Una storia al giorno d’oggi – Dario

foto personale

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Beh, direi di sì… Non è che abbiamo molta voglia di rimanere qui per ritrovarci con gli occhi gonfi e rossi o con qualche livido da manganello!” disse una ragazza, di statura minuta, seduta accanto a Dario.

Manco io se per questo! Di che fate facoltà siete?” replicò Dario con un leggero sorriso che increspava le labbra.

Noi di lettere e tu?” fece la piccoletta con gli occhi arrossati per il fumo dei lacrimogeni.

Ah, io di fisica… Ma lettere che?”

Letteratura slava” rispose la ragazza, accennando ad alzarsi.

Allora andiamo? Vi va di bere qualcosa da qualche parte? Conosco un posticino a San Lorenzo che ha una birretta niente male…” propose Dario, mettendosi in piedi.

La piccoletta rivolse un’occhiata alle altre. Dario notò che dovevano essere molto affiatate, perché non si scambiarono neanche una parola. Tuttavia il messaggio muto aveva funzionato di nuovo, perché la piccoletta si volse verso Dario.

Va bene, dai, portaci in questa birreria!” disse la piccoletta.

Sì, però ci toccherà fare il giro lungo. Da via De Lollis con quel casino, che c’è, non possiamo mica uscire! Passiamo da viale Regina Elena…” spiegò Dario con ampi gesti delle mani.

“Occhei, andiamo!” fece la piccoletta, strizzando l’occhio.

“A proposito, io mi chiamo Dario, e voi?”

“Antonella, lei è Matilde e lei Chiara” disse la piccoletta, indicando le due compagne con un movimento della testa.

Si avviarono a passo veloce verso viale Regina Elena. Camminando cominciarono a parlare dei loro studi, di quanto mancasse loro alla fine di quel tormento che era la vita universitaria.

“Io ho quasi finito” disse Dario “mi manca solo un esame e poi a giugno darò la tesi. E voi?”

“A me di esami ne mancano tre” gli rispose Antonella, osservando gli occhi verdi di Dario. “La tesi dovrei darla il prossimo anno, a giugno se ce la faccio, sennò a ottobre”.

“A me invece, hai voglia” fece Matilde, ridendo. “Mi sono appena iscritta al quarto anno e sto pure indietro di due esami”.

“Io ho finito con gli esami… per me tutta pacchia! Solo la tesi…” le fece eco Chiara.

“Poi che farai, Dario?” gli chiese Antonella.

“Non lo so, vorrei rimanere qui all’Università, ma mi sa che sarà dura trovare una borsa da ricercatore… e tu?”

“Io vorrei fare l’interprete, la traduttrice simultanea, sai, quelle che traducono ai congressi, alle manifestazioni, agli incontri al vertice…”.

“Bello! Dev’essere una lavoro impegnativo che dà molte soddisfazioni. Però… una fatica mica da ridere!” fece Dario, corrugando la fronte.

“Sì davvero! Un’amica dei miei lo fa. Parla benissimo il russo e la chiamano sempre quando arriva qualche delegazione dalla Russia… Magari per tre-quattro giorni manco dorme, sempre in giro, in tensione… Poi però si riposa e magari per due settimane sta a letto… È un lavoro di responsabilità. Se sbagli una parola, un termine, rischi di far andare a monte una trattativa di miliardi o di fare scoppiare una guerra…”. Antonella sorrise, per far capire che scherzava.

Quel sorriso colse Dario come un pugno in piena faccia. Quegli occhi di un blu intenso lo colpirono e ne rimase abbagliato.

In quel momento superò i tre mesi che erano passati dalla rottura con Arina, la bionda ucraina nata in Italia, con la quale aveva avuto una burrascosa relazione, fatta di litigi e pacificazioni. Tutti i malumori, le solitudini, i silenzi, le ferite sparirono in un sol colpo.

Antonella gli piaceva, e pure tanto. Era bastato quel sorriso. “Ma ci si può innamorare di un sorriso?” gli venne da chiedersi, mentre il cuore rispose con battiti accelerati.

Mentre loro continuavano a parlare e camminare, Matilde e Chiara avevano rallentato il passo, quasi non volessero disturbarli, perché sembravano ben affiatati.

Antonella a un certo punto si volse indietro. Dario ebbe l’impressione che fra le tre ragazze vi fosse una specie di telepatia o lettura del pensiero.

“Allora, che fate, prendete il tram qui? ” chiese loro.

“Sì, Le’, noi ce ne andiamo a casa” rispose Chiara.

“Allora ci si vede domani in facoltà, va bene?”

“Io no” fece Matilde, usando il capo per rafforzare il no. “Domani ho un altro impegno… Se ci siete, ci vediamo domani sera al solito baretto”.

“D’accordo, ciao!” fece Antonella, agitando la mano per salutarle.

“Ciao!” dissero in coro le due amiche.

Antonella e Dario proseguirono verso San Lorenzo. All’improvviso Dario la prese per un gomito e la guidò in una traversa.

“Ecco, è qua” le disse con lo sguardo pieno di felicità..

Dopo una ventina di metri entrarono in un locale.

Dario cominciò a salutare un po’ di gente.

“Ciao Mario, ciao Luca, ciao Gio’! Ah, Peppe! Quanto tempo, ma che fine avevi fatto?” Dario neanche aspettava le risposte degli amici, mentre con lo sguardo cercava un tavolino libero. Lo adocchiò e, tenendo Antonella per un gomito, la pilotò verso quello.

Prima di entrare aveva sperato che quel posto fosse libero. Era in una posizione defilata ed era il suo preferito. Dario aveva una gran voglia di parlarci, di conoscerla per bene, quell’Antonella, e non voleva essere disturbato da nessuno!

“Mi pare che conosci tutti qui dentro, eh?” fece la ragazza, inarcando una sopracciglia.

A Dario venne un colpo al cuore e tardò a rispondere, per la grazia nel fare quel semplice gesto.

“Beh, sì” disse Dario quasi balbettando per l’emozione. “Quasi tutti. Ci vengo praticamente ogni giorno. Pensa… gli ultimi esami, a parte quelli di laboratorio ovviamente, li ho preparati qui”.

“Dove abiti, Dario?” si informò Antonella, prendendogli una mano.

“Io sto coi miei, sulla Nomentana, dalle parti di Villa Torlonia, e tu?”

“Io invece abito da sola. In un appartamentino che m’ha lasciato mia zia, morta un anno fa, dalle parti di piazza Zama, non so se conosci…”.

“E come no?” rispose Dario, ridendo. “Ci abita un mio carissimo amico dei tempi delle medie”

“Allora, questa birretta niente male?” fece Antonella, sfoderando di nuovo quel sorriso da KO. “Si è seccata la lingua a forza di chiacchierare”.

“Sì, la vado a prendere subito!” disse Dario, alzandosi, per avvicinarsi al bancone.

“Marcoli’, me dai du’ bire chiare, de quelle bbone, eh?” ordinò Dario, parlando in romanesco.

“Come le voi, piccole o medie?” domandò Marcoli’.

“Una media… aspetta…” fece Dario, alzando la voce per farsi sentire nel clamore che c’era nel locale. “Antonella, come la vuoi la birra? Piccola o media?”

“Se c’è pure da mangiare media, sennò piccola!” urlò la ragazza per farsi udire.

“Marcoli’, dammene du’ medie e portace quarche stuzzichino… che c’hai?” disse Dario, piluccando un’oliva.

“Guarda Da’, c’ho ‘n po’ de presciutto saporito de montagna e ‘n po’ de salame piccante calabrese” gli spiegò il barista.

“Vabbe’, fa’ ‘n piattino de uno e ‘n piattino dell’antro e du’ bire chiare medie!”

“Mo’ te ‘e porto subbito, va’, va’… ma quella chi è, ‘a tu’ regazza?” chiese strizzando l’occhio Marcoli’.

“Magara Marcoli’, magara! Chissà… se semo conosciuti mo’ mo’” rispose Dario allargando le braccia.

“Caruccia, c’ha propio un ber visetto! Oh, me raccomanno, eh, comportate bene!” disse Marcoli’, agitando la mano.

“A Marcoli’, ma nun fa’ ‘o scemo!” replico con lo sguardo felice Dario.

“Ma ch’hai capito?” fece il barista, ridendo di gusto. “Comportate bene ner zenzo che te se legge ‘n faccia che te piace… perciò nun fa’ lo stupido, che me so’ stufato de vedette sempre coll’amichi maschi… e te vorrei vede’ ogni tanto co’ quarche bella ragazza”.

“Scemo che sei! ” concluse Dario, che si voltò per tornare da Antonella.

Ma quanto è caro Marco’ pensò Dario. ‘È proprio vero che mi si è affezionato. Ha cinquant’anni. Potrebbe essere mio padre eppure parlo meglio con lui che con gli amici della mia età! Anzi, se è per questo, parlo meglio con lui che con mio padre!’

Tornato al tavolino, Dario era contento e di buon’umore. Dopotutto Marco aveva ragione, era ora che si trovasse una nuova ragazza, doveva ricominciare a vivere, ne sentiva il bisogno, anche se cercava di non pensarci.

Si sedette vicino ad Antonella ma qualcosa era però cambiato dentro di lui. Si sentiva impacciato, quasi intimorito, imbarazzato. ‘Ma cosa mi succede?’ pensò Dario. ‘Manco la conosco. Certo, è carina ma è troppo magra. Pare una bambina! Si, gli occhi, i capelli, il sorriso, ma non basta, non può bastare!’

Si rese conto di non aver ascoltato ciò che Antonella stava dicendo, troppo preso dai suoi pensieri. Fortunatamente arrivò Marco con le birre e gli stuzzichini: piccole tartine farcite con il suo squisito prosciutto di montagna e il salamino piccante, accompagnate da patatine fritte piuttosto salate. Appoggiò tutto sul tavolino, strizzando l’occhio a Dario.

Antonella continuava a chiacchierare senza sosta. Però Dario osservava solo le sue labbra con quei granellini di sale appiccicati sul lucidalabbra e i denti bianchissimi, che scrocchiavano patatine. ‘Chissà come sarebbe baciarla con quel sapore di sale sulla bocca?’ si disse Dario, mentre teneva in mano una tartina al prosciutto. ‘E affondare le mani tra quei capelli lucenti, morbidi, setosi. Abbracciarla piano per timore di farle male, accarezzarle la pelle profumata, sfiorare quei seni, nascosti sotto la camicia troppo larga?’

Si sforzò di scacciare quelle fantasie, si sentiva la testa ronzare. Antonella lo stava fissando, aveva capito, che lui non ascoltava le sue parole. Sembrava divertita da questo.

“Che pensi?” gli chiese, con gli occhi ammiccanti. Un lieve sorriso increspava le labbra, mentre la fronte era corrucciata. Pareva risentita per i pensieri che intuiva in Dario.

“Usciamo di qui, se vuoi?” fece Dario, mortificato dal fatto che lei gli avesse letto dentro. Uscirono senza pagare. Marco li seguì con gli occhi. ‘Che importa, ripasserà e pagherà domani’ si disse, fischiettando. ‘Ora è meglio che pensi alla ragazza. Chissà…, magari è la volta buona, che si liberi dai fantasmi del passato. Cos’è un uomo senza una donna accanto?’ Lo sapeva bene lui, Marco, e come lo sapeva bene.

Dario camminava con Antonella al fianco, un po’ discosta da lui, in silenzio. Antonella pensava, che era successo qualcosa di strano a Dario ma adesso la sua mente era chiusa ai suoi sguardi. Dario ricordò i pensieri che gli erano passati per la mente prima di entrare nel bar e come questi fossero fuggiti. Non era riuscito più a riacchiapparli. Le persone lo sfioravano frettolose di tornare a casa, guardavano Antonella di sbieco, mentre lui teneva gli occhi bassi con uno stano senso di soffocamento in gola.

D’un tratto Antonella si fermò davanti a un portone, alzò lo sguardo, indicò col mento una finestra al terzo piano.

“Ecco. Sono arrivata, abito lassù. Vuoi salire?” gli disse con gli occhi che imploravano un sì.

  1. Non male la personalità di Dario, hai rivalutato più la parte maschile che quella femminile stavolta..
    Posso avere la prossima data? Sono in torto, quindi se dovrò aspettare starò buona in attesa😉

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