Vania

Vania guardò verso la spiaggia. Due minuti e sarebbe dovuto arrivare il segnale. Due minuti. Poi una rapida successione di piccoli lampi in direzione di una barca capovolta sulla sabbia.
Ai piedi Vania sentiva l’umido della sera, aveva le infradito va bene, ma lo stesso non voleva che si inzuppassero, così le tenne in mano per tutto il tragitto.
Dietro la barca, Zyrtek lo aspettava giocherellando con l’accendino del segnale.
«Ce ne hai messo di tempo!»
Vania fece una smorfia.
«Sempre convinto?»
Ancora una smorfia che doveva essere un sì.
«Che c’è hai perso la lingua forse?»
«Fa freddo!»
Zyrtek sorrise, si mise in piedi di colpo e gli fece segno di seguirlo.
Per un po’ continuarono sulla sabbia, poi tornarono sulla strada in direzione della casa. Vania si fermò un attimo sul muretto per pulirsi i piedi e calzare le infradito.
Zyrtek osservò le operazioni e alla fine gli fece un cenno verso la spiaggia.
«Guarda!»
S’era alzata la luna e il riflesso disegnava sulla superficie del mare una lunga scia argentata tremolante.
«È bellissimo Zyrtek!»
Il ragazzo fece un movimento con la test che doveva essere un sì. Poi tornò a muoversi verso la luce che traspariva dalle finestre. In silenzio come prima.
Quasi davanti alla porta tornò a girarsi, «i soldi, li hai portati giusto?»
Vania soffiò appena un sì, mentre si toccava una tasca.
«E mi raccomando se ti chiedono l’età devi dire diciotto e tieni cupa la voce.»
«Ok!»
«Se ti buttano fuori, non posso farci niente. Mi raccomando.»
Da dentro la casa arrivavano voci di uomini e di donne, oltre a una musica triste. Zyrtek bussò, provocando un breve silenzio. Scostata appena la porta apparve la faccia di un uomo che provava a capire chi fosse.
«Sono Zyrtek. Cercavo Mirèn.»
«E lui chi è?»
«Vania, un mio amico.»
«Non vogliamo bambini.»
«Ha diciotto anni.»
«Diciotto», forzò Vania sulle corde vocali con un risultato piuttosto comico.
Da dietro la porta comparve la faccia tracagnotta di una donna.
«Ah! Zyrtek. Sempre tardi arrivi. Sai che devi aspettare vero?» Era Mirèn, che dopo avere dato una occhiata anche a Vania, li fece entrare, provando a scansare lo sguardo sospettoso dell’uomo.
«Dovete aspettare il turno voi due. E dovrete arrangiarvi insieme, che già dovrei mandarvi via. I soldi li avete giustò?»
Zyrtek e Vania, mostrarono le banconote spiegazzate tirandole fuori dalle tasche. L’uomo alla vista del danaro si tranquillizzò, pur continuando a mantenere d’occhio i due, seduti in un divanetto in un angolo della stanza a osservare le facce asciutte dei vari clienti in attesa. Alcuni stavano come annoiati in un cantuccio, altri smadonnavano bevendo a lunghi sorsi dalle bottiglie. Vania guardava, provando a non chiudere gli occhi dal sonno; era caldo lì dentro e tutto il giorno era stato in giro a racimolare i soldi per la notte. Fuori s’era alzato il vento e ogni tanto spruzzi di pioggia intermittente imperlavano i vetri delle finestre. Doveva resistere.
Uno alla volta i clienti venivano portati su dalle donne della casa, Mirèn compresa, che sempre lanciava un occhio verso di loro per controllare che fossero ancora là. Per ore la stessa scena: una ragazza scendeva le scale reggendosi al passamano di legno con indosso una vestaglina semitrasparente. Sotto si vedeva che aveva solo un minuscolo paio di mutande e niente più. Guardava in sala e si avvicinava a uno dei clienti. Non un sorriso o un cenno amichevole, mentre lo accompagnava sopra. Nessuna reazione nemmeno quando alcuni iniziavano a metter loro le mani addosso. Una cosa era sicura comunque, la casa doveva avere una uscita diversa, perché da lì su scendevano solo le ragazze e degli uomini non si vedeva traccia.
Per ultimi rimasero loro due. L’uomo aveva continuato a trangugiare da una bottiglia tenendoli d’occhio con sospetto fino alla fine e Vania aveva resistito eroicamente al sonno.
Mirèn arrivò come da programma con una faccia stanchissima nella sua vestaglia sexy.
«Signori, sbrighiamoci che andiamo tutti a nanna!»
Vania barcollò un po’ muovendo verso la scala. Zyrtek lo avrebbe anche preso per mano, ma era meglio non rischiare, due maschi non lo fanno.
Prima di salire Mirèn si girò, verso l’uomo.
«Puoi chiudere tutto a andare a dormire. Io finisco con loro e li faccio uscire.»
Il tipo annuì, diede l’ultimo sorso alla bottiglia e si dileguò. In fondo i due sembravano innocui: fatti loro l’età.
La stanza di Mirèn era piuttosto squallida e piena di spifferi dalle imposte, ma era riscaldata da una piccola stufa che brillava nella penombra.
«Aspettatemi un attimo», disse loro sparendo nello sgabuzzino che fungeva anche da bagno.
Dietro le persiane la bufera stava ancora salendo di forza e da lontano il mare s’imbiancava di spuma. La luna doveva essere tramontata o scomparsa dietro le nuvole che stavano sputando scrosci di pioggia. Ora che erano dentro tutto quel frastuono faceva anche piacere.
Dopo poco la donna tornò con delle lenzuola pulite.
«Aiutatemi un po’ a rifare questo letto. Fa schifo a quest’ora dopo tutto un giorno.»
In tre si indaffararono intorno al materasso per rimettere tutto in ordine. Mirèn fece una palla con le lenzuola tolte e si diresse nuovamente verso lo sgabuzzino. Non perse troppo tempo, ma quando rientrò infagottata in un pigiama grigio, i due si erano già infilati in un angolo sotto le coltri e dormivano stremati. Alla luce della stufa si vedevano i soli capelli e per un attimo si fermò a guardare la testolina di Vania. Pensò che suo figlio aveva più o meno la stessa età e delicatamente ne accarezzò la chioma, prima di stendersi nel suo angolo di letto sfinita come sempre. Lievemente il respirare ritmato dei due le fecero da calmante, cullandone i pensieri della sua casa lontana, sino al sonno
Al mattino Mirèn portò come sempre la cassettina con l’incasso del giorno prima all’uomo. Aveva negli occhi ancora i due che si allontanava dalla casa sul vialetto dietro il giardino, l’uscita secondaria dalla quale fuggivano via i clienti dopo avere consumato il loro finto amore mercenario. Addosso due enormi giacconi che qualche precipitosa fuga per scansar le coltellate del protettore aveva lasciato nella stanza squallida della donna. Avrebbero adesso aiutato i due ragazzi in quelle sere fredde, almeno per un po’. Vania, prima di svoltare la strada si era girato a salutarla con un sorriso da bambino. Lei no, non aveva mosso un muscolo, per abitudine o forse per le conseguenze delle botte sulla mandibola.
L’uomo contò una a una le banconote, annotando la cifra su un quaderno ingiallito. Sulla pagina, in cima, il nome della donna, uno dei tanti, con sotto una lunga serie di numeri e totali. Poi prese tre delle banconote e le consegnò a Mirèn. La sua paga del giorno. Due dei fogli di cartamoneta erano spiegazzati e sembravano proprio quelli di Vania e Zyrtek.
La donna li fece sparire in tasca.
«Mi pare che la cifra ci sia.»
L’uomo guardò l’ultimo totale sotto la linea, poi di nuovo la donna, «c’è. La cifra.»
Mirèn stese la destra, «i documenti!»
L’uomo annuì e dal cassetto tirò fuori un passaporto rovinato. Lei lo prese per controllare la foto, più per ricordarsi della sua faccia prima dell’inferno che per sfiducia. Poi, radunate le sue povere cose, lasciò la casa dall’ingresso principale. L’uomo, alla sua prima bottiglia del giorno, la osservò allontanarsi, stupito che un briciolo di felicità si manifestasse in  quello stomaco massacrato dall’alcol. Da lontano si vedevano ragazzini rincorrersi tra le pozzanghere. Lei pensò alla faccia delusa di Zyrtek e Vania che non l’avrebbero più trovata nella casa. Pensò al figlio nella casa dei nonni, sperduta tra boschi e desolazione. Poi, finalmente, non pensò più.

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  1. bello questo racconto di emarginazione e squallore. Una donna è riuscita ada ffrancarsi, due uomini a passare la notte ala caldo.
    Veramente bello. Complimenti.

    O.T. per dicembre, ce ci sei, avrei pronta la data del 12 dicembre. Confermi?

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