E anche le favole non hanno un lieto fine.

tratta da un post di Lucia Lorenzon

Al contrario delle favole, non c’è il lieto fine. Perché? Non lo so. Ho deciso in questa maniera, ma forse perché non è una favola ma vita vissuta.

Giovanni e Aurora sono due persone sposate ma non si amano. Ma perché stanno insieme? Forse tutte le persone che stanno insieme si amano? Spesso litigano, a volte si sopportano e alla fine talvolta la loro unione fa naufragio. E quando il naufragio è drammatico, volano gli stracci, che non solo fanno male ma talvolta diventano peggio.

Dunque cominciamo il nostro viaggio nell’immaginario più o meno fantastico, cominciando un percorso che non ha fine, dove ognuno può immaginare un finale diverso.

Come andrà a finire?

Dopo la notte ho riflettuto su quanto ci siamo detti ieri sera e mi permetto di tratteggiare un quadro d’insieme della situazione, anche se sarà di sicuro lacunoso e inesatto, perché molti tasselli mancano. Forse li hai taciuti perché ti vergognavi ma non importa.

Per supplire farò ricorso al mio intuito, all’esperienza accumulata nel tempo, all’osservazione della vita quotidiana. Trattando una materia così complessa e difficile cercherò di essere il più attento possibile nel misurare le parole e chiederò la tua comprensione se sarò indelicato o indiscreto.

Quindi cominciamo col parlare di te e di tuo marito, di cui conosco poco o niente.

Hai detto che hai convissuto quattro anni e sei sposata da quindici, quindi hai iniziato la tua condizione di moglie-convivente quando avevi ventidue anni. Ipotizzando che la relazione stabile sia iniziata un anno prima, potrebbe significare che fino al ventunesimo anno hai avuto relazioni sentimentali e sessuali sporadiche oppure no. Posso sbagliarmi, ma mi hai confidato che il tuo futuro marito non sarebbe stato la prima e l’unica relazione della tua vita, quindi devo dedurre che avrai avuto altre storie in precedenza. Quante siano state importanti non lo so ma qualcuna ha lasciato il segno come sarà precisato più avanti. Su questo punto sei stata reticente ma posso comprenderti.

Poiché dopo quattro anni di convivenza avete deciso di sposarvi, devo desumere che avevate giudicato l’esperienza positivamente. Però secondo me anche dopo esservi sposati avete continuato a ragionare come se foste conviventi. Infatti hai detto che all’inizio non desideravi avere figli per motivi di lavoro e non ti sentivi pronta alla maternità. Aggiungo io che ognuno di voi conduceva la propria vita in modo indipendente a eccezione delle occasioni in cui avete avuto frequentazioni pubbliche. Forse avete fatto vacanze disgiunte, visto che le vostre professioni non coincidono in termini temporali nelle ferie.

Quando tu sei entrata nell’ottica della maternità, lui ha fatto quattro calcoli vedendo amici e conoscenti che avevano avuto dei figli. Per lui sarebbe stato un cambiamento di abitudini radicali che lo hanno spaventato, avrebbe dovuto cambiare stile di vita, sarebbe stato condizionato dalle responsabilità paterne. Da qui, secondo me, nasce il suo rifiuto. Ha prevalso l’egoismo sul rapporto di coppia. Nulla da stupirsi, perché si sente talvolta che alcuni mesi dopo la nascita del figlio la coppia si separa. Perché? Il padre era incapace di sopportare le responsabilità, le limitazioni che doveva subire, i cambiamenti al suo modo di pensare e di agire.

Questi fattori hanno inaridito il matrimonio, l’hanno svuotato di contenuti, hanno diradato i rapporti sessuali, forse avete anche cominciato a non dormire nello stesso letto. Sono quasi certo che lui ha cercato fuori dal matrimonio, quello che non trovava più all’interno.

Tu hai cominciato a sognare innamoramenti virtuali, finché non hai incontrato un tuo ex, trasformando il virtuale in reale e sei stata presa nel vortice dell’amore, che non avevi conosciuto o provato. O forse hai fantasticato su questa opportunità. Hai creduto nell’innamoramento, trasformando semplici fantasie in grandi sogni.

Però procediamo con ordine e metodo, se esiste.

In questo momento non provi nulla verso tuo marito. È probabile che lui ricambi lo stesso pensiero verso di te, anche se in apparenza sembrate agli occhi degli amici e conoscenti una coppia felice.

Provo a valutare questo mitico ex, che conosco solo attraverso i tuoi occhi. Quindi avevo intuito giusto che prima di cominciare la relazione con tuo marito ne hai avuta una importante o che ha lasciato un segno tangibile dentro di te. Forse è stato il primo con cui hai avuto un rapporto sessuale. Sono nel campo delle ipotesi. Mi piace fantasticare. Lasciarmi trasportare dall’intuito, dalla vena irrazionale che alberga in me.

Mi hai passato tre informazioni importanti e significative, secondo il mio punto di vista:

  1. lui era curioso di vedere come eri cambiata dopo vent’anni;

  2. ti ha accusata di usare violenza psicologica su di lui,

  3. ti manda messaggi pieni di doppi sensi, un po’ sdolcinati per uno sposato.

Vediamo di analizzarli uno alla volta, tenendo presente che è sposato e forse ha figli e dall’età indefinita ma non troppo. Il perché è nella ricostruzione che segue. Forse ha qualche anno più di te o qualcuno meno. È stato un tuo ex e non vi vedete da vent’anni. Dunque è stato l’ultimo uomo prima di conoscere quello che poi hai sposato. È nel pieno del vigore fisico. Un fattore non indifferente per un uomo. Bello? Brutto? Alto? Basso? Simpatica carogna o inguaribile romantico? Forse tutto questo oppure nulla di quanto ho immaginato. Ha importanza? No, nell’economia del ragionamento non conta nulla. Quello che importa per te è che lo trovi interessante, piacevole da frequentare e con qualcosa che complementi la tua esistenza attuale tanto che ti senti attratta da lui.

Lui dice di essere curioso, di vedere come sei cambiata dall’ultima volta che vi siete frequentati.

Una persona sposata non fa queste affermazioni se non nascondono uno scopo. Provo a intuire come uomo perché. Ha percepito che tu sei fragile, sei vulnerabile, perché il tuo matrimonio non funziona, perché cerchi fuori da questo delle sensazioni che non trovi al suo interno. Intuisce anche che tu difficilmente chiuderai il rapporto con tuo marito (le motivazioni te le spiegherò più avanti). Dunque una facile avventura extra con rapporti sessuali (scusa la franchezza, ma non ne posso fare a meno) tranquilli e sicuri. Forse qualche week end lontani da tutti insieme. Insomma niente di pericoloso per lui e il suo mondo.

Poi scopre che tu hai trasformato in amore questa avventura, che hai quarantuno anni e non tredici e non cerchi solo sesso e compagnia, ma pretendi qualcosa di più.

Allora prende paura e afferma che tu eserciti su di lui violenza psicologica per riportare nei binari da lui stabiliti la vostra relazione.

Giustamente tu ti offendi e litigate, interrompendola. Dico giustamente perché non sei una ragazzina, ma una donna matura. Lui capisce di trovarsi in un vicolo cieco: non vuole rompere il suo matrimonio ma non vuole allo stesso tempo perderti. Ipotizzo che lui si trovi bene con te in tutti i sensi.

Quindi ti manda messaggi sdolcinati, pieni di lusinghe sperando di riportare indietro il vostro rapporto come all’inizio: chiacchiere e un po’ di sesso tranquillo e sicuro. Lui ha capito che tu lo ami e gioca sui tuoi sentimenti per raggiungere il suo scopo. Quindi vorresti dimenticarlo, ma non riesci e stai male, molto male. Sei in un tunnel buio e senza luci in fondo. Questo ti crea dei problemi, che vorresti risolvere ma non sai come.

Non vuoi rompere il matrimonio per convenienza, perché non fa parte della tua personalità. Però se tuo ex rompesse il suo matrimonio, lo faresti anche tu. Ma questo il tuo ex non ha nessuna intenzione di farlo, quindi preferisci proseguire in un’unione arida e senza sbocchi.

Però mi hai chiesto aiuto per come uscire dall’impasse in cui ti trovi e quindi veniamo alle conclusioni.

Come deve reagire la nostra dolce Aurora e perché lo deve fare.

E mi aspetto, miei pazienti lettori che proviate a proseguire la storia.

Lettera di Gioia ad un amore lontano…

Una immaginaria lettera ad un amore grande e lontano

Amore mio,

Sai… Il coraggio non era lasciarsi, ribadisci sempre che ho voluto io, pervicacemente,continuare, anche se tu sei troppo grande, anche se sei lontano.
Sì, io, con tutta me stessa, perché dovevo poterti dire e sentire l’amore fino all’ultimo momento possibile. L’amore stava nelle ore a far l’amore la sera, un tempo, ma l’amore sta in un bacio, in un cuoricino, in un ti voglio bene, in una foto, una canzone cantata a squarciagola , un abbraccio scritto, un “dammi la mano amore”, sta in un solo cuore che pulsa su WhatsApp , nelle confidenze sulle pene e sulla salute, nei ti amo al telefono, quando si può. Non so contenerlo nel cuore, tesoro, é tanto grande come un tempo, come se mai il tempo fosse passato, straripa e se non lo manifesto, soffro. È lì, intatto, adattato ai tempi possibili, ai momenti, racchiuso nelle foto, nelle poesie, nel buongiorno e nella buonanotte.
Nel tuo mancarmi sempre.
É così che ti amo. Riempiendo di tutto l’amore possibile l’attimo che ho a dispozizione, con la dolcezza nella voce, e un amore che non si contiene ma si adatta, perché l’immenso può stare anche in una faccina coi cuori, mandata perché, anche se la vita è più complicata, ha momenti di grande sofferenza (per me soprattutto in questi ultimi mesi è davvero difficile ) tu sei la luce sempre accesa, la stella guida, l’unico amore che sento scaldarmi da dentro, perché è l’unico che è entrato dentro nei meandri più nascosti di me.
Mi adatteró a quel che accade, al tempo che si ridurrà, ma ti dirò il mio amore sempre; perché sei il mio primo pensiero il mattino e l’ultimo la sera e quello che mi accompagna in ogni cosa che faccio, sempre lì, perché io sono cosí. Io so amare così. E se fossi diversa non sarei la Gioia che hai amato, e devo dirtelo l’amore.
Devo dirtelo.
Per favore non aver fastidio per queste parole, non sentirlo troppo questo amore, è così bello per me amarti tanto, non sono parole che criticano te, sono solo una dichiarazione d’amore.
Solo una dichiarazione d’amore.
Ciao tesoro.
Tua, sempre e per sempre,

Gioia

Bum!

Il primo a sparare fu uno che stava in un angolo. Uno che doveva stare male quel giorno e non sapeva neanche perché era lì e non al caldo, sotto le coperte. Guardava in giro dal suo angolo e si faceva i fatti suoi, come se ci fosse qualcosa di interessante da vedere; poi a un certo punto, si trattasse quasi di una cosa normale e non ci fosse nient’altro di più sensato da fare, aveva preso la pistola e bum, aveva sparato un colpo, uno solo.
Più tardi, quando gli parlarono, quando qualcuno dei giornali lo intervistò, lo disse pure che non aveva completamente idea perché da quell’angolo e in quel preciso momento gli era venuta quella cosa in testa: sparare. E a uno bassino e stempiato che naso in su aspettava il verde per attraversare.
Eppure alla fine la gente dove’ sentirsi sollevata da una responsabilità, perché da quello momento chi aveva un’arma, e ce n’erano tanti che ne avevano una da quando la paura questo aveva suggerito ai più, chiunque dicevo aveva un’arma e un angolo dentro il quale nascondersi e prendere la mira, magari perché proprio quel giorno aveva perso tutto, anche se stesso per dire, quello si mise a fare: bum, sparare.
E le persone venivano giù come passeri in mezzo alla bufera di ghiaccio. Facevano un lamento appena, ma proprio un pigolio piccolo piccolo, e crollavano a terra, tenendo i fiotti di sangue pressati, quando ancora avevano vita e non tiravano le cuoia subito. La cosa strana è che nessuno ci piangeva più o ci soffriva. Si usciva di casa salutando ed erano commiati normali, sebbene ultimi per molti; si attraversavano le strade con sguardi vigili ma rassegnati e tutto questo sembrava normale, non giusto, normale. Si attendeva così nelle dimore il suono del telefono che annunciava la notizia: la signora xxx? Sì, sono io. Sono l’agente Vattelappesca, siamo davvero spiacenti di informarla che suo marito è caduto in un attentato. Ma stia sicura che i responsabili saranno assicurati alla… Bum, sparo a interrompere la voce di uomo o una donna che giusto in quel momento, bum, uno sparo, uno solo e giù a terra. Come da piccoli nel girotondo. Non un lamento, non un pianto. Perché gli esseri umani, si abituano a tutto e impegnati come erano a seguire le varie réclames in tv stavano solo ad aspettare che arrivasse il proprio turno.
Anche di quel tizio, il primo dico, quello che aveva iniziato e che non sapeva perché, non se ne parlava più molto. Ma in realtà neanche ci si ricordava più di come si chiamasse. E a dire il vero in molti avevano il dubbio che non fosse neanche esistito. Che fosse tutta una montatura dell’opposizione per screditare il governo. E la polizia in tutto questo provava a non perdere la calma, stava ferma, attenta, barricata nelle caserme tenute lustre per le ispezioni del ministro. Fuori bum, bum, bum. Sembrava di essere a capodanno, ma quelli erano spari veri, mica a salve! E ogni sparo era una persona a terra, nel suo sangue. Dentro, il comandante passeggiava nervosamente nel lungo corridoio blindato. A vederlo da fuori sembrava davvero crucciato per la situazione, appariva lambiccarsi per trovare il bandolo di quella matassa. In realtà cercava di comprendere perché la moglie non lo avesse seguito nel suo rifugio in caserma, abbandonandosi nelle braccia del suo consulente di immagine. Anche se solo per un’ultima tempestosa notte interrotta da un colpo improvviso sparato dalla palazzina di fronte e che l’aveva fatta accasciare esanime un attimo prima dell’ultimo orgasmo.
Per settimane e mesi e anni uno alla volta, ogni uomo, donna, bambino, tutti caddero sotto i colpi senza ragione, senza senso. Sembrava che le munizioni non finissero mai: più le fabbriche ne producevano, più gli ordini si ingigantivano. Ma anche se di colpo qualcuno con un minimo di pensiero avesse bloccato le produzioni non sarebbe cambiato molto. Si aveva infatti la sensazione che finiti i proiettili gli umani si sarebbero sbranati con i denti come fiere. E finiti i denti, con le ossa o con le pietre; avevano solo quello in fondo e gli stessi animali sembravano scomparsi, impauriti forse. Avevano abbandonato quel territorio lasciandolo senza vita se non quella delle piante che piano piano avevano invaso tutto, impadronendosi delle strade, dei palazzi, svellendo con le radici che affioravano ovunque ci fosse un manufatto umano. Le chiese e i monumenti crollavano. E in fin dei conti non c’era più dio o eroe da celebrare. Solo angoli bui dove feroci esseri attendevano le loro prede. Le uccidevano e le lasciavano a terra nel loro sangue e neanche i vermi o le mosche le colonizzavano, perché pure loro si erano rintanati chissà dove. Venivano poi col tempo coperti dalle macerie e dalle fronde. Inghiottite pietosamente dal verde.
Fino all’ultima donna, smunta e sporca che per mesi girò acquattandosi nelle ultime costruzioni rimaste. Cibandosi di frutta e vomitando piccoli fiotti di sangue per qualche male terminale. Quando fu la sua ora, forse capì di essere l’ultima della specie assassina, perché scalò la piccola collina che ricordava stare di fronte la sua vecchia casa natale e si sedette a guardare. Da quel piccolo rilievo si ammirava tutto il territorio invaso da fronde e rami tenacemente in gara per raggiungere la luce del sole. Lentamente, una mano sulla fronte a ripararsi dal riverbero, girò lo sguardo intorno a sé, una, due, cento volte. Cosa cercava? Nessuno può dirlo. Un ultimo umano da uccidere? Un ultimo umano che la potesse uccidere? In realtà forse non cercava niente. Forse voleva solo guardare per l’ultima volta il mondo. Quello dove era nata. Dove era diventata donna e invece che ad amare aveva imparato a sparare.
Scese la notte sul suo corpo freddo. Scese il silenzio sulle parole degli uomini. Prima un falco, dall’alto sorvolò il colle. Poi annusando accuratamente il terreno, le bestie tornarono una a una nei vecchi sentieri. Sedimenti di sterco sotterrarono i bossoli e le ossa bianchicce dei vecchi padroni. Una vento leggero e pietoso stormiva tra le foglie.

Disegna la tua storia con un’immagine di Fabiana – La signora dietro il pizzo

Fabiana del blog Chi vuol essere lieto sia e gli altri nisba mi ha mandato questa immagine.

e io ho provato a ricavarne un mini racconto, ambientato come al solito a Venusia.

Buona lettura

A Venusia c’è una casa misteriosa ma non troppo. I venusiani la chiamano

la casa della signora dietro il pizzo’, perché la persona che vi abita ha un non so che di suggestivo e sfuggente, rimanendo nascosta da uno splendido merletto che fa da tenda al vetro. Raramente si avventura fuori e passa molto tempo dietro un pizzo lavorato che adorna la finestra.

Osserva il raro movimento della strada. Sorride quando un pettirosso si ferma sul davanzale a prendere le briciole di pane che lei mette tutti i giorni.

I venusiani sono personaggi un po’ speciali perché non rispettano le usanze normali. Però qualcuno si chiede quali siano e chi le ha codificate. Quindi fanno quello che passa loro per la testa.

Dunque la signora in questione passa molto tempo dietro una tenda di pizzo che non copre nulla ma rende la sua figura alquanto misteriosa.

Nessuno ricorda quando è arrivata. Qualcuno dice con la nascita di Venusia, altri una decina d’anni prima. Pare ovvio che entrambe le ipotesi siano campate in aria. La prima dovrebbe essere vecchia come Matusalemme ma non lo è. I tratti sono ancora giovanili, i capelli biondi che coprono le orecchie sembrano fili di seta dorata. Insomma tutt’altro che vecchia come qualcuno la vuol dipingere. Oddio nemmeno giovanissima ma un’eccellente pantera grigia.

Però è giunta a Venusia ben prima di dieci anni, come qualcuno ipotizza. Diciamo tra i venti e trent’anni, quando ancora giovane si è trasferita con la madre da Ludi.

La madre se ne è andata poco dopo, lasciandola padrona di quella casa che è adesso le appare troppo grande per le sue esigenze. Adesso passano gli anni e lei si ritrova sola e con rari contatti col mondo esterno. Sandro, il proprietario del panificio, due volte alla settimana passa da lei per prendere le ordinazioni, che le recapita il giorno dopo. Forse è uno dei pochi che mette piede nella sua casa e che parla con lei.

Però non racconta a nessuno cosa si dicono. Qualcuno maligna ma è soltanto un pettegolo. Si sa che uno degli sport preferiti è quello di spettegolare. «Facciamo un po’ di gossip» afferma Mario, facendo l’occhiolino. «Tanto per fare qualcosa». E tutti giù a ridere.

Insomma la signora appare come un oggetto misterioso che poi tanto non lo è. È semplicemente una signora sola.

costruendo

Rincorri nei sogni quasi ogni notte e al mattino lasci l’amaro in bocca

sto vedendo scorrere quest’altro anno, che non vuole tranquillizzarmi

ho il fiato corto

i pensieri ricorrenti sono il piatto forte

vorrei farne tabula rasa e restarmene così

costruendo ciò che da diverso tempo vado a perseguire

 

sarà che mi sono distrutta e costruita infinite volte

lasciando pezzi di me che hanno paragonato a macerie

o almeno mi hanno lasciato pensare che lo fossero

grazie a Dio

conservo la speranza di poter essere migliore

e di non essere il centro gravitazionale dei vostri limiti

INDIGESTIONE.

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Eddài, considerando il periodo appena trascorso in libreria… 🤣🤣🤣

Mi son detta: MO’R’ESCO ( o mo’ RIESCO?), dato che abito vicino al lago del SERINO.
Con tutta LAGIOIA ridevo per STRADA e, al VOLO, sono stata punta da una VESPA: che MALVALDI, GADDA!
Poi, nel BOSCO, mi è venuta voglia di mangiarmi un bel MARONE, ma erano rimasti solo i RICCI.
Speravo di incontrare almeno un FOLLETT, ma ho scovato solo due AMMANITI e un tizio CALVINO, con due RAMPINI in mano, che mi ha gridato: “Non toccarli, son velenosi, va via che te CREPET!”.
Gli ho fatto un grosso PENNACCHI e l’ho mandato a fan CULICCHIA e pure a quel PAVESE. Gli ho risposto:” Forse è meglio che ti LEVI!”.
Poi mi son detta: devo staccare LA SPINA, son troppo SVAMPA.
Stavo tornando indietro, c’erano un sacco di BUSI, son caduta e mi son fatta dei MORELLI.
A l’è mei che WU MING in gir!
Son tornata a casa, ho litigato con il mio CAROFIGLIO, poi ho preparato dei fiocchi D’AVENIA, ma mi son vista fin troppo MAGRIS e mi è venuto pure il mal di PANSA.
Vi confesso che, per DAVERIO, mi son bevuta anche una CORONA.
Poi ho dormito BENNI. E…sì, se son stanca RUSSO!
E voi, voi andate al PIPERNO, io odio gli SGARBI.
E adesso tutti SCIASCIA, mi BARICCO qui e non voglio più sentire nemmeno l’ECO di una MOSCA. E… CAMILLERATEVI, che la vita è un TRAVAGLIO!

(Lady Nadia).

Oggi è Natale

Nessuna immagine ha ispirato questo breve racconto. Siamo a Venusia il mio luogo immaginario.

Xmas card di Melinda Nagy, http://www.dreamstime.com

Buona lettura

A Venusia non piacciono le feste, tanto meno quelle di Natale. Queste passano anonime come se fossero un giorno qualsiasi della settimana.

A Ludi no, sono giorni di delirio collettivo, specialmente Natale e Capodanno. Per Natale qualche giorno prima ogni negozio fa a gara col vicino per avere la vetrina più bella. Sono una orgia di colori luminescenti. Le strade sono piene di luminarie che tappezzano di stelle artificiali il cielo. Nelle case si preparano alberi e presepi, i portoni sono addobbati con stelle luminose e ghirlande di pino. Qualcuno ricava dall’abete del proprio giardino un albero di Natale con le luci che si accendono a intermittenza. È tutto un tripudio di luci e suoni.

A Venusia niente. Tutto buio e nessuna luce. Un po’ perché non apprezzano le feste, un po’ per snobismo alla rovescia. Qualcuno dice che sono tirchi e vogliono risparmiare su tutto, compreso le feste. Di negozi ce ne sono pochi. Diciamo che si possono contare usando una mano sola. C’è il panificio che vende un po’ di tutto. Minimarket? No, semplicemente procura a chi glielo richiede ogni genere alimentare, acqua compresa. Il vino no. Per quello ci sono le vigne che producono vino rosso per tutti i venusiani. La merceria fa da sartoria e altro ancora. La farmacia fa solo da farmacia e meno male. E con questo sono finiti i negozi. Sghego fa categoria a parte. Se un venusiano vuole qualcosa d’altro viaggia fino a Ludi. Qualcuno pensa che una bella libreria ci starebbe bene ma nessuno compra i libri. Quei rari e singolari venusiani, che leggono o vanno in una delle tre libreria di Ludi oppure comprano per posta da Postalibri, che opera in tutta la Ludilandia, sono visti come animali da circo.

Quindi la vita a Venusia è scandita dal tempo che scorre monotono e le feste sono solo sul calendario nemmeno cerchiate in rosso. Sono nere come i lunedì e gli altri giorni feriali. Nelle varie case quello che si mangia il martedì vale anche per la domenica. Niente colpi d’ala in cucina. D’altronde, a parte le verdure e la frutta che ogni venusiano produce in proprio, c’è poco da sbizzarrirsi visto che cose sfiziose non ce ne sono.

A Carola tutto questo non è mai andato giù. Trova deprimente avere sette giorni la settimana tutti uguali. Ha provato a sensibilizzare i venusiani ma a parte i pochi e rari giovani tutti gli altri hanno fatto orecchie da mercanti.

Carola vive da sola in una casa addossata alle altre nel centro di Venusia. Non ha né il giardino, tanto meno l’orto sotto casa. Per quello si deve recare all’orto comune posto ai margini di Venusia. Il minuscolo balcone che guarda sulla via è talmente piccolo che non c’è nemmeno posto per una piantina. L’abitazione sta su due livelli: pianoterra e primo piano. La sala con la cucina sta al livello stradale. Al primo piano la sua camera e lo studiolo guardano sul retro della casa, dove sta l’orto di Roberto, il suo vicino.

Quest’anno Carola ha deciso di cambiare passo. Stanca di aspettare che qualcuno organizzi qualcosa, è andata a Ludi per comprare un albero di legno da appendere sulla porta terrazzo in maniera che sia visibile dalla strada. L’ha decorato con palline di vetro e luci colorate che si accendono e si spengono a intermittenza. Dietro il vetro della sala ha messo una stella in rafia illuminata da sei minuscole luci led bianche.

In un angolo della cucina di fianco al camino ha preparato il presepe. A Ludi in un negozio di vintage ne ha trovato uno in legno chiaro anni cinquanta. La capanna con la stella cometa, Gesù, Giuseppe a Maria con gli immancabili bue e asinello. Un pastore con tre pecore stazionano davanti alla capanna.

Per completare ha invitato per il pranzo di Natale gli amici di una vita: Riccardo, Sandra e Lorenzo.

«Oggi è festa» esclama mentre li accoglie sulla porta, abbracciandoli con calore.

La tavola appare allegra con la tovaglia rossa e i piatti decorati con l’oro. Le posate d’argento, ereditate dalla nonna, fanno bella mostra. Al centro una ghirlanda di abete e agrifoglio completa l’arredo.

Gli amici l’abbracciano e ognuno di loro le porge un pensierino. Pacchettini confezionati con carta in oro e nastro rosso. Chissà cosa contengono.

Carola arrossisce, perché ha dimenticato questo dettaglio. Sandra le sussurra: «Non ti preoccupare. L’invito per la festa vale molto di più di mille regali».

Carola li apre uno alla volta. Nel primo trova un libro, che sono mesi che desidera comprare. Un giallo Puzzone. Nel secondo una sciarpa griffata in raso rosso. Nel terzo un porcellino d’argento. È commossa perché un regalo inaspettato è sempre più gradito. Sistema i tre pacchettini vicino al presepe.

Ha preparato come aperitivo con lo spumante le quiche lorraine che suscitano i commenti festosi di tutti.

Si siedono a tavola e gridano gioiosi: «Oggi è Natale».

crediti di Veronika Markova, http://www.dreamstime.com

Buon Natale a tutti voi

 

Disegna la tua storia con un’immagine di Marzia – i chiodi

Marzia di Alchimie mi ha proposto questa immagine e io ne ho ricavato una storia.

immagine inviata da Marzia

Buona lettura

Dora guarda quel cuscino un po’ sorpresa e un po’ divertita. Se non sapesse che mestiere svolge penserebbe a un rito voodoo. Sorride divertita, mentre canticchia un facile ritornello.

Tu portami via

Dalle ostilità dei giorni che verranno

Dai riflessi del passato perché torneranno

Dai sospiri lunghi per tradire il panico che provoca l’ipocondria

Dora conosce di questa canzone solo questi quattro versi, che ripete con monotona cadenza da stonata com’è. Qualcuno afferma che lei ha avuto una pessima educazione musicale. Sarà ma ascoltarla è un vero insulto alla musica, tanto che chi si sarebbe affacciata sulla soglia della stanza, avrebbe urlato: «Basta con questo piagnisteo!» È una vera tortura per le orecchie.

Però per fortuna sua e sfortuna nostra Dora continua imperterrita a canticchiare questo motivetto, che per lei è un momento di svago e di relax.

Smette di cantare, si fa per dire, e si alza e si stiracchia. Ha sete. Cantare le ha messo sete. Cerca la bottiglia dell’acqua che appare vuota. Dovrei andare in cucina, pensa allungando le braccia verso il soffitto. Però le viene in mente che ha finito la scorta. Dovrebbe scendere in cantina a recuperare una confezione.

Muove un passo verso la porta ma poi ritorna indietro. Si sposta di lato e riprende a cantare. In realtà più un lamento che musica. Stonata com’è sembra un ferro che sfrega su una superficie fessa.

Smette. La sete si fa forte. “Devo decidere” riflette con la mano sulla maniglia. «Tenermi il secco in gola oppure fare due rampe di scale per scendere in cantina».

Abbassa la maniglia e con passo deciso scende le due rampe di scale. Accende la luce e dietro una catasta di stracci vecchi recupera una confezione di sei bottiglie di acqua naturale.

Sembra che stia portando su un trofeo vinto dopo una lunga tenzone. Stappa una bottiglia e ne beve una generosa sorsata.

Torna alle sue occupazioni e riprende il suo canto, mentre ogni tanto il suo occhio cade sul cuscino che sta immobile di fianco a lei.

«Devo decidermi» borbotta corrugando la fronte. Due linee partono tra le sopracciglia per inerpicarsi verso l’attaccatura dei capelli.

Una lampadina scende dal soffitto, un canterano della nonna sta addossato alla parete. Stracci ovunque e tanti fili per terra.

«Devo dare una ripulita alla stanza. Sembra un porcile» fa guardandosi intorno.

Depone sulle gambe quello che tiene in mano e si chiede perché quel portaspilli è diventato un portachiodi. Lo prende in mano e anziché togliere i chiodi getta tutto nel cestino, che sta accanto alla sua sedia.

Riprende ago e filo e ricomincia la sua nenia.