A TAVOLA

Il piatto caldo sulla tavola non era frutto della moglie, era frutto della rosticceria dell’Esselunga. La moglie era donna in carriera, stava fuori casa dalle dieci del mattino alle otto della sera e non aveva tempo per la cucina. E nel week end desiderava il giusto riposo e quindi sabato sera pizza, domenica a mezzogiorno piatto caldo presso qualche buon amico mentre di sera alcune fette di San Daniele.

Il marito non era uomo in carriera, il marito guidava. Era l’autista di un noto imprenditore della zona che si faceva scorrazzare per l’Italia in cerca di affari più o meno allettanti. Quindi stava fuori di casa, ma solo nelle ore illuminate dal sole, perché l’imprenditore temeva il buio come qualcosa di minaccioso in quanto incontrollabile.

I figli invece studiavano. Studiavano le basi della buona educazione culturale. Erano studenti delle scuole elementari.

è pronto, disse la moglie, come se avesse finalmente terminato il lavoro.

Che c’è di buono?

Rosticceria, rispose laconica la moglie.

Dai, tutti a tavola, aggiunse.

I figli non si mossero.

Il maschio giocava con la PSVita, la figlia con il Tablet.

Avanti, a tavola! disse il marito.

Dobbiamo finire la partita, risposero i figli.

Finitela a tavola, disse la moglie.

La moglie aveva in mano una coscia di pollo, nell’altra lo smartphone.

Lo appoggiava sulla tavola e con il dito faceva scorrere i post delle pagine di Facebook. poi per leggere appoggiava nuovamente il cellulare.

I figli si sedettero ai loro posti.

Il marito mangiava e basta.

Mi passi l’acqua? chiese indefinitamente la moglie.

Nessuno le passò l’acqua.

Qualcuno mi passa l’acqua? alzò la voce.

I figli stavano giocando, con il cibo che si raffreddava nel piatto.

Il marito mangiava in silenzio perso dietro a chissà quali pensieri.

Dovremmo inventare un aggeggio che ci versi l’acqua ogni volta che il bicchiere si svuota, disse poi la moglie versandosi da bere.

Non abbiamo benedetto il cibo, proferì il marito.

La moglie disse: Nelnomedelpadredelfiglioedellospiritosanto.

I figli fecero un gesto rapido con la mano destra, tra un gol mancato di fifa 15 e una piroetta della winx bionda.

Ora mangiate, disse il marito ai figli come se fosse un nuovo inizio.

Misero in bocca un pizzico di carne e la masticarono per dieci minuti per non distrarsi dal gioco.

Siamo sempre di corsa, ma almeno mangiamo insieme, disse soddisfatta la moglie dopo una rapida occhiata a figli e marito.

Dalla televisione partì la sigla del telegiornale.

Il marito si alzò e si piazzò davanti alla tv per carpire i titoli principali.

NUOVO ATTACCO DELL’ISIS.

Il marito scosse la testa. Tornò a tavola, fissò la famiglia e disse:

Il nemico è là fuori, dobbiamo restare uniti.

Nel frattempo il figlio esultò; aveva segnato Tevez.

di Stefano Re

La porta sbagliata

Buio. Qui trequarti di luna, non riuscivano a illuminare per bene i contorni del paesaggio all’intorno. Non era molto importante, quel terreno, quegli alberi, li conosceva bene. Li aveva impressi nella memoria, erano stati fino a pochi anni prima il luogo della sua vita. L’infanzia, passata in una catapecchia, schivando le botte di un ubriacone, che diceva essere suo padre. Asciugare le troppe lacrime di una madre, sfatta, dai troppi parti, dalle troppe bevute, da una vita agra e cattiva, che l’aveva resa madre troppo presto, che troppo presto l’aveva attaccata anche lei alla bottiglia. I suoi fratelli, ormai sparsi, in giro per il paese a elemosinare da altri, da estranei, quegli affetti, quell’amore negato per troppo tempo. Lui no non se ne era andato. Aveva sfidato suo padre e una volta, troppo esasperato dalle botte ricevute, troppo ubriaco quell’uomo rozzo e violento, gli si era rivolto contro. Aveva avuto la forza di picchiare e picchiare duro. In quella tempesta di pugni dati, in ognuno di quelli erano le lacrime versate, i lividi sopportati, il dolore di un figlio che vede anche una madre ormai arresa, vuota di sentimenti e piena solo d’alcool. Era la vendetta per i suoi fratelli, che come lui avevano sopportato, fino ad un certo punto quel clima di terrore. Lui era diventato, ciò per cui era stato allevato, prima un piccolo bullo, poi erano cominciati i furtarelli, gli scippi in un crescendo che lo avevano portato, con una pistola in mano dentro una banca e c’era scappato il morto. Punto. Il processo, la galera era solo tutto di conseguenza. Adesso però la fuga, da quel carcere, dalle sbarre, dalla costrizione di giorni sempre uguali, vuoti per lui. Senza l’ombra della speranza. Non c’era un domani per cercare un’occasione di riprendersi la vita, per ricominciare da capo dopo la catarsi. Niente di tutto ciò, lui voleva solo uscire, evadere, scappare. Sentirsi padrone di se stesso, in una sorta di anarchia costituzionale, che non era mai riuscito a vivere. Attraversò il boschetto, fatto di alti cespugli, rade betulle e un paio di pioppi. Si trovò tra le canne ormai gialle e smangiate del campo di granturco di Van Hool.
– Quel vecchio pazzo – pensò – Ha sempre raccolto il granturco a mano. Agricoltura biologica diceva e intanto, vecchio pazzo quanti soldi hai fatto. Per quante ore hai fatto lavorare quei disgraziati, che arrivati da chissà dove, venivano da te per un pezzo di pane, qualche ora di sonno dentro il tuo fienile e pochi maledetti spiccioli ? Eh, quanti Van Hool?  Sputò in terra a chiudere il discorso. No il discorso non è finito.
 – Verrò a trovarti Van Hool! Oh sì verrò e ti porterò via un po’ di soldi. Forse ti farò mangiare anche un po’ di granturco. Te lo farò mangiare nel porcile, accanto ai tuoi amichetti! –
La gamba gli diede una fitta. La pallottola forse si era mossa ancora un po’!
 – Stupida guardia. – pensò ad alta voce – Perché non sei stata ferma. Non hai messo le mani contro il muro, come ti avevo detto! No, lui ha voluto fare l’eroe. Gli eroi sono tutti morti, ‘fanculo! –
 Sentì abbaiare lontano.
– I cani. Quei porci hanno i cani. Non conoscono la zona e allora usano quelle bestiacce. So come liberarmi anche di loro e poi mi libererò di questa pallottola! –
La luna illuminò il paesaggio all’intorno, un attimo, perforando quel tappeto di nubi scomposte, che fumavano in cielo.
Vide il viottolo e pensò che la salvezza fosse a portata di mano. Sì, il fiume srotolava le sue acque poco distanti, un centinaio di metri, non di più. Ormai era fatta. Strinse i denti per lo sforzo e per il dolore. In quell’acqua che immaginava fredda ormai, nelle notti d’autunno, la sua ferita si sarebbe lavata; il sangue si sarebbe fermato, ma soprattutto avrebbe fatto perdere le sue tracce, immergendosi.
Sentì improvvisamente scorrere la corrente. Il fiume. Lentamente e con accortezza si lasciò scivolare dalla sponda, un poco scoscesa, aggrappandosi ai ciuffi d’erba. Aveva avuto l’accortezza di fasciare la gamba un po’ più forte e la pistola della guardia in un sacchetto di plastica che aveva trovato per strada.
–      Lasciano in giro tanta schifezza. Meno male che questa volta hanno lasciato qualcosa di utile – disse ghignando.
L’acqua, come aveva supposto, era fredda, ma lo aiutò a svegliarsi completamente. Il torpore dovuto alla perdita di sangue cominciava a farsi sentire.
Iniziò a nuotare lento andando verso il centro della corrente, che placida, lo stava trasportando sulle braccia. La luna forò ancora una volta la nuvolaglia e rapido gli apparve il ponte. Ponte è una parola, una passerella e dopo quella c’era un’ansa e il fiume aveva formato una grossa buca. Lì d’estate i ragazzi del paese venivano a fare il bagno, i tuffi, usando la grossa corda che penzolava dal ramo di un grosso pioppo, ancorato alla riva. Da lì, ancora qualche minuto e sarebbe arrivato alla casa del mugnaio. Una stamberga, diroccata, ma con alcune stanze asciutte e una in particolare, aveva un camino. Lì si andava dopo il bagno, si accendeva il fuoco, ci si asciugava, si fumava, si parlava, insomma era il loro rifugio segreto. Il suo e quello dei ragazzi del paese.
Qualcuno aveva scoperto lì il sesso e anche lui aveva partecipato alle maratone masturbatorie della giovinezza.
Lì aveva fatto per la prima volta l’amore o forse qualcosa che gli somigliava. Un tempo che ora non si sentiva più di portarsi appresso. Raggiunse l’ansa e finalmente trovò quei quattro gradini, scavati nel tufo della riva, che permettevano di risalire agilmente l’argine. Il viottolo che portava alla casa, lo trovò quasi subito, non ancora coperto dalle foglie dei molti alberi all’intorno. Dopo pochi minuti era in quella stanza, si appoggiò al muro e di colpo si addormentò.
Dall’altra parte del fiume intanto gli uomini della legge erano arrivati all’argine. Le pile scandagliavano le rive, i cespugli e i cani strattonavano i guinzagli, uggiolando e latrando. Sentivano che quella pista che tanto volentieri avevano seguito stava evaporando e non si davano pace.
Il più alto in grado, alla luce di una torcia, aprì una mappa dei luoghi.
-Più avanti c’è una passerella, andiamo là e proseguiamo le ricerche. Forza che la notte è ancora giovane.-
– No, non possiamo andare di là – fece uno dei conduttori dei cani-
– E perché? Di là è proprietà privata? Me ne frego del mandato. Stiamo inseguendo un evaso e non ci vuole nessun mandato. Ha ammazzato una guardia. E’ il secondo morto che fa e questa volta lo friggono. Aspetta che gli metta le mani addosso e lo porto io personalmente sulla sedia elettrica.
– No – fece una voce nel buio – non si tratta di mandati o altro. E’ zona militare!
Dal buio emerse un graduato, armato di tutto punto, in compagnia di alcuni soldati, parimenti armati.
– Questa notte ci sono i tiri notturni dell’artiglieria e colpiranno dall’altra parte del fiume. Quindi non si passa.
–      Senti generale, di là c’è il mio uomo. Lo voglio, lo promesso ai miei superiori, che gli avrei portato la testa di quel bastardo.
–      Io – serafico il militare – ho promesso ai miei superiori che nessuno, per nessun motivo, questa notte sarebbe entrato nell’area di manovra. Quindi, gentilmente fate dietro front e andatevene.
Così dicendo, alzò la canna del mitra che teneva sotto braccio, così come fecero gli uomini, che erano con lui e, dal buio, venne inequivocabile il rumore di un otturatore di mitragliatrice, che si era armata.
–      Spero che i vostri, colpiscano duro e lo polverizzino.
Nell’aria intanto un rombo lontano, come di tuono, si udì appena, ma più forte, prima il sibilo e un urlo straziante, subito dopo. Un boato fragoroso nell’immediato troncò ogni discorso. Si gettarono a terra poliziotti, soldati, conduttori e anche i cani, spaventatissimi. Era iniziato il bombardamento.
Nella casa, al primo rovinoso scoppio, lui si destò e tentò goffamente, di levarsi in piedi, ma il dolore alla gamba non glielo permise. Si rotolò sino alla finestra, che mostrava ancora un moncone di vetro.
–      Che diavolo succede? – si chiese smarrito e confuso
La zona fu illuminata da bianchi bengala, che lasciavano una vivida luce, spettrale e algida a illuminare una scena di prossima distruzione.
Vide passare da quella finestra due tracce rosse e sentì l’urlo scomposto dei proiettili che arrivavano e ancora lo scoppio tremendo e i calcinacci che cadevano, il vetro che si frantumava e la fuliggine antica che precipitava dal camino. Doveva uscire da lì, fuggire il più lontano possibile; lanciò ancora uno sguardo fuori e intuì che una nuova rossa scia si stava avvicinando e risentì quell’urlo scomposto. Poi basta. Non si accorse che il proiettile da 155 mm aveva polverizzato letteralmente la casa, creando al suo posto un cratere, accanto agli altri.
–      Faccia i miei complimenti alla 3^ batteria – dichiarò il colonnello – Ottimi colpi, tutti a bersaglio.
–      Sarà fatto, signor colonnello – rispose il capitano.
–      Signore – il tenente incaricato delle comunicazioni si avvicinò compunto – il sergente sta rientrando con alcuni civili, sorpresi vicino alla zona di tiro.
–      Come sarebbe a dire vicino alla zona di tiro ? – di rimando il capitano.
–      A quanto pare … – continuò il tenente – Sono un gruppo di poliziotti che inseguivano un evaso e pare che quest’ultimo abbia attraversato il fiume.
–      Un evaso ! – mormorò il colonnello, con un sorriso appena accennato – Mhmm … che abbia aperto la porta sbagliata?

Fu l’estate di Georges

Fu l’estate di Georges.
Nel senso di Calonghi Badellino. Il migliore dei dizionari di latino.
Tutto il sapere tutto, in due volumi neri e pettoruti. Di carta a grana grossa e segni di formica a dire la differenza fra regola ed eccezione.
Bisognava averlo, perché quello di casa ormai cadeva a pezzi e c’era da inventare: il nastro adesivo per pacchetti (marrone, per altro) già si era mangiato intere colonne di parole in giunte provvisorie.
Insomma c’era da prendere una decisione.
Il costo del Georges Calonghi Badellino era imponente e si sommava ai libri di greco e tutto quanto, per la scuola alta.

Perché non vieni a dar ‘na mano, la ragazza va in ferie e te sei svelta, disse la Ines del negozio, una mattina: già da piccola ci andavo per cerniere, spagnolette e ogni tipo di grosgrain, sussiegosa per i compiti maturi che miazia, la sarta, da sempre mi assegnava (scegliere il colore del filo da cucire, contare gli automatici due volte, cose che riempiono di soddisfazione …).

In realtà non c’era un gran da fare, nei pomeriggi caldi dell’estate. Però si stava bene.
La bottega era un luogo di frescura: entravi e la luce veniva da lontano, scriveva un corridoio nell’androne, foderato di pezze di stoffe alle pareti, di manichini con le dita mozze e spilli a modellare improbabili drappeggi sulle spalle.
Il vecchio marmo, che faceva pavimento, dava un frigidino persistente, come in ostaggio fra le ali dei banchi laterali: lì, lì sopra, si poggiavano richieste di bottoni, sospiri per pizzi e taffetas, svelature di calze e sottovesti, campioni di tessuti che chiedevano spighette in armonia.

C’era in fondo solo da ascoltare e poggiare le cose possibili sul banco: sorridere, anche. Ed essere gentili: scomporre le cartine dei bottoni perché facessero proprio il loro occhio e dare un colpetto con il polso: così la biancheria pareva un sortilegio volato fuori dalla scatola, con le pieghe ancora ferme al loro posto.
Piaceva, alla signora Ines, se aggiungevo frasi un po’ da grande … come ha scelto bene,ah, piace anche a me,l’ha comprato pure la miamamma
La vedevo assentire con la testa.

Forse fu questo a darle un’altra idea.
Vieni più presto, domani pomeriggio.
Al banco ammiraglio, quello col cassetto dei conti e dei tesori, c’era un registro, assieme ad una penna.
Scrivi, mi disse, ché non ho mai le idee se muore o si sposa qualcheduno. Scrivi, così faccio bella figura, anche per i battesimi e le comunioni. E’ che ci vogliono parole per tutte le occasioni. Scrivi ben qualcosa pure per gli auguri.

Fu l’estate delle parole in fila, a compensare i vuoti dei clienti con tanti bigliettini in ordine di tema e di lunghezza.
Con nascite e nozze andava a meraviglia, la mistica invece un poco difettava. Ma era nelle frasi di cordoglio (parola sempre odiata con fierezza) che fruttava il lato drammatico di casa. Certe espressioni che sfuggivano a mianonna, certe poesie di Foscolo recitate da miamamma, ritornavano in frasi piene di urne, di ombre e di celesti doti … Scrivevo e rileggevo proprio col magone quei ‘nel giorno della vita più angusto e doloroso’ e mi veniva da tirare su col naso.

L’estate finì ed io fui ricompensata con un moderno baratto fuori norma: due scampoli di lana e di cotone, prima avvisaglia di simil-sfruttamento che germinò in proteste mute e grandi pianti.
Il Georges Calonghi Badellino me lo comprò mio padre.

Il figlio

Superato il grande serbatoio d’acqua appollaiato sull’altissimo pilone bianco e rosso, il treno entrò faticosamente frenando nella piccola stazione di S.

Non era una bella giornata; nuvole cupe nel cielo della mattina rendevano grigia la luce del giorno. Uomini e donne ancora sonnolenti dal viaggio, raccolte le loro cose, povere o ricche che fossero, scendevano i ripidi gradini delle vetture, rischiando continuamente di cadere, attenti come erano a cercare un volto conosciuto o un segnale di parentela tra la piccola folla in attesa sulla banchina.

Lei invece stava attenta al bimbo, che accompagnava per mano: inutile cercare volti o personaggi noti. Nessuno di loro due era atteso, da nessuno. Inutile guardarsi intorno.

Il piccolo si stiracchiava trotterellando trascinato al guinzaglio della mano affusolata e pallida della donna. Lei guardava fuori da quel posto. Intendiamoci, le strutture murarie della stazione erano lì, tutte integre e funzionali alla persistente presenza di quella inconsistente umanità. Ma lei guardava attraverso: vedeva la piazza assolata e polverosa piena di voci e carri e bimbi, davanti la stazione. E poi lo stradone un po’ fangoso. Il muro grezzo del monastero: aveva passato l’infanzia in quel posto, con la cura di suor Maria a farle da sostegno. Era lì che aveva deciso…

Nello stesso medesimo istante lui usciva dal portone bruno del carcere. Percorreva la piccola spianata guardando le nuvole cupe. Non sapeva, non poteva sapere. Eppure camminava verso la pesante costruzione barocca. Bianco candido di biacca e azzurro delle cornici delle grandi finestre. Lui non sapeva, non poteva sapere, che dal portone appena spalancato, lei con la manina piccola stretta alle dita affusolate era già entrata, e seduta su una panca di legno con il bambino accanto, guardava spaesata e fissa lo stesso pezzo di legno antico della croce su un altare semispoglio. Lui non sapeva eppure lì dentro la trovò, sedendo sulla stessa panca accanto al bambino che non girò il capo. Neanche lei lo girò, sebbene lo percepisse che le era accanto. Lui sporse il capo.

– Ciao, sei tornata?

– Dovevo!

– Sono uscito oggi!

– Coincidenza?

– Sei dovuta andare via? Dico, sei andata via tu o ti hanno cacciata!

– Ha importanza?

– No, era per sentirti parlare.

– Oliver?

– Cammina, cammina di nuovo, anche se male!

– Non avresti dovuto…

– … lasciarlo vivo? Dopo quello che ti ha fatto?

Lei abbassò la testa.

– E ora?

– Non ho idea, so solo che in quel posto non potevo più stare. Troppo odio, rancore…

Lui si alzò, stese la mano verso il bambino che depose nel palmo ruvido la sua manina destra. La piccola sinistra agganciata alle dita affusolate di lei stringeva, stringeva forte.

– Andiamo a casa!

– Quale casa?

– La nostra! Abbiamo un figlio da crescere.

– Ma non credo sia tuo!

Lui guardò un attimo il bambino e le mani di uomo e bambino strette.

– Tu pensi?

Lei scosse la testa, guardò il chiodo confitto nei piedi di legno e sorrise.

– No! Credo sia nostro. Andiamo a casa?

Loro si incamminarono fuori. Lei pensò a suor Maria e al suo viso raggiante quando le disse che avrebbe preso i voti. Pensò a Oliver ubriaco e alle sue orrende mani unte. E poi pensò al mare. Alla spiaggia la sera. Lui aveva le mani grandi, ruvide, ma su quella spiaggia lei le ricordava gentili sulla sua pelle tremante. Calde, tenere, come la manina piccola stretta sulle dita affusolate pallide. La proteggevano utilizzando la cura previdente. 
E pensò che era felice. Girò lo sguardo indietro, laggiù in fondo allo stradone dal portone aperto vedeva un viso chinato di legno. Sussurrò qualcosa. Anni dopo il ragazzo parlando della madre sostenne fosse un grazie! Pensando che anche lui era stato felice, con Manuel.

Alexia

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Oggi è il 7 luglio duemila. È il giorno del mio trentesimo compleanno, Qualcuno direbbe che è un bel traguardo. Per me è un giorno come un altro. Anzi mi infastidisce ammettere che il tempo passa. Mio padre, se fosse ancora in vita, affermerebbe che è una data storica. Per quello che ricordo lui riconduceva tutto alla storia come se questa fosse l’involucro che conteneva tutto il mondo. Osservava qualunque fatto, come se fosse un evento che ha segnato la storia dell’umanità. ‘Ludovico, ogni cosa smetterà di apparirti insignificante, se la incastri in un contesto storico’. È così che mi diceva, più o meno, mentre io annuivo per nulla convinto.

L’ascoltavo assorto ma alla fine mi diventava complicato seguirne il suggerimento. Mi sono sempre chiesto quale importanza o interesse potesse avere la storia in ogni istante della mia vita. Io sono un dei tanti uomini che nascono, vivono e muoiono in ogni istante, Qualche volta ci ho provato a infilare la mia vita nel contesto storico ma è stato un fiasco colossale. Forse ho sbagliato contesto ma in quale mi devo confrontare? Boh! Non saprei ma lasciamo perdere questi suggerimenti di mio padre, che riposi in pace, e torniamo al presente. Ma no. Proviamoci ancora. Non si sa mai che stavolta ci azzecchi.

Sei anni fa, durante l’allenamento settimanale di basket, mi sono lussato la spalla destra per un fortuito scontro col pivot titolare. Quindi addio sogni di gloria di ricalcare le orme di Meneghin, il mio idolo giovanile, e finire ricoperto d’oro nella NBA. A dire il vero pare che non sia dispiaciuto a nessuno. Nemmeno a Riccardo, il mio coach, che invece se ne è accorto solo per l’urlo di dolore che ho cacciato. Osservò distratto il braccio destro in una posizione del tutto inusuale e chiamò Osvaldo, il massaggiatore. ‘Accompagnalo al pronto soccorso’ fu tutto quello che disse. A pensarci bene in questo momento un certo nesso con la storia c’è. Quale? Mi chiederete. La storia del basket, naturalmente. Di certo non la scriverò adesso ma neppure sei anni fa l’avrei scritta. Se a ventiquattro anni fai ancora il panchinaro numero dieci, vuol dire che sei talmente scarso da diventare un signor Nessuno. Il tuo nome viene usato solo perché a referto ne servono dieci e non sempre ci sono.

Ricordo bene il commento di mia madre, quando mi ha visto recapitato a casa come un pacchetto postale. Quelle parole sono rimaste impresse nella mia memoria. Non tutti i mali vengono per nuocere. É sufficiente osservare il lato positivo di tutti gli eventi. Traduco per voi, che non conoscete il suo linguaggio pratico. In sostanza voleva dire: ‘finalmente niente più tute, magliette, pantaloncini e calzettoni, intrisi di sudore da lavare e stirare. Niente più ginocchia e gomiti da rattoppare alla meno peggio‘. Gli occhi si sono illuminati di un sorriso, mentre ha scritto il suo nome sulla fasciatura rigida che m’immobilizzava il braccio destro contro il petto.

Ho provato a mettere in pratica il suggerimento di mio padre ma ho incontrato solo difficoltà che mi hanno fatto desistere quasi subito. Eppure era uno che non parlava tanto per dire qualcosa ma per raggiungere un obiettivo. Quale, che fosse, non l’ho mai saputo comprendere né allora né adesso che sono più maturo. In realtà mi sono sempre detto che seguirlo, sarebbe come inseguire una fata Morgana. Sembra sempre a portata di mano ma ti sfugge al momento di raggiungerla.

Dovrei parlarne a quattrocchi con lui, solo che non è più possibile. Le domande sarebbero numerose ma quella che gli chiederei per prima è con quale stravagante idea mi ha chiamato Ludovico. Non che sia brutto o che mi rechi nocumento ma perché ha scelto questo nome sicuramente inusuale e un po’ pomposo. Lui si chiama, anzi si chiamava, Aldo Sbroccati, mia madre Elsa, il fratello più grande Paolo, e l’altro Antonio. Insomma tutti nomi normalissimi. Quasi anonimi. Per me invece il nome di un grande, Ludovico Ariosto, poi di Ludovico Sforza, detto il Moro e una altra sfilza di personaggi tutti collocati nel medioevo o nel rinascimento. Insomma, me ne dovete dare atto, un nome pesante da portare. Lungi da me di voler polemizzare coi miei genitori ma tuttavia quel nome pesa. Alexia, la mia miglior amica, afferma sempre che un nome vale l’altro. ‘Che dovrei dire? Quella x mi fa impazzire e tante volte ci dò a monte. Tanto non capirebbero‘. Dovrei darle torto?

Con Alexia vado veramente d’accordo. Mai uno screzio, anche nelle discussioni più accese. Sono single, come lei ma tutti pensano che facciamo coppia. E noi fingiamo di esserlo per burlarci degli altri.

Ci conosciamo dalla scuola materna e da allora non ci siamo più lasciati, nemmeno quando ho abbandonato il mio paese natio e mi sono trasferito al nord, in una grande città. Lei mi ha seguito. Ridiamo, quando ricordiamo la prima volta che ci siamo visti. Avevamo entrambi tre anni e stavamo instabili sulle gambe un po’ gracili. Mia madre mi aveva portato nel grande salone e poi mi aveva abbandonato lì. Ero rimasto senza parole ma col viso rigato da lacrime. Stavo impalato in mezzo ad altri bambini urlanti che conoscevo ma coi quali non volevo mischiarmi. Stavo meditando di infilare la porta e riconquistare la libertà, quando è arrivata lei, Alexia, aggrappata alla gonna di sua madre. Una situazione buffa. Io piangente in silenzio che voleva scappare, lei che urlava per non lasciare la madre. Non avevo mai visto in paese quella bambina, piccola, bionda e un viso incantevole. Forse è arrivata da poco, mi dissi, smettendo di frignare. Lei mi guardò e si staccò dalla madre per prendermi la mano. Siamo rimasti così per l’intero giorno. Quando è stato il momento della mensa non volevamo lasciarci ma obiettivamente sarebbe stato arduo mangiare io con la sinistra e lei con la destra. Abbiamo concordato una tregua per tempo di mangiare qualcosa.

Alle cinque del pomeriggio, quando le nostre mamme ci sono venute a prendere, hanno avuto il loro daffare per convincerci che la mano l’avremo tenuta domani e che per oggi era più che sufficiente.

Il dramma maggiore è stata la scuola. Se per le elementari non ci sono stati problemi, perché le nostre mamme sono riuscite a perorare la nostra causa. Abbiamo fatto i cinque anni con la maestra Zoppi. Non ridete. Si chiamava così ed era un donnone energico e manesco e tutt’altro che zoppa. Alla scuola media si era messa male. Nel nostro paese c’erano alunni per formare due classi. Una con la lingua inglese e l’altra col francese. Naturalmente io ero finito nella sezione con l’inglese, lei in quella col francese. Entrambi puntammo i piedi, minacciando di disertare la scuola. Però spostare uno da una sezione all’altra avrebbe alterato gli equilibri, faticosamente raggiunti. Per diversi giorni fu un continuo conciliabolo tra le nostre madri e i professori per trovare una soluzione, finché un ragazzo fu disponibile a scambiare il suo posto con me. Eravamo di nuovo riuniti.

Vivevamo in simbiosi e per tutti eravamo ‘i fidanzatini’. In paese dicevano che presto ci saremo sposati. Tre anni passano in fretta e al liceo classico, dove ci eravamo iscritti, non fu necessario nessun baratto. Come se lo avessero saputo, ci misero nella sezione A, quella che aveva come lingua straniera il tedesco.

Prendevamo alle sette di mattina il pullman per andare in città. Erano trenta chilometri di strada stretta e tortuosa, che si faceva a passo di lumaca. Quasi un ora, quando andava bene. Noi studenti l’abbiamo battezzato ‘Speedy Gonzales della bassa‘ con quel senso di humour tipico di chi si credeva già grande.

Cinque anni grandiosi per quel senso di libertà che si provava uscendo di casa alla sei e mezza e ritornare alle tre del pomeriggio. Nel mentre io ero cresciuto come il colosso di Rodi e il prof di ginnastica mi aveva avviato al basket. ‘Se ci metti impegno’ aveva pronosticato ‘puoi diventare un crack’. Io ci ho creduto ma sapete tutti come è finita. Lei invece è diventata bellissima. Occhi blu, capello biondo naturale, un fisico da modella. Forte del mio fisico bestiale ho tenuto alla larga tanti cicisbei che le ronzavano intorno come vespe fastidiose.

Quando ci siamo trasferiti al nord per cominciare a lavorare, abbiamo preso un’appartamento in comune con due stanze da letto. Io lavoro come analista in un’azienda informatica, lei come consulente in una società che fornisce servizi. Così per lavoro spesso ci separiamo fisicamente ma virtualmente siamo uniti con Whatsapp e Skype.

Oggi sono triste perché il mio compleanno lo festeggio in solitudine. Alexia non c’è. É fuori con un collega. Però qualcosa mi dice che presto rimarrò da solo.

Patrizia

Tratta dal blog di colorsontheroad.wordpress.com

Tratta dal blog di colorsontheroad.wordpress.com

Patrizia ha tentato il suicidio e non le è andata bene. Ci siamo incontrati vicino casa sua. Abita in un piccolo monolocale alla periferia di una città di mare. In una zona dove le case sono fredde, umide e con le finestre di legno, scrostate dal tempo. Sono ammassi di cemento grigio sporco, mentre una volta erano bianchi, sono stati edificati alla rifusa, laddove prima c’erano degli orti. L’aria del mare arriva intorbidita dagli odori della città.

Ho fatto fatica a trovare il posto che mi ha indicato, perché non sono pratico della zona. É vicino alla sua abitazione ma le strade sembrano disegnate da un ubriaco. Non una dritta ma tutto è una contorsione da epilettico. Mi sono trovato spesso al punto di partenza senza aver capito come ci sono arrivato. Però alla fine dopo aver pazientato, ho seguito le sue indicazioni e finalmente ci sono.

Di comune accordo avevamo scelto un luogo poco visibile agli occhi della gente: una striscia stretta, delimitata da due muretti paralleli, che fungono da confine a dei giardini. Pare la terra di nessuno di un campo di battaglia. Erbacce e rifiuti, ammassati nel tempo da persone poco scrupolose. La vista non è esaltante. In lontananza prati abbandonati, pronti a essere colonizzati da nuove costruzioni. Le facciate delle case nei dintorni hanno le finestre serrate. Le abitazioni paiono abbandonate. Il verde, che le circonda, è inselvatichito per la mancanza di manutenzione. Un spettacolo poco esaltante

È un posto simile a quello in cui abitavo con i miei da ragazzo, quando la città era più piccola e il mare era ancora visibile. Però i giardini erano più curati e le vie erano animate dalle grida gioiose di noi bambini, che si spegnevano solo quando il sole era già tramontato. Qui c’è più desolazione e si sentono solo il rocco gracchiare dei corvi che lottano coi gabbiani per la supremazia del luogo.

Non so il perché ma anche allora la casa peggiore era abitata. Mi domando come si sia trasformato quel luogo nel tempo. Non ci sono più tornato da quando assieme ai miei ci siamo trasferiti in una periferia triste di casermoni tutti uguali, che mi ricordano quelli dei paesi comunisti.

Scaccio questi ricordi, perché sono in ritardo. Ho perso molto tempo nel girovagare alla ricerca del posto. Per fortuna Patrizia non c’è, così mi metto seduto su un muretto che si affaccia su un giardino, dove un tempo c’erano dei rosai ormai diventati selvatici. Degli alberi rinsecchiti non fanno bella mostra. A guardare quello sfascio divento malinconico. Però mi devo dominare. Guardo l’orologio. Sono le due del pomeriggio. Alla fine sono riuscito a fare tardi, talmente tanto che spero che Patrizia non sia tornata a casa dopo avermi aspettato per più di un’ora.

Cerco di comporre il suo numero ma non riesco a tenere ben aperti gli occhi, che bruciano per via del sole. Sono grigi azzurri talmente chiari che dovrei proteggerli con degli occhiali scuri, che mi dimentico sempre di portarli con me. Le lascio un messaggio sul cellulare. É questo il modo con cui comunico con i miei ‘utenti‘. Abbiamo un modo spiccio per parlarci. Una specie di codice, che ci permette di intenderci subito. Spengo il telefono.

Accendo una sigaretta, anche se ultimamente fumo poco. Sto pensando seriamente di smettere ma non mi decido mai. In compenso riduco giorno dopo giorno le quantità di nicotina che passano nei miei polmoni. Sto facendo una tirata, quando vedo Patrizia all’inizio del viottolo. La riconosco dalla camminata: sempre a testa bassa e con le mani dentro la giacca di pelle scamosciata consumata dal tempo. I capelli sempre arruffati come se si fosse appena alzata. Sono scuri ma qualche filo bianco si intravvede qua e là. Non li tinge ancora ma presto dovrà farlo. Almeno questa è la mia impressione. Gli occhi sono grandi ma spenti da una vita di sofferenze. Sarebbero anche belli con quelle venature di azzurro ma hanno perso la vivacità di un tempo. L’osservo mentre si avvicina. Non mi ero mai accorto che le gambe fossero leggermente arcuate e sproporzionate nelle loro dimensioni.

Rimango sul muretto, pensando che ne avremo parlato in quel posto. Mi sbagliavo. Patrizia in silenzio mi fa cenno di seguirla. Camminiamo taciturni lungo un viottolo che non conosco. L’autunno è arrivato e si vede. Gli alberi sono colorati e il cielo è grigio cenere. Si avverte che il mare è vicino, perché il rumore della risacca si fa sempre più chiaro e l’odore di salsedine più acuto. Non avrei mai creduto che quel posto distasse così poco dalla spiaggia. Probabilmente quel grumo di case d’estate si animano coi turisti che vogliono spendere poco.

Un muretto basso divide il sentiero dalla spiaggia. Osservo con stupore la sabbia: è stranamente di due colori diversi, metà nera e metà bianca. Mi domando il motivo senza trovare risposta. Non sono venuto fin qui per fare filosofia spicciola ma la mia attenzione è catturata da carte e immondizia, sputata dal mare, che formano macchie sparse qua e là al centro della battigia. Ci sono anche una montagna di pezzi di legno e canne di bambù. ‘Sono troppo lontane dalla riva per essere state portate dal mare‘ mi dico. Intorno a noi non c’è nessuno a parte un pescatore, che non pare molto intenzionato a catturare qualche preda. Il mare è una tavola con sfumature verdi e blu, illuminato dal sole di novembre, dove galleggiano placide buste di plastica e assorbenti.

Patrizia si mette seduta di fianco a me. Ognuno di noi ha la schiena rivolta dalla parte opposta all’altro. Lei guarda il mare, mentre io mi sono girato con la testa per farmi notare e rimango in attesa che mi parli.

Quando dopo qualche minuto di silenzio apre la bocca, posso notare la mancanza di cura verso i suoi denti. Sono gialli e qualcuno manca.

Se non fosse così sporco, potremmo anche stare a guardarlo per ore non trovi?” Esordisce Patrizia. Annuisco. La conversazione non ha preso il sua abbrivio naturale. Questo mi basta per capire che si sente a disagio, ha paura.

Non è la prima volta che mi capita di vedere una persona che ha timore di quello che succederà dopo, quando ha preso la decisione.

Questo credo che sia il mese più adatto” gli faccio. “I turisti delle grandi città se ne sono andati. Saranno pochi o quasi niente le persone che desiderano vedere il mare d’inverno. Poi è tanto sporco, che non invoglia nessuno a venire in questo posto” dico, cercando di esprimermi in modo amichevole e convincente.

Non viene più nessuno da queste parti, neppure d’estate. É diventato un paese dormitorio questo. Lo vedi quel pescatore?” Mi indica quello che avevo notato prima, facendo un segno con il capo. “Quello è Carmelo, un carabiniere in pensione. Viene tutti giorni a pescare ma non tira su mai nulla. Anche i pesci non vengono più in questo posto”.

Non capisco, se le parole di Patrizia vogliono essere una semplice battuta. Quindi attendo a rispondere e cerco di scrutarla alla ricerca di un indizio che mi faccia comprendere, come proseguire nella conversazione. L’approccio è una cosa che conta molto in quello che faccio. É importante non solo quando ci incontriamo la prima volta ma anche e soprattutto dopo. Non mi posso permettere una frase di troppo, un atteggiamento errato. Non posso sbagliare in nessun dettaglio. Patrizia però è immobile, in lei non traspare nessuna emozione.

Eppure, mi dico, qualche istante fa mostrava paura, mentre adesso pare una statua di sale, una sfinge dallo sguardo impenetrabile. Provo ancora a cogliere il suo sguardo ma lei, fianco a me, fissa il mare senza muovere un muscolo facciale.

Sono un esperto in materia e per questo motivo sono molto ricercato e il lavoro non mi manca. Però qualcosa oggi non funziona e non riesco a comprenderne i motivi.

Si crede erroneamente che, chi vuole suicidarsi, non lo dica, non lo faccia capire in nessun modo. Invece chi si toglie la vita, ha lasciato indizi qua e là, disseminandoli in giro con arte, affinché gli altri capiscano. Basta osservarli con attenzione, perché manifesta la sua intenzione più o meno apertamente. Se ci si trova a contatto con una persona che esprime la volontà di farla finita, è importante ascoltare quello che ha da dire, darle il tempo di tirare fuori tutto quello che ha dentro. La carta vincente è che non ci si deve sentire obbligati di darle consigli né di rassicurarla, affinché rinunci al suo proposito. Una persona col desiderio di suicidarsi ha prima di tutto la necessità che delle orecchie e un cuore le siano vicini e la comprendano.

Per questo oggi sono qui.

LA LAMPADINA

Era stanca di fare luce e di non essere apprezzata. Avrebbe voluto appartenere ad un grande lampadario, come suo nonno e come sua madre, invece era finita dentro una piccola abat-jour in una minuscola stanza dove dormivano due fratellini. Proprio come era successo al padre, solo che lui aveva accettato per tutta la vita quell’impiego, mentre lei non l’avrebbe più fatto. Aveva sognato una vita differente, magari come assistente di un nuovo signor Volta, uno che avrebbe illuminato il mondo in maniera diversa; uno scienziato con le idee illuminanti come il sig. Galvani.
Invece stava lì, appollaiata in quell’abat-jour, dopo che per qualche tempo l’avevano anche sostituita con una lampadina azzurra, che faceva una luce così fioca che quasi sembrava d’essere al buio. Un affronto. Così decise di spegnersi, e con una magia che aveva imparato durante le scuole, si spense senza bruciarsi. “Quando si accorgeranno della mia forza e bellezza, mi monteranno su un lampadario di lusso”, pensò.
Così, quando uno dei due fratelli giunse a ridosso della stanza e accese la lampada, il buio non si dissipò. Chiamo il papà e gli disse che non funzionava più l’abat-jour e il padre svitò la lampada e cercò di capire se si fosse bruciata. No, era integra. Perché non funzionava? Cerco nell’armadio e provò una nuova lampadina, che appena avvitata decise di fare luce. “Funziona!”, gridò il bambino.
E la lampadina che voleva fare da assistente ad un nuovo inventore, finì nell’armadio e restò suo malgrado al buio. Integra ma senza servire.

di Stefano Re

Perché uccido

Con le mie più profonde scuse, ma mi ero proprio dimenticato. Chiedo ancora scusa.

 

Parlare, raccontare di aver ucciso qualcosa di se, non implica necessariamente darne una spiegazione. Questa può essere letta tra le righe, cercata tra le parole o con più difficoltà tra i sottintesi. Così sfuggenti,  così labili nella loro essenza, tali da poter procrastinare le parole decisive in un momento stabilito, o meglio da stabilire. Come se la fuga possa collante di un “continuum” tra quelli e l’omicidio. L’omicidio di una parte di noi, in qualche maniera, si può paragonare a una fuga.  Fuga da una responsabilità, fuga da un evento, che in qualche maniera poteva essere foriero di un cambiamento o di un ristagno della nostra situazione. Cambiare porta sempre a un’ansia, a una paura, ancorché legittima, del futuro e di come ci si può presentare. Non sappiamo se volgere la nostra esistenza porterà gioia o affanno e in quale misura. Lasciamo una donna, perché il rapporto è diventato ingombro di macerie e ci rifugiamo nell’apparente solitudine. Abbiamo ucciso il nostro modo di amare, forse perché non all’altezza, forse perché desueto; o forse perché dietro l’angolo c’è un’altra occasione amorosa. In uno dei due casi ci siamo trovati inadeguati, ci hanno fatto sentire tali e il nostro piccolo o grande mondo si è sciolto come neve a primavera. Le aspettative riposte in noi, non si sono manifestate nella loro pienezza. Abbiamo sbagliato contesto, banalmente consumato il tempo, nostro e dell’altra. Nell’altro abbiamo riposto le speranze nella persona sbagliata, che non ha voluto leggere nel nostro fare, la nostra essenza. Per l’ultimo, abbiamo colto un’occasione, o ce la siamo regalata, e improvvisamente sparigliando le carte abbiamo deciso di troncare e di ricominciare tutto da capo, con un’altra persona. Il più delle volte, senza una spiegazione, senza rimorsi, senza rimpianti; non interessandoci della crudeltà del nostro atto. Sono da considerarsi vere queste considerazioni, oppure la semplice paura di agire in un verso o nell’altro soddisfa la risposta: perché uccido? Dobbiamo cercare più in profondo, se esiste questo profondo, se esiste il fondo, da cui poi possiamo innalzarci, come cetacei, per poter tornare a respirare? Oppure quelle banali considerazioni le traiamo per buone? Credo che ognuno di noi abbia forti e sentiti motivi, per compiere un omicidio. Per sopprimere una parte di se occorre ben pensare a ciò che si vuol eliminare. Come dicevo prima: un amore, divenuto molesto. Può essere pure un lavoro, ormai sentito solo e unicamente come ripetuta sequenza di azioni, scevro da motivi di orgoglio personale, senza incentivi d’ordine economico, che pur ci vogliono, senza insomma quella somma di cause che producono l’effetto desiderato. Ecco che l’omicidio si giustifica da se. Possono ritornare, però, le paure precedenti. Il passo che intraprendo potrà portare quel cambiamento tanto auspicato? Oppure la strada intrapresa, si risolve in un’altra preparazione per un ennesimo omicidio? Quasi che il cane si morda la coda, in un perverso gioco senza fine. Occorre allora spezzare questa spirale; bisogna avere la certezza di ciò che si vuol compiere, o comunque avvicinarsi il più possibile a essa, per non essere intrappolati, in un labirinto senza uscita. Darsi una motivazione. Io uccido perché … Senza, è solo suicidio. Una bella morte, foscoliana, ma sì perché no. Di suicidio, però, si parla. L’omicidio, come atto irreversibile, parte da più lontano. Affonda le motivazioni, in fatti, in situazioni, in epoche che possono sfuggire a un’attenta e minuziosa disamina. Se mescolati insieme, però, con attenzione o con affanno, quelli sono gli addendi che danno inevitabilmente la somma fatale. Ecco che è congrua la domanda. Ecco che è giusto andare alle radici del nostro agire. La “bella morte”, può essere un episodio, manipolabile da chiunque, che ne voglia trarre profitto o più tristemente, diletto. Nell’uno e nell’altro caso credo che rimanga in bocca il fiele di un’opera che deve considerarsi catastrofica per gli effetti. Si rischia di essere lo zimbello o trasformati artatamente in quello.
L’omicidio preordinato, pianificato, se vogliamo minuzioso, trova sempre chi è disposto a giustificarlo, noi per primi. Lo stato di necessità è il motore pulsante, vivo e apparente dell’azione.
Come in questo caso. Lo stato di necessità mi ha spinto a scrivere non tanto di cosa ho ucciso di me, ma di come sono venuto in contatto con l’omicidio e di come ho agito in vari momenti della mia vita. Una disamina del proprio essere della propria vita, fosse anche un episodio marginale, non è da tutti mostrarlo candidamente. Sciorinare i panni in piazza non è facile. Il coraggio, chi non ce l’ha, non se lo può fabbricare. Se di coraggio si deve parlare. La ritrosia può essere solo una sorta di pudore dei propri sentimenti, forse che parlando del perché alla memoria riaffiorano quelle azioni sanguinarie, che si sperava di aver dimenticato, cacciate in un angolo della memoria, in un sarcofago sigillato. Eppure l’occasione colta, quel narcisismo di cui siamo tutti forniti, in diversa misura, mi ha fatto ricordare i fatti e le occasioni avute e perdute. Per questo ho scritto dei perché e non di cosa o di chi mi son sbarazzato. Fare memoria delle proprie azioni e assumersene le responsabilità, penso sia più significante.
Non per questo sono di minor significato i racconti di chi, ha ammesso un suo omicidio. E’ stato altrettanto duro, difficile averne memoria; narrarlo con quella spietata immediatezza e sincerità che manifesta il dolore dell’azione compiuta.
A tutti i rei confessi vanno i sensi della mia più partecipe doglianza.

I giorni lisci

Quando mio padre era lontano, per giorni e giorni, in casa le giornate si facevano lunghe, senza capo né coda, col tempo che non lasciava un segno, solo quello struggimento che viene verso sera, quando pare di non aver niente da trattenere, neanche per dire “domani invece …”
C’è che il tempo ha bisogno di sussulti per essere ricordato, sassi a tradimento per il salto dal prima al poi: basta il poco di una cavalletta appollaiata sull’armadio, insensibile alla scopa, o la ricerca del grillo che ipnotizza, chissà in quale angolo della casa, chissà.
I giorni lisci, invece, non hanno nulla, neppure un crespo che faccia inciampare: sono insaponati e opachi.
I giorni lisci facevano paura, anche allora li avvertivi nell’aria, quando la telefonata di chi era lontano non arrivava, quando il budino San Martino (gusto vaniglia) appariva per quel che era, un latte plasticato e profumato, … e non bastavano i quadretti bianchi e rossi della tovaglia a fare famiglia.
Allora la Rosa miamamma  tirava fuori i tesori.
C’era un cassetto largo.
Gerarchie di scatoline di latta, impilate.
Molti bagliori di vecchie catenine e anelli orfani di pietra e orecchini scompagnati.
Nel cassetto dormiva il rito della prova.
Al centro del letto, insieme.
Bisognava crederci.
E indossare, paziente nel gioco del passamano e degli stupori, la geografia della provenienza, la storia delle storie.
“Mettilo, il pendente con la perla piatta, col vellutino nero, che è della nonna d’Este. Dai mettilo, che  hai la faccia di una volta, tu,… ti  sta bene sai …E varda le clips con gli zirconi, che quando sarai grande, te le metti su una cintura..”
Lo odiavo, io, il pendente e anche le clips, ma aveva un modo la Rosa miamamma che a dirle ‘no’ pareva di romperle i sogni.
Poggiavo il collarino sulla pelle chiara, e pure il giro di ingranate, e passavo e ripassavo gli anelli per le dita e dicevo … sì … sì … bello bello.
E la Rosa miamamma aveva guizzi negli occhi a guardare e carezzare le sue cose, quasi a pregustare quella che sarebbe arrivata ultima, per il gioco dei desideri.
Una specie di guscio bianco: dentro, due grosse pietre senza colore, due pietre di luce, senza montatura.
“Valgono tanto queste.”
“Come una casa?”-diceva il bambino.
“Anche come due case”- la Rosa miamamma si allungava un poco di più sul letto.
“Ma chi è che lo dice?”- facevo io, perché la parte della cattiva qualcuno la deve pur fare.
“Si sentono queste cose, si sentono. E poi son vecchie e una volta mica facevano le pietre finte…”
“Allora siamo ricchi”- insisteva il bambino.
“Ah sì sì, se le vendiamo, siamo ricchi e mettiamo su il termosifone, però è bello l’odore della legna, non ce n’è un altro. Magari compriamo la cucina svedese, ma son così fredde le cucine svedesi, meglio un tappeto … veh così poi la zia Leda ci inciampa…”
In pochi minuti sfilavano davanti agli occhi tutte le magie del possibile, come lampi di cose raggiungibili e poi rifiutate, senza fatica.
Si usciva appagati dal gioco dei desideri, dopo essere entrati in negozi con grandi specchi, in case calde senza stufe, piene di tappeti azzurri.
Si riponeva il guscio con le pietre di luce, per una felicità da spendere un’altra volta, da ritardare, come una pesca un poco dura, ma che sarà dolce domani, matura di attesa.