L’uomo dei logaritmi.

C’era questo tizio, uno smilzo e lento nei movimenti che sembrava avesse paura di spostare troppo l’aria intorno a sé. Sulla trentina passata, un bel ragazzo direi. Entrava in negozio intorno alle diciotto; non sempre, diciamo una, due volte al mese. Entrava, salutava con un cenno del capo minuscolo e si metteva a esplorare gli scaffali in cerca di chissà cosa. Sembrava interessato a tutto, ma spesso si fermava a rimirare i manualetti di roba tecnica, libriccini della Hoepli con le copertine rovinate rosella o verdine. Parlava poco, solo una volta che ero proprio accanto a quello scaffale mi chiese se poteva prendere un libro, per vederlo. Dissi certo, si figuri. Erano delle tavole dei logaritmi, uno di quegli articoli che dovevi stare anni per trovare qualcuno interessato. Volumetti che li apri e dentro ci sono colonne su colonne di numeri, pagine e pagine sottili come veline, gialle di tempo, che sfogli di fatto ignorandone l’uso.
«Guardi!» – disse aprendo con cautela.
«Cosa?»
«I numeri.»
«E già, chissà a che servivano?»
«Io lo so!» – disse carezzando una pagina – «servivano a prevedere il futuro!»
«Il futuro?»
Sorrise, forse per la prima volta da quando lo vedevo in giro in libreria – «se ci si vuol far fregare si crede ai tarocchi, altrimenti il futuro si calcola. Si fanno ipotesi, si individuano le direzioni, le traiettorie. Il futuro è balistico, come i colpi di pistola.»
Girò pagina – «quando non c’erano tutti questi affari elettrici noi usavamo questi.»
«Noi? È un mago lei?» – dissi provando a scherzare un po’.
Fece una smorfia divertita – «no, tutto il contrario, credo solo nella matematica.»
«Un ingegnere?»
«Un geometra» – rispose chiudendo il libro – «solo un vecchio geometra d’altri tempi.»
Quella frase mi lasciò addosso un piccolo disagio, come se l’avere insistito a chieder del suo lavoro fosse stata una piccola violenza in quel microcosmo umano.
«Quanto costa?»
«Il libro?»
«Certo, il libro.»
«C’è dentro il prezzo» – dissi prendendo dalle sue mani il volume – «ecco, sarebbe dieci, ma visto che lei è cliente posso farle otto.» In verità era quello il suo primo acquisto, ma a forza di vederlo in giro tra gli scaffali pensai che alla fine fosse un buon cliente davvero.
Da quel giorno il tipo ha abbandonato le sue visite. Non saprei adesso dire quanto tempo sia trascorso. All’inizio ne ho notato l’assenza, poi invece il ricordo si è stemperato nello scorrere normale dell’attività. E così si sarebbe spento nell’oblio se proprio ieri, esattamente alle diciotto, non fosse riapparso. Rispetto al passato il suo aspetto era arruffato di chi è insonne da giorni e anche i movimenti erano scatti metallici nervosi. In mano aveva il libro dei logaritmi decisamente scompaginato e infarcito di fogli e foglietti scribacchiati a mano con una grafia caotica e rotonda. Ai libri esposti non ha dedicato uno sguardo, muovendosi deciso verso il tavolo scuro della cassa. Ho osservato per un po’ il suo tamburellare impaziente sul piano, non riconoscendo in lui la vecchia flemma che tanto avevo apprezzato e a dir il vero dubitando in fondo della sua stessa identità. Avevo però un cliente, anche importante, che per oltre dieci minuti mi ha trattenuto dall’avvicinarmi. Ha atteso quindi.
«Salve, quanto tempo!»
«Ho dovuto lavorare tanto su questa roba» – ha detto senza neanche guardare, scartabellando i fogli in cerca di uno in particolare, fitto fitto di numeri, segni e frecce. E lettere che si concatenavano in uno scritto finale nella sua grafia caratteristica.
«Alpino» – alla fine ha detto leggendo dal foglio – «Prospero Alpino, dovreste avere un libro del ’35. 1735.» Ha indicato poi il terminale, come a suggerirmi di cercare sul database. Ma a dir la verità non c’era alcun bisogno di cercare, il De praesagenda vita et morte aegrotantium era il primo libro davvero antico che era entrato in mio possesso. Lo avevo preso dalla casa di una vecchia signora che voleva liberarsi della biblioteca del defunto marito. Lo ricordo perché mi disse che, seppur antico, non voleva alcun compenso giacché ne sarebbe passato di tempo prima che qualcuno me lo avesse richiesto. Bisognava avere pazienza, disse, e sapere che quello era in fondo un dono, un portafortuna.
Meccanicamente ho preso la scala, collocandola sotto la libreria grande dietro il tavolo. Tre gradini e proprio lì sulla destra la copertina abbrunata dal tempo, il libro che depositai subito dopo sotto gli occhi spiritati dell’uomo. Sulla prima pagina interna ricordavo esserci un’annotazione, una dedica forse, la cui lettura ha illuminato e rasserenato il volto dell’uomo.
«Quanto costa il libro?»
«Settecento» – ho detto d’un fiato. In realtà, per qualche strano motivo, avevo sempre rifiutato di farne una qualsiasi valutazione e di conseguenza non avevo mai deciso un prezzo reale.
«Già, settecento.»
Quattordici banconote da cinquanta euro, una sull’altra, dopo poco erano allineate accanto al libro.
«Posso avere un penna?»
Mentre incassavo un po’ perplesso la cifra l’ho visto appuntare sulla pagina interna del libro qualcosa, sperimentando comunque una certa indignazione data l’età del volume.
Stavo così per incartare il libro, quando l’uomo mi ha fermato.
«Lo riponga in libreria adesso.»
«Ma è suo ora.»
«Non è mio, è un regalo. Qualcuno, una donna, verrà a reclamarlo prima o poi. Si fidi, la matematica non sbaglia mai.»
«Mai» – risuonò nella libreria ormai vuota, mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e io imbambolato osservavo il volume sul tavolo.
Oggi, dopo aver tirato su la saracinesca, ho visto che sul tavolo c’erano ancora i fogli sparsi e le tavole dei logaritmi. Ho pensato che glieli ridarò quando tornerà a curiosare tra gli scaffali, se tornerà mai s’intende. Ho pensato che non avrei dovuto vendere il libro e soprattutto incassare quella cifra. Non era in fondo un portafortuna che la vecchia signora mi aveva donato?
Il libro comunque è nuovamente al suo posto. Attende.
Prima di riporlo l’ho aperto sulla prima pagina. La vecchia annotazione era come ricordavo una dedica:
“A donna Francesca Miraglia, in attesa del tempo per rivedervi. 4 Luglio 1835. Girolamo Fracastoro.”
E sotto con grafia pressoché uguale l’annotazione dell’uomo.
“Via S. Grassi 28 p.2. G.F. 8 dicembre 2018.”
Alle 18 in punto la porta del negozio ha emesso un cigolio alle mie spalle mentre sistemavo alcuni volumi. La signora appena entrata aveva dei bellissimi occhi scuri che dovevo aver incrociato già, ma non ricordavo proprio dove. Ha salutato con garbo e tirato fuori dalla borsa un busta molto antica, a giudicare dal colorito della carta.
«Magari le sembrerà assurdo, ecco, ma cinque anni fa mia mamma mi diede questa ricevuta. Da parte di mia nonna materna, buonanima, per ritirare un libro oggi.»
Ho preso il foglio per leggere. La carta intestata era la mia, così come la firma e il bollo circolare della libreria. Tutto in ordine tranne il ricordo di quella prenotazione di ventotto anni prima. Proprio il giorno dell’inaugurazione della libreria e giusto a nome della vecchia signora del libro famoso. Ma è evidente che se c’è un motivo per le cose, la balistica non può che essere applicata fino in fondo. Così ho preso la scala e ho iniziato a seguire pedissequamente la matematica folle dell’uomo dei logaritmi.
«Capisco che è una pazzia, dopo tutti questi anni. Ma mia nonna le fece promettere questa cosa e stanotte non riuscivo neanche a prendere sonno pensando alla busta. E…»
Il libro dell’uomo dei logaritmi era adesso davanti a lei, sul tavolo.
«Quello che cerca è questo! È su quello scaffale da ventotto anni. E non ci crederà ma l’aspettavo.»
La donna ha sgranato gli occhi illuminando di colpo i miei ricordi più cari. Come avevo potuto non collegare. È la matematica, signori. Uno più uno fa due, non c’è scampo. E quegli occhi li avevo conosciuti molto bene per anni.
La donna, aperto il volume, osservava la dedica passandoci delicatamente l’indice.
«Ma io mi chiamo Francesca Miraglia, assurdo!»
«Posso chiederle quando è nata signora?»
«8 luglio del ’90.»
«Non avevo dubbi!» – ho detto provando a frenare la commozione.
La donna forse non ha colto l’emozione dell’ultima mia frase, attratta com’era dalla seconda annotazione.
«E questo? Cosa è l’indirizzo?»
«Forse dovresti cercare Girolamo Fracastoro lì e fartelo spiegare.»
Ero alla fine passato al tu, ma non credo che questo la debba aver troppo stupita.
L’ho vista andar via con il libro sotto braccio e sì, ho pensato che davvero la matematica non sbaglia mai: anche il modo un po’ incerto di muoversi sui tacchi, anche quello, oltre agli occhi, era di mia mamma.

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  1. Pingback: L’uomo dei logaritmi | L'ordalia dell'acqua

  2. favoloso post. Mi ha affascinato per come si è sviluppato. Veramente bravo nel disegnare questa storia a metà tra il reale e il fantastico con un finale davvero travolgente.
    O.T. sto elaborando il calendario di febbraio ti propongo la data del 17 febbraio. Va bene?

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