IL SIGNOR LEI

Il signor Lei era un tipo tutto d’un pezzo. Uno di quelli che lasciano a bocca aperta per l’atteggiamento che adottano davanti ad ogni situazione. Uno di quelli cui non va mai bene niente, anche perché solo il loro punto di vista è quello giusto. Il signor Lei lavorava presso uno stabilimento che produceva tutto ciò che era producibile e ricopriva non solo il ruolo di dirigente, ma anche quello di proprietario e spesso quello di operaio, tanto solo lui sapeva fare bene sia questo che quello. All’occorrenza era ingegnere, a volte commendatore, spesso finanziere e qualcuno mi ha detto che l’ha visto anche nel ruolo di medico. Un signor tuttologo, o per meglio dire: un signor Lei.
E accadde che anche per lui giunse il giorno del trapasso. Morto come una qualsiasi persona, e già per questo fece storie. E le fece direttamente al Padreterno, che per errore non gli aveva dato del lei.
“Sei morto, caro amico” gli aveva detto per l’esattezza. “E’ morto, semmai” aveva rimarcato il signor Lei.
Dio era rimasto basito davanti ad un affronto becero e per nulla costruttivo. Anzi, lo trovò blasfemo. Non gli era mai capitato che qualcuno lo obbligasse a dargli del lei. “Se ho mandato in croce mio figlio per voi…” aveva risposto Dio, lasciando sottinteso il resto.
Ma la situazione peggiorò quando al funerale del signor Lei si presentarono solo poche persone.
“Ma lo vedi”, disse il signor Lei a Dio, non facendosi problemi a dargli del tu. “Ma lo vedi quanta poca gente? Ed io che mi sono sacrificato per tutti”. Dio scosse la testa, cercando di capire dove avesse sbagliato: se l’errore era nella nascita o nella morte di questo signor Lei. Dio disse: “Mai ti sei sacrificato per gli altri. Sempre hai anteposto il tuo io senza ascoltarli, ed è per questo che ora sono pochi quelli che seguono il tuo funerale. Ma quelli, quei pochi, sono coloro che provano davvero pietà, e sono le preghiere di quegli umili che ti permetteranno di avere un nome almeno in paradiso”. Il signor Lei si prostrò.
Intanto, giù al funerale, i pochi presenti stavano abbandonando la chiesa per accompagnare la salma al cimitero. Un cane abbaiò e lo fece digrignando i denti. Sembrava infastidito. Gli astanti tirarono un legno addosso al cane per farlo scappare, ma il cane puntò le zampe e si mise davanti all’auto che trasportava la bara. “Sarà il cane del morto”, disse qualcuno. “Non aveva cani”, disse un altro.
Era semplicemente un bastardo.

di Stefano Re

Già … L’estate

Si arriva ad un’età in cui iniziano ad emergere più vividi, i ricordi . La fretta di questi tempi così bulimici, così compulsivi ti sprona a fermarli, a congelarli in poche righe. Prima che persone e cose si confondano, sbiadiscano in una gelatina mnemonica che ha tanto, troppo di “Villa Arzilla” come umori, come sentori. Prima che il tempo ti giochi l’ennesimo scherzo.

Già, l’estate.

La lunga stagione calda, dove tutto può succedere; dove il confine tra il lecito e il possibile corre su di un filo tenue e dove, anno dopo anno,realtà e fantasia si mescolano nel pozzo dei ricordi.

Era l’estate del 1980. L’ultima della mia giovinezza. Lo sapevo. A ventisei anni se non ti accorgi, se non prendi coscienza, la tua vita è ruzzolata sulla strada degli anni. Ruzzolata lei;  pieno di escoriazioni tu.

Eppure sentivo che pur essendo l’ultima, sarebbe stata indimenticabile.

Sesso, droga e r&r. Sulla droga non mi dilungo; non mi ha mai interessato, neppure lo “spino” in compagnia. Occasioni tante, ma poi, al dunque, lasciavo la mano. Meglio una scura o una rossa, scozzese. Birra naturalmente, solo e semplice birra. Il doping di noialtri. Sesso e r&r, certo quello non sarebbe mancato. Il secondo di certo. Era entrato nelle vene ascoltando Led Zeppelin, JethroTull, Who, Genesis, Santana, Beatles, Rolling Stones e via discorrendo e poi i cantautori De Andrè e Guccini su tutti.

Riguardo al sesso, con l’ormone a mille, eravamo, i miei due soci d’allora ed io, come cani da tartufi. Ogni usma era nostra. A ventisei anni è quasi normale. A giugno dati due esami all’università si era pronti per un luglio di fuoco, un agosto rovente e per terminare un settembre al calor bianco.

Ad ottobre avrei avuto un’altra fidanzata dal nome impegnativo: Naja. L’Esercito mi voleva e mi aveva fatto una proposta irrinunciabile.

Luglio di fuoco, dicevo e siamo partiti alla grande. Su e giù per le montagne della Valle d’Aosta.  Nel mese, con una fortuna sfacciata, riguardo al tempo: sul Castore e sul Polluce e poi il Gran Paradiso, che avrei risalito anni dopo. Poi innumerevoli tour sul gruppo del Monviso. Tranne il Re di pietra, che mi risputò per l’ennesima volta. Adesso lo guardo con una certa nostalgia nei tramonti dal ponte di Po, vicino a Pavia, quando torno a casa dal lavoro. Dal treno seguo le creste e indovino le vie, i contrafforti, i cengioni e la sua piramide mi ricorda le estati passate ai suoi piedi, ed anche il resto. Nostalgie, che valgono quel che valgono, nulla più. Ah che luglio, vero rock & roll. Rollato tra uomini, senza donne, senza impacci, a birra e “gauloise”, parlar grasso e fantasie. Docce dopo tre, quattro giorni, quando oramai, tra i prati ti cercavano solo i caproni, e nel borsellino avevi un allevamento di nulla.

Poi cambio di programma, era arrivato agosto. Lavato, pettinato e anche un profumato ecco si presenta la prima settimana di campeggio. Lei ed io, e due cugini di lei.

La sera, nella tenda, con il favore delle tenebre, con lo stormire del vento tra i larici, coccole e carezze e le mani, con i soliti seri problemi di controllo. Eravamo innamorati entrambi, e sì, mi sentivo di avere il mondo in tasca.

Il testosterone, non mi fece capire molto di quel maledetto 2 agosto.

Non riuscii ad afferrare il senso di quel buco enorme, alla stazione di Bologna. Forse perché sentivo ancora, nelle orecchie, il fischio di una locomotiva “che come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”, stava ancora emettendo il suo richiamo. MA non era lo stesso richiamo. Tutt’altro.

Era, però, la mia estate, per la miseria, la mia ultima grande estate.

Non ce ne sarebbe stata un’altra così grande.

Era unica, irripetibile.

Bologna un punto geografico nella pianura padana, come lo era stato Ustica, trentasei giorni prima.

Un nome, che ancora adesso pesa sulle coscienze di molti.

Ma al momento era solo una città del  Centro Nord Italia; la grassa e dotta “Mamma Bologna”.

Intanto agosto rotolava i suoi giorni e noi con lui rotolavamo le idiozie che i giovani hanno e fanno. S’inaugurò “Al Pisellon Fuggiasco” Hostaria con camera e cambio di cavalli.  Erano due stanze disadorne, una vecchia stalla dismessa, dove trovare rifugio per bevute, cantate e maneggiamenti vari. Il luogo deputato al cazzeggio organizzato e anche no. Di quel tempo mi è rimasto il ricordo e l’ho anche proposto, nei miei scritti sul blog. Ultime perversioni di una presunta maturità.

Però, che agosto. In giro per monti. A cercare rocce da scalare, forre da esplorare e grigliate, polentate o semplici panini. Sempre con la musica che ci accompagnava e vedevo, con una certa invidia gli altri che tacchinavano e cuccavano ed io, come un carabiniere, fedele nei secoli.

Ci fu chi mi disse “ Fesso !”. Io sprezzante, non risposi alla provocazione. Ora, ma è alla luce di quanto successe negli anni che seguirono, riconosco che lo sono stato, fesso.

Grande come la montagna che mi faceva ombre quei giorni.

Era la mia estate e lo fu anche a settembre, anche se si diradarono le fughe in montagna,  e i ritrovi “Al Pisellon Fuggiasco”. Si ricominciava chi a pensare alla scuola, chi all’università, chi si iscriveva e chi doveva preparare il bagaglio, perché il 7 ottobre arrivò come un lampo e nella notte del sei di quel mese, un vagone rotolò via i miei sogni di gioventù. Stavo preparandomi a diventare adulto e non lo sapevo. Avrei scoperto la durezza dell’età adulta, l’anno successivo, al primo giorno di lavoro.

Ora guardo quel tempo e son felice di averlo vissuto e in quel modo. Nessun rimpianto, nessun rimorso; è stata la grande estate del 1980, e niente e nessuno potrà scipparmela.

SANDRINE DE BOIS

A Cannes soffiava sempre il Mistral.
Per questo la bambina aveva associato il vento alla felicità. Scoprì la magia del fare e l’importanza dei sogni. C’era una piccola strada che portava alla ferrovia, in direzione opposta al mare su cui si affacciava il Palais des Dunes.
Ancora adesso era in grado di ricostruire la successione dei negozi: dapprima la boulangerie del signor Mercier. Sua  figlia, Janine, era la migliore amica della bambina. Spesso si sedevano su un muretto con le gambe penzoloni, sbocconcellando una baguette appena sfornata e raccontandosi quei misteriosi segreti che non appartengono agli adulti.
Si divertivano a dare un nome a ogni nuvola e a immaginare chi vivesse lassù.
Quindi c’era una cartoleria. Quello era un posto veramente magico: era pieno di penne, di quaderni, di matite colorate. Nel periodo di carnevale facevano la loro comparsa maschere di ogni tipo, coriandoli e stelle filanti. In uno scaffale disposto vicino al banco si vedeva un assortimento di scatole dai colori vivaci; ciascuna di esse prometteva un divertimento speciale. La commessa era una giovane graziosa, con i capelli biondi e gli occhi grigi; si chiamava Corinne, e le regalava sempre qualcosa. Molti anni dopo la bambina si sarebbe ricordata di lei, dando il suo nome alla protagonista di un racconto.
Poi c’era una boucherie. Jean, il proprietario,  sosteneva di vendere le migliori bistecche della Costa Azzurra. Era un uomo affabile, dalle spalle larghe e con il collo taurino, che amava giocare a bocce. Sull’altro lato della ferrovia, leggermente spostata verso nord, si apriva una grande piazza che conteneva almeno venti campi. Lei non ci andava quasi mai; ma era comunque uno spettacolo osservare tutti quei vecchietti impegnati in  partite che si protraevano fino al calar del sole e ascoltare le loro pittoresche imprecazioni. Proseguendo in quella direzione, si raggiungeva un porticciolo di pescatori, che un promontorio separava dalla rada di Cannes.
Dopo la macelleria, c’era una rivendita di biciclette, e, proprio al termine della via, abitava una delle due sorciere della città; però era sufficiente fermarsi prima per non correre rischi.
Tornando indietro, la bambina passava accanto al porto nuovo, per raggiungere infine la spiaggia.
Il mare era lì, che la aspettava. Una serie di rocce costituiva il confine settentrionale della baia; in quel punto l’acqua era meno pulita che nei lidi a pagamento; non c’erano ombrelloni, né ristorantini, e la sabbia era umida e piena di alghe.
Tuttavia, era il luogo ideale per giocare con la fantasia invincibile dell’infanzia. Entrava scalza nell’acqua e, camminando lungo il litorale, guardava gli alberghi lussuosi della Croisette – il Martinez, il Carlton, il Majestic – con le bandiere che sventolavano, mosse dal vento, sullo sfondo del cielo di un blu intenso. Si rimetteva le scarpe per entrare nel suo negozio preferito: un negozio che vendeva giornali e libri; lì c’era sempre un profumo speciale, di carta appena stampata e di chewing-gum alla menta.
A circa trecento metri di distanza, c’era il porto vecchio; e, dall’altra parte, l’imbocco di Rue d’Antibes, la strada dei cinema, dei bistrot e delle farmacie.
Quindi, la bambina compiva il percorso inverso fino al Palais des Dunes. Come in un rituale, si fermava davanti al Petit Lapin, un delizioso ristorante, ormai scomparso, dove aveva trascorso uno splendido compleanno;  e poi ancora presso la tabaccheria sull’incrocio, da cui dipartiva un’altra via che conduceva alla Rue d’Antibes. Prima di pranzo, avrebbe giocato con il suo arco, pensando di essere Sandrine des Bois; prima di cena, avrebbe guardato il sole tramontare, e la sera farsi notte.
E una volta a letto avrebbe aspettato l’inconfondibile rumore della macchina di suo padre.
Nella sua vita, non ci fu un altro periodo simile, e a nulla valse tornare periodicamente in quella città, in cui aveva vissuto giorni tanto spensierati da apparire quasi inverosimili.
Ma un tardo pomeriggio d’inverno, dopo essersi spinta fino allo studio dell’oculista che aveva frequentato da bambina, si fermò sotto a una palma per osservare una finestra.
Fu un’attesa di pochi minuti, perché poi la luce si accese, e quella luce, e quella finestra, le stavano recando in dono un altro tipo di magia. L’incantesimo che puoi trovare a ogni angolo di strada, ma che tuttavia non sempre è possibile riconoscere.
Oppure, rappresenta soltanto un frammento e non il tutto. Un frammento destinato a svanire, assorbito dalla nebbia del ritorno, dai lacci inesorabili tesi dal destino, dall’angoscia così abile a rubare il posto alla gioia, a togliere illusioni e speranze, a cancellare anche l’ultimo squarcio di serenità.
Il cammino prosegue, dato che questa è la volontà degli dei; e ci saranno opliti e non emozioni, navi dalle vele nere e non condivisione di affetti; ci saranno giorni del colore dell’ardesia, mentre in cielo il blu scolorirà rapidamente per trasformarsi in un manto di foschia.
Poi, subentreranno noia e rassegnazione. Voltandosi indietro e guardando, attraverso le barriere del tempo e dello spazio, si scorgeranno sensazioni che furono condivise, ma che adesso sono diventate la pallida luce di una notte rischiarata da poche stelle.
Eppure un tempo, un tempo ormai così lontano da sembrare solo un sogno, le stelle brillavano a migliaia.
Quel tempo riecheggiava i passi sicuri di una bambina scalza che amava il mare e il vento.
E che amava sognare.
Ma i sogni muoiono, così come le fate.

Una storia come tante. Al tempo del web – parte prima

by Steve Gibson

by Steve Gibson

«Insomma, lo vuoi capire che mi hai rotto i coglioni? Vattene dalla mia vita! Non farti vedere, né sentire mai più! MAI PIU’!» Questo fu l’urlo virtuale che uscì dalla tastiera di Antonella. Era diretto al monitor di Dario, sul quale apparve dopo pochi decimi di secondo.

Lui rimase un attimo attonito e basito. Era incredulo di fronte a quell’espressione d’insofferenza, quasi di odio, che traspariva dalle parole dell’amica. Non gli era sembrato di essersi comportato in maniera tale da suscitare quella reazione di violenza verbale da parte della ragazza.

Rifletté, se doveva rispondere subito a caldo oppure no. ‘Se lo faccio, probabilmente la storia tra noi finirà’ si disse. Tuttavia lui non voleva, almeno non ancora, chiudere il loro rapporto.

Le voleva bene, nonostante certe volte lei lo facesse impazzire. ‘Chissà, forse anche questa è una delle sue episodiche sfuriate. Sono sicuro che passerà in fretta’ pensò, dopo aver contato fino a dieci.

Decise, per il momento, di lasciar perdere e di far raffreddare la situazione. L’avrebbe fatta decantare e ci avrebbe ragionato a freddo con più calma su come procedere.

Si staccò dalla chat, spense il computer, si alzò dalla poltrona e si stiracchiò voluttuosamente, erano quattro ore che stava lì seduto e sentiva tutti i muscoli atrofizzati.

Andò in cucina, riempì un bicchiere col vino, un Pinot grigio freddo preso dal frigo. Lo portò nello studio, dove si sedette sul divano. Appoggiò il calice sul tavolo basso accanto. Dopo averne bevuto un sorso, fece schioccare la lingua in segno di approvazione. Aveva un gusto morbido ma secco, esattamente come piaceva a lui. Raccolse il libro che stava leggendo in quei giorni, Dio di illusioni di Donna Tartt.

Aveva letto in precedenza della stessa scrittrice il cardellino. C’era qualcosa che non funzionava nelle sue storie. Questo era il romanzo d’esordio. Secondo molti era il migliore. Dario rifletté su questa storia ma non arrivò a nessuna conclusione. Aprì il libro alla pagina, dove c’era il segnalibro, ma non iniziò a leggere. Sentiva la testa piena di pensieri, che mulinavano sempre più agitati. Pensava di rilassarsi con la lettura ma non riusciva a distaccarsi da quello che gli aveva urlato Antonella tramite lo schermo.

Non si dava pace. Era convinto di non meritare quella sfuriata ma c’era stata. Su questo non c’erano dubbi. Tornò con la mente a come per caso era cominciata quella storia tra loro. La data esatta non la ricordava ma pressapoco era passato un anno, quando la casualità li aveva fatti incontrare. Dario teneva un blog su Splinder ma gli piaceva fare incursioni anche su altre piattaforme. Passava diverse ore davanti al computer alla sera. Era andato su Windows Space live, una piattaforma che poco dopo sarebbe defunta. Gironzolando in una sera torrida di luglio era capitato su un blog, che lo aveva incuriosito. Il post era singolare nella sua semplicità: ‘Quale è stato il giorno più bello della tua vita‘. Il quesito era semplice ed era rivolto a tutti i lettori che passavano di lì. Dario si chiese il motivo della domanda. ‘Deve raccogliere dei dati statistici oppure è una banale curiosità?’ si era detto, mentre si accingeva a commentare.

Rammentava con precisione la risposta: ‘Sono indeciso. Due sono i momenti che ricordo con viva intensità. Il primo è stata l’emozione che ho provato, quando mi hanno fatto vedere mia figlia appena nata. L’altro è stato, quando ho fatto all’amore la prima volta. Due emozioni differenti ma ugualmente forti e intense‘.

Da quel primo commento ne erano scaturiti altri sui loro blog, che stavano su piattaforme diverse. Poi Windows Spaces live aveva chiuso. Lei non passò su Splinder, come Dario le aveva chiesto. Antonella rinunciò ad avere un blog. ‘Mi stava annoiando‘ gli scrisse in un commento ‘Scambiamoci le mail, così il colloquio è più privato, più intimo‘.

Funzionò così la loro relazione virtuale per qualche mese, finché lei non si stancò di scrivere mail e aspettare le risposte. ‘Vediamoci su Messenger’ le disse una sera di maggio ‘Parliamo in diretta senza troppe lungaggini’. Cominciarono a passare molte ore a chattare, spesso nel cuore della notte.

‘Di cosa parlavamo?’ si chiese Dario, sorseggiando il vino, che stava diventando caldo. ‘All’inizio di libri, di musica e di fotografia. Poi le conversazioni presero un taglio più intimo’.

Accesero le webcam e si parlarono guardandosi negli occhi.

Tuttavia il loro rapporto era alquanto strano e tale rimase.

Pietre

Io so che questo è il muretto di Mimì. Sin da piccola quando qualcosa non andava la trovavi appollaiata su queste pietre a guardare verso il mare lontano. Arrivava di sera, quando il sole si adagiava sull’orizzonte arrossando il panorama azzurro d’acqua e di cielo, e stava così, con le mani aggrappate alle pietre sommitali e il busto leggermente in avanti. Io allora la raggiungevo in silenzio, tentando di indagare i suoi pensieri. Ma niente! Lei stava zitta e assorta finché le andava. Poi iniziava a fischiare adagio adagio, ché lei non sapeva di fare di meglio, mentre il sole definitamente lasciava il campo al buio della sera.
Poi la vita cambia le cose, le mischia a caso tanto per derubricare il tempo a ricordo. Il muretto è sempre al suo posto, rivolto verso il mare lontano, poco visitato se non da me e da qualche altro matusalemme del borgo. Ogni tanto ci passo, guardo la casa vecchia in fondo al viottolo e poi provo a pensare come sarà adesso Mimì. Sì è vero! Potrei fare la stradella in due balzi e bussare alla porta sulla facciata coperta d’edera, ma che volete che ne sappia la vecchia Rosa. Tempo e strada persa per sentirsi accoltellare l’anima con la lamentazione per la figlia lontana. Preferisco tenermi i miei fantasmi, rarefatte presenze su queste quattro pietre a secco, leggermente sporte in avanti verso il panorama di mare.
Questa sera però sul muretto c’è la figura densa di una donna in un abito leggero. Sarebbe un eccesso attribuirle un nome, provare a darle la sagoma della bimba d’allora. È nella postura però che si rivela l’identità della ribelle ancora non domata dalla vita. D’impeto vorrei toccarla, afferrarle il braccio e chiedere Mimì sei tornata? Rimani in paese molto? O cose assurde del tipo sei felice? Hai mai pianto per noi? Ma che se ne fa un fantasma di tutte queste domande? E così, come allora, mi avvicino solamente e inizio anche io a mirare un punto lontano all’orizzonte. Zitto come lei, ignorando per scelta le nostre presenze, fino a che un fischio incerto non ci riporta all’oggi e al qui. A questo muretto incerto oramai di anni e di pietre sconnesse sul quale proviamo a ritornare indietro, per nulla convinti o consapevoli di cosa vorrebbe davvero dire tutto ciò.

«Sai cosa mi manca davvero?»
«Perché ti manca qualcosa? Qualcuno?»
«Mi manca questo muretto!» – ride Mimì. E la cosa in sé è strana e imprevista. Rido anch’io, non perché ne abbia voglia o bisogno. Rido solo per riempire il vuoto delle parole che non ho a contrappunto.

«Si scappa via col cuore in subbuglio credendo che rimpiangerai questo e quello, poi torni un giorno e scopri che avevi solo bisogno di queste pietre. Che nei loro solchi hai lasciato incisa la mappa per trovare la via d’uscita. E allora capisci che era inutile scappare via se poi dalle pietre devi necessariamente tornare.»
«E pensi di poterla imboccare questa via d’uscita?»

Mimì si gira verso di me e penso che in fondo il tempo è passato. Adesso è una donna con il viso scalfito da pietre ben più aguzze di quelle sulle quali poggiamo entrambi le mani.

«Zio tu hai mai provato a imboccarla? Hai mai pensato che fosse possibile uscire da questa vita? Le pietre quello dicono, ma tu le hai mai ascoltate?»
«Mimì, le pietre traditrici sono! Io non le ho mai considerate e loro saggiamente non mi hanno mai parlato.»
«Come mia madre! Meglio fare finta di niente e lamentarsi del destino. Per questo sono scappata via!»
«Per non farti venire voglia di trattare le pietre per quello che sono?»
«Anche!»
«Mimì, da questo posto uno può pure scappare, ma tu queste pietre te le porti nel cuore. Ti stai facendo sprofondare dal loro peso immane. E più invecchi meno avrai la forza di reggerle.»
«Bella prospettiva!»
«Devi liberartene! Lasciarle qui a terra a prendere acqua e vento, invece di provare a interpretarne i segni.»

Stelle punteggiano adesso il cielo della sera. A terra vicino al muretto due mucchietti di sassi segnano un qualche passaggio critico di questo pezzo di universo. In una tasca però una pietruzza la conservo, quasi per monito, mentre mi avvio a casa.
Passando rivedo la costruzione in fondo al viottolo. Le finestre sono tutte accese e da dentro arrivano suoni di festa. Qualcuno ride, altri parlano. Una donna canta.

Judith

Ciao a tutti! Vi propongo un racconto pubblicato sul mio blog ( http://julieknightwriter.wordpress.com/ ) tempo fa. Avevo in serbo per voi un’altra storia ma le conseguenze di un incidente mi impediscono di stare al pc il tempo necessario per concluderla, mi dispiace. Buona lettura!

La notte era ancora giovane e la luna piena brillava nel cielo di pece quando Judith salì in macchina. I tetti imbiancati dalla neve dormivano tranquilli e il sonno si insinuava nelle case, cullando i sogni dei loro abitanti. L’auto partì sbuffando e si allontanò dalla cittadina, inerpicandosi su strade sterrate che si snodavano attraverso un alto bosco di abeti. In alcuni tratti gli alberi erano così fitti, e i loro rami così ampi, che il percorso si inoltrava sotto vere e proprie gallerie naturali. In quei punti il terreno era ben visibile, puntellato solo qui e là da quei pochi fiocchi ostinati che erano riusciti ad oltrepassare il tetto sovrastante.

Judith amava quei boschi. Li conosceva bene. Suo nonno la portava spesso con lui nelle sue lunghe passeggiate. Diceva sempre che niente è meglio di una lunga camminata all’aria aperta con una piacevole compagnia. E Judith era la sua piacevole compagnia. Quell’uomo, brusco e perennemente imbronciato, trovava in quella bambina dolce e sorridente la sua più completa metà. Talvolta passavano giorni a girovagare e a dormire in rifugi improvvisati, cibandosi solo di quello che la natura aveva da offrire. E adesso che il nonno era morto da tempo, Judith continuava, di tanto in tanto, quelle solitarie peregrinazioni lontano dalla civiltà.

Dopo circa un’ora di strada, arrivò in un vecchio villaggio ormai abbandonato, di cui nessuno ricordava il nome. La sua tragica storia non veniva mai raccontata nella cittadina cui la ragazza apparteneva; era lugubre e, secondo l’opinione dei più, nefasta. I vecchi che si erano recati nei suoi dintorni per lavorare raccontavano di strane luci e voci, e di figure incappucciate, vaganti tra la cintura di alberi che circondava il villaggio. Nessuno osava più avvicinarsi a quel luogo tetro, e persino gli uomini d’affari, che ben sapevano della miniera abbandonata e delle sue ricchezze, preferivano rivolgere altrove la loro attenzione.

Dal canto suo, Judith non aveva mai dato troppo peso alle leggende, sebbene queste avessero contribuito a creare un’immagine poco definita e contorta, e un poco inquietante, di quel villaggio lontano. Eppure, quella notte, una curiosità insolita e pungente l’aveva spinta a recarsi in quel luogo profano con la sua macchina fotografica, per catturarne l’essenza e indagarne il mistero.

Parcheggiò l’auto poco lontano dalle prime case e proseguì a piedi. Le strade erano deserte e il silenzio immobile.

Judith si guardò intorno, lisciando i capelli corvini scompigliati dal vento. Un brivido le percorse la schiena. Sembrava che il tempo si fosse fermato. Del presente, niente accarezzava quei tetti, nemmeno il vento, che persino gli abeti avevano dimenticato.

Camminò senza meta tra le case, facendo luce con una torcia. Non una pianta, non un animale, nemmeno di passaggio, niente. Sentì un fruscio dietro di sé e si voltò di scatto.

Ancora una volta, niente.

Notò però qualcosa di strano. Dei suoi passi nella neve non restava la minima traccia.

Fece un respiro profondo e continuò a camminare. Di tornare indietro, proprio non se ne parlava. Anzi, quei particolari la convinsero ad andare avanti e a risolvere l’enigma.

Arrivò nella piazza centrale, uno spiazzo circolare rialzato circondato da pochi alberi neri e spogli. Scattò qualche foto. Al centro, al posto del manto bianco, c’era un ampio spazio vuoto, annerito dal fuoco. Dall’altra parte della piazza le porte del municipio si aprirono e si chiusero con violenza.

Judith balzò indietro con il cuore in gola. Sentiva delle presenze intorno a lei ma non poteva vederle. Si guardò intorno e vide che diverse luci si erano accese nelle case. Una lenta e arcana melodia si levò dal bosco e voci di donne risposero dal villaggio.

Lentamente, delle sagome iniziarono a delinearsi. Una processione di donne incappucciate sfilò davanti ai suoi occhi e girò intorno alla piazza. Una giovane donna alta e magra si fermò poco distante da lei e le fece cenno di seguirla. Judith la seguì, non più padrona dei suoi movimenti. Insieme percorsero un lungo tratto di strada che portava fuori dal villaggio verso un’antica chiesa sconsacrata. Intorno a loro, piccole lanterne danzavano nella notte. Davanti ai cancelli di un vecchio cimitero il corteo di donne si unì agli uomini, che Judith aveva sentito cantare dai boschi, e proseguì lungo un sentiero serpeggiante che oltrepassava la chiesa e sprofondava in una gola nascosta dalla vegetazione. Sul fondo c’era un piccolo laghetto ghiacciato coperto da un leggero strato di neve.

Il canto finì e Judith si trovò sola nell’oscurità. Non aveva la più pallida idea di dove fosse e non aveva con sé la torcia. Sapeva soltanto che doveva risalire.

Presto si abituò a vedere alla sola luce della luna e scrutò nelle tenebre alla ricerca di qualche sentiero. Le sembrò di vederne uno dall’altra parte del lago.

Mentre camminava lungo la sponda, qualcosa sotto la superficie catturò la sua attenzione. C’era uno strano riflesso, e, sotto il ghiaccio, una strana figura. Sembrava che qualcosa fosse rimasto intrappolato nell’acqua gelida. Fece qualche passo sulla superficie ghiacciata, si inginocchiò e con una mano spostò la neve.

Quello che vide, le mozzò il respiro. Un paio di occhi verdi la fissavano dalle profondità dell’acqua. Erano di una donna, la giovane donna che le aveva fatto cenno di seguirla. Adesso quel volto le sembrava stranamente familiare. Aveva i suoi stessi tratti, le sue stesse espressioni. Accanto al corpo intrappolato ce n’erano altri, tanti altri, che portavano le facce di coloro che l’avevano accompagnata fin là. Judith si alzò orripilata e tornò indietro. Aveva il fiato corto e una morsa gelida le attanagliava lo stomaco.

Improvvisamente le vecchie storie presero forma nella sua mente e capì. C’era una terribile verità dietro a quei racconti, una verità che tanti, per tanto tempo, avevano cercato di tenere nascosta. Al centro delle vicende c’era sempre una figura importante eppure velata, una figura di donna dai misteriosi poteri. Era la strega del villaggio, la donna che aveva attirato a sé donne e uomini di ogni sorta, che aveva irretito i loro sensi e li aveva condotti con sé nel santuario che aveva costruito in quella gola profonda.

Le tornarono in mente le ultime, deliranti parole del nonno: “…follia, pura e semplice follia! Scappa, Judith, scappa! Non fidarti di nessuno, non restare qui, vai via, lontano, dove non possono raggiungerti. Una colpa, una macchia… devo espiare i miei peccati… ahimè, quale pazzia fu… no, no, no! Questo, tu non lo devi sapere… Judith… scappa!”

E Judith scappò. Corse via, su per il sentiero, e poi attraverso il villaggio di nuovo deserto. Salì in macchina e partì. Tornò al villaggio e si precipitò in biblioteca. La responsabile viveva nella casa adiacente. Le luci erano accese. Judith bussò e scoprì che la vecchia Rose la stava aspettando.

La donna la invitò ad entrare e le porse una busta sottile. Poi la riaccompagnò alla porta. Le uniche parole che le disse furono: “Scappa, bambina, scappa!”

Judith fece i bagagli in fretta e furia e sparì.

Nessuno la rivide più nella cittadina. Trovarono le tracce del suo fuoristrada e le seguirono fino a quando divenne chiaro che si era recata al villaggio. A quel punto, voltarono le spalle e tornarono indietro, maledicendo la ragazza e la sua avventura scellerata.

Nella busta c’era l’unica memoria di quanto accaduto al villaggio e una lettera scritta dal nonno di Judith destinata alla ragazza.  Per anni, Rose aveva custodito quelle parole nella sua cassaforte, al riparo da occhi indiscreti, prove della follia umana.

Era il resoconto di una fredda notte di Gennaio di molti anni prima.

La strega e i suoi seguaci celebravano i loro riti nel santuario quando gli altri abitanti del villaggio li assalirono. Li sgozzarono e gettarono nelle acque scure del lago, che si ghiacciò, proteggendo quei corpi straziati dalla crudeltà dei coltelli. Un falò venne acceso nella piazza e tutti gli averi dei morti furono bruciati. Il giorno dopo si levò una tormenta di neve che bloccò gli abitanti nelle loro case per giorni e giorni e quasi li fece morire di stenti. Nel vento volavano maledizioni e lamenti. Quando la bufera finì, solo i resti del falò rimanevano in vista e la notte un coro di voci iniziò ad intonare canti arcani e di antica saggezza, e una processione prese a percorrere antichi e sacri sentieri per i boschi e per le strade del villaggio.

In quei giorni, il nonno di Judith guardava fuori dalla finestra con il cuore stretto nel gelo. Della sua bella compagna rimanevano solo l’ira e il corpo straziato; di lui, solo la colpa e la viltà. Preparò i bagagli e scappò dal villaggio alle prime luci dell’alba. Tra le braccia reggeva una bimba ancora in fasce.

Presto gli altri abitanti lo imitarono e lo raggiunsero, stabilendosi in una valle distante, dove fondarono una nuova cittadina. Ma il ricordo di quanto accaduto pesava sui loro cuori e la paura offuscava la ragione. Trasformarono la storia in leggenda, l’attacco in difesa, la memoria in immagini distanti e sfocate. C’era qualcosa, però, che sfuggiva a quella rete velata e che avrebbe potuto portarli a una nuova caccia alle streghe. Un particolare sfuggito agli occhi dei più, ma che, giorno dopo giorno, diventava sempre più evidente.

La strega era morta, eppure qualcosa di lei ancora viveva.

Judith.

ITALIAN ROULETTE

Concentrati.
Stai sudando, nemmeno te ne accorgi, però forse hai pure voglia di sbadigliare, è incredibile, ma non ti riduci a tanto.
Afferra l’energia e comprimila in piccoli cubi immaginari.
Si, proprio così.
Pensa, rifletti, non sbavare e non copiare.
Concentrazione e riflessione, cullati dal silenzio. Ok, ci siamo.
Hai questi soldi qui di fronte. 800.000. Lì sul tavolino, appena contati, freschi e fruscianti. Una montagna di banconote, eh?
Non distogliere lo sguardo, cazzo, non ti distrarre. Pensa solo all’inizio del ragionamento. Siamo all’incipit. O all’antipasto, come preferisci.
Dunque, hai questi soldi, il colpetto è andato bene, la truffa funzionava eccome, ma non è stato tutto rose e fiori e baci. La polizia postale sta appena iniziando le indagini e probabilmente tra poche ore saremo a mille kilometri lontano da qui.
Fuori dalle leggi, fuori dalla giurisdizione, fuori persino dalla morale che ti sussurra nel cervello cosa puoi e cosa non puoi fare.
Ci sono i soldi. E ci sono i tuoi complici, intorno, fidati, ti osservano e ti studiano. E poi c’è il patto, ricordi?
Si, ricordi ma non vuoi ammetterlo, scuoti la testa ma sai che non ce lo stiamo inventando. Eppure c’era. Scritta su quel foglio, nero su bianco, firmato il patto, firmata la…
Fermati! Non ti alzare dalla sedia, non è il momento. Non abbiamo nemmeno raggiunto la metà del ragionamento.
Concentrati, la tua mente non deve farsi soggiogare dalla paura. E’ come un sibilo, un fruscio, ma tu non dargli importanza e concentrati sugli eventi in corso.
Dove eravamo? Si, i soldi, il colpo riuscito. Poi c’è stata quella specie di giostra. E’ stato un tuo errore accettarla? Sottoscriverla? Forse si, forse no. Comunque non ha più importanza.
Ci siamo dentro, amico. Tutti qui, tutti riuniti. In attesa di conoscere chi è il prescelto.
Una roulette? Può darsi. Ma chiamala come ti pare, l’altro oggetto è pronto da un pezzo, poggiato con cura sull’altro tavolino.
Sudi ancora. Credevi che ce ne fossimo dimenticati?
La matematica non è una opinione e lo sai bene. Siamo in cinque e uno è di troppo, ma non siamo in grado di decidere a prescindere. E poi in quattro si divide meglio il malloppo.
Forse non sarà mai giusto, niente è mai giusto, nemmeno il mondo, ma quel gioco iniziale è diventato una parola d’onore, capisci? Anzi, adesso è proprio provvidenziale. Eravamo ubriachi quando l’abbiamo scritto, ora siamo più che mai lucidi.
C’è un tizio balordo di troppo che ha cercato di tradire tutti noi per arruffianarsi la polizia e incassare magari un premio dall’assicurazione.
Già. Il colpo non è stato facile, ci sono state complicazioni e se siamo riusciti a spuntarla, lo sapremo tra poche ore. Non siamo ancora fuori al sole, ancora no, amico mio.
Dunque soltanto con questo patto i conti torneranno per tutti, credici. E’ il meglio che possiamo spremere.
Nessuno di noi ha la certezza assoluta di chi possa essere il giuda in questa stanza. Potrebbe essere Marco, che ha sempre lo sguardo rivolto in basso e non parla con nessuno; forse è Andrea, che invece parla anche troppo e ostenta sempre esuberanza e sicurezza; potrei essere io, che mi sono fatto il mazzo per studiarmi un piano infallibile, eppure…
O forse sei proprio tu, che sudi e te la stai facendo sotto come un bambino di tre anni?
Beh, ormai siamo qui e sistemiamo tutto. Seguendo il ragionamento, che riteniamo opportuno, eravamo in cinque quando abbiamo deciso di tentare la truffa, siamo stati sempre in cinque durante il piano e tutti e cinque abbiamo avvallato gli imprevisti possibili. E l’imprevisto si è verificato. Allora bisogna darci un taglio, è una punizione dura per il gruppo, dura ma necessaria. Togliamo di mezzo uno, semplice. Magari non sarà il vero traditore, ma saremo certi che chi la scamperà non avrà mai più il coraggio di riprovarci. I soldi passano in secondo piano, qui conta la fiducia in noi stessi.
Che fai? Vuoi alzarti ancora? Non farci avere altri dubbi, ce ne sono già troppi che aleggiano in questa stanza come fantasmi strazianti, non li senti?
Ma tra poco sarà tutto sistemato, ripeto. La colt è pronta. Un gioiellino di antiquariato, varrà moltissimo, anche dal punto di vista sentimentale, se così possiamo dire.
Ma diamine, funzionerà anche questa e darà un tocco di tradizione western a tutta la faccenda.
Sai bene come gira, no? Nel tamburo vi è un proiettile solo, uno soltanto. E cinque possibilità, come tutti quanti noi. Ci sistemiamo intorno al tavolino, intorno ai soldi, mentre la canna viene puntata sulla tempia o sulla fronte, a discrezione di ciascuno. Ehi, è il minimo di libero arbitrio che il patto ci consente.
Ora basta chiacchiere. Vediamo chi vince la lotteria. La lotteria della signora con il mantello e la falce.
E indovina chi è il primo a pescare il biglietto? Si, amico, si. Da bravo, allunga la mano e impugnala. Non morde, vedrai. Ha solamente da assolvere un compito scomodo, ma qualcuno deve pur tirare le somme di questo casino, no?
Bravo, puntala alla tua testa, così. Non tremare, la mano deve essere ferma, inflessibile, come i pensieri in questa manciata di secondi.
Concentrati. Siamo alla fine del ragionamento, hai indovinato. E i conti torneranno.
E’ fredda la canna al contatto con la pelle, vero? Si, fredda, ma adesso non tergiversare, non abbiamo tempo da perdere. Dobbiamo concludere qui dentro e squagliarcela più in fretta che possiamo. Osservaci tutti quanti bene e poi chiudi gli occhi, da bravo. Guardaci bene e non pensare mai che ridiamo di te mentre lo fai, no. Il gruppo si fida di te così come tu hai fiducia in noi. Da bravo, posiziona il dito sul grilletto. Mano ferma e cuore caldo.
Così, si. Tempo per le preghiere non ce n’è, spiacente.

Bang!

A TAVOLA

Il piatto caldo sulla tavola non era frutto della moglie, era frutto della rosticceria dell’Esselunga. La moglie era donna in carriera, stava fuori casa dalle dieci del mattino alle otto della sera e non aveva tempo per la cucina. E nel week end desiderava il giusto riposo e quindi sabato sera pizza, domenica a mezzogiorno piatto caldo presso qualche buon amico mentre di sera alcune fette di San Daniele.

Il marito non era uomo in carriera, il marito guidava. Era l’autista di un noto imprenditore della zona che si faceva scorrazzare per l’Italia in cerca di affari più o meno allettanti. Quindi stava fuori di casa, ma solo nelle ore illuminate dal sole, perché l’imprenditore temeva il buio come qualcosa di minaccioso in quanto incontrollabile.

I figli invece studiavano. Studiavano le basi della buona educazione culturale. Erano studenti delle scuole elementari.

è pronto, disse la moglie, come se avesse finalmente terminato il lavoro.

Che c’è di buono?

Rosticceria, rispose laconica la moglie.

Dai, tutti a tavola, aggiunse.

I figli non si mossero.

Il maschio giocava con la PSVita, la figlia con il Tablet.

Avanti, a tavola! disse il marito.

Dobbiamo finire la partita, risposero i figli.

Finitela a tavola, disse la moglie.

La moglie aveva in mano una coscia di pollo, nell’altra lo smartphone.

Lo appoggiava sulla tavola e con il dito faceva scorrere i post delle pagine di Facebook. poi per leggere appoggiava nuovamente il cellulare.

I figli si sedettero ai loro posti.

Il marito mangiava e basta.

Mi passi l’acqua? chiese indefinitamente la moglie.

Nessuno le passò l’acqua.

Qualcuno mi passa l’acqua? alzò la voce.

I figli stavano giocando, con il cibo che si raffreddava nel piatto.

Il marito mangiava in silenzio perso dietro a chissà quali pensieri.

Dovremmo inventare un aggeggio che ci versi l’acqua ogni volta che il bicchiere si svuota, disse poi la moglie versandosi da bere.

Non abbiamo benedetto il cibo, proferì il marito.

La moglie disse: Nelnomedelpadredelfiglioedellospiritosanto.

I figli fecero un gesto rapido con la mano destra, tra un gol mancato di fifa 15 e una piroetta della winx bionda.

Ora mangiate, disse il marito ai figli come se fosse un nuovo inizio.

Misero in bocca un pizzico di carne e la masticarono per dieci minuti per non distrarsi dal gioco.

Siamo sempre di corsa, ma almeno mangiamo insieme, disse soddisfatta la moglie dopo una rapida occhiata a figli e marito.

Dalla televisione partì la sigla del telegiornale.

Il marito si alzò e si piazzò davanti alla tv per carpire i titoli principali.

NUOVO ATTACCO DELL’ISIS.

Il marito scosse la testa. Tornò a tavola, fissò la famiglia e disse:

Il nemico è là fuori, dobbiamo restare uniti.

Nel frattempo il figlio esultò; aveva segnato Tevez.

di Stefano Re

La porta sbagliata

Buio. Qui trequarti di luna, non riuscivano a illuminare per bene i contorni del paesaggio all’intorno. Non era molto importante, quel terreno, quegli alberi, li conosceva bene. Li aveva impressi nella memoria, erano stati fino a pochi anni prima il luogo della sua vita. L’infanzia, passata in una catapecchia, schivando le botte di un ubriacone, che diceva essere suo padre. Asciugare le troppe lacrime di una madre, sfatta, dai troppi parti, dalle troppe bevute, da una vita agra e cattiva, che l’aveva resa madre troppo presto, che troppo presto l’aveva attaccata anche lei alla bottiglia. I suoi fratelli, ormai sparsi, in giro per il paese a elemosinare da altri, da estranei, quegli affetti, quell’amore negato per troppo tempo. Lui no non se ne era andato. Aveva sfidato suo padre e una volta, troppo esasperato dalle botte ricevute, troppo ubriaco quell’uomo rozzo e violento, gli si era rivolto contro. Aveva avuto la forza di picchiare e picchiare duro. In quella tempesta di pugni dati, in ognuno di quelli erano le lacrime versate, i lividi sopportati, il dolore di un figlio che vede anche una madre ormai arresa, vuota di sentimenti e piena solo d’alcool. Era la vendetta per i suoi fratelli, che come lui avevano sopportato, fino ad un certo punto quel clima di terrore. Lui era diventato, ciò per cui era stato allevato, prima un piccolo bullo, poi erano cominciati i furtarelli, gli scippi in un crescendo che lo avevano portato, con una pistola in mano dentro una banca e c’era scappato il morto. Punto. Il processo, la galera era solo tutto di conseguenza. Adesso però la fuga, da quel carcere, dalle sbarre, dalla costrizione di giorni sempre uguali, vuoti per lui. Senza l’ombra della speranza. Non c’era un domani per cercare un’occasione di riprendersi la vita, per ricominciare da capo dopo la catarsi. Niente di tutto ciò, lui voleva solo uscire, evadere, scappare. Sentirsi padrone di se stesso, in una sorta di anarchia costituzionale, che non era mai riuscito a vivere. Attraversò il boschetto, fatto di alti cespugli, rade betulle e un paio di pioppi. Si trovò tra le canne ormai gialle e smangiate del campo di granturco di Van Hool.
– Quel vecchio pazzo – pensò – Ha sempre raccolto il granturco a mano. Agricoltura biologica diceva e intanto, vecchio pazzo quanti soldi hai fatto. Per quante ore hai fatto lavorare quei disgraziati, che arrivati da chissà dove, venivano da te per un pezzo di pane, qualche ora di sonno dentro il tuo fienile e pochi maledetti spiccioli ? Eh, quanti Van Hool?  Sputò in terra a chiudere il discorso. No il discorso non è finito.
 – Verrò a trovarti Van Hool! Oh sì verrò e ti porterò via un po’ di soldi. Forse ti farò mangiare anche un po’ di granturco. Te lo farò mangiare nel porcile, accanto ai tuoi amichetti! –
La gamba gli diede una fitta. La pallottola forse si era mossa ancora un po’!
 – Stupida guardia. – pensò ad alta voce – Perché non sei stata ferma. Non hai messo le mani contro il muro, come ti avevo detto! No, lui ha voluto fare l’eroe. Gli eroi sono tutti morti, ‘fanculo! –
 Sentì abbaiare lontano.
– I cani. Quei porci hanno i cani. Non conoscono la zona e allora usano quelle bestiacce. So come liberarmi anche di loro e poi mi libererò di questa pallottola! –
La luna illuminò il paesaggio all’intorno, un attimo, perforando quel tappeto di nubi scomposte, che fumavano in cielo.
Vide il viottolo e pensò che la salvezza fosse a portata di mano. Sì, il fiume srotolava le sue acque poco distanti, un centinaio di metri, non di più. Ormai era fatta. Strinse i denti per lo sforzo e per il dolore. In quell’acqua che immaginava fredda ormai, nelle notti d’autunno, la sua ferita si sarebbe lavata; il sangue si sarebbe fermato, ma soprattutto avrebbe fatto perdere le sue tracce, immergendosi.
Sentì improvvisamente scorrere la corrente. Il fiume. Lentamente e con accortezza si lasciò scivolare dalla sponda, un poco scoscesa, aggrappandosi ai ciuffi d’erba. Aveva avuto l’accortezza di fasciare la gamba un po’ più forte e la pistola della guardia in un sacchetto di plastica che aveva trovato per strada.
–      Lasciano in giro tanta schifezza. Meno male che questa volta hanno lasciato qualcosa di utile – disse ghignando.
L’acqua, come aveva supposto, era fredda, ma lo aiutò a svegliarsi completamente. Il torpore dovuto alla perdita di sangue cominciava a farsi sentire.
Iniziò a nuotare lento andando verso il centro della corrente, che placida, lo stava trasportando sulle braccia. La luna forò ancora una volta la nuvolaglia e rapido gli apparve il ponte. Ponte è una parola, una passerella e dopo quella c’era un’ansa e il fiume aveva formato una grossa buca. Lì d’estate i ragazzi del paese venivano a fare il bagno, i tuffi, usando la grossa corda che penzolava dal ramo di un grosso pioppo, ancorato alla riva. Da lì, ancora qualche minuto e sarebbe arrivato alla casa del mugnaio. Una stamberga, diroccata, ma con alcune stanze asciutte e una in particolare, aveva un camino. Lì si andava dopo il bagno, si accendeva il fuoco, ci si asciugava, si fumava, si parlava, insomma era il loro rifugio segreto. Il suo e quello dei ragazzi del paese.
Qualcuno aveva scoperto lì il sesso e anche lui aveva partecipato alle maratone masturbatorie della giovinezza.
Lì aveva fatto per la prima volta l’amore o forse qualcosa che gli somigliava. Un tempo che ora non si sentiva più di portarsi appresso. Raggiunse l’ansa e finalmente trovò quei quattro gradini, scavati nel tufo della riva, che permettevano di risalire agilmente l’argine. Il viottolo che portava alla casa, lo trovò quasi subito, non ancora coperto dalle foglie dei molti alberi all’intorno. Dopo pochi minuti era in quella stanza, si appoggiò al muro e di colpo si addormentò.
Dall’altra parte del fiume intanto gli uomini della legge erano arrivati all’argine. Le pile scandagliavano le rive, i cespugli e i cani strattonavano i guinzagli, uggiolando e latrando. Sentivano che quella pista che tanto volentieri avevano seguito stava evaporando e non si davano pace.
Il più alto in grado, alla luce di una torcia, aprì una mappa dei luoghi.
-Più avanti c’è una passerella, andiamo là e proseguiamo le ricerche. Forza che la notte è ancora giovane.-
– No, non possiamo andare di là – fece uno dei conduttori dei cani-
– E perché? Di là è proprietà privata? Me ne frego del mandato. Stiamo inseguendo un evaso e non ci vuole nessun mandato. Ha ammazzato una guardia. E’ il secondo morto che fa e questa volta lo friggono. Aspetta che gli metta le mani addosso e lo porto io personalmente sulla sedia elettrica.
– No – fece una voce nel buio – non si tratta di mandati o altro. E’ zona militare!
Dal buio emerse un graduato, armato di tutto punto, in compagnia di alcuni soldati, parimenti armati.
– Questa notte ci sono i tiri notturni dell’artiglieria e colpiranno dall’altra parte del fiume. Quindi non si passa.
–      Senti generale, di là c’è il mio uomo. Lo voglio, lo promesso ai miei superiori, che gli avrei portato la testa di quel bastardo.
–      Io – serafico il militare – ho promesso ai miei superiori che nessuno, per nessun motivo, questa notte sarebbe entrato nell’area di manovra. Quindi, gentilmente fate dietro front e andatevene.
Così dicendo, alzò la canna del mitra che teneva sotto braccio, così come fecero gli uomini, che erano con lui e, dal buio, venne inequivocabile il rumore di un otturatore di mitragliatrice, che si era armata.
–      Spero che i vostri, colpiscano duro e lo polverizzino.
Nell’aria intanto un rombo lontano, come di tuono, si udì appena, ma più forte, prima il sibilo e un urlo straziante, subito dopo. Un boato fragoroso nell’immediato troncò ogni discorso. Si gettarono a terra poliziotti, soldati, conduttori e anche i cani, spaventatissimi. Era iniziato il bombardamento.
Nella casa, al primo rovinoso scoppio, lui si destò e tentò goffamente, di levarsi in piedi, ma il dolore alla gamba non glielo permise. Si rotolò sino alla finestra, che mostrava ancora un moncone di vetro.
–      Che diavolo succede? – si chiese smarrito e confuso
La zona fu illuminata da bianchi bengala, che lasciavano una vivida luce, spettrale e algida a illuminare una scena di prossima distruzione.
Vide passare da quella finestra due tracce rosse e sentì l’urlo scomposto dei proiettili che arrivavano e ancora lo scoppio tremendo e i calcinacci che cadevano, il vetro che si frantumava e la fuliggine antica che precipitava dal camino. Doveva uscire da lì, fuggire il più lontano possibile; lanciò ancora uno sguardo fuori e intuì che una nuova rossa scia si stava avvicinando e risentì quell’urlo scomposto. Poi basta. Non si accorse che il proiettile da 155 mm aveva polverizzato letteralmente la casa, creando al suo posto un cratere, accanto agli altri.
–      Faccia i miei complimenti alla 3^ batteria – dichiarò il colonnello – Ottimi colpi, tutti a bersaglio.
–      Sarà fatto, signor colonnello – rispose il capitano.
–      Signore – il tenente incaricato delle comunicazioni si avvicinò compunto – il sergente sta rientrando con alcuni civili, sorpresi vicino alla zona di tiro.
–      Come sarebbe a dire vicino alla zona di tiro ? – di rimando il capitano.
–      A quanto pare … – continuò il tenente – Sono un gruppo di poliziotti che inseguivano un evaso e pare che quest’ultimo abbia attraversato il fiume.
–      Un evaso ! – mormorò il colonnello, con un sorriso appena accennato – Mhmm … che abbia aperto la porta sbagliata?