Un Tango Mas

La verità è che in lei c’era troppo.
Troppa vita, morte e orme stanche nei deserti calpestati da uomini e demoni, tormentati dal vento ruvido delle dune.
Troppi sogni, illusioni, silenzi. Parole dette e più spesso ricacciate in gola, come medicine amare; o salate, come l’acqua di mare che sa di lacrime piante finché la vita resiste dentro i corpi accartocciati al sole.
Dopo silenzio.
Dopo il niente.
Lei arrivava tardi e capivi che non c’era stato tempo tra il turno e la milonga di Maria. La ragazza all’ingresso la conosceva bene, ma lanciava sempre uno sguardo interrogativo alla padrona, seduta un po’ in disparte nel suo abito kitsch; incassava un sì, appena appena accennato, e staccava il biglietto prima di tornare con l’occhio alla ronda.
Lei s’immergeva allora nella poca luce giallastra, oltrepassando senza dedicarle di uno sguardo i nugoli di signore a planchar; diritta, fino al suo solito angolo buio, vicino ai bagni.
Lui se ne stava invece su una sedia lontana, perennemente rannicchiato nei suoi pensieri e non ballava. Mai l’ho visto arrivare o andar via. Mai. Qualcuno sosteneva che fosse muto, altri un pericoloso assassino e che prima o poi l’avrebbero ammazzato. Se ne stava tutta la sera lì, osservava le coppie legarsi nell’abbraccio, mute, accennar appena una cadencia e poi andar via, due passi e poi cruzada, due passi e una barrita. Dal suo posto in disparte ascoltava le note, sempre per lui amare, soffiare nel mantice del bandoneón e, non visto, almeno così amo pensare, la osservava.
Lei indossava abiti troppo corti e tacchi troppo alti, perché i clienti questo vogliono, si sa. Passava ore a studiare i passi in pista e il loro scandire il tempo, i passi degli altri certo, che nel suo angolo buio vicino ai bagni mimava, con teneri e lievi accenni delle suole. La gente le passava accanto, spesso la urtava, percependo appena l’ombra nella sua nicchia e destinandole un sorriso beffardo di chi la sentiva estranea a quel luogo. Ma a lei andava bene così: le bastava la musica e nessuno a metterle le mani addosso. Bene così.
Alle volte, nascosta, coglieva un cliente passare con una dama ingombrante e allora abbassava lo sguardo, non per pudore, no, ma per non ferire la donna con uno sguardo, un cenno, un vistoso imbarazzo.
Oggi voi non ricordate più, ma io c’ero quella sera d’estate: fuori una pioggia che dio la mandava per lavare ogni cosa umana, dentro afa che ci potevi annegare, tanto l’aria era densa. La sedia l’avevano lasciata libera per rispetto, per paura o solo per sottolineare quell’assenza, mentre la musica faticava a galleggiare oltre le teste dei tangueri e i tacchi provavano a graffiare la pista. Lei, immersa nel suo angolo, non lo vide entrare, ma dovette avvertire il fremito della folla nel dare spazio all’uomo fradicio di pioggia, nel suo gessato liso e con le scarpe lustre risparmiate per un qualche strano prodigio dal nubifragio. Qualche passo verso il suo angolo buio, poi le aveva porto la destra e allora la gente non potè non chiedersi quando s’era vista una come lei alzarsi e stirar giù il lembo dell’abito per seguire un uomo, qualunque uomo, sino alla pista. Non s’era mai visto quel vuoto magico intorno a lei e quelle braccia avvolgerla, la sua postura milonguera, il suo lento abbandono. E i passi. Già! Cristo, ma come aveva appreso quei passi una come lei? Davvero aveva imparato l’ocho, gli adorni, i boleos dal suo angolo buio vicino ai bagni? E poi dio com’era bella! Come seguiva l’uomo, l’assassino, il muto che proprio quella sera l’aveva presa dal suo angolo buio e accompagnata in pista, al centro esatto della ronda. I suoi clienti, quelli che tenevano in disparte le loro dame ingombranti, cosa pensavano? Rosi dalla bile, provavano un po’ di vergogna mentre una voce calda intonava Vuelvo al Sur. Vuelvo al Sur!
Se ci penso la rivedo ancora con gli occhi chiusi, ondeggiare tra i ricordi di mare violento, stretta in mezzo a corpi esausti. Rivedo i suoi pensieri quietarsi un po’ al tocco delle mani dell’uomo che parevan ruvide, come quelle di suo padre che contava banconote unte di fatica sul biglietto di sola andata per l’inferno. Fu forse così che apprese che l’amore è alle volte l’abbraccio di uno sconosciuto, il tempo binario della musica, una cruzada ben fatta, un boleo.
Il vuoto però svanì di colpo intorno a lei, come una bolla di sapone, lasciandola sola in quel vestito troppo corto, su quei tacchi troppo alti. Con quei pensieri troppo belli. La ronda girava ignara di lei, del suo tango irreale e la sedia era vuota, come il suo angolo buio, vicino ai bagni.
L’uomo lo ritrovò la polizia l’indomani con un pugnale in petto. Era scomparso da sei giorni buoni, stecchito sulla poltrona del soggiorno nel suo gessato liso e con le scarpe lustre. Alla fine di lui dissero poche cose, che se l’era dovuta meritare in fondo una fine così. Qualche apprendista in redazione buttò giù un articoletto incolore, per riempire qualche buco nell’edizione della sera. Poi basta. Poi silenzio. Niente note amare e bandoneón. Oblio.
Oggi che sono vecchio di lei non mi rimane che un ritaglio di giornale ingiallito dal tempo. Una macchia scura di colore riversa esanime su di un letto disfatto, senza neanche il vestito troppo corto o i tacchi troppo alti. Una indagine come tante altre, come troppe altre. E quel piccolo sorriso di chi sa che non si è mai davvero perduti finché il musicalizador non suona l’ultima inevitabile cortina.

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  1. veramente bello è questo racconto tra immaginazione e realtà. Un amore mai sbocciato ma solo immaginato.
    Complimenti.

    O.T. se in agosto ci sei ti avrei riservato la data del 19 agosto. Confermi?

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