Una storia al giorno d’oggi – Mauro 1

Foto personale

Foto personale

Il giorno lanciò la sua avanguardia sul cielo stellato a est, spargendo un’alba rosata sul firmamento, prima di sciogliere il nodo che tratteneva la notte sulla città. Le nuvole passavano dal grigio scuro al rosa per virare al bianco man mano che il sole sorgeva.

Mauro si svegliò rincoglionito col sole già alto. Prima di capire che ora fosse impiegò un bel po’ di tempo a cercare di togliersi il sonno dagli occhi.

Si rendeva vagamente conto che doveva alzarsi, aveva lezione all’Università, non era fine settimana. Eppure la sveglia non lo aveva avvertito oppure aveva suonato inutilmente, più volte senza riuscire a svegliarlo. Rintronato, non riusciva proprio a connettere.

«Cazzo! Ma che cavolo mi è successo stanotte? Eppure sono rimasto a casa… mi pare…» si lamentò, stropicciandosi gli occhi cisposi.

Si sentiva, come se avesse passato tutta la notte in piedi: a bere e fumare. La testa gli doleva. Gli sembrava che qualcosa gli martellasse le tempie. Gli pesava sul collo. La lingua era impastata. Percepiva una patina appiccicosa sopra. La gola bruciava come se avesse fumato mille sigarette. “Forse ho fatto un brutto sogno” pensò stranito. Eppure non ricordava nulla. “Ma sono uscito ieri sera?” si domandò, cercando di mettere insieme pensieri e ricordi senza molto successo. Scosse la testa e il dolore alle tempie crebbe a dismisura. Chiuse gli occhi per poi riaprirli in fretta.

Doveva alzarsi, se voleva svegliarsi e cominciare la nuova giornata, che non prometteva nulla di buono. “Se il buongiorno si vede dal mattino” si disse con l’occhio destro socchiuso, scendendo dal letto per prepararsi un bel caffè nero, forte. “Magari doppio o triplo, come piace a me” pensò e forse sarebbe riuscito a svegliarsi.

Andò in cucina caracollando, quasi a tentoni. La Bialetti era già sul fornello, pronta per essere accesa. “Almeno di questo ieri sera mi sono ricordato” pensò, mentre apriva il gas, prima di dirigersi verso il bagno.

Inciampò in un paio di scarpe che non dovevano stare lì. Gli uscì una bestemmia, lui che non imprecava mai. “No” confermò. “Oggi pare una giornata storta”. Massaggiandosi l’alluce, a balzelli raggiunse il bagno. Questa scossa lo risvegliò quasi di colpo, mettendo a fuoco gli oggetti della stanza. La lavatrice nell’angolo, la tenda del box doccia, i poster di Joan Baez e di John Lennon appesi alla parete. Aveva un urgente bisogno di una minzione.

Tornò in cucina quando il caffè era quasi pronto. Lo sentì gorgogliare, mentre l’aroma invadeva la stanza. La macchinetta era da tre ma aveva intenzione di berselo tutto, anzi di farsene un altro subito dopo.

Versò il caffè nella tazza riempendola per bene. Lo bevette con avidità, come un assetato con l’acqua. Era amaro e forte ma doveva togliersi quel gusto stomachevole che aveva in bocca. Poi vuotò il resto nella tazza. Prima di bere la seconda porzione, lavò la moka e la preparò per il secondo giro. Riaccese il gas.

Prese la tazza, sedendosi al tavolo di cucina e la portò alla bocca. Senza zucchero per sentirne il sapore. Quasi si ustionò il palato e la lingua, ma la seconda tazza gli schiarì il cervello.

Rifletté sulla giornata precedente: l’urlo virtuale di Micaela, l’uscita di casa incazzato verso una persona immaginaria, il rientro, quando ormai era sera. Però quello, che gli bruciava di più, erano i ricordi che l’avevano assalito ascoltando De Andrè.

Erano ormai tre anni che si era separato da Simona e fino a quell’istante non ne aveva avvertito la mancanza. Però ascoltando la canzone di Marinella gli ricordò, quando l’aveva conosciuta all’Università. Fu un amore travolgente, talmente intenso che decisero di sposarsi dopo pochi mesi. Un matrimonio affrettato, più di pancia che di testa. “I risultati si sono visti” pensò con amarezza.

Si riscosse e guardò l’orologio sulla parete: le otto e mezza. “Ho tutto il tempo” convenne, sorseggiando con più calma la seconda tazza di caffè. “La lezione all’Università ce l’ho alle undici”. Prima doveva incontrare una laureanda ma non avrebbe richiesto molto tempo. “Uscendo per le dieci, ho un buon margine per ascoltare Laura prima della lezione”. Intanto aveva finito anche la seconda, mentre la nuova macchinetta sputava il suo liquido nero. Versò il nuovo caffè, che avrebbe preso semifreddo.

Si diresse verso bagno per una doccia. Lasciò scorrere l’acqua a lungo, finché non fu fredda, come gli piaceva, quando fuori era la stagione invernale. Mauro funzionava al contrario: d’estate doccia calda, d’inverno fredda. Aveva scoperto che era il sistema migliore per regolare la temperatura corporea.

Mentre si passava il sapone sul corpo, ricordò com’era bello fare la doccia con Micaela. Stretti nella doccia della sua casa. Era talmente minuscola che diventava sempre un amplesso scomodo ma così eccitante per entrambi. Scacciò quel pensiero lussurioso, chiudendo il rubinetto dell’acqua.

Infilato l’accappatoio, tornò in cucina per il terzo caffè. Lo bevve con avidità, perché doveva svolgere un rito. Andò nello studio e accese il computer per il buongiorno quotidiano con Micaela.

Nessuna notizia. Tutto muto. “Possibile?” si disse, scuotendo il capo, mentre si frizionava il corpo con l’accappatoio. “È un anno che ci diamo il buongiorno tutte le mattine. D’altronde è stata lei a troncare. E lei deve fare il primo passo se vuole una riconciliazione”. Si giustificò, perché non voleva essere lui a mandarle il messaggio di buongiorno.

Appeso l’accappatoio in bagno, si vestì con cura. Prima di uscire, infilò la giacca e prese lo zaino. Richiuse la porta con dolcezza, senza sbatterla, non ce n’era motivo.

Con l’ascensore scese nel garage, dove in un angolo stava la sua fida Bianchi Gran Turismo, incatenata a un tubo. Usava l’auto in pratica nei fine settimana e non sempre. Per arrivare all’Università erano pochi chilometri. Una mezz’ora scarsa. Alle dieci e mezza era davanti all’istituto di Fisica. La laureanda l’aspettava nel corridoio degli stanzini (meglio chiamarli bugigattoli, viste le ridotte dimensioni. In due saturavano l’ambiente e le ginocchia si toccavano), riservati agli assistenti.

«Buongiorno Laura!» disse con un bel sorriso Mauro.

«Buongiorno Mauro!» ricambiò Laura, chiamandolo per nome.

Era ormai una consuetudine che aveva da tempo con gli studenti, quelli vicini alla laurea. Un modo per accorciare le distanze e far pesare meno il suo ruolo. Se la sbrigò in fretta: doveva darle un paio di indicazioni sugli esperimenti da fare per la tesi. Poi si avviò verso l’aula dove teneva lezione.

«Buongiorno ragazzi!» li salutò, agitando la mano.

«Buongiorno professore!» Disse qualcuno in modo timido.

Li guardò male, perché non era un saluto convinto. Su questo non transigeva, era una questione di educazione. Dopo le prime volte che, entrato in aula, nessuno dei presenti salutava, aveva fatto un cazziatone feroce. Una lezione di rispetto reciproco, che includeva anche il saluto iniziale. Sembrava che non avessero ancora capito l’importanza di questo. “Oggi non è la giornata giusta per tornare sull’argomento” si disse, lanciando occhiate torve alla ventina di studenti, che con aria indolente si apprestavano ad ascoltarlo.

I tre quarti d’ora di lezione per fortuna passarono rapidamente. I concetti gli uscivano fluidi, quasi senza doversi concentrare o ricordarli. Erano diversi anni che insegnava ‘Struttura della materia’. Capiva che poteva sembrare astrusa. In realtà era un modo per cogliere gli elementi di base di interazione radiazione-materia nell’approssimazione di dipolo elettrico e comprendere la spettroscopia dell’atomo. E non solo quello. Le parole gli venivano fuori senza difficoltà o doverci pensare. Anche per le domande più subdole o stolide aveva la risposta pronta. La materia la conosceva bene. Mauro avrebbe potuto, se avesse avuto più spirito di iniziativa, essere un ottimo fisico ricercatore. Invece si era adagiato nel tran tran quotidiano come in un comodo divano.

Terminata la lezione, si avviò verso l’uscita, salutando frettolosamente chi incontrava. Aveva deciso, inconsciamente, che doveva mettersi in contatto con Micaela. Non era possibile che finisse così, dopo tre anni di chat amichevoli.

Pedalò di fretta fino a casa, salì le scale, facendo a due a due i gradini. Non attese neppure l’arrivo dell’ascensore. Dopo essersi liberato di giacca e zaino, si accomodò sulla poltrona davanti al computer rimasto acceso.

Un colpo sulla tastiera per togliere di mezzo lo screensaver e … sorpresa! La busta era di un bel blu intenso, che lo avvertiva ‘C’È POSTA PER TE!’.

Il cuore gli fece un doppio tuffo carpiato in petto. “Dopotutto forse ho fatto bene ad aspettare che si facesse viva lei per prima” si disse, mentre si accingeva ad aprire il programma di posta. “È sicuramente Micaela, che mi scrive le scusa per il suo urlo di ieri. Mi spiegherà, perché lo ha fatto. Mi dirà che è pentita del suo sfogo. Mi assicurerà che, se fosse per lei, avrebbe cancellato la giornata di ieri”. Mentre questi pensieri gli attraversavano la mente, aprì il client di posta elettronica. Cliccò sul pulsante ‘Ricevi posta in arrivo’ per leggere i messaggi arrivati. ‘Ricezione posta in corso’ lo avvertì una scritta in basso a sinistra. In rapida successione il programma scaricò dieci nuovi messaggi, ben riconoscibili, essendo in grassetto.

«Cazzo!»esclamò mauro contrariato. «Oggi tutti hanno deciso di scrivermi?»

1 Preside… “Nun me ne po’ frega’ de meno, adesso!”

2 Cicchetti… “Ma chi sei? Boh!”

3 Cicchetti… “Ancora tu?”

4 Davide… “A te rispondo dopo!”

5 Capataz… “A bello! Ti voglio bene, però devi aspettare!”

6 Nannina… “Nannina? Ma guarda chi si risente! Dopo tutti questi mesi… bruttina ma simpatica. Le risate… e poi scopava bene… quasi quasi…”

7 Micaela… «Ah, eccolaaaaa!» esclamò soddisfatto.

E senza controllare gli altri messaggi, aprì subito il suo messaggio.

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