IL MARE HA L’INFINITO

Un mio racconto. E’ lungo. Provo a postarlo ugualmente. (S.R.)

1.
Il mare sbatteva qualche onda sulla spiaggia, per il resto si cullava tra i bagnanti.
Un ragazzino giocava sulla battigia, scuotendo le mani come per dare aria al nulla. Ogni tanto si avvicinava ai bagnanti e chiedeva se quello fosse il lago.
“È il mare” rispondeva qualcuno. Lui tornava a saltellare in acqua.
“Come ti chiami?” diceva il ragazzino.
Gli altri lo guardavano circospetti, qualcuno lo evitava spaventato. Altri gli rispondevano.
“È il mare?” domandava di nuovo.

2.
Quella notte Paolo non aveva dormito. Per essere precisi, aveva dormito fino alle tre del mattino, poi s’era svegliato a causa di un urlo nella stanza. La moglie aveva urlato per lo spavento dopo essersi guardata allo specchio.
“Che fai?” disse lui.
Lei aveva spento la torcia e aveva acceso la luce principale. Paolo aveva strizzato gli occhi per l’abbaglio.
“Ma mi vedi?” disse lei stupefatta per il suo volto. “Guardami!” gli intimò.
Lui la osservò senza notare nulla.
“Dormi” poi disse, “che non c’è nulla di preoccupante”.
“Vedi che non mi vuoi bene? Non mi guardi più” disse lei con la voce alterata dall’arrabbiatura.
“E cosa ci sarebbe da vedere?”
“Ho un piccolo foruncolo sotto l’occhio” disse lei piangendo.
“E che sarà mai?” chiese Paolo.
“Un tumore. Potrebbe essere un tumore della pelle, spesso si manifestano così”.
“Ma va là” disse il marito.
“L’ho letto su internet!” disse ancora lei.
Da quel momento, ogni quarto d’ora, lei si alzava, accendeva la luce e controllava le dimensioni del foruncolo.
Paolo non diceva nulla. Ormai era esasperato.

3.
Sulla spiaggia il ragazzino giocava da solo; ogni tanto chiedeva se il mare fosse il lago, chiedeva come si chiamavano quelli della spiaggia, ma poi tornava alle sue occupazioni, che agli occhi della gente erano futili occupazioni di un bambino ritardato. Per lui invece era qualcosa di più di una semplice occupazione. Era una sua parte. In fondo, al di là della salinità dell’acqua, voleva capire perché quello non poteva essere il lago. Era come se nel formulare le domande, cercasse risposta alle convenzioni.
“È il mare?”
“Sì”
“È il lago?”
“No”
“È il mare?”
“Sì”
“Perché è il mare?”
“???”
Il ragazzino tornò a saltellare sull’acqua, l’altro rimase con il dubbio della risposta.

4.
Paolo si svegliò da quella notte, sfatto come un calzino in piena estate, con la moglie che si flagellava il volto per capire se quello era un semplice foruncolo o se fosse una macchia venuta su dalle profondità di una cellula impazzita.
Il tumore della pelle la terrorizzava, così come la terrorizzava tutto ciò che usciva dall’amministrazione ordinaria. Eppure era una bella donna nonostante i suoi cinquanta anni; alta poco più dell’uno e settanta, con due gambe slanciate, il ventre piatto e le tette rotonde e gravide di una forza di volontà così ferrea che non sottostavano alla gravitazione. E poi c’era il sedere, bello come uno stradivari, ma così ambito che gli occhi degli uomini restavano impressi come cozze sullo scoglio. Eppure il corpo le sfuggiva ogni volta che qualcosa la terrorizzava.
Paolo provò a consolarla.
“Ma che vuoi che sia?” le disse.
“Ma sei sordo? È un tumore!”
Ma se l’hai detto tu che hai un foruncolo sotto l’occhio! Me l’hai detto stanotte.”
“Non è un foruncolo… L’ho chiamato così per esorcizzarlo, ma come vedi c’è ancora”
“Ma che devi esorcizzare?” chiese Paolo.
“L’esorcismo, ci vuole un esorcista. Almeno hai avuto un’ottima idea”.
“Ma non ti ho fatto venire alcuna idea”.
“Cerchi tu un esorcista?” disse lei
“Ma siamo in vacanza! Dove trovo un esorcista in vacanza?” disse Paolo.
“Datti da fare. Vedi che non mi ami più?”
Paolo non sapeva dove sbattere la testa, anzi, aveva un’idea, ma temeva che poi gli avrebbero chiesto i danni, visto che da sempre aveva la testa dura.
La moglie invece non si dava pace. Voleva tornarsene a casa. Cercava di contattare il suo medico e si arrabbiava perché questi non rispondeva.
“Ma sarà in vacanza, povero uomo!” disse il marito.
“E che ci va a fare in vacanza? Qui non c’è tempo da perdere. Ho una macchia sulla pelle e quello se ne va in vacanza?”
“Hai un foruncolo sotto l’occhio, non una macchia sulla pelle”.
“Senti, vattene in spiaggia se vuoi vedermi soffrire senza preoccuparti” disse la moglie.
Paolo la prese alla lettera e se ne uscì.

5.
Il ragazzino saltellava sulla battigia. Ogni tanto si lanciava in acqua sfidando le poche onde che il mare buttava verso la spiaggia e poi tornava a scrollare le mani, come a prendere a schiaffi un piccolo gnomo.
“È il mare?”
L’altro non rispose.
“Come ti chiami?” domandò il ragazzino
“Paolo”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
“E perché è il mare?”
“Perché ha l’infinito!” disse Paolo senza pensare.
“È il mare?”
“Sì”
Il ragazzino lasciò Paolo tra i suoi pensieri e cominciò a prendere a schiaffi lo gnomo, che a furia di prenderle, stava perdendo le proporzioni, ma essendo uno gnomo invisibile, nessuno ci avrebbe fatto caso. Nemmeno il ragazzino che già domandava l’essenza del mare ad un altro bagnante.
Paolo ripensava alla moglie. Ci pensava dalla notte precedente e ogni volta che tornava a queste paranoie, ripensava ai primi giorni di matrimonio, quando in viaggio di nozze la moglie l’aveva svegliato all’alba dicendo che aveva un pallone in gola.
“Come un pallone in gola?” domandò per prendere tempo, anche se era convinto che fosse solo il modo per fargli un buon risveglio.
Lei invece ululò come un lupo affamato.
“Ho una tonsilla così gonfia che sembra il testicolo di un toro!”
Paolo scoppiò a ridere, ma la risata si affievolì in sorriso e quindi in perplessità quando lei aggiunse: “E non sto scherzando. Chiama un medico!”
Lui si attaccò al telefono e cominciò a blaterare versi in inglese cercando di convincere la receptionist a chiamare qualcuno. La ragazza al telefono gli disse di pazientare e quando bussarono alla porta, al posto del medico c’era un’inserviente delle pulizie.
“Ma chi hai chiamato?” chiese la moglie in preda all’isteria.
“Un medico” disse Paolo.
“E questo sarebbe un medico?”
“No” disse mortificato il marito che si attacco immediatamente alla cornetta e cominciò ad urlare:
“Send me a doctor! Send me a doctor! Send me a doctor!”.
Arrivò d’urgenza l’ambulanza e quando il personale medico si accorse che la tonsilla della donna era semplicemente infiammata, la tragedia era già scritta. Multati e sbattuti fuori dall’albergo di Viale dei Giardini, e partita chiusa a Monopoli!
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
Il ragazzino lo tartassava con la solita domanda. Paolo gli dava retta, ma senza convinzione. In testa aveva il pensiero della moglie, che lo preoccupava e infastidiva. Lei era più martellante del ragazzino, ma lei non era il ragazzino, lei non aveva nessun problema.
Il ragazzino gli chiese il nome:
“Paolo”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
“Ma il mare è cattivo?”
“No”
“Perché non è cattivo?”
“Non lo so”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
Paolo non rispose e fece due passi verso l’interno della spiaggia. Ricordava i primi momenti passati con la moglie, quando il matrimonio era ancora una data lontana, quando la moglie era l’emblema dell’entusiasmo e lui era felice di averla al fianco. Non che adesso non ne fosse innamorato, ora l’amava, l’amava di più di allora, ma non sapeva più come gestire quelle sue continue difficoltà ad accettare le problematiche di salute. Ogni variazione dello stato fisico le creava ansia e l’ansia la buttava direttamente nella paranoia e la paranoia la proiettava verso il tumore, e il tumori ormai erano stati almeno cinquanta, e di questi cinquanta nessuno lo era davvero. Ma nonostante questo, ogni piccola avvisaglia tornava ad essere un problema.
Squillò il cellulare.
“Paolo, il foruncolo si è ingigantito!”
“Ma non è niente. La vuoi capire o no?”
“Ho letto su internet che i foruncoli possono essere peli incarniti e se non li curi si trasformano in malattie mortali”
“Ma avrai semplicemente esagerato con il mangiare…”
“Ah, stai dicendo che sono anche ingrassata?” disse la moglie.
“No, sto solo dicendo che spesso i foruncoli sono conseguenza di imbarazza intestinali.”
“Ma questo non è un foruncolo. Questo è un foruncolo tumorale!”
“Ma non esiste un foruncolo tumorale” disse Paolo.
“Invece sì!”
“O è un tumore o è un foruncolo!” alzò la voce Paolo.
“Beh, allora è un tumore e come al solito tu non mi capisci” disse lei prima di riattaccare.
Il mare aveva alzato il ritmo delle onde. Sembrava un pressing a tutto campo, da ogni parte arrivavano onde, piccole certo, ma pur sempre onde e cominciavano ad allungare la battigia. Facevano un leggero tonfo prima di schiumare, e i bambini avevano cominciato a riempire la riva per cogliere le onde più grosse e buttarcisi dentro.
I genitori li controllavano, qualche nonna intimava di stare attenti, anche se lo facevano per se stesse, per limare l’ansia che piano piano cresceva.
Paolo tornò a bagnare i piedi nell’acqua. La sentì fresca e fu una sensazione piacevole. Sembrava la temperatura dell’acqua di quel torrente di montagna dove lui e la moglie avevano fatto il bagno l’anno successivo alle nozze. Erano accaldati e cominciavano a sentire la stanchezza. Si erano inerpicati camminando per circa tre ore, e i piedi facevano male. Quando videro il torrente, furono d’accordo sulla sosta, almeno si sarebbero rinfrescati. L’acqua era piacevolmente fresca e guardandosi trovarono l’intesa. Lui si sfilò tutto e rimase in mutande. La moglie si guardò intorno e si sfilò anche il reggiseno. Si buttarono in acqua e cominciarono a nuotare e a schizzarsi l’acqua addosso.
Improvvisamente lei sentì una fitta al piede. Gridò. Lui le si avvicinò e le chiese cosa avesse.
“Il piede… Che male!” disse lei.
Uscirono dall’acqua e si accorsero del sangue. Il piede sanguinava. C’era un taglio, ma non era profondo.
“Portami al rifugio.” disse lei. Si rivestirono velocemente.
Paolo l’accompagnò sorreggendola, tanto che ci misero parecchio tempo nonostante fossero in discesa. Il sangue aveva smesso di fluire.
“Questa è una buona notizia” disse Paolo.
“E la chiami buona notizia?” domandò la moglie. “Non riesco ad appoggiare il piede e tu dici che è una buona notizia?”
Paolo disse che si riferiva al sangue.
Lei rispose che il sangue non era il principale motivo di preoccupazione. Il problema era il taglio. Era il tetano.
“E il tetano uccide!” disse lei.
Così al rifugio si informarono su quale fosse il Pronto Soccorso più vicino. Una volta fatta l’antitetanica, le dissero che non c’era più nulla di preoccupante.
“Vedi che alla fine non era niente?”
“E tu lo chiami niente?
“Certo che lo chiamo niente. Se non è grave, per me è niente”
La moglie lo bruciò con lo sguardo, tanto che nel cielo cominciarono a girare i Canadair.
“Il tetano uccide!”
Paolo fece finta di nulla, ma da quel giorno non tornarono più in montagna.
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché sì!”
“Ma il mare è cattivo?”
“No”
“Perché non è cattivo?”
“Non lo so”
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché ha l’infinito”
“E il lago?”
“Il lago no. Finisce.”
“Ma anche il mare finisce” disse il ragazzino.
“No, il mare no.”
“E cos’è l’infinito?”
“Non lo so” disse Paolo.
“E’ il mare?”
“Il mare non è l’infinito. Il mare ha l’infinito” disse Paolo.
“Dipingiamo il mare?” domandò il ragazzino.
“Non sono capace” disse Paolo.
“Mi aiuti?”
“Sì”

6.
Paolo non sapeva da dove partire. Non aveva mai disegnato il mare. Al massimo aveva disegnato il mare con le barche e il cielo, ma il mare da solo mai.
Telefonò alla moglie.
“Che c’è?” disse lei
“Come si fa il mare?”
“Ma ti sembra una domanda pertinente? Ho un tumore sotto l’occhio e tu mi chiedi come si dipinge il mare?”
“È importante” disse lui
“E il mio tumore non è importante?”
“Ho bisogno del tuo aiuto” disse Paolo. “Devo aiutare un ragazzino.
“Un ragazzino? Non sarai mica un pedofilo”
Cominciava ad esagerare, ogni cosa diventava un problema e ogni problema era un’accusa e ogni accusa era un’investigazione.
“Se hai bisogno di tranquillità chiama i Ris e chiedi a loro.” disse Paolo polemico, prima di riagganciare.
“Hai un foglio?” disse Paolo al ragazzino.
“Sì”
Il ragazzino andò all’ombrellone e rovistò in una sacca che conteneva risme di fogli. A Paolo squillò il telefono.
“Pronto?” disse Paolo. Era la moglie.
“Sto arrivando, aspettami lì” e chiuse la conversazione.
Ci aveva ripensato, spesso le capitava. Era fatta così, prima aggrediva e poi ci ripensava, ma mai chiedeva scusa. Il ragazzino tornò con i fogli:
“È il mare?”
“Hai preso la matita?”
“No”
“E come facciamo a disegnare il mare?”
Il ragazzino lo fissò perplesso.
“Serve una matita, o una biro, o dei colori” disse Paolo.
“Ho un pennello”.
“E i colori?”
“No”
“E che ci facciamo con il pennello senza i colori?” chiese Paolo.
“Va bene il pennello” disse una voce femminile.
La moglie era arrivata. Il ragazzino appena la vide la interrogò:
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
La donna fece una carezza al ragazzino e lo spedì a prendere il pennello.
“Ma chi è: Rain Man?” domandò la donna al marito senza perdere il suo cinismo.
“Vuole che dipingiamo il mare”
“Come mai te l’ha chiesto?” disse lei.
“Non lo so”
“Come non lo sai”
“Non lo so”
“Passava di lì e ti ha chiesto di disegnargli il mare?”
“No”
“E allora?” disse lei
“Mi ha chiesto se era il mare, gli ho detto sì, mi ha detto perché, e gli ho parlato dell’infinito”
“Cosa?”
“Gli ho detto che il mare ha l’infinito”
“E che c’entra con il disegno?” chiese la moglie
“Non so. Subito dopo mi ha detto se gli disegnavo il mare”
“E tu?”
“Ho detto sì”.
Il ragazzino tornò con il pennello. Era un pennellino molto piccolo.
“E cosa ci facciamo se non abbiamo i colori?” chiese Paolo.
“Il mare” disse il ragazzino.
“E perché dovremmo disegnare il mare?” chiese la donna.
“Perché ha l’infinito”
“E cos’è per te quest’infinito?”
“Non lo so”, disse il ragazzino. E poi aggiunse: “Ma non mi interessa l’infinito. Mi piace disegnare il mare perché ha l’infinito”
La donna guardò torva il marito.
“Perché mai ti è venuta in mente questa storia dell’infinito?”
Gliene faceva una colpa.
“Cosa avresti risposto se ti avessero chiesto perché questo è il mare?” disse Paolo indicando l’acqua.
“Perché è così! I nomi sono convenzioni!” disse lei.
“Anche i foruncoli sono foruncoli” rispose Paolo.
Il ragazzino nel frattempo girava con il foglio in una mano e il pennello nell’altra. Poi si fermò davanti alla moglie di Paolo e le chiese se quello fosse il mare:
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
“Perché di sì. Si chiama così e quindi quello è il mare”
“Ma quello è un foruncolo?” chiese il ragazzino guardandola sotto l’occhio.
“Sì”
“E perché è un foruncolo?”
“Potrebbe non esserlo” disse lei rabbuiandosi.
Paolo cominciò a caracollare temendo il peggio, ma il peggio se ne stava lì tranquillo, come se davanti a quel ragazzino dalle continue domande, anche il peggio dovesse pazientare.
“E perché è un foruncolo?”
“E’ un tumore!” disse lei, senza che il ragazzino facesse caso alla risposta.
“E il tumore ha l’infinito?”
La donna non aggiunse altro.
“Ma cos’è l’infinito?” chiese a Paolo.
Paolo alzò le spalle negandosi alla risposta.
Nel frattempo il ragazzino aveva bagnato la setola del pennello nell’acqua del mare e l’aveva appoggiata al foglio.
“Il mare, ho disegnato il mare” disse.
La donna guardò il marito.
“Ti piace il mare? chiese il ragazzino.
Paolo disse sì.
“Perché ti piace?”
Paolo non sapeva cosa rispondere.
“E ha l’infinito?”
Paolo non riusciva a rispondere.
“Sì” disse la donna.
“E perché ha l’infinito?”
“Perché sei felice. In fondo hai disegnato il mare con il mare. Hai fatto qualcosa con la cosa stessa e quindi hai realizzato proprio quella cosa e se hai realizzato proprio quella cosa, allora quella cosa è parte di un infinito e quindi sì, ha l’infinito”
Paolo l’aveva persa.
“Sei felice?” domandò la donna al ragazzino.
“Sì” disse il ragazzino che nel frattempo aveva ripreso a picchiare lo gnomo invisibile
“E perché sei felice?”
“Perché ho il mare su un foglio”
Paolo abbracciò la moglie. Il ragazzino si scostò da loro e cominciò ad importunare altri bagnanti:
“È il mare?”
“Sì”
“E perché è il mare?”
L’altro non rispondeva.
“E ha l’infinito?” aggiunse il ragazzino, mentre l’altro si allontanava imbarazzato.
Paolo guardò la moglie negli occhi e le chiese se era felice. Lei disse di sì.
“E perché sei felice?”
La donna non rispose, mentre il foruncolo sotto l’occhio non faceva più molta paura.
“Vuoi farlo controllare al Pronto Soccorso?”
La donna rispose di no. Disse che aveva una cosa da fare.
Poi prese un po’ d’acqua con il palmo della mano e si bagnò il costume.
“Ho dipinto anch’io il mare” e scoppiò a ridere.
“Hai dipinto una parte con parte della stessa” disse Paolo per schernirla. Lei sorrise.
“Tutto è parte di una parte e se ci pensassimo più spesso, anche il tumore farebbe meno paura” disse la moglie.
“Il tumore no, quello fa comunque paura”.
“Forse” disse la donna prima di baciarlo.

La bambina della bottega dei semi

La strada spegneva piano la sua voce.
I tonfi di mannaia calavano in sordina sul ceppo del beccaio: la vetrina li teneva dentro.
(Non urlava il grembiule  con gli schizzi rossi, se si passava in fretta, magari senza sguardi)
Due passi ancora  e tutto si taceva, perchè la via cambiava ad ogni soglia.
E chi voleva un po’ di vita sfusa, la speranza di un bulbo addormentato o di un cespo dischiuso a primavera, lì poteva entrare, nella bottega scura: non le bastava il portico per l’ombra, c’era bisogno di una porta buia e del regalo fresco di un’imposta.
La bottega dei semi stava zitta, come con l’ovatta intorno: solo alterni pigolii dietro la tenda e dialogo di cocorite, sospeso nella gabbia.
Chi si fermava incerto sull’ingresso, nella penombra che tutto indistingueva, si lasciava chiamare dagli odori: dall’alito della terra grassa, dal cotto del sole in forma di granaglia, dalla foglia che si macera e si scioglie  e dal sale amaro, ruvido alla gola. Un senso di pastone da pollaio, di umore assorbito dalla crusca.

La bambina entrava senza far rumore, con la lista piegata nella tasca.
Se la signora parlava col fattore, c’era modo di infilare la mano nei sacchi con l’orlo rivoltato.
Bello muovere le dita, sentire lo scorrere dei grani e trovarsi il palmo quasi bianco: polvere di frumento che sfarina.
Bello toccare il freddo dei cristalli azzurri, lasciarsi un poco pungere, volendo: si poteva pensarne una montagna che luccicasse contro il sole o sperare d’averne uno in dono, perché  il verde rame diventa talismano  prima di arrivare sul muro della vite.
E poi guardare i semi e le sementi, tutti così fini. Nei cassetti in pila sopra gli assi, a fare da parete e da granaio. Ci dormivano anche i tuberi di dalia, in certa terra soffice e sgranata.
C’era da aspettarsi che  un chicco si rompesse con rumore o un bulbo si crepasse all’improvviso e un soffio verde, a punta o arrotolato, si snervasse fuori dal cassetto e diventasse foglia, tralcio addirittura, veloce come pisello magico da fiaba.

Cosa vuoi? disse la signora.
Dopo tante meraviglie, la vergogna di leggere misure dettate da suanonna: dieci pizzichi di semi di lattuga, dieci pizzichi d’insalata ricciolina, un cucchiaio di semi di radicchio,  una sessa minore per fave e fagiolini, una tazza di semi per le zucche e un po’ di zampe d’asparagi, se fresche…
A dosi di pozioni e sortilegi, tutto l’orto finiva e cominciava in cartocci di carta di giornale.

Non ho resto di moneta spiccia. Aspetta che ti do una cosa.
La donna sparì dietro la tenda e  tornò con un pulcino giallo.
Ti spiego come devi fare.
C’era da tenere le ali tutte ferme, strette nel pugno, senza aver paura, ma la bambina aveva mani piccole: servivano proprio tutte e due.

Ricevette il caldo del pulcino come l’oracolo nel gioco, quando in cerchio, con i palmi a conca, si aspettava l’arrivo del tesoro: l’amica lo teneva nelle mani giunte e passava in rassegna le altre mani, con un gesto quasi di preghiera. In quale conca sarebbe scivolata la biglia oppure la conchiglia? Chi avrebbe premiato nel segreto della filastrocca?
Attesa di un segno d’elezione.

La bambina restò come incantata, l’orto ficcato nelle tasche e le mani piene di bellezza. Bellezza viva. Perfetta nel becco di un pulcino che cercava un pertugio fra le dita. Perfetta nel solletico di piuma, proprio sul polso, sulla vena azzurra.

Sarajevo

Un raggio di sole illuminò, come la lama di una falce, il prato davanti a casa sua. I fiori gialli del tarassaco piano si dischiusero tutti. Quel giallo, sul verde brillante di primavera e di rugiada, ingentiliva il luogo. Lei, dalla finestra, guardava quei fiori e girati gli occhi, posò lo sguardo sulle uova, ancora calde di nido, che aveva preso poco prima dal piccolo pollaio. << Oggi uova ed erbe di campo.>> Meglio delle scatolette. Intanto il sole, con calma, stemperava le ombre della notte e lontane, le case che facevano da scenario, dormivano ancora. Forse oggi si sarebbero destate. Lei si preparò in fretta, quasi timorosa che quelle erbe potessero sparire, quando il raggio del sole, si fosse spostato più in là. Guardinga, allungò il collo oltre l’apertura della porta e contò mentalmente lo spazio tra lei, e il grosso platano posto di fronte alla casa. Una corsa veloce senza chiudere l’uscio, e divorò lo spazio tra lei e l’albero e lo abbracciò, come se fosse stato un amore ritrovato. La corteccia, che faceva scorrere sotto le dita, la emozionò. Liscia e ruvida e quell’odore di legno, che si risvegliava a primavera e quei piccoli bottoni, qua e là tra i rami indicavano le foglie, che sarebbero venute più avanti. Rimase attenta ai suoni, ma non udì nulla se non il suo respiro, sempre meno affannoso dopo la corsa. Si sciolse dall’abbraccio dell’albero e con passo attento avanzò tra le erbe e raggiunti i fiori, iniziò la raccolta dell’insalata selvatica.
La finestra era aperta e la luce si spandeva lenta nell’ambiente, ma nel cono d’ombra rimasto, lui stava eseguendo le figure del primo katà di cintura nera 4° dan. Veloce, silenzioso concentrato perché oggi con un sole così, doveva esserlo assolutamente, e lo sforzo fisico, l’adrenalina, che saliva e fluiva nel suo corpo, doveva raggiungere tutte le parti, perché oggi era un buon giorno. Dopo un rauco grugnito, il solo in verità, iniziò la lenta respirazione per ricondurre il corpo allo stato di quiete. Intanto nel buio della stanza osservava che gli stracci appesi al balcone della casa di fronte, pendevano immobili. Il taglio in faccia, che non era tale, ma la sua bocca, ebbe una contrazione. Era sempre più un buon giorno. Sentiva che ormai l’adrenalina era giunta in ogni sua fibra e allora si accomodò nella posizione più idonea per ciò, che si apprestava a fare. Guardò oltre i palazzi che lo circondavano e lontano, una fila di panni, abbandonati dal tempo, erano fermi, come cristallizzati. La giornata era ottima. Iniziò allora il processo di concentrazione, per non sentire, per non vedere altro se non quello che i suoi occhi andavano cercando. Nessun rumore doveva distrarlo, solo lui e l’oggetto del suo desiderio, della sua maledizione. Non udì neppure il solido passo dell’uomo che si materializzò alle sue spalle. Tacquero, non c’era nulla da dire. In fondo si erano parlati, la sera prima. Quell’uomo, dalla faccia butterata aveva detto solo << Tre colpi. Cinquemila euro. Meglio se femmina>> I soldi passarono di mano.
Lei, china sull’erba stava godendo il profumo lieve e leggero della primavera, che timida, in quella mattina, si era messa in mostra. Non era ancora tempo di rondini, ma se le giornate continuavano a essere inondate di sole, presto sarebbero arrivate. Che gioia. Vide anche due timidi fiori di cardo che azzurri facevano capolino da un rovo. Decise di prenderli per adornare il tavolo. << Oggi è una bella giornata, festeggiamola. >>.  Si oggi avrebbe festeggiato, con due fiori di cardo, con un po’ d’insalata selvatica, con le uova del pollaio. Avrebbe festeggiato la primavera. Alzò la faccia e la puntò verso il sole, per far scaldare dai raggi la pelle del viso. Farla scaldare dopo un duro inverno. Rimase immobile, in attesa.
Lui la vide e trasse un sospiro più lungo degli altri. L’adrenalina, come scheggia impazzita, riprese il suo giro. Poi con ancora più calma delle altre volte, trasse a se il dito e si udì uno scatto metallico.
Lei avvertì una fitta improvvisa, proprio sopra l’occhio sinistro. Quasi una puntura, un’ape forse che suggeva gli umori dei fiori e lei non l’aveva ne vista, ne sentita. Quella fitta fu l’ultima cosa avvertita, poi il prato e i fiori furono spruzzati di rosso. Neanche un gemito, neppure un urlo, soltanto una fitta improvvisa.
L’otturatore schioccò e il bossolo caldo cadde vicino agli altri che gli si erano accumulati accanto. L’altro abbassando il binocolo che teneva in mano disse << Ottocento metri, bellissimo colpo!>>Lui ebbe la stessa contrazione di prima.
Con lo stesso schiocco l’otturatore si chiuse.
Sarajevo – Venerdì Santo 19…
 Forse è una leggenda metropolitana, forse è la verità, ma in molti luoghi e in diverse epoche l’uomo ha cacciato i propri simili. Vuoi per sport, o per denaro. Come in questo caso. Mi auguro che sia solo fantasia

Incubo

da flickr

da flickr

Aprì gli occhi, di scatto. Non vide nulla per qualche attimo. Li spalancò nello spasmo di raccogliere quanta più luce fosse possibile. Fu tutto inutile.
Attorno a sé trovò il buio, profondo e impenetrabile, quasi palpabile. Solo un raggio luminoso e tenue filtrava da chissà dove, cadeva su un mobile, si piegava fino a terra, per poi scomparire tra le pieghe di un tappeto.

Attorno a sé rilevò il silenzio. La sensazione di essere sorda, di non percepire altri rumori che il suo respiro, le pervase la mente. Non un soffio, non un fruscio le giungevano alle orecchie. La casa pareva disabitata e nessuno veniva a confortarla. Eppure era certa che dovesse esserci qualcuno, da qualche parte. Era una sensazione che le pareva reale.
Attorno a sé si materializzò il freddo. Era un gelo penetrante, che si insinuava nelle ossa, nelle membra, nell’anima, che pervadeva tutto il corpo. Non era il ghiaccio gelido di una notte di tempesta o di una rigida giornata di inverno ma qualcosa di immateriale che diventava concreto sulla sua pelle. Doveva esserci una coperta, da qualche parte ma non sarebbe servita a molto. Era nuda nell’anima e nel fisico e nulla non sarebbe riuscita a scaldarla.
Un rumore la fece sobbalzare. Proveniva da lontano, da fuori. Non apparteneva a quella gabbia che racchiudeva la sua esistenza. Si mosse al buio, allungando le mani nel tentativo vano di evitare gli ostacoli.

Il suo piede urtò contro qualcosa di morbido. “Cos’è?’ disse ma le era impossibile comprendere cosa si celasse in quell’ostacolo. Provò, allungando le dita, di tastare la consistenza, di indovinare la natura. Fu inutile, perché si mosse e rotolò via nel buio. Era di nuovo sola. Sola con se stessa, col buio, col silenzio, col freddo.

Si raggomitolò, stringendo le ginocchia al petto, come faceva da bambina. Un vacuo tentativo di proteggersi dai nemici invisibile che la circondavano. Avvertì del secco sulla lingua, mentre la pelle ghiacciava in minuscoli coriandoli gelati.
Aveva bisogno un bicchiere d’acqua.

Era sempre stato così, da che ne aveva memoria.

Il giorno si presentava in modo differente: era la luce abbagliante, era il muoversi per soddisfare i mille impegni quotidiani, che lo riempivano di attività da fare. Questo era indipendente, se la sua vita fosse solitaria oppure socialmente ricca. La giornata è costellata da persone da incontrare, di obblighi, che non poteva rimandare. Di giorno qualunque cosa era utile pur di non cadere nell’impasse del giorno che volge verso la sera.

Ma la notte, ah! La notte era diversa: era silenzio, era buio, era freddo.
“Quando ero piccola, era un incubo dal momento in cui la madre mi chiudeva dentro e mi ordinava secca ‘dormi’”.

Soffriva d’insonnia, e di mancanza di affetto. Le lunghe notti erano passate a guardare il soffitto. Era il silenzio soffocante di quella cameretta blu il ricordo più angosciante. Allora si stringeva il peluche al petto, per sentirsi un po’ meno sola.

Gli anni passarono e lei era cresciuta. Aveva imparato a coltivare la fantasia per ingannare il tempo. Aveva cominciato a inventare storie, che le tenevano compagnia durante le ore notturne, che passavano con gli occhi aperti per non cadere nel sonno. Se nessuno poteva stare con lei, avrebbe creato con l’immaginazione un amico, un qualcuno col quale parlare e sentirsi meno sola.

Dormiva durante il giorno, perché niente la poteva ghermire e trasportare nell’incubo notturno.

Era diventata una donna e aveva cominciato a usare la notte per leggere, per scrivere, per studiare, per lavorare. Stupiva le gente quando diceva ‘mi sono riposata. Stanotte ho dormito tanto, quasi un’ora’.

In fondo meravigliare le persone era la sua specialità. Era considerata quella un po’ diversa, un po’ bizzarra, alquanto strana. Di questo non se ne era mai preoccupata più di tanto, tranne quando avrebbe voluta la presenza di qualcuno. Sì, esattamente come adesso. Qualcuno che le portasse un bicchiere d’acqua.

Solo un bicchiere d’acqua? Non era solo quello. Aveva necessità di calore umano, di qualcuno che l’accudisse. Si sentiva terribilmente sola, come in questo momento. Si alzò e si mosse con cautela, sperando di trovare lo spiraglio di luce che la illuminasse. Eppure l’aveva intravvisto appena aveva aperto gli occhi. Continuò a muover i piedi lentamente trascinandoli sul pavimento.
“Acc…”. Un grido si strozzò in gola per il dolore. Aveva urtato con l’anca qualcosa di appuntito, avvertendo una fitta fortissima. Si morse la lingua per non gridare.
“Che cavolo ci faccio qui?” disse sottovoce.
Ieri sera era con Giacomo in quel ritrovo notturno appena fuori città. Aveva bevuto e i ricordi erano diventati nebbia. Adesso si ritrovava in un luogo sconosciuto, gelido e senza luce. Una prigione senza uscita.
“Cos’è successo?” rifletté mentre massaggiava la parte indolenzita. “Giacomo dov’è finito? Dove sono?”. Una raffica di domande senza risposte mulinarono nella testa nell’attesa che avesse incontrato qualcuno a sciogliere i suoi dubbi.
“E se fosse?” Un pensiero terribile si affacciò alla mente. “Se fossi in balia di un maniaco?”.
I piedi nudi sul pavimento erano diventati due pezzi di ghiaccio, insensibili. Si chinò a massaggiarli senza grandi risultati. Tuttavia non era solo quella parte del corpo a essere gelida. Le gambe, le mani, il viso, il tronco. Non avvertiva né mutandine né reggiseno. Eppure era ben vestita ieri sera. ‘Perché?’ si domandò, ricominciando a muoversi. Si toccò sentendo solo un qualcosa di leggero come se fosse una camiciola di lino, che copriva solo la parte superiore della sua persona e neppure tutta.

“Ecco perché ho freddo” si disse.

Poi percepì la presenza di qualcuno.

“É strano. Ho creduto fino a un istante fa di essere sola in questo luogo senza finestre e senza porte. Senza nulla a cui appoggiarsi a parte pareti e pavimento” pensò, irrigidendosi in posizione difensiva.

“Ehi, ciao” bisbigliò una voce femminile.

Questo dettaglio la tranquillizzò in parte, poiché l’idea del maniaco si dissolse subito in quelle due parole appena sussurrate. Tuttavia i sensi rimanevano all’erta. L’impressione di trovarsi in una situazione strana e ambigua prese di nuovo il sopravvento.

“Qualcosa non va?” le chiese con un soffio di voce quell’ignota figura, che parlava con lei.

“No niente grazie. Anzi sì. Non riusco a capire dove sono e con chi. Ieri sera ero al Top Lance e poi nulla” rispose, mascherando l’ansia che saliva da dentro il petto.

“Ah! Anche tu? I fumi dell’alcool ci hanno colpite in pieno la scorsa notte, vero piccola?” rispose quella voce dai contorni indefiniti.

“Piccola! Ma”. Non riuscì a completare la frase. La paura le bloccò la lingua. Capì che poi non era quella che le voleva far credere. Si irrigidì e di colpo volle fuggire. ‘Dove?’ si disse, muovendosi al buio, senza conoscere la direzione.

Fece un passo a destra o a sinistra, non capì bene, quando precipitò a terra colpita da chissà cosa in quell’incredibile oscurità che illuminava la stanza.

“Stai calma, tesoro, eccoti un po’ d’acqua. Come va?” fece ancora quella voce femminile sottile come una lama.

“Non lo so. Anzi direi per niente bene. Gira tutto e mi sento rintronata” disse, pentendosi subito dopo aver pronunciato quelle parole.

“Passerà tutto. Vedrai. Passerà tutto” riprese quella voce che cantilenava come un muezzin dal minareto.

“Come?” azzardò Mirta, seduta per terra e con la testa dolorante.

“Non preoccuparti. Vedrai, che passerà tutto!” disse come se stesse ridendo.

La ragazza comprese di essere in un bel pasticcio. ‘Ma Giacomo dov’è?’ pensò, mentre abbracciava nuovamente le ginocchia.

“Vedrai. Passerà tutto!” continuò come un mantra, emettendo una breve risata, subito soffocata.

Mirta non provava più freddo. Solo il buio la disturbava. Avrebbe voluto vedere in faccia quella voce femminile ma non poteva. Si rannicchiò ancora di più e rimpianse di non aver resistito all’insistenza di Giacomo per andare in quel night club. ‘Se avessi dato ascolto al mio sesto senso, ora non sarei in questa situazione. Ma Giacomo dov’è?’ si domandò ancora una volta.

“Che ore sono?” azzardò a chiedere Mirta.

Una breve risata la raggelò ma non udì la risposta. ‘Sono passate poche ore oppure molte?’ Non riusciva a quantificare il tempo. Cambiò tattica con la speranza di uscire da questa impasse che stava diventando un vero incubo.

“Se non fosse che non ricordo nulla della notte appena passata, direi che è giorno. Potresti provare a spiegarmi qualcosa. Mi piacerebbe ricostruire cosa è avvenuto”

“Si, piccola. Io alle notti folli ci sono abituata, sai… Strani incontri, piccoli disagi ed eccomi di nuovo di fronte all’innocenza di qualcuna che mi chiede di spiegarle cosa è accaduto” rispose l’altra con tono gentile.

“Ma se non ne hai voglia, lascia perdere. Di sicuro qualche flash mi tornerà alla mente nel corso della giornata. Ricorderò cosa è avvenuto e tutto sarà più chiaro” fece Mirta, strisciando verso quello che supponeva fosse la parete.

La donna rise di nuovo e in maniera sguaiata. Mirta rabbrividì e comprese di essere in un bel impiccio dal quale disperava di uscirne.

“Ma piccina mia, allora sarà troppo tardi!” riprese la donna misteriosa.

Alla ragazza essere chiamata ‘piccola mia’ o ‘piccina mia’ dava un fastidio tremendo, perché non era né sua figlia né di sua proprietà.

“Credimi, perché, quando ricorderai, sarai preda di una crisi enorme” continuò quella voce suadente e vellutata.

La frase la spaventò. L’angoscia le paralizzò le gambe. Cominciò a tremare per la paura. I denti parevano impazziti. Sentì che la donna si stava avvicinando. Lei si spostò a destra, poi a sinistra, infine indietro ma in pratica non si mosse che di qualche centimetro.

“Non preoccuparti, ma petite biche! Capitò anche a me, tanti anni fa. Fu la mia prima esperienza” disse la donna, mentre Mirta avvertì un intenso profumo di eau de Cologne, piuttosto dozzinale.

Spalancò gli occhi per vedere meglio ma la sensazione fu di buio estremo. Nessuna luce, nemmeno quella breve sciabolata iniziale. Però udì un frusciare di seta, come se qualcuno si fosse tolto una vestaglia. Adesso tutti i sensi erano all’erta. L’unico che non funzionava era la vista. Decise di chiedere cautamente qualche altra informazione.

“Prima esperienza di cosa? E chi è lei, che mi appella con questi nomignoli da amante” disse con l’affanno in gola. ‘Amante? Perché ho usato questa parola?’ Mirta ebbe un’illuminazione.

“AMANTE” urlò poi d’improvviso.

La donna rise ancora più sguaiata e ormai era vicinissima a lei. Ne sentiva l’alito alla menta e il profumo dozzinale. Tuttavia non udì il frusciare di prima. Forse si era tolta la vestaglia o qualcosa di somigliante.

“Tranquilla, mia piccola. E ascolta quello che ti sto per dire” fece, mentre con la mano cercava il viso di Mirta, che non si tranquillizzò affatto, quando ascoltò il racconto della donna.

Era stata la sua prima esperienza con una ragazza. “Aveva la tua età e io due anni più vecchia” disse al termine della narrazione.

“Come fa a sapere quanti anni ho?” le chiese stupita, mentre tentava di sottrarsi alle carezze della donna.

“Lo so. Ho visto la data di nascita dalla tua carta di identità. Ma ora ascolta il resto” fece quella voce sottile, mentre proseguì il racconto. “Da quella notte fu tutto chiaro e non fui più la stessa. Mi sentivo diversa ed ebbi paura anche a uscire per diverse settimane. Mi pareva che tutti avessero occhi puntati su di me”.

La ragazza era ammutolita. ‘Non è mia intenzione finire a letto con una sconosciuta. Non mi farebbe schifo ma sono etero e non omo!” si disse ritraendosi da lei.

La donna ormai alitava su di lei, trasmettendole la voglia di fare sesso. Mirta arretrò ancora un po’, finché non avvertì il ruvido della parete. Allungò la mano sinistra e urtò qualcosa di freddo. Con la mano destra accarezzò un telo di lino. ‘Sono incastrata tra un muro e un letto, a quanto pare. Come ci sono finita senza inciampare?’ si chiese basita.

“E’ la prima volta?” le chiese accarezzandole prima la spalla, poi il seno destro.

Lei bofonchiò qualcosa di indefinito, cercando di sottrarsi alle sue attenzioni ma rimanendo incastrata ancora di più. Adesso non le era consentito nessun movimento. La donna l’aveva schiacciata nell’angolo.

“Come ti chiami, ma petite biche?” le chiese con dolcezza, scendendo ancora con la mano verso il basso.

“Mirta” rispose senza sapere il perché, mentre la mente entrava in confusione.

“Nome spagnolo. Sei originaria di quel paese?” le domandò, mentre raggiunse l’incavo dell’addome, dove stava un frutto umido.

“No” replicò asciutta, cercando di trattenersi dal gridare. I capezzoli erano induriti e avvertì il bagnato ma non poteva cedere. Non doveva cedere.

“Ma Giacomo?” chiese alla donna, che stava ansando per il piacere.

“Giacomo? Quel bel ragazzo biondo e atletico” sospirò a lungo. “Vedi a lui piacciono solo i maschietti. Ieri sera abbiamo fatto uno scambio. Lui ha preso il modello che era come, mentre tu sei finita in questa casa”.

“Ma dove siamo? Non esistono luci?” esclamò Mirta con tono angosciato.

“Perché? E’ più romantico così”.

Mirta avvertiva l’alito al sapore di menta vicino alle sue labbra e la pressione delle mani sul fondo dell’addome. ‘Non posso cedere! Devo scappare!’ si disse, agitandosi con conseguente peggioramento della situazione.

“Ho freddo” sbottò all’improvviso per rompere quella sensazione di impasse nella quale era caduta. ‘Sto vivendo un incubo! Altro quelli che provavo nel buio della mia cameretta’ pensò incapace di svincolarsi da quell’abbraccio.

“Ci sono io a scaldarti, Non ho capito se è la prima volta?” le disse, facendo aderire il proprio corpo a quello della ragazza.

“Sì” rispose laconica e stremata per la tensione, mentre continuava a maledire Giacomo.

“Ecco perché ti sento incerta. Rilassati. É molto meglio che con un uomo. E poi non corri rischi”.

Mirta era incastrata tra il letto e la parete e non poteva divincolarsi. Decise di rimanere passiva e di immaginare le storie che l’avevano aiutata per superare il buio della notte. Non poteva credere a quello che la donna le aveva appena detto. ‘Mi pare impossibile che Giacomo mi abbia abbandonato’. Stava pensando a questo, quando avverti un irrigidimento della sconosciuta.

“Sei ancora vergine?” le domandò acida.

“Sì” rispose arrossendo, quando avvertì che la donna si era allontanata da lei. Sospirò di sollievo, pensando di essere riuscita a sfuggire alla sua aguzzina.

“Giacomo non avrebbe dovuto abbandonarmi” sbottò Mirta che si alzò e a tentoni si mise alla ricerca di un interruttore, una candela o una torcia che potessero svelarle il volto della donna. Voleva vedere chi l’aveva trasportata la notte scorsa in questo luogo.
“Non troverai niente, se ho capito quello che stai cercando. La mia casa è così scura proprio perché vuol esserlo, vuole dare intimità, quiete” disse ridendo.

“Questa intimità e questa quiete non mi piace e ancor meno le donne. Voglio andare via” affermò Mirta decisa a lasciare quel luogo.

“Proprio ora. Non sai cosa perdi” rispose la donna in tono accorato.

“Non lo metto in dubbio ma preferisco perdere le tue attenzioni” fece piccata la ragazza.

La donna adirata le aprì la porta e la condusse su una strada sconosciuta. Mirta indossava una camiciola bianca trasparente ed era a piedi nudi. Il suo abbigliamento era solo quello.
La ragazza scoprì di tenere in mano lo smartphone. Si chiese come fosse finito lì ma alzò le spalle. Troppi aspetti oscuri e inquietanti avevano condito gli ultimi avvenimenti per cercare una risposta. Voleva andarsene il prima possibile.

“Devo chiamare un taxi” affermò decisa, anche se non conosceva la zona dove era.

Guardo lo schermo e vide che non c’era campo. Imprecò. La notte era oscura e la strada era deserta. Provò a fare qualche passo ma si dovette fermare. Il dolore ai piedi era troppo intenso per proseguire.
Stava osservando livida di rabbia lo schermo muto, quando all’improvviso si materializzò un uomo alle sue spalle. Ebbe un sussulto di paura.

“Questa è una strada maledetta. Farete meglio a scappare” le disse, senza che lei potesse vederne il volto. Portava un tabarro scuro e un capello di feltro a falda larga che oscurava il viso.

“Ma dove?” gli domandò angosciata.

“Venga con me”. E la prese bruscamente per un braccio, trascinandola via.

E l’incubo continuò.

Favoletta crudele di San Valentino

25253349-silhouettes-d-un-couple-d-amoureux-dans-un-cafe-et-cadre-vintageC’era una volta una ragazza, tramite alcuni amici conobbe un ragazzo. Il ragazzo si innamorò follemente a prima vista della ragazza. Non le fece una corte spietata, provò solo a conoscerla meglio e più ci parlava più si innamorava. La sensazione che una cellula del suo cuore scoppiasse ogni volta che lei sorrideva. E anche lei, che non ci pensava a innamorarsi e a cuoricini e arcobaleni e unicorni, cominciava però a sentirsi attratta da lui, a volerlo sempre di più.

Tutti gli amici le dicevano che lui le moriva dietro e lei si ostinava a negare, a non voler vedere. Poi, un giorno, nel bel mezzo di una conversazione qualunque, lui la guardò serissimo negli occhi e le disse:

“Sei bellissima.”

Lei spalancò gli occhi, stupita.

“Mi piaci sin dalla prima volta che ti ho vista e ogni giorno di più. Non devi rispondere. Se non provi lo stesso mi farò da parte.”

La ragazza sentì una morsa nel petto. Una specie di disperazione, come se queste parole le avessero aperto una scatolina dentro di lei con dentro tutti i sentimenti che finora aveva ignorato. L’attrazione, l’affetto, il dolore all’idea che lui non faccia parte della sua vita.

E il ragazzo stava lì, con lo sguardo serio e grave, incapace di guardarla ulteriormente negli occhi. Allora lei sorrise, si alzò e lo baciò. E lui poteva essere morto e rinato mille volte in quei pochi secondi perché nulla aveva più senso, era in preda al tumulto contrastante delle sue emozioni.

E ogni giorno lui le ripeteva quanto era bella e ogni volta che facevano l’amore lui le ripeteva quanto era immensamente fantastica. E lei ogni volta si innamorava un po’ di più. Ma non erano tanto le parole di lui a farla precipitare nell’incantesimo dell’amore, era il modo in cui lui la guardava. Come si fa a resistere quando qualcuno ti guarda così, come Eva doveva aver guardato la mela dopo che il serpente l’aveva convinta che essa fosse la cosa più desiderabile di tutto il Paradiso.

Erano felici. Se litigavano poi facevano pace e dopo si amavano ancora di più. Se uno rideva l’altra rideva e viceversa. Due persone, ma un unico cuore che batteva per entrambi.

10422197_819961554706250_645194270257435480_nPer questo motivo, il giorno in cui lui la lasciò, lei rimase senza cuore, senza vita, senza nulla. Sola in un mondo divenuto improvvisamente sconosciuto e malvagio. Nessuno più che la guardava come fosse la mela più succosa di tutte.

La vita dà e poi toglie. L’amore non è condividere un cuore in due, ma tenersi il proprio mentre ci si prende cura per un po’ anche di quello di qualcun altro. Se entrambi si prendono per bene cura sia del proprio che dell’altrui cuore allora potrebbe durare fino alla morte, altrimenti finisce, ma almeno si ha ancora il proprio cuore ben saldo nel petto. La vita impartisce lezione che è bene imparare.

Sasha che andò sulla luna

Anna era la Vigliacchetta, inutile provare a cambiare le cose. Quel soprannome lo aveva coniato il nonno quando le faceva il solletico e lei si piegava dalle risate cercando di divincolarsi. Era forse per spirito di contraddizione verso quel nomignolo che si metteva spesso nei guai e alle volte le suonava pure ai maschi che facevano troppo gli spiritosi. Tornava a casa sporca di fango e sua madre doveva dargliele per forza, anche se sotto sotto era contenta del suo modo di gestire la vita, a volte lieve, altre rude.

Anna non fu quindi sorpresa di sentire quel nomignolo quando scese dal pullman che l’aveva riportata a casa. La piazza, trascurando i due piu recenti centri scommesse, non aveva cambiata la sua fisionomia. Nel bar di fronte due tizi l’avevano riconosciuta, nonostante lei si fosse mimetizzata con occhiali, cappello e sciarpa. Anche la giacca a vento provava a celare uno dei volti più noti della TV. Il bavero alzato fino al mento rivelava solo le labbra, abbastanza da fare scattare in piedi i due fratelli Saìa: quei due ne avevano prese di legnate dalla Vigliacchetta e la conoscevano bene. Avevano soprattutto sbavato per anni davanti al TG della prima rete, come buona parte degli italiani. Anna, infatti, era una gran donna e di tutto faceva per non nasconderlo al mondo; così quando appariva in prima serata, calamitava l’attenzione sui suoi leggendari décolletées e anche il raddoppio delle tasse si prendeva con molta levità.

Anna ebbe solo il tempo di accennare un timido saluto, perché un colpo di clacson le annunciò la presenza di Giorgio, il suo fratellino. Lo aveva lasciato adolescente in paese e ora faceva capolino alla guida della Ritmo del padre, con tutto il sussiego che quella gloriosa auto suscitava nella sua famiglia. Quel carcassone era il loro simbolo in fondo e solo quando ci fu dentro, cominciò a sentirsi veramente a casa. Carezzava il sedile di finta pelle come se fosse la mano del padre quando la accompagnava in classe per giustificarla dopo una febbre. O come quel giorno che, sottovoce, comunicò il lutto per il nonno. Che poi in paese si sapeva, ma lui era fatto così, convinto che la forma fosse anche la sostanza e che la maestra andasse rispettata.

Giorgio la salutò con gioia, ma rispettò il suo silenzio. Sapeva che qualcosa non andava, che quelle storie sui giornali avevano lasciato un segno, ma stette zitto e concentrato sulla strada e sulle buche. Almeno fino al cancello, poi spense la macchina e la osservò girata verso il finestrino.

«Come stai Anna?», chiese Giorgio.

«Come chi hanno sbattuto in prima pagina, mentre trombava con uno che non conosceva neanche.»

«Si vede bene che non eri tu. Tutto fatto con photoshop.», disse arrossendo un po’ mentre la sorella si girava verso di lui.

«Le foto le hai viste anche tu…»

Giorgio fece segno di sì con la testa. Anna guardò fuori dal parabrezza.

«… e la mamma?»

«Cosa?»

«Le ha viste anche lei le foto?»

«No! E poi lei oramai capisce ben poco della realtà che la circonda. Oggi si crede Nilla Pizzi e canta Vola Colomba alle galline.»

«E loro? Le galline dico.»

«Non volano. No le galline non volano.»

Scoppiarono a ridere come bimbi; poi, lasciata la macchina nel piccolo garage dietro casa, s’inerpicarono sulla scala che conduceva alle loro camere al secondo piano. La sera dopo cena Anna in veranda, poggiata alla balaustra di legno, guardava la campagna circostante in silenzio; in fondo al vialetto sulla destra si apriva una stradina, in mezzo ai due pioppi. Rientrò un attimo a prendere una giacca e poi s’incamminò verso il cancelletto.

«Dove vai?», disse Giorgio che l’aveva seguita fuori.

«Da Sasha! Vieni?»

Giorgio fece segno di sì con la testa e la seguì in silenzio. Arrivarono al piccolo laghetto e Anna iniziò a scrutare il muretto che lo delimitava. Poi dietro le erbacce scovarono una scritta con una croce. «È qui», disse con un sorriso.

Seduti sul muretto guardavano l’acqua incresparsi ogni tanto. Pensavano al piccolo criceto Sasha che lì sotto se ne stava sepolto in una latta di biscotti.

«Secondo me Sasha c’è rimasto male che non è andato sulla luna. Dopo tutti gli allenamenti che gli hai fatto fare!»

Giorgio rise, pensando alle sevizie che aveva subito l’animaletto dopo che a scuola gli avevano raccontato di Laika.

«E chi te lo dice che non c’è andato? O credi che quello che c’è qui sotto è davvero lui? Abbiamo dovuto simulare tutto quel giorno. Sasha è partito segretamente per Houston e lì si è imbarcato sull’Apollo 30.»

«Ma non c’è mai stata la 30!»

«Sì, solo che era segretissima. E Sasha è rimasto lì sopra. Guarda lo vedi? Forse ci sta salutando!», disse indicando la luce argentea della splendida luna piena che illuminava quel paesaggio pacifico. Anna notò che in effetti, proprio vicino all’orma di Armstrong nel mare Tranquillitatis, si vedevano muovere forsennatamente due puntini chiari.

«Ma, Giorgio, non è solo!»

«Certo che non è solo, vive lassù non la sua compagna.»

«Chissà come si chiama.»

«Bho! Di certo sarà una gran topa!»

Anna scoppiò a ridere facendo finta di rimproverarlo con uno schiaffo sul braccio sinistro. La protesi di plastica, risuonò con un suono cavo. Anna scrutò il profilo del fratello mentre guardava la luna.

«Sono vere quelle foto» – disse Anna – «aveva ragione il nonno, sono solo una vigliacca. Mi sono fatta fregare come una scema. Pensavo che il successo mi consentisse tutto, ma so solo scappare io. Anche da qui sono scappata e ti ho lasciato solo. Con mamma che canta alle galline.»

«Lo so che sono vere.»

«Ma in macchina?»

«Ho sempre inventato storie, Anna. L’ho sempre fatto perché la realtà non mi è mai piaciuta» – alzò con la mano buona il braccio finto – «con questo non si può andare sulla luna. No! Non c’è verso, ma io quello volevo fare. Da quando mi avevano raccontato di Laika. Cristo, un cane, mi dicevo, può andare nello spazio e io con questo braccio di plastica sono condannato alla terra, devo sotterrare qualunque cosa somigli a un sogno in una scatola di latta. E così immaginavo che ricresceva miracolosamente di notte. Che a un certo punto cercavano solo astronauti senza un braccio, perché prendevano meno spazio sugli Shuttle. Un sacco di storie, tutte bellissime e inventate, ma tutte inutili perché io rimanevo qui. Così ho preso Sasha e almeno lui l’ho mandato sulla luna, con la topa e tutto quanto. Si spaventano di me sai? Perché anche con un braccio solo ci sono riuscito a mandarlo sulla luna. Per questo, per vendicarsi di me ti hanno incastrata con le foto false. Mi spiace, ma è tutta colpa mia.»

La Vigliacchetta pensò che quella era l’unica storia vera che le avevano raccontato negli ultimi cinque anni. Prese la mano finta del fratello e così, insieme, rientrarono verso casa. Passato il cancelletto Anna si girò e salutò Sasha che dalla luna ricambiò calorosamente. Poi andò nel pollaio ad ascoltare la madre cantare. Alla fine una gallina di colpo spiccò il volo, dirigendosi verso Orione, tra gli applausi commossi dei fratelli Saìa.

Fumando una sigaretta

«Per lei no, Lorenzi. Lei è il migliore, non è vero? E allora le ho preparato questo, invece».

Le labbra sottili del professor Grenda, detto Scaccola, si erano lentamente tese ad alzare gli angoli della bocca in un sorriso appena accennato, ma chiaramente beffardo, mentre consegnava a Claudio Lorenzi, e a lui soltanto, la fotocopia di una pagina di Orazio, con le note cancellate. A tutti gli altri aveva dato un banalissimo brano del Vangelo.

È proprio uno stronzo, pensò Claudio. Aveva sperato che Grenda si sarebbe comportato da signore e avrebbe lasciato correre; dentro di sé, però, lo sapeva bene che non era possibile. La sua imitazione era stata non troppo cattiva, il che sarebbe stato forse perdonabile, ma troppo aderente al vero. Signori, voi non mi prestate l’attenzione che meriterei, e intanto si sfregava il naso con l’indice, e poi lo infilava improvvisamente in una narice e subito lo estraeva, come se la rapidità del gesto potesse renderlo invisibile a cinquanta occhi. Fingendo di guardare il registro scrutava invece la punta del dito, per poi pulirla subdolamente sotto la cattedra. Le risate sguaiate dei compagni dovevano essere state come stilettate per Grenda che, non visto, stava osservando il siparietto già da un po’. Peggio ancora, se se n’era accorto, il sorriso di Emanuela, rivolto a Claudio con ammirazione estatica. Proprio quell’Emanuela che Grenda portava in palmo di mano e di cui i maligni sussurravano che fosse – alla sua età – segretamente innamorato.

In hora saepe ducentos,

ut magnum, versos dictabat stans pede in uno

Claudio era bravo per davvero, e raccolse la sfida. Si lanciò in una traduzione svolazzante, non letterale, pur sapendo bene quanto Grenda ci tenesse all’aderenza al testo originale: proprio per infastidirlo. Fece di tutto, però, per rendere correttamente il significato, in modo da poter difendere a oltranza il proprio lavoro quando Grenda, inevitabilmente, avrebbe cercato di demolirlo. Ormai era un duello, insomma.

Spesso dettava duecento versi all’ora,

come fossero gran cosa, fumando una sigaretta

Attese la consegna della versione corretta non con la trepidazione di chi teme un insuccesso ma con l’impazienza di chi vuole scontrarsi con l’avversario. Grenda lo lasciò per ultimo. Sul frontespizio spiccava in rosso un grosso 6 sottolineato, come a voler evitare che potesse essere letto come 9 a foglio rovesciato.

Aveva sperato in un voto inferiore, in un’insufficienza, in modo che l’ingiustizia fosse più evidente e la lotta più facile. Sfogliò il compito: c’era un unico segno blu, ondulato, sotto alle tre parole fumando una sigaretta.

«Mi scusi, professore – cominciò – che cosa non le piace della mia traduzione di stans pede in uno

«È molto semplice, Lorenzi: non c’erano sigarette, allora; al massimo qualche pipa da oppio in terracotta».

«E questo che significa, professore? Ho fatto ricorso a un’immagine attuale per rendere il concetto più immediato al lettore di oggi. Che importanza ha se allora le sigarette non esistevano? A voler seguire fino in fondo la sua idea non bisognerebbe tradurre per nulla il Latino in Italiano, perché l’Italiano allora non esisteva».

Grenda non si fece impressionare dall’aggressività dell’allievo e replicò con compostezza. «Sciocchezze, Lorenzi, e lei lo sa bene. Ma la sua traduzione è cattiva anche per un altro motivo. Ha sposato un’interpretazione che nasconde completamente l’ambiguità del testo originale».

«E cioé, professore? Quale altra interpretazione potrebbe esserci per le parole stans pede in uno, se non il fatto che Lucilio dettava i versi con facilità, senza fatica, senza impegnarsi, cioé proprio fumando una sigaretta

«Cum flueret lutulentus, che viene subito dopo, lei lo traduce siccome i suoi versi scorrevano torbidi, ma c’è un sottile doppio senso che le è completamente sfuggito». Gli angoli della bocca di Grenda accennarono per un attimo un sorriso appena percettibile. «È possibile che Orazio volesse paragonare i versi di Lucilio alla diarrea: copiosi, ma di pessima qualità». Dall’ultima fila di banchi comiciò a sentirsi qualche risatina soffocata. «Lucilio potrebbe essersi ritrovato su un solo piede, metaforicamente, perché aveva alzato una gamba per facilitarne l’uscita, e questo va perso nella sua traduzione».

Lo scoppio di risate di tutti i compagni – tranne Emanuela, che aveva un’espressione disgustata – fece capire a Claudio che il professor Grenda aveva vinto questa battaglia.

Il suono della campanella dell’intervallo aveva subito interrotto l’ilarità della classe e la vergogna di Claudio.

* * *

Dopo un’ora di matematica e una di storia dell’arte, che gli erano sembrate più pesanti del solito, finalmente fu il momento di uscire. Claudio, zaino sulle spalle, camminava a testa bassa lungo viale Martiri, che con lieve pendenza risaliva la collina. Tutti gli studenti erano già spariti in direzione del centro; solo a lui che abitava a Mongrande, un po’ fuori città, toccava scarpinare fino a piazza Berna per prendere l’87 sbarrato. Ma oggi non gli dispiaceva affatto: non avrebbe tollerato di fare la strada con qualche compagno, che avrebbe sicuramente parlato dello scontro con Grenda; preferiva digerire da solo la figuraccia.

Un improvviso stridore di pneumatici, seguito dal rumore sordo di un urto, gli fecero alzare la testa. A neanche cinquanta metri un’auto si allontanava a gran velocità, lasciando un uomo disteso sull’asfalto. Vestito grigio, borsa di pelle: sembrava proprio… ma certo, era lui. Gli era già capitato, qualche volta, di incontrare lì Grenda: se al mattino arrivava in ritardo e trovava chiuso il cancello del parcheggio insegnanti, gli toccava cercare un posto su per il viale.

Per un attimo, Claudio pensò di tornare indietro. Avrebbe avvertito a casa di non aspettarlo, avrebbe mangiato un panino e poi sarebbe andato a studiare da qualche amico in città, senza far parola di quel che aveva visto. Certo Scaccola avrebbe lasciato scoperta la cattedra per parecchio tempo; con un po’ di fortuna, per sempre.

Mentre queste idee gli passavano per la testa, la mano di Claudio andò automaticamente alla tasca posteriore dei jeans, dove teneva il cellulare. Chiamò il numero di emergenza senza fermarsi, anzi accelerando il passo.

Grenda era supino, le braccia allargate al suolo. Aveva gli occhi aperti e si lamentava debolmente; un filo di sangue gli colava dall’angolo della bocca. Claudio si liberò dello zaino e si inginocchiò al suo fianco.

«Ho chiamato soccorso, professore».

«Ah, sei tu, Lorenzi. Grazie. Non credevo…» La voce era ridotta a un filo. Era la prima volta che Claudio si sentiva dare del tu.

Grenda cercò di muovere le braccia, forse voleva puntellarsi sui gomiti per sollevare il torso, ma dovette desistere con una smorfia di dolore.

«Stia fermo, è meglio che non cerchi di muoversi».

«Lorenzi, Lorenzi…»

Continuava a guardare il cielo; non era riuscito neanche a girare la testa.

«Sono qui».

«La sigaretta… era una buona idea. Mi perdoni?»

«Ma sì, non si preoccupi…» cominciò a dire Claudio; poi si accorse che Grenda aveva chiuso gli occhi.

La sirena dell’ambulanza si stava avvicinando.

IL COLLEZIONISTA

Quando gli dissero dell’eredità, si presentò dal notaio.

“Buongiorno” disse appena varcata la soglia dello studio

“Buongiorno” rispose il notaio. “L’ho fatta chiamare per gli atti d’eredità. L’ingegner Penzi è stato molto generoso con lei. Quando l’ha conosciuto?”

“Non so chi sia.”

“Ma come”, disse perplesso il notaio. “Non conosceva l’ingegnere?”

“Solo per corrispondenza”

Il notaio trasformò la propria fronte in un plastico di rughe: “Cioè?”

“Gli scrissi solo una volta e gli parlai del mio progetto”

“E quale sarebbe il progetto?”

“Realizzarlo sarebbe stato troppo complesso”

“Ma lei sa quanti soldi ha ereditato?”

“No”

“Beh, lei ha davvero una fortuna sfacciata. Ha ereditato dieci milioni di euro” disse il notaio.

“E che ci faccio?”

Il notaio aggrottò nuovamente la fronte, spalancò gli occhi e sorrise più per convenienza che per convinzione.

“Mi passi la carta di identità… oggi dovrà apporre diversi autografi”

Lesse la carta che gli veniva consegnata: “E’ scaduta”

“Quindi?”

“Vada a rinnovarla, altrimenti non possiamo fare nulla”.

“E come?”

Il notaio non sapeva che dire. Non capiva se quel tale lo stesse prendendo in giro o se fosse naturalmente scemo.

Lo mandò all’anagrafe comunale.

Il notaio era un uomo tutto d’un pezzo. Moralista quanto basta per ritenersi cattolico, padre severo e dedito all’educazione dei figli, marito amato da una donna che viveva per accudirlo, e prodigo di critiche verso chiunque gli capitasse a tiro. Aveva ereditato lo studio dal padre che a sua volta l’aveva ereditato dal genitore e spesso si era lasciato irretire dalle lusinghe dei potenti a danno dei più poveri e disgraziati della città. Uno di questi potenti era l’ingegner Penzi, l’unico a farsi plagiare da chissà quale progetto di un mentecatto che non sapeva neppure di avere la carta di identità scaduta da tre anni.

L’impiegata dell’anagrafe chiese all’uomo cosa dovesse fare, e quando compilò i documenti gli chiese la professione.

“Collezionista”

“Impiegato?”

“No collezionista”

“Ma in proprio o come dipendente?”

“Collezionista.”

L’impiegata sorrise nervosa.

“E cosa colleziona?”

“Puttane”

L’altra concluse la pratica e lo liquidò velocemente.

Paolo Limoni aveva cinquantacinque anni, aveva studiato economia e commercio e aveva trovato un impiego in un call center della città quando ancora nessuno aveva messo mano ai contratti delle telecomunicazioni. Da lì era stato assunto presso una concessionaria che vendeva auto d’importazione e quindi si era aperto una partita iva per vendere quelle che lui chiamava “cose da antiquariato”. In realtà erano semplici cianfrusaglie raccattate ovunque potesse trovare robaccia, per poi rivenderle come pezzi antichi o comunque, come diceva lui, di “valore decaduto”. Ovviamente il business era entrato di prepotenza negli annali dei flop più divertenti del pianeta e Paolo era tornato a lavorare presso la concessionaria.

Non avendo molti amici e non trovando una donna che potesse renderlo marito e padre, aveva dirottato sul mondo delle prostitute finché si era fatto un nome tra queste e aveva riscosso il soprannome di Paolo Limona. Essendo un tipo intraprendente, era riuscito a mappare tutto il territorio, ad aprirsi un sito sul web dove raccoglieva le esigenze dei clienti e dove gli stessi potevano cercare, e quindi trovare, le prostitute di loro gradimento. In poche parole, era riuscito a trasformare ulteriormente il soprannome da Paolo Limona a collezionista.

Prendendoci poi la mano, era stato ingaggiato da una organizzazione pseudo criminale ed era diventato il capo magnaccia, senza però incassare alcun introito, proprio per mantenere la fedina penale pulita. Non gli interessava fare soldi, piuttosto trattare le prostitute come opere d’arte. Ne aveva così rispetto che non le aveva mai sfiorate.

Lui semplicemente valutava la bellezza e la performance delle ragazze e in base a queste stilava un valore che poi veniva pagato alle ragazze dai clienti.

Quando tornò dal notaio, lo trovò impegnato in una strana telefonata. Parlava con una tal Rebecca e le diceva di trovarsi al solito posto, in via dei Giardini, e siccome Paolo conosceva tutte le Rebecca della zona e dove queste  incontravano i clienti, gli fu facile capire che Rebecca era la giovanissima rumena che aveva cominciato l’attività circa un anno prima e che il notaio stava organizzando un appuntamento con una della sua collezione.

“Disturbo?” chiese Paolo.

Il notaio sobbalzò, schiarì la voce imbarazzato e gli disse che no non disturbava.

Tirò fuori le carte dell’eredità, controllò il documento di Paolo e si soffermò sulla professione.

“Ah, è un collezionista…”

“Certo” rispose l’altro.

“E cosa colleziona?”

“Puttane”

“Puttane?”

“Sì”

Il notaio fece una faccia schifata.

“E di che lavoro si tratta? Un altro che tratta la donna come un oggetto?” disse con un pizzico di supponenza.

Paolo non si scompose.

“No, considero le puttane come delle lavoratrici e colleziono ciascuna di esse secondo le caratteristiche che possiedono”

“Dal seno?” chiese sogghignando.

“Anche. Ai clienti piacciono le tette”

“E poi, secondo quale altra classificazione?” chiese il notaio.

“Sono tanti i parametri che le contraddistinguono, un po’ come per i quadri… Alcune sorridono e altre no, alcune parlano dei loro problemi ed altre no, alcune hanno dei figli e altre no…”

“Lei è un pazzo” disse il notaio interrompendolo. “Questo si chiama sfruttamento della donna. Non capisco cosa abbia trovato in lei quel poveraccio di Penzi. Dieci milioni… ma si rende conto che cosa le è capitato? E lei cosa fa? Il collezionista di donnacce”

“E pensi che non ho toccato nemmeno una puttana nella mia vita. Le ho amate per quello che sono, le ho classificate per quello che danno, e mi creda, c’è più dignità nel vendere un corpo per sopravvivere, che maneggiare soldi spillando percentuali da capogiro. A volte ha meno dignità  un falso onesto che queste ragazze sfruttate, picchiate e minacciate.”

“Ma che capisce lei…” disse il notaio prima di congedare il collezionista.

“Ah dimenticavo…” aggiunse Paolo prima di uscire dallo studio. “C’è una ragazza in via dei Giardini che incontra spesso un uomo facoltoso, sposato, padre integerrimo, ricco quanto basta per essere classificato come un vip, uno che ama senza preservativo, uno che dice alle ragazze che amare senza precauzione è unire due intimità…”

“Se ne vada!” urlò il Notaio

“Certo, ma mi permetta di dirle almeno questo” aggiunse il collezionista. “Se lei avesse cercato sul web la mia collezione, forse avrebbe letto che Rebecca ha la sifilide”.

(di Stefano Re)

La bambina della sala

I ricci lisciati sulla tempia, con il pettinino, lasciavano scoperto un po’ l’orecchio, di orlo sottile e delicato.
Mentre metteva l’orecchino, il collo si piegava in curva dolce, i capelli calati sulla spalla.
Era così bella e giovane, sua mamma.

Tu hai da stare a letto, però le aveva detto. Stretta.
Ma come si faceva?
Da sola, in quelle stanze: la paura sapeva salire per le scale, cavalcando scricchi e cigolii, e poi picchiava al petto.
Lo sapeva, sì, che ad arrivare era solo la vecchia età del legno, non una strega, non un qualche babau tutto imbrinato.
C’è che la paura non sente le ragioni.
Lo sapeva, sì, che in un attimo si poteva uscire: due passi ed eccola in sala, nel teatro che il nonno riscaldava con la stufa grande come il forno.
La Matilde sua nonna pure aveva detto se hai paura traversi il cortile, poi resti lì con me, alla cassa. Stacchi i biglietti tu, che il nonno sarà in chiacchiere…
Ma come si faceva, se l’altra non voleva? Era una maniera per farle litigare (porte sbattute, rinfacci per le stanze, sua mamma a piangere e a dire che non era colpa sua).

La musica arrivò come un invito, assieme ad un grattare, forse di unghie roditrici.
Fu già in piedi, allora, con il vestito buono e i capelli tirati con le dita.

Sua nonna non le disse niente: cominciava a farsi un po’ di gente, sul filo di Amapola, dolcissima Amapola, la sfinge del mio cuore sei tu sola.
Era una festa messa su di fretta, per gentilezza d’una fisarmonica. Ché, poi, bastava un ragazzo in vena di mandòla o Clio, se dal suo violino frizzava quel suono brillantino che metteva ai piedi la voglia di ballare.

La bambina guardò intorno la sala: ai lati fiancate di poltrone, per fare spazio in mezzo, e le assi per terra appena impolverate.
Nascosta fra la tenda rossa, per seguire il ballo uscito dal violino. Maria La-O lasciati baciar Maria La-O tu mi fai sognar…
La vide finalmente, la sua mamma, col vestito di rasone spesso, le stelle, le rose e tante piroette.
Eppure la gente guardava e poi rideva.
Il vestito, i sandali, la zeppa … Andava tutto bene. Persino il cavaliere.
Eppure la gente guardava e poi rideva.

Quando nel ballo le giunse da vicino, vide che dietro, proprio sul fianco, anzi più giù, stava incollata una caramella, gialla e rotonda, beffarda e appiccicosa come la risata grassa della gente che ruotava intorno, e guardava e rideva guardava e rideva. Anche il violino sembrava ridere di naso e le luci e le donne poggiate alle poltrone.

La bambina sentì lo schifo in bocca, forse il caldo o la polvere. Forse la vergogna. Anche quella vecchia, di un padre che non c’era e dei silenzi in casa.
E le pareva di vederla, quella mano d’uomo, prendersi confidenza con sua mamma, toccarla per sporcarla con il gesto, un gesto sciocco di sprezzo e derisione .
Solo sperava che sua nonna non vedesse o almeno non dicesse a sua figlia quelle parole brutte, tirate dietro dure come schiaffi.

Sua mamma ballava e non sapeva nulla.
Era così bella e giovane, sua mamma.