COMA BERENICES

Nicola con le mani in tasca guardava la porta. Quello che intravedeva nello spioncino era l’occhio di zia Sarina che cercava di mettere a fuoco la sua figura. Cigolando la porta si spalancò, svelando la bastoniera liberty di legno chiaro con il grande specchio lineato. La donna, ingobbita nelle sue gramaglie scure, gli prese la testa tra le mani scheletriche e sussurrò che era tanto che non lo vedeva, che lo trovava bene, anche se i capelli iniziavano a imbiancarsi.

«Eh sì, Nicolino, il tempo passa per tutti! Ti posso chiamare ancora Nicolino, non è che ti offendi?»

«No che non mi offendi zia Sarina, mi fa piacere.»

La seguì traballante nel corridoio mentre borbottava qualcosa sul fatto che magari lo offendeva, che era un professore in America. Zia Sarina era così da sempre, da quando era piccolo; non era mai invecchiata, lei era nata anziana e si era conservata in quella casa insieme ai mobili scuri ammassati nel corridoio, oramai divenuto strettissimo. In fondo vide la scala di legno piena di polvere e ingombra di oggetti e pacchetti. La guardò come si osserva la foto di un vecchio amico, per un attimo, mentre imboccava la stretta apertura della piccola cucina sulla destra. Qui una volta c’era lo sgabuzzino con due degli armadi che ora stavano nel corridoio; il principe passava dai suoi appartamenti a quest’ala del palazzo percorrendolo con il suo passo nervoso, apriva l’anta con lo stemma dei Sansone e ci riponeva dentro tutto il superfluo, rimanendo in maniche di camicia. Poi si arrampicava sulla scala, che sembrava voler cedere da un momento all’altro sotto i suoi piedi e scompariva nel piccolo osservatorio.

Zia Sarina, armeggiò con un fiammifero e il gas, sotto una caffettiera vecchia quanto le sue ossa e nel frattempo si informò della sua famiglia americana.

«Ha domandato di te prima di andarsene» – Sarina si fece un rapido segno di croce – «mi disse, Sarina quando vedi a Nicola ci devi dare una cosa. Apri il comodino… In basso.»

Versò il caffè nella tazzina con il bordo dorato e i disegni dei pavoni arancioni. Da piccolo, zia Sarina prima di portare il caffè a Don Ignazio, gli faceva vedere il fondo, che in trasparenza rivelava il volto di una geisha, e diceva che quella era una cosa preziosa, che al principe l’aveva regalata l’ambasciatore del Giappone quando lo aveva ospitato nella villa di Piana dei colli.

«Io con tutto il rispetto lo sportello non lo aprivo da tanto perché il vasino il principe non lo usava più» – la donna arrossì rivelando quei particolari intimi, si girò e da uno sportello tirò fuori una scatola di latta – «questa è tua!» Poi cercò in tasca ed estrasse una chiave nera di ferro – «e pure questa.»

Nicola la vedeva di spalle mentre sistemava, non perché ci fosse realmente qualcosa fuori posto, ma da brava governante di fiducia sapeva bene quando poteva e quando non doveva sbirciare. Nella scatola poche cose: dei fogli e un libretto con la copertina marrone sdrucita e in oro stampigliato “Inni di Callimaco – Tradotti da Dionigi Strocchi”. Dentro, la foto scolorita dal tempo di una ragazza in posa nell’atelier di un fotografo individuava l’inizio di La chioma di Berenice. Chiuse gli occhi e recitò mentalmente i primi due versi:

“Fiamma del ciel chiarissima son io

Che fui di Berenice il bel crin biondo”

Mentre chiudeva con gentilezza il libro, notò lo sguardo spento della donna. Si alzò con la chiave in mano e imboccò la porta della cucina. Dietro di lui in silenzio la zia Sarina pensava a qualcosa. “Era bella tua madre!”

«Non lo so zia non ci credo io alle foto e di lei solo foto ho sempre visto.»

La scala scricchiolò sotto i suoi piedi. Sul terzo gradino, dietro un vaso di dubbia fattura, si vide bambino aspettare nella penombra, poggiato alla parete scrostata. Si guardò e con un impercettibile cenno del viso fece segno “andiamo!”. Lui davanti e il bambino dietro. Lo sentiva faticare sulle alzate feroci dei gradini traballanti, ma non gli diede la mano. “I maschi si vedono da come salgono le scale. Non ne vogliono aiuto a costo di cadere e rompersi le corna! Aiuto tu non ne devi chiedere mai! Mai!” Così diceva sempre il principe. Si fermò un attimo sull’ultimo gradino con la chiave scura dentro la toppa e guardò il bambino ansimante. «Sei stanco Nicolino?» Il bambino fece segno di no con la testa.

La porta emise un gemito aprendosi mentre polvere bianca e schegge di legno marcito piovevano su di loro. Da sotto la scala Sarina pensava, “mischino da quando era cieco là sopra non ci saliva più Don Ignazio.”

«Zia, a centodue anni non c’è più bisogno di vedere, tutto quello che serviva lo aveva già visto, non gli rimanevano che i ricordi!»

La stanza era piccola e umida, libri sotterrati dalla polvere giacevano sul piccolo scrittoio. Sul lato sinistro, con un residuale ordine erano disposti in fila due telescopi: un azimutale Merz e il vecchio altazimutale Worthington. A destra il bambino armeggiava con la porta del terrazzo, che al terzo tentativo si spalancò sulle mattonelle ocra. Adesso era lui che andava avanti, mentre l’uomo lo seguiva lentamente. Sedettero sulla panchina di ferro scuro, poggiando la schiena per meglio guardare il cielo. Poi il bambino indicò qualcosa in alto.

«La vedi?»

«Cosa?»

«La mamma!»

L’uomo scosse un attimo la testa, ma guardò anche lui quel puntino brillante di luce.

«Quella è solo una stella. Si chiama Diadem, è la α della chioma di Berenice, 60 anni luce…»

«Don Ignazio me l’ha detto, e io a lui ci credo. Perché mi portava qui e mi faceva guardare nel cannocchiale. Diceva che i medici a mamma le dicevano che non nascevo vivo e allora lei prese la treccia di capelli biondi, se la tagliò e la portò alla madonna per chiedere aiuto. E mi aiutò la madonna, ma a lei la chiamarono in cielo. Io una volta ci domandai, Don Ignazio ma adesso fa la cameriera per la madonna? E lui mi disse no! Ora è una principessa come Donna Maria e mi fece vedere quella stella. Perché da qui delle principesse in cielo si vede solo il luccicare delle pietre del diadema.»

L’uomo si alzò, carezzò la testa del bambino, e rientrò nel piccolo osservatorio. Richiuse le ante della porta del terrazzo e tirò dietro di sé quella sulle scale, di legno fradicio. Scese lentamente notando che il volto di Sarina era ancora più vecchio di come lo aveva lasciato. Con lei ripercorse il corridoio e osservò il portoncino della casa richiudersi su quelle rughe vistose e quelle gramaglie brune. Per strada l’aria di Maggio inoltrato lo attendeva. L’indomani sarebbe tornato al suo lavoro di astrofisico e per questo sapeva che Diadem era solo un astro più grande del sole e che quella era solo luce, in viaggio da molto prima che quella storia iniziasse. Eppure lo stesso alzò gli occhi al cielo. Sul terrazzo di Palazzo Sansone di Castellana un bambino con il naso in su guardava qualcosa: la piccola luce lontana nel tempo. L’uomo la guardò sparire per un attimo dietro la nuvola a forma di nave. Poi si accomiatò: tra le labbra un flebile «buonanotte, mamma!»

La misura del tempo

A sacchetti riempiti, a cagne addestrate, a sogni infeltriti, a camicie orlate.
A mastelli ingrigiti, a fave sgranate, a vestiti imbastiti, a gattine figliate.

Il tempo in casa si misurava così, con una filastrocca di gesti e sensi che lo tritavano a piacere.

La Dina lo pestava sull’asse, assieme al lardo, all’aglio e alla cipolla.
Il battere secco diceva la consistenza e la resa delle cose: era la pendola del risveglio della casa.
Accompagnava la mattina tonda, che non è l’alba e neppure il quasi mezzogiorno.
Quando la pistada diventava lenta e filosa, anche i bambini erano già lavati.

Nella stessa stanza la Iris batteva il tempo con la macchina da cucire, per altro tedesca e segaligna. Sotto la cassa di legno il piede andava su e giù col pedale, mentre sul piano la mano correva avanti e indietro per spingere la stoffa verso il piedino dell’ago e ammucchiarla avanti.
Il tempo di sotto respirava e cigolava di fretta, il tempo di sopra si gonfiava in sbuffi di stoffa cucita, quasi gobbe cammellate percorse dai punti. Anche a catenella.

Nelle stanze da letto il tempo era sbattuto e sprimacciato dalla Rosa: strappato dai letti, messo alla finestra, fatto volare in forma di piuma dai cuscini, con colpetti che scandivano Luna tu sai tu dirmi il perché e liberavano i sogni della notte.

In sottofondo, il tempo diventava scattoso e rauco perché lo misuravano i gargarismi del grande vecchio, prima del caffè corretto con la Ferrochina Bisleri: almeno sei schiarite, quante ne consentiva il bicchiere. In bagno, dove certo era restata traccia del fischio sottile dell’altro uomo di casa, che fischiava solo alle soglie della giornata: alle prese con la barba del mattino e con il rientro della sera, dietro il vetro della porta.

Aveva brusio di sciame, il tempo, con le rime e le pause del fare.

Ora la mia misura è il rammendo: pieni e vuoti.
Rammendo le voci che mancano.
Stendo bene i lembi degli strappi, ché le carezze servano a qualcosa.
Chiedo ai fili di rafforzare il liso e gettarsi oltre il vuoto.
Coll’ago o con la pagina fermo quel che c’è.
Anche le voci più piccole, anche i respiri.
Censisco il tempo: so le domande.

Riparo e fingo, anch’io sul filo.
E continuo la filastrocca.

A forme pensate, a racconti cuciti, a carni brasate, a ombrelli smarriti.
A leghe spianate, a vasetti bolliti, a speranze glassate, a steli fioriti.

Code di comete

Ho sempre creduto nei sogni.
Mi piace vederli alzarsi come brillanti aquiloni verso il cielo immenso, così fragili con le loro code colorate. Oscillano e traballano nella loro folle sfida all’infinito delle possibilità.
Non hanno paura.
Vanno un po’ di qua e un po’ di là.
Alcuni prendono subito la giusta corrente. Altri devono essere aggiustati e bilanciati. Altri ancora si impigliano in fronde spesse e appuntite finché non vengono tirati e scossi e,infine, liberati. Rammendati con cura, spago, nastro e filo, tornano a volare. E hanno crepe e cicatrici di carta ora rattoppata che mostrano fieri al mondo in controluce.
Quando scompariranno gli aquiloni, quando verrà a mancare il vento, la forza, il coraggio, la tenacia e l’infinito amore delle persone che ci stanno vicine e che ci guidano, pronte a tirare il filo della cometa un po’ a destra e un po’ a sinistra per stabilizzarci, o quelle che si fidano di noi a tal punto da passarci il loro rocchetto di spago, a condividere un volo indefinito e meraviglioso,la vita si tingerà di grigio smoking e perirà. Quando scompariranno i sogni moriranno i colori. Moriranno i sorrisi. Morirà il progresso. Morirà ciò che rende gli umani tali. La speranza di poter cambiare, di poter fare, di creare ciò che manca, portare alla luce ciò che non si vede. Morirà la carità e così l’amore. Moriranno nel grigio e nel fioco rumore di un giocattolo caduto sul prato in una giornata muta davanti a occhi spenti di bambini.

Una busta alle ore 21

dal web

dal web

“Ti consegno questa busta con dentro una lettera. Non aprirla adesso, fallo il giorno preciso, scritto sul retro. Alle ore 21 in punto. Non un minuto prima né dopo” gli ho detto, fissandolo negli occhi freddamente.

Fabrizio è rimasto sconcertato senza parole con le braccia che sono scivolate lungo i fianchi, abbandonate a se stesse.

“Due giorni possono sembrare lunghi, per la curiosità che ne scaturisce ma passano in fretta. Questo tempo mi serve per organizzare un po di cose” ho concluso con voce atona, allungando la mano con la busta.

Sabato, prima di salutarlo, gli ho detto queste parole. Fabrizio mi ha guardata sorpreso afono, senza avere la possibilità di farmi domande. Gli ho dato un piccolo bacio sulla bocca e me ne sono andata decisa. Non mi ha fermata o forse non ha avuto il coraggio di farlo. Oppure ha capito tutto.

Sono determinata, sono sicura di quello che ho fatto. Tante volte ho pensato di farlo ma non ho avuto il coraggio. Adesso sono più convinta che mai, non voglio più aspettare e rimandare a un domani, che non arriva mai.

Perché una lettera?

Domenica sera. In casa giro lo sguardo intorno e osservo con attenzione. Ho tolto tutto e svuotato ogni cosa. Niente è rimasto: solo muri bianchi e spogli pronti per accogliere il vuoto che ci sarà da questo momento in poi.

Non sento emozione di nessun tipo. Le lacrime le ho consumate. Lo stimolo è ormai estinto. Sono inespressiva, insensibile, consumata e rassegnata. La vita è una linea piatta che si perde all’orizzonte. Il tempo scorre monotono nel silenzio della casa.

Sono le otto e trenta di lunedì sera, tra mezzora leggerà la mia lettera.

E’ chiaro quello che ho scritto. Fabrizio sa che non conoscerò mai il suo commento. É stata una mia esplicita richiesta. Non è necessario che io sappia.

Io attendo solo le ore 21.

***

“Cosa c’è scritto nella lettera, che dovrei aprire lunedì alle 21? L’ho letto nei suoi occhi. Conosco perfettamente il contenuto. Zoe è un libro aperto per me. A volte non la comprendo ma a modo mio la amo e la rispetto. Ma lei?” rifletto, avviandomi verso casa.

Scuoto la testa, respiro a fondo, ricaccio nell’anima quello che provo per lei. Cammino spedito nel pomeriggio di sabato, che si preannuncia carico di pioggia. Nuvole nere corrono nel cielo, le osservo, sembra il temporale che lei mi ha predetto per lunedì alle 21. Ancora non ci credo ma dentro di me lo so da tempo che ha deciso e non tornerà indietro. Una folata di vento muove i miei capelli che ricadano sul viso. Li allontano con una mano come se fosse un invisibile pettine. Ormai manca poco e poi mi rifugerò tra le mura amiche, mentre gli occhi si inumidiscono.

Mi siedo sulla poltrona accanto al divano che tante volte ci ha accolto. Mi rifaccio la domanda «Perché?» e ancora una volta dico «Non lo so». Eppure agli occhi della gente eravamo belli.

“Cosa vuol dire essere belli?”.

Rifletto un momento prima di rispondermi.

“Francamente non l’ho mai capito ma lo dicono”.

Mi alzo e vado nell’ingresso a specchiarmi.

“Ormai sono vecchio. Qualche filo grigio affiora qua e là tra il castano dei capelli. La fronte è segnata da linee profonde che incidono la pelle. Le rughe ci sono e il sorriso è stanco”.

Mi allontano dallo specchio che mette a nudo tutti i miei difetti. Torno a sedermi e penso.

Trascorro la domenica tra apatia e voglia di muovermi. Non ho fame. Da sabato a mezzogiorno non tocco cibo. Ciondolo tra il divano e la poltrona. Ma all’improvviso sono colto dalla frenesia di agire, di correre a casa di Zoe, di scongiurarla dal non mettere in pratica quello che pensa. Ma lo sconforto mi assale e mi siedo sul divano a riflettere su di noi.

“Cosa c’è che non funziona?” mi domando, alzandomi di scatto.

“Eravamo felici. Poi…” e la depressione mi assale.

Sono le venti e trenta di lunedì. La busta con acclusa la lettera è appoggiata a un vaso sul tavolo, che sta di fronte a me. Nessun sussulto per aprirla. Non ho le mani tremanti. Semplicemente la osservo con occhio distaccato.

Forse Zoe immagina tutto questo ma si sbaglia. Il tempo scorre lento ma è solo un’illusione. Le lancette si muovono con cadenza regolare. Uno scatto dopo l’altro.

***

Sono le 21 di lunedì e mi alzo. É arrivato il momento che ho sognato tante volte. Raccolgo le ultime cose senza guardarmi intorno. Non vorrei avere un ripensamento. Voglio essere ferma nelle mie decisioni. Lo so che lui con le mani tremanti starà aprendo la lettera. Adesso sta cominciando a leggerla.

Caro Fabrizio,

Rido, pensando a lui con le mani nei capelli! Mi avvio verso la porta, quando odo uno squillo. Non posso rispondere. E’ sicuramente lui. Lo immagino. Lascio questa casa vuota come il mio cuore e scendo per la strada anonima e sicura. Cammino con il borsone a tracolla e il telefono spento. Non voglio parlare con nessuno.

“Mi scusi”. Sento una voce femminile. “Mi perdoni l’ardire ma lei non è Elisabetta Canalis?”.

Mi fermo e mi giro. C’è una donna di basso livello e modesta estrazione che mi osserva. La guardo come si potrebbe scrutare una persona fastidiosa.

“No, si sbaglia” rispondo seccata. «Per chi mi ha preso?» rifletto mentre mi giro sui tacchi insofferente. Mi sta mettendo di malumore.

“Eppure” insiste noiosa. “Eppure sembra proprio lei. Sa quella soubrettina che ha flirtato con George … Come si chiama? Mi aiuti”.

“George Clooney” le suggerisco acida, mentre lei mi viene appresso.

“Sì, proprio lui!” esclama portandosi al mio fianco. “E’ un uomo affascinante, vero?”

La guardo come per incenerirla. Se potessi, lo farei. Non rispondo. Riprendo a camminare.

“Mi dica. E’ un amatore come dicono?” continua come se non ascoltasse le mie parole.

“No!” le urlo in faccia.

“Che peccato! Eppure sembra uno di quelli instancabili a letto” esclama delusa. Finalmente mi lascia per andarsene inghiottita dal buio.

Cammino indispettita. Guardo l’ora. Sono le ventuno e dieci minuti. La delusa adesso sono io, perché quella donnetta mi ha distratta, facendo evaporare i miei pensieri.

***

Sono le ventuno. La busta è nelle mie mani. Mi siedo comodo e col tagliacarte la apro con cura. Vorrei conservarla come ultimo ricordo di Zoe. Estraggo la lettera e la liscio per bene per togliere le pieghe.

Comincio a leggere. Una lacrima vorrebbe uscire ma non ce la fa.

Caro Fabrizio,

sono le 21 di lunedì e tu stai leggendo queste poche righe. Lo so, anche se lo vorrai negare, che sei stato sulle spine per conoscere quello che ti ho scritto.

Un sorriso stirato compare sulla mia bocca.

“Io in ansia? Sulle spine?” si dice, fermandosi nella lettura. “No. Nulla di tutto questo. Zoe, mi sono sbagliato su di te. Ho creduto che tu mi conoscessi a fondo. Invece no”.

Si alza va a prendere l’ennesima birra. Sente qualche crampo di fame. Mette la lettera sul tavolo, prima di andare in cucina.

***

Continuo a camminare svelta. Quella donnetta mi ha fatto perdere tempo e la soddisfazione di immaginare il viso di Fabrizio. Mi devo affrettare se non voglio perdere il momento utile. Non devo perderlo, altrimenti tutta la mia coreografia va a puttane. Affretto il passo. Si sentono solo i tic tac delle mie scarpe sul porfido. Lo vedo. É là che si avvicina lentamente. Aspettami. Sto arrivando.

***

Guardo l’ora. Sono le ventuno e trenta. La vedo camminare svelta nel buio sui suoi tacchi 10. Forse corre per non perdere l’appuntamento col destino o forse no. Immagino che abbia provato il percorso chissà quante volte per essere là al momento giusto. Venticinque minuti o ventisei. Dipende se tutto fila liscio. Ma alle ventuno cosa le impedisce di essere là in orario? Nulla. La strada è silenziosa.

Riprendo la lettura, anche se conosco l’ultimo rigo.

Me ne vado. Per sempre. Il nostro tempo è finito. É inutile continuare. Vado là dove ho sempre sognato di andare. Lo so che dirai ‘non ti ho costretta a rimanere. Se volevi tornare alle origini non te l’avrei impedito’. Non è vero. Tu avresti fatto di tutto per impedirmelo. Non lo negare.

Un sorriso si stampa sul mio viso. Un sorriso amaro. Non mi conosce a fondo. Non l’ho mai tenuta prigioniera, legata a me. É sempre stata libera. Dopo venti anni vivevamo ancora separati. Ognuno a casa propria. Ci si vedeva solo se entrambi ne avevamo voglia.

Zoe era fatta così.

***

Uno sparo. Un gemito appena accennato. Un corpo senza vita sui gradini della stazione.

Il treno riparte senza Zoe.

Lei.

Sorrideva gentile porgendogli la mano. Aveva un sorriso così dolce e sicuro, la pelle liscia, gli occhi luminosi. Lui le sfiorò la punta delle dita e sorrise a sua volta. La camera del motel aveva un aspetto freddo nonostante il patetico tentativo di renderla confortevole addobbandola con carta da parati rosa pastello e biancheria fiorata. Ma nessuno dei due ci faceva caso. Il rumore delle macchine, appena smorzato dalle imposte chiuse, era l’unico sottofondo al loro respiro, ma nemmeno questo era importante. Lei lo guardava maliziosa mentre lo attirava a sé e iniziava a spogliarlo.

L’aveva conosciuta quella sera in un locale fumoso della periferia. Uno di quei posti poco illuminati, con musica assordante, situati in quei quartieri grigi e squadrati che circondano le grandi città. Non era mai stato in un locale simile. Non sapeva nemmeno quale strano impulso lo avesse spinto lì dentro. Era solito passeggiare di notte, lasciare il letto con la scusa dell’insonnia e vagare senza meta, ma non era mai entrato da nessuna parte.

L’aveva guardata ballare sotto i riflettori. La gonna bianca cambiava colore a seconda della luce… verde… blu… rossa… viola… era come ipnotizzato da quei colori e da quel suo corpo perfetto. Lei non smetteva mai di sorridere mentre ballava. Sembrava una bambina, quasi lo era. Scuoteva i ricci biondi a ritmo, era una bambola di porcellana.

E lui la osservava seduto solo a un tavolino. Cercava di dimenticare la moglie a casa, che ormai non amava più, i figli viziati e la pancetta che cresceva man mano che i capelli cadevano. Il cocktail mal fatto che aveva in mano non era sufficiente a farlo sentire un’altra persona, ma almeno per un po’, guardandola appoggiando i gomiti sul legno appiccicoso, aveva provato sensazioni nuove, o almeno sopite da tempo immemorabile. Era contento di sentirsi così distante da casa, anche se era a pochi passi, quella casa che non sentiva più sua da anni.

Si distrasse un attimo e lei non era più al centro della pista. I suoi occhi vagavano persi e a un tratto se la ritrovò davanti, con quel sorriso che lo rapiva e trasportava lontano. Perché una ragazza così giovane e bella si era accorta di lui? E cosa l’aveva attirata lì? La sua solitudine? O il suo sguardo insistente? Domande alle quali nemmeno lei avrebbe saputo rispondere. Non importa. Le cose succedono, se si seguono alcuni impulsi imprevisti.

“Ciao, come ti chiami?”, sorriso, “Mi offri qualcosa? Vuoi ballare?”, sorriso.

E un’ora dopo erano in quel motel sulla statale, davanti al quale lui passava ogni giorno quando andava al lavoro. Lei gli prese la cravatta con un gesto delicato e la slegò lentamente. Poi aprì i bottoni della camicia, uno per uno, con calma, e gliela sfilò. Gli accarezzò il petto, passandoci dolcemente le mani sopra. Lo baciava sotto l’ombelico mentre gli apriva i pantaloni.  Aveva sempre sul volto quel sorriso malizioso.

Lui continuava a guardarla, immobile, incredulo. Quando la vide nuda qualcosa scattò nella sua mente e non seppe resistere a tutti gli impulsi repressi negli anni. Accecato dalla passione si abbandonò e fece di lei tutto ciò che mai aveva osato fare prima. Nemmeno da giovane aveva conosciuto tanta passione. A tratti si rendeva conto che lei era poco più di una bambina, ma il desiderio animale gli impediva di trattenersi. Una voglia primordiale agognava ogni centimetro della sua pelle. Profumava di campo bagnato, di erba appena tagliata. Di fresco e di nuovo, di sole e di vento. Non smetteva mai di sorridere.

Il mattino dopo, però, non c’era più il suo odore, nessuna traccia della sua presenza. Svanita come un sogno, rimaneva solo l’odore stantio della stanza di motel. Rimanevano solo una vaga sensazione di calore nel letto e una nuova determinazione nel cuore di lui. Divorziò, cambiò casa, ne comprò una col giardino, dove poteva costringere i suoi marmocchi viziati a stare un po’ all’aperto. Cambiò lavoro e cambiò vita, del suo passato rimase solo il ricordo di quel sorriso di bambina.

 

Solo le donne sanno dare agli uomini gli stimoli giusti per migliorare se stessi.. ;) Tanti auguri a tutte le pulzelle come me che se non me lo ricordava facebook non mi sarebbe mai venuto in mente!

MESSAGE IN A CURSED DESERT

Il deserto intorno a lui sibilava boccate di sabbia dorata, finissima e bollente. I tacchi degli stivaletti in pelle si erano consumati dopo giorni intensi di marcia inesorabile.
Era lo scenario della perdizione. Carcasse di animali morti, tracce di pozzanghere ormai rinsecchite, il silenzio e un vuoto indefinibile. Osservò quella desolazione e vide che era cosa buona e giusta. Suo padre cavalcava i secoli, disfacendo regni e distruggendo miti e speranze. Lui doveva esserne il successore, afferrando con trionfo lo scettro del potere.
Del resto il tempo scava la fossa per tutti, anche per chi aveva giocato a dadi con la sorte troppo a lungo. Lui ne era cosciente e avrebbe dovuto pazientare ancora per poco.
Attendeva in verità con ansia e desiderio il giorno in cui si sarebbe avverata la profezia degli Antichi. Le stelle e i pianeti sbiadivano quando il suo sguardo toccava la coperta del cielo, gli stolti si addormentavano storditi ad ogni suo sbadiglio, il terreno calpestato dai suoi piedi diveniva arido e putrefatto. Era cresciuto all’ombra, dall’ombra stessa era nato e nell’ombra avrebbe regnato con il pugno duro e il cuore sprezzante per il futuro.
Guerre, carestie, violenze erano lo sfondo adatto alla sua processione, come lugubri fanfare e il canto sgraziato di un gallo a due teste.
Mormorò parole impercettibili e subito la brezza divenne vento di tempesta. I segni erano evidenti ormai, la profezia era stata chiara. Erediterà dal padre l’intera armata degli scontenti, discendenti di errori e di eresie. Suo padre sarebbe stato fiero della sua grandezza e anzi, ne avrebbe ammirato le gesta dagli inferi più bui e terrificanti. La successione doveva compiersi in un sacrificio di sangue; gli Antichi ne descrivevano da sempre, di generazione in generazione timorosa di Egli, tutti i passaggi da compiere.
Sorrise e il suo volto fu segnato dai ricordi inenarrabili.
Mentre a qualche metro scorse un lungo serpente grigio che strisciava solitario tra le dune, ripercorse alcune delle eclatanti analogie sulle gesta compiute.
Suo padre aveva smosso le acque di interi oceani, rendendole bollenti come fuoco liquido; lui avrebbe potuto annebbiare intere città.
Suo padre aveva corrotto l’anima degli stupidi che credevano di ottenere il potere, illudendoli di essere scelti per comandare le società; lui avrebbe potuto guidare come pedine di una scacchiera gli esseri immorali del globo completo.
Suo padre aveva rifatto a piacimento muraglie e piramidi, giardini e foreste, fogne e caverne, montagne e ghiacciai. Lui avrebbe potuto farle svanire con un colpo di ciglia.
La rilevanza del potere è tale se si centuplica in trasmissione. Si massaggiò le tempie e rise con gusto, stavolta, mentre attendeva l’arrivo del rettile, docile presagio del male che si compie.
Dall’altura di un pinnacolo di pietra millenaria, dalla parte opposta a distanze considerevoli, l’Uomo Senza Età digrignò i denti marci e i suoi occhi lanciarono piccoli lampi di elettricità.
Quel miserabile e ingrato sbruffone di figlio non meritava il posto nel disegno degli eletti. Conosceva i trucchi ma non fino in fondo, bramava solo ciò che non ancora aveva guadagnato.
L’Uomo Senza Età gli leggeva i pensieri come lettere d’addio e allora decise di utilizzare una delle sue magie, tra le più efficaci. Inspirò lentamente e gonfiò il petto fino al limite, poi si piegò, quasi accartocciandosi e urlò, uno squillante foro nella quiete del deserto. La sua voce divenne l’eco di un terremoto, la sua presenza significò una macchia di un morbo oscuro, il suo corpo si definì e si smontò, tramutandosi in una creatura crudele sotto l’essenza di un serpente.
Lo stesso serpente grigio che stava strisciando famelico proprio lì in mezzo alle dune.
E quando schizzò il sangue del figlio martoriato tra le sue fauci velenose, le ossa sepolte dei suoi antenati vibrarono come corde di violino in un concerto maledetto.

IL MARE HA L’INFINITO

Un mio racconto. E’ lungo. Provo a postarlo ugualmente. (S.R.)

1.
Il mare sbatteva qualche onda sulla spiaggia, per il resto si cullava tra i bagnanti.
Un ragazzino giocava sulla battigia, scuotendo le mani come per dare aria al nulla. Ogni tanto si avvicinava ai bagnanti e chiedeva se quello fosse il lago.
“È il mare” rispondeva qualcuno. Lui tornava a saltellare in acqua.
“Come ti chiami?” diceva il ragazzino.
Gli altri lo guardavano circospetti, qualcuno lo evitava spaventato. Altri gli rispondevano.
“È il mare?” domandava di nuovo.

2.
Quella notte Paolo non aveva dormito. Per essere precisi, aveva dormito fino alle tre del mattino, poi s’era svegliato a causa di un urlo nella stanza. La moglie aveva urlato per lo spavento dopo essersi guardata allo specchio.
“Che fai?” disse lui.
Lei aveva spento la torcia e aveva acceso la luce principale. Paolo aveva strizzato gli occhi per l’abbaglio.
“Ma mi vedi?” disse lei stupefatta per il suo volto. “Guardami!” gli intimò.
Lui la osservò senza notare nulla.
“Dormi” poi disse, “che non c’è nulla di preoccupante”.
“Vedi che non mi vuoi bene? Non mi guardi più” disse lei con la voce alterata dall’arrabbiatura.
“E cosa ci sarebbe da vedere?”
“Ho un piccolo foruncolo sotto l’occhio” disse lei piangendo.
“E che sarà mai?” chiese Paolo.
“Un tumore. Potrebbe essere un tumore della pelle, spesso si manifestano così”.
“Ma va là” disse il marito.
“L’ho letto su internet!” disse ancora lei.
Da quel momento, ogni quarto d’ora, lei si alzava, accendeva la luce e controllava le dimensioni del foruncolo.
Paolo non diceva nulla. Ormai era esasperato.

3.
Sulla spiaggia il ragazzino giocava da solo; ogni tanto chiedeva se il mare fosse il lago, chiedeva come si chiamavano quelli della spiaggia, ma poi tornava alle sue occupazioni, che agli occhi della gente erano futili occupazioni di un bambino ritardato. Per lui invece era qualcosa di più di una semplice occupazione. Era una sua parte. In fondo, al di là della salinità dell’acqua, voleva capire perché quello non poteva essere il lago. Era come se nel formulare le domande, cercasse risposta alle convenzioni.
“È il mare?”
“Sì”
“È il lago?”
“No”
“È il mare?”
“Sì”
“Perché è il mare?”
“???”
Il ragazzino tornò a saltellare sull’acqua, l’altro rimase con il dubbio della risposta.

4.
Paolo si svegliò da quella notte, sfatto come un calzino in piena estate, con la moglie che si flagellava il volto per capire se quello era un semplice foruncolo o se fosse una macchia venuta su dalle profondità di una cellula impazzita.
Il tumore della pelle la terrorizzava, così come la terrorizzava tutto ciò che usciva dall’amministrazione ordinaria. Eppure era una bella donna nonostante i suoi cinquanta anni; alta poco più dell’uno e settanta, con due gambe slanciate, il ventre piatto e le tette rotonde e gravide di una forza di volontà così ferrea che non sottostavano alla gravitazione. E poi c’era il sedere, bello come uno stradivari, ma così ambito che gli occhi degli uomini restavano impressi come cozze sullo scoglio. Eppure il corpo le sfuggiva ogni volta che qualcosa la terrorizzava.
Paolo provò a consolarla.
“Ma che vuoi che sia?” le disse.
“Ma sei sordo? È un tumore!”
Ma se l’hai detto tu che hai un foruncolo sotto l’occhio! Me l’hai detto stanotte.”
“Non è un foruncolo… L’ho chiamato così per esorcizzarlo, ma come vedi c’è ancora”
“Ma che devi esorcizzare?” chiese Paolo.
“L’esorcismo, ci vuole un esorcista. Almeno hai avuto un’ottima idea”.
“Ma non ti ho fatto venire alcuna idea”.
“Cerchi tu un esorcista?” disse lei
“Ma siamo in vacanza! Dove trovo un esorcista in vacanza?” disse Paolo.
“Datti da fare. Vedi che non mi ami più?”
Paolo non sapeva dove sbattere la testa, anzi, aveva un’idea, ma temeva che poi gli avrebbero chiesto i danni, visto che da sempre aveva la testa dura.
La moglie invece non si dava pace. Voleva tornarsene a casa. Cercava di contattare il suo medico e si arrabbiava perché questi non rispondeva.
“Ma sarà in vacanza, povero uomo!” disse il marito.
“E che ci va a fare in vacanza? Qui non c’è tempo da perdere. Ho una macchia sulla pelle e quello se ne va in vacanza?”
“Hai un foruncolo sotto l’occhio, non una macchia sulla pelle”.
“Senti, vattene in spiaggia se vuoi vedermi soffrire senza preoccuparti” disse la moglie.
Paolo la prese alla lettera e se ne uscì.

5.
Il ragazzino saltellava sulla battigia. Ogni tanto si lanciava in acqua sfidando le poche onde che il mare buttava verso la spiaggia e poi tornava a scrollare le mani, come a prendere a schiaffi un piccolo gnomo.
“È il mare?”
L’altro non rispose.
“Come ti chiami?” domandò il ragazzino
“Paolo”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
“E perché è il mare?”
“Perché ha l’infinito!” disse Paolo senza pensare.
“È il mare?”
“Sì”
Il ragazzino lasciò Paolo tra i suoi pensieri e cominciò a prendere a schiaffi lo gnomo, che a furia di prenderle, stava perdendo le proporzioni, ma essendo uno gnomo invisibile, nessuno ci avrebbe fatto caso. Nemmeno il ragazzino che già domandava l’essenza del mare ad un altro bagnante.
Paolo ripensava alla moglie. Ci pensava dalla notte precedente e ogni volta che tornava a queste paranoie, ripensava ai primi giorni di matrimonio, quando in viaggio di nozze la moglie l’aveva svegliato all’alba dicendo che aveva un pallone in gola.
“Come un pallone in gola?” domandò per prendere tempo, anche se era convinto che fosse solo il modo per fargli un buon risveglio.
Lei invece ululò come un lupo affamato.
“Ho una tonsilla così gonfia che sembra il testicolo di un toro!”
Paolo scoppiò a ridere, ma la risata si affievolì in sorriso e quindi in perplessità quando lei aggiunse: “E non sto scherzando. Chiama un medico!”
Lui si attaccò al telefono e cominciò a blaterare versi in inglese cercando di convincere la receptionist a chiamare qualcuno. La ragazza al telefono gli disse di pazientare e quando bussarono alla porta, al posto del medico c’era un’inserviente delle pulizie.
“Ma chi hai chiamato?” chiese la moglie in preda all’isteria.
“Un medico” disse Paolo.
“E questo sarebbe un medico?”
“No” disse mortificato il marito che si attacco immediatamente alla cornetta e cominciò ad urlare:
“Send me a doctor! Send me a doctor! Send me a doctor!”.
Arrivò d’urgenza l’ambulanza e quando il personale medico si accorse che la tonsilla della donna era semplicemente infiammata, la tragedia era già scritta. Multati e sbattuti fuori dall’albergo di Viale dei Giardini, e partita chiusa a Monopoli!
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
Il ragazzino lo tartassava con la solita domanda. Paolo gli dava retta, ma senza convinzione. In testa aveva il pensiero della moglie, che lo preoccupava e infastidiva. Lei era più martellante del ragazzino, ma lei non era il ragazzino, lei non aveva nessun problema.
Il ragazzino gli chiese il nome:
“Paolo”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
“Ma il mare è cattivo?”
“No”
“Perché non è cattivo?”
“Non lo so”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
Paolo non rispose e fece due passi verso l’interno della spiaggia. Ricordava i primi momenti passati con la moglie, quando il matrimonio era ancora una data lontana, quando la moglie era l’emblema dell’entusiasmo e lui era felice di averla al fianco. Non che adesso non ne fosse innamorato, ora l’amava, l’amava di più di allora, ma non sapeva più come gestire quelle sue continue difficoltà ad accettare le problematiche di salute. Ogni variazione dello stato fisico le creava ansia e l’ansia la buttava direttamente nella paranoia e la paranoia la proiettava verso il tumore, e il tumori ormai erano stati almeno cinquanta, e di questi cinquanta nessuno lo era davvero. Ma nonostante questo, ogni piccola avvisaglia tornava ad essere un problema.
Squillò il cellulare.
“Paolo, il foruncolo si è ingigantito!”
“Ma non è niente. La vuoi capire o no?”
“Ho letto su internet che i foruncoli possono essere peli incarniti e se non li curi si trasformano in malattie mortali”
“Ma avrai semplicemente esagerato con il mangiare…”
“Ah, stai dicendo che sono anche ingrassata?” disse la moglie.
“No, sto solo dicendo che spesso i foruncoli sono conseguenza di imbarazza intestinali.”
“Ma questo non è un foruncolo. Questo è un foruncolo tumorale!”
“Ma non esiste un foruncolo tumorale” disse Paolo.
“Invece sì!”
“O è un tumore o è un foruncolo!” alzò la voce Paolo.
“Beh, allora è un tumore e come al solito tu non mi capisci” disse lei prima di riattaccare.
Il mare aveva alzato il ritmo delle onde. Sembrava un pressing a tutto campo, da ogni parte arrivavano onde, piccole certo, ma pur sempre onde e cominciavano ad allungare la battigia. Facevano un leggero tonfo prima di schiumare, e i bambini avevano cominciato a riempire la riva per cogliere le onde più grosse e buttarcisi dentro.
I genitori li controllavano, qualche nonna intimava di stare attenti, anche se lo facevano per se stesse, per limare l’ansia che piano piano cresceva.
Paolo tornò a bagnare i piedi nell’acqua. La sentì fresca e fu una sensazione piacevole. Sembrava la temperatura dell’acqua di quel torrente di montagna dove lui e la moglie avevano fatto il bagno l’anno successivo alle nozze. Erano accaldati e cominciavano a sentire la stanchezza. Si erano inerpicati camminando per circa tre ore, e i piedi facevano male. Quando videro il torrente, furono d’accordo sulla sosta, almeno si sarebbero rinfrescati. L’acqua era piacevolmente fresca e guardandosi trovarono l’intesa. Lui si sfilò tutto e rimase in mutande. La moglie si guardò intorno e si sfilò anche il reggiseno. Si buttarono in acqua e cominciarono a nuotare e a schizzarsi l’acqua addosso.
Improvvisamente lei sentì una fitta al piede. Gridò. Lui le si avvicinò e le chiese cosa avesse.
“Il piede… Che male!” disse lei.
Uscirono dall’acqua e si accorsero del sangue. Il piede sanguinava. C’era un taglio, ma non era profondo.
“Portami al rifugio.” disse lei. Si rivestirono velocemente.
Paolo l’accompagnò sorreggendola, tanto che ci misero parecchio tempo nonostante fossero in discesa. Il sangue aveva smesso di fluire.
“Questa è una buona notizia” disse Paolo.
“E la chiami buona notizia?” domandò la moglie. “Non riesco ad appoggiare il piede e tu dici che è una buona notizia?”
Paolo disse che si riferiva al sangue.
Lei rispose che il sangue non era il principale motivo di preoccupazione. Il problema era il taglio. Era il tetano.
“E il tetano uccide!” disse lei.
Così al rifugio si informarono su quale fosse il Pronto Soccorso più vicino. Una volta fatta l’antitetanica, le dissero che non c’era più nulla di preoccupante.
“Vedi che alla fine non era niente?”
“E tu lo chiami niente?
“Certo che lo chiamo niente. Se non è grave, per me è niente”
La moglie lo bruciò con lo sguardo, tanto che nel cielo cominciarono a girare i Canadair.
“Il tetano uccide!”
Paolo fece finta di nulla, ma da quel giorno non tornarono più in montagna.
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
“Ma il mare è cattivo?”
“No”
“Perché non è cattivo?”
“Non lo so”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché ha l’infinito”
“E il lago?”
“Il lago no. Finisce.”
“Ma anche il mare finisce” disse il ragazzino.
“No, il mare no.”
“E cos’è l’infinito?”
“Non lo so” disse Paolo.
“E’ il mare?”
“Il mare non è l’infinito. Il mare ha l’infinito” disse Paolo.
“Dipingiamo il mare?” domandò il ragazzino.
“Non sono capace” disse Paolo.
“Mi aiuti?”
“Sì”

6.
Paolo non sapeva da dove partire. Non aveva mai disegnato il mare. Al massimo aveva disegnato il mare con le barche e il cielo, ma il mare da solo mai.
Telefonò alla moglie.
“Che c’è?” disse lei
“Come si fa il mare?”
“Ma ti sembra una domanda pertinente? Ho un tumore sotto l’occhio e tu mi chiedi come si dipinge il mare?”
“È importante” disse lui
“E il mio tumore non è importante?”
“Ho bisogno del tuo aiuto” disse Paolo. “Devo aiutare un ragazzino.
“Un ragazzino? Non sarai mica un pedofilo”
Cominciava ad esagerare, ogni cosa diventava un problema e ogni problema era un’accusa e ogni accusa era un’investigazione.
“Se hai bisogno di tranquillità chiama i Ris e chiedi a loro.” disse Paolo polemico, prima di riagganciare.
“Hai un foglio?” disse Paolo al ragazzino.
“Sì”
Il ragazzino andò all’ombrellone e rovistò in una sacca che conteneva risme di fogli. A Paolo squillò il telefono.
“Pronto?” disse Paolo. Era la moglie.
“Sto arrivando, aspettami lì” e chiuse la conversazione.
Ci aveva ripensato, spesso le capitava. Era fatta così, prima aggrediva e poi ci ripensava, ma mai chiedeva scusa. Il ragazzino tornò con i fogli:
“È il mare?”
“Hai preso la matita?”
“No”
“E come facciamo a disegnare il mare?”
Il ragazzino lo fissò perplesso.
“Serve una matita, o una biro, o dei colori” disse Paolo.
“Ho un pennello”.
“E i colori?”
“No”
“E che ci facciamo con il pennello senza i colori?” chiese Paolo.
“Va bene il pennello” disse una voce femminile.
La moglie era arrivata. Il ragazzino appena la vide la interrogò:
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
La donna fece una carezza al ragazzino e lo spedì a prendere il pennello.
“Ma chi è: Rain Man?” domandò la donna al marito senza perdere il suo cinismo.
“Vuole che dipingiamo il mare”
“Come mai te l’ha chiesto?” disse lei.
“Non lo so”
“Come non lo sai”
“Non lo so”
“Passava di lì e ti ha chiesto di disegnargli il mare?”
“No”
“E allora?” disse lei
“Mi ha chiesto se era il mare, gli ho detto sì, mi ha detto perché, e gli ho parlato dell’infinito”
“Cosa?”
“Gli ho detto che il mare ha l’infinito”
“E che c’entra con il disegno?” chiese la moglie
“Non so. Subito dopo mi ha detto se gli disegnavo il mare”
“E tu?”
“Ho detto sì”.
Il ragazzino tornò con il pennello. Era un pennellino molto piccolo.
“E cosa ci facciamo se non abbiamo i colori?” chiese Paolo.
“Il mare” disse il ragazzino.
“E perché dovremmo disegnare il mare?” chiese la donna.
“Perché ha l’infinito”
“E cos’è per te quest’infinito?”
“Non lo so”, disse il ragazzino. E poi aggiunse: “Ma non mi interessa l’infinito. Mi piace disegnare il mare perché ha l’infinito”
La donna guardò torva il marito.
“Perché mai ti è venuta in mente questa storia dell’infinito?”
Gliene faceva una colpa.
“Cosa avresti risposto se ti avessero chiesto perché questo è il mare?” disse Paolo indicando l’acqua.
“Perché è così! I nomi sono convenzioni!” disse lei.
“Anche i foruncoli sono foruncoli” rispose Paolo.
Il ragazzino nel frattempo girava con il foglio in una mano e il pennello nell’altra. Poi si fermò davanti alla moglie di Paolo e le chiese se quello fosse il mare:
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché di sì. Si chiama così e quindi quello è il mare”
“Ma quello è un foruncolo?” chiese il ragazzino guardandola sotto l’occhio.
“Sì”
“E perché è un foruncolo?”
“Potrebbe non esserlo” disse lei rabbuiandosi.
Paolo cominciò a caracollare temendo il peggio, ma il peggio se ne stava lì tranquillo, come se davanti a quel ragazzino dalle continue domande, anche il peggio dovesse pazientare.
“E perché è un foruncolo?”
“E’ un tumore!” disse lei, senza che il ragazzino facesse caso alla risposta.
“E il tumore ha l’infinito?”
La donna non aggiunse altro.
“Ma cos’è l’infinito?” chiese a Paolo.
Paolo alzò le spalle negandosi alla risposta.
Nel frattempo il ragazzino aveva bagnato la setola del pennello nell’acqua del mare e l’aveva appoggiata al foglio.
“Il mare, ho disegnato il mare” disse.
La donna guardò il marito.
“Ti piace il mare? chiese il ragazzino.
Paolo disse sì.
“Perché ti piace?”
Paolo non sapeva cosa rispondere.
“E ha l’infinito?”
Paolo non riusciva a rispondere.
“Sì” disse la donna.
“E perché ha l’infinito?”
“Perché sei felice. In fondo hai disegnato il mare con il mare. Hai fatto qualcosa con la cosa stessa e quindi hai realizzato proprio quella cosa e se hai realizzato proprio quella cosa, allora quella cosa è parte di un infinito e quindi sì, ha l’infinito”
Paolo l’aveva persa.
“Sei felice?” domandò la donna al ragazzino.
“Sì” disse il ragazzino che nel frattempo aveva ripreso a picchiare lo gnomo invisibile
“E perché sei felice?”
“Perché ho il mare su un foglio”
Paolo abbracciò la moglie. Il ragazzino si scostò da loro e cominciò ad importunare altri bagnanti:
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
L’altro non rispondeva.
“E ha l’infinito?” aggiunse il ragazzino, mentre l’altro si allontanava imbarazzato.
Paolo guardò la moglie negli occhi e le chiese se era felice. Lei disse di sì.
“E perché sei felice?”
La donna non rispose, mentre il foruncolo sotto l’occhio non faceva più molta paura.
“Vuoi farlo controllare al Pronto Soccorso?”
La donna rispose di no. Disse che aveva una cosa da fare.
Poi prese un po’ d’acqua con il palmo della mano e si bagnò il costume.
“Ho dipinto anch’io il mare” e scoppiò a ridere.
“Hai dipinto una parte con parte della stessa” disse Paolo per schernirla. Lei sorrise.
“Tutto è parte di una parte e se ci pensassimo più spesso, anche il tumore farebbe meno paura” disse la moglie.
“Il tumore no, quello fa comunque paura”.
“Forse” disse la donna prima di baciarlo.

La bambina della bottega dei semi

La strada spegneva piano la sua voce.
I tonfi di mannaia calavano in sordina sul ceppo del beccaio: la vetrina li teneva dentro.
(Non urlava il grembiule  con gli schizzi rossi, se si passava in fretta, magari senza sguardi)
Due passi ancora  e tutto si taceva, perchè la via cambiava ad ogni soglia.
E chi voleva un po’ di vita sfusa, la speranza di un bulbo addormentato o di un cespo dischiuso a primavera, lì poteva entrare, nella bottega scura: non le bastava il portico per l’ombra, c’era bisogno di una porta buia e del regalo fresco di un’imposta.
La bottega dei semi stava zitta, come con l’ovatta intorno: solo alterni pigolii dietro la tenda e dialogo di cocorite, sospeso nella gabbia.
Chi si fermava incerto sull’ingresso, nella penombra che tutto indistingueva, si lasciava chiamare dagli odori: dall’alito della terra grassa, dal cotto del sole in forma di granaglia, dalla foglia che si macera e si scioglie  e dal sale amaro, ruvido alla gola. Un senso di pastone da pollaio, di umore assorbito dalla crusca.

La bambina entrava senza far rumore, con la lista piegata nella tasca.
Se la signora parlava col fattore, c’era modo di infilare la mano nei sacchi con l’orlo rivoltato.
Bello muovere le dita, sentire lo scorrere dei grani e trovarsi il palmo quasi bianco: polvere di frumento che sfarina.
Bello toccare il freddo dei cristalli azzurri, lasciarsi un poco pungere, volendo: si poteva pensarne una montagna che luccicasse contro il sole o sperare d’averne uno in dono, perché  il verde rame diventa talismano  prima di arrivare sul muro della vite.
E poi guardare i semi e le sementi, tutti così fini. Nei cassetti in pila sopra gli assi, a fare da parete e da granaio. Ci dormivano anche i tuberi di dalia, in certa terra soffice e sgranata.
C’era da aspettarsi che  un chicco si rompesse con rumore o un bulbo si crepasse all’improvviso e un soffio verde, a punta o arrotolato, si snervasse fuori dal cassetto e diventasse foglia, tralcio addirittura, veloce come pisello magico da fiaba.

Cosa vuoi? disse la signora.
Dopo tante meraviglie, la vergogna di leggere misure dettate da suanonna: dieci pizzichi di semi di lattuga, dieci pizzichi d’insalata ricciolina, un cucchiaio di semi di radicchio,  una sessa minore per fave e fagiolini, una tazza di semi per le zucche e un po’ di zampe d’asparagi, se fresche…
A dosi di pozioni e sortilegi, tutto l’orto finiva e cominciava in cartocci di carta di giornale.

Non ho resto di moneta spiccia. Aspetta che ti do una cosa.
La donna sparì dietro la tenda e  tornò con un pulcino giallo.
Ti spiego come devi fare.
C’era da tenere le ali tutte ferme, strette nel pugno, senza aver paura, ma la bambina aveva mani piccole: servivano proprio tutte e due.

Ricevette il caldo del pulcino come l’oracolo nel gioco, quando in cerchio, con i palmi a conca, si aspettava l’arrivo del tesoro: l’amica lo teneva nelle mani giunte e passava in rassegna le altre mani, con un gesto quasi di preghiera. In quale conca sarebbe scivolata la biglia oppure la conchiglia? Chi avrebbe premiato nel segreto della filastrocca?
Attesa di un segno d’elezione.

La bambina restò come incantata, l’orto ficcato nelle tasche e le mani piene di bellezza. Bellezza viva. Perfetta nel becco di un pulcino che cercava un pertugio fra le dita. Perfetta nel solletico di piuma, proprio sul polso, sulla vena azzurra.

Sarajevo

Un raggio di sole illuminò, come la lama di una falce, il prato davanti a casa sua. I fiori gialli del tarassaco piano si dischiusero tutti. Quel giallo, sul verde brillante di primavera e di rugiada, ingentiliva il luogo. Lei, dalla finestra, guardava quei fiori e girati gli occhi, posò lo sguardo sulle uova, ancora calde di nido, che aveva preso poco prima dal piccolo pollaio. << Oggi uova ed erbe di campo.>> Meglio delle scatolette. Intanto il sole, con calma, stemperava le ombre della notte e lontane, le case che facevano da scenario, dormivano ancora. Forse oggi si sarebbero destate. Lei si preparò in fretta, quasi timorosa che quelle erbe potessero sparire, quando il raggio del sole, si fosse spostato più in là. Guardinga, allungò il collo oltre l’apertura della porta e contò mentalmente lo spazio tra lei, e il grosso platano posto di fronte alla casa. Una corsa veloce senza chiudere l’uscio, e divorò lo spazio tra lei e l’albero e lo abbracciò, come se fosse stato un amore ritrovato. La corteccia, che faceva scorrere sotto le dita, la emozionò. Liscia e ruvida e quell’odore di legno, che si risvegliava a primavera e quei piccoli bottoni, qua e là tra i rami indicavano le foglie, che sarebbero venute più avanti. Rimase attenta ai suoni, ma non udì nulla se non il suo respiro, sempre meno affannoso dopo la corsa. Si sciolse dall’abbraccio dell’albero e con passo attento avanzò tra le erbe e raggiunti i fiori, iniziò la raccolta dell’insalata selvatica.
La finestra era aperta e la luce si spandeva lenta nell’ambiente, ma nel cono d’ombra rimasto, lui stava eseguendo le figure del primo katà di cintura nera 4° dan. Veloce, silenzioso concentrato perché oggi con un sole così, doveva esserlo assolutamente, e lo sforzo fisico, l’adrenalina, che saliva e fluiva nel suo corpo, doveva raggiungere tutte le parti, perché oggi era un buon giorno. Dopo un rauco grugnito, il solo in verità, iniziò la lenta respirazione per ricondurre il corpo allo stato di quiete. Intanto nel buio della stanza osservava che gli stracci appesi al balcone della casa di fronte, pendevano immobili. Il taglio in faccia, che non era tale, ma la sua bocca, ebbe una contrazione. Era sempre più un buon giorno. Sentiva che ormai l’adrenalina era giunta in ogni sua fibra e allora si accomodò nella posizione più idonea per ciò, che si apprestava a fare. Guardò oltre i palazzi che lo circondavano e lontano, una fila di panni, abbandonati dal tempo, erano fermi, come cristallizzati. La giornata era ottima. Iniziò allora il processo di concentrazione, per non sentire, per non vedere altro se non quello che i suoi occhi andavano cercando. Nessun rumore doveva distrarlo, solo lui e l’oggetto del suo desiderio, della sua maledizione. Non udì neppure il solido passo dell’uomo che si materializzò alle sue spalle. Tacquero, non c’era nulla da dire. In fondo si erano parlati, la sera prima. Quell’uomo, dalla faccia butterata aveva detto solo << Tre colpi. Cinquemila euro. Meglio se femmina>> I soldi passarono di mano.
Lei, china sull’erba stava godendo il profumo lieve e leggero della primavera, che timida, in quella mattina, si era messa in mostra. Non era ancora tempo di rondini, ma se le giornate continuavano a essere inondate di sole, presto sarebbero arrivate. Che gioia. Vide anche due timidi fiori di cardo che azzurri facevano capolino da un rovo. Decise di prenderli per adornare il tavolo. << Oggi è una bella giornata, festeggiamola. >>.  Si oggi avrebbe festeggiato, con due fiori di cardo, con un po’ d’insalata selvatica, con le uova del pollaio. Avrebbe festeggiato la primavera. Alzò la faccia e la puntò verso il sole, per far scaldare dai raggi la pelle del viso. Farla scaldare dopo un duro inverno. Rimase immobile, in attesa.
Lui la vide e trasse un sospiro più lungo degli altri. L’adrenalina, come scheggia impazzita, riprese il suo giro. Poi con ancora più calma delle altre volte, trasse a se il dito e si udì uno scatto metallico.
Lei avvertì una fitta improvvisa, proprio sopra l’occhio sinistro. Quasi una puntura, un’ape forse che suggeva gli umori dei fiori e lei non l’aveva ne vista, ne sentita. Quella fitta fu l’ultima cosa avvertita, poi il prato e i fiori furono spruzzati di rosso. Neanche un gemito, neppure un urlo, soltanto una fitta improvvisa.
L’otturatore schioccò e il bossolo caldo cadde vicino agli altri che gli si erano accumulati accanto. L’altro abbassando il binocolo che teneva in mano disse << Ottocento metri, bellissimo colpo!>>Lui ebbe la stessa contrazione di prima.
Con lo stesso schiocco l’otturatore si chiuse.
Sarajevo – Venerdì Santo 19…
 Forse è una leggenda metropolitana, forse è la verità, ma in molti luoghi e in diverse epoche l’uomo ha cacciato i propri simili. Vuoi per sport, o per denaro. Come in questo caso. Mi auguro che sia solo fantasia