Fumando una sigaretta

«Per lei no, Lorenzi. Lei è il migliore, non è vero? E allora le ho preparato questo, invece».

Le labbra sottili del professor Grenda, detto Scaccola, si erano lentamente tese ad alzare gli angoli della bocca in un sorriso appena accennato, ma chiaramente beffardo, mentre consegnava a Claudio Lorenzi, e a lui soltanto, la fotocopia di una pagina di Orazio, con le note cancellate. A tutti gli altri aveva dato un banalissimo brano del Vangelo.

È proprio uno stronzo, pensò Claudio. Aveva sperato che Grenda si sarebbe comportato da signore e avrebbe lasciato correre; dentro di sé, però, lo sapeva bene che non era possibile. La sua imitazione era stata non troppo cattiva, il che sarebbe stato forse perdonabile, ma troppo aderente al vero. Signori, voi non mi prestate l’attenzione che meriterei, e intanto si sfregava il naso con l’indice, e poi lo infilava improvvisamente in una narice e subito lo estraeva, come se la rapidità del gesto potesse renderlo invisibile a cinquanta occhi. Fingendo di guardare il registro scrutava invece la punta del dito, per poi pulirla subdolamente sotto la cattedra. Le risate sguaiate dei compagni dovevano essere state come stilettate per Grenda che, non visto, stava osservando il siparietto già da un po’. Peggio ancora, se se n’era accorto, il sorriso di Emanuela, rivolto a Claudio con ammirazione estatica. Proprio quell’Emanuela che Grenda portava in palmo di mano e di cui i maligni sussurravano che fosse – alla sua età – segretamente innamorato.

In hora saepe ducentos,

ut magnum, versos dictabat stans pede in uno

Claudio era bravo per davvero, e raccolse la sfida. Si lanciò in una traduzione svolazzante, non letterale, pur sapendo bene quanto Grenda ci tenesse all’aderenza al testo originale: proprio per infastidirlo. Fece di tutto, però, per rendere correttamente il significato, in modo da poter difendere a oltranza il proprio lavoro quando Grenda, inevitabilmente, avrebbe cercato di demolirlo. Ormai era un duello, insomma.

Spesso dettava duecento versi all’ora,

come fossero gran cosa, fumando una sigaretta

Attese la consegna della versione corretta non con la trepidazione di chi teme un insuccesso ma con l’impazienza di chi vuole scontrarsi con l’avversario. Grenda lo lasciò per ultimo. Sul frontespizio spiccava in rosso un grosso 6 sottolineato, come a voler evitare che potesse essere letto come 9 a foglio rovesciato.

Aveva sperato in un voto inferiore, in un’insufficienza, in modo che l’ingiustizia fosse più evidente e la lotta più facile. Sfogliò il compito: c’era un unico segno blu, ondulato, sotto alle tre parole fumando una sigaretta.

«Mi scusi, professore – cominciò – che cosa non le piace della mia traduzione di stans pede in uno

«È molto semplice, Lorenzi: non c’erano sigarette, allora; al massimo qualche pipa da oppio in terracotta».

«E questo che significa, professore? Ho fatto ricorso a un’immagine attuale per rendere il concetto più immediato al lettore di oggi. Che importanza ha se allora le sigarette non esistevano? A voler seguire fino in fondo la sua idea non bisognerebbe tradurre per nulla il Latino in Italiano, perché l’Italiano allora non esisteva».

Grenda non si fece impressionare dall’aggressività dell’allievo e replicò con compostezza. «Sciocchezze, Lorenzi, e lei lo sa bene. Ma la sua traduzione è cattiva anche per un altro motivo. Ha sposato un’interpretazione che nasconde completamente l’ambiguità del testo originale».

«E cioè, professore? Quale altra interpretazione potrebbe esserci per le parole stans pede in uno, se non il fatto che Lucilio dettava i versi con facilità, senza fatica, senza impegnarsi, cioè proprio fumando una sigaretta

«Cum flueret lutulentus, che viene subito dopo, lei lo traduce siccome i suoi versi scorrevano torbidi, ma c’è un sottile doppio senso che le è completamente sfuggito». Gli angoli della bocca di Grenda accennarono per un attimo un sorriso appena percettibile. «È possibile che Orazio volesse paragonare i versi di Lucilio alla diarrea: copiosi, ma di pessima qualità». Dall’ultima fila di banchi comiciò a sentirsi qualche risatina soffocata. «Lucilio potrebbe essersi ritrovato su un solo piede, metaforicamente, perché aveva alzato una gamba per facilitarne l’uscita, e questo va perso nella sua traduzione».

Lo scoppio di risate di tutti i compagni – tranne Emanuela, che aveva un’espressione disgustata – fece capire a Claudio che il professor Grenda aveva vinto questa battaglia.

Il suono della campanella dell’intervallo aveva subito interrotto l’ilarità della classe e la vergogna di Claudio.

* * *

Dopo un’ora di matematica e una di storia dell’arte, che gli erano sembrate più pesanti del solito, finalmente fu il momento di uscire. Claudio, zaino sulle spalle, camminava a testa bassa lungo viale Martiri, che con lieve pendenza risaliva la collina. Tutti gli studenti erano già spariti in direzione del centro; solo a lui che abitava a Mongrande, un po’ fuori città, toccava scarpinare fino a piazza Berna per prendere l’87 sbarrato. Ma oggi non gli dispiaceva affatto: non avrebbe tollerato di fare la strada con qualche compagno, che avrebbe sicuramente parlato dello scontro con Grenda; preferiva digerire da solo la figuraccia.

Un improvviso stridore di pneumatici, seguito dal rumore sordo di un urto, gli fecero alzare la testa. A neanche cinquanta metri un’auto si allontanava a gran velocità, lasciando un uomo disteso sull’asfalto. Vestito grigio, borsa di pelle: sembrava proprio… ma certo, era lui. Gli era già capitato, qualche volta, di incontrare lì Grenda: se al mattino arrivava in ritardo e trovava chiuso il cancello del parcheggio insegnanti, gli toccava cercare un posto su per il viale.

Per un attimo, Claudio pensò di tornare indietro. Avrebbe avvertito a casa di non aspettarlo, avrebbe mangiato un panino e poi sarebbe andato a studiare da qualche amico in città, senza far parola di quel che aveva visto. Certo Scaccola avrebbe lasciato scoperta la cattedra per parecchio tempo; con un po’ di fortuna, per sempre.

Mentre queste idee gli passavano per la testa, la mano di Claudio andò automaticamente alla tasca posteriore dei jeans, dove teneva il cellulare. Chiamò il numero di emergenza senza fermarsi, anzi accelerando il passo.

Grenda era supino, le braccia allargate al suolo. Aveva gli occhi aperti e si lamentava debolmente; un filo di sangue gli colava dall’angolo della bocca. Claudio si liberò dello zaino e si inginocchiò al suo fianco.

«Ho chiamato soccorso, professore».

«Ah, sei tu, Lorenzi. Grazie. Non credevo…» La voce era ridotta a un filo.

Grenda cercò di muovere le braccia, forse voleva puntellarsi sui gomiti per sollevare il torso, ma dovette desistere con una smorfia di dolore.

«Stia fermo, è meglio che non cerchi di muoversi».

«Lorenzi, Lorenzi…»

Continuava a guardare il cielo; non era riuscito neanche a girare la testa.

«Sono qui».

«La sigaretta… era una buona idea».

«Non pensi a queste cose adesso, professore…» cominciò a dire Claudio; poi si accorse che Grenda aveva chiuso gli occhi.

La sirena dell’ambulanza si stava avvicinando.

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  1. Questo pezzo di Vpindarico è arrivato qualche tempo fa con la preghiera di usarlo come volevo.
    Ben volentieri l’ho pubblicato perché è veramente buono sia nel taglio sia nello sviluppo. Lo scontro tra Lorenzi e Grenda ripercorre quegli scontri che abbiamo avuto talvolta nel corso della nostra vita scolastica. Lorenzi crede di aver perso, in realtà ha vinto, come riconsce Grenda nelle ultime parole.
    Veramente complimenti a Vpindarico, che per mille ragioni è purtroppo poco presente. Spero, anzi mi auguro, che possa fornirci qualche altro pezzo della sua bravura.

  2. Al di la dello scontro tra due personalità. Una acerba e incompleta, ma che é tesa a completarsi e l’altra, già consunta dagli anni; c’é l’incontro tra due persone ed é un incontro di civiltà.
    Già per questo uno scritto che merita un dieci.

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