Torneranno i cinema all’aperto

Oscar si sporse un po’ per grattare via dello sporco dal monitor. Non doveva essere una macchia perché non veniva via. Forse erano i pixel che dopo un anno stavano cedendo a disegnare quel piccolo alone bruno sul lato destro.
Il suo turno era praticamente finito e stava scrivendo le consegne per il controller successivo, quando s’era accorto della macchia e aveva ritardato un attimo; abbastanza però perché il cicalino iniziasse a frignare e ricordargli che no, non doveva perdere ancora tempo. C’era un timing da rispettare. Chiuse quindi in fretta le due righe sul trimming effettuato e passò il controllo a un tale Asham, in un qualche villaggio sperduto del Pakistan.
Da qualche parte, in Sudan, otto bracci di verniciatura avevano registrato una microindecisione, ma una cosa minima di qualche secondo, il tempo di fissare i passaggio del controllo, e poi avevano ricominciato il loro compito.
Da tre mesi Oscar lavorava al reparto finitura lamiere e alla fine non era male. E poi pagavano il giusto e senza mai un ritardo e questo aiutava. Si alzò sgranchendosi un po’ la schiena dolorante. Con i prossimi stipendi doveva proprio ritirare una poltrona nuova, perché questa qui non ne poteva proprio più di reggere la sua incipiente pinguedine. Ne aveva vista una su Amazon con i controlli elettromeccanici, ma serviva qualche mese di paga in più per ritirarla.
L’orologio alla parete battè l’ora delle cure lampeggiando di luce gialla e il dispenser a parete, dopo un secondo appena, fece tintinnare una capsula verde fluorescente e una pillola bianca, sul fondo del piattino di metallo. Oscar si riempì due dita d’acqua e le trangugiò una alla volta insieme ai due sorsi. Poi fece un giro per la stanza in attesa che il sensore dello smartwatch rilevasse i livelli giusti nel sangue.
Sulla finestra scorreva un panorama di una cascata; si avvicinò a guardare, mentre fan e rumori iniziavano a dargli la sensazione dell’acqua in caduta verso il lago di schiuma di sotto. Ogni tanto uno stormo di uccelli passava veloce tra l’aerosol sommitale. Peccato che la filigrana della Nevada Inc. ricordasse che quella era la versione free del simulatore di paesaggi. E infatti la demo si interruppe per mandare lo spot di un nuovo distributore di sushi brasiliano. Gli era venuta fame adesso, ma i sensori ancora non avevano registrato il livello corretto di Panoxital, quindi bisognava aspettare. Intanto fuori – diciamo così fuori – fremeva un giardino tropicale di palme. E il flusso d’aria forzata sapeva ora un po’ di salsedine.
Poggiò i pugni sul tavolino al centro della stanza. Il pc di fronte continuava a mostrare la sua postazione sudanese intenta a verniciare un cofano con del primer trasparente. C’era un non so che di tranquillizzante in qui movimenti sempre uguali, morbidi. Infiniti movimenti tutti uguali. Lui in quanto controller poteva per sei ore al giorno assistere alla creazione di brani di carrozzerie di auto che qualcuno avrebbe usato. Chissà dove e chissà quando. Preferiva questo incarico, rispetto agli stabilimenti di smaltimento. Il riciclaggio in fondo non era creazione. Era distruzione, la fine delle cose. E ogni fine è triste pensò, mentre lo smartwatch vibrava per annunciare che il livello ottimale era raggiunto. Ottimo si disse e iniziò a mettere sul tavolo l’occorrente con le posate e la bottiglia d’acqua riempita al dispenser.
Due minuti dopo lo smartwatch vibrò di nuovo. «Stanno diventando sempre più veloci questi del delivery», si disse ad alta voce, meno male che non si era mai convinto a far il contratto premium per la priorità. Soldi buttati. Il display però rivelò dietro la porta il volto di una donna e non il solito drone. Guardò meglio e riconobbe i capelli a spazzola e il piercing di Ivonne. La tipa dell’appartamento 738. Si erano visti per un po’ di sexting. Poi era finita come al solito per noia. E l’app li aveva allontanati.
Strano vederla in carne ossa sull’uscio, la faccia un po’ tesa. La faceva più bassa però. Le guardò le scarpe che comunque non sembravano avere molto tacco.
«Posso entrare?», chiese.
L’attimo di imbarazzo dietro la protezione di plexiglass fu evidente. La ragazza mise in bella mostra il flag verde sul display dello smartwatch.
«Pulita», aggiunse con un sorrisetto ironico.
«Ci credo», disse Oscar, «ma se non invii il tuo ultimo scan il sistema non dà il consenso ad aprire.»
Ivonne fece un sospiro e avvicinò il polso alla placchetta dell’NFC, «stanno diventando pesanti questi del governo.»
La lastra esterna iniziò a scorrere verso destra, proprio mentre il drone arrivava ronzando dietro di loro per deporre il contenitore di plastica opaca sul pianerottolo. Ivonne si girò a guardarlo. Anche lui registro la presenza e la inviò a qualche lontano server, insieme al codice dello smartwatch. Poi lanciò i sei secondi di Jingle di ringraziamento e riprese il cammino verso la prossima consegna.
«Avessi saputo di avere ospiti!»
«Non ho fame, grazie», disse oltrepassando la soglia.
Oscar estrasse con calma i contenitori e li dispose sul tavolo. Ivonne gironzolò un attimo per la stanza, fermandosi davanti al monitor. Anche lei rimase assorta davanti ai movimenti degli otto bracci. Davano anche a lei una certa sicurezza, quella della costante ripetizione affidabile. Un foglio di lamiera arrivava alla pressa che le dava la forma del cofano della futura auto. Poi, opacizzata dal processo di stampo, si ricopriva di una rossastra pellicola metodicamente spruzzata dagli ugelli sui bracci. Le telecamere la studiavano per qualche secondo per scrutare imperfezioni. Poi usciva dal campo ottico della postazione per andare alla prossima lavorazione. E tutto ricominciava uguale. La voce di Oscar la risvegliò da quel torpore.
«Come mai questa visita?»
«Avevo un paio di ticket arretrati e mi sono detta andiamo a prendere un po’ d’aria.»
«Non mi pare ci sia bisogno di ticket dentro i plessi. Basta avere gli scan in ordine.»
Ivonne lanciò uno sguardo sul pasto precotto sul tavolo. Non doveva essere un granché e in fondo quello era il servizio condominiale. Lo conosceva bene, una roba monocolore, scialba, a contenuto bilanciato per migliorare l’assorbimento degli antivirali.
«Da quanto non esci Oscar?»
Lui mandò giù una cubetto bianchiccio che somigliava a del pesce, ma dal gusto sbiadito. Toccò l’icona sul piccolo display al polso e comparve un sei. Sei settimane. L’ultima volta era andato fino al negozio di cappelli. Proprio dietro l’angolo. Non aveva idea di cosa farsene di un cappello, ma aveva visto un film, uno vecchio una sera. E lì c’era un tizio con un cappello come quello della vetrina. E allora era entrato e l’aveva comperato. La ricordava ancora quella sera. Era stato tutto il tempo con quell’affare in testa. Lo aveva tenuto anche di notte, sgualcendolo un po’. Poi al mattino l’aveva conservato nell’armadietto dove teneva i suoi piccoli lussi e da allora aveva dimenticato proprio di averlo.
Oscar mise giù la forchetta di plastica riciclabile e la guardò. Che strano, anche a video con lei non c’era mai stato troppo da concordare, andavano d’impeto entrambi come se conoscessero ognuno la mossa dell’altro. In qualche modo si fidava di lei. Così si alzò da tavola e lasciando tutto in disordine lì su, aprì l’armadietto che era proprio alle sue spalle e tirò fuori il capello. Lo indossò e girandosi con una smorfia che voleva dire un sacco di cose le indicò la porta.
Ivonne sorrise e lo seguì, osservandolo di profilo mentre poggiava il polso sulla placchetta NFC. Fuori nei corridoi era un via vai di droni di consegna. Quando li incrociavano si alzavano sul tetto per farli passare, mentre inviavano i codici smartphone alle centrali di controllo.
Fuori dall’ascensore salutarono una faccia sconosciuta che aspettava per andare su a qualche piano. L’uscita dal plesso impiegò comunque qualche minuto in più, per via dell’autorizzazione ai ticket e della registrazione delle interazioni in corso.
Per strada un’aria frizzante li accolse nella brezza del pomeriggio. Oscar guardò in alto il cielo stretto tra le sagome lussureggianti dei plessi. Giardini verdi verticali nascondevano agli occhi le residenze dell’elite e soprattutto la parte interna di quei parallelepipedi enormi. Dentro infatti si estendevano i loro cubicoli, pochi metri quadrati di aria forzata senza alcuno sbocco esterno. Uno dietro l’altro sui corridoi smisurati e stretti, invasi dai droni. Di questi isolati lunghi anche cinque seicento metri se ne scorgevano migliaia guardando in ogni direzione. Un bosco freschissimo di facciate e di tetti piantumati, dentro i quali Ivonne, Oscar e i loro pari trascorrevano interminabili settimane di vita apparente.
Ogni incrocio, ogni strada, riproduceva all’infinito se stessa dando l’impressione netta che quello fosse il tessuto continuo dell’intero pianeta. Mentre girava per quelle arterie pochissimo popolate, Oscar provava sempre a chiedersi da che parte stesse il Sudan. Quel posto in Africa dove il suo robot di lavoro anche in quel momento stava continuando a spruzzare porcherie sulla lamiera stampata, sotto il controllo vigile e praticamente inutile di quell’ignoto Asham pakistano.
Ivonne camminava spedita senza neanche girarsi. Sembrava sapesse esattamente dove andare, anche senza le indicazioni sul visore stradale, come se stesse seguendo un segnale invisibile, un faro in quel mare di vegetazione folta e ipocrita.
«Ma dove stiamo andando Ivonne?»
«In un posto bellissimo. Andiamo fuori città.»
Oscar la prese per un braccio e la obbligò a fermarsi un attimo, proprio davanti all’ingresso Vip di un plesso ancora più enorme degli altri, «non c’è più un fuori città Ivonne. I droni ci fermeranno prima di qualsiasi possibile confine.»
Una signora elegantissima proprio in quel momento li squadrò con uno sguardo di disprezzo che distrasse per un attimo Oscar dalla sua presa.
Ivonne scoppiò a ridere, «deve essersi impressionata del cappello. Poveraccia. Non se ne vedevano in giro da un decennio di queste robe. E comunque stai tranquillo sono settimane che entro ed esco indisturbata dalla città.»
«Ma come è possibile? I droni sono ovunque!», si toccò il polso, «e anche questo affare qua!». Fece un gesto di stizza.
Ivonne si avvicinò ancora, talmente vicino che gli NFC rilevarono un pericolo di contatto e scambiarono gli ultimi scan per calcolare la probabilità di contagio. Gli carezzò il viso.
«Non so perché, ma anche loro», e indicò un drone in sorvolo, «hanno trascurato qualcosa.»
La luce del giorno stava iniziando ad affievolirsi, mentre proseguivano dritti lungo uno dei tanti assi viari. A destra e sinistra stesso panorama, replicato con un taglia e incolla a perdita d’occhio. Droni ronzavano lenti su di loro, mentre facce stanche e tutte uguali incrociavano per un attimo i loro sguardi.
Finalmente Ivonne si fermò davanti a un tunnel che portava a una delle miriadi di centri commerciali ai piano terra dei plessi. Dentro pochissimi ospiti umani e stormi di droni di consegna che si incanalavano verso i destinatari persi in giro per i quartieri. Le vetrine dei negozi scorrevano anonime lungo l’immenso corridoio. In fondo, una delle porte di sicurezza semi aperta rivelava un piccolo slargo e un corridoio stretto e in salita che Oscar percorse oramai sfinito dal gioco messo in scena da Ivonne. Alla fine si trovarono in un cortile interno. Uno forse dei pochissimi spazi vuoti dentro i plessi, delimitato dalla vertigine delle pareti altissime della costruzione. Forse lì su in alto, ridotto dalla prospettiva a un pixel appena, c’era una copertura trasparente che faceva entrare pochissima luce. Nel cortile allineate ordinatamente una teoria di sedili con le sedute ribaltabili.
«Dove siamo?», chiese Oscar disorientato.
«Fuori dal loro controllo», rispose Ivonne e indicando lo smartwatch, «guarda un po’».
Sugli schermi un segnale rosso segnalava qualcosa. Oscar la guardò perplesso.
«Che vuol dire?»
«Che non ha più connessione. Avevamo pure dimenticato che ci fosse questa possibilità.»
Oscar continuava a non comprendere, «com’è possibile?»
«Non lo so. Ma è così qui. Siediti, non è finita qui.»
Oscar mise giu uno dei sedili che reagì cigolando. Di fronte il muro grigio della costruzione stava diventando sempre più scuro a causa dell’arrivo del buio. Ivonne intanto si era intrufolata in una stretta apertura lasciata libera da una porta mezza divelta. Dopo poco un fascio di luce colpi la parete illuminando un rettangolo. Dietro di lui un rumore passi di gente che arrivava correndo rivelò l’ingresso di due ragazzi. Si tenevano per mano e per un attimo si fermarono interdetti davanti al suo sguardo. Del ragazzo Oscar notò gli occhi di un azzurro profondo. Puliti. Non si dissero nulla, ma in silenzio si sistemarono su due posti il più possibile lontano da lui.
Sul muro si materializzarono delle immagini rovinate. Un uomo con i capelli brizzolati stava seduto in una sala vuota di un vecchio cinema. Uno di quelli che si vedevano sui documentari sul mondo prima della pandemia. Qualche secondo e arrivò Ivonne, per sedersi accanto a lui. Faceva un buon odore lei, una fragranza strana, piccante. Sul muro scorrevano le immagini di un collage di baci di vecchissimi film. Uno dietro l’altro come incollati a caso. Oscar girò la testa verso i due ragazzi abbracciati che provavano a replicare ogni singola scena sul muro. Nell’ombra provavano forse a esplorare ogni anfratto dei loro corpi, senza curarsi dei loro scan. Ivonne poggiò la testa sulla sua spalla. Da qualche parte un altoparlante gracchiando iniziò a diffondere un musica antica, che non aveva mai ascoltato. Una musica bellissima. Avrebbe voluto spiegate ancora tante altre cose. Ma continuò a guardare quei baci in sequenza, finché non si decise ad abbracciare Ivonne e ad accostare le labbra alle sue.
In Sudan uno dei bracci aveva deviato il getto di alcuni millimetri. Asham segnò la correzione su una tabella e diede un morso a una fragola.

  1. agghiacciante, proprio nel senso che gela il sangue nelle vene, la prospettiva del futuro post pandemia: app e droni, controlli… siamo sulla porta di tutto ciò, temo e tremo.
    Mi ha stupito, in questo contesto distopico, leggere “Amazon” eheheh chi lo stronca Besoz… 😀
    Invece il richiamo alla scena finale di “nuovo cinema paradiso” trovo sia azzeccatissima.
    Sempre complimenti, Marco.

  2. Pingback: Torneranno i cinema all’aperto | L'ordalia dell'acqua

  3. mi piace questo racconto che parla di un mondo alieno dove noi umani non abbiamo più il controllo delle nostre azioni.
    Il finale ha un sapore antico. Quello di una volta quando si andava al cinema a vedere il cinema all’aperto.
    Complimenti.
    O.T. per maggio avrei pronta la data del 17 maggio

  4. Per un fanatico, come sono io, del futuro il tuo racconto è esattamente una delle mie visioni. Io però ho le scale mobili invece dell’ascensore :):):) Grande Marco.

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