Dal diario di uno scrittore – agosto 1963

È un vecchio racconto e lo ripropongo.

foto personale

Il clandestino che hai a bordo e segue ogni tuo viaggio, che non vedi, ma avverti sottocoperta, si aggira come una spia per la nave, sale e scende dai boccaporti, fruga in cambusa, s’intrufola in tutte le cabine, lascia impronte ovunque. Viaggiate insieme, per mari scarlatti, per isole verdi.

Mi sono abituata alla tua occulta presenza. Narratore o poeta. Non posso fare nulla. Tu guidi la nave dove vuoi. Ma chi è Lei?

Leggevo queste poche righe, lasciate da un anonimo commentatore, la Musa che mi seguiva silenziosa nelle mie scorribande sul web, e mi domandava «Chi è Lei?».

Richiesta inutile perché sapevo perfettamente chi era lei. Come non potevo conoscere chi era lei? Solo uno stolto avrebbe potuto pensare il contrario.

La mente ritornò indietro nel tempo, riavvolgendolo fino a quel periodo che mi riusciva solo scrivere versi senza affanni, mentre il resto era una sofferenza senza fine, un motivo di sforzi senza senso.

“Perché la Musa mi chiede ‘chi è Lei?’” rimbalzò di nuovo il quesito nella mente, mentre ricordavo quell’estate lontana.

“Ma non v’è dubbio, né incertezza su chi è Lei: è colei che da una vita mi accompagna nella buona e nella cattiva sorte”.

Erano giornate di agosto dove il caldo impedivano di svolgere qualsiasi fatica senza finire inzuppati di sudore mentre le zanzare punzecchiavano dolorosamente le braccia e le gambe scoperte. Il monotono ronzare, una fastidiosa musica, di quegli insetti pungenti accompagnava il rumore di un ventilatore, che vorticava incessante per mitigare l’afa.

Immobile nella calura, seduto alla scrivania aprì il quaderno dalla copertina rossa dai fogli mobili un po’ ingialliti dal tempo, sul quale cominciai a scrivere alcuni versi con la mia scrittura rotonda e elegante che col nero di china spiccava netta sulle linee azzurrine. Era il posto dove segretamente appuntavo le mie poesie un giorno dopo l’altro, raccogliendo i miei pensieri.

In quei giorni la mia attenzione era dedicata a lei che conoscevo da poco ma che mi aveva già stregato.

Hai gli occhi azzurri

di un azzurro meraviglioso

che invitano a ricordare.

Quanti ricordi si destano in me,

ricordi che mai potrò dimenticare,

perché mi consentono di vivere felice ora.

Il ricordo è un sogno

e come tale voglio viverlo!

Vorrei vivere per ricordare

tutti quei ricordi belli

e vorrei scacciare

tutti quei ricordi amari.

Ah! Se potessi.

Mettevo nero su bianco le sensazioni che avevo provato qualche mese prima e che mi avrebbero cambiato la vita.

Il flusso dei ricordi sgorgò prepotente e mi lasciai cullare da questi.

Era una calda giornata di giugno quando la vidi per la prima volta. Era il mio Clandestino delle righe iniziali, che poi tanto clandestino proprio non era. Immediatamente scoccò una scintilla, che nessuno dei due percepì in quel istante ma che accese il fuoco dentro di noi, ma continua ad ardere.

Ci eravamo conosciuti per interposta persona, che aveva fatto da messaggero. Come? Decantando le sue doti prima a me poi le mie a lei. Mi diceva che era una meravigliosa fanciulla dagli occhi azzurri. Una minuscola fatina che avrebbe meritato di essere conosciuta. A lei disse che ero un bellissimo ragazzo dallo sguardo magnetico.

«Ma le mie erano doti o solo adulazione? Non lo saprò mai».

Quello che ci unì fu un messaggio che arrivò tramite il telefono, perché noi eravamo incerti e dubbiosi su quello che ci proponeva. Era una presa in giro per burlarsi di noi oppure era sincero perché credeva che potesse nascere una relazione. Erano questi i dubbi che assalivano e frenavano a parlarci in maniera diretta.

Fu una telefonata di una mattina di giugno che ebbe il potere si sbloccare questa situazione al limite dell’assurdo. Iniziò titubante da parte mia. Mi piaceva guardare negli occhi la persona che colloquiava con me ma non si poteva, perché era nascosta dietro una cornetta del telefono. Così cominciammo a parlare dapprima sommessamente, poi sempre più fitto ad alta voce fino a diventare un suono squillante senza incertezze.

Dopo la prima ne arrivarono delle altre, perché allora era un epoca antica senza SMS e mail. Nei giorni seguenti lunghe chiacchierate erano tese a capire se era possibile avviare un discorso che stentava a decollare perché sentivamo solo la nostra voce ed avevamo timore che celasse un inganno.

Alla fine mi decisi: “Si, va bene. È quella che fa per me” e l’aspettai alle diciassette e trenta sul portone dove lavorava. Fu sorpresa, ma non troppo, così dava da intendere, quando mi vide con i pantaloni bianchi e la maglietta di un carota intenso.

Lei era vestita leggera con un abito azzurro a fiori bianchi e disse solo: «Ciao» mettendosi lieta al mio fianco.

Era dunque la mitica fatina tanto decantata? Era questo il pensiero che prendeva corpo dentro la mente. La risposta era positiva. Quegli occhi azzurri mi avevano incantato. Dunque il messaggero non aveva mentito.

Cosa ci dicemmo mentre sotto il sole di quel pomeriggio inoltrato andavamo per le strade deserte, incuranti del caldo e della luce accecante? Avrei voluto rammentare quel primo dialogo fatto di frasi insicure ed esitanti, che ci scambiammo tra pause e tentennamenti ma era del tutto inutile. Non l’avrei mai ricordato. Avevo presente solo gli occhi luccicanti che mi osservavano e mi scrutavano per carpirmi i sentimenti e le emozioni. Eravamo alla ricerca di scoperte che solo più tardi sarebbero diventate realtà senza che nessuno dei due avvertisse cosa passava nelle nostre menti in quegli istanti.

Eravamo impacciati e cauti nel esprimere quello che avvertivamo dentro di noi, mentre le parole stentavano di uscire come se avessimo paura di quello che avrebbe potuto succedere dopo questo incontro.

Sull’angolo di una strada una venditrice di lupini ci offrì due imbuti di carta gialla con dentro tanti piccoli semi bagnati e salati, che piluccammo tra una chiacchiera e l’altra. Passò il tempo fino al momento del distacco, che preannunciava un arrivederci a domani non detto ma trasmesso in silenzio.

Ecco dove stava la forza del pensiero e la voglia di rivedersi.

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