L’homme de Schrödinger

Mi prude il naso.
Credo che in altre circostanze non avrei fatto caso al naso. Però in questo momento è una buona notizia.
Sposto un attimo la mano facendo attenzione a non fare rumore. La parete rugosa della scatola la sfioro appena. Solo un tocco breve per controllare che ci sia davvero.
Non avrei mai pensato a nulla di simile questa mattina. Ho salutato Jun con una bacio sulla guancia e sono arrivato dalla strada che costeggia il supermarket. Come ogni giorno del resto. Io arrivo, apro la baracca, poi arrivano gli altri: le solite chiacchiere, il calcio, la minigonna sempre più corta di Marie. Belle gambe ha Marie, sì. E pare proprio che il principale ogni tanto tra quelle gambe prova a dimenticare la crisi, l’euro, le tasse.
Sorrido nel buio. E anche questa è una buona notizia. Perché in genere i morti non sorridono. Non ne ho mai visto uno che lo faccia. Io invece in questo momento sorrido. Penso a Jun e alle sue gambe, forse meno belle di quelle di Marie, e sorrido.
Rumori.
Da fuori.
Penso che è strana questa situazione. In fondo anche quelli lì fuori stanno dentro una scatola. Sicuramente hanno la stessa mia sensazione. Loro sono entrati nella loro scatola, si sono tirati dietro la porta e hanno chiuso il mondo fuori. E la mia di scatola era già dentro quel mondo. Stramba la vita. Una sorta di insensata matrioska. Io in una scatola, dentro la loro di scatola, che sta in una scatola ancora più grande, dalla quale mi inviano segnali concitati. Mi dicono stai tranquillo, non ti fare vedere e stai tranquillo. Niente panico mi dicono, anche loro nella scatola, che è più grande e paradossalmente priva di pareti; ma non sono le pareti a fare una scatola, sono gli occupanti a costruirsela intorno. Io ad esempio mi ci sono infilato da solo qui dentro. Potevo scegliere se starmene fuori o entrarci dentro. Probabilmente non sarei neanche vivo adesso, se non mi ci fossi stipato, ma questo è il punto: sono davvero vivo in questo momento? Non lo dico per me si intende. Mi prude il naso. Sorrido. Credo di essere vivo! Semplice. Ma che lo dica io non serve. Come per il gatto di Schrödinger, da fuori non hanno modo di sapere se sono vivo. E così sono la somma di entrambe le cose, nello stesso momento, anche se ho un cellulare e whatsappo con quelli che stanno fuori. Bella cosa la tecnologia, ma lo stesso non ti chiarisce nulla della vita. Potrebbero essere quelli della scatola intermedia a mandare i messaggi; io stecchito in un angolo e loro che mandano messaggi con il mio cellulare. O un hacker che si diverte a giocare con il gatto di Schrödinger. Può essere tutto, anche che questi messaggi siano frutto della mia mente impaurita o di un dio che mi vuole prendere in giro anche dentro questa scatola. Ti salvo io, mi dice, tu prega e io ti salvo; tu guarda il cellulare, prega e io ti salvo.
Rumori, ancora rumori. Quelli parlano, sanno che l’unica loro possibilità è uscire dalla loro scatola e fare vedere a tutti che sono già morti. Lo sanno loro; almeno hanno questa di certezza. Io no, io continuo a pensare a Jun e al fatto che a parte il naso che prude e il sorriso e i nervi tesi, difficilmente posso darle la certezza che sono vivo. Sì Jun, lo sono e devo pensare; devo farlo per non impazzire dentro questa scatola. Non devo darla vinta alla claustrofobia. Quella fa fare rumori pericolosi. Lo so perché da piccolo mi seppellivo sotto le coperte, scomparivo dentro quella placenta di stoffa e lana, tentando di provare ancora la sensazione di protezione del ventre materno. Poi l’aria iniziava a riscaldarsi e scarseggiare e tossivo sempre più forte, sempre più forte, fino a dovere riemergere in una precipitosa inspirazione. Deve essere così il parto, non credi Jun? Una precipitosa inspirazione per non morire asfissiati. Ora però non si può, l’aria manca e si sta riscaldando, io devo pensare e Jun è un buon argomento, anche se le sue gambe non sono quelle di Marie. Ma io tra le sue gambe, dentro quel ventre vorrei starci ora. Deve essere perché come ho letto da qualche parte quando hai la morte intorno allora implori la vita e ti viene duro. Deve essere per questo che nelle guerre riescono a violentare le donne, quando entrano dentro i villaggi di notte, e ho sempre pensato, come diavolo gli viene duro a questi animali. Arrivano nei villaggi popolati da cadaveri e sangue ovunque e riescono a farselo venire duro. Come fanno, Cristo! E forse è proprio il fatto che sono circondati dalla morte e allora gli viene duro per lasciare dentro quelle disgraziate almeno un po’ della loro vita. E lo fanno continuando a uccidere perché la guerra è questo, uccidere, le persone e le anime. Però io non vorrei uccidere mai la tua anima Jun. No, vorrei entrare completamente dentro di te, vorrei tu fossi una madre che mi porta nel suo ventre. Vorrei fossi una scatola di carne dentro la quale iniziare a soffocare dolcemente e con i piedi darti la spinta giusta per partorirmi fuori. Una precipitosa inspirazione e un pianto e le tue gambe aperte mentre giaccio su di te senza fiato. Hai ragione Jun quando dici, che diavolo ci stiamo a fare ancora in questo posto. È solo freddo e brutte notizie. Freddo e cattive notizie. Hai ragione tu Jun, t’avessi ascoltata adesso non sarei in questa scatola. Quei due sarebbero stati nella loro scatola intermedia, e quelli fuori in quella più grande. Ma se t’avessi ascoltata adesso saremmo da qualche parte nel mondo, lontani da questo freddo e dalle cattive notizie. Che poi è sempre una scatola immensa il mondo, e a guardarla da fuori non hai idea se dentro siamo tutti morti o tutti vivi. Ma a quel punto è roba che al più interessa quei quattro disperati in orbita sull’ISS. Ma ci pensi Jun, noi e loro che ci guardiamo a vicenda e nessuno che ha idea se dentro le nostre scatole c’è qualcuno vivo. Ci pensi Jun, adesso appena quelli mi tirano fuori da questa scatola dove manca l’aria e arrivano solo brutte notizie, io vengo a casa, facciamo l’amore e poi scappiamo via. Io e te Jun. Io tu e il figlio che facciamo oggi quando si apre la scatola e si capisce che sono vivo.
Il cellulare è poggiato con lo schermo sul fondo della scatola. S’illumina di lato. Mi prude il naso e faccio attenzione a prenderlo in mano senza fare rumore. Quelli di fuori dicono di stare al riparo, che stanno per entrare. Vengono a tirarmi fuori Jun. Scoppi, spari, urla, vetri rotti, fumo, bruciare di vite. Vengono a prendermi Jun. Quelli di fuori aprono la scatola e vedono che piango e tossisco. Apri bene le gambe Jun! Piango, tossisco e sono vivo.

  1. In questi giorni di morti violente, di attentati in nome di qualcosa che non si capisce, questo post cerca di entrare nella mente di qualcuno imprigionato in una scatola che aspetta solo i salvatori.
    ottima interpretazione dei pensieri di una persona.
    Complimenti.
    O.T. sto compilando il calendario agostano tra ferie e voglia di stare a occhi chiusi. se ci sei, per te pensavo la data del 21 agosto. Confermi o smentisci?

  2. Colpiscono anche queste sequenze di scene vivide e profonde. Mi sono piaciute le metafore e una delle prime riflessioni sulla tecnologia ( tanto bella quanto effimera).
    Non male, non male davvero.

    “.. e nessuno ha idea se dentro le nostre scatole c’è qualcuno vivo…”

    Musa

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