Enigma

Enigma

Lo infastidiva quel crocchiare delle foglie morte sotto i sandali. Persino l’aria gli appariva pesante, quasi fosse premuta da un cielo basso, sporcato da nuvole d’ardesia. I suoi tic, tenuti a bada da un’ostinata disciplina, si scatenavano proprio in quel clima di tramonto torbido, senza bagliori di luce. Anche le pagliuzze che s’impigliavano nella tonaca gli sembravano malevoli ostacoli da dover evitare con tutte le sue forze. Il monastero non si mostrava ancora all’orizzonte. Ma quel frate innervosito non sapeva vederlo come un rifugio, un luogo protettivo. Chiuso là dentro, fra quelle mura, l’oppressione voleva schiacciarlo, togliendogli il respiro. Eppure là doveva tornare, senza possibilità di scampo.
Alzando lo sguardo all’improvviso, gli apparve il massiccio portale da sempre incombente come una minaccia. Da tempo, ormai, vedeva i particolari di uomini e cose in luogo del loro complesso, come se il suo occhio interiore vivisezionasse la realtà.
Un’auto piccola, di colore chiaro, stazionava a pochi passi dall’entrata. Proprio nel momento del suo arrivo, dallo sportello spalancato, uscirono due gambe agili, nude – nonostante l’aria autunnale – cui fece seguito una figuretta snella, molto aggraziata .
«Buonasera, Padre Egidio»
– Cosa fai di bello da queste parti, Lina?
«Mi ha chiamata il Padre Priore perché lo aiutassi a riordinare la biblioteca. Sa bene quanto io ami i libri antichi.»
– Non è un po’ tardi per mettersi al lavoro?
«Il Priore ha detto che basterà poco tempo per affidarmi il primo compito che dovrò perfezionare in questi giorni…»
Entrarono insieme nel buio androne, rischiarato solo da strette finestrelle, dove si poteva respirare un mix di odori di cucina, cera da pavimenti e incenso. Egidio detestava questo cocktail olfattivo a cui si era rassegnato con dispettosa fatica.

***
Si era fatta notte e Lina, dedita al volontariato nel convento, non era tornata a casa, creando ansia nei genitori e fratelli, abituati alla sua obbediente disciplina.
Eppure, la piccola utilitaria azzurra era ancora là, parcheggiata vicino all’ingresso, in quell’alba vestita di perla.
Sì, il Priore dichiarò di averla fatta chiamare, aspettandola invano.
Nel primo pomeriggio si presentarono due carabinieri, in seguito alle sollecitazioni della famiglia, caduta nell’angoscia più nera.
Di Lina nessuna traccia.
Solo l’auto azzurra parlava silenziosamente di lei.

***
John viveva in un seminterrato del convento. Raccolto, trovatello a cinque anni d’età, in qualche modo cresciuto, riceveva dai frati vitto e alloggio, in cambio di suoi servigi nell’orto e nelle pulizie dei vasti spazi di quel tortuoso convento. Tortuoso, perché le stanze sembravano rincorrersi avvitate, insidiose, quasi fossero naturale teatro di un romanzo giallo, dove il protagonista teme la propria ombra, ascoltando la funebre cadenza del suo cammino sul cotto consunto.
Era un mezzo sangue quel povero ragazzo di cui si conosceva solo il nome. Il cognome glielo avevano regalato i benedettini – Diotaiuti -, privato persino di apostrofo, tanto non era il caso di largheggiare, visto che John non possedeva nulla, forse nato da una prostituta di colore e da un uomo bianco, non si sapeva bene come né quando.
Naturalmente, fu il primo sospettato. Lo torchiarono ben bene, mettendolo in contraddizione, terrificandolo. Tutti addosso a lui, frati compresi, senza escludere Padre Egidio.

***
Le ricerche continuarono per mesi.
Prima condannato, John ritrovò la libertà per assenza di prove. Non avendo dove andare, restò al convento, sempre più taciturno e disperato.
Un nuovo sopralluogo non diede alcun risultato.
Sembrava che Lina si fosse volatilizzata, sparita nel nulla.
I cani-poliziotto annusarono, per l’ennesima volta, da cima a fondo tutte le stanze del convento. Perlustrarono, fin dove fu possibile, la vera da pozzo, mirabilmente decorata, che troneggiava al centro del cinquecentesco chiostro ellittico, inquietante per la sua forma sbilenca. Non si trascurarono i sottotetti, le cantine odorose di mosto, gli interstizi più segreti. Le celle dei frati furono rovesciate come guanti. Si scavò nell’orto e nel giardino. Furono divelte lapidi nella chiesetta centrale.
Eppure, Lina era stata lì, perché fu trovata all’improvviso una sua sciarpetta di seta, prontamente riconosciuta dalla madre, incagliata, non si sa come, sotto un gradino della scala laterale, quasi fosse stata messa lì a bella posta, come uno sberleffo della sorte.

***
Si era sempre più persa ogni speranza di ritrovare la sfortunata ragazza, inghiottita dal macabro convento.
Solo la madre, nel frattempo rimasta vedova, continuava a chiedere giustizia e ad invocare nuovi sopralluoghi e ricerche all’interno di quel luogo di preghiera, divenuto inesorabile tomba.
Nel frattempo, il vecchio Priore e due frati anziani erano passati a miglior vita.
Padre Egidio, sempre più assente ed incupito, sembrava coltivare un suo fosco segreto come un fiore malato, annaffiato da sordidi, carnali pensieri.
Grazia Giordani

Grazia Giordani

 

 

  1. Bello questo mini racconto che pare aver tratto l’ispirazione di un fatto di cronaca avvenuto a Cesena, oltre vent’anni fa, quando abitavo l’ non molto distante dal convento, che spesso era la meta delle nostre passeggiate.
    Ben costruito e narrato lascia intuire che fine ha fatto Lina e come padre Egidio conosca la verità.
    Felice serata
    Un abbraccio
    Gian Paolo

    O.T. Sto preparando la scaletta per gennaio 2013 e pensavo se ti va bene la data del 9 gennaio.

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