LA CAMICIA

Sono nato con la camicia e non so perché sia successo proprio a me. Pensavo di essere uscito dal grembo di mia mamma proprio con una camiciola addosso e quando mio nonno mi ha rivelato che come tutti i bambini ero nato nudo, ci sono rimasto male. Eppure era colpa sua se mi ero messo in testa quella roba della camicia, lui che ogni volta mi ripeteva: “Caro Giacomo sei proprio nato con la camicia”. Ma che cosa voleva dire, se poi mi aveva spiegato che ero nato nudo? Un giorno me lo chiarì la nonna, quando tornai a casa con le ginocchia rovinate, uno zigomo fratturato e un dente in meno, proprio lì davanti dove, se spinge, ci esce la lingua. Avevo attraversato la strada con la mia bicicletta fantasticando di essere Gimondi, ma ahimè non avevo guardato né a destra né a sinistra e un’auto mi aveva preso in pieno, senza che avessi nemmeno il tempo di frenare o di scansarmi. Bum, mi ero ritrovato qualche metro più in là in piedi e con le lacrime agli occhi. Non ci credeva nessuno e nemmeno io ci credevo, ma ero in piedi e vivo. La nonna quando mi vide ripeté quella frase e alla mia richiesta di spiegazione mi rispose che solo i fortunati nascono con la camicia. In effetti quella volta avevo avuto fortuna. 

Crebbi come molti bambini passando un’infanzia felice, ma crescendo mi accorsi che quella camicia cominciava ad andarmi stretta. Di colpo le cose presero ad andare male, finché arrivò quel marzo, di quel lontano duemilaventi, quando un virus cominciò a spargere la sua influenza per il mondo e in poco tempo si ammalarono quasi tutti e tra questi i miei nonni, che per una brutta polmonite chiusero gli occhi per sempre. Ricordo quel giorno con tristezza, ma soprattutto lo ricordo con rabbia, perché il governo aveva decretato l’isolamento per tutti e io dovevo stare in casa senza poter uscire, e loro morirono senza nemmeno li potessi salutare e abbracciare. Sono ingiustizie, queste! Ero alla finestra e pioveva, i fiori cercavano di spuntare sull’erba non ancora sistemata, le gemme si affacciavano sui rami come piccoli baci lanciati al vento. Un gatto dormiva sornione sotto una pensilina di fortuna. La camicia appesa allo stendino era lacerata come una ferita sanguinante. Tutto sembrava perdersi nell’oblio, solo il cuore era lì, che batteva a tratti e si mostrava in tutta la sua sofferenza.

Sono passati anni da quell’evento ed io sono ancora qui, alla finestra, ci passo ogni mattina e ricordo quel momento, ricordo i nonni, ma oggi il sole alliscia l’erba, le gemme sono foglie accarezzate dalla brezza, i fiori sono sbocciati tra colori vivi e profumi celestiali. C’è uno scoiattolo, di quelli grigi, sgranocchia un’arachide e mi guarda con quegli occhietti che ricordano gli occhi vispi di mio nonno. Il gatto dorme felice all’ombra di un piccolo platano. La nonna mi raccontava che il platano è l’albero dei sogni, perché sotto, all’ombra è bello dormirci. E io spesso mi ci appisolo, sotto quell’albero e so che loro, i miei nonni sono lì con me, mi proteggono, mentre la nonna alla macchina per cucire mi tesse certamente una nuova camicia.

Stefano Re

  1. bello questo racconto tra presente – tempi bui attuali -, passato – uscito indenne da uno spaventoso investimento – e futuro visto roseo con la nonna che mi prepara una nuova camicia in sostituzione della vecchia tutta rotta.
    Bravo.
    O.T. per maggio ci sei, spero proprio di sì, il 3 maggio è tuo

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