Sophia e Liù

Il dottor Morel aprì la porta infreddolito e in pigiama.
«Di nuovo?» – chiese sorridendo a Sophia che in braccio teneva Liù perplessa di quella visita notturna. La bimba fece segno di sì con la testa e senza proferire una sola sillaba si infilò tra lo stipite e l’uomo per sgattaiolare nel piccolo ingresso della casa.
«Ha parlato ancora?»
«Sì, e ha detto che ha male alla pancia.»
«Prima o dopo il tuono?»
«Mmmmm dopo. Credo.»
Il dottor Morel annuì accompagnando con la mano sulla spalla la piccola nella stanzetta delle visite. Dalla finestra sulla destra si accertò che la Citroen rossa non fosse al suo posto, fatto che ovviamente giustificava quella precipitosa necessità di aiuto.
«Allora Sophia, cosa ha mangiato Liù a cena?»
«Gelato.»
«Gusto?»
«Fragola.»
Morel segnava con un certo sussiego tutto quanto su un notes a righe, annuendo con enfasi.
«Posso fargli qualche domanda?»
«A Liù?»
«Sì, certo.»
«Non risponde tanto. Parla solo a me. Quando siamo sole.»
Morel corrucciò la fronte come se stesse vagliando le possibili soluzioni.
«Capisco.  Ecco, potremmo magari farle una bella puntura di Pancinil», disse compiaciuto.
Sophia sgranò gli occhi, stringendo a se la gatta che le indirizzò un piccolo miagolio.
«Noooo, lo sai bene che Liù è allergica agli aghi di metallo. Inizia a starnutire e vomitare.»
«Ah già, non si può.»
«Eh! No, non si può.»
«Magari, la facciamo sdraiare un po’ qui e la teniamo in osservazione allora.»
«Ecco sì.»
«Magari migliora da sola. E noi due ci beviamo due tazze di tisana speciale rilassante mentre aspettiamo che stia meglio.»
«Con lo zucchero.»
«Certo!»
Morel si allontanò il tempo giusto per preparare il tutto, ma al suo ritorno Sophia già si era addormentata con Liù in braccio sulla poltrona blu. La gatta sollevò appena la testa per controllare la situazione tornando subito dopo nel suo sonnecchiare.
Il dottore posò le due tazze sul tavolo basso all’angolo e si accomodò sulla poltrona dietro la scrivania. Fuori pioveva che dio la mandava e ogni tanto un fulmine illuminava la notte in lontananza.
Marta con il viso assonnato si affacciò alla porta dello studio e chiese «tutto bene?»
«Piove», rispose Morel indicando con una mossa del viso la piccola sulla poltrona. Anche questa volta Liù si tirò un po’ su per controllare la nuova venuta e assodata l’assenza di pericoli si era riaddormentata.
«Aspetto che torni Veronica e poi vado a letto.»
Marta annuì con un mezzo sorriso di sonno e si dileguò.
Sulla scrivania, vari incartamenti raccontavano di uomini e donne preoccupati per i loro piccoli e grandi malanni. Il signor Roschark con la sua sciatica e il ragioner Milleu che s’era beccato una brutta polmonite. E la signora La Maittre che non riusciva a rimanere incinta e il marito stava andando in depressione dopo il terzo lavoro finito male. Tamburellò appena sulla scrivania con le dita e tornò a guardare ancora fuori il temporale inondare la città addormentata.
Passò del tempo prima che un rumore fuori rivelò l’arrivo della Citroen rossa che, con due manovre sotto gli scrosci d’acqua, si sistemò nel suo posto in cortile. Un fagotto ne uscì velocemente infilandosi sotto la tettoia davanti il portone per scomparire alla sua vista.
Morel allora si rialzò per riaprire la porta di casa e poggiato con la schiena allo stipite, attese con calma l’arrivo dell’ascensore al piano. La cabina sputò fuori il fagotto ancora grondante che subito si diresse verso la porta di fronte inconsapevole della presenza di Morel.
«Piove?»
Il fagotto si bloccò, volgendosi verso la voce alle sue spalle.
«Pare di sì», disse Veronica facendo scivolare via la giacca che l’aveva riparata dal fortunale. Ora che si era ricomposta, seppur grondante aveva ripreso le sembianze di donna con la faccia stanca e lo osservava interrogativa.
«Sophia?»
«No, no. Liù. Pare abbia mangiato troppo gelato alla fragola.»
«Liù?»
«Liù, sì.»
Veronica tornò sui suoi passi per entrare nel piccolo ingresso. Morel la aiutò a togliersi la giacca, che poggiò sull’attaccapanni di legno chiaro, mentre lei si ravviava i capelli neri e ricci che le avevano inondato le spalle adagiandosi sulla camicia bianca. Il dottore la guardò passare davanti per entrare nello studio delle visite, stretta nei fuseaux neri chiazzati qua e là dalla pioggia battente. Sulla poltrona Sophia dormiva tranquilla e anche Liù stava abbandonata sulle gambe della piccola. La donna si fermò un attimo a guardare la scena, mentre Morel rimaneva due passi indietro.
«Potresti lasciarla da noi quando sei di sera.»
«Non voglio dare disturbo, lo sai! E poi Sophia è grande e può badare a sé per qualche ora.»
«E già! Ha persino una gatta che sa parlare in fondo.»
Veronica si girò a guardarlo con una smorfia ironica.
«Mi aiuti a portarla a letto?»
«A che serve allora un medico per vicino?»
La donna sfiorò la gatta che si fece mettere a terra mezzo tramortita. Poi Morel prese in braccio Sophia che non accennò nemmeno a svegliarsi e seguendo Veronica oltrepassò il pianerottolo, entrò nel piccolo ingresso della casa di fronte e percorso il breve corridoio trovò sulla destra la stanza da letto. Adagiò dolcemente la piccola sul lettino con le sponde di legno scuro addossato alla parete e si guardò per un attimo in giro.
Il grande letto era ancora disfatto e sul cuscino era poggiata una camicia da notte color crema piuttosto corta a ben vedere. A terra raggomitolati vicino al comodino c’erano abbandonati degli slip azzurri. Veronica guardò il tutto con un certo imbarazzo.
«Non sono riuscita neanche a rassettare oggi. Sono una frana non c’è che dire.»
Morel non fece commenti, ma continuò a immaginare la donna con quegli indumenti addosso, provando a capire cosa riuscissero a coprire di quel corpo così vicino a lui. Avrebbe voluto allungare una mano su quella schiena che vedeva muoversi per rimboccare il piumoncino della piccola, una carezza appena, ma rimase immobile a guardare la pila dei libri accanto al comodino. Poi rifece al contrario il percorso verso casa, fermandosi per salutare sull’uscio.
«Ah! Veronica», disse prendendo qualcosa da dietro la porta, «la giacca.»
Lei si avvicinò schernendosi che sarebbe impazzita a cercarla poi a casa. Prese il fagotto ancora umido e alzandosi un po’ sulle punte dei piedi, arrivò sino alla guancia per un bacio proprio vicino all’angolo della bocca. Un bacio che durò abbastanza da indurre Morel a cingerla alla vita, quasi a sorreggerla in quel gesto. E nel farlo la avvicinò a sé sino a sentire quel corpo stanco ma morbido e accogliente avvolgerlo in qualcosa di simile a un abbraccio, solo meno evidente.
«Grazie per Sophia.»
«E per Liù?»
«Anche per Liù.»
Sorrise, e qualcosa forse avrebbero voluto dire o fare, ma Morel mollò il braccio e Veronica si allontanò sino a chiudersi la porta dietro le spalle. Lui per alcuni istanti rimase lì a guardare la targhetta con il nome di fronte. Non voleva perdere del tutto quella sensazione che il contatto con quel corpo gli aveva regalato. Poi rientrò anche lui, spense la luce dello studio e tornando verso la camera da letto notò la porta socchiusa della stanza della figlia. Marta dormiva abbracciata al cuscino e nella penombra sembrava sorridere. Starà facendo un bel sogno si disse. Ne ha bisogno, pensò.
In camera il letto era ovviamente disfatto e Morel ci entrò dentro con un brivido. Pensò che ci avrebbe messo minuti prima di scaldarlo di nuovo. Pensò alla signora La Maittre che forse in quel momento stava facendo svogliatamente l’amore con il marito; sarà il caso domani di dirle che è incinta, si disse poco prima di chiudere gli occhi. Poco prima che il calore di quella specie di abbraccio si spandesse in quel letto inutilmente vuoto per lui. Fuori pioveva che dio la mandava. Veronica intirizzita nella sua minimale mise da notte rifletteva sull’urgenza del cambio stagione. Liù nella sua cesta ogni tanto faceva un verso leggerissimo figlio di un incubo a noi ignoto. Sophia sognava di parlare ancora con Liù e la rassicurava sul suo mal di pancia e nel sonno probabilmente rideva con un buon sapore di fragola in bocca.

  1. Che bel racconto hai proposto. Dolce e delicato come i suoi protagonisti.
    Bello il personaggio del dottore, che si sente solo ma non osa chiedere nulla.
    O.T. per dicembre, se ci stai, il 15 dicembre è tuo. Confermi?

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