Racconti impossibili – una storia di Canterbury – parte undicesima

Dopo un bel po’ di silenzio torna a parlare di sé frate Ethan e la sua indagine. Per chi volesse rinfrescarsi la memoria aggiungerò che il nostro frate dopo essere partito da Canterbury per indagare sui motivi per i quali Sir Percival non è più ammesso alla corte di King James, parte per Maidstone, la capitale del regno di Kent, per incontrare Glovine il bibliotecario cieco. Non è facile avvicinarlo ma si sa che gli scudi d’argento possono aprire tutte le porte.

Eccomi con la nuova parte di questo fueuilleton non troppo brillante. Se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Come aveva supposto il paggio lo squadrò dall’alto in basso come se fosse un pezzente che chiede la questua.

«King James, il nostro amato sire, è molto impegnato con le questioni di stato. Se…».

Frate Ethan lo fulminò con lo sguardo e lo interruppe senza prestare attenzione a quello che diceva.

«Dica a King James di non affaticarsi troppo con le questioni di stato. Frate Ethan, l’ambasciatore di Sir Prince John Percival, porge i suoi ossequi. Quando troverà un istante di tempo mi chiami. Sa dove trovarmi».

Detto questo si girò e si diresse verso l’uscita del castello reale, lasciando interdetto il paggio per simile sfrontatezza. Non era abituato a essere trattato come una nullità, specialmente da un frate. Aprì la bocca per formulare un qualsiasi pensiero ma questi gli morirono in gola, perché frate Ethan era già scomparso dalla sua vista.

Ethan ripresa la sua cavalcatura si diresse Al cervo d’oro. Questa discussione gli aveva fatto venir fame. Osservando la posizione del sole, visto che splendeva pallido tra nuvole veloci, dedusse che era l’ora sesta. “Giusto il tempo per un bel pasticcio di pesci di fiume con fichi, uva passa e mela agra e per concludere formaggio di pecora stagionato”. Sorrise a questo pensiero, mentre rientrava in città.

Mentre pranzava provò a ricapitolare le domande da porre domani a Glovine, ma il pranzo innaffiato di birra era troppo gustoso per rimanere concentrato sull’incontro dell’indomani.

Visto che dopo settimane di pioggia e freddo la giornata prometteva di essere tiepida, decise di cercare un posto per meditare e formulare i quesiti. Dopo aver vagabondato senza trovare quello che faceva al caso suo, optò per Saint George, dove di certo c’era l’atmosfera giusta.

Trovato una panca libera in una navata laterale defilata quasi nascosta, si sedette chiudendo gli occhi. La luce tremolante delle candele filtrava soffusa tra le palpebre. Adesso aveva la mente sgombra e pronta per formulare le domande. “Chissà se risponderà oppure mi caccerà in malo modo”. Tre erano i quesiti importanti: perché King James aveva allontanato Sir Percival dalla corte, chi ha ordinato la morte del cognato e infine cosa avrebbe dovuto fare il suo signore per tornare nelle grazie del re.

Si avvolse nel mantello di lana grezza per proteggersi dal freddo della Cattedrale e cominciò a pregare. “In questi giorni ho trascurato di rendere omaggio al Signore. Devo riparare se desidero raggiungere l’obiettivo richiesto dal mio principe”.

Cominciò con le litanie delle preghiere del mattino. Sembravano inopportune visto che era pomeriggio avanzato, mentre più correttamente doveva recitare quelle del Vespro. “Stamani non ho pregato e ora faccio ammenda” mormorò con un filo di voce, quando udì lo scalpiccio leggero di passi femminili. La panca era avvolta nella penombra a malapena rischiarata da tremule candele. “Se qualcuno viene verso di me” penso, stringendo gli occhi che non si erano abituati al buio della navata, “cerca di sicuro la mia persona”.

Il rumore veniva dalle sue spalle ma non si volse per conoscere chi osava rompere la sua meditazione.

«Sono Gwen, frate Ethan» sussurrò una voce nota. Anche se non si fosse presentata l’avrebbe riconosciuta tra mille. “Cosa vuole questa ragazza?” pensò in una frazione di tempo.

Continuò a voltarle le spalle ma con la mano le indicò di sedersi accanto a lui. Doveva dare l’impressione di un incontro casuale.

«Ditemi». Il tono della voce era spiccio nonostante avesse sussurrato la domanda.

«Volevo chiedervi se domani mi prendete con voi».

Frate Ethan rimase sorpreso dalla richiesta della ragazza. Non si capacitava dei motivi per i quali Gwen desiderava entrare nel palazzo.

«Perché dovrei?»

Passata la sorpresa ebbe un moto di stizza che cercò di non manifestare attraverso la voce. Aggrottò la fronte in attesa di una spiegazione.

«Quei pochi denari che Robert mi dava mi facevano comodo. Quindi voglio chiedere se mi assume al suo servizio».

Poi rimase in silenzio in attesa di una risposta positiva.

Frate Ethan sgranò gli occhi sotto il cappuccio che copriva il suo volto. Aprì la bocca per chiuderla rapidamente. Lo sconcerto era troppo forte per rispondere subito. Doveva riflettere e calibrare le parole. “Non credo che Maria Agnes sara felice di vedere me insieme a Gwen”.

«Ma Maria Agnes che dirà, vedendovi?»

Un leggero risolino subito represso usci dalla bocca della ragazza.

«Ma lei non lo saprà».

Il frate era sempre più sconcertato. “Vuole venire con me e nessuna la vede. Forse si tramuta in fantasma?” Doveva chiarire bene questo punto. Maria Agnes era troppo importante per lui per inimicarsela.

Gwen intuì i pensieri di Frtate Ethan e gli spiegò il piano escogitato.

«Domani all’ora terza, anzi prima, mi nasconderò qui in chiesa per vedere dove Maria Agnes vi conduce per passare nel palazzo di Glovine. Io vi seguirò silenziosa fino alla meta».

Il frate annuì. Aveva compreso il piano di Gwen ma restavano ancora dei dettagli da chiarire.

«D’accordo ma poi nel palazzo come pensate di agire?» Era curioso di conoscere il resto.

Nuovo risolino sommesso da parte della ragazza.

«Sono piccola e passo inosservata nella penombra della stanza. Aspetterò paziente che voi e Maria Agnes ve ne andiate per uscire e implorare Glovine».

Adesso era il frate a ridacchiare. “Furba la ragazza. Aspetta solo che Glovine rimanga solo prima di uscire dal suo nascondiglio”. Stava per chiedere cosa avrebbe ottenuto in permuta, quando cambiò idea. Doveva dire solo un sì oppure un no senza scambiare nulla.

«Se voi mi aiutate nell’esecuzione del piano, io…»

Frate Ethan la interruppe subito. Niente scambi ma solo una risposta positiva o negativa.

«D’accordo. Io fingerò di nono conoscere i vostri piani e di ignorare che voi mi avete seguita nel passaggio segreto, se qualcosa…».

«Non avrete di che pentirvi. Andrà tutto bene».

Silenziosa come una gatta si alzò per andarsene lasciando il frate a rimuginare su quello che gli aveva raccontato.

Stay tuned for next Episode.

SUL PARAPETTO

Salì sul parapetto del ponte e si aggrappò ad un cartello stradale per trovare l’equilibrio. Sotto c’erano trenta metri di vuoto e in basso si dipanava il letto in secca di un torrente di montagna. Era arrivato fino lì per farla finita, anche se la malattia non gli permetteva di comprendere fino in fondo da che cosa stesse realmente scappando. Non aveva grossi problemi, se non una multa di pochi euro da pagare, più l’onta per non essere stato capace di difendere le proprie scelte davanti al vigile che lo sanzionava per un arancio che la polizia municipale aveva visto rosso. In fondo lo stipendio da manager di una grande multinazionale americana non lo metteva in condizione di finire nella rete dell’Agenzia delle entrate. Si buttava semplicemente per un gesto eroico. Aveva una vita normale, ma mai gli era capitato di finire su un giornale, seppur minore, per qualcosa di eclatante. Questo era ciò che lo angustiava, questo era il motivo di una depressione che l’aveva condotto prima dal medico, poi da uno strizzacervelli e quindi in farmacia per acquistare farmaci atti alla ricaptazione della serotonina. Voleva lanciarsi per avere uno spazio sul giornale, per mettere in difficoltà qualche amico, così che per qualche giorno ci fosse qualcuno che si sentisse in colpa per non aver capito il suo stato d’animo. Distratti, in fondo aveva amici distratti. Ecco, forse lo angustiava la distrazione che vagava per il mondo trasformando animali sociali in individui egoisti e spesso egocentrati. Era la malattia del mondo, la malattia dell’anno duemilaventuno. Ma se poi nessuno si fosse posto domande? Sarebbe morto senza quelle righe che avrebbero messo in risalto una vita normale? Decise di scrivere due righe e si lasciarle sul ciglio della strada. Ma se poi il vento avesse spazzato via quel biglietto? Si sa che il destino si fa beffe delle nostre pianificazioni. Scese dal parapetto e si mise a pensare. Doveva uscire dalla vita nel modo migliore, doveva lasciare un segno. Ma come? Aspettò che gli venisse un’idea, ma più che l’idea si accorse che stava perdendo tempo, si accorse che era sul quel ponte da circa un’ora. Risalì sul parapetto e guardò in basso. Gli sovvenne la vertigine, e la testa per un attimo virò su se stessa offuscandogli la vista. Contò fino a tre, poi contò fino a dieci, quindi contò fino a cento e quando arrivò alla prima unità della secondo centinaio decise di scendere dal parapetto. Scrisse il biglietto: farla finita è un modo per apparire. Dunque trovò una pietra per fissare sull’asfalto lo scritto e salì di nuovo sul parapetto. Questa volta decise di non contare e col la forza del coraggio chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto.

Dopo qualche giorno di assenza dal lavoro, qualcuno decise di cercarlo, ma non trovandolo, si rivolse ai carabinieri e fece denuncia. Nel frattempo un tale trovò il biglietto. Mancava la firma. Chissà cosa vuol dire, pensò l’uomo prima di lanciare il foglietto giù dal ponte. La firma, si era dimenticato di firmare. Era uscito dalla vita dimenticando di lasciare il nome su quel foglietto. Ritrovarono il corpo sfigurato circa tre mesi dopo, ma non avendo familiari nessuno lo riconobbe. Gli amici l’avevano dato per disperso e sapendolo sereno, in fondo non aveva grossi problemi da far pensare il peggio, immaginarono fosse scappato in qualche paese caraibico per cominciare una vita nuova. Un giornale locale diede la notizia del ritrovamento di un corpo, spiegando che nessuno sapeva riconoscere di chi fosse.

Finì presto nel dimenticatoio, tra la distrazione cosmica di un mondo che presenta solo parapetti tra il prima e il dopo.

Stefano Re

VITA.

Ficcando la punta del naso tra le sbarre della recinzione che separa due proprietà, una signora domanda alla sua vicina: “Vorrei proprio sapere cosa ti ha spinto a dedicarti solo ora, e con tutta quella passione, all’arte del giardinaggio.”
Senza sollevare lo sguardo da terra, e sorridendo come in preda all’estasi, la vecchietta non tarda a risponderle: “Sapendomi negata, ho sempre temuto di far morire tutto ciò che piantavo. Da qualche tempo però, osservando spuntare alcune tenere piantine, mi sono accorta di quanto sia preziosa la vita.

L’innamorato della Luna

Ecco.
Una figurina nera e agile corre per i tetti. Una distesa di tetti in ardesia. Fino a poco prima infiammati dal tramonto. Dove va? Sale, passa da un cornicione all’altro. Fiuta l’aria, schiva i piccioni. Toh, un gabbiano. Via, via di qua, uccellaccio prepotente, ho fretta sai! Via! Oh, volato via! Bene!
Una figurina nera e agile continua a correre, lungo i tetti, lungo i cornicioni, fra le ardesie. Corre, corre, corre. Dove va? Salta di qua, gira di là. Cerca un posto. Si arrampica per i muretti. Sale su, in cima a un tetto, davanti al mare. Lì si acquatta e aspetta. Cosa rende così inquieto un sottile micio nero?
Oh, ecco, finalmente! La candida luce della Luna. Ecco il suo amore, la sua passione. La Dea d’argento era quallo che aspettava. Seduto, la testolina inclinata, la guarda e la rimira, con occhi innamorati.

E.

Bobbi. Una storia vera


Bobbi era uno dei cani da caccia del mio nonno materno. Dalla mia nascita era il terzo. Andavo volentieri dai nonni, che vivevano in un piccolo paese agricolo della Marsica, perché da loro si stava all’aria aperta e c’erano tanti animali da cortile. Il primo cane di nonno che io conobbi si chiamava Giancarlo, per tutti Giancherino, un bel setter inglese bianco e nero. Gliel’aveva lasciato un cacciatore che non era più tornato a riprenderlo. Mi piaceva Giancarlo anche se non considerava molto noi bambine. Lui era un cane da lavoro, non poteva perdere tempo a giocare. Un bel giorno, una domenica che andammo a trovarli, mi venne incontro un festante cagnolino. Nonno mi disse: «Questa è Lola», mentre la cagnetta faceva salti acrobatici per raggiungermi il viso e leccarlo. Lola era un bracchetto marrone e, quando crebbe, ebbe una cucciolata di ben dodici cagnolini. La trovai io nel fienile mentre stava partorendo. Corsi dentro gridando che Lola aveva avuto i figlioletti e nessuno mi credeva.

«Che ne capisci di queste cose», disse nonno ma, visto che insistevo, mi venne dietro e constatò che avevo capito bene.

Andammo via, con la mia famiglia, e rividi l’unico figlio rimasto di Lola quando era già grandicello. Nonno aveva regalato gli altri a cacciatori suoi amici che li avevano presi volentieri, dato che Lola era brava nella caccia e si sperava che anche la sua discendenza lo fosse. Il figlio rimasto fu chiamato Bobbi. Nonno diceva che era di Giancarlo e Lola, ma io avevo i miei dubbi, perché Bobbi era biondo e aveva la testa di un Golden retriver, ma di questo una bambina che ne capisce?

Nel frattempo Giancarlo era morto e io giocavo con Lola e Bobbi, un bel cane robusto e possente, ma gli piacevano i topi e a nonno non stava bene. Un giorno lo trovai con un topo attaccato sotto il collo e il mio avo mi spiegò che così si sarebbe disgustato dell’odore e non li avrebbe più cacciati; mi disse che, se avesse continuato coi topi, gli si sarebbe rovinato il fiuto per la caccia.

Mia zia materna veniva a trovarci spesso e passava del tempo con noi. Un giorno che uscimmo per fare una passeggiata insieme, ci ritrovammo Bobbi davanti al portone che ci accolse festoso. Zia lo scacciò. Il povero cane smise di scodinzolare contento e andò via senza neanche voltarsi. Bobbi aveva valicato montagne alte dell’Appennino per ritrovare la zia ed era stato mandato via. Io non capivo la situazione e mi dispiaceva che fosse stato allontanato. Allora zia mi disse che nonno lo aveva portato a morire sulle montagne perché era malato e lei cosa poteva fare? Mica potevamo portarlo a casa con noi. Io ci rimasi davvero male e non mi capacitavo di tanto disinteresse per un cane che aveva lavorato e aveva fatto mangiare carne alla famiglia di mio nonno.

Vi racconto di Bobbi perché non ho mai dimenticato quel giorno in cui ci voltò le spalle e andò via, forse a morire sulle montagne. Non era tornato da nonno che lo aveva abbandonato, ma aveva cercato aiuto da zia che a sua volta non aveva potuto dargliene. Ve ne racconto perché lo penso spesso e mi meraviglio ancora che dal paese dove era nato e vissuto, contando solo sul suo fiuto e, per strade che solo lui aveva saputo trovare, aveva rintracciato la sua padroncina. Era davvero figlio di Lola e ne aveva ereditato le caratteristiche da cane da caccia che mio nonno vantava sempre.

Layla

La signora e il signor Londsdale trascorsero gli ultimi anni della loro lunga esistenza curando amorevolmente il loro giardino. Piantarono folti cespugli di bosso lungo tutto il confine, alberi frondosi e roseti colorati un po’ ovunque. Macchie odorose sfavillanti di verde intenso e cespugli fioriti si estesero poi su quella che battezzarono come la loro “provvidenziale collinetta”. Si trattava in realtà di un serie di piccoli massi e ciotoli che avevano iniziato ad accumulare vicino al casotto degli attrezzi, proprio accanto al costone di roccia che delimita a sud il grande parco verde. Il rilievo artificiale crebbe in fretta espandendosi in larghezza, sotto la smania creatrice dei due che lo colonizzarono anno dopo anno con piante infiltrate nei vuoti tra le pietre ricolmati di terriccio. A vederlo dopo anni di cura, tutto si sarebbe potuto pensare tranne che si fosse dinanzi a una artificiosa estensione dalla parete a strapiombo.
La coppia era divenuta nel tempo la protettrice del borgo intero, per la generosità che si era spesso manifestata negl’interventi alla trascurata edilizia pubblica locale. Esempi erano l’asilo completamente ristrutturato e la piccola ma fornita biblioteca comunale. E lo stesso ufficio del sindaco aveva ricevuto una bella rinfrescata e ammodernata negli impianti. Molta attenzione ebbe anche il parroco, nonostante la diversa confessione religiosa dei coniugi e soprattutto il pessimo carattere del prelato che potè così assicurare all’oratorio la giusta manutenzione nel tempo tanto trascurata.
Nel silenzio discreto oltre le persiane, spesso si ringraziavano i tanti piccoli ma sostanziali aiuti economici a famiglie stremate dalle cattive annate di pesca. Ma su questo, poco si seppe in realtà, perché il patto era tassativo: nessuna pubblicità e nessun riferimento diretto, pena l’esclusione dalla lista di beneficiati per sempre; mossa questa non proprio compresa dalla popolazione, non adusa a tal discreta beneficenza.
Il signor Scalici, il giardiniere fidatissimo di casa Londsdale, fu il primo quella mattina a trovarli in apparenza assopiti sulla panchina di ferro battuto e legno accanto al laghetto. Con cautela si era avvicinato e aveva provato a scuoterli per destarli, ma ciò che temeva si dimostrò vero purtroppo: quello era stato il loro ultimo giorno. Scalici era entrato da ragazzo al loro servizio, un anno esatto dopo l’acquisto della villa che i due avevano già da subito designato come ultima loro residenza.
Scalici e la signora Mannino, cuoca rinomata e sapiente, avevano poi chiamato i medici che ne avevano certificato il decesso e si erano occupati di ricomporre i due corpi esanimi nel grande letto di ferro battuto, l’uno accanto all’altra. Con un gesto amorevole la fidata governante era pure riuscita a far loro intrecciare le mani e a vederli con il loro viso sereno e quella posa tenera sembrava davvero che fossero ancora nel pieno dei sogni, dopo una notte d’amore, e che da un momento all’altro si sarebbero svegliati, chiedendosi del perché di tutto quel trambusto. Di certo si sarebbero stupiti di esser distesi ancora vestiti a festa, provando a ricordare di quali bagordi fossero reduci. Avrebbero riso della loro mente svampita e del bicchiere in più che li aveva portati a quella comica situazione. E quindi, chiesto i quotidiani da leggere, fatto le coccole a Quizzy la cockerina di due anni che li aspettava sul patio, avrebbero augurato il buongiorno con un sorriso radioso alla signora Mannino e al suo vassoio enorme di dolci fatti in casa da accompagnare con il caffè leggero della mattina. Ma niente, loro due rimanevano fermi e inanimati stringendosi per mano, finché il signor Maniscalco delle pompe funebri non reputò che era tempo di separarli nei loro ultimi avelli. La Mannino pianse mentre Scalici le teneva una mano sulla spalla: avrebbe voluto farlo anche lui, ma ritenne poco adatto a un uomo della sua età darsi a quelle manifestazioni sentimentali. Quizzy osservò tutto con circospezione provando a capire l’assenza prolungata di coccole e il motivo di tutta quella gente in giro. Non soddisfatta delle spiegazioni che la sua povera mente animale riuscì a decifrare, volse la sua attenzione sul pallido sole che riscaldava appena il prato e decise di stendersi lì, in attesa degli eventi.
Il figlio Karl arrivò la sera dopo con la sua giovane consorte e le due figlie piccole. Era atterrato dopo un viaggio non proprio semplice, trovando la faccia contrita di Mannino ad aspettarlo in aerostazione insieme alla sua vettura ormai a pieno titolo in lista per il registro delle auto storiche. Tenuta impeccabilmente s’intenda, ma piuttosto scomoda per la famigliola e i loro bagagli. Fortuna che il climatizzatore andava ancora bene e che la sofferenza di quelle due ore di viaggio si era conclusa con qualche rimostranza delle bimbe e un paio di sbuffate della signora. Karl era rimasto silenzioso e assente per tutto il tempo, giusto un saluto di circostanza a Mannino, ricambiato con eguale ricercato distacco. Sapeva infatti il giardiniere tuttofare di casa Londsdale, quanto per quel figlio ormai uomo fosse un sacrificio enorme tornare in quei luoghi. Tra lui e la famiglia si era aperta nel tempo una faglia incolmabile dopo quel trasferimento nella villa, ampliata poi nelle aule dei tribunali dalla contesa sull’eredità disposta dai coniugi verso un non meglio identificato Mr. Crowley, sino a quell’epilogo e alla chiamata della settimana prima del notaio Seminara. Karl aveva quindi solo anticipato quel viaggio e ancora non comprendeva l’astio che i suoi genitori avevano coltivato in tutti quegli anni verso di lui per tenerlo lontano da loro e da quella casa.
Già la casa: Karl non era mai arrivato a una giustificazione logica, ma quella villa aveva distrutto tutto il rapporto con la sua famiglia, l’aveva fatto fuggire lontano sperando davvero di non tornare mai più. Eppure proprio di quel luogo lui non voleva perdere il possesso, solo di quello e di null’altro del vasto patrimonio dei Londsdale. Rivoleva solo ciò di cui la cattiveria dei suoi aveva incessantemente provato a privarlo. C’erano due facce dei suoi genitori che si contendevano i suoi ricordi: quella amorevole del prima della villa, la vita lenta e attenta al prossimo nello Yorkshire e in realtà sperimentata per qualche anno anche in quel luogo. E poi quella feroce, solo a lui riservata fin da ragazzino, piena di limiti e punizioni per nulla giustificate, spinte per nulla velate a lasciar la casa il prima possibile.
La signora e il signor Londsdale nella loro lunga vita ebbero comunque momenti, diciamo così, di stanchezza di coppia e a dire il vero qualche giovane allievo fu visto più volte sgattaiolare fuori dalla camera da letto della signora Londsdale, dopo le lezioni di piano che impartiva nei noiosi pomeriggi nello Yorkshire. Anche il dottor Londsdale d’altronde usava sporadicamente ospitare nel suo studio medico qualche coppia annoiata, desiderosa di esibirsi per selezionati sguardi maliziosi durante sofisticati giochi erotici. Raramente, e solo con conoscenti di lunga data, si convinceva a unirsi ai corpi eccitati, non lesinando le sue attenzioni a nessun componente specifico della coppia. Due volte aveva anche portato con sé la bella moglie che, sebbene proclamasse di gradir poco le attenzioni femminili delle intervenute, in realtà era più preoccupata di ammettere che quella fosse una ben piacevole incombenza. La goccia che fece traboccare il vaso fu per lei scoprire che tra le buone conoscenze ammesse alle attenzioni attive del consorte, fossero annoverati la sorella Elizabeth e il di lei marito. Con una scusa quella volta si era quindi dileguata dallo studio, evitando di sottolineare nei giorni successivi lo sguardo deluso del cognato e del consorte che di sicuro avevano previsto un ben diverso finale per quell’incontro familiare. Non è noto sapere invece se tali pratiche fossero state mantenute dentro le stanze della villa. Si può solo riportare che alcune malelingue, poche a dire il vero e tutte fedeli frequentazioni del parroco, narravano di visite serali di coppie beneficiate dalle regalie dei Londsdale e ben assortite in termini di vigore fisico.
Posto che gran parte dei fortunati era però gente sola e umile che nulla avrebbe potuto dare in cambio, men che meno in natura oltre al magro pescato del giorno, si potrebbe anche ricordare che alcune delle malelingue e finanche una delle coppie chiacchierate sentivano spesso il bisogno di ottenere conforti religiosi in orari tardi, trovando sempre un uscio nascosto da occhi indiscreti sul retro della canonica provvidenzialmente accostato.
Karl, giunto alla villa, si era sistemato con la sua famiglia in due stanzette mansardate, che dalla terrazza enorme sulla quale si aprivano assicuravano ampio spazio di giochi alle bimbe e una vista mozzafiato verso il mare e sul grande parco verde. Da lassù la “provvidenziale collinetta” colpì subito il giovane Londsdale. Dal giorno della sua partenza si era ancor più accresciuta e ricoperta di fusti e piante che oramai solo a un occhio consapevole potevano destar dubbi sulla sua origine naturale.
Terminata la pratica del rito funebre, officiato da un improbabile pastore recuperato in un paese non troppo vicino, Karl si diede all’esplorazione del parco, in attesa del notaio Seminara e delle sue preannunciate novità. Puntuale come sempre il buffo omino, alto quasi quanto la scrivania dietro cui sciorinava le carte della lunga contesa, comunicò che la signora aveva accettato di non trasferire la proprietà della villa a Mr. Crowley, purché Karl e i suoi eredi non modificassero nulla del parco. Pare infatti che di questo avesse terrore la coppia. Soprattutto che la “provvidenziale collinetta” tanto amata venisse perduta o demolita.
«È stata sua madre a convincere suo padre», disse quasi sottovoce il Seminara, «e a vigilare su questo saranno Mannino e Scalici.»
«Quindi non avremo il piacere di conoscere il signor Crowley neanche questa volta», osservò Karl mentre siglava l’accordo con un accenno di sorriso, «deve essere un uomo molto riservato a quanto pare.»
Il notaio emise un mugugno che doveva contenere una qualche affermazione mista a sollievo, radunò le carte, salutò con referenza e con una certa contentezza nel cuore si avviò fuori per dare il benestare al mandato per il suo onorario, fermo oramai da mesi in attesa di quella dannata firma.
Fu il giorno dopo che un taxi ruppe la monotonia del borgo e il fatto che a chiamarlo fosse stato Karl indispettì non poco Scalici.
«Ma se aveva voglia di andare in città potevo accompagnarla io. Con quello che costano i taxi da noi!», continuava a protestare nervosamente il giardiniere.
«Sono ricco adesso, Scalici. Si riposi invece, la vedo provato e mi rendo conto che il suo legame con i miei era davvero forte», rispose Karl richiudendo la portiera della vettura.
Andato via il taxi, Scalici ebbe poi da irritarsi ulteriormente perché ben due gomme della sua amata auto erano squarciate e giacevano sgonfie e accasciate sulla ghiaia del vialetto. Che avesse in progetto di seguire il nuovo padrone a debita distanza è un sospetto difficile da smentire, ma il trambusto quel giorno non terminò con quegli eventi, perché alle due in punto del pomeriggio un rumore di cingoli squarciò l’aria sonnolenta del dopo pranzo. La Mannino, con uno straccio in mano mise la testa fuori dalla tenda antimosche e rimase raggelata dalla enorme ruspa che stava scivolando fuori dal rimorchio grigio posteggiato appena oltre il cancello d’ingresso. Rovinosamente la cuoca rientrò alla ricerca del telefono, urtando una pila di piatti che con fragore terminarono la loro vita in grossi cocci sparsi ovunque. Allo Scalici occorse quasi un’ora e un paio di passaggi su motorini scalcagnati per tornare alla villa: la voce strozzata della Mannino al telefono lo aveva infatti raggiunto mentre contrattava due gomme in buone condizioni da sostituire alla sua auto. La scena al suo arrivo era surreale: il bulldozer addentava brani della collinetta, svellendo arbusti e sbavando terriccio e radici dai denti arrugginiti; scostati quanto basta da quel putiferio di meccanica e distruzione, la Mannino e il parroco gesticolavano e urlavano verso Karl ogni possibile oscenità, sovrastati però dal rumore della ferraglia ingorda. Scalici potè solo unirsi agli improperi e aspettare con l’occhio vigile l’arrivo del Seminara, da lui subito allertato. Dal terrazzo della villa, le due bimbe intanto sembravano godersi lo spettacolo inatteso con una salva di urletti che accompagnavano il ritmo dei morsi del mostro di metallo e le buffe ruzzolate a pancia all’aria di Quizzy, che alle piccole si era unita per la sua dose di coccole.
Dopo un’altra mezz’ora un ansimante Seminara arrivò nel suo gessato d’ordinanza, trafelato come reduce dalla maratona di New York. Con una rapida occhiata salutò un disperato Scalici e provò a farsi ascoltare dal Londsdale.
«Cosa diavolo state facendo? Avevate preso un impegno, facendo così perderete tutto! Tutto!», urlava con la sua voce stridula il notaio.
Karl lo degnò appena di uno sguardo di sbieco intento a osservare qualcosa in mezzo alla povere alzata dal demolitore. Aspettava un segnale che a un tratto lo precipitò verso la zona delle operazioni: con un gesto intimò alla macchina di fermarsi. Nell’improvviso silenzio le urla dei convenuti continuarono per qualche minuto, ma uno alla volta i quattro si ammutolirono davanti ai pezzi di legno che facevano capolino tra le pietre.
Con la mano Karl scostò un pò di terra da alcune tavole di legno sepolte, davanti a un incredulo Seminara e a un livido Scalici.
«Dieci anni. Avevo dieci anni e lassù in mansarda c’era la stanza dei giochi dei miei. Allora non lo capivo, ma non erano giochi da fare con qualcuno che potesse osservare. Poi per un problema di umidità dal tetto decisero di spostare tutto sul retro e gli scuri di legno pieno furono rimossi e sostituiti con le persiane. Me li ricordo per un pezzo accatastati vicino al casotto», parlava piano Karl accovacciato con gli occhi bassi, carezzando con il palmo il legno rovinato delle vecchie ante. Per qualche minuto sembrò non voler dir altro, muto in un silenzio surreale. Poi due divise da carabiniere attirarono l’attenzione di tutti. Karl si rimise in piedi e con un sorriso si rivolse ai quattro sconvolti personaggi che osservavano con sguardi preoccupati la scena.
«Ho invitato le forze dell’ordine. Spero non vi dispiaccia, perché vi vedo alquanto contrariati. Stiamo festeggiando una nostra vecchia amica in fondo, rallegratevi su!», rise nervoso dirigendo il suo sguardo all’indirizzo del parroco. «Padre Mariano! O preferite che mi rivolga a voi come reverendo Crowley?»
Il sacerdote fece appena per opporsi, ma Karl gli spense subito il fiato in gola. «Layla! La ricordate? Scommetto di sì. Quando ero piccolo e i miei avevano il loro da fare, Layla rimaneva la sera a occuparsi di me.»
Si voltò verso Scalici, «poco prima di squarciarvi le gomme, a proposito pago io la riparazione s’intende, stavo ripensando a quella volta che vi trovai insieme, mentre rassettavate gli attrezzi nel casotto. Doveva esservi caduto qualcosa nei pantaloni e
Layla stava aiutandovi a cercarci dentro. Eppure devo dire che fino a quando non sono tornato nella mansarda, non ho compreso quell’ossessione di mia madre per il parco.»
Si girò all’indirizzo del notaio questa volta, «strano, caro notaio! Mia madre forse voleva solo tenermi fuori da questo posto. Un gesto d’amore in fondo. Ed io che pensavo mi odiasse! Se no ricordo male la procuraste proprio voi quella giovane e bella babysitter ai miei. Arrivavate insieme in macchina, lei e la sua gentile consorte, che dio l’abbia in gloria! E Layla, ricordo bene? Poi voi vi dedicavate al vostro consueto intimo burraco settimanale e lei mi leggeva bellissime favole dai libri che ogni volta mi portavate in dono.»
«E voi? Mia cara signora Mannino!» A lei si rivolse con una piccola giravolta, «quanto eravate giovane e sprovveduta quando quella sera doveste prendere il suo posto. Crowley. L’avevo sentito quel cognome, ma non ricordavo più quando.»
Accanto alla cuoca il giardiniere sembrava cercare protezione, «Scalici! Quando quella sera lei venne a chiamare la sua devota signora Mannino, io fingevo di dormire per non continuare a dover seguire i suoi giochi stupidi. Solo due parole colsi dal vostro bisbiglio: incinta e un termine strano che ricordava guarda caso proprio Crowley. Diciamoci la verità la pronuncia inglese non è il vostro forte. Però, senza alcun nesso allora, per me bambino due eventi si susseguirono dopo che al mattino raccontai quello strano dialogo a mia madre. Che lei iniziò a cercare tutti i modi per cacciarmi di casa e che la “provvidenziale collinetta” crebbe di giorno in giorno.»
Sembrava che il gelo fosse sceso su quel giardino. Karl si rivolse prima ai due carabinieri, «prego, possiamo procedere a quanto pare.» E poi al triste drappello di sodali, «e anche voi miei cari, non avete voglia dopo tanti anni di salutare la nostra amata Layla e lo sfortunato figlio di Mr Crowley? Andiamo, in fondo adesso lui è il nuovo proprietario di villa Londsdale. Corretto notaio Seminara?»
Quizzy sulla terrazza uggiolava sonoramente, visto che ancora nessuno quel giorno aveva provveduto al suo pasto.

La vista dall’alto

La vista dall’alto, al momento, non é chissà cosa.

Una coltre di nubi, una sorta di bambagia lattea, copre completamente la visuale.

Mi avvicino sempre più veloce a qual soffice muro bianco. Almeno io lo immagino soffice. Il sole, una palla di luce nel cielo, non dona quel calore che ci si aspetta. Forse perché in quest’aria sottile che ti rende il respiro corto, affannoso, quasi un rantolo, quel calore non ti arriva.

Intanto sparisco, inghiottito dalle nuvole e tutto si fa grigio, donandomi un sottile senso di angoscia. Dalla luce piena, dal freddo intenso, dall’aria che manca, passo in un bagno traslucido di colore indefinito, che si carica, mano a mano che cado, di una sgradevole umidità. Gli occhiali si velano di mille goccioline e l’aria, mi entra nel naso, in gola, carica di acqua che sento scendere, ma solo un filo, nei miei polmoni. Sempre più avidi d’ossigeno e avverto quella fame d’aria, di cui mi hanno parlato nei giorni dell’ addestramento.

Do un colpo di tosse e poi ancora un altro. Per liberare la gola, per mandar via quell’oppressione che schiaccia il mio petto, che non riesce a dilatarsi come vorrebbe, come dovrebbe. Al muro d’aria si aggiunge quest’acquerugiola nebulizzata e il fiato mi manca.

Un’altra boccata a cercare quell’ossigeno di cui ho bisogno, ma mordo a vuoto e ben poco mi entra in bocca, piuttosto l’aria continua a schiaffeggiarmi e sento le gote che si deformano sotto la forza e la pressione della caduta.

Stupidamente penso alle facce assurde e deformate, fotografate e sparse con dovizia in internet, in quei siti dove la deformità è regalata per strappare una risata. In questo momento, a me non scappa da ridere. Anzi, non so cosa pagherei per effettuare un respiro profondo, tanto da stordirmi per il troppo ossigeno, piuttosto che, come ora sono stordito da un principio di ipossia.

Esco dalle nubi e la terra dai toni che virano dal marrone al verde cupo, si avvicina sempre più. Quel colore grigio, in cui ho viaggiato negli istanti precedenti, non mi ha abbandonato,  anche se vedo, qua e la, sciabolate di luce più vivida, a dimostrazione di varchi luminosi. Gli occhiali si puliscono e la nebbia si scioglie e l’altimetro mi segnala che il momento è arrivato. Afferro la maniglia, sulla mia spalla destra e tiro con forza mentre invio un lampo di preghiera, affinché il paracadute faccia il suo dovere.

Come un obbediente soldatino, un fiore di tessuto colorato si apre indicando la mia presenza, in basso  e in alto. Lo strappo della frenata è tremendo; non aspettavo un colpo così forte, tanto che ho l’impressione che la ragnatela di cinghie di sicurezza, che mi avviluppa siano penetrate nelle mie carni, trovandosi benissimo. Dalla precedente posizione orizzontale, in una quasi apnea, mi trovo appeso ad uno straccio, in balia di un vento mutevole. Comincio così un lavorio con i tiranti. Da una parte per rimanere in posizione eretta, possibilmente. Dall’altra per indirizzare la vela verso il punto di raccolta, o almeno nei pressi. Lentamente e con grandi volute, continuo la discesa e ora assaporo tutta la bellezza del gesto che sto compiendo. Leggero, quasi come l’aria, dall’alto ora scorgo e ammiro cose, che normalmente non vedo. Meglio, le vedo da altra angolazione. Ho la sensazione dei meandri del fiume giù in basso e ora ne leggo tutta la sinuosità. Vedo le lanche e le lingue di sabbia e come la corrente ruba e regala le rive. Poi i tetti e di come il tempo li abbia invecchiati, consunti. Le sottili pennellate di verde che richiamano i muschi e quelle macchie più scure, che rivelano licheni antichi, ovvero polveri e morchie sedimentate.

Ancora lo sguardo si posa sul reticolo delle strade e su quello che scorre su di esse. Pezzi di metallo che custodiscono persone con le loro storie, a narrare di se e degli altri.

Intanto la terra si avvicina sempre più velocemente e debbo prepararmi all’ultimo gesto e quell’alto, che mi ha oppresso, quella vista che aveva suscitato fastidio, sento che mi mancherà.

Mi devo preparare, perché il momento si avvicina, più veloce di quanto immaginassi. Distinguo nettamente la grande lettera su cui dovrò atterrare, dando l’impressione di quella leggerezza che fino ad ora mi ha accompagnato. Non potrò certo schiantarmi, né fermarmi in maniera goffa e impacciata. Piuttosto dovrò imitare un balletto, una danza saltellante tale da poter fermarmi con grazia, quasi a terminare una coreografia iniziata con un tuffo nel vuoto a dimostrazione che per una attimo ho volato, mi sono librato sul mondo che, visto dall’alto, ha una diversa immensità.

L’ immensità vista dall’alto.

04/07

Le prime volte sono esperienze di magnetismo, soffiano sul nostro mosaico di esseri sapienti.
Ci si dimentica di alcune prove?
O sarebbe la solita tiritera, come in certi proverbi?
Non può esserci una conferma, almeno non quando c’è il sibilo di un equinozio.
Quaggiù piuttosto è un girotondo di pretese.
Pretendono che usiamo una buona punteggiatura.
Pretendono sempre qualcosa da raccontare.
Pretendono di farci legare a dei lamenti.
Pretendono di soffocare una seconda primavera.
Pretendono consapevolezza del nostro umore.
O pretendono forse che siamo morti?
Grovigli, intrugli e bavagli.
Li chiediamo al nostro oggi.

STORIA DELL’IMPIEGATO E DEGLI OPERAI


C’era una volta in un tempo che fu, ma il tempo lascia segni che rimbalzano dal passato al presente e dal presente al futuro, insomma da un tempo indefinito ad un tempo distintamente impreciso, un impiegato che si schierò contro gli operai dell’azienda che avevano la colpa di non sopportare il dirigente. Siete pecore, diceva loro ergendosi a lupo fuori dal gregge. Quando vi sveglierete? Non capite che vi siete manopolati a vicenda e non riconoscete le qualità del suddetto superiore? Gli operai non dispensavano risposte, sapendo che il tempo è galantuomo. E l’impiegato si gongolava tra le braccia e le parole del dirigente, che appena poteva lanciava invettive contro questo è quell’operaio. Ma un giorno, tra le grinfie del superiore ci finì l’impiegato che suo malgrado si ritrovò nel gregge belando tutta la propria indignazione. Si era svegliato tardi o dal principio aveva torto?

Stefano Re