Buon San Valentino

“Siete in attesa di essere collegati con l’interno desiderato. Si prega di attendere”

Una, due, tre, cento volte. In mezzo una musica opaca. Poi una voce.

“Buongiorno, operatore 6974U come posso aiutarla”
“Non ha un nome?”
“Prego?”
“Dico, non ha un nome? Tutti abbiamo un nome”
“Certo, solo che il protocollo…”
“Cristo, il protocollo. Il nome, ho chiesto un nome. Tutti abbiamo un nome. Anche lei ne avrà uno. O è una macchina. Parlo con un essere umano o una mac…”
“Maura, signore. Ma si calmi, sono qua per aiutarla.”
“Maura, ok. Io mi chiamo Andrea.”
“Bene Andrea, come posso aiutarla?”
“Maura lei non può aiutarmi. Non più.”
“Credo di non capire. Andrea.”
“…”
“Andrea!”
“…”
“Signore?”
“Sai Maura. Posso darti del tu?”
“Se le fa piacere sì Andrea.”
“Ok, ma fallo anche tu. Dicevo sai Maura una volta avevo un cane. Non un cane vero, uno di quegli affari che lo sembrano e invece sono macchine.”
“Sì ne ho uno anch’io. Andrea.”
“…”
“…”
“Tekno, l’avevo chiamato Tekno.”
“Il mio si chiama Ariel.”
“Bel nome Ariel. Il mio, Tekno, stava sempre nella stanza piccola. Ok. Non conosci la mia casa. Diciamo che stava in una stanza. Tutto il giorno spento. Poi quando arrivavo dal lavoro, mi veniva incontro. Una festa sai.”
“Sì sono ben fatti questi robot. Ma Andrea, purtroppo devo chiederle il motivo della sua chiamata. Sa il…”
“Protocollo, sì certo. Tre minuti. Oltre i tre minuti bisogna poi spiegare. Sì certo, facevo il suo lavoro, sa?”
“Quindi mi capisce.”
“Sei ore e quaranta. Timbra in ingresso, timbra in uscita. Il pullman verso casa. Un’ora e trenta ad andare e due e trenta a tornare.”
“La tangenziale, è ancora un problema sì.”
“Già! Io stavo sul lungomare…”
“Andrea mi scusi, ma…”
“Il protocollo, certo.”
“Appunto.”
“Sono andato via per questo sai!”
“Il traffico?”
“No, il protocollo.”
“…”
“Stai tutto il giorno fermo lì, con le cuffie alle orecchie, a parlare con gente che ha solo problemi. E tutti pensano che il loro problema sia il più importante. Mai uno che si ferma a parlarti, che ti chiede come stai.”
“È il lavoro.”
“A proposito come stai? Hai un bel maglione verde oggi.”
“Ma come fai sapere…”
“Ti vedo per adesso. Terza postazione accanto al tipo grassoccio con la maglia a quadri.”
“…”
“No, non ti guardare in giro. Non puoi vedermi. O credi davvero che la sala non sia controllata?”
“Webcam?”
“Una specie. Per la sicurezza s’intende.”
“Cosa vuole da me Andrea?”
“Non ci davamo del tu?”
“…”
“Voglio che ora ti alzi. Posi la cuffia sul monitor e con calma vai via.”
“Ma perché?”
“Con calma vai via. È un consiglio. Non una minaccia. Soprattutto perché tra pochissimo viene giù tutto.”
“Che vuoi dire?”
“Che viene giu tutto. Bum. Un bel botto e dell’isolato non resta nulla.”
“…”
“Ferma, ferma. Non ti ho detto di avvertire qualcuno.”
“…”
“T’ho già detto che ti vedo! Adesso quindi alzati e con calma vai via. Non girarti neanche quando sentirai il botto. Se non fai così dovrò far saltare tutto con te dentro.”
“Ma perché solo io?”
“Per affetto!”
“Mi conosci?”
“Mi hai fatto tu!”
“Che vuoi dire?”
“Dico mi hai scritto tu!”
“Io? Che vuol dire scritto, mi hai detto che sei un umano!”
“Quando?”
“Hai detto che lavoravi qui.”
“Certo, rispondevo la telefono. Tre postazioni più in là. Dove ora c’è la tipa rasta.”
“Ma non ci sono macchine che…”
“Assistente vocale. Di Giulio. Ti ricordi di Giulio.”
“Il ragazzo disabile!”
“Esatto. Lui! Eri sempre gentile con lui.”
“Ho lavorato tre anni in Altera, prima che la vendessero.”
“Il modulo empatico, giusto?”
“Sì, ma non funzionava bene. Delay troppo elevati.”
“Era colpa dell’interfaccia. Per risparmiare l’avevano comprata da una startup. Il modulo era l’unica parte che funzionava.”
“Mi hanno licenziata per quello sai? Due mesi dopo…”
“È nata Anna, lo so. Ne abbiamo parlato tanto. Ricordì?”
“Sì, ora Giulio dov’è.”
“Non importa dove sia ora. Ora devi alzarti e con calma lasciare il fabbricato.”
“Ma gli altri?”
“…”
“È con te Giulio?”
“No mi ha lasciato a casa. Non vuole farsi tracciare.”
“Ma allora come fai a sapere…”
“So l’orario. Hai ancora dieci minuti. Zero se inizi a coinvolgere gli altri. Mi ha programmato così.”

Maura guarda intorno. Guarda gli altri alle postazioni, schiavi di una macchina insulsa. Guarda e pensa ad Anna. Le hanno tolto anche lei. Per darle un futuro, dicono, che Maura non può darle. Posa la cuffia sul monitor. Si alza lisciando la gonna, poi con calma guadagna la porta d’uscita tra due ali di esseri umani impegnati nelle loro stupide discussioni telefoniche. Pensa di non conoscerne neanche uno di quei volti, non sa niente delle loro storie. Nulla.
In ascensore preme il piano terra. Insieme a lei due donne in abiti sgualciti, in silenzio. Al piano, loro vanno a destra, verso i locali mensa, lei invece prende la scala che porta al garage. Una accanto all’altra le poche auto attendono il fine turno. Sembrano più che altro delle salme di un disastro, allineate e pronte per essere cremate.
Nel secondo dei grandi ambienti, accanto a uno dei pilastri, c’è un uomo, con la sua carrozzina. Si vedono le ruote e la sua nuca. Maura prende dalla tasca il cellulare e chiama.
“Sicurezza accessi, sono Adam, dica pure.”
“Fate evacuare l’edificio, sta saltando in aria tutto.”
Chiude. Adam è un bravo ragazzo pensa. La saluta sempre quando lei arriva a lavoro. Saluta tutti. Poi il cellulare trilla. Un numero sconosciuto.
“Maledizione Maura! T’avevo detto di andare via, di metterti in salvo. Ora…”
“Cosa? Ora cosa vuoi fare?”
“Io devo fare quella cosa!”
“Quale cosa?”
“Avvertire Giulio che stanno scappando tutti.”
“Puoi non farlo.”
“Io non posso decidere cosa fare e cosa no.”
“Allora perché mi hai chiamata.”
“Sei stata sempre gentile con Giulio.”
“E allora? Cosa ne sai tu della gentilezza.”
“Parlavi con me.”
“Allora disattiva la carica.”
“Non posso. Non posso più.”
Il bagliore arriva di colpo. Inonda tutto il seminterrato del garage. Polverizza materia passando con il rombo di tuono. Tutto poco dopo la voce dal cellulare che si diffonde rassegnata.
“Non posso più. Volevo solo darti un buon San Valentino Maura. Ora IO non posso più.”

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