Paranoid Tango

Le scarpe, già.
Immaginò che le avesse scelte con cura quella mattina. Probabilmente si era guardata nello specchio in camera da letto. Si era riflessa appena sveglia, quasi nuda, e aveva pensato a quel colore, a quel tacco, al movimento del piede nel portare il passo.
Lui, fu nella bolgia in attesa che la vide muoversi leggera, quasi sospesa da terra. Pensò che no, non doveva tener fisso lo sguardo, eppure su quelle scarpe ebbe a indugiare ancora, e sulla caviglia e poi su su a scrutare avido il corpo sinuoso di donna.
Fu notato? Pensò e si convinse di sì, sebbene conoscesse il limite da imporsi. La folla intanto montava, sembrando a tratti complice nel sospingere l’uno verso l’altra, tanto da fargli avvertire a un tratto il profumo di lei, intenso, quasi perverso nel contraddire la sua necessità di fuga. A ogni allontanarsi, quasi per caso, la distanza tra loro si contraeva, costringendoli a sfiorarsi, sommessamente indotti da un volontà che non credevano loro. O almeno questo piacque a lui pensare, perché in quel moto fatto di caso lei, invece, imprimeva una ben chiara direzione e fu sempre lei che prima di ogni inutile silenzio aprì le sue parole, di circostanza per carità, ma pur sempre parole.
Si dice bene del rompere il ghiaccio, forse per il calore che alle volte questi banali eventi iniettano nelle ossa gelate degli uomini che, da soli, attendono di affrontare frammenti di vita come quelli. Già, fu proprio calore quello che fluì di colpo dentro quel ventre malmenato dalla vita. Fu il fiato delle sillabe di donna a giustificare la sua attenzione, mentre la calca in ammirata attesa contraeva il loro spazio invitandoli quasi all’abbraccio. Lui percepiva attraverso la stoffa ogni piccolo pezzo di muscolo e di pelle accoppiarsi con altrettanta pelle e muscoli. E lei cedeva, offrendo zone di contatto sempre nuove, sempre diverse e soffici. Usarono ancora parole per dissimulare il cambiar posizione relativa. Usarono disinteresse e attesa dell’evento, sommersi a tratti dal progressivo vociare e dalla musica di sottofondo.
Davanti a loro qualcuno aveva avuto un suo inizio e per questo forse preferirono restar in silenzio a osservare le teste intorno ondeggiare. Sì, era un mare quello e come acqua assumeva le forme della marea e li cullava. La musica, imperfetta per quel momento, sembro addolcirsi anch’essa. Lei avrebbe acconsentito a farsi cingere la vita per stringersi a quell’altro corpo. Lui avrebbe provato a far scorrere la mano sui capelli esplorando morbidezza e affanno appena accennato, respiro a tratti rotto da, come dire, emozione. E in effetti i loro volti si tradivano e coloravano di porpora la folla ignara, mimando un’attenzione per nulla prescritta sino a quel muoversi morbido della suola di donna.
Ogni tanto piccoli rivoli di catena umana cercavano di avanzare, obbligandoli a nuove movenze che diventavano un invito, direi quasi un ocho. Con il palmo sulla schiena la portò prima a destra, poi nuovamente indietro, e lesse un brivido nel tocco, una leggera piccola scossa, insieme alla resa del corpo di donna, bella e simmetrica nel seguire il gesto.
Difficile dire se fu l’esperienza di quel muoversi in sincronia, quello scambiarsi il fiato modulando il respirare l’attimo. Difficile anche pensare come il riff di Iommi e la voce tirata di Ozzy potessero assumere forma di melodia nelle loro menti. Ma avreste dovuto essere lì, accanto a loro, e vedere la folla fendersi, aprirsi, lasciando ai due un cerchio perfetto dentro il quale ballarono un tango sulla rabbia di Paranoid. Quella era una bolla dentro la quale la vita aveva lasciato il suo normale fluire e si era messa a correre in un’altra direzione. Giusta? Sbagliata? E cosa pensate possa importare? Cosa, a due come loro che finita la danza tornarono disciplinatamente sul sentiero uggioso dei giorni correnti. Neanche un bacio, no, neanche quello ebbero voglia di aggiungere a quel breve blackout di forma. Sciolsero le mani e l’abbraccio e abbandonarono, lievemente turbati, quello che nessuno vorrebbe considerare amore. Forse neanche loro. Forse neanche io.
Li vidi alla fine salutarsi, con garbo, quasi da sconosciuti, evitando qualunque contatto fisico che avrebbe potuto presagire un domani. Li osservai disperdersi nel mondo esterno, allontanarsi da quella bolla di vita. Lei con l’ondeggiare del tacco generoso, lui con la cura esatta nel non osservarne mai più il passo.
Ci sono gesti e attimi che andrebbero serbati così. Annotati su un foglio di carta da fare ingiallire nei cassetti e dimenticati per sempre o fino alla fine dei giorni degli autori di quelle parole non dette. Ci sono suoni che non arrivano alle orecchie per caso e profumi intensi che non abbandonano mai più le narici. Sapori che persistono in bocca per sempre e per sempre aprono l’appetito. Sono segnali di sensi mai accettati che riprendono spazi e mondi che la vita di sicuro ci nega. E tutto quello stava accadendo lì e proprio a loro due, davanti a me che uno di quei due probabilmente sono.

  1. un gran bel racconto. Sembra di vederli i protagonisti della storia immersi nella folla. Poi tutto scema e torna la normalità.
    Bravo.

    O.T. sto compilando il calendario di dicembre. Ti avrei riservato la data del 18 dicembre. Se va bene la confermi?

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