiiiiii! Cavolo, passerò presto a salutarvi, promesso! Io da questo paese me ne andrò presto!!!”
Serena lo osservava con gli occhioni spalancati, grandi e quasi in lacrime.
Preso dall’euforia Ezio non si accorse nemmeno dell’espressione della donna un poco mesta e per nulla solidale.
Ezio notò per la prima volta un quadretto della Coca Cola appeso al muro. Dato che riusciva a rifletterlo abbastanza bene vi si specchiò e con un gesto lento e preciso scostò dalla fronte i suoi capelli che gli parvero divenuti un po’ troppo lunghi, improvvisandoli in un ciuffo gonfio rivolto verso destra.
Si sfregò i palmi delle mani più volte, sulle gote, lisciandole e lasciandosi liberamente sopraffare da quella forte felicità che l’aveva già rinvigorito fin dentro alle ossa.
Rapidamente cercò un numero di telefono dalla sua rubrica, nel cellulare. Dopo un paio di squilli, quando dal di là rispose una voce grossolana, sbottò: “sono Ezio. Le comunico che da oggi e con effetto immediato io mi licenzio! Ne ho piene le scatole dei vostri turni!” Riappese con l’aria di chi si è davvero tolto una grande soddisfazione e pensò che quella fosse in assoluto la giornata più bella di tutti i suoi 50 anni di vita.
“Domani vado a riscuotere e ti porto qualcosa. Bella Serenella, te lo regalo io un bel viaggio, promesso! Ma tu non dirlo a nessuno, mi raccomando.”
E dando quasi l’impressione di saltellare, Ezio lasciò il locale.
Tornò a regnare il silenzio e, mentre la porta si richiuse, Serena si avvolse stretta nelle braccia per raggiunta da una folata di aria piuttosto fredda e sperando che, prima o poi, anche a lei potesse capitare un’esperienza così bella.
Si chinò per caricare i bicchieri in lavastoviglie percependone ancora il tepore dell’ultimo lavaggio di poco prima.

Ezio tornò rapidamente sui suoi passi notando con gli occhi di un bambino l’atmosfera natalizia che avvolgeva il suo paesello. Quello sì che sarebbe stato un bel Natale!
Non sentiva più il freddo, era diventato l’uomo più felice del mondo. Soltanto due isolati a piedi e avrebbe raggiunto il suo modesto appartamentino. Non avrebbe chiuso occhio, doveva radunare il necessario e prepararsi le valigie: l’indomani si sarebbe recato subito alla banca per riscuotere la grassa vincita.
Le gambe trotterellavano vivaci mentre teneva la testa alta verso il cielo stellato. Quella notte pareva davvero magica e nonostante fosse ancora in stato confusionale era certo di stare incredibilmente bene.

Percepì un terribile e improvviso dolore alla nuca e un contatto repentino con l’asfalto.
Non comprese cosa fosse potuto succedere e non riuscì nemmeno a pensarci.

Quando si risvegliò era tutto dolorante. Si accorse immediatamente di non indossare più la giacca a vento.
“Dov’è la mia giacca?”
Agitò le braccia e due infermieri cercarono di immobilizzarlo.
“Stia calmo! Ha un trauma cranico!”
“La mia giacca, voglio la mia giacca!” Gridò Ezio.
Uno dei due tizi uscì dal suo campo visivo e ricomparse qualche secondo dopo con il giubbotto che gli fu subito appoggiato al petto.
Con uno strattone Ezio liberò un braccio e frugò ansiosamente in una tasca, poi nell’altra. Niente! Il gratta e vinci era sparito. Le lacrime gli riempirono gli occhi e una rabbia indescrivibile lo travolse provocandogli crisi isteriche.
Qualcuno gli praticò a forza un’iniezione riaddormentandolo.

Non molto lontano, un uomo dagli occhi di ghiaccio stringeva ancora incredulo tra le sue mani un po’ sporche un pezzo di cartoncino quadrato.
Credete: una vera fortuna!

Paranoid Tango

Le scarpe, già.
Immaginò che le avesse scelte con cura quella mattina. Probabilmente si era guardata nello specchio in camera da letto. Si era riflessa appena sveglia, quasi nuda, e aveva pensato a quel colore, a quel tacco, al movimento del piede nel portare il passo.
Lui, fu nella bolgia in attesa che la vide muoversi leggera, quasi sospesa da terra. Pensò che no, non doveva tener fisso lo sguardo, eppure su quelle scarpe ebbe a indugiare ancora, e sulla caviglia e poi su su a scrutare avido il corpo sinuoso di donna.
Fu notato? Pensò e si convinse di sì, sebbene conoscesse il limite da imporsi. La folla intanto montava, sembrando a tratti complice nel sospingere l’uno verso l’altra, tanto da fargli avvertire a un tratto il profumo di lei, intenso, quasi perverso nel contraddire la sua necessità di fuga. A ogni allontanarsi, quasi per caso, la distanza tra loro si contraeva, costringendoli a sfiorarsi, sommessamente indotti da un volontà che non credevano loro. O almeno questo piacque a lui pensare, perché in quel moto fatto di caso lei, invece, imprimeva una ben chiara direzione e fu sempre lei che prima di ogni inutile silenzio aprì le sue parole, di circostanza per carità, ma pur sempre parole.
Si dice bene del rompere il ghiaccio, forse per il calore che alle volte questi banali eventi iniettano nelle ossa gelate degli uomini che, da soli, attendono di affrontare frammenti di vita come quelli. Già, fu proprio calore quello che fluì di colpo dentro quel ventre malmenato dalla vita. Fu il fiato delle sillabe di donna a giustificare la sua attenzione, mentre la calca in ammirata attesa contraeva il loro spazio invitandoli quasi all’abbraccio. Lui percepiva attraverso la stoffa ogni piccolo pezzo di muscolo e di pelle accoppiarsi con altrettanta pelle e muscoli. E lei cedeva, offrendo zone di contatto sempre nuove, sempre diverse e soffici. Usarono ancora parole per dissimulare il cambiar posizione relativa. Usarono disinteresse e attesa dell’evento, sommersi a tratti dal progressivo vociare e dalla musica di sottofondo.
Davanti a loro qualcuno aveva avuto un suo inizio e per questo forse preferirono restar in silenzio a osservare le teste intorno ondeggiare. Sì, era un mare quello e come acqua assumeva le forme della marea e li cullava. La musica, imperfetta per quel momento, sembro addolcirsi anch’essa. Lei avrebbe acconsentito a farsi cingere la vita per stringersi a quell’altro corpo. Lui avrebbe provato a far scorrere la mano sui capelli esplorando morbidezza e affanno appena accennato, respiro a tratti rotto da, come dire, emozione. E in effetti i loro volti si tradivano e coloravano di porpora la folla ignara, mimando un’attenzione per nulla prescritta sino a quel muoversi morbido della suola di donna.
Ogni tanto piccoli rivoli di catena umana cercavano di avanzare, obbligandoli a nuove movenze che diventavano un invito, direi quasi un ocho. Con il palmo sulla schiena la portò prima a destra, poi nuovamente indietro, e lesse un brivido nel tocco, una leggera piccola scossa, insieme alla resa del corpo di donna, bella e simmetrica nel seguire il gesto.
Difficile dire se fu l’esperienza di quel muoversi in sincronia, quello scambiarsi il fiato modulando il respirare l’attimo. Difficile anche pensare come il riff di Iommi e la voce tirata di Ozzy potessero assumere forma di melodia nelle loro menti. Ma avreste dovuto essere lì, accanto a loro, e vedere la folla fendersi, aprirsi, lasciando ai due un cerchio perfetto dentro il quale ballarono un tango sulla rabbia di Paranoid. Quella era una bolla dentro la quale la vita aveva lasciato il suo normale fluire e si era messa a correre in un’altra direzione. Giusta? Sbagliata? E cosa pensate possa importare? Cosa, a due come loro che finita la danza tornarono disciplinatamente sul sentiero uggioso dei giorni correnti. Neanche un bacio, no, neanche quello ebbero voglia di aggiungere a quel breve blackout di forma. Sciolsero le mani e l’abbraccio e abbandonarono, lievemente turbati, quello che nessuno vorrebbe considerare amore. Forse neanche loro. Forse neanche io.
Li vidi alla fine salutarsi, con garbo, quasi da sconosciuti, evitando qualunque contatto fisico che avrebbe potuto presagire un domani. Li osservai disperdersi nel mondo esterno, allontanarsi da quella bolla di vita. Lei con l’ondeggiare del tacco generoso, lui con la cura esatta nel non osservarne mai più il passo.
Ci sono gesti e attimi che andrebbero serbati così. Annotati su un foglio di carta da fare ingiallire nei cassetti e dimenticati per sempre o fino alla fine dei giorni degli autori di quelle parole non dette. Ci sono suoni che non arrivano alle orecchie per caso e profumi intensi che non abbandonano mai più le narici. Sapori che persistono in bocca per sempre e per sempre aprono l’appetito. Sono segnali di sensi mai accettati che riprendono spazi e mondi che la vita di sicuro ci nega. E tutto quello stava accadendo lì e proprio a loro due, davanti a me che uno di quei due probabilmente sono.

Quel qualcuno che…

​Quanti passi hai fatto prima di retrocedere, li hai contati anche stavolta? Qualche metro in più e poi di nuovo la voglia di mollare la presa. Ti ricorda un poco la sensazione di un calcio per assettato contro un muro invisibile. Senza negare quanto possa sembrare un fatica vana. “Per chi combatti questi mulini a vento?” hai forse pensato che una volta arrivato, avresti avuto il nulla osta per ciò che più desideri? E’ una storia che abbiamo già sentito, puoi metterti in fila se lo gradisci. Tenendo presente che nulla è certo, se non una voce, una dei presenti che sappia più di quanto si possa immaginare.  Un passante che osserva distratto e si ferma il tempo di una chiacchiera. Nel coro di voci e nella massa di persone, fra tutte doveva pur esserci un cambiamento ed un proposito , quel qualcuno che…

“Sei…”: una mia video-poesia su YouTube 

Una proposta ancora diversa: da racconti a filastrocche, da immagini a “poesie” (virgoletto perché il titolo di poetessa non son così superba da attribuirmelo) a questo tentativo (provato già alcune volte sul mio blog) di accompagnare le mie parole con immagini e musica.

Buona lettura e visione

Lucia 
Sei
In ogni passo
In ogni respiro
In ogni lacrima
Sei l’alito caldo del vento
E l’impero del sole
La fresca carezza
Della luna
Il rosso lieve e prezioso
Dei papaveri
Che tremano.
Sei ovunque sia la bellezza,
Anche nel viso
_E nello stesso azzurro_
Degli occhi
Di una figlia non tua.
Sei l’Amore
.

LULLABY

…Ghiaccio, sensazioni, qualcosa mi attira…

Nel buio intorno a me
un ragno qui appare,
lento sul mio corpo sotto questo fosco chiaro di luna,
sfiorando lievemente la pelle ruvida d’inverno,
cercando un nascondiglio, un rifugio
[nel desiderio…ineffabile].

Instaurando una paura imprigionata nel proibito,
sospiri e silenzi [fremiti] nell’attesa del suo avvento,
immagini enigmatiche, boschi neri, infinito senza sorprese
e quel ragno avanza così subdolo,
stanotte…

Lentamente, le mie membra tremanti
si chiudono alla volontà, si chiudono all’esterno,
dolcemente nello spazio in dissolvenza;
lui circonda me ormai e soffrono i miei occhi…

Ora è tempo di guardarsi vivere,
immerso tra questi rumori stridenti,
l’impazienza vince [sospiri] sull’ossessione [desideri],
molta parte tua non la darò via,
riaccendimi la luce,
il ragno [sospirando] mi ha immobilizzato anche stanotte [nella notte]…

Illusioni di paradiso, migliaia di ragioni svaniscono…
la luna è troppo lontana, svegliati con la vergogna suadente e poi sogna…
il ragno ti libera ed è crisi…

Il pedone mangia la regina…[sospiri]…chi lo mangerà a sua volta?…[desideri]…
…forse [in eterno] sarà così [così]…

LA PENSIONE

Piove oramai da diversi giorni. L’aria è intrisa di umidità fredda, di quella che penetra fin nelle ossa.

La pioggia, a tratti scrosciante e violenta, si abbatte sulla città ancora immersa nel dormiveglia mattutino.

Giovanni uscendo dal portone del vecchio edificio dove abita da circa trenta anni, impreca contro quella pioggia incessante. Apre il grande ombrello, che sua moglie gli ha imposto di portare, e anche se lo considera troppo ingombrante, ora deve ammettere che gli è utilissimo per ripararsi dal temporale che si è scatenato.

Saltella tra una pozzanghera e l’altra, mentre un fiume d’acqua defluisce rapidamente lungo i marciapiedi. I tombini saturi di fogliame secco e immondizie non riescono più ad accogliere quel flusso che sta invadendo oramai tutta la carreggiata. L’uomo cerca invano un varco asciutto per poter traversare.

Giovanni finalmente approda sul lato opposto della strada dove campeggia l’Alberone, come affettuosamente lo chiamano gli abitanti del quartiere. Si ferma per alcuni istanti sotto le chiome fluenti dell’albero che lo riparano momentaneamente dalla tempesta. Accanto c’è l’edicola, Giovanni ne approfitta per comprare il giornale e, riponendolo all’interno dell’impermeabile, torna a immergersi nel muro d’acqua che lo aspetta.

Raggiunge la fermata della metropolitana.

Oggi è l’ultimo giorno pensa sorridendo l’uomo.

Giovanni è sempre stato un impiegato modello.

Come tutte le mattine alle otto in punto, da quarant’anni si presenta in ufficio. Percorre l’ampio corridoio dell’antico palazzo e raggiunge la postazione di lavoro.

La sua è una scrivania molto grande, di legno lavorato, unico pezzo superstite di uno studio antico e ora collocata nell’anticamera del dirigente di turno. Non si può sostituire, si tratta di un pezzo d’antiquariato.

Lui è basso e gracilino, quando è seduto dietro quell’enorme tavolone quasi scompare anche per via del suo abito marrone scuro, in sintonia con i colori dell’ambiente.

Possiede tre abiti soltanto, tutti molto simili nel modello e nella tonalità, l’ufficio del personale ha disposto che per le sue mansioni è d’obbligo indossare un certo tipo di abbigliamento. Chi riceve il pubblico deve essere presentabile, dare l’idea dell’ordine e della sobrietà. Vietati i jeans, vietati abiti dai colori troppo appariscenti.

Giovanni è uno degli ultimi rimasti, la sua qualifica di “commesso” è stata rimossa dai moderni profili professionali, riformulati con definizioni complicate, ma vuote di significato.

Il suo compito è semplice: prima di tutto riordinare le scrivanie e svuotare i cestini della carta prima che arrivino gli impiegati di livello superiore, quelli che occupano i posti nelle stanze, le “alte qualifiche”, come lui ironicamente le definisce.

Poi passa all’ufficio corrispondenza dove si ritira la posta e si firma un registro per ricevuta, per evitare ogni tipo di responsabilità nel caso qualche cosa andasse persa.

Le giornate scorrono monotone e sempre uguali, niente imprevisti, niente rogne. Il suo è proprio un lavoro tranquillo. Dopo aver adempiuto alle sue mansioni, si siede e rimane in attesa di qualche chiamata oppure si occupa dei visitatori, dispensando informazioni varie.

Legge il giornale, iniziando dalla cronaca cittadina, la cosa che più lo interessa, saltando a piè pari le pagine della politica.

Il solerte commesso ha visto il suo mondo trasformarsi, anno dopo anno.

Una volta, tanto tempo prima, non esistevano il tornello e il badge, si entrava senza dover oltrepassare barriere elettroniche, senza timbrare cartellini, si andava direttamente nella stanza del direttore per firmare il foglio di presenza.

Già, quelli erano altri tempi, non esisteva quell’aggeggio infernale, su cui tutti ora stanno incollati diverse ore al giorno per “navigare”.

Lui è un uomo semplice, già è stata un’impresa ardua conseguire la licenza della quinta elementare, ma non si sente inferiore nei confronti dei suoi colleghi, tutti lo rispettano e lo stimano.

Domani però sarà un giorno speciale: l’ultimo giorno di lavoro. E’ finalmente arrivato il fatidico momento della tanto attesa e meritata pensione.

Già da un mese ha organizzato tutto, il rinfresco in ufficio e il viaggio che ha promesso di fare a sua moglie.

Povera donna è una vita che aspetta questo momento, ora però, con la liquidazione può permettersi questa pazzia e portarla in crociera, una desiderio che non ha mai potuto realizzare.

Col suo magro stipendio ha cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Ha dovuto rinunciare a tante, troppe cose ed è ora venuto il momento di prendersi qualche soddisfazione. Pensa ai suoi colleghi andati in pensione prima di lui. Sicuramente riceverà un bel regalo, i complimenti del suo dirigente e del direttore generale in persona.

Pregusta nella mente quei momenti futuri e prova ad immaginarsi un piccolo discorso, d’obbligo in tale occasione, come hanno fatto i suoi predecessori. Ma lui è un uomo timido, introverso, già si sente un groppo alla gola e cerca di frenare l’emozione, quel momento difficile deve ancora arrivare.

Guarda l’orologio è ora di tornare a casa.

Percorre lentamente la strada a ritroso, al tornello c’è una fila di persone in attesa.

Qualcuno gli posa una mano sulla spalla, qualcun altro gli sorride alludendo al fatto che per lui tutto questo da domani sarà solo un ricordo.

E’ fuori finalmente.

Non gli par vero che la vita stia per cambiare, con la mente fantastica e pensa a tutto il tempo libero che avrà a disposizione. Porterà i suoi due nipotini al parco, aiuterà sua moglie nelle faccende domestiche, uscirà con comodo la mattina per andare a comprare il giornale.

Fuori ancora piove, ma questo non scalfisce minimamente il suo buon umore. Velocemente raggiunge la fermata della metropolitana che da poco ha ripreso a funzionare, alcuni suoi colleghi lo avevano avvertito che forse l’avrebbe trovata chiusa per il solito allagamento.

All’uscita della metro la pioggia fa ancora da sottofondo alle sue fantasie. Oggi davvero non gli importa di questo tempo grigio, con la mente è già proiettato verso lidi assolati. Si immagina in compagnia di sua moglie, sulla prua della nave, ad ammirare la distesa infinita del mare.

Ancora immerso nei suoi pensieri si ritrova di nuovo sotto l’Alberone. Le sue fantasie lo rendono completamente insensibile alle percezioni esterne e non avverte il rumore sordo del grande ramo che d’improvviso si spezza sotto il carico della pioggia insistente.

Giovanni si ritrova inchiodato al suolo, con la parte inferiore del corpo incastrata sotto la pesantissima fronda. Le grida di concitazione e il dolore acuto lo riportano alla realtà. Disteso e inebetito osserva i volti della gente che si affanna intorno; qualcuno sta cercando di rimuovere il ramo. L’edicolante gli è accanto, gli sorregge la testa per proteggerlo dal flusso d’acqua che continua a scorrere intorno al suo corpo. Gli pone domande, ma la confusione ha preso il sopravvento, la sofferenza lo trascina nell’incoscienza, mentre tutti i suoi progetti si dissolvono al ritmo cadenzato della pioggia battente.

 

~ ~ ~

 

Giovanni è seduto sulla sedia a rotelle, sulla quale è immobilizzato da almeno due mesi. Guarda fuori dalla finestra, ripensando con tristezza e malinconia a tutto ciò che è successo da quel maledetto giorno. Finalmente la pensione è arrivata, ma non certo come se l’era immaginata.

Il rimpianto maggiore è di non aver potuto offrire a sua moglie quel meraviglioso viaggio che avevano con tanto entusiasmo programmato.

I suoi colleghi gli hanno consegnato il regalo che avevano preparato per il suo ultimo giorno di lavoro. Un elegante orologio di marca da indossare nelle occasioni speciali.

Lo osserva Giovanni, sul suo polso, scandisce ogni momento della sua grigia esistenza e gli rammenta questo tempo maledetto, sempre uguale, senza sfumature.

Un tempo senza tempo, che sembra non passare mai.

IL BAMBINO E LA SEGGIOLA

Quando la maestra assegnò i posti, l’unico bambino che storse il naso fu Martin.

Martin era un bellissimo bambino, intelligente e vivace come la divinità romana da cui deriva il suo nome, ossia Marte. Marte, lo si sa, è il dio della guerra e Martin era davvero un guerriero, uno di quei piccoli guerrieri che affollano le classi delle nostre bellissime scuole italiane.

Proprio perché guerriero, Martin era sempre attento a quello che accadeva intorno a lui e pronto ad aiutare gli altri compagni. Insomma, era un guerriero buono.

Quel giorno però non accettò il posto assegnato. Diceva che la seggiola affiancata al banco aveva una gamba senza gommino e perciò zoppa da un lato.

La maestra gli disse di non preoccuparsi e che entro sera l’avrebbe fatta sistemare dal bidello.

Martin era poco convinto e quando cominciò la lezione, iniziò a dondolarsi sulla seggiola con il rischio di cadere. La maestra spiegava e lui ballava sulla gamba della sedia.

“Smettila Martin!” gridò la maestra. “Vuoi cadere?”

Martin si arrestò per qualche istante, poi riprese a danzare sulle punte della seggiola.

D’improvviso si sentì un frastuono, proprio mentre la maestra stava spiegando gli accenti e quel tonfo sembrò l’acuto dell’accento sulla U.

BUUUMMM!

Martin era caduto a terra e con lui la seggiola che fino a qualche istante prima sembrava danzasse sulle note di una musica rock. Ora sul pavimento Martin e la seggiola erano disarmati come un guerriero e il suo cavallo.

La maestra corse verso il bambino e si tranquillizzò quando si accorse che non si era fatto male.

“Le seggiole sono fatte per sedersi non per dondolarsi” spiegò la maestra.

Martin chiese scusa e fece una carezza alla maestra, poi mise a posto la sedia, accarezzò anche quella, e come un guerriero buono tornò ad ascoltare la lezione.

Era meglio dondolarsi sugli accenti che su una seggiola alquanto dispettosa.

 di Stefano Re