El Gringo

El Gringo una volta era stato felice. Qualcuno lo ricorda ancora da queste parti, quando non lo chiamavamo così, con la faccia distesa e addirittura un sorriso sereno. Quel soprannome glielo affibbiammo subito dopo il fattaccio, per via dei film western che aveva iniziato ossessivamente a guardare nella sua casa di legno e lamiere. E da allora non lo aveva visto più nessuno sorridere, anche solo per finta.
Una volta il Grezzo glielo chiese perché si fosse fissato coi western: «la pistola» – disse – «se hai le palle di ammazzare chi ti vuole portare via…» E smise lì, niente di più. Di sicuro intendeva qualcosa che aveva a che fare con il fattaccio e con tutto quello che venne dopo, ma troncò il discorso lì e non ci tornò mai più. Anche io tentai tante altre volte, ma lui niente, si girava, mi guardava e non sorrideva, nemmeno per finta, poi tornava alle sue cose, che erano i film western.
El Gringo non usciva più di giorno perché diceva che il sole gli bruciava gli occhi, così l’unico lavoro che aveva trovato era quello di portiere di notte al Paradise, una roba che più che un albergo era un ritrovo di disperati e di camionisti che volevano farsi una doccia calda e provarci con Marlena al pub accanto alla hall. Che poi hall è una parola grossa per quel corridoio fetido mezzo invaso dal bancone sul quale si allineavano le chiavi arrugginite appese all’orrendo medaglione di bronzo a rilievo bordato di gomma nera. Un blocco nero pece con di canto un piccolo televisore riparato più volte con lo scotch e un vecchio registro marrone dove appuntare le lamentele dei clienti.
El Gringo a Marlena non l’aveva mai sopportata, perché gli ricordava troppo la sua ex, ma non fisicamente, quello no, era quando parlava, per via di quel suo accento che rivelava la provenienza dall’est, una cadenza fredda e calcolata. Era convinto che di chi viene dall’est non ti puoi fidare, non per razzismo, ma per tutte le delusioni che nella sua vita venivano per qualche motivo da lì, dall’est. Anche sua madre per dire, che a due anni lo aveva mollato a quel fesso di suo padre, per andare in giro con una setta di ariani spiritati. Per questo odiava quell’accento, perché odiava sua madre, la sua ex e l’est.
Marlena invece gli voleva bene e si dannava per quel suo essere sempre così triste. Che poteva farci lei del fattaccio e di quella sua ex che appena qualche giorno dopo lo aveva lasciato a ruminare sui casi della sua vita, in quella baracca di legno e lamiera vicina al lago. Eppure ogni tanto, quando passava velocemente per aprire o chiudere il pub, e lo guardava immerso nei suoi western datati, si sentiva in colpa, come se lo avesse ridotto lei così. Addirittura una notte che stava smontando aveva pure provato a tirarlo su nell’unico modo che conosceva davvero. Era passata davanti al bancone e lo aveva sorpreso a seguirla con la coda dell’occhio. Così si era fermata e visto che a quell’ora non c’era più nessuno in giro aveva iniziato a spogliarsi, con lentezza: per un po’ le era parso che lo sguardo El Gringo lo avesse distolto dal film, solo che poi si era messo a urlare, senza neanche guardarla, che lui con le troie dell’est aveva chiuso e che lei da quel punto di vista lì lo faceva solo vomitare. Ma non era vero, perché quando Marlena era fuggita via piangendo umiliata, El Gringo s’era alzato ed era corso in bagno a scaricare in una sega rabbiosa tutta la vita che quel corpo seminudo gli aveva ricordato.
Poi Marlena aveva conosciuto il tedesco, che forse tedesco non era, ma solo un affare biondo che grugniva suoni in un idioma astruso. Lei dovette pensare che quello era un buon treno su cui saltare e da un giorno all’altro aveva spento le luci del pub e si era issata nella cabina fluorescente del tir nero. Prima di andare via era passata un attimo dalla hall, ma El Gringo come al solito l’aveva bellamente ignorata, urlando qualcosa a un turco ubriaco fradicio che non ricordava nemmeno il proprio nome.
Noi, i disperati di quel borgo, abbiamo continuato a vederci in quel buco spoglio per un po’ e parecchie volte abbiamo litigato con la vecchia tenutaria del Paradise per convincerla a rimpiazzare Marlena e riaprire il pub. Quella megera però ha sempre risposto che era stanca di rimetterci solo soldi e che ci arrangiassimo con quell’idiota del sindaco se volevamo aprire un circolo per vecchi ubriaconi perditempo. Doveva però aver dato istruzioni a El Gringo che durante le interruzioni pubblicitarie, mugugnando, spariva nel sottoscala per accendere due luci proprio, tanto per non farci inciampare e non dover poi avere noie con le ambulanze e gli sbirri. Lui faceva tutto questo di mala voglia e ci urlava sempre di non sporcare e soprattutto di non fare casino che c’erano ospiti importanti in giro. Noi ridevamo fragorosamente e lo sfanculavamo: chi diavolo poteva esserci di sopra, al più qualche cliente delle orride puttane raccattate dalla vecchia sulla statale, che con i loro quattro soldi di pigione facevano fruttare le camere peggiori.
Era al pub che stavamo quella sera, bestemmiando come sempre sulle carte bastarde che buttava via il Grezzo, uno che nella vita avrebbe dovuto fare tutto tranne che mettersi in testa di giocare, tanto era confuso e sbadato. Non avevamo fatto caso a quell’ombra nella hall che aveva poggiato a terra un borsone blu elettrico e poi si era dileguata. Fatto sta che a un tratto il pub si era illuminato a festa e noi avevamo urlato a El Gringo di andarci piano con le luci, ché la vecchia avrebbe dovuto spompinare mezza provincia per pagare la bolletta. Due minuti e Marlena era comparsa in silenzio e senza nemmeno salutare si era diretta dietro il bancone, per mettere ordine e raschiar via lo strato di polvere sul ripiano. La sera era trascorsa così, come se lei non fosse mai andata via e quel buco non avesse mai chiuso nemmeno per un giorno. El Gringo non aveva mosso un ciglio e non si era mai affacciato dentro per capire. Chissà se aveva notato l’occhio sinistro gonfio e il labbro graffiato. O se si era accorto delle tette che sembravano in procinto di esplodere dentro quella maglia nera dei Kiss. Quando andammo via Marlena aveva appena finito di sistemare tutto e ricordo che passandogli accanto El Gringo sembrava concentrato solo sulla scena di due che se le davano di santa ragione per una tipa in mutandoni bianchi rannicchiata sul letto. Insomma una sera maledettamente normale.
A tirarci giù da casa la mattina dopo fu il Grezzo, che era uscito presto per andare in città da qualche dottore. Proprio sull’insenatura vicina alla stazione aveva visto il nugolo di agenti e il camion nero del tedesco con la portiera sinistra spalancata. Da una finestra della casa di lamiera Marlena osservava in lacrime la scena, vestita solo di una camicia orrenda a quadrettoni di El Gringo. A terra stava l’affare biondo in un lago di sangue, con la testa fracassata. Di lato su un masso El Gringo, seminudo con un telo da mare annodato in vita. E sangue ovunque, su di lui, sul telo e sulla chiave inglese poggiata a terra accanto al masso.
Quando lo portarono via mi è passato accanto El Gringo e riconoscendo la mia faccia ha accennato un saluto, per la prima volta forse da quando lo conosco, e una smorfia serena che alla fine doveva somigliare a qualcosa che per lui, un tempo, doveva essere stato un sorriso.

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  1. una storia triste finita male. Le donne dell’Est non hanno portato fortuna a el Gringo.
    Bello e ben strutturato il racconto dalle cadenze lente come la storia impone.

    O.T. sto compilando il nuovo calendario di Giugno per te ho riservato il 16 giugno. Va bene?

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