La finestra sul mondo

magritte

Era orgoglioso della sua finestra accanto al letto il signor Paolo. Una di quelle all’inglese con le cornici bianche, le tende sempre aperte per guardare il mondo. La moglie, quando lo vedeva affaticato gli ripeteva amorevolmente di chiudere gli occhi, fare dei respiri profondi e cercare di riposare. Lui le urlava contro con la voce rauca di lasciarlo perdere e che non gli era rimasto niente, nessun passatempo se non scrutare a fondo, guardare oltre, dopo quel maledetto 23 agosto di dieci anni prima, giorno della sua tremenda condanna che lo aveva costretto a vivere perennemente disteso. Il letto era diventato più intimo delle sue amanti e i muri e il soffitto una prigione bianca che male odorava di minestrine, medicine e la puzza di cateteri e pannoloni. Sapeva tutto di putrido e malato, nonostante la moglie Adele si adoperasse costantemente nella pulizia sua e delle stanza. Ma lui sapeva che era solo la sua mente a percepire quell’odore di stantio e soltanto il paesaggio dall’altro lato riusciva a farglielo dimenticare. Talvolta aveva quasi la sensazione di poter toccare il verde delle montagne così vicine, oppure di poter allungare la mano e sentire il picchiettio della pioggia, il calore dei raggi del sole o ancora poter acchiappare al volo una foglia di acero prima del suo arrivo a terra. Sentiva il pullulare della vita fuori, controllava spesso se i colori del cielo corrispondevano al trascorrere delle ore e immaginava i modelli delle automobili che passavano ogni tanto sulla stretta via sotto casa. Riusciva a sentire l’abbaiare dei cani, il rumore della sega circolare di Gino, il falegname del paese e la voce di sua moglie seguita dal suo ciabattare frenetico nel cortile, quando gli gridava di chiudere le macchine che era pronto in tavola.

Dal corridoio, tra una faccenda e l’altra, la signora Adele, si affacciava spesso per assicurarsi che al marito non mancasse niente e talvolta lo sorprendeva a sorridere da solo o,  girato su un fianco, ad indicarle con il dito una cosa che lo meravigliava: “Guarda Adele, che scia di rondini, è tempo di primavera!” oppure ” domani sarà brutto tempo, le nuvole si stanno spostando con molta velocità verso la montagna”. Adele rimaneva sempre molto turbata da ciò che il marito tentava di farle notare e scuoteva la testa nascondendo gli occhi lucidi e quando le giornate erano piene di rimandi a ciò che accadeva fuori, lei preferiva evitare di farsi vedere troppo.

Un giorno Paolo fu preso da così tanta agitazione, il corpo scosso da un tremore persistente, gli occhi sbarrati e il balbettio ostinato, che Adele, preoccupata, dovette affrettarsi a chiamare il dottor Santi, medico di famiglia e vecchio compagno di classe di entrambi. Quando questi arrivò, lo trovò ancora in preda alla disperazione, completamente intriso di sudore, con il respiro convulso per il troppo pianto e le mani a reggersi il capo. Dopo averlo visitato a lungo ed essersi accertato che non avesse niente di grave, fece per andarsene, quando Paolo lo bloccò biascicando qualcosa a un fil di voce: “Sai, caro Gustavo, mi ero ormai rassegnato a questo vivere immobile, a non poter sentire più le gambe, ad avere la spina dorsale fossilizzata, a farmi girare ad ore alterne prima su un fianco poi sull’altro, a non poter guardare fuori nell’ora in cui do le spalle alla finestra, mi ero anche abituato ai sondini, ai cateteri, agli aghi e a tutto ciò che si infila dentro e sotto pelle… lo potevo tollerare… diciamo. Ma vedi, quella” e indicò il muro di fronte a sè “… quella è proprio l’unica cosa che non posso perdonarle…. Come ha potuto farmi questo?”

“Paolo, chi ti ha fatto cosa? Cos’è “quella” Su spiegami!”

“Ma non lo vedi? Non lo capisci?” tentò, arrabbiato, di alzare il tono della sua voce che gli si strozzò in gola.

“Vedere cosa?”

“La finestra, Gustavo!!! La finestra!!! Mi ha fatto murare la finestra accanto al mio letto, quella da cui respiravo il mondo.”

“Ma Paolo, la finestra? Cosa dici? Ti giuro non… non capisco. Accanto al tuo letto?”

Il medico si voltò verso il punto indicato dall’amico e lo guardò attonito, poi continuò: “Da che mi ricordo io, accanto al tuo letto, c’è sempre stato il comò, con quel quadro di Magritte che odiavi tanto. Dicevi che era la negazione della libertà. Ricordi? Non c’è mai stata nessuna finestra da questo lato della stanza.

Adesso distenditi un po’, Paolo, e cerca di riposare.”

  1. Nessuno vede la finestra sul mondo, fuorché Paolo. L’immaginazione riesce a creare in modo reale anche quello che non esite.
    Il virtuale è sempre virtuale e noi viviamo pericolosamente in un mondo che si allontana sempre dal reale.
    Complimenti

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