Cose

Saranno le cose a ucciderlo.
Voi, ormai abituati e soggiogati al loro silenzioso dominio, pensate che siano un conforto. Così regalate oggetti sempre più costosi e complessi. Sorridete quando vedete le sue mani scartare tremando la presunta sorpresa e le smorfie offuscate che interpretate come gioia, effimera per carità anche per voi ingenerosi amici, vi appagano. Andate via convincendovi senza pudore di aver elargito un momento di sereni pensieri, eppure nulla cambierà, lo sapete, e vi allontanate verso ovunque vi porti il vostro ego smodato.
L’alba lo trova così, quasi ogni giorno. Lui la guarda accendersi dall’orizzonte nel nuovo giorno, prima che le minacce degli oggetti possano destarsi. Sono belle le albe, quasi come i tramonti. Sono virare di luce privata del tempo, perché pur esso è ormai delle cose. Ne hanno preso il controllo, come sugli uomini. Ne regolano il ticchettio nervoso dei minuti nelle vite che così scorrono spedite. Solo che lui, sarà destino o maledizione, se ne avvede e ogni minuto muore.
Svanisce l’alba e lo sa già, si pettina e percepisce che nemmeno la spazzola è neutrale, ma partecipa cattiva alla fiera delle vanità. Sempre, tranne oggi che il tempo cupo o qualche sortilegio strano ha spento il sole. Dalla finestra, al buio di quel mancato inizio, osserva spuntare una a una le facce stizzite dei vicini sui davanzali. Buio e nessun orizzonte rischiarato a mitigare il presagio. Lui si guarda le mani e le tante ombre mute e solide intorno, inanimate ancora. Per quanto? Spera abbastanza per aprire la porta, che resiste un poco al suo comando, e scendere le scale, un gradino alla volta, diffidando della cabina angusta dell’ascensore, buia essa stessa in attesa di luce, che per fortuna o sorte non viene su. E infine in strada, districandosi tra i corpi impauriti dall’evento e in cerca di una speranza, corpi che impediscono di muoversi in modi diversi da un zigzagare browniano, che lui asseconda pur di avanzare verso una meta che si rivela di colpo, aprendosi sulla piazza ellittica. Lì al centro, dove poteva essere infitto un alto obelisco, ma così non fu, esiste e lui lo occupa un vuoto, una sorta di piccola area di lastrico grigio non transitata da essere umano o animale. Lì, oltre ogni contatto di uomo con uomo, finalmente si sente lontano dalle cose e in preda a eccitazione nuova, uno alla volta, cava via i vestiti e ogni monile, fino a rimanere nudo in quel buio pesto di urla intorno a lui. Gente che ormai ha capito che qualcosa, in quella danza mostruosa di metalli pressati e fumi di industrie pesanti, ha divorato il mondo e ogni specie senziente su questo ammasso di rocce e cataclismi di magma che ci generò.
Lui, l’unico rimasto a guardar in tralice le vite non sue, adesso prova a sentirsi libero, come se fosse un ultimo giorno, come obelisco al centro della piazza magnifica ellittica in memoria del suo spirito e non delle cose, inanimate e perpetue oltre quel sole non sorto.
Un sottile raggio di luce interrompe un sogno. Trafila pietoso dalle tapparelle della cella. Lui mesto pensa ancora e ancora al momento perfetto che la sua fine avrebbe assunto se solo per un attimo, in silenzio, avesse potuto ancora essere libero. Ma di questo anche oggi nemmeno col secondino si potrà parlare.

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  1. il sogno del carcerato che spera di tramutare in realtà quello che si compare nella mente.
    Sembra un delirio ma in realtà è l’amara constatazione della sua vita da recluso.
    Veramente pregevole il modo di raccontare questo sogno.

    O.T. per novembre ci sarebbe la data del 18 novembre. Va bene?

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