Il ritorno dal futuro – parte seconda

Ecco la seconda e ultima parte. La prima la trovate qui.

Buona lettura

30 gennaio 2054 – ore 9:00 A.M. fuso di Tucson – Deserto di Gila

Last Horizons è un uccello stanco dopo un lungo volo e si ferma immobile, mentre al suo interno gli astronauti si abbracciano festanti.

Subito l’euforia lascia il posto alla paura. L’essere tornati a casa non è sufficiente. Adesso comincia la parte difficile. Gli strumenti segnalano una temperatura di centoventidue gradi Fahrenheit all’esterno e sono appena le nove di mattina. Davvero insopportabile per chiunque. Gli edifici distano quasi ventuno miglia. Troppi da percorrere a piedi con quella temperatura che salirà col passare delle ore. Per fortuna la radioattività è nei limiti. Però altre spie indicano che per loro possono arrivare altri pericoli una volta all’aperto a causa degli inquinanti. Anidride carbonica in eccesso, biossido di azoto cento volte la norma e polveri sottili alle stelle.

Diradatasi la sabbia sollevata dall’astronave osservano sulla loro sinistra una rampa di lancio ripiegata su se stessa e in lontananza il complesso di edifici che è l’ultimo ricordo prima della partenza. Sulla destra l’hangar semi scoperchiato come se fosse avvenuta un’esplosione.

«Non possiamo avventurarci fino agli edifici con questo caldo» osserva Lin che sta già preoccupandosi di come mantenere la temperatura bassa all’interno.

«E se si usasse Micky, il rover?» suggerisce Samantha, mentre Lin attiva i pannelli solari per ricaricare di energia l’astronave.

È un cingolato che hanno usato su Marte e su Europa, un satellite di Giove. Può ospitare due persone di corporatura minuta ed è dotato di una pala meccanica per recuperare materiali oltre altre dotazioni.

«Ma è sempre stato guidato da remoto» spiega Dana, che però trova buona l’idea. «Nessuno di noi l’ha mai usato».

«Bisogna fare attenzione, quando usciamo» afferma Chioma che controlla la strumentazione. «I valori dell’ozono sono trenta volte quelli massimi. CO2 sono a livelli preoccupanti, come molti altri inquinanti».

Tutti si volgono verso di lui con gli sguardi pieni d’interrogativi.

«Dovete usare le tutte speciali, quelle delle passeggiate cosmiche» dice Dana, che sta già pensando al dopo, quando dovranno sbarcare. I piccoli non hanno l’attrezzatura per consentire di sopravvivere in quelle condizioni.

Si organizza la spedizione che dovrà esplorare l’astrodomo per capire come agire e se ci sono possibilità di raggiungere una città.

Samantha e James sono scelti per salire sul rover, perché sono quelli che hanno la corporatura più minuta. Stringendosi possono salire e guidare all’occorrenza quel robot semovente, usato per l’esplorazione di Marte e delle lune gioviane. Entrambi indossano una tuta che consente il massimo dei movimenti senza troppi impacci e con una dotazione di ossigeno per ventiquattro ore.

Fatto uscire dalla pancia dell’astronave comincia a muoversi con cautela, guidato da Pavlov dalla plancia di comando.

Solleva un filo di polvere mentre le ruote cingolate affondano nella gialla sabbia del deserto che ricopre la pista.

Dovrebbe impiegare un paio d’ore per raggiungere gli edifici che un tempo erano bianchi, mentre adesso appaiono ingrigiti per effetti ignoti.

Passano accanto alla rampa di lancio, che sembra un gigantesco animale ferito. Poco oltre l’enorme truck che veniva usato per trainarla in posizione è rovesciato su un fianco come se una gigantesca manata l’avesse colpito.

All’interno dell’astronave Dana e Pavlov discutono se sia possibile condurla vicino agli edifici, qualora siano agibili.

«Si potrebbe tentare, azionando i razzi direzionali, per farla retrocedere» spiega Pavlov, che senza distrarsi osserva sul monitor l’avanzata del rover. «Non è detto che ci si riesca, perché non è come pilotare un aereo».

Chioma e Lin trepidano osservando sullo schermo i loro compagni che lentamente si avvicinano al complesso di edifici del centro di controllo Serenity.

30 gennaio 2054 – ore 12 A.M. fuso di Tucson – Centro di Controllo

Samantha e James hanno filmato tutto quello che sta ai bordi della pista e adesso sono davanti all’ingresso principale del Centro di Controllo. La porta pare abbattuta. Non esiste più, mentre un’alta e spessa coltre di sabbia ha sommerso l’atrio. Se qualcuno nelle stanze interne volesse uscire, questo sarebbe impedito dal tappo costituito dalla sabbia.

«Qui è tutto bloccato» gracchia James parlando con Dana.

«Vedo. Manovrate la pala meccanica del rover per aprirvi un varco».

Samantha non è d’accordo perché servirebbe troppo tempo per togliere tutta la sabbia che ostruisce il passaggio. Esiste il rischio che poi rimanga senza energia sufficiente per tornare all’astronave.

«Ma la pala è inadatta a svolgere questo compito» spiega Samantha, osservandone l’altezza, perché in pratica arriva fin quasi al soffitto.

«Cosa pensi di fare?» chiede Dana leggermente seccata.

«Proverei a girare intorno al complesso. Ricordo che c’erano uscite di emergenza sul retro del complesso e, se non sono ostruite, forzarne una per entrare» afferma con calma Samantha, mentre James annuisce col capo in segni di condivisione.

Rimontati sul rover, trovano dietro l’edificio un paio di uscite di emergenza che sono quasi libere dalla sabbia. Basta poco per rimuovere quella che è appoggiata alla porta.

«Questa è in fessura!» esclama Samantha, girando la telecamera verso l’uscita d’emergenza posta centralmente.

In breve, azionando la pala, la liberano.

«Scendiamo» afferma James alzando il cupolino che li ha protetti fino a quell’istante.

«Fatte attenzione. Potrebbero esserci dei crotali lì dentro» si raccomanda Dana con la voce incrinata dalla tensione.

Non si sente tranquilla e cerca di non dimostrarlo. All’interno dell’astronave otto occhi seguono sul grande schermo le loro mosse.

James fa il gesto di OK con la mano, mentre afferra una potente torcia a led, imitato da Samantha. Tirano verso di loro un battente in modo da poter entrare, mentre illuminano l’interno. Il pavimento è ricoperto di sabbia mista a polvere e non presenta tracce umane. Le pareti sono grige, impolverate. Il soffitto appare senza luci e ragnatele. Tre serpenti fuggono veloci tra le gambe dei due astronauti, che sorpresi non reagiscono.

«Acc!» esclama Dana, che li ha riconosciuti. «Sono dei crotali».

James e Samantha non hanno avuto il tempo di aver paura o di reagire al loro passaggio.

«Che strano» borbotta James facendo mente locale all’episodio. «Di solito fanno squillare i loro campanellini per avvertire di stare alla larga ma non l’hanno fatto».

«Forse il cambio climatico o le radiazioni nucleari li hanno resi innocui» azzarda una spiegazione Samantha.

Anche l’assenza di ragnatele appare singolare. Sembra che siano stati sterminati tutti i ragni. Samantha corruga la fronte. In trentacinque anni di assenza sono cambiate molte cose e gli animali sono quelli che lo evidenziano, riflette Samantha senza esternarlo in modo esplicito.

Entrano perlustrando con le torce la vasta stanza che a prima vista pare non avere accessi verso l’interno. Sulla sinistra, appesa alla parete c’è la mappa del complesso. Sbiadita e fragile al tocco. Un ricordo del passato, quando per legge lo si doveva esporre.

«Memorizziamola nel visore» suggerisce Samantha. «Così l’abbiamo sempre a disposizione».

Sentono un grugnito di soddisfazione di Dana, che vede sullo schermo la mappa ingrandita. Può seguirli e dare istruzioni su cosa cercare.

«Ma sono segnate tre porte!» esclama stupito James. «Però non vedo tracce».

Samantha ride all’esternazione del compagno perché non è l’unica stranezza. Mancano interruttori e lampade. Dubita che non ci sia l’illuminazione. Trentacinque anni prima c’erano ma adesso sono scomparsi. L’interno appare diverso dai suoi ricordi. Mentre l’esterno non è stato modificato, la parte interna è stata svuotata e ricomposta in altro modo. Alla loro sinistra c’erano gli alloggiamenti e sulla destra i servizi. La mappa riporta una dislocazione diversa.

James continua a roteare la torcia nel tentativo di venire a capo dell’assenza delle porte, mentre Samantha esplora le pareti.

«Forse il soffitto è luminescente» azzarda James anche se il suo pensiero è di trovare la maniera di passare nelle altre sale.

Samantha si ferma e chiede con tono dubbioso: «D’accordo. Ammettiamo che sia così. Ma la luce l’accendevano col pensiero?»

«Ci saranno interruttori a sfioramento. Anzi ne sono certo» dice James che continua la caccia infruttuosa alle porte. «Adesso è prioritario capire dove si trovano i passaggi per l’interno».

«Trovato!» esclama Samantha, mentre James la guarda come se la compagna avesse ricevuto un colpo di sole.

«Dove?»

«È una mezza parete semovente. Ci sono le guide sotto la sabbia» spiega Samantha spostando il sedimento che le ricopre.

James annuisce ma non è sufficiente. Si deve trovare il modo di spostarla, pensa osservandola da vicino. Non esistono maniglie o bottoni, mentre tasta la parete.

«Credo che funzionino avvertendo il calore umano e riconoscendo le persone» tenta una spiegazione Samantha. Trentacinque anni prima sarebbe futuribile ma adesso forse è realtà.

«Ok» ammette James. «Ma come possiamo svegliarle?»

In effetti le tute da astronave non aiutano e poi i loro visi non sono nel database delle persone fisiche. Devono trovare un altro modo per sbloccare la situazione.

30 gennaio 2054 – ore 12:30 A.M. fuso di Tucson – Last Horizons

All’interno dell’astronave Dana e gli altri seguono con trepidazione la missione di Samantha e James che pare approdare nel nulla.

L’idea di Dana però è riportare l’astronave dinnanzi al Centro di Controllo, sperando che i due compagni riescano a venire a capo di come penetrare nell’edificio. Ascolta Pavlov che suggerisce di utilizzare i retro razzi per retrocedere. Il suggerimento è convincente anche se non ha minimizzato i rischi. Ha detto che deve usarli con cautela per non finire fuori pista o contro qualcosa. Non ha mai sperimentato questa tecnica e l’astronave è un bestione pensato per solcare lo spazio cosmico e non una striscia di asfalto.

Dana gli dà carta bianca, perché vuol seguire le ricerche di Samantha e James.

Pavlov si siede ai comandi e accende i retro razzi con cautela aumentando la potenza. Last Horizons si muove da prima con lentezza poi prende velocità.

Pavlov ha un moto di soddisfazione negli occhi che brillano per essere riuscito a spostare l’astronave. I compagni nemmeno se ne sono accorti, perché la loro attenzione è concentrata su Samantha e James, che continuano le loro ricerche. Dosando la potenza dei razzi sposta Last Horizons miglia dopo miglia verso gli edifici che un tempo erano il Centro di Controllo Serenity.

Mentre Pavlov con abilità si avvicina verso gli edifici, Dana urla per la felicità: «Fantastico!»

Samantha mostra orgogliosa un minuscolo oggetto rettangolare che ha tolto da una cavità posta alla destra dell’uscita di emergenza. Tutti applaudono frenetici a esclusione di Pavlov, che concentrato sulle sue manovre, non ha seguito il ritrovamento.

James afferma entusiasta che è un vero gioiello. «Un mini computer» esclama, mostrando le sue potenzialità.

Una parete sporca per la polvere diventa per incanto uno schermo che fa impallidire i monitor oled a 4k per la nitidezza dell’immagine proiettata. Accende le luci, che fuoriescono dal soffitto. Apre le tre misteriose porte che silenziose si nascondono all’interno della parete divisoria.

Dana ha gli occhi sgranati per la sorpresa. Anche se sono passati trentacinque anni dalla partenza qualche bagliore di ricordi riaffiora nella sua mente e non collima con quello che sta osservando sullo schermo.

«Da dove cominciamo» chiede Samantha che a stento trattiene la gioia di essere riuscita a risolvere il mistero della stanza.

«Direi dalle cucine e dai magazzini» suggerisce Dana. «Dobbiamo capire che possibilità abbiamo di restare lì».

Nel mentre Pavlov conclude la manovra sistemando l’astronave quasi in corrispondenza dell’ingresso del Centro di Controllo. Dana gira lo sguardo verso parte superiore dell’edificio e rimane a bocca aperta. Le vetrate di Last Horizons permettono la visione di quello che sta sul tetto. Si aspetta antenne e parabole in quantità, come ricorda al momento della partenza, ma invece nota tre minuscoli dischi disposti a triangolo e uno strano oggetto che in apparenza sembrerebbe un elicottero.

«Pavlov» dice Dana puntando l’indice verso l’oggetto misterioso. «Cos’è quello?»

Il pilota osserva e poi sentenzia: «È un elicottero».

Dana scuote la testa, perché non ha parti in movimento. Non saprebbe come possa alzarsi. Stava per esternare i suoi dubbi quando un «oh!» si leva all’interno dell’astronave. L’oggetto si alza e compie qualche piccola evoluzione prima di appoggiarsi di nuovo sul tetto.

«Questo» afferma James mostrando quel minuscolo scatolino che tiene in mano. «Può manovrare l’elicottero come se fosse un drone».

«Elicottero?» mormora Dana sconcertata da tutti questi cambiamenti.

«Sì, elicottero» ribadisce James. «Sullo schermo appare la scritta helicopter».

«Cominciamo l’esplorazione delle cucine e dei magazzini» afferma Samantha che insieme a James varca la porta sulla sinistra dell’uscita di emergenza.

Percorso un corridoio sbucano in un vasto locale che dovevano essere le cucine del complesso.

30 gennaio 2054 – ore 14:30 A.M. fuso di Tucson – esplorazione

Si sente un coro di ‘oh!’ alla vista dell’ampia cucina. Addossato alla parete c’è un lungo mobile sovrastato centralmente da qualcosa che parrebbe una cappa aspirante. Il piano di cottura in apparenza non ci sarebbe ma il comando che James manovra con successo indica che nell’area centrale sotto la cappa ci sono i fuochi. L’oggetto delle meraviglie comanda l’accensione, lo spegnimento e ogni altra funzione relativa alla cottura degli alimenti. Al centro del locale ci sono dei tavoli con sopra stoviglie e pentole. Sembra che siano state abbandonate in gran furia da come sono disposte. I piatti appaiono più spessi del normale.

Samantha ne afferra uno, esclamando: «Ma sono leggerissimi!» per poi abbandonarlo sul tavolo, perché scottava senza essere incandescente.

James sogghigna divertito. Sullo schermo è apparsa la scritta ‘warm or cold?’ e lui ha selezionato ‘warm’.

Le sorprese non finiscono. Nell’acquaio zampillano getti orientabili con quella specie di telecomando manovrato da James. I pensili si aprono mostrando il loro contenuto, come i piani di lavoro fuoriescono dai mobili addossati alle pareti.

«Controllate se ci sono scorte di cibo» suggerisce Dana che freme per raggiungerli.

James seleziona ‘food’ mentre lo schermo mostra la loro dislocazione.

Samantha guarda schifata quello che il reparto frigorifero e le scansie mostrano. Cibi liofilizzati ma anche alghe, cavallette, vermi e altro. Il tutto ben conservato e con scadenze quasi di fine secolo.

Sembra un gioco che diverte molto James, quando Dana lancia un allarme.

«In lontananza c’è una nuvola di polvere che si avvicina. Mettete al riparo il rover».

«No. Quello resta fuori» afferma con decisione James, che aziona la chiusura dell’uscita di emergenza. «Se è in arrivo una tempesta di sabbia fa più comodo fuori. Se è altro, dentro o fuori non fa differenza».

Dana ordina a Pavlov di portarlo a ridosso del muro perimetrale in posizione più riparata.

Lin riporta all’interno i pannelli solari e chiude tutte le aperture. Chioma prova a controllare chi sta provocando quel polverone che si avvicina sempre più. La polvere è talmente densa che le onde radar non riescono a perforarlo.

In un attimo tutto si oscura mentre Last Horizons sembra scosso da una enorme mano. Le comunicazioni con James e Samantha si interrompono bruscamente.

Come è arrivato all’improvviso, così cessa senza una spiegazione plausibile. I quattro astronauti si guardano attoniti. Non è una tempesta di sabbia, perché non avrebbe senso che raggiunto l’edificio sia cessata di colpo. All’esterno non ci sono mezzi o persone.

«Dana» esclama Samantha con un tono sorpreso misto a paura. «Sopra la vostra testa c’è un enorme drone fermo immobile».

«C’è qualcuno a bordo?» chiede il comandante con un pizzico di apprensione.

«No. Nessuno. Quello che resta incognito è come possa restare fermo senza muovere la sabbia».

«Passate sulla banda 108, quella criptata» suggerisce Chioma che manovra il radar per osservare chi sta sopra di loro.

Lo schermo mostra uno strano oggetto dalle dimensioni ragguardevoli a forma di pipistrello. Poi lo vedono muovere verso hangar semi diroccato e appoggiarsi a terra.

«Il drone è nostro» annuncia raggiante James. «Sono tornato indietro nel tempo quando ero un videogiocatore accanito. Con questo» e mostra un minuscolo scatolino «ho intercettato le frequenze e ne ho preso il controllo. Qualcuno deve averci visto e ha mandato un drone a controllare. Adesso è spento».

In cuffia sentono «hurrà» e altre esclamazioni di gioia.

«Siamo nel magazzino» avverte Samantha, facendo una panoramica del posto. «Ci sono strane vetture prive di ruote. Abbiamo trovato un contenitore con tantissime tute spaziali e altri indumenti anche per i cuccioli».

James aziona l’apertura di una porta e sale su modello a forma di sigaro. Un leggero sibilo annuncia che il motore è avviato.

«James non puoi lasciare Samantha sola» ordina Dana che si è raccomandata di stare sempre insieme.

«Ma faccio solo un giretto per capire come funziona».

«Sono il tuo comandante e non puoi disobbedire ai miei ordini» afferma perentoria. «Se proprio vuoi, potete caricare gli indumenti sull’auto e portarli all’astronave».

«Ok» dice laconico James, che aiuta Samantha a caricare tute e altri oggetti che possono tornare utili in seguito.

Nell’area tecnica trovano minicomputer che si piegano a libretto, schermi arrotolati e dispositivi di comunicazione grandi come scatole di svedesi.

Ovunque si avverte una sensazione di abbandono come se gli occupanti fossero fuggiti in fretta e furia, abbandonando l’edificio senza portare via nulla. Questi apparati sembrano privi di vita.

«Rientrate» ordina Dana. «Tra mezz’ora il sole cala dietro queste creste e ci sarà buoi. Rientrate col rover. L’esplorazione proseguirà domani. Chiudete le varie uscite».

A malincuore James e Samantha rispettano l’ordine. Salgono sull’auto.

Un sibilo e l’auto sfreccia fuori dall’edificio muovendosi a cinque metri da terra. Sale e scende rispetto alle ondulazioni del terreno. Si inclina come un aereo quando vira. Con dolcezza plana vicino alla scaletta dell’astronave sotto gli occhi curiosi dei compagni. Un braccio meccanico solleva l’auto fino al boccaporto dove saranno scaricati gli indumenti e gli altri oggetti. Nell’apposita area di decontaminazione si sterilizzeranno tute e persone.

James e Samantha dopo essersi cambiati si ritrovano nella sala del comando per il briefing della giornata.

Il cielo è nero coperto dalle nuvole di pulviscolo e la vallata è oscura, dove spicca il chiarore delle luci di Last Horizons.

Sono tornati a casa ma è come se stessero esplorando un mondo sconosciuto.

 

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