Involucro

Vorrei tornassimo ragazzi.Vorrei tornassimo a ridere delle cose futili.

Insieme!

Disse questo, prima di sparire, mio padre. Disse questo perché il peso della sua storia era troppo. Lo schiantava ogni giorno, ogni ora. Erano troppe le domande alle quali non sapeva rispondere, poche le certezze che poteva dare al suo mondo.

Disse questo a mia madre, sperando che lo ricordasse vivo e andò via. Ma solo per qualche ora; girovagò a caso il quartiere fino alle luci del centro con il fiato corto e la camicia madida di sudor freddo. Avrebbe voluto cancellar tutto e ancora una volta dimenticare. Poi si vide riflesso su una vetrina accanto a un vestito elegante da sera. Si osservò imbiancato di vita e di luci gelide da strada. Più che se stesso vide un altro, non sconosciuto ma odiato aggeggio umano.

Pianse, prima di tornare a casa mio padre, nella penombra dei marciapiedi serali. Pochi o forse nessuno si sarebbero accorti del nodo che gli serrava la gola, della rigatura umida cancellata furtivamente con il palmo. 

Non sarebbe mai più tornato invece e io vedendolo rientrare muto ebbi un brivido. Io, suo figlio, sarei dovuto andare da mia madre, la sua donna, pregandola in ginocchio di fare qualcosa, di aprire gli occhi e di allungare una mano verso il suo volto, di richiamarlo in vita urlando a gran voce il suo nome. Il suo vero nome. Avrei potuto fare questo e tanto altro, ma restai così come tutti, a guardare un involucro piombare su una poltrona chiara del salotto.

Da allora non parlò più mio padre. Si limitava a emettere suoni simili a parole, a rispondere a comando. Anche quando mia madre scoprì tutto e non la smise di urlare per giorni. Si limitò a chiedere scusa con lemmi amorfi e automatici, come se lui avesse anche una sola colpa. Come se quello non fosse per prima cosa il demone che lo aveva divorato un pezzo al giorno, ogni giorno. Io sapevo che dovevamo allungare le nostre mani verso il suo viso. Sapevo che dovevo tirar fuori dal suo sepolcro l’uomo. Farlo singhiozzare ancora e permettergli di mostrare le crepe profondissime nella sua anima. Avrei dovuto allora fermare il giudizio di tutti, perché io le riuscivo a vedere quelle crepe. Potevo, ma non avevo le parole e i suoni adatti a far sentire alcuna voce, mentre lui definitivamente sprofondava in un mare di devastante e incolore solitudine.

Negli anni imparai a considerare quel vecchio inerte una cosa, sospinta in avanti da mia madre che riuscì ad accontentarsi dell’innocuo involucro, prigione che giaceva ogni sera sulla poltrona chiara nel salotto. Accadde così che nel tempo imparai l’oblio. Guardavo lui e me stesso insieme caduti per sempre in un altro tempo. Fredde incognite di una assurda equazione che vuole gli uomini immuni dai dolori del tradire il ridere di cose futili. Come quando si era ragazzi, seduti sulle panchine umide degl’inverni di pioggia e di canzoni.

Oggi torno anche io su quei passi. Oggi che non è più tempo. Torno senza provare dolore o curiosità verso un qualche scopo. Torno come uomo leso dal troppo pretendere da me l’assenza di crepe e di paure. E comprendo meglio, perché anche allora li lessi, i silenzi e le strane pause di vita che sulla poltrona chiara del salotto si compivano. Oggi anche io vorrei la mano della mia donna ad allungarsi verso il viso in una carezza. Vorrei raccontato qualcosa avendo terminato le parole e i suoni e i pensieri. Vorrei essere immune da tutto ciò. Vorrei essere vivo insomma, ma mi accontento di essere involucro, pur io, di me.

  1. Pingback: Involucro | L'ordalia dell'acqua

  2. un pezzo amaro ma ricco di umanità. Gli errori che il padre ha commesso l’hanno trasformato in una larva ma nessuno ha capito il suo dramma. Nemeno il figlio, quando anche lui è piombato nell’abisso nero senza trovare qualcuno che l’aiutasse a risalire in superficie.

    O.T. per il mese di novembre ti avrei riservato la data del 20 novembre. Ci sei?

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