La bambina del treno

Mare.
La bambina doveva andare al mare.
Il dottore aveva detto che proprio bisognava: la tosse poteva peggiorare e le ossa chiedevano del sole ché parevano fatte con la cera. Un sole mica di campagna, con l’umido che resta sulla pelle: un sole che sa di vento e sale.
Bisognava, proprio bisognava.
Il posto c’era, là nella colonia: il dottore aveva insistito con le suore. Era uscito un sì di malagrazia, ma solo perché Sesto tagliava il rosaio della siepe, dopo l’inverno.
(Almeno vederla in chiesa, la bambina, qualche volta. Eh, in chiesa. Giusto ai funerali.
C’era un bel tempo per portarla in chiesa. Alle sei si era di trotto, a fare le giornate: persino a batter canapa nel macero, che non c’è fatica al mondo grossa uguale, no)

La Dilma era rabbiosa. Come quei cani che stanno alla catena e l’acqua è un po’ più in là. E non c’è verso. Neanche a tirarsi il collo.
Al mare servivano le cose: grembiuli leggeri, un costume, magari fatto a ferri, a maglie fitte fitte. La sera si poteva fare. Questo sì. Ma c’era da comprare un po’ di biancheria e cucire i numeri di dentro. E mettere la piccola sul treno, ché, gli altri, erano già partiti. Da andare fino a Ferrara.

La bambina si guardò intorno: il biglietto stretto nella mano, la valigia nella rete, sopra la sua testa, la carta dell’Italia con tutte le regioni, sul fianco del vagone. Scuro, col portellone che si chiudeva truce: uno schiaffo di ferro.
E la busta dei soldi, in tasca, perché non si sa mai.
-Guarda di portarli indietro tutti, aveva detto sua mamma
E la bambina – Sì.

La campagna correva davanti al finestrino. Il gioco era aspettare il colpo sghembo, un nodo lì, sulla rotaia o una curva ribalda all’improvviso, e sbattere qua e là: veniva voglia di accompagnare la scossa con i fianchi e ridere di dentro.
Però.
Il caldo, il giallo, il finestrino chiuso facevano venire una gran sete.
Passava il ragazzo con il secchio: le bottiglie ficcate dentro il ghiaccio. Aranciate con le gocce in corsa lungo il collo. Dovevano essere gelate. Lo diceva, il ragazzo, con grido modulato, ogni volta che passava in corridoio.
La bambina gli teneva dietro, con occhi innamorati di quel fresco, ma i soldi dovevano restare nella busta.

Il treno si fermò: il ragazzo lasciò il secchio lungo il corridoio, chiamato all’uscita da una voce.
La bambina fu svelta come non sapeva: la bottiglietta nascosta dritta, fra la schiena e il dorso del sedile. In un fermo egizio.

Tutto riprese, quasi come prima: tre vecchie dentro lo scompartimento, davanti a lei, quasi un tribunale, a parlare in italiano bello. La bottiglia a fare freddo fra le ossa, e la carne, intanto, già incantata. La sete a cementar la gola, con la parola ladra di traverso.
Il ragazzo passava e ripassava col suo secchio e col suo grido: a ogni giro la paura rospa saliva su dal basso e si gonfiava, quasi il respiro fosse la sua pompa e tutto il corpo cuore.
La bambina avrebbe voluto scappar via, ma l’aranciata si era fatta un nido di ghiaccio e di rimorsi, sulla schiena, e la teneva stretta.

Scese per ultima, dopo la vecchia che le aveva calato la valigia.
La bottiglia intatta sul sedile. L’ombra bagnata sulla schiena. La suora ad aspettarla sul binario.
-Sei sudata, le disse.

Una storia di oggi – Mauro 1

Foto personale

Foto personale

Il giorno lanciò la sua avanguardia sul cielo stellato a est, spargendo un’alba rosata sul firmamento, prima di sciogliere il nodo che tratteneva la notte sulla città. Le nuvole passavano dal grigio scuro al rosa per virare al bianco man mano che il sole sorgeva.

Mauro si svegliò rincoglionito col sole già alto. Prima di capire che ora fosse impiegò un bel po’ di tempo a cercare di togliersi il sonno dagli occhi.

Si rendeva vagamente conto che doveva alzarsi, aveva lezione all’Università, non era fine settimana. Eppure la sveglia non lo aveva avvertito oppure aveva suonato inutilmente, più volte senza riuscire a svegliarlo. Rintronato, non riusciva proprio a connettere.

«Cazzo! Ma che cavolo mi è successo stanotte? Eppure sono rimasto a casa… mi pare…» si lamentò, stropicciandosi gli occhi cisposi.

Si sentiva, come se avesse passato tutta la notte in piedi: a bere e fumare. La testa gli doleva. Gli sembrava che qualcosa gli martellasse le tempie. Gli pesava sul collo. La lingua era impastata. Percepiva una patina appiccicosa sopra. La gola bruciava come se avesse fumato mille sigarette. “Forse ho fatto un brutto sogno” pensò stranito. Eppure non ricordava nulla. “Ma sono uscito ieri sera?” si domandò, cercando di mettere insieme pensieri e ricordi senza molto successo. Scosse la testa e il dolore alle tempie crebbe a dismisura. Chiuse gli occhi per poi riaprirli in fretta.

Doveva alzarsi, se voleva svegliarsi e cominciare la nuova giornata, che non prometteva nulla di buono. “Se il buongiorno si vede dal mattino” si disse con l’occhio destro socchiuso, scendendo dal letto per prepararsi un bel caffè nero, forte. “Magari doppio o triplo, come piace a me” pensò e forse sarebbe riuscito a svegliarsi.

Andò in cucina caracollando, quasi a tentoni. La Bialetti era già sul fornello, pronta per essere accesa. “Almeno di questo ieri sera mi sono ricordato” pensò, mentre apriva il gas, prima di dirigersi verso il bagno.

Inciampò in un paio di scarpe che non dovevano stare lì. Gli uscì una bestemmia, lui che non imprecava mai. “No” confermò. “Oggi pare una giornata storta”. Massaggiandosi l’alluce, a balzelli raggiunse il bagno. Questa scossa lo risvegliò quasi di colpo, mettendo a fuoco gli oggetti della stanza. La lavatrice nell’angolo, la tenda del box doccia, i poster di Joan Baez e di John Lennon appesi alla parete. Aveva un urgente bisogno di una minzione.

Tornò in cucina quando il caffè era quasi pronto. Lo sentì gorgogliare, mentre l’aroma invadeva la stanza. La macchinetta era da tre ma aveva intenzione di berselo tutto, anzi di farsene un altro subito dopo.

Versò il caffè nella tazza riempendola per bene. Lo bevette con avidità, come un assetato con l’acqua. Era amaro e forte ma doveva togliersi quel gusto stomachevole che aveva in bocca. Poi vuotò il resto nella tazza. Prima di bere la seconda porzione, lavò la moka e la preparò per il secondo giro. Riaccese il gas.

Prese la tazza, sedendosi al tavolo di cucina e la portò alla bocca. Senza zucchero per sentirne il sapore. Quasi si ustionò il palato e la lingua, ma la seconda tazza gli schiarì il cervello.

Rifletté sulla giornata precedente: l’urlo virtuale di Micaela, l’uscita di casa incazzato verso una persona immaginaria, il rientro, quando ormai era sera. Però quello, che gli bruciava di più, erano i ricordi che l’avevano assalito ascoltando De Andrè.

Erano ormai tre anni che si era separato da Simona e fino a quell’istante non ne aveva avvertito la mancanza. Però ascoltando la canzone di Marinella gli ricordò, quando l’aveva conosciuta all’Università. Fu un amore travolgente, talmente intenso che decisero di sposarsi dopo pochi mesi. Un matrimonio affrettato, più di pancia che di testa. “I risultati si sono visti” pensò con amarezza.

Si riscosse e guardò l’orologio sulla parete: le otto e mezza. “Ho tutto il tempo” convenne, sorseggiando con più calma la seconda tazza di caffè. “La lezione all’Università ce l’ho alle undici”. Prima doveva incontrare una laureanda ma non avrebbe richiesto molto tempo. “Uscendo per le dieci, ho un buon margine per ascoltare Laura prima della lezione”. Intanto aveva finito anche la seconda, mentre la nuova macchinetta sputava il suo liquido nero. Versò il nuovo caffè, che avrebbe preso semifreddo.

Si diresse verso bagno per una doccia. Lasciò scorrere l’acqua a lungo, finché non fu fredda, come gli piaceva, quando fuori era la stagione invernale. Mauro funzionava al contrario: d’estate doccia calda, d’inverno fredda. Aveva scoperto che era il sistema migliore per regolare la temperatura corporea.

Mentre si passava il sapone sul corpo, ricordò com’era bello fare la doccia con Micaela. Stretti nella doccia della sua casa. Era talmente minuscola che diventava sempre un amplesso scomodo ma così eccitante per entrambi. Scacciò quel pensiero lussurioso, chiudendo il rubinetto dell’acqua.

Infilato l’accappatoio, tornò in cucina per il terzo caffè. Lo bevve con avidità, perché doveva svolgere un rito. Andò nello studio e accese il computer per il buongiorno quotidiano con Micaela.

Nessuna notizia. Tutto muto. “Possibile?” si disse, scuotendo il capo, mentre si frizionava il corpo con l’accappatoio. “È un anno che ci diamo il buongiorno tutte le mattine. D’altronde è stata lei a troncare. E lei deve fare il primo passo se vuole una riconciliazione”. Si giustificò, perché non voleva essere lui a mandarle il messaggio di buongiorno.

Appeso l’accappatoio in bagno, si vestì con cura. Prima di uscire, infilò la giacca e prese lo zaino. Richiuse la porta con dolcezza, senza sbatterla, non ce n’era motivo.

Con l’ascensore scese nel garage, dove in un angolo stava la sua fida Bianchi Gran Turismo, incatenata a un tubo. Usava l’auto in pratica nei fine settimana e non sempre. Per arrivare all’Università erano pochi chilometri. Una mezz’ora scarsa. Alle dieci e mezza era davanti all’istituto di Fisica. La laureanda l’aspettava nel corridoio degli stanzini (meglio chiamarli bugigattoli, viste le ridotte dimensioni. In due saturavano l’ambiente e le ginocchia si toccavano), riservati agli assistenti.

«Buongiorno Laura!» disse con un bel sorriso Mauro.

«Buongiorno Mauro!» ricambiò Laura, chiamandolo per nome.

Era ormai una consuetudine che aveva da tempo con gli studenti, quelli vicini alla laurea. Un modo per accorciare le distanze e far pesare meno il suo ruolo. Se la sbrigò in fretta: doveva darle un paio di indicazioni sugli esperimenti da fare per la tesi. Poi si avviò verso l’aula dove teneva lezione.

«Buongiorno ragazzi!» li salutò, agitando la mano.

«Buongiorno professore!» Disse qualcuno in modo timido.

Li guardò male, perché non era un saluto convinto. Su questo non transigeva, era una questione di educazione. Dopo le prime volte che, entrato in aula, nessuno dei presenti salutava, aveva fatto un cazziatone feroce. Una lezione di rispetto reciproco, che includeva anche il saluto iniziale. Sembrava che non avessero ancora capito l’importanza di questo. “Oggi non è la giornata giusta per tornare sull’argomento” si disse, lanciando occhiate torve alla ventina di studenti, che con aria indolente si apprestavano ad ascoltarlo.

I tre quarti d’ora di lezione per fortuna passarono rapidamente. I concetti gli uscivano fluidi, quasi senza doversi concentrare o ricordarli. Erano diversi anni che insegnava ‘Struttura della materia’. Capiva che poteva sembrare astrusa. In realtà era un modo per cogliere gli elementi di base di interazione radiazione-materia nell’approssimazione di dipolo elettrico e comprendere la spettroscopia dell’atomo. E non solo quello. Le parole gli venivano fuori senza difficoltà o doverci pensare. Anche per le domande più subdole o stolide aveva la risposta pronta. La materia la conosceva bene. Mauro avrebbe potuto, se avesse avuto più spirito di iniziativa, essere un ottimo fisico ricercatore. Invece si era adagiato nel tran tran quotidiano come in un comodo divano.

Terminata la lezione, si avviò verso l’uscita, salutando frettolosamente chi incontrava. Aveva deciso, inconsciamente, che doveva mettersi in contatto con Micaela. Non era possibile che finisse così, dopo tre anni di chat amichevoli.

Pedalò di fretta fino a casa, salì le scale, facendo a due a due i gradini. Non attese neppure l’arrivo dell’ascensore. Dopo essersi liberato di giacca e zaino, si accomodò sulla poltrona davanti al computer rimasto acceso.

Un colpo sulla tastiera per togliere di mezzo lo screensaver e … sorpresa! La busta era di un bel blu intenso, che lo avvertiva ‘C’È POSTA PER TE!’.

Il cuore gli fece un doppio tuffo carpiato in petto. “Dopotutto forse ho fatto bene ad aspettare che si facesse viva lei per prima” si disse, mentre si accingeva ad aprire il programma di posta. “È sicuramente Micaela, che mi scrive le scusa per il suo urlo di ieri. Mi spiegherà, perché lo ha fatto. Mi dirà che è pentita del suo sfogo. Mi assicurerà che, se fosse per lei, avrebbe cancellato la giornata di ieri”. Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, aprì il client di posta elettronica. Cliccò sul pulsante ‘Ricevi posta in arrivo’ per leggere i messaggi arrivati. ‘Ricezione posta in corso’ lo avvertì una scritta in basso a sinistra. In rapida successione il programma scaricò dieci nuovi messaggi, ben riconoscibili, essendo in grassetto.

«Cazzo!»esclamò mauro contrariato. «Oggi tutti hanno deciso di scrivermi?»

1 Preside… “Nun me ne po’ frega’ de meno, adesso!”

2 Cicchetti… “Ma chi sei? Boh!”

3 Cicchetti… “Ancora tu?”

4 Davide… “A te rispondo dopo!”

5 Capataz… “A bello! Ti voglio bene, però devi aspettare!”

6 Nannina… “Nannina? Ma guarda chi si risente! Dopo tutti questi mesi… bruttina ma simpatica. Le risate… e poi scopava bene… quasi quasi…”

7 Micaela… «Ah, eccolaaaaa!» esclamò soddisfatto.

E senza controllare gli altri messaggi, aprì subito il suo messaggio.

Sì, bene!

Aria!
Cammino radente il muretto di recinzione di una villa liberty. Penso di aver bisogno di aria adesso, ma sembra non abbia il coraggio di mandarla giù sino ai polmoni.
Una signora con il carrello della spesa mi passa accanto. Mi ignora all’inizio, poi si ferma e chiede qualcosa. Dovrei comprendere le parole della mia stessa lingua, invece i suoni come l’aria sembrano non volerne sapere di penetrare dentro me. Mi guarda stranita, mi chiede se è tutto ok, visibilmente perplessa del mio mutismo. Le dedico un sì stentato. Lei scrolla la testa e riprende la sua strada.
Altri due isolati e sarà il numero 33. Il mio cuore reclama attenzione. Ha ragione, ma adesso devo accumulare strada e fiducia per proseguire, passo dopo passo, millimetro dopo millimetro.
Il traffico d’auto procede in sincronia con il semaforo. Una bambina dietro il finestrino mi osserva, di sicuro senza motivo. Farà fresco lì dentro, in contrasto con l’afa che mi avvolge. È estate, penso. Una estate come altre, impregnata di sudore e rombo di scooters. Due ragazzi sfrecciano vicino al marciapiede. Hanno gambe nude infarinate di salsedine. Saranno di ritorno dal mare vicino che dalla mia camera d’albergo osservavo stamani con finto distacco.
Io sono arrivato ieri sera tardi, con un volo low cost. Un sedile scomodo, un biglietto da visita in tasca, un indirizzo che sto lentamente scoprendo, portone dopo portone, sino al numero 33.
Eccolo! Davanti a me il portiere sonnolento nella sua garitta. Il ventilatore acceso e un cruciverba a metà. Attendiamo entrambi la risposta dal terzo piano, interno 8. Mi chiede se conosco il nome di un qualche compositore di dodecafonica. Non ricordo più niente io, o forse non ho più voglia di ricordare nulla. Riprovi quando torno giù, dico, magari il tipo del biglietto da visita riesce a farmi tornar voglia di musica e di definizioni da settimana enigmistica. Sorride. Io mi avvio per salire.
Gli ascensori vecchi come questo sono una enciclopedia dell’animo umano, galleria di graffiti d’amori e d’insulto, destinati a ignoti protagonisti di storie che nessuna cabina da sola può contenere. Serve l’intero palazzo, o forse l’intero quartiere. Bisognerebbe entrare nelle singole stanze e osservare le foto esposte, gli oggetti, i volumi ancora aperti sui letti disfatti. Ricostruire le vite dalle frasi dette solo una volta, come se avessero un senso assoluto, come se incuranti del loro effetto le avessero lasciate in un angolo a testimoniare il passaggio fugace della vita tra quegli oggetti. Mentre osservo i piani susseguirsi nella salita penso a quanto sia esiguo il peso di tutta questa gente rispetto alla fatica di chi ha ferito ad arte l’impiallacciatura alle pareti.
Sono arrivato. Delle tre porte sul pianerottolo, una è aperta e accostata. Dalle altre arrivano suoni opachi di televisione e di bimbi che giocano. Entro e richiudo alle mie spalle. La ragazza all’ingresso è carina e annota con garbo i miei dati essenziali, poi mi prega di attendere in sala. Insieme a me volti senza una storia non provano neanche a scrutarmi. Anche loro saranno compressi in pensieri stonati, ma potrebbero almeno far finta di notare che esisto. Riviste riciclo di parrucchiera ingombrano un vetusto cubo bianco. Ricordano che di effimero si vive benissimo. Si ignorano le domande e soprattutto le risposte che alla fine ci hanno condotti tutti qua.
La ragazza carina mi fa segno di entrare, suscitando finalmente l’interesse della strana platea. Tutte facce perplesse in preda al dubbio sulla mia poca attesa. Che importa, vado! Lo studio è vuoto, sulla scrivania carte scomposte e una cartelletta con il mio nome sopra. Dentro nulla, ancora. Dentro vorrà conservare dati, evidenze e soluzioni. Già, soluzioni! Perché è questo che dovrebbe acquietare tutti, le soluzioni! E se non ci fossero, dico, se tutto questo fosse destino e basta. Non pensa che invece di star qui ad arrovellarsi le tempia con le domande e le risposte e le soluzioni, non pensa che dovremmo alzarci insieme e ripercorrere a ritroso la strada verso il mare e distenderci, così vestiti, sul bagnasciuga e ascoltare l’onda assecondare il nostro oscillare tra uno stato d’animo e il successivo scomposto e ansioso. Non pensa?
Lui era entrato dalla porta laterale e ascolta in silenzio. Dice no. Dice qualcosa di sensato e plausibile. Dice che il mare, quel mare che ho in mente, non è la soluzione. Ecco questo è il verdetto. Il mare non è la soluzione. E lo appunta su un foglio intestato insieme alla sua di soluzione.
Saluto la ragazza carina e torno in strada. Prima però chiedo come si chiama: Marta. Bel nome Marta, le si addice. Sui marciapiedi l’ora meridiana scoraggia il passeggio. Rade le facce non hanno voglia di attenzione. Il mare non è la soluzione penso rileggendo il foglio. E accumulo passi e strada fino a una balaustra. Sotto ragazzi in costume stanno appollaiati su una scogliera scura. Candida l’acqua di risacca lambisce i sassi danzando sulle alghe smeraldo. Le parole, le domande, il senso delle cose danzano con loro. Sembrano frammenti di destino appena scagliati ovunque da una risata improvvisa. Due gabbiani sorvolano rapidi la piattaforma dove corpi abbronzati bivaccano. Osservo tutto come volessi imprimere negli occhi qualcosa di diverso dal foglio, dalla soluzione, dal destino.
La ragazza carina mi mette una mano sulla spalla. Riconosco la sua presenza ancor prima della sua voce gentile: chiede se va tutto bene. Tiene una bimba per mano. Marta, dico, sì Marta, ricordo. E la bimba? Marina, risponde. Sì bene! Certo bene. Guardo il mare, lei, la bimba di nome Marina e il gelataio accanto a noi che le porge un cono limone e fragola. Sì, bene adesso.

Uprising

Sta fumando una Lucky Strike

Ha gli occhi velati

nel profondo essere il suo stesso marchio

con un difetto di prefabbricato

un mix mortaLe e vitaLe

un abisso nella carne

stai supplicando per un rinvio?

quei viaggi

quelle promesse

così presente e dolente

hai dimenticato

o non l’hai cercato?

viaggi,

e promesse.

Ne è rimasto l’amaro

del vuoto che hai e di quello che lascerai

bisogna convincersi di essere nel torto

a volte

per poter perdonare

anche se capisci

se senti di aver trovato il tallone d’Achille

se avverti dove hai iniziato a

sanguinare.

apiediscalzi

“La strega”(filastrocca)

dipinto di A. MALINOWSKI

Tratti angelici
Capelli incandescenti


Dubbio amletico 

Su origini e ascendenti


Il volto da un pittor sognato

Un corpo che istiga al peccato


É fata, é angelo, é strega?

Forse una maga fattucchiera?


Non guardatela  negli occhi, per carità 

O di voi qualsiasi cosa farà 


Nessun segreto sarà più vostro

Lo leggerà come scritto da inchiostro


Poi se vi vuole

La fuga non vale


Se lei ha deciso di avervi con sé

Voi cadrete ammalati ai suoi piè 


Fugate ogni dubbio [anche se lei nega]

Siete caduti tra le braccia di una strega. 


Lucia Lorenzon


LA PEDALIERA

L’auto viaggiava sulla statale. Quel giorno era particolarmente trafficata e la guida era tesa. I pedali erano sollecitati: prima l’acceleratore, quindi il freno e la frizione. Il guidatore dava piccoli colpi al freno per poi bloccare l’automobile, rilasciava la frizione e ripartiva pigiando lentamente sull’acceleratore.
“Vedi che sono più importante io?” disse il freno ai compagni di viaggio.
“Ma senza di me fai spegnere il motore…” rispondeva la frizione.
“Che c’entra” replicava il freno.”E poi se pigiasse solo te, sai che incidenti?”
“Senti chi parla, con voi due non ci sarebbe movimento” intervenne l’acceleratore. “Che noia sarebbe viaggiare. Io invece sono la velocità, lo scatto, sono l’arte della guida”.
“Ma che arte…” disse la frizione. “Senza di me non parti nemmeno. Senza me, saresti l’arte del nulla”.
Il freno scoppiò a ridere, tanto che, appena il guidatore lo pigiò, la macchina sembrò scivolare sull’asfalto. Il guidatore dovette pigiare con veemenza per sentire le ruote stopparsi sull’asfalto.
“Sei il freno, ma non sai nemmeno frenare” disse subito l’acceleratore, vedendo quanto era successo.
Il freno ci rimase male, ma poi attaccò:
“Ehi tu”, disse. “Credi d’essere la velocità, lo scatto e poi in autostrada ti sorpassano tutti.”
La frizione restò di sasso. Sapeva quanto fosse suscettibile l’acceleratore.
“Che vorresti dire?” chiese indispettito l’acceleratore.
“Che vorrei dire? Dai che l’hai capito bene!” provocò il freno.
“Ripetilo se hai coraggio!” l’acceleratore alzò la voce.
“Non ripeto” disse il freno. “Anzi aggiungo!” puntualizzò.
“E cosa vorresti aggiungere?”
La frizione cominciò a preoccuparsi.
Il freno disse: ” Aggiungo che se mi pigiano per bene annullo tutta la tua velocità. Ti anniento!”
L’acceleratore ebbe uno scatto d’ira, il freno si ritrasse per la paura, la frizione perse l’attenzione e BUM…
il cofano dell’auto si era accartocciato sul retro dell’auto che viaggiava davanti.
“Hai visto cosa hai combinato? fu l’accusa del freno.
“Sei stato tu!” disse l’acceleratore.
“Basta , basta adesso. Non avete visto cosa abbiamo combinato con le nostre prevaricazioni?” disse mestamente la frizione.

(di Stefano Re)

L’homme de Schrödinger

Mi prude il naso.
Credo che in altre circostanze non avrei fatto caso al naso. Però in questo momento è una buona notizia.
Sposto un attimo la mano facendo attenzione a non fare rumore. La parete rugosa della scatola la sfioro appena. Solo un tocco breve per controllare che ci sia davvero.
Non avrei mai pensato a nulla di simile questa mattina. Ho salutato Jun con una bacio sulla guancia e sono arrivato dalla strada che costeggia il supermarket. Come ogni giorno del resto. Io arrivo, apro la baracca, poi arrivano gli altri: le solite chiacchiere, il calcio, la minigonna sempre più corta di Marie. Belle gambe ha Marie, sì. E pare proprio che il principale ogni tanto tra quelle gambe prova a dimenticare la crisi, l’euro, le tasse.
Sorrido nel buio. E anche questa è una buona notizia. Perché in genere i morti non sorridono. Non ne ho mai visto uno che lo faccia. Io invece in questo momento sorrido. Penso a Jun e alle sue gambe, forse meno belle di quelle di Marie, e sorrido.
Rumori.
Da fuori.
Penso che è strana questa situazione. In fondo anche quelli lì fuori stanno dentro una scatola. Sicuramente hanno la stessa mia sensazione. Loro sono entrati nella loro scatola, si sono tirati dietro la porta e hanno chiuso il mondo fuori. E la mia di scatola era già dentro quel mondo. Stramba la vita. Una sorta di insensata matrioska. Io in una scatola, dentro la loro di scatola, che sta in una scatola ancora più grande, dalla quale mi inviano segnali concitati. Mi dicono stai tranquillo, non ti fare vedere e stai tranquillo. Niente panico mi dicono, anche loro nella scatola, che è più grande e paradossalmente priva di pareti; ma non sono le pareti a fare una scatola, sono gli occupanti a costruirsela intorno. Io ad esempio mi ci sono infilato da solo qui dentro. Potevo scegliere se starmene fuori o entrarci dentro. Probabilmente non sarei neanche vivo adesso, se non mi ci fossi stipato, ma questo è il punto: sono davvero vivo in questo momento? Non lo dico per me si intende. Mi prude il naso. Sorrido. Credo di essere vivo! Semplice. Ma che lo dica io non serve. Come per il gatto di Schrödinger, da fuori non hanno modo di sapere se sono vivo. E così sono la somma di entrambe le cose, nello stesso momento, anche se ho un cellulare e whatsappo con quelli che stanno fuori. Bella cosa la tecnologia, ma lo stesso non ti chiarisce nulla della vita. Potrebbero essere quelli della scatola intermedia a mandare i messaggi; io stecchito in un angolo e loro che mandano messaggi con il mio cellulare. O un hacker che si diverte a giocare con il gatto di Schrödinger. Può essere tutto, anche che questi messaggi siano frutto della mia mente impaurita o di un dio che mi vuole prendere in giro anche dentro questa scatola. Ti salvo io, mi dice, tu prega e io ti salvo; tu guarda il cellulare, prega e io ti salvo.
Rumori, ancora rumori. Quelli parlano, sanno che l’unica loro possibilità è uscire dalla loro scatola e fare vedere a tutti che sono già morti. Lo sanno loro; almeno hanno questa di certezza. Io no, io continuo a pensare a Jun e al fatto che a parte il naso che prude e il sorriso e i nervi tesi, difficilmente posso darle la certezza che sono vivo. Sì Jun, lo sono e devo pensare; devo farlo per non impazzire dentro questa scatola. Non devo darla vinta alla claustrofobia. Quella fa fare rumori pericolosi. Lo so perché da piccolo mi seppellivo sotto le coperte, scomparivo dentro quella placenta di stoffa e lana, tentando di provare ancora la sensazione di protezione del ventre materno. Poi l’aria iniziava a riscaldarsi e scarseggiare e tossivo sempre più forte, sempre più forte, fino a dovere riemergere in una precipitosa inspirazione. Deve essere così il parto, non credi Jun? Una precipitosa inspirazione per non morire asfissiati. Ora però non si può, l’aria manca e si sta riscaldando, io devo pensare e Jun è un buon argomento, anche se le sue gambe non sono quelle di Marie. Ma io tra le sue gambe, dentro quel ventre vorrei starci ora. Deve essere perché come ho letto da qualche parte quando hai la morte intorno allora implori la vita e ti viene duro. Deve essere per questo che nelle guerre riescono a violentare le donne, quando entrano dentro i villaggi di notte, e ho sempre pensato, come diavolo gli viene duro a questi animali. Arrivano nei villaggi popolati da cadaveri e sangue ovunque e riescono a farselo venire duro. Come fanno, Cristo! E forse è proprio il fatto che sono circondati dalla morte e allora gli viene duro per lasciare dentro quelle disgraziate almeno un po’ della loro vita. E lo fanno continuando a uccidere perché la guerra è questo, uccidere, le persone e le anime. Però io non vorrei uccidere mai la tua anima Jun. No, vorrei entrare completamente dentro di te, vorrei tu fossi una madre che mi porta nel suo ventre. Vorrei fossi una scatola di carne dentro la quale iniziare a soffocare dolcemente e con i piedi darti la spinta giusta per partorirmi fuori. Una precipitosa inspirazione e un pianto e le tue gambe aperte mentre giaccio su di te senza fiato. Hai ragione Jun quando dici, che diavolo ci stiamo a fare ancora in questo posto. È solo freddo e brutte notizie. Freddo e cattive notizie. Hai ragione tu Jun, t’avessi ascoltata adesso non sarei in questa scatola. Quei due sarebbero stati nella loro scatola intermedia, e quelli fuori in quella più grande. Ma se t’avessi ascoltata adesso saremmo da qualche parte nel mondo, lontani da questo freddo e dalle cattive notizie. Che poi è sempre una scatola immensa il mondo, e a guardarla da fuori non hai idea se dentro siamo tutti morti o tutti vivi. Ma a quel punto è roba che al più interessa quei quattro disperati in orbita sull’ISS. Ma ci pensi Jun, noi e loro che ci guardiamo a vicenda e nessuno che ha idea se dentro le nostre scatole c’è qualcuno vivo. Ci pensi Jun, adesso appena quelli mi tirano fuori da questa scatola dove manca l’aria e arrivano solo brutte notizie, io vengo a casa, facciamo l’amore e poi scappiamo via. Io e te Jun. Io tu e il figlio che facciamo oggi quando si apre la scatola e si capisce che sono vivo.
Il cellulare è poggiato con lo schermo sul fondo della scatola. S’illumina di lato. Mi prude il naso e faccio attenzione a prenderlo in mano senza fare rumore. Quelli di fuori dicono di stare al riparo, che stanno per entrare. Vengono a tirarmi fuori Jun. Scoppi, spari, urla, vetri rotti, fumo, bruciare di vite. Vengono a prendermi Jun. Quelli di fuori aprono la scatola e vedono che piango e tossisco. Apri bene le gambe Jun! Piango, tossisco e sono vivo.

Una storia al giorno d’oggi – Carlo

Verona - Foto personale

Verona – Foto personale

“No. Grazie, Alba” disse con un cortese cenno di diniego della testa.

Sarà per la prossima volta! Ora ho fretta! Duemila impegni” mentì Carlo. Avrebbe voluto fermarsi ma il sesto senso gli diceva che non era il caso. Niente di razionale ma solo una premonizione. “Ci si vede presto comunque, è stato bello incontrarti!”

Un bacio. Labbra carnose su gote lisce come la seta. Labbra sottili, appena disegnate su barba pruriginosa.

E Alba un “Ciao, Carlo! A presto!” fece con la voce impregnata di rammarico.

Carlo era andato via con il senso di avere perduta un’occasione ma con un misto di sollievo di non aver prolungato l’incontro oltre il necessario. Camminava per strada insoddisfatto per il periodo refrattario di un orgasmo che non c’era stato, che non aveva mai avuto. Provava un forte senso di potere e di appartenenza ma comunque avvertiva una sensazione di non appagamento. Carlo si sentiva il padrone della sua vita ma non artefice del suo destino. Non era felice ma non percepiva imbarazzo per la sua scelta. Avvertiva un impaccio che gli faceva prendere delle decisioni che forse non erano nella sua natura.

Tutto gli sembrava inverosimile. Gli pareva di avere uno sdoppiamento della personalità E poi quel sesto senso, al quale si era sempre abbandonato fiducioso, non l’aveva mai tradito.

Non mi può tradire oggi’ si disse, mentre percorreva Viale Cavour sotto una leggera cappa di nebbia.

E così oggi quel bacio tenero di Alba aveva fatto scattare il suo sesto senso. ‘Perché?’ si chiese, mentre arrivava nella piazza sotto casa. ‘Perché è scattato quell’allarme che mi ha mandato nel pallone?’

Alba lo aveva invitato a salire da lei ma Carlo aveva declinato l’invito con una scusa, che puzzava di posticcio. ‘Si può rifiutare un invito palese a fare all’amore?’ pensò, mentre procedeva col viso corrucciato vero il suo palazzo. ‘Chissà cosa avrà pensato’. Una reazione istintiva, irrazionale. Alba aveva fatto una smorfia che sul quel viso era grottesca. Era rimasta delusa ma poi sembrava aver compreso il motivo misterioso, per il quale Carlo si era negato.

Si fermò davanti al portone del suo condominio con le chiavi in mano. Era indeciso tra l’aprire il portone e il tornare indietro. Scosse la testa, perché di certo Alba non era rimasta ad aspettarlo in strada, pensando a un suo ripensamento. Quel ‘No’ era stato troppo repentino per poter essere smentito.

Carlo ripensò a come era iniziata, composta da attimi che puzzavano di eternità, da giochi amorosi che sembravano reali, da sentimenti, che trasmettevano emozioni. Eppure il suo sesto senso l’aveva diffidato dall’abbandonarsi a lei. Gli aveva comunicato che doveva troncare.

Perché?’ si domandò Carlo, dondolandosi sulle gambe, mentre dal portone entravano e uscivano dei condomini, che lo salutavano. Doveva scavare nel passato per dare una risposta al suo ‘Perché’.

Come ho conosciuto Alba?’ si disse Carlo, ripercorrendo la storia, che a tratti pareva singolare.

A lui piaceva andare sulle chat, anche quelle a luci rosse. Faceva il duro, ingannava le controparti. Non gradiva conoscerle di persona, anche se spesso arrivano inviti espliciti di sesso. Non gli interessavano. Preferiva le chiacchiere, le battute fulminanti. Una notte comparve un nick, Passerotta solitaria. Rise perché mai e poi mai avrebbe scambiato due parole con lei. ‘Sì, con lei’ si disse, anche se nelle note non compariva il sesso. ‘Ormai sono un esperto. Capisco al volo se è una tipa o un tipo. I secondi li canno senza pietà. Non sono omofobo ma non mi piacciono’.

Carlo stava salendo le scale, dopo avere indugiato a lungo prima di entrare. L’ascensore lo odiava ma forse aveva paura di rimanere prigioniero. Aprì la porta della sua abitazione, che era silenziosa e buia. Senza accendere la luce si diresse verso il salotto. Conosceva a memoria quelle stanze e si si sarebbe orientato anche bendato. Si gettò sul divano.

Riprese il filo dei pensieri. Dunque Passerotta solitaria non aveva messo nell’avatar la sua foto, aveva occultato tutti i dati. Solo l’età: vent’anni. Carlo aveva riso, quando quel nick aveva bussato alla sua chat. ‘Sei una bella passerina più giovane’ pensò, mentre le chiudeva le porte di accesso. Ancora una volta era scattato l’istinto irrazionale, il suo famoso sesto senso. Per lui aveva sì e no sedici anni. “Troppo pochi” fece, mentre cancellava la richiesta. “Non voglio finire tra i pedofili”.

Per lungo tempo. ‘Quanto?’ si chiese Carlo, mentre prendeva dal tavolo il computer. ‘Non saprei ma di certo diversi mesi. Forse un anno’. Poi una sera su una chat innocua di perditempo era ricomparso quel nick, Passerotta solitaria. Questa volta il profilo era più ricco. Era certo che fosse la stessa ragazzina che l’aveva contattato un anno prima. L’età, diciotto anni, gli confermò l’intuizione precedente. ‘No, cara passerina’ si disse Carlo ridendo. ‘Di anni ne hai uno in meno’. Era una femmina, female diceva il genere. ‘Perché credevi di pensare di essere un maschietto?’. Interessi libri e film. Ancora troppo poco, pensò Carlo, sbarrandole di nuovo l’accesso.

Due anni più tardi Carlo annoiato, era d’estate, riaprì quella vecchia chat innocua di perditempo, che aveva abbandonato per mancanza di stimoli. Richiese una nuova password, la vecchia l’aveva dimenticato e si presentò. Era rimasto un unico contatto attivo. Passerotta solitaria. Rise. ‘Non demorde la passerina’ pensò, accettando il contatto. Così iniziò a chattare con lei. Ormai era maggiorenne e poteva parlare senza problemi. Poco alla volta durante quell’estate scoprì tanti piccoli segreti. Adesso aveva quasi vent’anni. ‘Credevi di farmela?’ si disse. Era bionda con gli occhi azzurri. Aveva una mail ma nicchiava sulla località di origine. ‘Perché? Cosa c’è di tanto segreto da nascondere il posto?’ Non aveva importanza, tanto non l’avrebbe mai conosciuta nel reale.

Ciao” fece Carlo una sera di ottobre. “Toglimi una curiosità. Perché da oltre tre anni cerchi la mia amicizia?”.

Mi sono innamorata di te” rispose diretta.

Carlo rise. ‘Innamorata di un avatar?’ si disse con le lacrime agli occhi.

Non ci credi?” gli chiese, perché Carlo non aveva risposto.

Sì, sì! Ti credo” replicò divertito. “Io sono Carlo. E tu?”.

Passerotta solitaria chiuse la chat. Carlo ci rimase male ma alzò le spalle. Passò qualche mese, mentre il nick rimase latitante. Carlo una sera di gennaio non sapendo cosa fare aprì quella chat innocua di perditempo e trovò il nick collegato.

Se vuoi fare all’amore virtuale” scrisse ironico, pensando che avrebbe chiuso la conversazione, “dovrò pur conoscere il tuo nome. Mica posso gemere invocando un nick”.

Comparve un emoticon, una faccina sorridente. Carlo rimase perplesso. Non si aspettava questa reazione ma piuttosto qualcosa d’irritato.

Alba” rispose subito.

Da quella volta passavano un paio d’ore a conversare tutti i giorni, finché una sera di luglio Alba gli propose di vedersi persona.

Così possiamo passare dal virtuale al reale, compreso l’amore” disse Alba. “Io sono di Verona e tu?”

Carlo, colto di sorpresa, rispose “Anch’io”, rimproverandosi immediatamente perché aveva contravvenuto al suo sesto senso, che stava urlando male parole.

Ci possiamo incontrare domani pomeriggio” propose Alba.

Dove?” rispose Carlo, che aveva messo a tacere il suo intuito.

In Piazza delle Erbe. Ho un vestito rosso” disse Alba, che aggiunse una bella faccina che rideva in continuazione.

Alle cinque” fece Carlo, salutando.

Alle cinque del pomeriggio successivo Carlo andò in piazza delle Erbe, convinto che Alba non ci fosse. Invece una ragazza minuta dai capelli colore del grano maturo stava ferma nel centro. Indossava un abito rosso, corto che mostrava due gambe rotonde, belle a vedere e piacevoli da accarrezzare. Ogni tanto qualche uomo si fermava, diceva una battuta ma lei si spostava in un’altra posizione. ‘Aspetta me’ si disse Carlo, che l’aveva osservato con cura.

Si avvicinò e Alba gli corse incontro. ‘Porca miseria’ si rimproverò, perché aveva contravvenuto alla sua regola aurea di non conoscere di persona i contatti virtuali.

Ciao” disse, dandogli un bacio in punta di piedi. Due labbra sottili, appena dipinte con un filo di rosso.

Ciao” rispose Carlo, abbracciandola. Le avrebbe chiesto dopo come aveva fatto a riconoscerlo fra decine di uomini che le ronzavano attorno.

Alba gli prese la mano per portarlo nel Caffè Vescovi.

Quel ricordo lo stancava, lo sfiancava, lo annientava. Eppure qualcosa d’impercettibile era scattato dentro di lui, quando verso le otto, sotto casa Alba gli aveva detto. “Salì. Ho voglia di stare rannicchiata su di te, di svegliarmi accanto a te”.

Carlo si riscosse da questi pensieri.

Cazzo! Riprenditi! Alzati. Fai qualcosa!” esclamò ad alta voce, mentre i muscoli del corpo sembravano opporsi a quel pensiero razionale e volevano solo abbandonarsi, lasciarsi andare al flusso dei ricordi.

Un attimo e percepì il desiderio di contattare Alba. Conosceva dove abitava e forse lo stava aspettando in casa. Tuttavia l’eccitazione di poco prima si era completamente dissolta. Il sesto senso l’aveva avvertito. ‘È pericoloso’.

Si alzò, accese lo stereo.

Si addormentò.

Harry Potter e l’Amico Speciale. (Fanfiction)

Harry_Potter

Harry se ne stava seduto sul suo letto, mentre nella penombra della stanza guardava la foto dei suoi genitori. James Potter e Lily Evans lo salutavano e sorridevano, agitando le mani in segno di saluto.

Quell’immagine evocava in lui un sentimento di gioia misto a malinconia.

Non ricordava i loro volti, era troppo piccolo quando Voldemort aveva deciso di stravolgere la sua vita, privandolo dell’amore della sua famiglia. Dopo aver vissuto con gli zii, relegato in un angusto sottoscala e sottoposto alle infinite angherie di suo cugino Dursley era giunto a Hogwarts, la scuola di magia e stregoneria per i futuri maghi.

L’unico ricordo che aveva dei suoi genitori era proprio quella piccola foto animata e soltanto il loro grande amore era stato in grado di proteggerlo dalla furia del Signore Oscuro, salvandolo da una morte orribile. L’emozione era ogni volta intensa e lo trascinava in uno stato di profonda tristezza. Una piccola lacrima si impigliò rapida tra le ciglia, Harry si asciugò con il dorso della mano, cercando di reprimere il pianto.

«Harry, ma che fine hai fatto!» la voce di Hermione lo sorprese, con gli ancora occhi lucidi.

«Eccomi… arrivo!» Harry nascose la foto sotto il cuscino, cercando di assumere un aspetto normale.

«E’ più di mezz’ora che ti stiamo aspettando! Lo sai che Piton si arrabbierà moltissimo, non tollera assolutamente che si faccia tardi e … con noi in particolare… lo sai!»

«Già… lo so» disse Harry «e ancora non ho capito il motivo…» aggiunse mentre recuperava i grandi tomi per la lezione di Pozioni e Difesa contro le arti oscure. Ron li stava attendendo lungo il corridoio. Insieme scesero di corsa le grandi scale, la cui direzione cambiava continuamente.

Piton aveva già iniziato la spiegazione quando Harry e i suoi due amici entrarono di soppiatto nell’aula, cercando di non farsi notare.

«SIGNOR POTTER!» lo apostrofò subito il professore «anche oggi siete in ritardo… il nostro famoso, caro signor Potter…bene… dieci punti di penalizzazione per Griofondoro»

«Ma professor Pitono noi…» cercò di giustificarsi Harry

«BASTA! ora sedetevi e fate silenzio».

I tre ragazzi presero posto nei banchi senza aggiungere altro, mentre Draco Malfoy e i suoi amici di Serpeverde se la ridevano.

«Hermione la mezzo-sangue e Ron il povero straccione… degni compari di Harry Potter!» disse Draco al suo compagno di banco, indicando con disprezzo il trio ammutolito.

La lezione andò avanti per altre due ore, ma Harry era distratto, da un po’ di tempo aveva dei tremendi mal di testa, che gli impedivano di concentrarsi a dovere.

Quella notte, come tutte le precedenti, Harry si svegliò di soprassalto. I Dissennatori erano tornati a popolare i suoi incubi e gli erano parsi così reali che aveva creduto sul serio che gli avrebbero risucchiato via l’anima. Spalancò gli occhi nel buio più completo e avvertì il volto madido di sudore freddo e la cicatrice, regalo mortale di Tu-sai-chi, che iniziava a pulsare di nuovo, infliggendogli delle fitte lancinanti.

Il ragazzo richiuse gli occhi, nell’attesa che il dolore lo abbandonasse, poi quando li riaprì di nuovo, notò un bagliore provenire dalla poltrona accanto al caminetto spento. Con cautela si alzò dal letto e inforcando gli occhialini tondi si diresse verso la grande poltrona, di cui vedeva solo la parte posteriore. Il cuore pareva correre come un puledro impazzito, ma trovò ugualmente il coraggio di avvicinarsi. Avvertì un senso di calore intorpidirgli la testa e poi con grande sollievo si rese conto che l’emicrania era sparita. Girò intorno alla poltrona e si ritrovò di fronte a un ragazzino, più o meno della sua stessa età, vestito completamente di bianco.

«Ciao Harry, stai meglio?» disse lo sconosciuto seduto sulla poltrona. Harry si ritrasse, colpito dal bagliore che emanava quella figura.

«Non aver paura Harry, sono tuo amico» disse il ragazzino con voce suadente.

«Mio amico? Ma io non ti conosco… chi ti ha mandato? Il professor Silente?» chiese Harry diffidente.

«No, il Preside sa che sono venuto a trovarti, ma non mi ha mandato lui»

«Cosa vuoi da me?»

«Sono qui per aiutarti a superare le tue paure Harry… hai di nuovo sognato i Dissennatori vero?» gli domandò lo sconosciuto.

«Tu come fai a saperlo?» chiese sempre più incredulo Harry.

«Io sono tuo amico, conosco la tua storia e so molte cose di te… anche quelle che tu stesso non sai. Mi chiamo Jack.»

«Allora forse sei uno dei fantasmi che abitano qui nella scuola?»

«No Harry, sono solo un amico speciale… ti verrò a trovare spesso e faremo delle lunghe chiacchierate che ti aiuteranno a superare le tue paure». Harry rimase sconcertato da quelle parole e si convinse che quel ragazzino era stato mandato da Silente, il Preside della scuola di magia, per indurlo a parlare.

Da qualche mese infatti il ragazzo era in preda a un profondo sconforto e quelle fitte lancinanti alla testa lo facevano stare male, ma si trattava soprattutto di un malessere interiore, che lo stava allontanando dalle persone che aveva intorno e dai suoi amici di sempre.

La percezione di essere “diverso” si faceva man mano più nitida e il sentirsi un emarginato lo faceva a volte diventare anche aggressivo, per questo preferiva starsene per conto suo e non parlare con nessuno dei suoi incubi e del suo disagio.

«Io non… parlo dei miei problemi, neanche con i miei più cari amici…»

«Lo so Harry, ma con me puoi farlo, vedrai ti sentirai molto meglio!» lo esortò Jack.

«Dopo tutto quelli mi è successo… i pericoli che ho affrontato…certo ho avuto paura, ma stavolta si tratta di qualcosa di diverso… che non sono in grado di comprendere» disse Harry, cercando di focalizzare la sua attenzione su quanto voleva comunicare «…gli incubi, la cicatrice che mi provoca un dolore insopportabile… ho come la sensazione che qualcuno stia cercando di prendere il controllo della mia vita… e non so come reagire! » concluse, rendendosi consapevole che ora aveva ben chiaro quale fosse il vero dilemma. Così dicendo si sedette sul gradino del caminetto, guardando dritto in faccia il suo interlocutore. Il bagliore che circondava al figura di Jack gli infondeva un lieve torpore e lo faceva sentire tranquillo, rilassato. Poggiò la testa contro il muro di pietra e si lasciò andare verso un sonno ristoratore.

«Harry! Harry! Svegliati!» Harry sentì una voce gridare il suo nome e aprendo gli occhi si ritrovò davanti il faccione lentigginoso di Ron Weasley

«Ron… che succede… dove è andato Jack?» chiese il ragazzo con la voce impastata dal sonno.

«Jack? E chi sarebbe?… senti, lascia stare, avrai fatto qualche sogno strano» sentenziò Ron cercando di sollevandolo per un braccio.

«Dobbiamo assolutamente andare! Ti sei dimenticato della tua partita di Quiddich?»

«Accidenti la partita!» esclamò Harry e in preda al panico prese a vestirsi il più in fretta possibile.

«Che ore sono?» chiese all’amico.

«E’ tardi!»

Draco e suoi due tonti scagnozzi, si erano introdotti di nascosto nella stanza dove erano custoditi gli oggetti utilizzati durante la gara, per sostituire il boccino d’oro con una copia alla quale era stato fatto un potente incantesimo.

«Draco, ma sei sicuro che questo funzionerà?» chiese timoroso il più grasso dei due.

«Non dimenticare che mio padre è un potentissimo Mangiamorte, lui ha fatto l’incantesimo e il nostro piano non fallirà!»

Gli spettatori assiepati sugli spalti, urlavano in coro in nomi dei propri beniamini agitando le sciarpe con i colori delle case. Nel settore Ovest dominavano l’oro e il rosso fuoco, i colori di Grifondoro, mentre nel settore Est dominava l’argento e il verde dei Serpeverde.

La squadra, con in testa Harry, entrò a cavallo delle scope volanti. Un urlo gigantesco accolse i ragazzi avvolti nei loro mantelli rosso-oro, che volteggiarono in circolo diverse volte prima di prendere le rispettive posizioni.

La partita ebbe inizio, mentre l’incitamento del pubblico si faceva sempre più frenetico.

Improvvisamente Harry riuscì, dopo aver smarcato alcuni avversari, a raggiungere il boccino afferrandolo al volo. Non appena le sue dita si strinsero intorno alla piccola sfera dorata dalle ali iniziò a fluire un fluido rossastro che accecò il ragazzo facendogli perdere il controllo della sua scopa. Harry dopo aver tentato invano di atterrare si schiantò contro una delle torrette dello stadio. L’impatto lo lasciò esamine al suolo, mentre la folla ammutolì per lo stupore.

Harry si risvegliò dopo molte ore. Aveva i muscoli intorpiditi e un paio di costole fratturate.

«Ciao Harry, bentornato… come ti senti?» la voce di Silente lo raggiunse, mentre riusciva a vedere solo ombre sofocate.

«Che mi succede? Non ci vedo bene!» chiese impaurito il ragazzo.

«E’ l’effetto del fluido rosso che qualcuno ha introdotto nel boccino… ma non preoccuparti l’effetto svanirà presto e poi sei senza occhiali!» lo rassicurò il preside di Howg..

«Professore… mi dica la verità, è stato lei a mandare Jack?»

«Jack? Non mi pare di conoscere nessuno con questo nome…»

«Ma sì, quel ragazzino vestito di bianco che…  no anzi, dimentichi quello che ho appena detto» Harry si rese conto che quella storia non aveva senso, chi ci avrebbe mai creduto?

«Avanti Harry, dimmi di che si tratta». Lo sguardo di Silente era colmo di benevolenza e compassione per quel ragazzo così forte e fragile al tempo stesso, il Preside aveva perfettamente compreso il suo stato d’animo e cercava di farlo parlare.

«Professor Silente… io mi sono fatto molti nemici vero? A iniziare da Voldemort… ma anche nella scuola ci sono persone che mi vorrebbero vedere morto, perché sono “diverso” e molti mi temono e pensano che diventerò come il Signore Oscuro!»

«Non devi pensare questo Harry, tu sei diverso, tu sei sopravvissuto al male e il tuo destino è certamente un altro. Vedi, a volte noi abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi e di cercare la forza di andare avanti dentro di noi… nessuno può aiutarci, darci una mano a superare i problemi… e questa forza tu l’hai trovata… il tuo amico Jack non è nient’altro che la proiezione della tua forza interiore, quella ti aiuta a capire te stesso, che facendoti prendere coscienza delle tue emozioni, ti indica la strada da percorrere per risolvere le questioni»

«Mi sta dicendo che Jack non esiste? Che è una parte di me? La parte migliore?»

«Esatto Harry, diciamo che hai trovato un amico, un alleato dentro te stesso e stai sicuro che non ti tradirà mai e se cercherai di essere sempre sincero con te stesso, saprai esserlo anche con gli altri… e gli altri ti accetteranno per quello che sei» così dicendo Silente gli mise nel palmo della mano una gelatina Tuttitigusti.

«Ora mangia una di queste Harry… sperando che sia al gusto di vomito!»

Il ragazzo la masticò avidamente.

«Gusto menta… stavolta mi è andata bene!»