aperineve e una patatina

bene bene bene… allora con l’ultimo tipo? – ragazza convinta di essere ad un semplice aperitivo

l’ultimo tipo? un altro bla,bla,bla – ragazza convinta di non essere ad un semplice aperitivo

-arriva il barman con i due spritz, taglia la corda, ha fiutato il pericolo.

La ragazza non convinta ne beve un lungo sorso, inizia a spezzettare con i denti qualche patatina, sospira “l’ultimoo tipo?”

la ragazza convinta avverte il pericolo. Beve un lungo sorso a sua volta. Il silenzio degli innocenti è perfetto.

“L’ultimo tipo, eh? Vediamo…” altra patatina decapitata rumorosamente. Altro lungo sorso, ordina il secondo.

Arriva di nuovo il barman, appoggia con fare elegante il bicchiere colmo, taglia la corda, ha evidetemente realizzato il

pericolo.

“L’ultimo tipo? un altro bla, bla, bla. Un tipo così giusto, da non avere senso. Così presente, da sembrare assente. Così grande, da non vedere nulla. Così intellettuale, da non capire altrettanto. Una differenza iniziale che avrebbe dovuto essere una guida. Un continuo parlare, che avrebbe dovuto essere un appoggio. Il genere di incontri, che vorresti sempre, ma di cui ti accorgi che non vale niente. Un incrocio di sguardi, persi e presenti. Immersi in differenti sensi. L’uno un sesso senza direzione, l’altra un sentimento privo di azione. Se quando agiva c’era lo scopo, finiva sempre in un unico modo. E poi le sere a guardare oltre il finestrino, raccogliere racconti da svuotarsi l’anima, rendersi conto che si sta parlando da soli. Un dialogo ripetuto a regola d’arte, un copione che è sempre lo stesso, consumato e privo di senso. Un dolce fanciullo avanti coi tempi, ma che non ha ancora capito la differenza tra l’esserci e apparire. Avere l’idea, vagamente, che si sta assieme, solo di fronte al cameriere che chiede il conto dopo la cena. Pensare di avere ancora una chance col Destino, che se la ride il bastardone, convincersi che sia normale non sentirsi apprezzati. Perchè c’è crisi, anche per il rispetto. Lasciar scorrere qualche evento, sebbene valido allarme, convicersi del sbagliato, perchè il vero sarebbe troppo vero. Lasciare..lasciare?…lasciare! Quel suo voler cambiare le carte in tavola “non voglio perdere tempo, il mio” (ed io sono un tempo giusto?”) “so quello che voglio? (ed io sono desiderabile?) “voglio che tu sia presente” (ed io sono presente?) “credo nell’amore a prima vista” (ed io sono amore a prima vista?) “voglio una famiglia, ma non con te” (ed io sono un intermedio?) “ho dei progetti, ma riguardano me” (ed io sono il trampolino?) “ho bisogno di un aiuto” (ed io sono un pronto soccorso?)

ed io sono desiderabile?

sì, ma anche un poster nell’officina del mio meccanico lo è

ed io sono presente?

troppo, perfino per uno come te

ed io sono amore a prima vista?

per nulla, a prima vista c’è solo la Nutella

ed io sono un intermedio?

rivolgiti ad un prete piuttosto

ed io sono il trampolino?

al massimo per una maxi vasca idro-massaggio

ed io sono un pronto soccorso?

nemmeno per me stessa

La ragazza non convinta finisce anche il secondo bicchiere “..le fini rivelano gli inizi”, si dimentica di tutto. Forse al quarto bicchiere? La ragazza convinta, si convince ulteriormente, pagherà il conto al prossimo.

 

https://www.pianetadonna.it/pictures/2017/02/07/storia-dell-aperitivo-un-rito-tutto-italiano-1672382513[937]x[391]780x325.jpeg

Annunci

12/6

Incollare momenti
come schegge di follia
ma pulsanti di ragioni.

Bruciare attimi vitali
nell’arco di una domanda spezzata
e nel soffio di sentenze mai pronunciate.

Colorare suoni,
odorare pensieri,
disegnare frasi.

Galleggiamo in un equivoco,
in assenza del mai,
in presenza del forse.

Dal mio romanzo per bambini

Un estratto da pagina 61 a 64 di MAMMA MIA, HO INCONTRATO POESIA, romanzo per bambini, pubblicato da C1V Edizioni.

“…

Vidi che a metà ponte due guardie del Regno della Noia avevano bloccato il passaggio.

Gridai a Prosa di lanciare una delle nostre frecce:

“Attacca!”

Prosa rimase immobile.

“Avanti, che aspetti?” disse Eloquenza spaventata.

“Attacca con la I” gridai.

Prosa si abbassò e con un salto tirò fuori una delle più belle parole che poteva trovare in quel momento. Lanciò la parola APPUNTITA, enfatizzando l’accento sulla vocale I e questa si infilò con tutta la punta nella testa delle guardie che caddero con un tonfo rimbalzante.

“Avanti” dissi, mentre Prosa si guardava intorno recuperando tutte le punte andate fuori bersaglio.

All’apice del ponte c’erano dei tronchi d’albero per ostruire il passaggio.

Eloquenza cercò di spostarli con la forza, ma ovviamente i tronchi non si mossero nemmeno di un millimetro.

“E ora come facciamo?”

“Facciamo come ha detto Fantasia. Usiamo la forza delle vocali” risposi.

Prosa ebbe un’idea; disse che dovevamo urlare all’unisono la vocale A.

Eloquenza disse di no, figurarsi se così raffinata si metteva ad urlare.

Lo facemmo noi. Prendemmo fiato e urlammo la vocale A. La bocca si spalancò e un vento di fiato uscì dalle nostre bocche, ma solo quando anche Eloquenza si convinse di dare una mano, i tronchi si mossero rotolando verso la parte opposta, prendendo velocità appena raggiunta la discesa. Al di là furono investite un po’ di guardie del sovrano. Il più era fatto, ma all’inizio della discesa spie e guardie del Regno della Noia stavano attaccando.

“Avanti senza paura!” gridai mentre le gambe cominciavano a tremarmi. Se ne accorse Prosa che dandomi una pacca sulla spalla disse di non temere. Ringraziai e invitai Eloquenza all’uso della vocale U…”

Disegna la tua storia – nro 17 – il Boss

Quando il Boss tuonò “Ceci!”, l’urlo fece vibrare i vetri dell’ufficio e si avvertì fino in Piazza dell’Unità.

Cecilia, o meglio Ceci come la chiamavano tutti, guardò terrea in viso Barbara, la collega di stanza, e domandò: «Cosa vuole il Boss?»

Lei alzò le spalle e disse: «Vai nella sua stanza e senti».

Cecilia aveva venticinque anni e da due lavorava per il Boss, come chiamavano il capo della società Per&Due, che operava nell’area marketing imballaggi.

La ragazza si alzò dalla sedia ma sentiva tremare le gambe. Quando urlava così, c’era sempre un casino in corso e l’esperienza insegnava che era più prudente girare al largo. Però il problema era che aveva chiamato il suo nome, quindi la riguardava. “Cosa?” rifletté mentre faceva mente locale per capire se avesse sbagliato qualcosa. Intimorita trascinava con fatica le gambe che invece avevano poca voglia di muoversi.

“No. Ho fatto tutto quello che mi aveva detto ieri” pensò Ceci, mentre bussava timidamente alla porta di vetro dell’ufficio del Boss.

«Entra, per Dio!» tuonò di nuovo, mentre lei metteva dentro la testa.

Il Boss vide prima la sua chioma rosso Tiziano, poi il viso ricoperto di lentiggini il cui colorito si confondeva con i capelli e alla fine il suo corpo minuto da adolescente.

«Ma muovi quel culo! E siediti» ringhiò furioso il Boss.

Ceci ubbidì prontamente, mettendosi in punta sulla poltroncina di fronte a lui. La lingua era paralizzata dal terrore mentre continuava a deglutire rumorosamente.

«Ti sei mangiata la lingua, porca paletta!» urlò con un tono vicino a mille decibel, dando una manata sulla scrivania, che traballò come scossa da un terremoto.

«No, B… Signore» balbettò Ceci, mordendosi la lingua. Stava per chiamarlo Boss e sapeva come questo appellativo lo mandasse in bestia. Però s’era corretta in tempo.

Il Boss la guardò di sbieco, ridendo dentro di sé. La vedeva impaurita e cotta al punto giusto.

«Ceci, quello studio per il cliente Nomi è terminato?» chiese con un tono leggermente addolcito.

«Si… No…» borbottò Ceci sempre più confusa. Non ricordava se l’avesse già consegnato oppure era ancora in un suo cassetto.

Il Boss mostrò i suoi canini in un ghigno feroce che ebbe un effetto devastante su di lei.

«Insomma è sì oppure no?»

Ceci aprì la bocca ma non uscì che un sospiro. Annaspò alla ricerca dell’ossigeno, che pareva svanito all’improvviso. Sì sforzò ma non riuscì a stabilire nulla. Si alzò e farfugliò: «Vado a vedere sulla mia scrivania».

«Ma questo cos’è?» tuonò il Boss, agitando sotto il suo naso un fascicolo corposo.

Ceci avvertì che le guance erano in fiamme e stava sudando copiosamente. Strinse gli occhi per mettere a fuoco, quello che il Boss agitava come un drappo rosso davanti al toro. Un lampo squarciò le tenebre della sua mente e riconobbe quello che aveva preparato con cura stamattina. “Stronzo” si disse, riacquistando un minimo di dignità.

«Sì, è terminato» affermò con maggiore decisione.

Il Boss finse di leggere la tabella finale, quella dei compensi.

«Ma è una cifra ridicola. Se chiediamo così poco, rischiamo la bancarotta» brontolò.

«Ma veramente…»

«Cosa veramente?» domandò il Boss.

«La cifra non è ridicola. Sono oltre centomila euro» sbottò Ceci, che aveva riacquistato la padronanza di sé.

«Appunto. Il cliente ha firmato contento della proposta. Il dieci percento te lo sei meritato».

Disegna la storia

Dalla bella immagine di Alchimie ho disegnato questa storia.

Lo chiamano il bosco degli spiriti i viggianesi, perché di generazione in generazione affermano che le anime dei loro concittadini si nascondono tra quegli alberi per parlare tra loro. Lo considerano sacro e degno di ogni rispetto.

Un bosco folto di castagni, querce e sorbi si estende lungo le pendici della montagna, che di certo ha un nome ma non per loro. Per i viggianesi è la Montagna e basta. Nessuno è mai stato interessato a conoscerne il vero nome. Quel intrico di alberi e di sottobosco comincia appena fuori l’ultima casa di Viggio e si arrampica fino alla cima, nascondendola.

A loro non piace andarci, perché dicono che si disturba la pace dei suoi abitanti. Tengono puliti i sentieri ma lo fanno malvolentieri come raccogliere la legna per l’inverno. Ha una sacralità che farebbe sorridere ma che tutti rispettano.

A Sofia invece piace camminare nel silenzio del bosco, ascoltando il rumore della natura. Ci va con Tobia, il suo cane, un meticcio festoso. Lui corre a destra e a sinistra ma torna sempre dalla sua padroncina per sincerarsi che non l’abbia abbandonato. Assapora il gusto della libertà senza dover sottostare alle imposizioni degli umani. Niente guinzaglio, niente museruola. Può far sentire la sua voce senza essere zittito. Può scapicollarsi senza limitazioni.

Sofia ha vent’anni e studia all’università della sua città per diventare botanica. Ama la natura e vivrebbe sempre nel bosco.

Quest’anno il novembre è stato mite, soleggiato e con cielo terso che pare lavato. Nella giornata odierna le nuvole bianche viaggiano leggere da nord verso sud sospinte da una brezza di tramontana.

Oggi non ci sono lezioni all’università, perché il personale è in sciopero. Sofia non riesce a starsene ferma in casa e decide nel pomeriggio di fare una passeggiata nel bosco degli spiriti come tante altre volte. Si copre bene col piumino, indossa degli stivali foderati per camminare comoda.

«Vieni Tobia» dice al suo cane, che prontamente si mette davanti alla porta. «Mamma vado a fare una camminata nel bosco degli spiriti con Tobia».

Anna disapprova queste uscite ma non lo dice apertamente. Come tutti i viggianesi ritiene che sia un sacrilegio camminare nel bosco, perché si disturbano le anime dei loro defunti.

«Non fare tardi. Le giornate sono corte in novembre e fa buio presto» l’ammonisce, salutandola con un gesto della mano.

Sofia sorride. Conosce bene sua madre ed è consapevole che non approva le sue uscite. “Tutte superstizioni” pensa, aprendo il battente.

«Certamente, ma’. Sarò di ritorno prima del calare del sole».

Tobia corre felice avanti e indietro. Si stava annoiando in casa ma adesso può fare lunghe corse, abbaiando felice.

Sofia e Tobia si inoltrano nel bosco, che sta perdendo le ultime foglie. I raggi del sole finalmente possono posarsi sulla terra ricoperta di quanto è caduto dai rami. Alcuni ricci di castagne sono semiaperti e anneriti dal tempo. Le ghiande sono sul terreno e sul sorbo restano i frutti rossi, maturi.

Sofia li osserva ma evita di raccoglierli, mentre Tobia corre festoso avanti e indietro, libero e felice.

Il sole inizia a declinare. È giunto il momento di tornare. Sofia richiama il meticcio.

«Tobia, si torna a casa» dice la ragazza, accompagnando le parole con un gesto della mano.

Il cane docile al richiamo si affianca a lei. Prendono il sentiero che tra non molto li porterà fuori dal bosco.

Le nuvole che fino a qualche istante prima sembravano batuffoli di cotone adesso assumono una consistenza rosacea, declinando verso il grigio.

Il sole scende timido tra le cime brulle delle montagne di fronte, inondando con un rosso tenue il cielo che si sta inscurendo.

«Vedi Tobia» fa la ragazza abbassandosi verso terra. «Vedi la meraviglia del tramonto».

Il meticcio la guarda con i suoi occhi dolci scuri e abbaia contento.

Addendum

L’immagine è tratta dal blog Alchimie e l’ho usata per disegnare la mia storia. Grazie, Marzia

Vorrei saper scrivere

Posto anche qui uno scritto pubblicato l’ altro ieri sul mio blog: un po’ sogno, un po’ speranza, un gioco in rima.

Buona lettura!

Lucia

Vorrei saper scrivere davvero,
riuscire a farlo bene, non dico un capolavoro. Trasmettere emozioni con la parola scritta, saper dire qualcosa, anche restando zitta.
Possedere la magia di fare un po’ da specchio, così che si riconosca il lettor giovane e il più vecchio.
In qualcosa, mica tutto, un piccolo passaggio:
quel fremito del cuore, quel profumo, quel paesaggio.
Sarebbe bello donare, a chi non le ha trovate, parole per descriver il velo di certe giornate, il tonfo strano e inquieto di un cuore innamorato, il modo per spiegare un tempo che è sfuggito,
fornire le parole per dare luce a un dentro, che a volte è troppo buio e fa tanto spavento.
Imprese troppo grandi per la mia piccola penna, ma ai sogni non si mette mai alcuna transenna.
Allora ecco scrivo, di quel che io ho sentito, di cose che ho vissuto, ho visto o immaginato.
Se poi strappo un sorriso, una lacrima, una visione, son già molto felice; è la più bella recensione.

Lucia Lorenzon, 20 novembre 2017

Destino – 8

La settima parte è Qui

A quell’ora del mattino i garzoni del bistrot della piazza iniziavano a mettere ordine per i primi avventori del giorno. Holbesh e padre Martin, visibilmente stanchi in volto, se ne stavano sui gradoni della chiesa aspettando che almeno un tavolo fosse disponibile. Occhi sbarrati, nonostante il sonno arretrato, osservavano il lento risvegliarsi del borgo: un carro stipato di fieno provava a limitare l’ondeggiare pericoloso del carico sulle basole rovinate del viale principale. Poche facce, per lo più assonnate di ragazzi, si avviavano verso i campi poco fuori l’abitato. Sferragliando, la prima corriera della giornata transitò davanti i loro occhi, per fermarsi proprio accanto la cinta del sagrato. Holbesh richiamò l’attenzione del suo amico, indicando la piccola truppa di lavoranti che dai borghi vicini arrivavano di buon ora, per allestire bancarelle e portare mercanzie per il mercato.

«Vedi per caso qualcuno con un cellulare in mano?»

Sebastien accennò un no striminzito con la testa. Aveva in mente la sequenza ritrovata del suo numero nella rubrica del terminale di Holbesh e non aveva voglia di trovare ancora spiegazioni. Dopo aver subito quell’ennesimo shock si erano meccanicamente diretti fuori, per riprendere aria vera non filtrata dal sistema di condizionamento nel sottosuolo e assicurarsi che la loro idea di mondo coincidesse ancora con la realtà che avevano percepito sino a quel momento. In giro, nel borgo dove avevano vissuto per tutto quel tempo, sembrava che il tempo fosse stato portato indietro. Avevano tutti dimenticato cosa fosse uno smartphone, una connessione internet. Anche gli schermi del laboratorio erano temporalmente lontani da quell’epoca. Sebastien nel suo tentativo di capire aveva trascurato quelle tracce, le aveva considerate normalità, dimenticando che nel mondo estreno c’erano invece rari televisori a tubo catodico e telefoni in bachelite per lo più dislocati nei caffè e in pochissime case della borghesia.
Il cameriere più giovane fece segno che potevano accomodarsi sotto la tettoia. Ordinarono due caffè neri e qualcosa di dolce da mandare giù, poi prima che riuscisse a fare un passo verso l’interno del locale, Holbesh lo richiamò.

«Saresti così gentile da ricordarmi la data? Siamo un po’ assonnati quest’oggi io e il reverendo.»
«Certo! Cinque maggio, duemilaventi.»

Padre Martin ringraziò e sorrise. Holbesh rimase impassibile. Per cinque minuti buoni attesero così, guardandosi i polpastrelli delle mani adagiate sul tavolino di legno a doghe.

«Professore, il problema non è che questo non è il nostro duemilaventi. Il problema è che il nostro tempo sembra essere stato cancellato e invaso da questa strana replica di passato. E soprattutto che noi due non lo abbiamo mai notato sinora. Voglio dire, anche quando io mi barricavo in quel laboratorio la mia mente si rifiutava di vedere il controsenso. Che diavolo ci hanno fatto Holbesh?»
«Non è detto che siamo noi a non ricordare. Si ricorda qualcosa che è avvenuta nel proprio mondo. Ma questo potrebbe non essere il nostro mondo. Magari qui, in questo mondo dico, noi non siamo mai esistiti davvero. Siamo comparsi attraverso una porta tra due sistemi che si è aperta di colpo. Noi ci troviamo da questa parte ed è per questo che rimaniamo immuni dalla maledizione di questo borgo. Noi siamo di un’altra specie e il morbo non può attaccarci. Resta da capire il famoso governo che ci ha inviato qui inventando la favola della cura miracolosa da che parte stia.»
«E in che mondo sia il laboratorio. Potrebbe essere quella la porta che si è spalancata. E qualcuno ci ha dato le chiavi.»

Sebastien guardò il cameriere posare davanti a lui la tazza e la pasta ricoperta di zucchero impalpabile. Al centro del tavolo, sotto il portatovaglioli, aveva bloccato lo scontrino con il conto. Solo una parte della striscia di carta si poteva leggere con facilità, abbastanza però da far sussultare ancora Holbesh: sollevato il parallelepipedo di latta richiamò l’attenzione di Sebastien. Con un solo gesto del corpo si alzarono e scattarono verso il locale interno con il biglietto in mano. Dentro, dietro una vecchia cassa verde con i tasti grandi bianchi e neri, il signor de La Pucé leggeva il giornale e masticava la punta di un vecchio sigaro mezzo consumato.

«Cosa è questo disegno sullo scontrino?»

L’omone rivolse appena un’occhiata al quadrato e alla sua strana trama bianca e nera.

«Non ne ho idea proprio!»
«Come diavolo fate a non sapere cosa c’è stampato sui conti che portate ai tavoli.»
«Padre Martin, questo non è un mio conto. A dire il vero non abbiamo neanche il servizio ai tavoli.»
«Ma questo lo ha portato il cameriere con il caffè.»

Il de la Pucé girò lo sguardo verso il figlio bassino e tracagnotto che stava asciugando dei bicchieri dietro il bancone.

«Hai portato tu questo affare al tavolo?»

Il ragazzo lanciò un’occhiataccia per fare intendere che lui non ne sapeva niente.

«No, non lui, quello alto e giovane, con i capelli rasati di lato», urlò Sebastien.

Il titolare tolse il sigaro dalle labbra e lo poggiò vicino al giornale provando a dare un senso a quella scena.

«Reverendo non abbiamo nessun cameriere alto o giovane o con i capelli rasati. Siamo solo io e mio figlio qui, oltre a mia sorella e mia moglie che preparano lì dietro?»

Holbesh afferrò il giornale e scorse la pagina, poi con un ghigno nervoso la mise sotto il naso di Sebastien.

«Diciamo che è meglio per noi andare a dormire qualche ora, ci sono troppe porte aperte da queste parti. Non vorrei che troppi spifferi ci uccidano.»

La data sul giornale era di sessant’anni prima, coeva al clima che si respirava nel piccolo locale. Sullo scontrino in carta termica, sbiadito sui bordi, un QR code pareva invece giustificare la risposta del ragazzo svanito nel nulla.
In silenzio, percorsero il piccolo tratto sino alla porta della canonica e come se nulla fosse accaduto si salutarono con freddezza. Holbesh proseguì pensieroso per altri due isolati, ma con tutta evidenza quell’incubo privo di senso era destinato a tormentarlo ancora: un giovane, sull’uscio di una bottega lontana, lo salutò con la mano, prima di scomparire oltre la porta. Quasi di corsa Holbesh tornò indietro, verso la piazza e trafelato rientrò nel caffè del de la Pucé chiedendo di dare ancora una occhiata al giornale. Due minuti appena gli bastarono per tornare a bussare nervosamente alla porta della canonica, dalla quale preoccupata riemerse la faccia di Sebastien.

«Che altro è accaduto Holbesh? Non volete proprio farmi dormire oggi!»
«Pierre! Ho appena incontrato, Pierre!»

Padre Martin non riuscì ad aggiungere alcuna ulteriore espressione di stupore.

«E oggi non è il cinque Maggio, Sebastien. Siamo a Marzo.»
«Marzo», ripetè meccanicamente Padre Martin, «Marzo.»

Disegna la tua storia – nro 10 – Una provetta

Un vecchio esercizio di Scrivere creativo. Dato un disegno inventarsi una storia.

Ecco i risultati

Alessia era una giovane stagista che faceva pratica nel laboratorio di analisi Penzola & C. Naturalmente a lei capitavano tutti i casi più rognosi e quelli meno interessanti.

Sopportava, perché era l’ultima arrivata e poi sperava d’ingraziarsi Martino, il capoccia, per restare anche al termine dello stage.

Alessia aveva venticinque anni e aveva appena finito il dottorato in biologia. Doveva accumulare un po’ di esperienza di laboratorio per arricchire il suo curricola assai scarno. Conoscenza elementare dell’inglese, zero esperienze. Nessuno l’avrebbe presa in considerazione, salvo che non avesse avuto un padrino dalle spalle robuste per introdurla nel mondo del lavoro. Però quello mancava. Quindi quando il suo prof le propose di fare uno stage presso questo laboratorio, accettò con entusiasmo.

«Prenderai poco o nulla ma ti servirà come biglietto da visita» le aveva detto, congedandola.

«Anche gratis!» replicò Alessia felice di acchiappare questa opportunità.

Per sei mesi non avrebbe preso un soldo e i successivi sei la retribuivano con cinquecento euro sotto forma di rimborso spese.

“Meglio di niente” si disse, firmando quel documento che le apriva le porte dello stage.

Alberto, il suo capo e tutor, si divertiva a stuzzicarla e qualche volta allungava anche le mani. Alessia sopportava ma con grazia si sottraeva alle sue molestie. Anzi evitava con cura di rimanere sola con lui.

Avrebbe voluto mollargli un bel ceffone, quando la prima volta la toccò sul seno ma si limitò a un’occhiata di fuoco, esclamando: «Sono qui per lavorare».

Subito penso di voluto andare da Martino per lamentarsi del comportamento di Alberto ma preferì tacere. Desiderava troppo essere assunta in pianta stabile per arricchire il suo curricola in attesa di cercarsi un altro posto. Quindi aspettava con ansia la comunicazione che sarebbe rimasta anche al termine dei secondi sei mesi. Mancavano solo quattro settimane.

Quel lunedì mattina Alessia arrivò puntuale al laboratorio. Salutò Marzia e Elena e guardò sul suo tavolo quali attività avrebbe svolto nella giornata.

Prese in mano il foglio e sgranò gli occhi basita. Al posto del solito elenco c’era solo un disegno.

Non capiva cos’era. Si sedette in preda al nervosismo. “Quello stronzo di Alberto” pensò inviperita, “si sta prendendo gioco di me con un disegno volgare”.

Era solo uno sgorbio rosso ma il senso, almeno per Alessia, non si prestava a equivoci. Uno spermatozoo.

Divenne rossa per la collera. Sarebbe sbottata come un tappo di spumante, quando cominciò a contare fino a dieci per smaltire tutta la rabbia repressa che aveva in corpo.

Calmatasi, rise, attirando gli sguardi curiosi delle altre due colleghe.

«Oggi riposo» esclamò Alessia, gettando nel tritadocumenti il foglio.

Storie in pillole – I

Ho finito il tè!”

Il tono di Miriam era a metà tra il sorpreso e il disperato. Senza il tè la dispensa era per lei vuota e la sua routine stracciata. Alle 17.00 il bollitore doveva fischiare, l’acqua colorarsi e l’aroma diffondersi; ora si ritrovava senza niente, il suo rituale rannicchiato in un angolo, in attesa.

Il tè era ciò che per lei faceva di un posto casa, la famosa “casa dolce casa” dove i problemi sembrano non solo più piccoli ma anche facilmente risolvibili. Senza il tè, quell’amorevole calore andava perso.

Chiavi. Dove sono le chiavi.” borbottava mentre cercava frettolosamente in ogni anfratto della casa.

Borsa! Sono in borsa ovviamente.”

Le afferrò insieme alla patente e a pochi soldi. Non serviva la borsa, bisognava uscire leggeri per quella missione così importante.

La sagoma familiare del supermercato le parve un’oasi in mezzo al deserto; si fiondò dentro e, schivando vecchiette sfaccendate e lavoratori perennemente di fretta, lo raggiunse: lo scaffale del tè. Tè nero, verde, aromatizzato classico al bergamotto oppure con spezie dall’estremo oriente o aromi più mediterranei… Prese di tutto un po’, senza nemmeno guardare le confezioni.

Sempre meglio abbondare e non rischiare.” disse tra sé e sé.

il sesso dei colori, estratto V parte

“Direttore, ha ricevuto la mia proposta per il concorso in fase di programmazione?” sollevo lo sguardo, Marc è sulla porta. “
L’ho guardato sì, l’idea di introdurre una fascia d’età per genere mi sembra logico, ma forse limita la partecipazione. Mentre noi puntiamo alla massa” Marc entra dentro socchiudendo la porta “la massa è un animale volubile” sorrido ironico “hai imparato il mio motto, visto che stai prendendo parte attiva al progetto penso di far bene a lasciarti il posto di Luis, stasera manderò alcune e-mail per coordinare i prossimi passi, il posto è tuo” Marc resta interdetto “capo, non vorrei fare qualcosa che renda l’aria in ufficio più tesa di quella che è” lo interrompo “dei rapporti in ufficio non m’importa, siamo qui per far fiorire l’editoria, Luis ha in mano questo progetto da due settimane e non è stato in grado di tirar fuori un ragno dal buco” Messaggio recepito?” spalanca gli occhi scuri e si massaggia dietro al collo  “va bene, l’indomani mattina ho altro materiale per il progetto” abbasso lo sguardo e ritorno al mio lavoro “va pure, lascia aperto”.
Do un’occhiata veloce all’orario, è mezzogiorno passato. Dovrei perlomeno mangiare qualcosa per passare il pomeriggio senza svenire sulla scrivania, lavorare intensamente è l’unico modo che fa scorrere le giornate in modo piacevole, almeno la pensavo così fino a quando non ho incontrato Annie. Potrei raggiungerla alla galleria nella pausa pranzo, rifletto. “Direttore, le idee che abbiamo steso nell’ultima riunione sono pronte per la prossima pubblicazione, procediamo?” Giulia fa capolinea. Giulia con una decina di libri in anteprima sulle braccia che le nascondono il viso “si procedete pure, vado in pausa e quindi non sarò in ufficio prima delle due, fermatevi anche voi, ne avrete bisogno, ottimo lavoro di squadra ragazzi” sparisce oltre il corridoio. Come fa a tenere quel peso, prima o poi la sentirò cadere in mezzo ad una cascata di pagine in bozza. Decido di raggiungerla alla galleria, spengo il MAC, fuori dalla finestra s’intravede una giornata di sole.
“Speravo di trovarti qui”
Annie è intenta ad osservare il ritratto, ci troviamo allo stesso punto dove quella sera mi diede lo schiaffo, la sera durante cui la barriera interposta si sgretolò ad ogni momento passato insieme. Curiosi i casi della vita, potrei rivedere davanti ai miei occhi una pellicola di ciò che è accaduto in questo posto. Un film in diretta dove siamo protagonisti indiscussi. “A ripensarci sento la guancia pulsare”. I nostri sguardi si scontrano nel silenzio, leggo del rammarico nel suo sguardo “cosa mi nascondi, Annie? Pensavo che avessi deciso di abbandonare la tua crisalide”. Si alza dal divanetto in pelle, s’avvicina tanto da poter sentire il suo respiro accanto al mio “le crisalidi sono per le farfalle pronte ad esplodere con le loro ali colorate. Dovresti dare un’occhiata nell’angolo a destra” aggiunge in secondo tempo cambiando il tono della voce. Faccio come dice, una piccola televisione pare, a guardarla bene invece è un bianco e nero dell’entrata della galleria “hai installato una telecamera? Da quando?”.
“da qualche settimana, se guardi bene ancora, puoi vedere di come offrono un’ampio sguardo sul via vai, ad esempio del via vai mattutino dei paesani”
Soppeso le sue parole “l’hai sempre saputo”.
“Più che saperlo ho solo capito e avuto modo di vedere. Ho installato le telecamere il periodo che hai iniziato a farti vedere più spesso da queste parti, non capivo cosa volessi, se eri un qualunque interessato ai quadri o forse un ladro da quattro soldi, visto come ti comportavi. Poi ho notato che non degnavi di attenzione nessun quadro eccetto questo. L’idee sono oscillate dal maniaco al ladro ossessivo, ho lasciato perdere il macabro ed ho pensato che fossi semplicemente interessato al quadro di mio marito”. Vedo che aspetta una mia reazione, la stringo ai fianchi come l’ultima volta insieme, sentendo la tensione crescere, non so bene se provare vergogna nell’accettare l’etichetta dello stalker.
“Tuo marito oltre che pittore e pure un povero cornuto. Se avessi avuto modo di capire che idee malsane avevi per la testa sul mio conto mi sarei comportato diversamente forse, ma vedo che non ti sei fatta problemi a venire a letto con me” la lascio andare, ma mi trattiene con un lungo bacio. Inteso, pieno, coinvolgente. Come i suoi colori, come il nero dei suoi capelli e la vitalità del rosso sulle labbra.
“Vorrei che fosse più semplice, diverso. Gestibile. Molla tutto e vieni a vivere da me” sgancio la bomba che da tempo aspettava di esplodere dal cervello alla bocca, detto nell’impulso suonava male, ma speravo che arrivasse la sincerità riposta nelle mie parole.
“Michele è tutto ciò che ho oltre la galleria. Un approdo sicuro, che coppia potremmo formare noi, all’infuori di tutto questo? Sei legato al lavoro molto più di quanto tu possa ammettere, mentre da parte mia sento che presto avrò bisogno di qualcuno che abbia una sincera voglia di starmi accanto”
Combatto tra gli impulsi, sento di poterla perdere tra le mie braccia. Con lei abbasso le difese, sgretolo le reticenze, il senso dell’etica e del dovere morale mancano di significato, lei che è una donna sposata, felicemente si potrebbe dire. Trattengo la delusione alle sue parole, un senso di solitudine si fa strada ed i ricordi di una settimana passata prendono tutto il retro gusto amaro della realtà “forse non ti è bastato vedermi ogni mattina, al solito orario, per vedere che vita fai le prime ore dopo esserti svegliata, per vedere, per capire”
“Non è questo, tu potresti bastarmi per altri momenti come questi, ma poi? Di me che resta, dopo un battito d’ali, arriverà un momento difficile e doloroso. Chi si prenderà cura di me se non sarò nelle forze di farlo?”
Allento la presa intorno la sua vita minuta “se non eri convinta di riporre fiducia in me avresti fatto bene a rimanere nella tua posizione, invece che accogliere una proposta che hai colto con piacere e di tua volontà”