Il rumore nel silenzio

Non era tanto il buio quanto il silenzio a farla impazzire. Il buio totale le impediva di percepire lo scorrere del tempo, ma il silenzio le faceva dubitare persino di essere viva. Preferiva la vecchia cella, era altrettanto buia ed era più umida, ma almeno c’era il rumore delle gocce che scendevano dalla condensa sul soffitto, le grida dei torturati, le bestemmie degli altri prigionieri e gli insulti delle guardie. Ma qui il silenzio era atroce. Un silenzio così assoluto che rimbombava in testa.

All’inizio provava a cantare, a parlare da sola, a picchiettare con le dita sulla roccia. Poi il silenzio si era impossessato di lei, l’aveva stretta nella sua morsa e le era penetrato nelle viscere. Accucciata in un angolo, abbracciandosi le ginocchia passava le ore, i giorni, le settimane ascoltando il silenzio, con tutte le sue sfumature e le sue variazioni.

Aveva capito che quando il silenzio diventava più opprimente, quasi ovattato, allora era notte, mentre a volte assumeva una sfumatura calda, probabilmente verso mezzogiorno. Quando si sentiva avvolgere dal silenzio come una nuvola fredda stava piovendo. Quante sfaccettature aveva quel silenzio. Inventava nomi per definire ogni diverso istante. Catalogò oltre settanta tipi differenti di assenza di rumori, poi si stufò.

Il silenzio permetteva di pensare liberamente e spronare la mente ad aprirsi all’infinito, ma in certi casi occludeva ogni pensiero riempiendo tutto lo spazio disponibile. A volte il silenzio si poteva suonare e produceva melodie dolcissime e tristi, oppure musiche piene di rabbia e aggressività. A volte aveva il suono di una chitarra, altre di un grido disperato. Nel silenzio poteva immaginare qualunque cosa e queste cose erano non meno reali del silenzio stesso. Poteva parlare con gli animali, correre, cantare, suonare tutti gli strumenti del mondo e tutti applaudivano ed esultavano per lei, nella sua testa.

Il silenzio era dentro di lei, in ogni poro, in ogni giuntura. Esso la riempiva tutta e la cullava. Il silenzio occupa molto più spazio di lei perché contiene anche tutti i suoni del mondo e quindi lei era piena fino a strabordare di questo inquietante, terribile e ormai così caro e rassicurante silenzio. Unica infinita compagnia.

Ma un giorno il silenzio venne rotto. Il clack della chiave nella toppa, il cigolio insopportabile della porta che si apriva. Gli occhi accecati dalla luce improvvisa non pulsavano quanto le orecchie ferite dal rumore. Speravano che con quella tortura si sarebbe decisa ad ammettere le sue colpe di strega. Ottennero solamente un ostinato mutismo. Ormai era incapace di produrre suoni e ogni rumore le era insopportabile. Bramava disperatamente il ritorno del suo silenzio, ma il mondo era troppo caotico. L’ultimo rumore che sentì fu quello delle fiamme che ardevano tutte attorno a lei sulla pira. Legata al palo sorrideva. Continuava a non produrre suoni. Gli spettatori erano terrorizzati dal suo silenzio e dalla sua fermezza, dal suo sorriso perso. Perché non gridava, perché fissava estatica davanti a sé?

Ma lei non aveva bisogno di gridare e agitarsi. Sapeva che presto, consumate le fiamme, il silenzio eterno l’avrebbe avvolta. Per sempre, nel suo morbido abbraccio.

 

Nel frattempo lei o un’altra delle streghe arse sul rogo -non si è mai scoperto chi esattamente- maledisse il villaggio, che venne inghiottito nelle profondità della terra in seguito a un  terremoto spaventoso e devastante. L’unica sopravvissuta fu una bambina di nome Melody. Era muta.

  1. Ottimo questo racconto su una strega bruciata in silenzio. Un crescendo di pathos, di pensieri scivola leggero fino al rigo finale con quel nome, Melody, in contrasto con l’handicap della bambina, i’essere muta.
    Complimenti

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