La Rosa

Che il lavoro di mio padre lievitasse in spazi impropri, inghiottisse la casa, invadesse i pensieri, il tempo e le energie era una certezza.
Il campanello d’ingresso suonava a ore strane e onde larghe d’umanità finivano in salotto: presenze corpose o sottiline, di durata alterna.
A metà fra ‘l prete e ‘l maresciallo, con l’anima del giusto di campagna, mio padre assorbiva ogni giorno proteste e preghiere: rotolavano da noi, crespe di vergogna, nella stanza porto di mare che dava sulla strada.
Cose della vita. Insegnavano a non chiedere e a non stupire.

La Rosa miamamma ne raccoglieva un’involontaria schiuma, fra una tazza di caffè o un vermouthino, ché davvero non si poteva lasciar nessuno lì, con il magone, sul vimini intrecciato di  poltrone scomode  .
E lei, allora, avanti e indietro fra cucina e luogo dell’attesa, a tirar su lamenti e a offrire sedie, anche alla vedova, che rifiutava e rifiutava, per svelare alla fine: meglio restare in piedi, ché il suo compagno proprio col culo sulla stufa accesa l’aveva messa a sedere. Perché tacesse. Ecco. Se il sindaco poteva far qualcosa…
Camminavano storie di varia umanità.
Qualcuno chiedeva per le medicine, quelle che venivano da via: un prestito piccolino o una parola buona al farmacista.
E per scrivere una lettera al prefetto. Si poteva? E al figlio che stava a Milano? E alla Montecatini per avere il posto? Le classi di scuola così basse…
Poi c’erano le centocinquanta giornate, in campagna: non venivano, non venivano mai, e sul libretto in bottega non si segnava più. Non c’era un po’ d’erba da tagliare ai fossi?
Vero che in Russia gli occhiali li tiravan gratis, a tutti, e anche la dentiera? Se non si era rossi dentro, li davano lo stesso? Telefonando…

La Rosa miamamma ascoltava, ascoltava. Come confessare al chierichetto, far le prove in brutta. Con la Rosa non c’era la paura: un poco sorrideva, un poco consolava. Anche correggeva.
Dopo, dicevano, se tutto andava bene, per il sindaco c’erano le uova e la gallina, da portare fino a casa… Allora, la Rosa, tutta accesa, scongiurava: per carità, guai, neanche dirlo, perché a Gigi suomarito neppure un “grazie, per adesso” si poteva regalare : “per adesso” era già un’offesa e lo sapevan tutti del volo del salame sulla testa dell’agrario, latore d’indesiderata regalia.

Poi venne il vecchio.
Il vecchio fu un’altra cosa.
Muto, grigio, col tabarro pencolante, quello dell’ospizio.
Seduto in punta di sedia. A mezzogiorno.
Guardava solo le sue scarpe e pareva avere freddo.
Il salotto non era riscaldato: non eran più tempi di Warm Morning sempre accesa, coi suoi carboni diavoli. Sembrava tiepido solo a venir da fuori, ma a starci, a starci il frigido del pavimento saliva per le gambe.
“Venga qui in cucina che c’è caldo”- la Rosa non sapeva lasciare al freddo neanche gli anatrini, figuriamoci un vecchio che tremava.
“Ma lo sa che ha proprio brutta cera? Ah, è il mal di testa…”-il vecchio si toccava la fronte e stava zitto. “Lo vuole un bel Mindol? Dopo poi sta bene…”
Il vecchio disse sì e lo bevve con una tazza di brodo.
Poi rovesciò gli occhi.
Quieto.
Fermo.
Il bambino canterellava “la pancia non c’è più, la pancia non c’è più” come aveva sentito a Carosello, senza accorgersi di niente. La Rosa miamamma tutta un tremore: sulla guida a cercare l’ospedale. A dire: il brodo, oh dio, il Mindol.
Io a guardare quella faccia grigia.
A capire che il dolore ti prende all’improvviso, in un vecchio senza nome: è nausea e saliva ferma in bocca.

Si andò con mio padre all’ospedale, a piedi.
Dietro l’ambulanza.
Non era morto, il vecchio, ma non parlò mai più.
Non si seppe che storia aveva in testa, che preghiera o bestemmia lo aveva portato a casa nostra, nella sua vita sola.
Durò ancora, tanto tempo. Lo si andava a salutare coi biscotti, al ricovero dell’ospedale vecchio.
Prendeva con la sua mano d’osso la mano della Rosa miamamma.
E stava lì.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  1. bellissima questa storia dei tuoi genitori, narrata col solito garbo tra l’ironico e lo stupito.
    Sei veramente nel narrare le storie.
    Uno spicchio di un mondo che non c’è più.
    O.T. se ci sei a novembre ti avrei riservato la data del 27 novembre. Me la confermi?

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...