L’ospite

La signora Morel intravide un’ombra dietro di sé e fece un cenno a padre Mondrian. In realtà non era tempo di chiudere la chiesa, ma vista l’ora avrebbe preferito anticipare un po’. Era piuttosto stanco e provato dall’alzataccia per la signora Germain, bonanima ormai, ma lo stesso si allontanò quel tanto da fare entrare l’ospite.
La signora Morel salutò con un cenno del sopracciglio e si allontanò; non lo disse, ma si vide benissimo che aveva l’espressione di chi sapeva che ci voleva pazienza anche con loro alla fine. Non erano figli di dio, ma in fondo oramai era come se lo fossero.
La grande navata silenziosa continuava a ricevere un po’ di luce dalle finestre policrome in alto, popolando lo spazio vuoto di ombre lunghe proiettate dalla statue sulle mensole. Padre Mondrian si accomodò di canto, dentro un confessionale. Era bello stare in quella cabina stretta, protetti dalle lastre traforate sugli inginocchiatoi e dalla pesante tenda di velluto cremisi. Aveva sempre apprezzato nel suo lavoro quella possibilità, quell’isolarsi in una sorta di placenta artificiale, ascoltando il suo stesso respiro riflesso dal legno scuro e i rumori ovattati del mondo lontano. Dalla sua postazione osservava l’ospite che stava immobile con l’attenzione focalizzata verso l’altare maggiore. Solo uno o due volte aveva girato lo sguardo verso qualcos’altro.
“Prega”, si disse, accompagnando il pensiero con una piccola smorfia. Si era abituato dopo anni, come tutti in fondo, quindi perché stupirsi ancora che il suo pensiero si fosse adeguato. Un cero nella cappella di fronte si spense tremando appena sotto un refolo di vento entrato da chissà dove. Quella luce morente aveva attirato l’attenzione del gesuita, che a lungo aveva seguito il filo di fumo chiaro dello stoppino provare ad arrivare contorcendosi alla volta scorticata. Immaginò che fosse l’anima vaporizzata della candela a svanire, in quel sentore di cera fusa, per arrivare sino allo spirito della signora Germain appollaiata su una di quelle mensole. L’aveva addirittura percepita in un’ombra lieve, proprio lì sotto la statua di sant’Eustachio benedicente, la presenza della vecchietta che lo aveva voluto vicino a sé prima di spirare.
Difficile dire se fu il fumo o quel pensiero o la solitudine del confessionale che portò padre Mondrian ad alzarsi e a percorrere quel breve spazio per sedersi accanto all’ospite. Ci volle poi qualche secondo perché quello lo degnasse di attenzione, che arrivò insieme al cigolio di vecchi attuatori. Che fosse un assemblato si notava anche dai due oculari diversi, montati alla bell’e meglio sul manubrio di testa. Se ne vedevano in giro tanti di quegli affari da quando i somali si erano messi nelle baracche vicine all’autostrada a montare con pezzi di recupero quegli avatar a buon prezzo. Che poi di somalo quei disgraziati nessuno aveva idea che avessero, ma da anni quella era la loro provenienza conclamata. Forse perché in qualche modo erano stati i primi ad avere quell’idea, che poi si era diffusa, aggregando gente di ogni dove sotto quella vaga identità.
«Come va?», chiese padre Mondrian.
Dall’altra parte il silenzio per quasi un minuto fece pensare a un malfunzionamento. Accadeva spesso che quei cosi si bloccassero e ne rimanevano inchiodati sui marciapiedi tanti; i proprietari allora dovevano precipitarsi per andare a riprenderseli e li vedevi arrivare con le facce tirate, terrorizzati dai volti per strada, con i veicoli affittati. Li tiravano dentro a fatica e poi veloci verso le baracche a trovare un pezzo che li rimettesse in sesto. Anche padre Mondrian qualche volta aveva avuto la tentazione di farsene mettere su uno, ma poi si era sempre detto che quello era roba da ricchi e buttare via i soldi per quei surrogati era un peccato mortale. Poi lui non aveva paura del mondo. Cosa doveva fargli ancora il mondo che potesse valere la pena evitare.
Una voce metallica dopo un po’ emise un “attendere prego” che rimbalzò per frazioni di secondo tra le colonne di marmo chiaro. Probabilmente quel coso era in autorun o durante la sosta il suo hikikomori si era voluto concedere uno spuntino o una puntata in bagno.
“Già”, pensò padre Mondrian, “siamo una sorta di parcheggio.” Ascoltò con attenzione per capire se fuori stesse piovendo, ma intese solo rumori di gomme sull’asfalto e poco altro. Un riparo dal temporale sarebbe stato più gratificante della pipì.
D’improvviso un rantolo di commutazione, seguito da una voce femminile.
«Bene. Bene grazie. Mi scusi, è che stavo sul divano ad ascoltare. E il telecomando non mi funziona un granché. Devo portarlo all’assistenza prima o poi. Ma per questo mese il credito sociale è finito. E niente. Così sono dovuta arrivare alla tastiera», un piccolo silenzio, «dimenticavo. E lei come sta padre?»
Mondrian rispose con un bene stentato seguito da un breve sospiro, «abbastanza bene, grazie. Oggi alzataccia. La signora Germain. Era un po’ che si aspettava, ecco, si aspettava che ci lasciasse. Brava donna, ma la malattia. E l’età. Sebbene, ecco, una cura pare che si potesse ancora tentare, ma i figli non lavorano per adesso e allora…» Si interruppe, spostando lo sguardo verso l’alto della volta, «ma lei non la conosce neppure la signora Germain. L’annoio magari.»
«No, no. Che dice. Mi piace ascoltare. Ho comprato questo coso proprio per questo. Ascoltare. Faccia pure padre. Parli di quello che vuole. Parli pure. Io, ascolto. Mi piace. Davvero.»
Mondrian sorrise, «è che non so neanche con chi sto parlando, quale è il suo nome, neanche dove sta per adesso.»
«Silvia. Mi chiamo Silvia», l’ospite ebbe un fremito, una sorta di brivido che era solo un riallineamento delle telecamere, ma che sembrò accompagnare il lieve imbarazzo nella voce.
«Mia figlia si chiama Silvia.»
«Non vi sentite da tanto vero?»
Mondrian si girò verso l’ospite quasi a voler comunicare con il corpo il suo stupore.
«Perché pensa che non ci vediamo?»
«Non so, la voce, ha una certa nostalgia nel tono. Magari sbaglio, ecco.»
Padre Mondrian riprese a guardare verso l’abside, «da sette anni. Sta in Scozia a fare qualcosa di importante. Dice che non si capacita del fatto che non abbia convinto sua madre a rimanere qui, che l’abbia lasciata libera di cercarsi una sua strada.»
«E adesso dov’è?»
Mondrian sospirò, per un lungo infinito momento, «in qualche colonia. In orbita.»
«Mio padre è sparito nello stesso modo.» Per un attimo sembrò fermarsi a cercare le parole adatte, «una volta uno dei coloni rientrati mi ha raccontato che alla fine è la stessa noia che qui sulla terra, ma senza la gravità. Voglio dire la simulano, in qualche modo, ma non è uguale.»
Rimasero così per un po’. La luce del giorno era quasi spenta e il buio stava impadronendosi di quel posto. Ogni tanto dall’ospite arrivava un rumore, un sospiro.
«Padre Mondrian?»
«Mi dica Silvia.»
«Sa cosa mi piace delle chiese?», silenzio, «il silenzio. Per carità anche in questa camera dove mi sono rinchiusa c’è del silenzio. Ma non il silenzio. È un’altra cosa vede. Come per la gravità sulle colonie. Un’altra cosa. La invidio molto sa.»
«A me fa paura il silenzio. Tranne quando sono nel confessionale. Lì no, lì c’è troppo poco spazio e ci sta pochissimo silenzio. E allora va bene. Ma qui, in questa enorme chiesa, ne hai troppo. All’inizio no. All’inizio mi piaceva. Rimanevo ore a pensare in silenzio seduto su una panca. Poi ho iniziato ad averne paura. Come se i pensieri in tutto questo silenzio, volessero fuggire dalla testa e premevano, premevano. Sbattevano contro il cranio come un uccello in gabbia che voleva volare via. Bum, bum, bum. Insopportabile.»
«No, io invece è quello che cerco, padre. Il silenzio immenso, questo rombo immane di silenzio nelle orecchie, come se ci potesse essere solo questo tra noi e dio. No?»
«Non lo so», sorrise Mondrian scuotendo il capo, «è davvero tanto che non ci penso più.»
«Al silenzio o a dio?»
Mondrian fece un segno di sì, incurante che quel gesto non venisse colto dalla sua interlocutrice, « a entrambi. A entrambi.»
«Deve essere triste per un sacerdote.»
«Cosa? Non pensare a dio?»
L’ospite mosse gli oculari per mettere meglio a fuoco qualcosa, forse il viso dell’uomo, che provò a sua volta a guardare dentro le lenti, quasi potesse scrutare dall’altro lato dentro la camera della ragazza.
«Non pensare a dio?», chiese di nuovo, Mondrian.
«No. Non vedere da anni sua figlia.»
«Mah! Come per tutti i padri credo.»
«Come era prima?»
Mondrian, si volse interlocutorio verso l’ospite.
«Prima dello scisma intendo.»
Mondrian tornò a guardare verso l’altare oramai immerso nel buio. Solo intorno a loro si spandeva un lieve chiarore, irradiato dai led sulla base ricoperta di gomma dell’ospite. Nelle cappelle le fiamme delle ultime candele provavano a sopravvivere tremando sul pelo fuso della cera che provava ad annegarle. Di tanto in tanto un rivolo colava sul candeliere, solidificando in fretta e risvegliando per qualche altro minuto il fulgore della fiamma.
«Era diverso. Non capivamo allora quanto fosse diventato pericoloso provare a mediare, tra noi e loro. Sembrava pure inutile perderci tempo, finché…», Mondrian si bloccò quasi non ricordasse più le parole da usare.
«Non arrivò l’onda di calore?»
«Sì, è assurdo, ma allora pensavamo che fosse tutto secondario rispetto all’onda. Ci scherzavamo su. Sai? Lo chiamavamo il papa fossile. Poi però, iniziarono a chiedere ragione delle persone che incontravamo, delle ore in cui le incontravamo, del tempo e del numero di persone che frequentavamo.»
«Lei e la madre di Silvia vi conoscevate già?»
«Sì, ma già allora era consentito, non eravamo clandestini. Bastava che si chiedesse la dispensa, si comunicava e se lei era consenziente, potevi vivere alla luce del sole. Ci siamo sposati in questa chiesa sai? Avevo fatto mettere sull’altare una miriade di fiori bianchi. Uno spettacolo. Avresti dovuta vederla entrare in mezzo a tutti quei fiori. Era bellissima. Ma già in un anno o poco più era diventato tutto opaco. Sembrava che dovessimo tutti giustificarci di qualcosa. Avevano la necessità impellente di dirci cosa era giusto e cosa sbagliato. Dicevano che dovevamo andarcene via oramai. Ma tutti pensavamo che erano loro che dovevano andarsene. Non erano tanti eh!, ma avevano la voce grossa. Noi urlavamo, andatevene, questa è la nostra chiesa, voi siete solo il passato, siete la paura, dovete andarvene. E poi ce ne siamo dovuti andare via noi.» Si toccò con un dito il volto e respirò quasi esausto.
«Sono rimasti solo i vecchi a venire qui. I giovani si sono messi a seguire quelli lì. Tutti. Hanno paura forse o magari siamo noi vecchi che non ci abbiamo capito più niente.»
L’ospite tornò in posizione eretta, «ora devo andare padre, ho un pacco di batterie vecchiotte e non reggo troppo. È un casino se si blocca per strada e io devo aspettare il reddito per prendere un veicolo e portarmelo via.»
Padre Mondrian non disse una parola, ma fece segno di sì, con lo sguardo fisso in avanti nel buio dell’abside. Un breve fruscio segnò l’interruzione del segnale audio remoto, mentre l’ospite percorreva la navata lentamente verso l’uscita.
Al 178º piano della Tencent Tower, la donna poggiò gli auricolari sulla scrivania. Oltre la vetrata il panorama del tramonto sulla lontana città vecchia infiammava il cielo. Sul display di destra, la faccia rilassata del responsabile d’area apparve dal nulla.
«Allora bellezza, caccia finita anche per oggi?»
«Appena finito, giornata noiosa.»
«Neanche una lepre?», la faccia rilassata rise.
«No tutti puliti.»
La faccia rilassata assunse una espressione perplessa.
«Neanche il vecchio eretico?»
«Quello è un povero pazzo. Non vale neanche la pena sporcarsi le mani con lui.»
«Non gli hai detto nulla della moglie?»
«No, ho evitato. Avevo voglia di andarmene a casa. Te l’ho detto non vale la pena perderci tempo.»
«In effetti hai ragione, non ne vale la pena. A domani bellezza.»
«A domani boss»
Fuori la sera era calata ovunque. Nella chiesa ormai vuota anche l’ultima candela si era spenta. Padre Mondrian, in camera sua, guardava le venature della porta di legno chiaro. Silvia prese un cioccolatino dalla ciotola di latta, avviò la musica su una vecchia canzone che piaceva tanto a sua madre e si mise a canticchiare sopra.
«Siamo ospiti a casa delle madri…»

  1. bello questo racconto surreale ma non tanto, proiettato in un futuro nebuloso dove ci si parla per interposta persona. Una bella atmosfera, un lento movimento che si segue benissimo con l’immaginazione.
    O.T. peer giugno è pronta per te la data del 17 giugno. Va bene?

  2. “«Quello è un povero pazzo. Non vale neanche la pena sporcarsi le mani con lui.»
    «Non gli hai detto nulla della moglie?»
    «No, ho evitato. Avevo voglia di andarmene a casa. Te l’ho detto non vale la pena perderci tempo.»
    «In effetti hai ragione, non ne vale la pena. A domani bellezza.»”

    Mah, sembra che ci aspetti un futuro cinico dove chi prova sentimenti (come padre Mondrian) è considerato pazzo. E la cosa peggiore è che sto futuro non mi pare così lontano.

    Ti si legge sempre con curiosità.
    ^_^

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