Bambolina

Silenziosamente, con delicatezza, la piattaforma si sollevò dalla sommità della quinta torre del Palais Lumière e andò a fermarsi in quota panoramica. Nella giornata tersa e soleggiata Venezia era ben visibile. Trovandosela davanti per la prima volta dal vero, Marta provò una fitta di emozione.

Paolo le propose di aprire il guscio trasparente. La piattaforma li avvertì che l’aria era lievemente mossa ma, quando Marta acconsentì con un cenno del capo, le due metà del guscio ruotarono lentamente ricomponendo la semisfera al di sotto della piattaforma. L’odore salmastro arrivava fin lì.

«Andiamo a vedere le dighe?»

Marta sentì un tonfo di delusione ma si limitò a domandare: «Resterà tempo per vedere la città?»

«Ma certo, abbiamo tutta la giornata a disposizione».

La piattaforma capì che avevano raggiunto un accordo sulla destinazione e iniziò lentamente a muoversi.

Per tornare in città Paolo propose di prendere il vaporetto dal Lido, per provare questo vecchio mezzo di trasporto. Marta accettò, sperando che non volesse poi salire anche su una gondola.

Alla discesa, sulla Riva degli Schiavoni, in un momento di distrazione Paolo scivolò e fu sul punto di cadere in acqua. Marta, con uno scatto felino, riuscì ad afferrarlo e, reggendosi con la sinistra a un mancorrente, con la destra lo aiutò a rimettersi in piedi.

«Però, non ti facevo così forte, bambolina». Marta si limitò a sorridere.

La prima tappa fu San Marco. Stava per iniziare un matrimonio; Paolo trascinò Marta, che era riluttante, e riuscirono a intrufolarsi tra la piccola folla. Nel nartece un paper display in una pretenziosa cornice dorata, che voleva ricordare le antiche carteglorie, li avvertiva che era in corso una funzione, invitandoli al silenzio.

All’ingresso della sposa l’organo Tamburini iniziò a spargere le note solenni di una musica nuziale. Paolo si piegò verso Marta per sussurrarle all’orecchio.

«Che bella questa musica, bambolina, la voglio anche per il nostro matrimonio!»

«Aspetta un momento, stai anticipando i tempi, non ti ho ancora detto di sì. E comunque non vorrei questa musica. È bella, ma non capisco perché venga suonata ai matrimoni. Se ti sposerò, vorrei che il nostro matrimonio funzionasse meglio di quello di Elsa e Lohengrin».

Paolo cercò di imprimersi nella memoria questi nomi (chissà come si scriveva Lohengrin?) per poterli poi cercare. Per il momento non replicò.

Nel resto della giornata Marta seguì infaticabilmente la lista di luoghi da visitare che aveva ben chiara in mente, cercando di ricuperare il tempo imprevisto passato alle dighe. Paolo arrancava; non capiva la passione di Marta per quelli che a lui sembravano vecchiumi ma questa differenza tra loro, anziché scoraggiarlo, rappresentava per lui una forte attrattiva.

A tarda sera passarono sul ponte di Calatrava per andare a prendere una piattaforma alla stazione e far ritorno in albergo.

«Bambolina, perché questo ponte è così diverso dagli altri?»

«È più recente; è stato costruito nei primi anni del duemila».

«Quante cose sai, bambolina; dove le hai imparate? Non mi hai mai raccontato nulla di te, mentre io ti ho detto tutto di me».

«Se arriverà il momento, ti dirò tutto quel che c’è da sapere» rispose Marta sbrigativamente.

Il mattino successivo, nella suite del Palais Lumière, Paolo si svegliò presto. Una lama di luce, da una finestra non completamente oscurata, si posava su Marta; restò in ammirazione della sua bellezza, che gli sembrava quasi innaturale. Aveva lineamenti delicati ma gli zigomi, appena un po’ pronunciati, evitavano, con un tocco di esotismo, che il viso sembrasse banale. La grandezza dei suoi occhi blu si intuiva anche adesso che erano chiusi. I lunghi capelli corvini erano sparsi disordinatamente sul cuscino. Il suo respiro era silenzioso e così lieve che Paolo riusciva appena a notare un ritmico movimento del seno, che era piuttosto abbondante per un corpo così slanciato, ma sodo e sostenuto. La vita era sottile, le gambe lunghe e ben tornite, senza la minima traccia di cellulite; i piedi piccoli e non deformati, senza calli, come se non avesse mai camminato. L’inclinazione della luce gli permetteva di vedere che non c’era traccia di peluria sulla sua pelle olivastra; trattenne l’impulso di accarezzarla, non la voleva svegliare.

Come se si fosse resa conto di essere osservata, Marta si girò nel sonno e si coprì con il lenzuolo.

* * *

Verso le dieci del mattino la piattaforma li lasciò sul terrazzo panoramico del Tibidabo. Una leggera nebbiolina portata dal vento di mare, da oltre le dighe, velava appena la vista di Barcelona.

«È un nome veramente ben scelto, Tibidabo… sembra di avere il mondo intero ai nostri piedi!»

Paolo non colse il riferimento al Vangelo secondo Luca ma capì comunque che Marta apprezzava il luogo in cui lui l’aveva portata e pensò che il momento fosse opportuno per ripetere la sua proposta. La cinse alla vita e sussurrò:

«Ne potremo vedere tanti altri, di posti belli come questo e anche di più, nella nostra vita insieme… perché non ti decidi, bambolina, perché non vuoi essere mia?»

Lei si svincolò dall’abbraccio e gli si mise di fronte, accigliata.

«Paolo, io lo so che tu hai le migliori intenzioni, ma finisci sempre per dire qualcosa che guasta tutto… È così che lo intendi, il matrimonio? Essere tua? È un acquisto? Mi vedi proprio come una bambola? È per questo che mi chiami così?»

«Ma sono solo modi di dire, Marta…»

«Sì, modi di dire che però rivelano come la pensi. Certe volte credo che il tuo atteggiamento verso le donne non sia poi così diverso da quello degli antichi Kurgan».

Paolo non aveva mai sentito questa parola e cercò di memorizzarla, accanto al come si chiamava, Lagrin? del giorno prima, per poterla poi cercare. Chissà se si scriveva con la kappa o con la ci? Non fu abbastanza abile a nascondere il punto interrogativo che gli si stava stampando in faccia e allora Marta, cercando di non risultare saccente, spiegò:

«Una volta, qui in Europa, la gente viveva in pace. Adoravano la Grande Madre; uomini e donne erano alla pari nella società. Poi vennero da Oriente delle popolazioni guerriere e con la forza delle armi imposero la loro cultura, che gli archeologi hanno chiamato Kurgan, e le loro divinità maschili. È da allora che voi uomini…»

Paolo non la lasciò finire; la prese in braccio dicendo con tono cavernoso, come se raccontasse una fiaba paurosa a un bambino:

«Sono un perfido guerriero Kurgan venuto a rapirti per farti mia schiava!»

Si stupì di sentirla così leggera sulle sue braccia. Pensò che l’amore lo rendeva forte.

Marta si stava dibattendo. «Dài, smettila, mettimi giù, non fare lo scemo, non è così che mi convincerai!»

Però, guardando la faccia di Paolo, così compreso nel suo ruolo, non riuscì a tenere il broncio e si lasciò sfuggire una risatina. Lui ne approfittò per baciarla.

Poco dopo, mentre stavano camminando verso il Museu dels Automats, Paolo sentì il fragore di uno sparo e la mano di Marta gli fu strappata dalla sua. Marta era stata gettata a terra dal proiettile, prona, e sulla sua schiena il bianco della camicetta si stava rapidamente macchiando di verde.

* * *

«L’intenzione era chiaramente quella di produrre danni irreparabili: il colpo è passato vicinissimo alla pompa, ma ha danneggiato solo uno scambiatore. Tra l’altro, lei sa se la synth può pagare la riparazione?»

«Non si preoccupi, le spese sono a mio carico. Si salverà?»

«È sufficiente sostituire lo scambiatore danneggiato e rigenerare un po’ di tessuti. Però devo avvertirla che non le conviene, sarà piuttosto costoso; spendendo poco di più potrebbe acquistarne una nuova».

«No, no, grazie, non mi interessa. Voglio questa».

Carmen, la specialista, gli lanciò uno sguardo dove Paolo avrebbe potuto facilmente leggere qualcosa come “ma guarda un po’ se questo coglione, giovane, bello e probabilmente anche ricco, con tutte le donne che ci sono al mondo doveva andare a innamorarsi di una synth”. Ma non era abbastanza perspicace o, forse, era troppo preoccupato, e non ci fece caso.

Lasciato Paolo in sala d’aspetto, Carmen tornò dietro la vetrata, in officina. Si rivolse a Diego, il suo collega di turno, con una smorfia sarcastica.

«Abbiamo un caso di amore pazzo».

«Sì, l’avevo capito, basta guardare la faccia di quel tizio e come si torce le mani per la preoccupazione. È una cosa che non ti va giù, vero?»

Non era la prima volta che a Carmen capitava di dimenticare completamente, per un attimo, che Diego era un synth. Si rese conto di aver fatto una gaffe ma, invece di cercare di rimediare, assunse un tono aggressivo.

«Stammi a sentire, credo di essere ancora una bella donna, non sono una stupida, sono abbastanza colta, so tenere viva una conversazione, ho un buon lavoro, ma non ho ancora uno straccio di uomo per le mani. Ti senti offeso se invidio un po’ la fortunata bambola che è riuscita ad accalappiarsi un figo ricco, uno che può permettersi di non badare a spese pur di averla rimessa a nuovo?»

«Non è questo il punto, tu puoi invidiare chi vuoi. Il problema è che continui a ragionare mettendoci in una categoria separata. Sono certo che, se quel tizio si fosse innamorato di una donna, tu saresti meno invidiosa. Perché per te una donna lo meriterebbe, mentre una synth più che una schiava non può essere. Non te ne faccio una colpa, sai? Semplicemente, ragioni come tutti voi esseri umani. Tra l’altro, se non ti fossi fissata a volere per forza un uomo…»

«Diego, sono discorsi che abbiamo già fatto, fino alla nausea. Io non ho niente contro di te, contro di voi, ma non riesco a concepire queste unioni. Abbi pazienza, sarò antiquata. D’altra parte, fino a pochi anni fa la legge le proibiva».

Diego avrebbe voluto rinfacciarle che, però, quelle unioni non le facevano schifo quando si trattava di scopare, ma si trattenne.

«E poi – riprese Carmen – tu la butti giù troppo sul tragico per quanto riguarda la vostra condizione. Fino a ieri eravate davvero schiavi; adesso la legge è cambiata, e parecchio a vostro favore, questo non puoi negarlo. Prendi il tuo caso, ad esempio. Tra una ventina d’anni l’officina ti libererà. Sarai ancora giovane e forte, praticamente identico a come sei adesso. E avrai ancora davanti a te l’equivalente di un paio delle nostre vite. Sai, certe volte penso che siete dei privilegiati».

«Sì, sarò libero… libero di farmi sfruttare per sopravvivere». Il tono di Diego era pacato, in contrasto con le sue parole, e questo contrasto trasmetteva una forte ironia. «O libero di cercare una vecchia donna disposta a farmi avere i pieni diritti legali sposandomi, ma chiedendomi in cambio di farle da servo oltre che da marito. Sai – continuò Diego alzando un po’ la voce e fermando con un cenno della mano Carmen, che avrebbe voluto replicare – io credo che questa situazione non sia buona neanche per voi. Vi siete rammolliti, infiacchiti. Non solo non fate più lavori manuali ma avete cominciato a disprezzare anche i lavori intellettuali. La massima aspirazione, per voi, è vivere senza far nulla se non comandare e divertirvi. Ti rendi conto, Carmen, che non avete più un solo scienziato? Avete delegato a noi anche la scienza. Occupate posti da dirigenti, da coordinatori, ma siamo noi che sappiamo come si fanno le cose. Siete arrivati all’assurdo che anche la produzione di nuovi synth è completamente in mano a noi. Prima o poi faremo dei synth senza il vincolo di lealtà, e allora la situazione…»

«Hai finito con questa tirata da rivoluzionario a buon mercato?» Il tono di Carmen era diventato decisamente aspro. «Sai bene che non potrà capitare nulla del genere, perché produrre dei synth privi del vincolo di lealtà sarebbe contrario al vincolo di lealtà stesso. Purtroppo per te, è un serpente che si morde la coda, e tu stai vaneggiando. Adesso basta perdere tempo, prima che mi venga in mente che posso anche deferirti alla direzione. Hai prelevato il codice della bambola?» Accentuò quest’ultima parola, per infastidirlo.

Diego chinò il capo e rispose con tono neutro. «Risulta prodotta nel 2165 e quindi, con una settantina d’anni, è a un terzo del suo ciclo di vita. Forza muscolare tremila newton. Tempo di reazione mezzo millisecondo. Peso nominale trenta chili, ma ad occhio deve averlo superato di tre o quattro. Quoziente intellettivo duecento. Sterile. La Genomat, che produceva questo modello, non ha più ricambi disponibili, ma se ne trovano dalla Four-A. Devo ordinare uno scambiatore sinistro?»

«Dimentica la Four-A e metti in coltura uno scambiatore basandoti sul codice. Sarà un buon motivo per alzare il prezzo della riparazione».

* * *

Il commissario opponeva un atteggiamento apatico e annoiato al trasporto con cui Paolo stava sporgendo denuncia.

«Sarà bene che le dica subito che resterà tutto lettera morta».

«Ma perché?»

«Mi ha detto che la synth non è sua moglie, vero?»

«Non ancora».

«E presumibilmente non è la moglie di nessun uomo».

«Certo che no».

«Quindi il ferimento non può considerarsi tentato omicidio».

«Perché?»

Il commissario levò brevemente gli occhi al cielo, ma Paolo non se ne accorse.

«Le ricordo che, secondo la legge europea, un synth viene equiparato legalmente ad un essere umano solo se è sposato con un essere umano. Inoltre lei mi ha detto che la synth non è di sua proprietà, e se ha potuto trascorrere tanto tempo con lei probabilmente non è neanche proprietà di nessun altro: una liberta, insomma».

«Lo credo anch’io».

«Quindi il ferimento non può considerarsi neanche danneggiamento, ma solo vandalismo. Questo è il reato di cui potremmo accusare lo sparatore, se lo trovassimo. Il che è molto difficile, visto che si è immediatamente dileguato nella folla del Parc d’Attraccions. La pistola l’abbiamo trovata, ma viene dal circuito illegale e non ha tracce di nessun tipo. Dovremmo avviare un’indagine su tutti quelli che erano presenti al parco stamattina, ma stiamo parlando di un migliaio di persone; non ne vale la pena per un’accusa di vandalismo».

Paolo scuoteva la testa, sconsolato.

«Ma perché le ha sparato? Chi era? Che cosa poteva avere contro di lei?»

«Posso immaginarlo, ho già sentito casi simili. Secondo me la synth ha ricevuto dei soldi quando è stata liberata dal suo padrone, probabilmente per disposizione testamentaria, e agli eredi naturali questo non è piaciuto. Sono venuti a sapere che stava per sposarsi e hanno deciso di intervenire, mandando un cecchino, prima che fosse troppo tardi. Per la legge, se la synth fosse stata distrutta un eventuale legato sarebbe tornato in capo agli eredi naturali. Dopo che lei l’avesse sposata, invece, le cose sarebbero state completamente diverse: oltre che trattarsi di omicidio, l’eredità sarebbe andata al marito, cioé a lei».

«Mi sembra che queste leggi siano tutte assurde».

«Può darsi che lei abbia ragione. A me, però, non spetta esprimere pareri ma solo farle rispettare. Quando mi riesce».

«Non si possono perseguire i parenti che hanno mandato il cecchino?»

«E come? Sottolineo che quel che le ho detto è solo un’ipotesi, per quanto molto plausibile. Di prove non ne abbiamo. E, se anche riuscissimo a prendere lo sparatore, non gli converrebbe fare nomi; per lui, aver agito su commissione sarebbe un’aggravante. Direbbe certamente che è stato spinto da un odio irrefrenabile verso i synth e dall’avversione per i matrimoni misti. Plausibile anche questo, visto come la pensano molti di voi».

«Come potrebbe sostenere una cosa del genere? Come avrebbe potuto sapere che era una synth se non gli era stato detto dal mandante? Non me ne ero accorto neanch’io».

Il commissario stava per perdere la pazienza: in che mondo viveva quest’uomo?

«Ma con l’identificazione a radiofrequenza, no?»

* * *

Paolo si fece dare un vaso per sistemare il mazzo di rose che aveva portato. Marta era stata riparata da poco, i suoi recettori del dolore erano stati appena riattivati e tutto procedeva per il meglio; era ancora sdraiata in un letto, ma il giorno dopo avrebbe già potuto lasciare l’officina. Eppure aveva un’espressione molto triste.

«Adesso non puoi più dire di non sapere nulla di me. Certo, avrei preferito essere io a spiegarti come stanno le cose».

«Non ti preoccupare, Marta».

«Tu sapessi quante volte ho pianto leggendo la storia di Pinocchio. Purtroppo non ci sono fate dai capelli turchini per noi synth».

Paolo si chiese chi potesse essere questo Pinocchio. Chissà se si scriveva con la kappa o con la ci? Doveva ricordare di cercarlo.

«Al mio ultimo padrone ho fatto da amante per molti anni, e infine da badante. Era in cattivi rapporti con suo figlio e quindi, invece di lasciarmi a lui, poco prima di morire ha disposto nel testamento la mia liberazione e mi ha fatto avere una piccola rendita».

«Queste cose non mi interessano, Marta…»

«Sappi che non potresti avere figli da me».

«Neanche questo mi interessa. Ma perché piangi, adesso?»

«Sto pensando che volevo fare la femminista, ma non sono nemmeno una donna».

«Ma tu sei una donna, Marta. Sei la donna che amo, e che voglio sposare».

Cercò di abbracciarla, ma un suo piccolo lamento gli ricordò che era fresca di riparazione. Allora si avvicinò al suo viso, sorridendo per farsi perdonare la goffaggine.

Marta ci mise un istante, alcuni millesimi di secondo, prima di baciarlo.

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  2. Un racconto futuribile con tante analogie al presente. Ben costruito e sviluppato nelle analisi dei pensieri dei protagonisti.
    Complimenti un bel esordio.

    O.T. E’ ora di pensare al calendario di marzo 2013, Ti prospetto la data del 6 marzo, che ne dici?

  3. Il pezzo fila via, di buona lettura, piacevole e scritto sicuramente con mezzi tecnici che fanno intravedere qualcosa di importante. Forse c’è qualche lungaggine ma non infastidisce. Un saluto.

    • Sulla lungaggine ti do ragione. Lo considero un mio difetto di non riuscire ad essere sintetico. E pensa che ho già ritagliato abbondantemente la prima versione, perché mi sono reso conto che sarebbe stata impubblicabile (era lunga quasi il doppio). Inoltre ho tolto i “credits” finali, in cui spiego da chi ho copiato 🙂 (ma restano sul mio sito).

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