PULCHERRIMA

PulcherrimaL’uomo e la bambina seduti uno accanto all’altra, osservavano il cielo in religioso silenzio. Il sottofondo ritmico delle onde del mare si fondeva con il battito dei loro cuori, l’oscurità intorno esaltava lo scintillio della notte trapuntata da una miriade di punti luminosi, come diamanti adagiati su un manto di velluto nero.

«Papà quanto sono lontane le stelle?» chiese la bambina rompendo quel silenzio magico.

«Lontanissime Livia… anni luce!»

«E quanto è un anno luce?»

«Non ti basterebbero dieci vite per raggiungerle! Ora ti faccio vedere una cosa». L’uomo avvicinò il volto a quello della bambina e con il dito le indicò un punto nella volta celeste.

«Lassù ci sono delle stelle che formano un disegno, sembra un carro, lo vedi?» Livia si concentrò, strizzando gli occhi alla ricerca dell’immagine descritta dal padre.

«Eccolo! Lo vedo!» la bambina indicò il Gran Carro dell’Orsa Maggiore.

«Benissimo! Ora se segui con lo sguardo la coda del carro potrai vedere una specie di aquilone». Livia allungò il collo ma non riuscì a scorgere nulla. Delusa ricadde seduta accanto a suo padre.

«Livia non ti imbronciare le stelle sono miliardi! Ti sei accorta che solo in questo posto possiamo vederne così tante? In città non sarebbe possibile».

«Ma io voglio vedere l’aquilone!» si lagnò la bambina tornando a scrutare il Carro, che invece riusciva a distinguere molto bene.

«Ascolta Livia, prova a immaginare questo aquilone, devi sapere che una delle stelle che formano questo disegno è una stella doppia».

«Stella doppia? Che vuol dire» chiese lei incuriosita.

«Si tratta di una stella gemella, formata da due corpi celesti che osservati dalla Terra appaiono come un’unica stella!»

«Allora deve essere una stella gigante! Non si può vedere?»

«Purtroppo ci vorrebbe un piccolo telescopio, un giorno andremo in un posto dove possiamo osservarla, ma devi sapere che Pulcherrima è il suo nome ed è composta da due stelle: la più grande di color arancio e l’altra di un intenso azzurro».

«Pulcherrima?» chiese Livia

«Sì, Pulcherrima cioè “la più bella”… Noi due siamo come questa stella gemella: io quella color arancio, la più grande e tu quella più piccola, uno splendente diamante azzurro!»

«Davvero? Siamo così?»

«Certo e come loro, noi saremo uniti per sempre… Ti prometto che qualunque cosa accadrà in futuro, io ti proteggerò, sarò sempre al tuo fianco anche quando gli eventi della vita ci separeranno… Allora tu guarderai la nostra stella e saprai che io sarò accanto a te». L’uomo le cinse le spalle stringendola forte a sé.

Un velo di tristezza passò nei suoi occhi e le stelle parvero sfuocarsi davanti allo sguardo, ma fu solo un attimo, il cielo tornò a risplendere di una luce ancor più intensa.

~ ~ ~

Trascorsero veloci gli anni Livia si trasferì in un un’altra città e iniziò a frequentare l’università iscrivendosi a un corso di scienze matematiche e fisiche con indirizzo in astronomia e astrofisica. La curiosità innescata da suo padre nei confronti dell’universo e dei corpi celesti l’aveva portata a cercare di approfondire quella che era diventata con gli anni una vera passione. Suo padre l’aveva condotta spesso all’osservatorio astronomico dal quale aveva potuto finalmente guardare la sua Pulcherrima e tantissime altre costellazioni.

Livia era costretta a stare lontano dalla sua famiglia e questo la rendeva triste, specialmente dopo che suo padre aveva iniziato a dare inequivocabili segni di disagio. Quelle poche volte che tornava a casa constatava il suo peggioramento. Suo padre aveva perso progressivamente la memoria, non ricordava più i fatti, le cose accadute di recente, appariva spaesato e a volte perdeva anche il senso dell’orientamento. L’uomo, pur essendo ancora giovane, aveva mostrato i primi effetti di una demenza precoce che con il tempo sarebbe degenerata repentinamente fino a cancellargli totalmente la memoria.

Questo pensiero orribile era per Livia una spina nel cuore, sapeva che prima o poi quel momento sarebbe arrivato.

Conseguì la laurea a pieni voti, poi si trasferì all’estero per un dottorato di ricerca allontanandosi ancor di più da casa e da suo padre.

Come le pagine di un libro sfogliato dalla furia del vento, i suoi giorni trascorsero velocemente uno dietro l’altro, tra gli impegni della ricerca, delle conferenze e della sua brillante carriera.

Suo padre aveva perso completamente il contatto con la realtà, con il suo passato, i suoi familiari, la sua casa. Tutti i suoi ricordi erano stati spazzati via da quell’orribile morbo, che separa gli uomini dal mondo esterno e annienta lentamente l’anima e il pensiero.

Contro il parere dei suoi familiari Livia prese suo padre e in una tiepida serata primaverile lo condusse nel posto, dove tanti prima, l’uomo le aveva indicato la stella gemella.

Il mare era sempre lo stesso, lo stesso sottofondo ritmico che accompagnava i loro respiri e il battito dei loro cuori. L’uomo sedeva mesto, con l’aria assente e con le braccia abbandonate sulle ginocchia osservando la distesa liquida color della pece, in religioso silenzio.

«Papà, ti ricordi tanti fa… mi hai portato in questo posto e mi hai fatto vedere il Carro dell’Orsa Maggiore». Livia prese dolcemente la mano di suo padre e con l’altra provò a indicare la volta stellata. L’uomo immobile non dava alcun cenno di risposta, il vuoto assoluto ottenebrava i suoi pensieri.

«E poi… mi hai parlato della stella gemella, ricordi papà?» continuò imperterrita Livia, mentre un nodo le serrava la gola e l’emozione traspariva dal tremore della voce.

«Mi dicesti che io e te, saremmo stati come quelle due stelle, inseparabili… tu saresti stato la più grande, quella che mi protegge e io quella più piccola, il tuo diamante azzurro».

Lacrime amare tracimarono impetuose, Livia non riuscì a trattenere il suo dolore. Davanti ai suoi occhi apparve chiaro il ricordo di quella notte stellata, di quella notte in cui suo padre le parlò di Pulcherrima e le fece quella promessa.

«Mi dicesti che io te saremmo stati sempre insieme a qualsiasi costo e nonostante tutte le cose brutte della vita… Ti ricordi papà?» Il respiro dell’uomo continuava a essere leggero e regolare, non un segno, non un cenno che potesse far capire se quelle parole fossero realmente giunte al suo cuore. Livia cinse le spalle di suo padre, come fece lui in passato e lo strinse più forte a sé.

«Pulcherrima… la nostra stella» gli sussurrò Livia.

Improvvisamente l’uomo ebbe un sussulto, girò lentamente il volto verso la ragazza.

«Sì, Pulcherrima… la più bella!» pronunciò sottovoce quella frase, mentre un debole sorriso sembrò affiorargli sulle labbra aride. Poi rivolse lo sguardo al cielo e con un braccio accennò a indicare un punto indefinito.

Livia sorrise ed ebbe la certezza che suo padre aveva mantenuto la promessa.

Lui era ancora accanto a lei, lui soltanto era e sarebbe stato per sempre la sua stella protettrice, malgrado le avversità e quel mostro che teneva prigioniera la sua mente.

Pulcherrima, “la più bella”, avrebbe continuato a brillare nell’universo infinito per l’eternità.

  1. Scritto molto bene e sei riusciata a colpire la sensibilità del lettore, cioé di me ma credo anche di chi passerà di qui.
    Una storia di amore paterno e filiale che riesce a vincere le barriere delle tenebre di una malattia terribile.
    Complimenti!

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