Lui, mio padre.

S’aprì la porta su d’un ambiente piccolo, ingombro per metà della scrivania vetusta di legno impiallacciato chiaro.
Sulla destra una finestra prendeva luce da un cortile interno, poca a dire il vero, tanto che la lampada in metallo verniciato verde bottiglia doveva rimanere accesa anche in quelle ore di giorno. Alle pareti poster militari sbiaditi e calendari dell’arma di anni remoti provavano a sviare la vista dalle pareti scrostate.
Lui, mio padre, seduto su una seggiola rovinata mi dava le spalle e non accennò neanche a girarsi. L’agente mi fece un cenno di entrare, con un certo imbarazzo che la situazione doveva procurargli.
Nemmeno quando seduto accanto, con lo sguardo rivolto al profilo della sua testa china in avanti, nemmeno allora lui, mio padre, si decise a volgere l’attenzione altrove né mi degnò d’un gesto. Stava così, in silenzio ad ascoltar le domande che mi venivano fatte. Che ci venivano fatte. Solo che lui, mio padre, rimaneva muto, ascoltava e osservava un punto unico e perso tra le mattonelle sbeccate del pavimento.
«È suo padre?» chiese l’agente dopo qualche convenevole, facendolo seguire da un nome, un cognome e una data di nascita.
In qualche modo risposi, o con un cenno del capo o con un sì, adesso non ricordo, ma risposi.
L’agente mi spiegò della stazione e del come lo avevano individuato. Mi raccontò tante cose. Troppe cose. E che volete che mi potesse importare di quella storia, quando avrei solo voluto urlare e spiegargli qualcosa di quella località di mare, di quella stazione persa tra le dune lungo le coste dolci della nostra lontana regione natia. Ma tacqui, per rispetto della fatica che lui, mio padre, e io, suo figlio, stavamo sperimentando in quel momento per non reagire in malo modo a quel grigio descrivere l’epilogo d’una catastrofe.
Tutto era cominciato, almeno per noi della famiglia, subito dopo la festa. Una faccenda simpatica e curata, una sorpresa bella per tutti noi. Trovammo la casa quel giorno agghindata e pulita, con la tavola apparecchiata per bene e tutto già disposto per la cena. Avreste dovuto vedere la faccia che fece mia madre e quella di tutti gli ospiti che uno dopo l’altro fecero trillare quel campanello che li annunciava alla porta. C’era gioia in loro, stupore, e abbracci, saluti, calore.
Una ricorrenza vera non c’era; c’era un gancio sì, una scusa plausibile, ma la realtà è che qualcosa doveva ancora avvenire, noi non lo sapevamo, non lo volevamo sapere. E così ignorammo ancora una volta lo sguardo vuoto che lui, mio padre, indossava ogni volta che guardava avvenire le cose del suo tempo. Ok, magari lo avevamo notato, cullandoci su un che sarà mai! C’era gente che lo invidiava, tanta, e bastava pronunciare il suo nome e il suo cognome perché molti sfoggiassero un sorriso compiaciuto. Lo stesso nome e lo stesso cognome che l’agente in quel grigiore aveva sillabato per aver confermata l’identità che nessun documento nelle sue tasche aveva svelato. Lo stesso nome e lo stesso cognome che avevamo ascoltato e lasciato spegnarsi tra i rumori di quel piccolo ambiente: il ticchettio della vecchia sveglia da viaggio accanto alla lampada verde bottiglia, il rotolare delle gomme e il grugnito dei motori opachi dalla via vicina, il ritmico urtare metallico di un qualche oggetto sui fili del bucato in cortile, una sirena lontana. Che era il silenzio in fondo. Il silenzio che da quella festa, ma a dir la verità anche da prima, lui, mio padre, ascoltava assorto sulla sua poltrona dello studio al ritorno dal lavoro. Ogni giorno. Un silenzio che era il rumore residuo del mondo esterno che lui, mio padre, non voleva più abitare. Ne avrebbe anche cercato un altro di mondo, ma come si fa, dico anche a voi, come si trova la forza di lasciare tutto indietro e trovarsene uno proprio, uno dove tutto il silenzio, il rumore residuo dell’umanità intorno, non fosse una minaccia costante di pensieri ingombranti. Dove le lettere che aprivamo ogni giorno non suonassero come cattive notizie, ogni santa volta che in quello studio venivano lette.
C’era questo in quella festa e io non lo sapevo, non lo volevo sapere. Un chiedere scusa. Di cosa? Di tutto, di tutto.
Io avevo il mio modello di genitore negli occhi e non vedevo, non volevo vedere, che lui, mio padre, era invece proprio quel profilo, quella testa china, quei capelli corti e radi, quello sguardo puntato sulle mattonelle sbeccate di quel lontano giorno, in quello sperduto commissariato di un borgo di mare distante un secolo dalle nostre vite. Ché eravamo piccoli allora e si giocava a calcio sulla spiaggia umida, con il sole bassissimo sull’orizzonte in procinto di spegnersi in quel mare petrolio. E le ombre s’allungavano, le ombre di noi piccoli che alzavamo sabbia e palloni, e delle ciabatte piantate salde a delimitare la porta. Chissà se già allora quelle ombre si allungavano tanto da entrare dentro le nostre case, lambendo la poltrona e l’uomo che lì, incomprensibile a tutti, ascoltava i rumori opachi del nostro mondo, zitto zitto, pensando di organizzare una festa prima o poi, l’ultima festa, per salutare tutti prima di raggomitolarsi in un angolo a osservare, uno alla volta, uno dopo l’altro i piccoli crolli intorno a sé. Piccoli e insignificanti per noi, enormi, devastanti per lui, mio padre, inerme oramai.
L’agente chiese se avessimo bisogno di qualcosa, per tornare a casa, disse con quel palese accento d’imbarazzo. Un Dio avrei voluto rispondere, sarebbe servito qualcuno onnipotente al quale impetrare grazia: facci uscire da questo angolo, da questo silenzio, padre nostro che sei cieli e non nel nostro mondo. Perché se fossi stato qui, caro il mio Dio, come quel figlio che dici di aver mandato, se fossi stato qui, avrei potuto chiederti che diavolo si fa quando un uomo, un padre, mio padre, lo si fa alzare da quella sedia del commissariato e con una mano sulla spalla lo si porta via. Perché alla fine dicono che tu abbia voluto creare questo mondo e quindi questo silenzio assordante dentro il quale lui, mio padre, aveva desiderato la fuga, solo, senza documenti addosso, per nascondere a tutti anche il suo nome. Per cambiare mondo, il tuo mondo.
Fuori pioveva. Una pioggerellina fitta fitta, fina fina, che ti inzuppava senza fartene accorgere. Voleva lasciarci in pace, aveva detto in macchina. Scorreva la strada, curvando decisa prima di immettersi sulla statale con una cunetta fastidiosa. Rotolavano le gomme e frusciava il motore ed era questo il silenzio dell’abitacolo che non avevo voluto ferire con domande inutili. Eppure lui, mio padre, di colpo parlò.
«Volevo lasciarvi in pace», solo questo, poi nulla più per seicento chilometri. Seicento interminabili chilometri.
Poi non accadde nulla, gli anni trascorsero sereni e mia madre aveva capito quanto fosse vitale cancellare quel tempo, rintanarlo in quel ricordo strano e così aveva fatto. Era stato duro, difficile, ma alla fine era stato un crollo e basta. Aveva cambiato un pezzettino di panorama, importante sia chiaro, ma tolto quello la vita era tornata in apparenza uguale. Qualche ammaccatura, due lividi, una cicatrice che faceva male nei cambi di tempo. E per carità c’erano ancora mozziconi di muro, polvere di maceria qua e là, ma intorno c’era cresciuto del verde e non faceva più tanta impressione. Anzi, se ci passavi accanto nelle belle giornate di sole rimanevi stupito per una certa bellezza, una vaga atmosfera di pace che si assumeva vera, giacché dal cuore degli uomini si vede trafilare luce solo dalle impercettibili fessure dei crolli.
Ora però che abbiamo fatto tutto e anche l’ultima incombenza è stata chiusa siedo su quella poltrona dove lui, mio padre, amava chiudere gli occhi dopo pranzo, ma proprio un sonnellino piccolo e leggero, sospeso sui rumori che regalava il silenzio del primo pomeriggio. E anche io ora li chiudo e ascolto. Provo a sentire almeno un briciolo di ciò che lui, mio padre, avvertiva vibrare dietro le pareti. E a un tratto eccolo, lì in mezzo ai rumori dell’uomo, il silenzio, il buco nero di suono. Mia madre arriva, con il volto stanco e mi carezza la testa, mi chiede qualcosa, poi carezza come un ricordo dolente il bracciolo rovinato, sbiadito, graffiato. Lo carezza e continua a parlare, ma io non sento nulla delle sue parole, che invece vedo una a una risucchiate oltre l’orizzonte degli eventi di quel silenzio abnorme.
Per una buona mezz’ora rimango in paralisi completa, ho quasi la sensazione di respirare con una fatica assoluta, con un masso gigantesco sullo sterno. Poi ho uno scatto, feroce, in piedi e verso la porta di casa per tentare di prendere aria. Ho fitte al petto mentre corro con il fiato cortissimo verso la stazione. Un cane dietro un cancello mi ulula contro, ringhia la sua paura contro il buco nero che con evidenza mi insegue, non lo vedo, ma ne sento l’angoscia furiosa ingoiare pezzi di mondo dietro di me.
Al binario attendo solo pochi minuti: cinque, dieci. Meno. Il treno quasi vuoto scorre via lento, attraversa campagne e costeggia borghi e città, scavalcando una intera notte. Nessuno mi chiede un biglietto o visita il mio scompartimento, nessuno, per tutta una notte che centellina ben seicento chilometri.
È l’alba quando compare il paese. Una fermata breve, giusto il tempo per scendere e vedere il convoglio stridere ripartendo dietro le mie spalle. L’edificio piccolo e bianco è sempre lì, ma lo hanno abbandonato da tempo a quanto vedo. Sterpaglie intorno e cancelli divelti, la porta appena accostata. Entro, facendo gemere i cardini impastati di salsedine e ruggine. La stanzetta la ricordo, è in fondo al corridoio ingombro di calcinacci e materassi lasciati lungo le pareti e nei piccoli anfratti, dove un tempo doveva esserci un armadio o una scaffalatura. Sono indizi di ripari di uomini in fuga da loro stessi o da guerre lontane, fughe che in fin dei conti ben si equivalgono.
Anche l’ultima porta cede in una nuvola di polvere d’intonaco. Lui, mio padre, seduto sulla seggiola mi dà le spalle come allora. Davanti ha la scrivania bianca di polvere di gesso e di calcinacci piovuti dal soffitto, come bianca è la vecchia lampada stranamente accesa. Dal cortile oltre i vetri rotti della finestra, non arriva nessun vociare di bambini, solo il rumore periodico di un oggetto metallico che urta i fili del bucato. Guarda un punto preciso del pavimento, fatto di mattonelle sbeccate e residui minuscoli di fuga annerita.
«In fondo era solo necessario riparare. Ma con gli gli esseri umani non funziona. No!» dice con la voce tirata che aveva in macchina allora, in quella frase piccola prima dei seicento chilometri, prima del sereno ignorare tutto ciò che era accaduto. Poi gira il capo verso di me, verso il mio profilo corrucciato che fatica a non guardarlo.
«Andiamo», dice, «devi vedere una cosa.»
Fuori adesso c’è un sole cocente, come fosse arrivata d’improvviso l’estate, ma a veder bene nessuno è in giro come s’addirebbe a quel borgo di mare e di vacanza.
All’angolo la signora Maria, quella del piccolo emporio, seduta sulla sua seggiola di plastica bianca davanti all’uscio ci saluta con un piccolo cenno del capo. Quando era ancora viva e teneva aperto quel bugigattolo vicino alla chiesa, ci fermavamo sempre a comprare le figurine o le caramelle frizzanti.
Lungo la strada un cane pezzato nero trotterella lungo il muretto che ci divide dalla spiaggia. Lo scavalchiamo sedendo sul bordo e passando una alla volta le gambe dall’altra parte.
“Attento a non strapparti i pantaloni nuovi!” penso ripetendo a mente le raccomandazioni di mia madre. Mi controllo per bene prima di proseguire oltre e per fortuna non ho niente di rovinato. Sono stato attento mamma.
Camminiamo ancora per un tratto, spostando la sabbia che scotta sotto i nostri piedi. Il cane dietro di noi ci segue. Buck, si chiama Buck, decido guardandolo annusare un pezzo di legno mezzo bruciato di un vecchio falò. È il mio cane adesso, il cane che non ho mai avuto e che non avrò mai nella mia casa, troppo piccola e lontana dal mare.
Poco oltre c’è un Super Santos mezzo sgonfio diventato rosa sbiadito dal sole e due ciabatte di legno chiaro rovinate sul soprattacco di gomma color crema. Le prendo e lentamente mi sposto di alcuni metri per conficcarle a terra: prima una poi, contati i giusti passi, l’altra. Lui, mio padre, fermo con la suola sul pallone, attende con calma che la porta sia sistemata e che dalla strada arrivi un ragazzetto con la maglietta della Fruit of the loom. Credo di riconoscerlo, ha la zazzera davanti agli occhi come sempre. Buck gli va incontro scodinzolando in cerca di una carezza, io gli stringo la mano e lo ringrazio per essere arrivato.
«Non potevo mancare, sono stato sempre il miglior portiere del mondo.»
«Tomaszewski?»
Ride, mentre pensa sempre meno alla faccia del tipo che lo ha visitato oggi. Bisogna indagare, gli ha detto, capire e stabilire una cura. Come se per la vita ci fosse davvero una cura.
Si dispone tra i pali, soffiandosi sui pugni chiusi, saltellando sulla sabbia, mentre gli arriva addosso il primo siluro a forma di Super Santos che gli piega le dita. Goal.
Ride Tomaszewski con le dita che gli fanno male, molto di più di quel cuore che a quanto pare è un po’ in difficoltà ultimamente.
Io ci provo a segnargliene uno, ma niente, niente. E invece lui, mio padre, lo vedo come carica il tiro e goal! Goal! Goal! E le dita di Tomaszewski fanno sempre più male, e Buck il mio cane, che mio non è, continua a correre a destra e sinistra. Goal! Goal!
Goal!
Eccolo; alla fine l’ultimo goal è mio. A dirla tutta potrebbe avere preso la traversa, ma le porte sulle spiagge, quelle fatte con le ciabatte rovinate, si sa, non ti aiutano quando si tratta di traversa e allora si sta delle ore a litigare e a spingersi. Ma stavolta no: Buck si è fermato, di colpo annusa il vento che rapido è girato e ora viene da nord, freddo, tagliente come l’inverno. Tomaszewski non è più il portiere più forte del mondo, forse non lo è mai stato e alla fine che importa. Serve adesso che il suo cuore funzioni; ok lui ancora con lo sa, lo saprà domani, ma questo importa e comunque sta con le gambe aperte e con il pollice in su mi osserva compiaciuto.
Lui, mio padre, approva con la testa.
«Te lo dicevo che serviva colpirlo di collo pieno. Visto che hai fatto goal pure a Tomaszewski?»
«Lo so», dico, «ma fa male così a piedi nudi.»
«È l’unico modo che conosco per segnare, devi farti male, molto male», dice, poi si gira e chiama a sé Buck. Gli concede una carezza e lentamente si avvia verso la riva insieme al cane. Forse dovrei preoccuparmi quando con noncuranza entrano in acqua mantenendo il passo di chi sta passeggiando. Ma sanno nuotare entrambi in questo mare fermo come l’olio, tanto grande da sembrare eterno.
Io rimango in riva, ho le mani in tasca e li guardo sparire e diventare acqua. Intorno a me c’è una bellezza atroce che rapisce l’occhio e fomenta le mie lacrime.
Io adesso so pure segnare.
Lui, mio padre, me lo ha insegnato.

  1. PS per l’amministratore di questo blog: sarebbe interessante se sotto ogni post si avesse anche il link del blog dell’autore, così tanto per sbirciare e conoscere meglio le penne interessanti ^_^
    ho provato a cliccare alcuni nominativi sul banner di destra ma, purtroppo appare il profilo Gravatar e, lì, non tutti hanno inserito il link del proprio blog.
    Grazie

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