GLI ANZIANI.

vecchietta

In una ragnatela del tempo trascorso, sul viso è stata stilata una mappa, un lungo percorso.
Nelle gambe e nelle ossa la stanchezza e lo stento, dei troppi passi avanzati, anche contro vento.

La dolcezza costruita sopra ogni delusione, con resilienza, della malinconia del passato un concentrato, la sua vera, densa essenza.

Occhi consumati dalla vista dei troppi mari blu,
di quel pontile che c’era un tempo, e che ora non c’è più.
Orecchie un po’ sorde per le mille canzoni, che hanno saputo cullare infiniti sogni e i sonni, lieti, di più generazioni.

Mani, rigide e raggrinzite, che hanno curato, le proprie o altrui più grosse ferite.
E un animo appesantito da perdite e pena, e un cuore affaticato per un’esistenza piena.

La pelle secca, i capelli bianchi, l’espressione contratta per i dolori, tanti.
E l’amore che una volta o due ha bussato,
così tanto forte da far sussultare, togliendo il fiato.

E non resta che immaginarli, tutti quei morsi potenti, dati alla vita a trentadue denti!
E osservando la nuova stagione non c’e meraviglia,
tutto di vecchio, ogni bella primavera si somiglia.

E respirano lievi nella solitudine certe mancanze soffocate da un velo, leggero, che li avvolge con il giusto rispetto, anche se austero.
E’ quasi pronto il loro bagaglio e sanno.
Sanno che son poche le cose che serviranno.

Attendono così: pallidi, trasparenti e un po’ doloranti, arresi, sfiniti e ormai sempre stanchi.
Si perdono osservando il cielo infinito e, volendo, riuscendo a toccarlo persino con un dito.
Sempre saggi conservano qualche rara speranza, nonostante ormai prigionieri, dei muri di una piccola stanza.

E non resta che ascoltarli e da loro imparare, e non rimane altro: donargli la mano per poterli accompagnare.
Imparano a volare, impariamo a volare.

Lady Nadia.
(Dedicata)

distillazione

Immagine tratta liberamente dal web

 

“Qualcosa da bere?”
rientriamo da poco da una cena fuori fra amici, si direbbe di me che sia il quadro della tranquillità al contrario di lei. Chiudo la porta e accendo il quadro luminoso della sala, qualche angolo rimane in penombra, va bene così.
“Non ho preferenze, basta che aggiungi un paio di cubetti di ghiaccio e andrà bene qualsiasi alcolico” dice sedendosi, allunga entrambe le gambe sul divano, sfilandosi i tacchi bordeaux, il tacco picchietta sul pavimento, prima l’uno e poi l’altro. L’abito da sera prende la piega sull’interno delle cosce.
Verso un paio di bicchieri di scotch “ho come la sensazione che sia il momento di parlare, non trovi. Questa cosa di vivere le situazioni e gli avvenimenti a modo tuo. come se fossi il regista della sceneggiatura, eppure vedo che continui ad andare contro la tua personalità”
Soppesa le parole, mordendosi il labbro “Mi conosci ormai. Ho addosso la terribile sensazione di essere al punto di partenza. Ovunque sia, in qualche modo. Ciò che sono prima o poi ritorna in superficie e distrugge il copione. E’ avvilente in un certo senso, gli sforzi che faccio per essere diversa, nei momenti più critici sono vanificati”.
Allontano dal divano il tavolino in vetro che impreca per l’insulto. Creo giusto lo spazio per me. “Cosa vuoi dire?” chiedo sedendomi ai piedi del divano bianco in finta pelle.  Penso distratto allo spreco di soldi, sfilandomi le scarpe lucide.
Rivolge lo sguardo al soffitto, lo sguardo annoiato “dico che nonostante i buoni propositi, una parte di me riesce a vincerli e qualcosa va perso, qualcosa perdo come fosse inevitabile”
Poggio la testa sulla parte libera, il bicchiere di scotch per terra “la tua parte che non vuoi ascoltare, continui a metterla a tacere. La soffochi. Andando contro corrente più verso te stessa che verso altri” risento la voce nella sala, siamo noi e le nostre parole, i nostri discorsi. Chi ha conosciuto qualcosa di più intimo e riservato?
Beve un lungo sorso di scotch, tossendo un poco.
“Vorrei che seguire me stessa fosse la strada giusta, credo che potrei essere felice. Non sono come te. Sembra la vita ti scivoli addosso, nella tua tranquillità mi ritrovo a guardarti con incredulità misto a stupore. Come una bambina messa davanti ad un trucco di magia che non conosce” si gira sul fianco, mi ritrovo all’altezza della piega del vestito sulle cosce, qualcosa mi distrae.
“Non c’è il trucco. Sono me stesso, sono ciò che voglio essere. Accontentarsi di tutto ciò che passa, essere passivi. E’ la strada giusta se vuoi renderti infelice. Non so quanto tu possa ancora resistere, rendendo infelice te stessa e infastidendo gli altri con il tuo comportamento da sofferente”
“Sei sempre così diretto” disse finendo di bere, nei suoi occhi si leggeva che stava soppesando ogni ultima parola.

Destino

Holbesh si era raggomitolato in un angolo per provare a dormire. Stanco era stanco, ma la mente continuava a rimuginare sulla strada percorsa fino a quel momento. Fuori il buio stava lentamente cedendo il passo al chiarore e il panorama scorreva monotono.
Al chilometro venti la vedova Morel si imbarcò sulla corriera con il suo cesto di frutta colta da poco. Si svegliava presto il martedì per essere di buonora al mercato. I posti davanti erano tutti occupati da anziani di varia foggia e tutti la squadrarono preoccupati che si decidesse a sedere vicino a qualcuno di loro. La vedova Morel la conoscevano in tanti nella vallata di Collins e pochi erano gli uomini che non avevano provato a concupirla, ma ogni volta il malcapitato si ritrovava a combattere con la sua mente poco incline alla logica. Pazza non era a quanto diceva il dottor Mondrian, ma da quando il povero signor Morel l’aveva lasciata su questa terra, qualcosa nella sua testa era mutata. Un peccato concludeva Mondrian, l’unico che quando la visitava poteva ancora godere del suo magnifico corpo di donna. Un peccato, diceva anche padre Martin che l’aveva adocchiata da tempo per il suo scapestrato nipote, sebbene lui stesso non disdegnasse di provar a rimirare l’areola del capezzolo, quando inginocchiata provava a lenire i tormenti dell’anima in confessione.
Attenta a non far cader nessun frutto a terra la vedova Morel percorse il corridoio, tra due ali di sguardi perplessi, fino al sedile accanto a Holbesh. Per venti chilometri rimasero così, facendo finta di ignorarsi a vicenda, non degnandosi neanche di uno sguardo, immersi nelle loro strane realtà. Poi però fu la donna a voltarsi e dire qualcosa.

– Vi recate in città per uccidervi come ogni martedì monsieur Holbesh?
– Sì madame, dal ponte del diavolo.
– Ottima scelta, molto bello il panorama sul torrente e piuttosto alto da evitare intoppi. Decisamente meglio del campanile, non pensate?
– Indubbiamente madame. Prima comunque andrò a prendere un boccone dal Catalano. Prima di volare giù intendo.
– Molto sensato come ultimo pasto, potrei unirmi a voi se non disturbo, diciamo per le dodici, dodici e un quarto. Terminato il mercato.
– Mi farebbe molto piacere madame. Se mi date la vostra presenza per certa, provvederei a riservare per noi due la camera sulla vallata. Pare che la giovane Marie si sia fatta portare dal fratello degli splendidi copriletto di fiandra turchesi.
– Siete un birichino monsieur Holbesh. Vi onoro di avermi come commensale al vostro ultimo pranzo e voi già volete infilarvi sotto le mie sottane.
– Vorreste rifiutare l’ultimo desiderio a un condannato a morte?
– Ma nessuno vi ha condannato?

Per venti chilometri Holbesh, rimase in silenzio passando una a una in rassegna le motivazioni della pena che a dir della vedova Morel nessuno aveva comminato. Ogni tanto guardava la pelle ambrata della donna far capolino dalla gonna appena al ginocchio e quello suonava già da anatema al suo proposito.

– Non pensate madame che basti il mio di verdetto?
– O bella! Siete voi giudice? Avete prove e controdeduzioni che possano validare questa vostra tesi? Dite sciocchezze come ogni santa volta monsieur e dubito che questo non sia tutto un piano per farmi cadere nella vostra rete.
– M’offende sentir dire questo. Siete libera di accettar la mia proposta. E a dire il vero, se l’ultima volta non ci fosse stato proprio sotto il campanile quel carro di fieno sarei già bello che sepolto mia cara.
– Una fortuna visto che avete così avuto modo di restituirmi la guêpiere che mi avevate un’ora prima sottratto, regalo prezioso del mio terzo marito.

La vedova Morel concluse la frase abbozzando un risolino sarcastico proprio in prossimità dell’arrivo, sistemò alcuni pomi che stavano per abbandonar la cesta e precedendolo guadagnò l’uscita.
Alcune ore dopo, finito che fu il mercato, la bella vedova si ritrovò a sorseggiare un rosso giovane poggiata al davanzale della camera al secondo piano. Le belle lenzuola di fiandra turchesi giacevano ai piedi del letto d’ottone, piuttosto stropicciate dalla fretta dell’amore dei due strani amanti.

– Madame prima di affrontare il mio triste destino, volevo porvi una questione.
– Dite Holbesh.
– Se vi avessi chiesto in sposa, avreste accettato?
– Ma non lo avete mai chiesto?
– Se lo avessi fatto, madame.

La donna con il bel busto ancora nudo si girò a guardare il fisico esile dell’uomo rivestirsi dgli abiti del giorno. Incerta nel rispondere, provò a dissimulare una certa emozione. Disse un no, poi un che idee vi fate. Poi ancora un invito ad aspettare il viaggio di ritorno in corriera per darle tempo di ragionar una risposta.

– Madame il ritorno per me vorrebbe dir rinunciare al mio proposito di abbandonare questa terra oggi, da quel ponte che vedete dalla finestra. E poi per cosa, per aspettare un no o un forse?
– Un no o un sì. Andate suvvia, ne riparliamo stasera al ritorno, fate il bravo.

Quella sera il posto di Holbesh rimase vuoto fino alla partenza. L’autista più volte sporse la testa per controllare un suo arrivo tardivo. Con grande dolcezza la vedova Morel poggiò il cesto oramai vuoto sul sedile accanto. E di questo s’ebbe da accontentare come compagnia sino al capolinea.

Claire

Disegno di Veronica © 2016

Nei pressi della capanna del nonno, sull’alta cresta da cui si domina un pendio coperto di ippocastani, Claire, in groppa al suo cavallo, è avvolta in una spessa coperta. Si era accampata lì per la notte. Aveva raggiunto la sera precedente quella piccola costruzione che il nonno eresse più di una generazione fa, e nella quale visse come un eremita, quando arrivò in questo paese per la prima volta. Era uno scapolo pieno di sé, che alla fine entrò in possesso di tutta la terra su cui correva il suo sguardo. A quarant’anni si sposò controvoglia ed ebbe un figlio, a cui lasciò questa fattoria sulla via per Petaluma. Claire si sposta lentamente sulla cresta sovrastante le due vallate piene di bruma mattutina. Alla sua sinistra c’è la costa. Alla sua destra la strada per Sacramento…”.

Claire ricordava la prima volta che si era recata in quel posto, che le era apparso inospitale ma da subito aveva saputo che sarebbe stato suo e solamente suo. La sua vista aveva percepito l’immensità del luogo. Alberi e colline verdeggianti. E là in fondo l’azzurro dell’oceano. Sopra di lei un cielo terso senza una nuvola, incendiato dal sole al tramonto. La cornacchia col suo ‘cau’ rinnovava la sua canzone nel folto della quercia che stava davanti alla costruzione. Il vento muoveva i suoi capelli con un sibilo amico. L’erba alta si muoveva secondo un ritmo che per Claire era sconosciuto. La porta della piccola costruzione cigolava a ogni soffio del vento che portava con sé il sapore del mare. Quell’abitazione era un misto di mattoni e legno, come quasi tutte le abitazioni di quei posti isolati. Alcune imposte erano uscite dai cardini e penzolavano mollemente. La copertura in mattoni mostrava sotto le travi in legno. Claire pensò che avrebbe dovuto lavorare duramente per renderla abitabile. All’interno si notavano le tracce del passaggio di animali. Impronte ed escrementi. Il piccolo camino all’interno chiedeva solo di essere acceso.

Adesso casa e terreno erano suoi e aspettavano che lei ci venisse ad abitare.

Il nonno non lo aveva mai conosciuto, né sapeva come si chiamava la nonna, che pareva svanita come la nebbia ai primi tepori del giorno.

Chi fosse e come vivesse lo imparò solo molto tardi, quando John, suo padre, le raccontò alcune cose della vita di Clark. Il nonno si chiamava così. Suo padre aveva abitato solo a Sacramento, fin da quando aveva emesso il primo vagito. John, diventato adulto e prima che lei nascesse una volta al mese andava a trovare il nonno, che era sempre più vecchio e inselvatichito, ostinato come un mulo. Lui non aveva nessuna intenzione di lasciare quella casa isolata e piena di ricordi, priva di comodità, che dominava la vallata.

Un giorno lo trovò appisolato serenamente sulla vecchia sedia a dondolo davanti al camino spento. Era freddo e rigido. Sembrava che la morte avesse sfiorato appena quel vecchio ostinato, mentre si prendeva l’anima. Il trapasso era stato dolce, quasi sereno.

Suo padre era tornato in città a prendere il pastore per portarlo lassù. Seppellì il suo vecchio ai piedi della quercia, che aveva piantato quando per la prima volta era arrivato lì.

Chiuse la capanna e tornò a Sacramento, dimenticando quella casa e i venticinquemila acri di terreno che la circondavano.

Suo padre si sposò tardi, come il nonno. Evidentemente il matrimonio non erano cerimonie che si confacevano troppo in famiglia, pensò Claire. Sorrise, perché anche lei continuava la tradizione familiare. A trentacinque anni non era ancora sposata.

Claire nacque dopo qualche anno e crebbe allegra e coccolata dalle zie, tutte zitelle, le sorelle di sua madre.

Ignorava che il padre avesse ereditato tutto quel terreno e la casa sulle colline che dominavano il fiume Sacramento e la costa sopra San Francisco. E continuò a ignorarne l’esistenza, finché ormai vecchio e prossimo a raggiungere il nonno, la chiamò a sé per raccontarle tutto di suo padre, dell’abitazione, del terreno.

Claire era una trentacinquenne single, quando ascoltò il suo racconto, e subito decise che sarebbe andata a vedere quella casa, chiusa da oltre quarant’anni.

Le vallate intorno a Petulama erano coltivate a vigne. Si domandò per quale motivo il padre non aveva ceduto a qualche produttore di vino quei venticinquemila acri di terreno fertile, che l’avrebbero reso ricco. Posta la domanda a suo padre, ricevette come risposta solo “tuo nonno non avrebbe voluto”. Claire non capì il senso di quelle parole sibilline.

Era una condizione del testamento oppure la volontà di un vecchio testardo?’ Erano i dubbi che galleggiavano nella sua mente, mentre accompagnava il padre nell’ultima dimora. Un posto verde e ricco di alberi, dove avrebbe riposato per sempre..

Dunque toccava a lei soddisfare il desiderio del nonno, sconosciuto fino a pochi giorni prima. Come non lo sapeva ancora. Questo nonno era comparso dal nulla, mentre fino a quel momento gli unici, che ricordava con molta imprecisione, erano i genitori della madre e delle numerose zie, che avevano popolato la sua esistenza.

Comprò una cartina dettagliatissima della zona per studiarne la posizione. Poi affittò un suv per raggiungere il luogo che presumeva isolato e impraticabile per le auto normali e partì per la fattoria, che aveva ricevuto in eredità con la morte del padre.

Percorse la route 50 che collega Sacramento alla costa fino al bivio per Petulama dove si addentrò nella Napa valley.

Ai lati della strada c’erano sterminate estensioni di vigneti che si smarrivano tra colline e vallate a perdita d’occhio.

A fatica trovò il viottolo che conduceva alla sua nuova proprietà, che interrompeva i filari di vigne.

La strada era ombreggiata da enormi ippocastani e querce, cresciuti da quasi cento anni senza l’aiuto di mano umana. Enormi radure ricoperte da erbe alte dieci piedi e cespugli bassi e spinosi si aprivano a ogni curva, mentre lo sterrato saliva dolce verso il crinale per poi ridiscendere nella vallata successiva.

Claire capì che stava profanando quel luogo con quel suv rumoroso e inquinante, perché il silenzio era assordante rotto solo dal rombo del possente motore.

Si fermò e tornò indietro. Raggiunto il primo paese abitato, noleggiò un trailer. un cavallo e tutto quello che serviva per cavalcare.

Tornata al bivio dello sterrato, parcheggiò il suv appena dopo la sbarra. Il cavallo docile si mise a brucare l’erba che era folta. Prese dall’auto una piccola borsa con quello che poteva servirle per la notte, che assicurò alla sella. Al piccolo trotto iniziò di nuovo a percorrere il viottolo.

Uscendo dal bosco dopo una curva non troppo dolce apparve la costruzione in legno e muratura abbandonata e circondata da erbe alte, mentre in lontananza il cielo si confondeva con le acque del Pacifico.

Era una splendida giornata con il cielo terso e lindo, con qualche fiocchetto bianco che incipriava l’azzurro e il rosso del tramonto. Il sole baciava il legno inscurito dal tempo e dalla pioggia, mentre le pietre a secco tenute insieme dalla malta una volta chiara avevano acquistato un colorito grigio sporco.

Prima di scendere prese dalla borsa indumenti pesanti, anche se il tempo fresco e temperato potevano invitare a un vestiario più leggero. Infilò un paio di stivali di cuoio robusti che abbracciavano l’intero polpaccio e guanti spessi che coprivano bene il polso e l’avambraccio.

Sperava che tutte queste precauzioni non fossero necessarie, perché la presenza di qualche ospite indesiderato non era da scartare.

Con precauzione aprì la porta d’ingresso, non molto salda, che minacciava di crollare a ogni soffio di vento.. All’interno regnava polvere e ragnatele depositate sullo scarso mobilio, che stranamente era ben conservato. A parte qualche traccia del passaggio di animali nessun ospite era presente o pensava di trovare ospitalità. Tirò un sospiro di sollievo. Non c’erano segni di umidità, i locali erano ben asciutti e secchi.

Uscita fece un lungo giro intorno alla costruzione. Pareva tutto era in ordine: nessun segno di scasso o altre rotture.

Rimasta all’esterno si rese conto che per renderla presentabile ci sarebbero voluti molti giorni di intenso lavoro e forse non sarebbero stati sufficienti.

Però la preoccupava l’esterno per la folta vegetazione spontanea che era cresciuta selvaggia e rigogliosa. Lei senza l’aiuto di qualcuno non sarebbe stata in grado di provvedere, quindi doveva trovare delle persone, o meglio una decina, che rendessero praticabile i dintorni della fattoria.

Le ombre si stavano allungando e il cielo diventava sempre più scuro. Rientrata accese il piccolo camino per scaldare il poco cibo che aveva preso con sé. Non avrebbe dormito lì dentro ma si sarebbe accampata fuori.

Il mattino la colse con tutta la sua bellezza. Il sole filtrava tra le folte chiome degli alberi cresciuti senza l’ausilio umano. Il verso di un uccello ignoto levava la sua voce nel bosco sottostante. La nebbia si levava lenta verso l’alto, dove svaniva. Sarebbe stata una giornata splendida.

Ammirò la vastità della sua proprietà e la bellezza selvaggia del posto.

Da domani si sarebbe organizzata per migliorare l’aspetto trasandato e di abbandono della costruzione del nonno. A cavallo avrebbe esplorato ogni angolo di quel paradiso terrestre.

Percepì il suo spirito di fianco a lei.

Adesso sapeva come sarebbe stato il suo futuro.

latente

La luce del tramonto soffusa filtra tra le tende arancioni spargendosi nella cucina, da lei stessa allestita. La casa era sua. Come sua era pure la vetrina a doppio sportello in cristallo ,che occupava una parete del salone; come sue erano le coppe vinte nelle gare di cicloturismo e le coppe vinte al tiro a segno , le targhe  in cui ricorrevano le sue immagini e il suo nome sotto la dicitura primo classificato; come suoi erano gli oggetti indiani provenienti dall’ashram che aveva frequentato; come sue erano le cornici intarsiate che esibivano l’attestato di laurea e master in psicologia; come suo era il batik appeso sopra la porta che rappresentava l’albero della vita , dai colori tenui; come suo era l’altare buddista che aveva realizzato lei stessa nel tempio del suo maestro in Birmania; come sua era la libreria a mensoloni di noce ideata da lei stessa, che copriva per tre quarti la grande stanza , come suoi erano tutti i libri che la riempivano.

E’ seduta a gambe divaricate su un tavolino intarsiato, con le ginocchia piegate ad angolo retto; i piedi nudi sono saldamente piantati sul pavimento in legno; due fili di perle di fiume in conflitto cromatico con la pelle bronzea, ornano il collo, le braccia magre e nervose spuntano dalle maniche di un kimono da arti marziali in seta bianca lucida; le mani rivolte in basso sono immerse nella fascia d’ombra tra le cosce e il costato, una striscia di luce sfuggita dal filtro delle tende accarezza la curva del collo e illumina la punta del mento regolare proteso verso l’alto; due occhi di ghiaccio fissano immobili davanti a sé, i corti capelli neri cadono leggermente verso le spalle.
Sulla scrivania d’epoca scelta da lei stessa, appeso alla pinza  portacarte comprata da lei stessa, un biglietto in carta azzurrina scritto con la stilografica così recita: “scusami, un imprevisto, sono atteso in sede a Roma, vengo a prenderti stasera alle venti, si va da Malyan’s per il nostro anniversario, ti amo”; sul video al plasma del portatile di lui una scritta:

“ Conferma per la prenotazione della camera al “Quisisana” di Chianciano  per il giorno 28 ,la ringraziamo per la sua scelta”.

Naturalmente era bastata una telefonata , fatta da lei stessa, in sede a Roma per appurare che lui non era là e non doveva andarci e un’altra telefonata per avere la conferma che lui era chiuso nella stanza a Chianciano in buona compagnia.
La porta si apre  e sbatte leggermente nel richiudersi, passi leggeri percorrono il corridoio, una assicella del parquet scricchiola, la pendola a muro suona le otto in punto.
Un sorriso altera l’immobilità del viso e le mani affusolate che impugnano una pistola, con il calcio di madreperla già pronta a sparare , si alzano  mettendo la canna a livello  delle spalle.

Lui si trova davanti alla scena , come paralizzato, la paura sale lentamente dallo stomaco si diffonde e si trasforma in terrore, la voce non riesce a passare il groppo della gola . Tre colpi in rapida successione saturano lo spazio, non sente nessun dolore, resta attonito per qualche secondo poi un senso di languore lo pervade , un calore al petto anticipa una fitta che lo trapassa come una stilettata, le mani scattano a contenere il petto , le gambe cedono e il corpo schianta sul parquet con un gorgoglio.

Lei si scuote dalla sua immobilità , si alza dal tavolino abbassando l’arma , raccoglie i bossoli  delle pallottole a salve e si avvia ad aprire la finestra per eliminare l’odore di cordite che rende irrespirabile l’aria. Senza rivolgere lo sguardo verso il corpo caduto scomposto si avvia verso la sua camera. Si sfila il chimono rivelando il suo corpo completamente nudo , fa scorrere le ante dell’armadio ornate di figure giapponesi, sceglie un tubino nero e si veste con cura . Lo specchio riflette la sua figura snella e flessuosa , si passa una mano tra i capelli  e sorride alla propria immagine. Raccoglie il telefonino sul basso comodino  che affianca un  futon  matrimoniale e compone il numero del “118” e appena sente il collegamento dichiara le proprie generalità e poi :

“ Mio marito deve avere avuto un attacco cardiaco venite subito”

Raccoglie la pistola e la ripone nella sua cassetta , prende due bastoncini di incenso li pone sul supporto inclinato ed avvicina la fiamma dell’accendino.

Il profumo di incenso cerca di coprire un odore nauseabondo che si sta propagando.

Questo era quello che sarebbe stato se qualcuno non lo avesse avvertito e lui non fosse più tornato e non avesse più dato segni di sé ma ad ogni anniversario lei lo aspetta esattamente alle venti con la pistola in pugno sperando di eseguire il suo piano.

Scrivere…scrivere…

A volte ci  provava a sublimare le brutture in poesia. Ci provava con gli occhi, ci provava con la voce docile e gentile. Ci provava con un sorriso.

Ci provava perdonando.

Ci provava scrivendo.

Scriveva, scriveva, su agende, diari, foglietti, PC, cellulari. 

Senza interlocutori se non quelle pagine bianche, prima, quegli schermi vuoti, poi.

Parole per raccontarsi, parole per spiegare a sé stessa ciò che era. Per fare ordine nel caos, per dare un senso a troppe cose che per gli altri non avevano senso, e lasciarlo a testimonianza di sè o, chissà come racconto a chi  sarebbe venuto. Un uomo, un figlio…qualcuno. 

Una infinita mole di parole, per non perdere ricordi, per non perdere nè il male nè il bene.

Per andare a cercarsi quando si smarriva.

Per capire che era diversa da chi la circondava, ma non peggiore, no, diversa, fragile, impaurita, spesso e allo stesso con una profonda forza.

I suoi scritti erano coordinate, suggerimenti, malinconie e tenerezza di sè. Erano sprone verso il meglio, erano lucida analisi, fino alla spietatezza.

Lucidità che, a volte, non le permetteva ugualmente il cambiamento, ma che la rendevano consapevole anche nei momenti disperati. Lacrime e consapevolezza.

La disperazione scemava scrivendo.

Le emozioni e le felicità, a volte così sue, da non essere da nessuno colte come possibili gioie, venivano fermate. Divenivano quadri.  Meravigliosi tocchi di colore. Carezze da ritrovare sempre. Profumi conosciuti. 

La sua vita scorreva su realtà vissuta e scritta.

La sfida e il rifugio. 

E quando riusciva provava a darsi anche ai versi.

No non sapeva “poetare”, ma provava a dare musicalità a qualcosa che aveva bisogno di uscire da dentro, prendendo vita e leggerezza.

Chè le poesie sanno essere lievi. 

Trasformare grida in sussurri.

Sfiorarti, parlarti, darti fiato.

E allora scriveva, scriveva…
Lucia Lorenzon  8 aprile 2017

Marco

Scusate il ritardo! Prima ho avuto problemi di linea, poi mi sono dimenticata di dover pubblicare. Accidenti alla mia testolina sempre tra le nuvole! 😀 Vi propongo un racconto già pubblicato sul mio blog. Buona lettura e scusate ancora!

Marco sognava da sempre di fare lo scrittore. Aveva iniziato a scrivere i primi racconti a nove anni e aveva continuato fino ai quindici quando aveva deciso di non avere più niente da dire. Adesso, trent’anni, un matrimonio fallito e due figli dopo, aveva finalmente riaperto il suo taccuino pronto a raccontare qualunque cosa gli passasse per la mente. Peccato che la penna si fosse prosciugata. Già, il temutissimo blocco dello scrittore. Aveva sparso litri di inchiostro quando in fondo non aveva molto da dire e ora che aveva tante storie per di più sensate ma assai annebbiate nella testa, di nero non riusciva a spargere nemmeno una goccia. Aveva cercato su Google, attuato tutti i consigli che aveva trovato, era persino andato da uno psicologo ma non aveva risolto niente; le pagine rimanevano intonse, statiche e dannatamente bianche.

“Forse non ho lo stoffa per diventare scrittore.” pensò Marco mentre aspettava che Paoletto, il più piccolo dei suoi mini-me, uscisse dal campo di basket. “Bah! Marco, svegliati! Hai quarantacinque anni suonati e ancora sogni ad occhi aperti. Diventare scrittore… vivere dei tuoi racconti addirittura! Ma dove diavolo hai la testa?”

“Sulle spalle, probabilmente.” gli sussurrò la sua impulsività, la stessa che l’aveva portato a sposare Sara due settimane dopo averla conosciuta in spiaggia. Era stata un’avventura estiva lunga, durata tre anni e troncata da un divorzio e da un’aspra battaglia legale per la custodia dei nanetti. Quei due piccoli esseri umani erano l’unico motivo che scacciava via la sensazione di aver perso tempo; Marco non avrebbe mai rinunciato a loro, nemmeno per tutto l’oro del mondo. Guardando indietro erano l’unica nota positiva in una vita di fallimenti. Disoccupato, troppo giovane per alcuni e troppo vecchio per altri, andava avanti con lavori saltuari perché di far fruttare quella laurea in Economia Aziendale proprio non se ne parlava; si era laureato giusto per una promessa fatta al nonno in punto di morte.

“Ho bisogno di scrivere.”

“E cosa?” chiese Paoletto dal finestrino aperto. Aveva l’aria di essere lì da un po’.

“Niente di che. Stavo pensando a voce alta. Salta su!”

Il bambino aprì la portiera posteriore, lanciò una sacca che sembrava parecchio pesante sul sedile e poi si buttò dentro pure lui facendo traballare l’auto; Marco aveva smesso di rimproverarlo ormai, in fondo piaceva anche a lui quel movimento “a budino”, come lo chiamava il suo mini-me. Si diressero tranquillamente verso casa discutendo di basket e gelato mentre il traffico serale sfrecciava loro accanto come se arrivare a destinazione fosse una questione di vita o di morte.

Un profumo di brodo di pollo ed una voce allegra che canticchiava accolsero Marco e Paoletto già nell’ingresso della piccola villetta in una zona residenziale poco fuori dalla città.

“Ah, eccovi finalmente!” disse Clelia, la suocera di Marco. “Stavamo per iniziare senza di voi! Siamo affamati!”

Clelia non era la tipica suocera, quella stereotipata che detesta il compagno/a del figlio/a senza motivo; si era affezionata subito a quell’uomo tanto alto e atletico quanto goffo che sua figlia le aveva portato senza preavviso a casa in un pomeriggio afoso. Quando i due avevano finalizzato il divorzio aveva detto, in lacrime, che ormai Marco per lei era come un figlio e che avrebbe continuato a prendersi cura di lui come aveva sempre fatto. Marco si era messo a piangere a sua volta e l’aveva tenuta stretta, lui che di una madre aveva conosciuto poco e niente.

Paoletto e Clelia si sedettero a tavola mentre Marco si diresse verso il divano per recuperare il maggiore dei suoi mini-me, Carletto, costretto a casa da un febbrone epocale.

“Vieni, cucciolo. La cena è pronta.”

“Ti ho detto di non chiamarmi così, papà! Ho dieci anni ormai!” protestò il bambino mezzo addormentato.

“Va bene! Allora visto che sei grande, in cucina vai sulle tue gambe?”

Carletto ci pensò su un attimo.

“Magari per oggi posso ancora essere piccolo.” disse deciso allungando le braccia verso il padre.

Dopo cena Clelia mise i bambini a letto e Marco ripulì in cucina; poi si sedettero entrambi in veranda con una tazza di tisana bollente in mano.

“Conosco quello sguardo perso. Cosa ti frulla in quella testa?” chiese Clelia con sguardo indagatore.

“E’ stupido.”

“Non credo. Tu non dai importanza a quello che per te è stupido; è il motivo per cui hai rinunciato a combattere per il tuo matrimonio.”

Colpito e affondato.

“Sai come la penso, Marco. Non c’era più niente da salvare tra te e mia figlia, forse non c’era mai stato. E non lo dico a cuor leggero.”

“Lo so.”

“Allora?”

“Ho comprato un taccuino, per scrivere storie.”

“Come quando eri ragazzino. Mi piace.”

“Dalla penna non esce niente. E non capisco perché.”

“Smetti di cercare di capire. Smetti di pensare. E scrivi, semplicemente.”

Quando Clelia se ne fu andata, Marco si sedette alla scrivania, prese la sua penna preferita, una stilografica che suo padre gli aveva regalato per la laurea, e iniziò a buttare giù sulla carta parole e parole. Sembrava un fiume in piena. Passate diverse ore, si rese conto che stava finalmente dando vita al romanzo che aveva sempre cullato nel cuore, quello di cui sapeva il titolo ma non il contenuto.

Tornò sulla prima pagina e scrisse in stampatello: “Tra le onde”.

Continuò a lavorare su quel romanzo per mesi e quando fu finalmente finito lo pubblicò giusto per il piacere di condividerlo con qualcuno. Se poi fosse arrivato il successo, tanto meglio; avrebbe potuto dedicarsi a ciò che più l’aiutava a mettere insieme i pezzi della sua vita incasinata. Scrivere.

IL LUPO E IL SERPENTE

Il lupo incrociò sulla sua strada una piccola biscia. L’annusò quel tanto da irritarla, e mentre l’annusava, il serpente tentò di rizzarsi, riuscendoci a fatica.
“Ma che fatica!” disse il lupo.
Il serpente non rispose.
“Sei ammalato?” chiese il lupo falsamente preoccupato.
“Sto cambiando pelle” rispose il serpente che dopo pochi giorni avrebbe indossato un vestito nuovo.
“E costa così caro cambiare pelle?”
“Certo, per noi serpenti è così. Devi sapere che tutto il nostro corpo si affievolisce, perché accumuliamo liquido linfatico che ci permetterà d’indossare l’abito nuovo. E poi ciascuno ha la sua pelle.”
Il lupo ascoltava, e intanto fingeva simpatia.
“E tu non perdi il pelo?” domandò la biscia.
“Certo!” disse il lupo. “Non vorrai che muoia di caldo in estate e di freddo in inverno.”
“Certo che no” rispose il serpente.
“Anche noi cambiamo vestito, ma con semplicità” aggiunse il lupo. “. E poi, non lo lasciamo in giro come voi.”
“Non saprei come raccoglierlo” disse il serpente.
“Non mi sembra una buona scusa” fece il lupo fiero di umiliare la biscia. E aggiunse: “Il mio pelo si disperde nell’ambiente che quasi non ti accorgi che esiste. Il vostro invece… che fastidio trovarselo tra le zampe!”
La biscia non sapeva rispondere, in fondo il lupo aveva ragione. Ogni volta che cambiava vestito, lasciava in giro quello vecchio.
“Ti vergogni, vero?” aggiunse il lupo vedendo la serpe in difficoltà.
La biscia non rispondeva, anzi, sentiva il desiderio d’essere altrove. E non aveva nemmeno le forze per difendersi.
D’improvvisamente si sentì uno sparo.
Il lupo cadde a terra ferito.
“Brutta pellaccia! Eccoti finalmente!” urlò un cacciatore che arrivò lì correndo.
Il lupo guardò mestamente la biscia e poi chiuse gli occhi, sapendo che il secondo sparo sarebbe stato mortale.

di Stefano Re

Cuore e cultura

immagine da web

C’è sempre chi ti informa che tu non hai cultura.
È gente assai gentile, che ti usa la premura, di dirti le lacune che hai in letteratura.
Che dire poi dell’arte di artisti assai importanti,
come puoi tu non sapere date, nomi, stili ed eventi?
E la storia, il nostro passato? Non merita attenzione chi lo ha trascurato. Lo devi ben sapere quello che è accaduto. Non essere
imprecisa, non perdere il dettaglio, non puoi giustificarti come candido giglio.
Ma dai non sai tutto di Mozart, di Bach e di Beethoven? E di Verdi, di  Vivaldi ? La cultura mica fa saldi!
E poi c’è matematica, fisica, astronomia; ma in che contesto vivi, che vergogna figlia mia.
Va bene, vi ringrazio di tutta la premura, son certa che son grave e mi serve una gran cura.
Nel tempo ci ho provato a costruirmi dentro, a leggere il possibile, a darmi nutrimento, a conoscer  brutto e  bello che fan crescere il cervello.
Ci provo ogni giorno, curiosa di ciò che ho intorno, non saprò come altra gente, ma chi non è ignorante?
Siamo tutti impreparati scoperti in qualche fronte. Magari non capiamo il dolore di chi ci è di fronte; o non sappiamo dare, a chi ci chiede amore, e fare una carezza per dare sicurezza. 
Se poi non allunghiamo la mano verso chi cade, a chi ci guarda zitto, cercando un po’ di bene, allora l’ignoranza ha colto il nostro cuore.
Se siete preparati, colti e risplendenti, ma non capite niente degli altrui sentimenti, allora non
vi guardo con muta ammirazione, e non merito da voi nessunissima lezione.

Lucia Lorenzon 22 marzo 2017