INVERNO.

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Solo ora, d’inverno, è possibile osservare le nudità degli alberi. La loro corteccia come una mappa delle intemperie scivolate tra i loro rami, con i nidi dimenticati, le tracce di vivi passaggi fugaci e del loro temporaneo riparo. I cancri del legno e i tanti nodi duri, ruvidi che hanno resistito ai venti più forti. L’intima e armoniosa sagoma spoglia si offre aperta al cielo. Tutta la forza del tronco, segnato dalla quotidianità e dai lunghi percorsi del tempo, assorbe ciò che di buono resta alla terra trasformandolo in linfa e nell’energia necessaria per poter germogliare, un giorno, di nuovo e quando il sole tornerà ad essere tiepido, finirà, finirà l’inverno.
Ancora una volta.

Essere umani

L’uomo li vedeva ogni volta che era di servizio. Arrivavano dalla stradina sterrata tenendosi per mano. Ognuno con il suo zainetto.
Alle volte Miriam aveva un fiore piccolo in mano, quello che Jusuf strappava dai bordi dei viottoli che percorrevano, mano nella mano, e che le porgeva imbarazzato. E ogni volta Miriam arrossiva e diceva «grazie Jusuf è il fiore più meraviglioso che ho mai visto». Sempre. Perché alla loro età le parole bastavano appena per raccontare l’amore e quello Jusuf voleva fare, dirle che quel pezzo di strada era l’unico posto del mondo dove si sentiva felice.
L’uomo lo notava pure da lontano che i petali brillavano di luce bella, anche se quello era un misero fiore di campo spelacchiato. Ed era vero, perché i fiori nelle piccole mani della bimba acquistavano bellezza e colore e questo piaceva moltissimo a Jusuf. Li vedeva spiccare sulla carnagione ambrata di Miriam e allora pensava che davvero quello era il fiore più bello che avesse mai visto, e le depositava lieve il suo piccolo bacio sulla guancia. Poi continuavano uno accanto all’altro fino al varco. Lui andava avanti due passi, si girava e con la mano faceva un bel gesto di saluto, poi si tuffava nella fiumara umana che caoticamente si comprimeva dietro le transenne. Giunto dall’altro lato guardava ancora una volta Miriam, alzava il pollice per dire tutto ok e iniziava la strada ripida verso il villaggio.
L’uomo se li era incisi nella memoria quei volti e anche a distanza di anni, rintracciò il viso di Miriam dentro la mimetica nella pattuglia. Pensò che non era cambiata poi tanto, la guardava scrutare il varco in attesa di qualcosa. Inquieta e pensosa. Immaginò che aspettasse ancora il pollice in su di Jusuf. E di questo si convinse, quando lo vide emergere dalla folla che straripava oltre il varco. Con quella barba e quel viso teso in pochi lo avrebbero riconosciuto, ma l’uomo quegli occhi non li aveva dimenticati. Erano sempre quelli del ragazzino che provava a far dire ai fiori di campo le parole d’amore a lui ignote.
Miriam e Jusuf si guardarono impietriti e in un attimo compresero che per loro era già troppo tardi, che il congegno che il ragazzo si era fatto fissare addosso era all’ultimo tic. Una luce, un tuono, uno squarcio nei timpani, sulla pelle e sulle ossa. E poi polvere, stridore di denti, sangue, pietre e lacrime impastate di rabbia e di odio. Tutto di loro cadde a terra, violentemente, insieme alla mimetica con dentro il viso imbrattato di Miriam.
L’uomo si avvicinò, guardò il fango e il sangue su quel volto di donn, e alzando la testa li vide bambini, in fondo alla strada tenersi per mano. Guardavano entrambi dalla sua parte e lo salutavano con le manine. Lui ricambiò con un mesto sorriso. Poi per mano iniziarono leggeri a planare sul prato vicino, carezzavano i fiori sfiorando appena le corolle. Poi volteggiando sempre più in alto e più in alto e ancora di più scomparvero alla sua vista, liberi finalmente di essere umani.

15 Marzo 

Abbiamo parlato,

non succedeva da diverso tempo. Lo so per certo.

Quel parlare, giusto quel parlare, quando apri la valvola e le parole sbuffano fuori, come una moka che ha finito il suo dovere e sbollisce placida.

Ha ascoltato,  quante persone che conosci ascoltano? Poche, non trovi? Quanto è curioso che le persone ascoltino così, senza preavviso, proprio quelle verso cui non ti saresti rivolto, fino a poco prima?

Sai, ti sto cercando, vorrei tu sapessi. E’ il desiderio del “non ancora” come se fossi ad un passo da te. Di quando vorresti prendere quel nuovo smartphone solo per comporre un vecchio numero, ed infine finire in qualche post di facebook, oppure una notifica su instagram, un messaggio dalla Vodafon. Ecco la nostra ricca realtà virtuale.

Siamo la generazione della sterilità sentimentale.

Ha ascoltato, quante persone che conosci  ascoltano? Poche, lo so. Mi domando a chi ti rivolgi, quando la tua nave sta per girare il timone, hai ancora una stella da guardare di buon auspicio?

Credo di aver perso di vista la mia, so che c’è, da qualche parte  indicherà la cosa migliore o forse la meno peggiore.

Stavamo parlando, un fresco primo mattino. Ascoltava sì, con vivo interesse ed una stanchezza evidente sugli occhi e sulla lingua. Parlavamo, come se il tempo fosse tutto lì, come se tutto potesse aspettare la fine della nostra conversazione.

Stringendomi nella mia finta giacca di pelle, qualche brivido per il freddo e la stanchezza addosso “e così, tutto come deve andare, non trovi?” “si, trovo, e sai… a volte penso che tutto possa essere realizzato, delle altre maledico il giorno in cui ho iniziato, ridicolo, non trovi?”

Non ho composto nessun numero, non ne avevo modo. Quel nuovo smartphone sembrava così inutile, in mezzo al sedile del passeggero, mentre me ne tornavo a casa in macchina. Accendo lo stereo e lascio ripetere la stessa canzone. L’unica compagnia di questo periodo.

Mi domando verso chi, tu ti stia rivolgendo. Forse mi pongo un pensiero in più e forse scorri sulle tue acque, con l’unico pensiero di cosa portare al porto a fine giornata.

Volevo essere fatto diversamente, pensare ad altro o non pensare affatto, ma sai, stavamo parlando, un fresco primo mattino. Ed il suo interesse nell’ascoltarmi, ha riportato a te, chiedendomi se mai e quando ti potrò…

 

Assenza

L’assenza ha qualche parentela con la morte, manca qualcosa , una parte di te. Un giorno c’è , il giorno dopo non c’è più.

Che cosa accade a una casa dove si sente una assenza? La casa ,naturalmente, resterebbe la stessa, non sarebbe consapevole di quanto è accaduto. I muri restano al loro posto. Le porte, pronte per essere aperte e chiuse. Piatti e bicchieri , sempre disponibili, anche se non ci fosse più nessuno a usarli per mangiare e bere.

Se manchi tu è come se nessuno vivesse qua.

Le poltrone restano immobili, pronte a servire chiunque vuole sedersi. Le lancette dell’orologio continuano ad andare avanti, con lo stesso tic tac immutabile, ricominciare il loro giro a mezzanotte, come se il giorno finito non ci fosse mai stato. Questa mattina ho voglia di rimanere a letto e guardo fuori dalla finestra , ascolto il vento, lo sento passare con un fruscio tra gli alberi e invidio i rami per la loro pazienza.Sento prepotente la tua assenza , è quasi un male fisico.Guardo la pallida luce del sole che tenta di aprirsi un varco tra le nuvole , senza riuscirci.

Mi chiedo quale sia lo scopo di tutto quello che accade, di questo infinito ripetersi.

C’è stato un tempo che al mio risveglio sentivo il profumo del caffè, sentivo il tuo canticchiare lontano, il tintinnio delle tazze, il profumo dei croissant . Anche questi odori sono scomparsi , quei piccoli rumori. Stamattina la casa è silenziosa , non ha odori , nessun tipo di odore neanche cattivo sembra asettica . Il cuscino dalla tua parte ha perso la tua impronta, mi mancano le tue calze gettate sulla poltroncina , i tuoi braccialetti sparsi sul comodino, tutto questo ordine mi opprime.

Cerco di captare un leggero profumo di te, anche solo una sensazione di te ma il vuoto impera.Mi alzo e sento il freddo sotto alla pianta del piede , mi fa salire un leggero brivido che mi fa sentire vivo.

Il sole ha vinto la sua battaglia e splende , la nuvole sono un vago ricordo. Entro nel salone e il mio sguardo cade sulla tua pianta che giganteggia di fronte alla finestra, due splendidi fiori sono sbocciati nella notte.

La tua pianta è fiorita anche senza di te , tutte le notti finiscono al mattino.

Riflessioni dal fondo del pozzo – II

Ciao a tutti, per oggi avevo intenzione di proporvi un pezzo scritto apposta per l’8 Marzo ma, ahimè, mi manca la verve necessaria per perfezionarlo e concluderlo; ve lo farò leggere più avanti, perdonatemi! Ergo, oggi pubblico un’altra riflessione dal fondo del pozzo, sempre in forma di diario. Buona lettura!

Caro diario,

l’introduzione di oggi sembra quasi adolescenziale: questo pomeriggio, mentre guidavo, un sound intimo e coinvolgente proveniente dalla mia stazione radio preferita mi ha portato subito ad alzare il volume e a scoprire una canzone dalle parole tanto semplici quanto profonde: si intitola “Fickle Game” ed è un brano della rock band britannica Amber Run. Cosa mi ha colpito? Al primo ascolto, oltre alla melodia, una frase ha catturato la mia attenzione “I’m not fast enough to get away” (non sono abbastanza veloce per scappare). Appena ho potuto fermare l’auto, ho preso il cellulare e segnato quella frase per ritrovarla più tardi nella quiete della mia stanza. E qui, dopo un ascolto attento, mi sono innamorata; un’altra canzone che sembra scritta apposta per me, ho pensato. E sempre qui un’altra frase mi ha preso dritta dritta al cuore: “I’m old enough to know I’ll end up dying and not young enough to forget again” (sono abbastanza grande da sapere che finirò per morire ma non giovane abbastanza per dimenticare nuovamente).

Frase difficile, starai pensando. Lo è, ti confermo. I giovani dovrebbero vivere, amare, sperare, giocare; dovrebbero vivere alla giornata, senza preoccuparsi del domani, credere di poter avere il mondo ai propri piedi, di poter vivere per sempre. Non dovrebbero mai avere quell’idea concreta di morte marchiata a fuoco da qualche parte nell’anima. Ma la vita, si sa, idilliaca non è, quindi chi ha il marchio, lo caccia via rinchiudendolo sotto strati di sorrisi forzati e false speranze miste a lacrime e dolore atroce.

In quelle poche parole che tanto mi hanno colpito sta una verità spaventosa: quel marchio non si può togliere; sta lì, immobile come un macigno in equilibrio instabile cui basta un alito di vento per cadere giù e trascinare con sé un Sé. Io sono davvero abbastanza grande da sapere che non vivrò in eterno, ma, almeno dentro, non sono abbastanza giovane da poterlo non tanto dimenticare, quanto mettere da parte almeno per un po’. Eppure, anagraficamente parlando, dovrei ancora essere in quella fase un po’ hippie fatta di zaini in spalla e “flower power”  in cui si è convinti di poter vivere per sempre.

Bella, l’illusione. Afferma che da qualche parte sta ancora l’innocenza, quella dei bambini che camminano senza paura incuranti dei pericoli e delle conseguenze di ogni singolo passo. Io ai passi penso troppo; nella mia testa sono sempre un passo avanti, letteralmente. E alla fine non so più dove metterli, i piedi.

In questo vortice l’unica certezza rimane l’incertezza che mai, mai dovrebbe mettere a freno sogni e speranze. Non dovrebbe ma lo fa e io resto bloccata nella mia mezza mezza età che pare essere arrivata troppo in fretta, portando con sé fardelli non suoi le cui radici affondano in una vita, la mia, e non troppo lontane nel tempo.

Ma il passato non si può cambiare, come ben sappiamo. Quindi che fare? Pensare. Riflettere. Capire. Imparare. Vivere. Sì, perché io non riesco a fare una cosa senza le altre: è uno dei miei più grandi difetti, se così lo possiamo chiamare.

Per oggi è tutto, diario. Continuerò ad ascoltare in loop “Fickle Game” finché non avrà sciolto qualcosa e magari portato a galla qualcos’altro ispirando un’altra delle mie riflessioni sgangherate.

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IN THE AIR TONIGHT

La mia notte ha il retrogusto dell’abbandono. Si insinua tra una frase di pianoforte a luci soffuse e  un respiro rallentato. E’ lo smarrimento di un filo dell’ordine causale. Il ribadire un’attesa che si tramuta in volontà di progredire. La mia notte è il tappeto emozionale per cui gli schemi mentali che ti legano a un modo di essere appreso da altri, per geni e generazioni, per abitudini di città e attraverso venti di montagna al confine, vengono frantumati in pulviscoli. La mia notte è il regno dell’inevitabilità e ha tanti volti. Un sotterfugio troppo spesso calpestato e incompreso, il pretesto per aprire gli argini, la fila di corpi emozionati a un evento comune senza qui e ora, l’osservare silente una bottiglia vuota in una camera di schiamazzi, il computo dell’essenza di sensualità senza regole rigide, l’antenna primordiale che direzioniamo al mondo magico e immaginario, la rivoluzione dell’imperfezione che si invoca senza saperla. La mia notte non è che il mistero dei vizi che si celano dietro a crimini senza autentiche colpe, l’abisso che più aggrada e meglio spaventa, l’abito segreto che il giorno indossa per poi disfarsene con vergogna. Si, ogni notte è l’incipit artistico di un uomo senza avventura, la cellula impazzita di un tessuto primordiale, il circuito tribale in cui avviene l’intima connessione con chi ha il fascino nelle vene.

E tu, che mi guardi vivere, raccontami la notte, sussurrala e alimentane la sua lenta discesa, finchè non giungerai alla coda di una notte altrui.

L’USCIERE SENZA I

Quando la maestra chiese agli alunni quale fosse il lavoro dei genitori, i bambini cominciarono ad alzare la mano per rispondere. Qualcuno gridò, mentre altri si alzarono in piedi nel tentativo d’essere i primi a parlare.

Ma la maestra zittì tutti con un colpo di tosse e un indice che fendeva l’aria segnando un preciso no. Poi disse:

“Me lo dovete scrivere!”

Così i bambini tirarono fuori il quaderno a righe con i margini ben marcati e scrissero in rosso la domanda: quale lavoro svolgono i tuoi genitori?

La risposta, perché così voleva la maestra, fu scritta in blu.

“Prima il lavoro della mamma o prima quello del papà?” domandò una bambina con una treccia lunga fino a metà schiena.

“Scrivete prima quello che preferite”.

Così i bambini cominciarono a scrivere; chi l’ingegnere, chi l’insegnante, chi l’idraulico, chi la maestra, chi l’infermiera, uno scrisse addirittura che la mamma faceva l’astronauta.

Un bambino con i capelli corti e la cresta ben ingellata, scrisse che il papà faceva l’uscere, ma lo scrisse senza “i”, così che la maestra quando corresse il compito fece un bel segnaccio con la matita rossa e aggiunse una grottesca “i” proprio sopra il mestiere del papà.

E siccome quel signore faceva l’usciere in quella scuola, la maestra informò immediatamente la preside.

“Abbiamo un usciere senza “i”?” domandò la preside sperando di aver capito male.

“Così ha scritto il figlio” rispose prontamente la maestra.

“Allora abbiamo un usciere fuori norma. Sia quindi sospeso dal servizio! Non si è mai visto un usciere cui scappano le “i”.

L’usciere, che poi era un bidello assunto per controllare che non scappasse alcun bambino dalla scuola, cercò di difendersi.

“Ma cosa ho fatto di male?” chiese a sua discolpa. “Rimproverate piuttosto mio figlio”.

“Nulla di male” disse la preside, “ma se a suo figlio è scappata la “i”, a lei che è persino più grande, cosa mai potrà scappare? Forse un bambino da sotto il naso? Dica a suo figlio di aggiungere la “i”, così almeno sarà un usciere a norma e potrà tornare di nuovo a lavorare con noi”.

di Stefano Re

La notte…

La notte la preferisco,

tutto si attenua, si calma ed i pensieri appaiono più nitidi.

Il silenzio è una coltre pesante che tutto circonda e ricopre

mentre l’oscurità è complice delle ambiguità e nasconde trame inquiete.

La luna illumina e guida il desiderio di quelli che col pensiero disperatamente si cercano

di coloro che si amano e non trovano pace.

La notte ascolto la tua voce forte e chiara,

 mi conforta e mi tiene compagnia

le distanze perdono importanza e le emozioni,

i ricordi si incontrano e si intrecciano a metà strada,

sotto il cielo stellato.

Notti  trascorse insonni a raccontarci i nostri pensieri più segreti,

a sussurrarci dolci parole

ad assaporare quel momento tutto per noi,

mentre il mondo intorno è addormentato,

solo tu ed io….la notte è per noi..

la notte è per chi si AMA.

LA PIUMA.

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Cade oscillando dal cielo, leggera e angelica eppure così, inevitabilmente, si avvicina al suolo.
Nulla può resistere alla gravità, niente che sia materia.
Tutto ciò che nasce dalla terra, torna alla terra.
Anche se a lungo ha volato in spirali, passaggi veloci e planate, libera, alta e giocando tra le nuvole, il suo è ora un volo contrario, come un “rewind”.
Si adagerà piano tra fili d’erba o forse nel fango, oppure nelle acque di quel fiume.
O magari resisterà, per poco, a balzi sospinta da una qualche brezza sopraggiunta per caso.
Poi imprigionata, immobile e in balia della sua condanna, dipenderà dalle irrevocabili sentenze del tempo.
Consumata, spettinata e sporca giacerà in attesa di svanire per sempre.
E’ ormai vicina, soltanto una bianca piuma.