Mina

Mina scelse la strada lunga, anche se era poco più di una trazzera di campagna srotolata alla bell’e meglio tra siepi spelacchiate, pezzi di water e mattonelle scaricate in fretta sul ciglio. Teneva un pugno chiuso, raggomitolato su qualcosa di carta, e procedeva seria seria. Superato il lampione si infilò in un buco di una recinzione che delimitava un pezzo di nulla. Intorno, solo sterpaglie crude prima della stradella che dritta dritta portava al muretto.
Il vecchio era lì, non l’aspettava ma c’era, perché sapeva che Mina prima o poi sarebbe passata, con il muso tirato e il pugno chiuso e la lacrima minima a ricordare che, in fondo, era triste. Per vari minuti non si dissero niente, osservavano il panorama noioso della periferia in silenzio, mentre auto scassate solcavano il paesaggio. Aspettavano forse che la piccola goccia sul viso si asciugasse da sé.
Fu il vecchio a muoversi per primo, mettendole sotto gli occhi la mano sinistra spalancata. Mina la guardò, alzò gli occhi verso il viso abbronzato dell’uomo e liberando il suo di pugno depose la palla di carta bianca sul palmo.

«Quanto?» – le chiese.
«Tre» – rispose Mina sottolineandolo con mignolo, anulare e medio alzati.
«Che era?»
«Saggio breve!»
«Cioè?»
«La madre.»
«Di chi?»
«Boh! C’erano dei pezzi di gente importante.»
«E chi cumminasti [che hai combinato?]
«C’ho parlato di mia mamma, manco li ho letti quelli importanti e mezzo compito l’ho scritto in francese.»
Il vecchio chiuse il palmo sulla carta ancora calda del tepore di Mina e rimase ancora in silenzio. C’era fumo di stigghiole [cibo da strada palermitano, buddello arrostito] che si alzava vicino al ponte e ogni tanto una zaffata arrivava sino a loro.
«Ti riporto a casa Mina» – disse alzandosi in piedi.
La ragazzina non proferì sillaba, ma si mise accanto al vecchio seguendo il tracciato del viottolo verso le costruzioni ingiallite. Ogni tanto sfiorava il pugno dell’uomo chiuso sul foglio appallottolato del compito, ma non era un gesto casuale, aveva bisogno di sentire vicino un corpo Mina, voleva mimare una carezza buona di uomo. Solo questo, e così sfiorava timida quella mano contentandosi di quel gesto furtivo.
Davanti al basso i due si fermarono. La tenda era tirata e poco distante una Punto verde acqua ingombrava la strada. Mina osservò perplessa la scena e il vecchio, quasi a chiedere il da farsi.
«Aspettiamo!» – disse l’uomo poggiandosi al cofano – «avi chi ‘ffari[ha da fare]
Passò un quarto d’ora prima che dalla tenda uscisse un tipo secco secco, con la faccia di fesso che li guardò male preoccupato che il cofano non avesse retto il peso dei due. Dietro, aggiustandosi la vestaglina a quadretti bianchi e rossi, spuntò pure una donna che guardò per un attimo Mina e subito dopo il vecchio con una smorfia di domanda.
«Tutto a posto Shamira! La solita camurria [seccatura] dell’italiano.»
«Domani ci passi tu da scuola?» – fece la donna.
«Vedi che prima o poi ci sgamano a tutti e tre.»
«Sì vabbè, quelli che vuoi che capiscono.»
«Shamira, a me mi sentono [mi hanno soprannominato] Anemia, e voi siete belli nivuri [neri]. Secondo te ancora non l’hanno capita la situazione?»
«Ma io come faccio? Se mi pigliano lo sai come finisce!»
Il tipo con la faccia di fesso si era allontanato alzando la polvere dello sterrato con le gomme e Mina se ne stava in disparte a guardare il pugno del vecchio con dentro il suo tema bocciato. L’uomo guardò Mina, la sua mano serrata, poi accennò un sorriso e fece segno di sì con la testa.
«Mina, domani al solito orario che devo parlare con la professoressa. Vediamo se ci posso inventare qualche cosa di nuovo.»
Poi girandosi verso Shamira – «però è l’ultima! Te lo dico!»
Il vecchio diede una carezza alla ragazzina sulla testa e riprese al contrario la strada. Mezz’ora di polvere e rifiuti, fino alla piccola costruzione su due piani. Dentro, sulla poltrona, Vicè provava a seguire un programma idiota alla TV. Lo salutò con un cenno e si diresse verso la branda all’angolo. Da sotto la rete prese un raccoglitore di quelli con gli anelli da ufficio, e finalmente liberò dal pugno la palla di carta. Con calma la svolse, lisciandola sul tavolo di fòrmica della cucina. Poi con cura infilò il foglio spiegazzato in una busta trasparente con i buchi, un sudario di plastica dal quale traspariva la calligrafia minuta di Mina e il tre rosso fuoco, incisi sulla carta maltrattata.
Vicè si voltò a guardare la scena, mentre in TV un babbeo aveva perso tutto per una parola sbagliata.
«Come andò stavolta?»
«Tre, Vicè.»
«E che era?»
«La madre.»
Vicè torno a guardare la TV, ma quasi tra sé sentenziò – «Sempre la pulla [puttana] 
Il vecchio posò il raccoglitore sotto il letto e si stese. Doveva riposare che l’indomani a scuola doveva parlare con quella: – «Sì Vicè, la pulla d’italiano!»

  1. Ottimo racconto. Veramente interessante lo spaccato del mondo di emarginati con la madre che pratica il mestiere più antico del mondo. Il vecchio che si prende cura della ragazzina nel tentativo di farle fare quel salto verso l’alto.
    Complimenti.

    O.T. per luglio ci sei? Sarebbe pronta la data del 24 luglio..

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