Claire

Disegno di Veronica © 2016

Nei pressi della capanna del nonno, sull’alta cresta da cui si domina un pendio coperto di ippocastani, Claire, in groppa al suo cavallo, è avvolta in una spessa coperta. Si era accampata lì per la notte. Aveva raggiunto la sera precedente quella piccola costruzione che il nonno eresse più di una generazione fa, e nella quale visse come un eremita, quando arrivò in questo paese per la prima volta. Era uno scapolo pieno di sé, che alla fine entrò in possesso di tutta la terra su cui correva il suo sguardo. A quarant’anni si sposò controvoglia ed ebbe un figlio, a cui lasciò questa fattoria sulla via per Petaluma. Claire si sposta lentamente sulla cresta sovrastante le due vallate piene di bruma mattutina. Alla sua sinistra c’è la costa. Alla sua destra la strada per Sacramento…”.

Claire ricordava la prima volta che si era recata in quel posto, che le era apparso inospitale ma da subito aveva saputo che sarebbe stato suo e solamente suo. La sua vista aveva percepito l’immensità del luogo. Alberi e colline verdeggianti. E là in fondo l’azzurro dell’oceano. Sopra di lei un cielo terso senza una nuvola, incendiato dal sole al tramonto. La cornacchia col suo ‘cau’ rinnovava la sua canzone nel folto della quercia che stava davanti alla costruzione. Il vento muoveva i suoi capelli con un sibilo amico. L’erba alta si muoveva secondo un ritmo che per Claire era sconosciuto. La porta della piccola costruzione cigolava a ogni soffio del vento che portava con sé il sapore del mare. Quell’abitazione era un misto di mattoni e legno, come quasi tutte le abitazioni di quei posti isolati. Alcune imposte erano uscite dai cardini e penzolavano mollemente. La copertura in mattoni mostrava sotto le travi in legno. Claire pensò che avrebbe dovuto lavorare duramente per renderla abitabile. All’interno si notavano le tracce del passaggio di animali. Impronte ed escrementi. Il piccolo camino all’interno chiedeva solo di essere acceso.

Adesso casa e terreno erano suoi e aspettavano che lei ci venisse ad abitare.

Il nonno non lo aveva mai conosciuto, né sapeva come si chiamava la nonna, che pareva svanita come la nebbia ai primi tepori del giorno.

Chi fosse e come vivesse lo imparò solo molto tardi, quando John, suo padre, le raccontò alcune cose della vita di Clark. Il nonno si chiamava così. Suo padre aveva abitato solo a Sacramento, fin da quando aveva emesso il primo vagito. John, diventato adulto e prima che lei nascesse una volta al mese andava a trovare il nonno, che era sempre più vecchio e inselvatichito, ostinato come un mulo. Lui non aveva nessuna intenzione di lasciare quella casa isolata e piena di ricordi, priva di comodità, che dominava la vallata.

Un giorno lo trovò appisolato serenamente sulla vecchia sedia a dondolo davanti al camino spento. Era freddo e rigido. Sembrava che la morte avesse sfiorato appena quel vecchio ostinato, mentre si prendeva l’anima. Il trapasso era stato dolce, quasi sereno.

Suo padre era tornato in città a prendere il pastore per portarlo lassù. Seppellì il suo vecchio ai piedi della quercia, che aveva piantato quando per la prima volta era arrivato lì.

Chiuse la capanna e tornò a Sacramento, dimenticando quella casa e i venticinquemila acri di terreno che la circondavano.

Suo padre si sposò tardi, come il nonno. Evidentemente il matrimonio non erano cerimonie che si confacevano troppo in famiglia, pensò Claire. Sorrise, perché anche lei continuava la tradizione familiare. A trentacinque anni non era ancora sposata.

Claire nacque dopo qualche anno e crebbe allegra e coccolata dalle zie, tutte zitelle, le sorelle di sua madre.

Ignorava che il padre avesse ereditato tutto quel terreno e la casa sulle colline che dominavano il fiume Sacramento e la costa sopra San Francisco. E continuò a ignorarne l’esistenza, finché ormai vecchio e prossimo a raggiungere il nonno, la chiamò a sé per raccontarle tutto di suo padre, dell’abitazione, del terreno.

Claire era una trentacinquenne single, quando ascoltò il suo racconto, e subito decise che sarebbe andata a vedere quella casa, chiusa da oltre quarant’anni.

Le vallate intorno a Petulama erano coltivate a vigne. Si domandò per quale motivo il padre non aveva ceduto a qualche produttore di vino quei venticinquemila acri di terreno fertile, che l’avrebbero reso ricco. Posta la domanda a suo padre, ricevette come risposta solo “tuo nonno non avrebbe voluto”. Claire non capì il senso di quelle parole sibilline.

Era una condizione del testamento oppure la volontà di un vecchio testardo?’ Erano i dubbi che galleggiavano nella sua mente, mentre accompagnava il padre nell’ultima dimora. Un posto verde e ricco di alberi, dove avrebbe riposato per sempre..

Dunque toccava a lei soddisfare il desiderio del nonno, sconosciuto fino a pochi giorni prima. Come non lo sapeva ancora. Questo nonno era comparso dal nulla, mentre fino a quel momento gli unici, che ricordava con molta imprecisione, erano i genitori della madre e delle numerose zie, che avevano popolato la sua esistenza.

Comprò una cartina dettagliatissima della zona per studiarne la posizione. Poi affittò un suv per raggiungere il luogo che presumeva isolato e impraticabile per le auto normali e partì per la fattoria, che aveva ricevuto in eredità con la morte del padre.

Percorse la route 50 che collega Sacramento alla costa fino al bivio per Petulama dove si addentrò nella Napa valley.

Ai lati della strada c’erano sterminate estensioni di vigneti che si smarrivano tra colline e vallate a perdita d’occhio.

A fatica trovò il viottolo che conduceva alla sua nuova proprietà, che interrompeva i filari di vigne.

La strada era ombreggiata da enormi ippocastani e querce, cresciuti da quasi cento anni senza l’aiuto di mano umana. Enormi radure ricoperte da erbe alte dieci piedi e cespugli bassi e spinosi si aprivano a ogni curva, mentre lo sterrato saliva dolce verso il crinale per poi ridiscendere nella vallata successiva.

Claire capì che stava profanando quel luogo con quel suv rumoroso e inquinante, perché il silenzio era assordante rotto solo dal rombo del possente motore.

Si fermò e tornò indietro. Raggiunto il primo paese abitato, noleggiò un trailer. un cavallo e tutto quello che serviva per cavalcare.

Tornata al bivio dello sterrato, parcheggiò il suv appena dopo la sbarra. Il cavallo docile si mise a brucare l’erba che era folta. Prese dall’auto una piccola borsa con quello che poteva servirle per la notte, che assicurò alla sella. Al piccolo trotto iniziò di nuovo a percorrere il viottolo.

Uscendo dal bosco dopo una curva non troppo dolce apparve la costruzione in legno e muratura abbandonata e circondata da erbe alte, mentre in lontananza il cielo si confondeva con le acque del Pacifico.

Era una splendida giornata con il cielo terso e lindo, con qualche fiocchetto bianco che incipriava l’azzurro e il rosso del tramonto. Il sole baciava il legno inscurito dal tempo e dalla pioggia, mentre le pietre a secco tenute insieme dalla malta una volta chiara avevano acquistato un colorito grigio sporco.

Prima di scendere prese dalla borsa indumenti pesanti, anche se il tempo fresco e temperato potevano invitare a un vestiario più leggero. Infilò un paio di stivali di cuoio robusti che abbracciavano l’intero polpaccio e guanti spessi che coprivano bene il polso e l’avambraccio.

Sperava che tutte queste precauzioni non fossero necessarie, perché la presenza di qualche ospite indesiderato non era da scartare.

Con precauzione aprì la porta d’ingresso, non molto salda, che minacciava di crollare a ogni soffio di vento.. All’interno regnava polvere e ragnatele depositate sullo scarso mobilio, che stranamente era ben conservato. A parte qualche traccia del passaggio di animali nessun ospite era presente o pensava di trovare ospitalità. Tirò un sospiro di sollievo. Non c’erano segni di umidità, i locali erano ben asciutti e secchi.

Uscita fece un lungo giro intorno alla costruzione. Pareva tutto era in ordine: nessun segno di scasso o altre rotture.

Rimasta all’esterno si rese conto che per renderla presentabile ci sarebbero voluti molti giorni di intenso lavoro e forse non sarebbero stati sufficienti.

Però la preoccupava l’esterno per la folta vegetazione spontanea che era cresciuta selvaggia e rigogliosa. Lei senza l’aiuto di qualcuno non sarebbe stata in grado di provvedere, quindi doveva trovare delle persone, o meglio una decina, che rendessero praticabile i dintorni della fattoria.

Le ombre si stavano allungando e il cielo diventava sempre più scuro. Rientrata accese il piccolo camino per scaldare il poco cibo che aveva preso con sé. Non avrebbe dormito lì dentro ma si sarebbe accampata fuori.

Il mattino la colse con tutta la sua bellezza. Il sole filtrava tra le folte chiome degli alberi cresciuti senza l’ausilio umano. Il verso di un uccello ignoto levava la sua voce nel bosco sottostante. La nebbia si levava lenta verso l’alto, dove svaniva. Sarebbe stata una giornata splendida.

Ammirò la vastità della sua proprietà e la bellezza selvaggia del posto.

Da domani si sarebbe organizzata per migliorare l’aspetto trasandato e di abbandono della costruzione del nonno. A cavallo avrebbe esplorato ogni angolo di quel paradiso terrestre.

Percepì il suo spirito di fianco a lei.

Adesso sapeva come sarebbe stato il suo futuro.

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  1. Il mattino lascia impreparati… spesso capita anche alla bellezza… forse ci stiamo disabituando alle cose belle, genuine, alla cortesia ed al rispetto… ma senza divagare troppo uno splendo inno alla “bellezza dei nonni” in questa giornata di commemorazione!
    Un abbraccio!

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