A VAMPIRE OR A VICTIM?

Il treno proseguì, una fermata dopo l’altra. Intorno i passeggeri stavano seduti composti; c’era chi bisbigliava, chi rideva, chi blaterava al telefono. Vestiti, tatuaggi, orecchini, piercing, ornamenti vari. Lui ci vedeva altro. Godeva di quella vista speciale, con l’attenzione a mille, il viso acceso e avvampato, le narici dilatate che respiravano proprio quell’odore dolciastro. Il sole caldo di primavera che batteva dal finestrino gli faceva male alla testa, anche se non costituiva un problema. Per lui quel viaggio rappresentava un’occasione come un’altra per stare bene. Vivere, quasi sopravvivere. Sorrise ma poi richiuse subito le labbra; il suo volto risultava sempre grottesco e brutto quando mostrava i denti. Non gli piaceva socializzare con la gente, specialmente con i passeggeri di una carrozza ferroviaria. Per la verità, lui non aveva mai legato con nessuno, forse perchè i suoi rapporti umani erano facili e veloci, concreti e leggeri. Niente paroloni, niente gesti eclatanti, niente moine. Aveva letto da qualche parte, in una delle innumerevoli biografie di attori o pseudo vip in cerca di notorietà, stampe destinate al macero nella folla degli anni, che l’amore eterno era come un sogno da raccontare a un bambino triste. Leggeva pagine di amore, di purezza, di ideali, di sentimentalismi e poi subito dopo richiudeva i libri e si scherniva: la sua capacità di rimanere abbagliato da quelle parole era il suo grande difetto, un difetto che però controllava e che per fortuna non gli era mai risultato di impaccio. Le cose davvero importanti, vitali, non erano scritte su uno stupido libro. C’erano trombe stonate e decadenti, cori sgraziati e gutturali, paesaggi infuocati, sospiri nelle tenebre. Quelli erano gli unici segnali per ciò che si doveva fare nel mondo, per lui. Se un mondo non appartiene a qualcuno, allora quel qualcuno doveva provvedere altrimenti. Sopravvivere era un’arte, più che una prima necessità: questa convinzione l’aveva resa come regola ferrea. Dai finestrini intanto udiva il ronzio della corsa sui binari e osservava lo scorrere di spezzoni di alberi e campagne, un montaggio impazzito. Odiava il sole, non era un mistero per un tipo come lui. Non aveva scelto di vivere in questo mondo ma poteva scegliere benissimo come vivere. Riprese a studiare con tranquilla precisione le figure degli altri passeggeri; con occhiate avide ma sfuggenti percepiva solo la forma dei crani, la consistenza delle gambe e delle braccia, i tratti degli occhi e delle bocche, i lineamenti delle mani, persino le punte dei nasi. Quanto sangue quei corpi potessero contenere, quanta carnepotessero conservare. Passò rapidamente la sua lingua smorta sulle labbra. Non gli interessava il resto come gli anelli, i pantaloni, le scarpe: tutti contorni irrilevanti. I raggi di sole filtravano più bassi e gli lambivano la pelle giallastra, rivelando putride piaghe e ferite non cicatrizzate. Odiava il sole, si, quel sole così lesto a scovare i suoi punti deboli, in un mondo che non si vergogna affatto delle debolezze altrui. Un lampo improvviso lo illuminò, un sibillino messaggio inviato dal suo cervello. Percepiva un vuoto dentro, una sensazione di essere sull’orlo del precipizio, si sentiva come indebolito e senza speranza. Aveva fame. Era il momento buono, il tempo prima della prossima fermata era sufficiente. E prima che qualcuno potesse scoprirlo e anticiparlo, si alzò in piedi e fece quello che aveva sempre fatto e che sapeva fare così bene. Sopravvivere. Ruggì come un animale e si lanciò contro le sue prede, apoteosi di una febbre, la febbre della fame. Quando più tardi scese dal convoglio, con la faccia stravolta ma soddisfatta, imbrattato di sangue e con il cuore che gli batteva colmo di speranza e gratitudine, non pensò alla macelleria che si lasciava alle spalle, non badò più alla realtà. Tutto ciò che sentiva erano sospiri di tenebra nella mente e un vento di cenere sulla fronte.

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