Sì, bene!

Aria!
Cammino radente il muretto di recinzione di una villa liberty. Penso di aver bisogno di aria adesso, ma sembra non abbia il coraggio di mandarla giù sino ai polmoni.
Una signora con il carrello della spesa mi passa accanto. Mi ignora all’inizio, poi si ferma e chiede qualcosa. Dovrei comprendere le parole della mia stessa lingua, invece i suoni come l’aria sembrano non volerne sapere di penetrare dentro me. Mi guarda stranita, mi chiede se è tutto ok, visibilmente perplessa del mio mutismo. Le dedico un sì stentato. Lei scrolla la testa e riprende la sua strada.
Altri due isolati e sarà il numero 33. Il mio cuore reclama attenzione. Ha ragione, ma adesso devo accumulare strada e fiducia per proseguire, passo dopo passo, millimetro dopo millimetro.
Il traffico d’auto procede in sincronia con il semaforo. Una bambina dietro il finestrino mi osserva, di sicuro senza motivo. Farà fresco lì dentro, in contrasto con l’afa che mi avvolge. È estate, penso. Una estate come altre, impregnata di sudore e rombo di scooters. Due ragazzi sfrecciano vicino al marciapiede. Hanno gambe nude infarinate di salsedine. Saranno di ritorno dal mare vicino che dalla mia camera d’albergo osservavo stamani con finto distacco.
Io sono arrivato ieri sera tardi, con un volo low cost. Un sedile scomodo, un biglietto da visita in tasca, un indirizzo che sto lentamente scoprendo, portone dopo portone, sino al numero 33.
Eccolo! Davanti a me il portiere sonnolento nella sua garitta. Il ventilatore acceso e un cruciverba a metà. Attendiamo entrambi la risposta dal terzo piano, interno 8. Mi chiede se conosco il nome di un qualche compositore di dodecafonica. Non ricordo più niente io, o forse non ho più voglia di ricordare nulla. Riprovi quando torno giù, dico, magari il tipo del biglietto da visita riesce a farmi tornar voglia di musica e di definizioni da settimana enigmistica. Sorride. Io mi avvio per salire.
Gli ascensori vecchi come questo sono una enciclopedia dell’animo umano, galleria di graffiti d’amori e d’insulto, destinati a ignoti protagonisti di storie che nessuna cabina da sola può contenere. Serve l’intero palazzo, o forse l’intero quartiere. Bisognerebbe entrare nelle singole stanze e osservare le foto esposte, gli oggetti, i volumi ancora aperti sui letti disfatti. Ricostruire le vite dalle frasi dette solo una volta, come se avessero un senso assoluto, come se incuranti del loro effetto le avessero lasciate in un angolo a testimoniare il passaggio fugace della vita tra quegli oggetti. Mentre osservo i piani susseguirsi nella salita penso a quanto sia esiguo il peso di tutta questa gente rispetto alla fatica di chi ha ferito ad arte l’impiallacciatura alle pareti.
Sono arrivato. Delle tre porte sul pianerottolo, una è aperta e accostata. Dalle altre arrivano suoni opachi di televisione e di bimbi che giocano. Entro e richiudo alle mie spalle. La ragazza all’ingresso è carina e annota con garbo i miei dati essenziali, poi mi prega di attendere in sala. Insieme a me volti senza una storia non provano neanche a scrutarmi. Anche loro saranno compressi in pensieri stonati, ma potrebbero almeno far finta di notare che esisto. Riviste riciclo di parrucchiera ingombrano un vetusto cubo bianco. Ricordano che di effimero si vive benissimo. Si ignorano le domande e soprattutto le risposte che alla fine ci hanno condotti tutti qua.
La ragazza carina mi fa segno di entrare, suscitando finalmente l’interesse della strana platea. Tutte facce perplesse in preda al dubbio sulla mia poca attesa. Che importa, vado! Lo studio è vuoto, sulla scrivania carte scomposte e una cartelletta con il mio nome sopra. Dentro nulla, ancora. Dentro vorrà conservare dati, evidenze e soluzioni. Già, soluzioni! Perché è questo che dovrebbe acquietare tutti, le soluzioni! E se non ci fossero, dico, se tutto questo fosse destino e basta. Non pensa che invece di star qui ad arrovellarsi le tempia con le domande e le risposte e le soluzioni, non pensa che dovremmo alzarci insieme e ripercorrere a ritroso la strada verso il mare e distenderci, così vestiti, sul bagnasciuga e ascoltare l’onda assecondare il nostro oscillare tra uno stato d’animo e il successivo scomposto e ansioso. Non pensa?
Lui era entrato dalla porta laterale e ascolta in silenzio. Dice no. Dice qualcosa di sensato e plausibile. Dice che il mare, quel mare che ho in mente, non è la soluzione. Ecco questo è il verdetto. Il mare non è la soluzione. E lo appunta su un foglio intestato insieme alla sua di soluzione.
Saluto la ragazza carina e torno in strada. Prima però chiedo come si chiama: Marta. Bel nome Marta, le si addice. Sui marciapiedi l’ora meridiana scoraggia il passeggio. Rade le facce non hanno voglia di attenzione. Il mare non è la soluzione penso rileggendo il foglio. E accumulo passi e strada fino a una balaustra. Sotto ragazzi in costume stanno appollaiati su una scogliera scura. Candida l’acqua di risacca lambisce i sassi danzando sulle alghe smeraldo. Le parole, le domande, il senso delle cose danzano con loro. Sembrano frammenti di destino appena scagliati ovunque da una risata improvvisa. Due gabbiani sorvolano rapidi la piattaforma dove corpi abbronzati bivaccano. Osservo tutto come volessi imprimere negli occhi qualcosa di diverso dal foglio, dalla soluzione, dal destino.
La ragazza carina mi mette una mano sulla spalla. Riconosco la sua presenza ancor prima della sua voce gentile: chiede se va tutto bene. Tiene una bimba per mano. Marta, dico, sì Marta, ricordo. E la bimba? Marina, risponde. Sì bene! Certo bene. Guardo il mare, lei, la bimba di nome Marina e il gelataio accanto a noi che le porge un cono limone e fragola. Sì, bene adesso.

  1. una giornata di mare. Non è la soluzione. Ma quale sarà? Un finale aperto a tutte le soluzioni, compresa qualla scritta sul foglio.

    O.T. per settembre di propongo il primo giorno d’autunno il 21 settembre. Se ti va, dammi un ok.

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