L’incontro

L’incontro

Silenziosa e delicata come una piccola bambola, la ragazzina sedeva sulla panchina di legno.  Mordicchiandosi l’unghia e facendo ballare le ginocchia per l’agitazione non contenuta, la giovane aspettava, persa nei propri sogni.
Dalla sua casa accanto al parco comunale, la vecchia signora guardava quel bocciolo compito che attendeva qualcosa o qualcuno, forse il suo stesso futuro.
Il voluminoso televisore rallegrava l’aria con ricette e chiacchiere ma l’anziana donna non riusciva a togliere gli occhi dalla solitaria figura vestita di azzurro.
I minuti si protraevano infiniti e quell’attesa, mostrata dall’ansia negli sguardi della ragazzetta, all’improvviso mise in apprensione la signora Eugenia.
Fu come se il tempo non potesse bastare.
Eludendo la sorveglianza della badante occupata in cucina, la donna si spinse nel vestibolo, desiderosa di alleviare quella pena sul quel viso minuto e triste.
Camminando con lentezza, appoggiandosi al bastone, suo fido compagno, Eugenia non stette ad ascoltare le fitte del suo povero cuore, non si curò delle proteste delle ginocchia deboli, né il brivido sulla sua pelle quasi centenaria, e con fatica uscì fuori.
Aggrappata alla ringhiera, ci volle molto tempo prima che riuscisse a riprendere l’equilibrio e ancora di più per raggiungere l’angolo di giardino che confinava con il parco e si affacciava sulla panchina che aveva visto tanta vita susseguirsi. Attenta a sollevare i piedi nelle pantofole accollate, curva con la schiena, cercando appiglio nel solido cespuglio di ginepro, l’anziana signora si fece avanti, simile a una lenta chiocciola che percorreva la via di un orto rigoglioso.
Quando giunse infine alla rete, si accorse con tristezza che la giovinetta aveva lasciato la sua postazione solitaria e stava percorrendo il sentiero di sassi bianchi. Con la borsa penzoloni, la gonna spiegazzata, la testa china e i capelli che brillavano nel sole, era il ritratto della desolazione.
Incapace di chiamarla a causa dello sconforto, l’anziana la guardò allontanarsi mentre gli occhi acquosi e velati si perdevano tra le lacrime.
Volgendo lo sguardo verso il suo giardino risvegliato da quella primavera che sembrava evocata dal passato, la signora Eugenia si rassegnò all’ineluttabilità della vita, che toglieva ciò che si voleva, per poi prolungare l’esistenza nell’assenza con crudeltà infinita.
Ripensò ai suoi famigliari morti da tanti anni, le parve di vedere sua madre china sul gomitolo, il padre nell’uniforme di guerra, il figlio maggiore seduto all’ombra assieme a suo marito nel completo di lino, ma le bastò scacciare le lacrime con l’indice ossuto per accorgersi che erano tutte fantasie da vecchia.
Raddrizzò un poco la schiena lasciandosi baciare dal sole, e si rese conto con certezza che sarebbe stata la sua ultima primavera e toccò le rose appena sbocciate lasciandosi avviluppare dal loro caldo profumo antico. Con cautela si appoggiò alla vecchia fontana di pietra che non zampillava acqua da innumerevoli anni, nella sua vasca erano cresciute erbacce che, anch’esse in fiore, le mostravano come la vita proseguisse imperterrita, anche quando non c’era più una mano gentile a curarsi di lei.
Le ortensie erano cresciute vicino al capanno, mostravano qualche bocciolo e le larghe foglie le ricordavano i pomeriggi lunghi d’estate, passati a leggere sulle sedie a sdraio di legno e tela, quando il mondo girava lento, sempre uguale e affidabile, non come quei tempi moderni dove la fretta era padrona.
Con rassegnazione nonna Eugenia fece scorrere lo sguardo sul giardino e fu certa che non avrebbe mai visto i girasoli aprirsi al sole, né avrebbe raccolto le more che crescevano lungo il muro. Se c’era spazio per un rimpianto, ci sarebbe stato quello di non vedere maturare il pero, o l’autunno colorare il castagno. La cascata di foglie non avrebbe rallegrato l’ottobre, così com’era stato per i petali degli alberi da frutto a maggio. Non sarebbero ripartiti gli uccelli migratori sotto il suo sguardo vigile, né il passerotto avrebbe beccato le briciole sul davanzale, trovando rifugio sotto la tettoia.
Ne era certa: la calura d’agosto non l’avrebbe trovata, al suo arrivo.
Esattamente come quel giovanotto che ora si passava le mani tra i capelli, volgendo il capo in tutte le direzioni, che non aveva trovato la ragazza bella ad attenderlo.
Il sorriso dolce di Eugenia si accentuò quando incrociò lo sguardo dell’innamorato infelice, uno dei giovani d’oggi con i baffi a manubrio come il suo povero papà. Rispose alla muta domanda del ragazzo alzando la mano secca e diafana, e con lo stesso indice che aveva scacciato le lacrime di nostalgia, gli aveva indicato la via bianca e assolata. Per di là, aveva articolato con voce gracchia.
Lanciandole un bacio in punta di dita, il ragazzo aveva imboccato la strada, correndo veloce.
Eugenia lo seguì finché fu in vista e poi si volse verso la casa, sorridendo a Helena e a tutti i suoi cari che la attendevano sotto il porticato.
“Adesso arrivo.”, disse.
E se ne andò.

l'incontro Blanca Mackenzie

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  1. Un racconto dolce e toccante, velato di malinconia ma non di tristezza. Nonna Eugenia aveva visto passare la sua vita innanzi agli occhi, associando se stessa alla ragazza che attendeva l’innamorato.
    Veramente pregevole per l’analisi su questa persona ormai alla fine dei suoi giorni, che accetta con gioia quel momento triste che è la morte.
    Complimenti!

    O.T. Per agosto sei disponibile? Se sì, avrei pensato al 18.

  2. Gli incerti della vita altrui diventano occasione per un veloce ripasso della propria, con la consapevolezza di averla vissuta e la certezza che certe cose accadono immutabili nel tempo. La certezza di lasciarle intatte ai posteri rende più lieve l’abbandono ineluttabile del presente, verso un futuro di serenità dell’anima.

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