Opra è da Saggio il cimentar la Sorte

Io so che il Cacciatore e i fieri Cani

Con trame ascose m’apparecchian Morte;

Ma pria che uccida disperata Fame,

Opra è da Saggio il cimentar la Sorte.

Frequento la villa di zia Lina fin da bambino ma quell’acquaforte con didascalia in versi appesa in sala da pranzo l’ho notata solo qualche giorno fa.

Dev’essere del settecento. Non è un capolavoro: l’autore non padroneggiava la prospettiva. Un lupo, con la testa sproporzionatamente grossa, cimenta la sorte tentando di prelevare una minuscola pecora dal gregge dormiente. La pecora continua a dormire serena anche mentre le fauci del lupo si stanno chiudendo su di lei. Poco lontano ci sono i fieri cani e il cacciatore, che forse di logica dovrebbe essere un pastore ma si sa che il verso è tiranno. Stanno anche loro dormendo della grossa e non si accorgono di nulla. Persino il cavallo del cacciatore – un pony si direbbe, sempre per via della prospettiva deboluccia – resta tranquillo legato a un albero: non ha sentito nulla, non si agita, non scalcia.

Rustica e improbabile ma originale e simpatica, quell’acquaforte, soprattutto perché si mette dalla parte del lupo invece di vederlo tradizionalmente come il nemico. E la morale espressa nei versi è condivisibile: quando si è a un passo dal baratro bisogna tentare il tutto per tutto. Mal che vada non si perde nulla, perché non c’è nulla da perdere.

Sono io il lupo, o almeno lo credevo, ma temo di avere intorno qualcuno più lupo di me. Come lo strozzino che mi ha prestato i soldi per saldare i debiti di gioco e che poi, al primo ritardo, attraverso i due che ha mandato a rompermi le gambe mi ha fatto anche arrivare una minaccia di morte.

Ho già venduto tutto quel che potevo vendere. Venderei anche il mio vecchio culo se trovassi qualcuno disposto a comprarlo. Nel mio caso non sarà la disperata fame a uccidermi, ma non cambia nulla: devo anch’io cercare la mia pecora, e in fretta, prima che sia troppo tardi.

Zia Lina è tanto cara e mi vuole bene, poverina; sono il suo unico nipote. Quando le ho chiesto di venire qui da lei a trascorrere qualche giorno di convalescenza, in carrozzina – una caduta dalle scale, le ho detto – mi è sembrata sinceramente contenta di potermi rivedere, nonostante si tratti indubbiamente di un disturbo per lei. Sono venuto qui da lei per mettere più spazio possibile tra me e gli scherani dello strozzino – prima o poi mi troverebbero anche qui, comunque – ma soprattutto con l’intenzione di farmi dare dei soldi. È ricca come il mare, ma non c’è stato verso.

La zia, con mia sorpresa, è al corrente della mia passione per il gioco e mi ha risposto «Frullino mio – mi chiamava così da bambino – se te li do adesso li lasci subito sul tavolo verde e domani sei di nuovo qui a chiedermene altri. Abbi pazienza ancora un po’: ho passato gli ottanta, lo sai, e non credo che dovrai aspettare molto. Poi li avrai tutti, e io non sarò più qui a vedere la brutta fine che faranno».

Non le ho detto come stanno le cose, non le ho spiegato la situazione drammatica e urgente in cui mi trovo. Avevo paura che mi giudicasse troppo male e cambiasse idea, decidendo magari di lasciare tutto a qualche istituzione benefica. Mi sembra di aver capito che il parroco le ronza intorno.

Ottantun anni sì ma ancora molto in forma, protesa verso i novanta e poi magari anche verso i cento, altroché “non dovrai aspettare molto”. Magra, dritta, lucidissima, lamenta solo un po’ di mal di schiena. Non solo autosufficiente ma attivissima: è lei che mi prepara i pasti e rigoverna adesso che sono suo ospite e, dalla carrozzina, non posso aiutarla.

Un paio di volte alla settimana viene una donna, Marianna mi pare che si chiami, da una cascina qui vicino, ufficialmente per darle una mano nelle faccende domestiche. Credo, però, che la faccia venire più che altro per avere un po’ di compagnia, fare quattro chiacchiere, farsi raccontare le ultime novità piccanti del paese, perché sarebbe perfettamente in grado di fare tutto da sola; tant’è che ha sempre rifiutato le sue insistenti proposte di coinvolgere anche il marito, che potrebbe occuparsi del giardino e del roseto ma dal quale non riuscirebbe a strappare nessun pettegolezzo.

Zia Lina ha una vera passione per le sue rose; è l’unica cosa per cui spende qualche soldo, mentre per tutto il resto la sua vita è estremamente frugale. Le fa piacere occuparsene personalmente; almeno un paio d’ore al giorno sta lì a potare, a regolare, a tagliare, a concimare. Fa arrivare il concime da un grosso vivaio della zona, addirittura un concime specifico per ciascun tipo di rosa. Non usa mai i guanti, e spesso si punge.

Lunedì scorso le ho detto che volevo muovermi un po’ e sono andato in carrozzina fino dagli Zorbi; la carrareccia è in piano e non è neanche troppo sconnessa. Sono entrato nella corte e ho chiamato ad alta voce Lucio, come facevo spesso da bambino. Mi ha fatto piacere rivederlo dopo, direi, quasi trent’anni, ormai, e anche lui mi è sembrato contento di vedere me.

Da bambino l’avevo invidiato moltissimo quando suo padre gli aveva portato uno scoiattolino caduto da un nido nel bosco. Lucio lo teneva in una gabbietta e lo accudiva con ogni cura, nutrendolo con il latte da un contagocce. Non se ne separava quasi mai ma una volta, mentre stavo andando da lui a giocare, fu chiamato dal padre e lo lasciò incustodito. Aprii la gabbia, lo presi e lo strinsi un po’ nel pugno, poi tornai a casa senza farmi vedere. Quanto pianse Lucio, il giorno dopo, raccontandomi di aver trovato morta la sua bestiola! Non credo che abbia mai sospettato di me.

L’ho pregato di accompagnarmi fuori, di farmi fare un giro spingendo la carrozzina attorno alla cascina, per rivedere il posto. Ricordavo bene: la concimaia era sul lato sud, ed era piena e traboccante. Guardandola con aria sconsolata Lucio mi ha raccontato che c’era stata da poco una tragedia: un loro stalliere, il mese precedente, era morto di tetano dopo essersi ferito a un piede con il forcone mentre ammucchiava il letame. Una feritina da niente, poco più di un graffio, ma era bastata. Io ho fatto finta di stupirmi ma lo sapevo già, i pettegolezzi di Marianna li ascolto anch’io qualche volta.

Come se mi fosse venuta un’idea improvvisa gli ho chiesto se aveva un album di fotografie per rievocare i vecchi tempi. Avrebbe voluto portarmi dentro per farmelo vedere, così mi avrebbe anche offerto un bicchiere di vino, ma gli ho detto di lasciarmi lì mentre lo andava a prendere, perché quell’odore mi era sempre piaciuto (non era vero, ovviamente) e respirarlo mi riportava all’epoca della nostra infanzia (questo sì).

Ci avrà messo non più di tre o quattro minuti a tornare con l’album – temeva che il sole mi desse fastidio – ma ho fatto in tempo a raccogliere un po’ di letame e a metterlo in una scatolina che mi ero portato. Intorno non c’era nessuno che potesse vedermi, sono stato attento.

Quella sera, alla tivù, il meteo non prevedeva pioggia per i giorni successivi; questo era importante. Dopo cena c’era ancora luce; mentre zia Lina dormiva – va a letto con le galline – ho riempito d’acqua uno di quegli annaffiatoi con lo spray che usa per rinfrescare le rose, ci ho sciolto dentro il letame e ho spruzzato il roseto. Non i fiori, si capisce, ma i gambi con le loro spine.

Poi sono andato in bagno e ho lavato per bene l’annaffiatoio, riempiendolo e svuotandolo due o tre volte. Non è una cosa strana che un attrezzo da giardino sia sporco di letame ma non si sa mai, meglio essere prudenti.

È passato qualche giorno ma zia Lina sta sempre benissimo. In compenso io, questa mattina, per qualche minuto ho sentito i muscoli del collo rigidi e tesi da far male, mi era difficile aprire la bocca, e dopo mi è rimasto un forte mal di testa. Adesso sto sudando, mi sembra di avere anche la febbre. Faccio fatica a scrivere.

Forse, dopo aver lavato l’annaffiatoio, ho fatto male a non pulire il lavandino, magari anche con l’alcol. In quel lavandino al mattino mi ci faccio la barba, e io uso il rasoio a lametta.

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  1. Chi la fa, l’aspetti. Dice un vecchio proverbio. Forse è stato meglio così per l’incallito giocatore. Zia lina campa cent’anni e lui smette di giocare e cercare gli strozzini. Anche per loro vale il proverbio.
    Un bel racconto garbato e amaro ma tanto somigliante al vero. Una lettura che scorre via veloce e piacevole.
    Complimenti

    O.T. per il mese di ottobre il 2 va bene?

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