Alla fine tutti i ricordi si azzerano….

Vecchio racconto ripescato tra i molti file del PC.

Copertina del libro

Tutti i ricordi alla fine si cancellano. E poi restano i sogni. A quel punto, ormai soli, è a essi che affidi il fardello della tua vita. Presto non ricorderò più niente, niente a parte quella storia che tornava tutte le sere appena mi addormentavo. E’ diventata il ricordo più intimo e remoto. Risale forse all’epoca dei miei quattro o cinque anni. Scesa la notte, il buio s’infittiva nella stanza; chiudevo gli occhi e tutto ricominciava. Ero un bambino molto piccolo e uscivo di casa. Prendevo la via che portava alla scuola o fino a i giardini. Tutto era deserto. Una grande calma meravigliosa si era posta sul mondo. Nella luce di un giorno che stava finendo, camminavo a lungo ma senza fatica. Godevo della mia straordinaria leggerezza e della facilità con cui passavo tra le cose. Attraverso la città; le facciate grigie degli edifici..

Incipit tratto da “Sarinagara” di Philippe Forest, Alet (trad. Gabriella Bosco) – pagg. 266 – 17€ – ©Editions Gallimard, Paris – ©Alet Edizioni

Questa lettura era il mondo fantastico di Roberto, che si crogiolava dalla mattina alla sera in mille pensieri strambi e sognanti.

Era un ragazzone alto e magro, che frequentava l’università, dove stava seduto con lo sguardo perso nel vuoto. Prendeva appunti non della lezione che non ascoltava, ma dei suoi pensieri che sgorgavano frizzanti come la sorgente del torrente di montagna.

Riempiva l’enorme quaderno a quadretti dalla copertina con il viso buffo di un cartone giapponese, di cui non ricordava il nome, perché gli piacevano i grandi occhi sgranati e la bocca spalancata.

La sua scrittura minuta scorreva veloce sulla carta e riempiva un foglio dopo l’altro tra la curiosità dei compagni che lo osservavano stupiti a scrivere storie fantastiche.

Il cielo era plumbeo e tendeva al grigio sporco tanto da confondersi sull’orizzonte con le case. I pochi alberi spelacchiati intristivano la visuale, ma io vedevo il sole splendere sopra di me. Ero etereo, diafano come l’aria che respiravo. I miei occhi vedevano quello che gli altri non percepivano visivamente, penetrando i loro corpi e le loro menti. Captavo i pensieri più reconditi, come se fossi in grado di leggere dentro. Però spesso parlavano con una lingua sconosciuta, che veniva da lontano. Io mi beavo nella mia ignoranza perché questo mi appagava internamente.

Che importanza aveva leggere le preoccupazioni di Agnese, che non sapeva come arrivare a fine mese? Oppure conoscere le pene di amore di Ilaria, che litigava in continuazione con Giuseppe? Era bello sapere che potevo farlo, ma non lo facevo!…

Roberto si chiedeva come aveva fatto ad arrivare all’università sempre immerso nell’aria rarefatta della ionosfera.

Quando a sei anni entrò nella scuola elementare delle suore, la sua testa era altrove, perché immaginava di poter passare ovunque, anche attraverso le porte chiuse.

«Roberto» diceva la suora maestra, «cosa stai scrivendo? Porta qua quel quaderno!»

E lui manco rispondeva, mentre continuava a scrivere. Alla fine dell’anno, la suora preside disse a sua madre: «Sarà intelligente, saprà anche scrivere, ma lui non è presente con la testa. Forse è meglio che lo iscriva alla scuola pubblica. Lì riuscirà benissimo».

Anna, la madre di Roberto, guardò rassegnata la suora preside, mentre pensava che rimaneva con il cucchiaio della minestra a mezz’aria per tutto il tempo del pranzo. Non sentiva le sue suppliche e della nonna. “Cosa possiamo fare?” rifletteva sconsolata per il suo atteggiamento. “Non riusciamo a farlo scendere sulla terra. Nella scuola pubblica riuscirà a non essere il dileggio dei compagni?” Poi rispose che contavano su loro, ma adesso avevano capito che era una battaglia perduta.

Non andò meglio nella elementare Montessori, dove fu la croce e la delizia del maestro e dei compagni. Però lui era abilissimo e sempre pronto nelle interrogazioni. Tutti erano a bocca aperta, perché Roberto sapeva scrivere e fare di conto meglio dei compagni. “Come fa a essere così bravo, se non ascolta, non partecipa alla vita di classe?” si domandava Bernagozzi, il maestro pelato e un po’ panciuto, che non sapeva se ridere o piangere.

Alla media Tasso fu ancora peggio, perché scriveva solo sul quaderno col cartone giapponese e faceva atto di presenza alle otto e un quarto al suono della campanella di entrata. Poi spariva nel suo mondo fantastico popolato di visioni coi volti familiari dei cartoni.

Certo sono nel mondo di Disney a cercare il cartone perduto. Paperino è simpatico, ma è troppo triste, perché perde sempre. Gastone mi sta antipatico perché la fortuna sorride sempre e solo con lui. Non riesco trovare un cartone simpatico e normale…

Giuditta, compagna di banco rossa di capelli e dalla lingua sciolta, aveva provato a distogliere Roberto dal suo mondo, parlando in continuazione e domandando cosa scrivesse.

«Muh!» era l’unico mugolio di risposta e lei di rimando: «Non parli? Sei muto? Eppure senti e hai scritto una montagna di fogli».

L’anno dopo Giuditta chiese e ottenne di andare in banco con Paolo, perché almeno quello parlava e la ascoltava.

I compagni erano terrorizzati al pensiero di finire in banco con lui, che biascicava solo «Buongiorno, ciao, mi chiamo Roberto, ho fame» e poche altre parole.

Stare acconto a lui nel banco era la morte civile e rischiavano di intristirsi troppo.

I compagni chiesero di essere esonerati e di stare lontano dall’appestato, perché l’avevano bollato in questo modo.

Anche la media Tasso fu lasciata alle spalle con l’esame di terza superato col massimo dei voti tra stupore e incredulità di tutti.

Era indeciso tra il liceo classico e lo scientifico, perché eccelleva in tutto, ma alla fine optò per il Roiti per la matematica.

Giuditta lo seguiva come un’ombra, anche se accuratamente evitava di pestare quella di Roberto. Era innamorata cotta di questo lungagnone dall’aria trasecolata che sapeva sempre tutto e non sbagliava un compito in classe. Le tentò tutte per farsi notare, ma forse sarebbe riuscita a commuovere il busto di Dante che troneggiava all’ingresso del liceo e non lui, che scriveva sempre in silenzio.

Eppure è un bel ragazzo!” pensò. “Però mi sembra tonto perché non mi degna di uno sguardo!”

Furono cinque anni di passione, poi alla fine convenne che non era il suo tipo e ripiegò su Fabrizio, un ragazzo meno interessante di Roberto, ma che era dotato di parola e sapeva pure baciare!

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