LA PENSIONE

Piove oramai da diversi giorni. L’aria è intrisa di umidità fredda, di quella che penetra fin nelle ossa.

La pioggia, a tratti scrosciante e violenta, si abbatte sulla città ancora immersa nel dormiveglia mattutino.

Giovanni uscendo dal portone del vecchio edificio dove abita da circa trenta anni, impreca contro quella pioggia incessante. Apre il grande ombrello, che sua moglie gli ha imposto di portare, e anche se lo considera troppo ingombrante, ora deve ammettere che gli è utilissimo per ripararsi dal temporale che si è scatenato.

Saltella tra una pozzanghera e l’altra, mentre un fiume d’acqua defluisce rapidamente lungo i marciapiedi. I tombini saturi di fogliame secco e immondizie non riescono più ad accogliere quel flusso che sta invadendo oramai tutta la carreggiata. L’uomo cerca invano un varco asciutto per poter traversare.

Giovanni finalmente approda sul lato opposto della strada dove campeggia l’Alberone, come affettuosamente lo chiamano gli abitanti del quartiere. Si ferma per alcuni istanti sotto le chiome fluenti dell’albero che lo riparano momentaneamente dalla tempesta. Accanto c’è l’edicola, Giovanni ne approfitta per comprare il giornale e, riponendolo all’interno dell’impermeabile, torna a immergersi nel muro d’acqua che lo aspetta.

Raggiunge la fermata della metropolitana.

Oggi è l’ultimo giorno pensa sorridendo l’uomo.

Giovanni è sempre stato un impiegato modello.

Come tutte le mattine alle otto in punto, da quarant’anni si presenta in ufficio. Percorre l’ampio corridoio dell’antico palazzo e raggiunge la postazione di lavoro.

La sua è una scrivania molto grande, di legno lavorato, unico pezzo superstite di uno studio antico e ora collocata nell’anticamera del dirigente di turno. Non si può sostituire, si tratta di un pezzo d’antiquariato.

Lui è basso e gracilino, quando è seduto dietro quell’enorme tavolone quasi scompare anche per via del suo abito marrone scuro, in sintonia con i colori dell’ambiente.

Possiede tre abiti soltanto, tutti molto simili nel modello e nella tonalità, l’ufficio del personale ha disposto che per le sue mansioni è d’obbligo indossare un certo tipo di abbigliamento. Chi riceve il pubblico deve essere presentabile, dare l’idea dell’ordine e della sobrietà. Vietati i jeans, vietati abiti dai colori troppo appariscenti.

Giovanni è uno degli ultimi rimasti, la sua qualifica di “commesso” è stata rimossa dai moderni profili professionali, riformulati con definizioni complicate, ma vuote di significato.

Il suo compito è semplice: prima di tutto riordinare le scrivanie e svuotare i cestini della carta prima che arrivino gli impiegati di livello superiore, quelli che occupano i posti nelle stanze, le “alte qualifiche”, come lui ironicamente le definisce.

Poi passa all’ufficio corrispondenza dove si ritira la posta e si firma un registro per ricevuta, per evitare ogni tipo di responsabilità nel caso qualche cosa andasse persa.

Le giornate scorrono monotone e sempre uguali, niente imprevisti, niente rogne. Il suo è proprio un lavoro tranquillo. Dopo aver adempiuto alle sue mansioni, si siede e rimane in attesa di qualche chiamata oppure si occupa dei visitatori, dispensando informazioni varie.

Legge il giornale, iniziando dalla cronaca cittadina, la cosa che più lo interessa, saltando a piè pari le pagine della politica.

Il solerte commesso ha visto il suo mondo trasformarsi, anno dopo anno.

Una volta, tanto tempo prima, non esistevano il tornello e il badge, si entrava senza dover oltrepassare barriere elettroniche, senza timbrare cartellini, si andava direttamente nella stanza del direttore per firmare il foglio di presenza.

Già, quelli erano altri tempi, non esisteva quell’aggeggio infernale, su cui tutti ora stanno incollati diverse ore al giorno per “navigare”.

Lui è un uomo semplice, già è stata un’impresa ardua conseguire la licenza della quinta elementare, ma non si sente inferiore nei confronti dei suoi colleghi, tutti lo rispettano e lo stimano.

Domani però sarà un giorno speciale: l’ultimo giorno di lavoro. E’ finalmente arrivato il fatidico momento della tanto attesa e meritata pensione.

Già da un mese ha organizzato tutto, il rinfresco in ufficio e il viaggio che ha promesso di fare a sua moglie.

Povera donna è una vita che aspetta questo momento, ora però, con la liquidazione può permettersi questa pazzia e portarla in crociera, una desiderio che non ha mai potuto realizzare.

Col suo magro stipendio ha cresciuto tre figli, tutti laureati e sistemati. Ha dovuto rinunciare a tante, troppe cose ed è ora venuto il momento di prendersi qualche soddisfazione. Pensa ai suoi colleghi andati in pensione prima di lui. Sicuramente riceverà un bel regalo, i complimenti del suo dirigente e del direttore generale in persona.

Pregusta nella mente quei momenti futuri e prova ad immaginarsi un piccolo discorso, d’obbligo in tale occasione, come hanno fatto i suoi predecessori. Ma lui è un uomo timido, introverso, già si sente un groppo alla gola e cerca di frenare l’emozione, quel momento difficile deve ancora arrivare.

Guarda l’orologio è ora di tornare a casa.

Percorre lentamente la strada a ritroso, al tornello c’è una fila di persone in attesa.

Qualcuno gli posa una mano sulla spalla, qualcun altro gli sorride alludendo al fatto che per lui tutto questo da domani sarà solo un ricordo.

E’ fuori finalmente.

Non gli par vero che la vita stia per cambiare, con la mente fantastica e pensa a tutto il tempo libero che avrà a disposizione. Porterà i suoi due nipotini al parco, aiuterà sua moglie nelle faccende domestiche, uscirà con comodo la mattina per andare a comprare il giornale.

Fuori ancora piove, ma questo non scalfisce minimamente il suo buon umore. Velocemente raggiunge la fermata della metropolitana che da poco ha ripreso a funzionare, alcuni suoi colleghi lo avevano avvertito che forse l’avrebbe trovata chiusa per il solito allagamento.

All’uscita della metro la pioggia fa ancora da sottofondo alle sue fantasie. Oggi davvero non gli importa di questo tempo grigio, con la mente è già proiettato verso lidi assolati. Si immagina in compagnia di sua moglie, sulla prua della nave, ad ammirare la distesa infinita del mare.

Ancora immerso nei suoi pensieri si ritrova di nuovo sotto l’Alberone. Le sue fantasie lo rendono completamente insensibile alle percezioni esterne e non avverte il rumore sordo del grande ramo che d’improvviso si spezza sotto il carico della pioggia insistente.

Giovanni si ritrova inchiodato al suolo, con la parte inferiore del corpo incastrata sotto la pesantissima fronda. Le grida di concitazione e il dolore acuto lo riportano alla realtà. Disteso e inebetito osserva i volti della gente che si affanna intorno; qualcuno sta cercando di rimuovere il ramo. L’edicolante gli è accanto, gli sorregge la testa per proteggerlo dal flusso d’acqua che continua a scorrere intorno al suo corpo. Gli pone domande, ma la confusione ha preso il sopravvento, la sofferenza lo trascina nell’incoscienza, mentre tutti i suoi progetti si dissolvono al ritmo cadenzato della pioggia battente.

 

~ ~ ~

 

Giovanni è seduto sulla sedia a rotelle, sulla quale è immobilizzato da almeno due mesi. Guarda fuori dalla finestra, ripensando con tristezza e malinconia a tutto ciò che è successo da quel maledetto giorno. Finalmente la pensione è arrivata, ma non certo come se l’era immaginata.

Il rimpianto maggiore è di non aver potuto offrire a sua moglie quel meraviglioso viaggio che avevano con tanto entusiasmo programmato.

I suoi colleghi gli hanno consegnato il regalo che avevano preparato per il suo ultimo giorno di lavoro. Un elegante orologio di marca da indossare nelle occasioni speciali.

Lo osserva Giovanni, sul suo polso, scandisce ogni momento della sua grigia esistenza e gli rammenta questo tempo maledetto, sempre uguale, senza sfumature.

Un tempo senza tempo, che sembra non passare mai.

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