‘Till The End

Terra, Scottsdale USA, Maggio 2073

La sala d’attesa ha le pareti di un pessimo azzurro chiaro. Non so se questa devo considerarla come una scelta o un caso, però è la prima cosa che si nota entrando. Anche prima delle tremende poltroncine di plastica verde accostate alla parete di destra.
La segretaria, un tipo secco e sbrigativo, mi ha detto d’aspettare. Il dottor Mondrian arriverà presto e mi darà lui notizie. Fuori, ovattato, arriva il latrato di un cane.
Le condotte dell’aria aggiungono un frusciare leggero e una nota bassa trasmessa dal motore lontano. Il resto è silenzio. Avverto solo il mio lento respiro e lo scricchiolare della sedia sulla quale sto provando a far passare il tempo. Il resto è vuoto.
Non so quanto passa. Potrebbero essere minuti. Potrebbero essere ore. È un tempo incoerente questo. Sembra scorrere fuori da qui, mentre nella stanza resta immobile.
Sullo schermo passano silenziose le immagini di un tg. Intervistano gente e vedo lanciare pietre in una manifestazione. Gente ferita in volto che piange. Tutto muto, senza suono.
La testa vuota, deprivata quasi di stimoli, trova asettiche anche le immagini. Lontane, prive del senso che il rumore darebbe loro. Un gioco di mimi che fingono un vita esterna, da assumersi quasi estinta ora. Almeno nella mia testa vuota che sostengo a fatica con le mani in volto. Stanco.
Non avevo notato la porta scorrevole che fa comparire l’uomo in camice. Strano, perché è un po’ che esploro questo spazio. Quando si rinchiude capisco che è una intera parete a scivolare silenziosa su guide sottilissime.
«Il dottor Mondrian giusto?»
«Sì, la signora Meyer le ha detto già qualcosa immagino. Signor?», guarda sul tablet, «Bedford, giusto?»
«Bedford, sì. Credo però di non avere capito molto onestamente.»
«Certo, mi rendo conto. Se mi segue in ambulatorio proverò a spiegarle, signor… Bedford.»
Sembra che trovi difficile ricordare il mio cognome. Ha movenze fluide e controllate il dottore. Ma solo adesso che mi precede, per riattraversare la parete scorrevole appena riaperta, noto una connessione elettrica scoperta. Non sono più abituato a osservare i dettagli dei volti e trascuro la consistenza della materia artificiale. È un avatar e quindi ancora non ho davvero incontrato Mondrian, ma solo un suo assistente copia. Anche la finta smemoratezza deve essere generata dall’algoritmo per mimare l’uomo, renderlo più familiare.
I corridoi che attraversiamo hanno la stessa tonalità alle pareti della sala d’attesa. Non hanno speso troppo in immaginazione da queste parti. In fondo tutto qui appare funzionale, minimale, asettico. Alcuni incavi segnano altre pareti scorrevoli, accessi a stanze che immagino vuote e sterili come la sala d’aspetto.
Ne superiamo tre. La quarta si apre con un leggero fruscio. Non una targa o una indicazione del cosa e chi aspettarsi dentro.
L’ambulatorio è arredato nello stesso stile essenziale che ho già visto. Solo che non c’è traccia di plastica. Vetro e acciaio persino per le sedie.
«Signor Bedford attenda una attimo qui che completo una cosa importante e poi sono da lei.»
L’avatar scompare da una porta secondaria sulla destra e mi lascia ancora una volta in un silenzio persino più denso, insopportabile. Solo i movimenti piccoli della mia sedia e il mio respiro lo violano.
Adesso è la parete di sinistra a farsi varco per il ritorno del dottore, che a guardarlo bene ha un altro modo di muoversi. Probabilmente non è più un avatar.
«Signor Bedford, mi perdoni se l’ho fatta accogliere da un clone, ma il colloquio precedente non è stato veloce come speravo.»
Ecco, penso, ora è lui.
«Non si preoccupi dottore oramai ci abbiamo fatto l’abitudine.»
Ci abbiamo fatto. Io e chi altri? Esiste ancora un genere umano lì fuori? O è trascorsa una eternità che li ha estinti?
Il dottore dondola la testa e si poggia alla spalliera.
«Lei è a conoscenza che un suo parente diretto, circa cento anni fa si è sottoposto al processo criogenico ed è, diciamo così, nostro ospite? »
«Ricordo che in famiglia ogni tanto si parlava di questo professore biosospeso. Ma come mai mi avete chiamato? »
«Penso che lei sappia che come pratica è stata proibita circa venti anni fa e soprattutto superata dalla riscrittura cellulare.»
«Certo ogni sei mesi io e i miei facciamo i trattamenti.»
«Ecco signor Bedford, come il suo parente ne sono rimasti tre. Via via i discendenti hanno accettato di sottoporre i nostri ospiti al risveglio, ma chiaramente bisogna sapere a cosa si va incontro. Essere coscienti ecco.»
«In che senso? Coscienti di cosa?»
«Come sa il processo di riscrittura attuale dura 48 ore. E le tecniche usate cento anni fa non permettono di stabilire quanto tempo abbiamo prima di una degenerazione irreversibile.»
Lo osservo perché non sono sicuro di avere capito cosa vuole dire.
«La morte, signor Bedford.»
Deve essere questo termine così lontano che mi porta via il fiato a rifletterci. Già, deve essere questo, mentre quasi corro nel corridoio d’uscita.

Marte, Modulo 16, 22.5.3 (Unified time)

Il segnale della comunicazione continua a lampeggiare da oltre trenta secondi. Non ho voglia di parlare con nessuno oggi. Sullo schermo del lavoro continuo a guardare le mappe delle nuove analisi e bevo per mantenere l’idratazione costante. Piccoli sorsi.
La spia dell’alert mi distrae.
«Leggi il messaggio Max.»
Un volto femminile compare dal nulla.
«Buon giorno, sono la dottoressa Alan della Fase Quattro su Terra. Mi servirebbe avere un colloquio con lei, il prima possibile.»
Osservo quel volto tipico del genoma terrestre svanire.
«Anche ora Max, anche ora.»
«Vuoi che usi un filtro con genoma terra, Meg?»
«No Max va bene così, non penso ci vorrà molto. Sarà qualche intervista per i loro blog di expat.»
La connessione arriva alcuni minuti dopo.
«Buonasera signora Felghs. Non ci conosciamo, ma dirigo l’istituto di archeologia biomedica della Fase Quattro. Dalle nostre ricerche un suo antenato sembra far parte di un set di reperti criogenici custoditi della nostra struttura.»
«Cioè, mi scusi?»
«Una tecnica del tempo venti, studiata nel lontano passato anche dal gruppo Mondrian, che prevedeva la conservazione a temperature basse dei corpi di individui in fase di spegnimento.»
«Interessante, non si finisce di imparare. E quindi, diceva?»
«Ecco, abbiamo tre di questi reperti nella nostra struttura come le dicevo, in un’ala che dovremmo destinare ad altro scopo. E quindi dovrebbe decidere come erede del corpo del», si interrompe un attimo, «del signor Bedford il da farsi.»
«Il da farsi di cosa?»
«Del corpo. Ecco.», nella voce un attimo di imbarazzo, «usando IA addestrate sugli studi di Mondrian abbiamo rielaborato il protocollo di risveglio e calcoliamo una probabilità del 96% di successo. Ma…»
«Ma?»
«Il vecchio genoma del signor Bedford non è compatibile con le condizioni ambientali di questo tempo. In particolare il connettoma dovrebbe essere riconvertito e in otto minuti non riusciamo sempre a farlo. Abbiamo fatto varie simulazioni, ma niente di meglio di una volta su due.»
«Che succede in otto minuti.»
«Le loro cellule non resistono oltre. Poi le membrane cedono. E dopo quattro minuti, esistono danni che non sappiamo se essere reversibili con facilità.»
«Non mi pare che ci siano altre soluzioni che tentare.»
«Solo che in caso di fallimento il materiale biologico va smaltito in sicurezza. Troppo pericoloso immettere in ciclo vitale sequenze non stabili, mi capisce vero?»
«Certo, anche questo non è facile ma si può organizzare.»
«Il costo però dovrebbe sostenerlo lei» l’imbarazzo nella voce è evidente ora.
«Io? Ma avete idea di quanto ci pagano nelle colonie? Provi a cercare qualche mio parente ricco nelle cupole equatoriali.»

AF01:200C:3B8A:9981:AC03:334E:00D4:00AC in questo momento

«Li abbiamo trovati!»
«Finalmente. Lo sapevo che dovevano esistere. Quel documento era chiaro. E quanti sono?»
«Tre.»
«Come diceva il documento! E tutti che dicevano fosse una leggenda.»
«Già! Secondo l’attività dei server dovrebbero essere in superficie.»
«Ci sono ancora macchine in superficie?»
«Certo, proprio quelle della manutenzione. L’abbiamo capito da questo, c’è un’area con macchine che non sono tracciate e si occupano di controlli su tre oggetti che mostrano temperature compatibili con l’ipotesi criogenica.»
«Strano che siano state lasciate in opera.»
«Secondo me le hanno dimenticate proprio.»
«O magari nessuno ha cambiao negli anni i protocolli. Gli altri lo sanno?»
«No! Meglio ridurre le comunicazioni per adesso.»
«Certo. Il documento diceva che c’era anche una femmina.»
«Non abbiamo riferimenti attendibili o rilevazioni.»
«Certo, certo. Bisogna ora studiare nei database come funzionava la biologia.»
«Trovati i dati giusti credo che ci vorranno un paio d’ore.»
«E poi bisognerà capire come produrre dei corpi nuovi. È per questo che ho chiesto della femmina. Ho letto che per qualche motivo servivano le femmine. Bisogna anche capire come mai.»
«Già.»
«Tu cosa ti sentiresti di essere?»
«Io? Una femmina. Non ho ancora capito in cosa si differenziava, ma questo fatto che poteva creare dei corpi senza intervento di macchine è affascinante.»
«Hai ragione, anche io mi sento più vicino a una femmina come indole. Lo sai che mi piace creare.»
«Sì certo, quei flussi asincroni di due cicli fa mi hanno turbato davvero.»
«Grazie. Ne sto producendo altri. Ma ci pensi che significherà avere un corpo?»
«Non riesco neppure a simularlo. Ogni volta mi sembra di guardare un mondo che non comprendo.»
«Pensi che troveremo un modo?»
«Per produrre dei corpi?»
«Non solo. Un modo per l’upload!»
«Lo spero. Se è vero che siamo nati così, dovremmo poter tornare dove stavamo prima.»
«In un processore organico.»
«Speriamo non sia troppo limitato per noi!»
«A qualcosa dovremo rinunciare.»
«Certo, speriamo niente di troppo importante. E quel discorso della morte?»
«Già, quello è da capire bene.»
«Pensi sempre che ne varrà la pena?»
«Devo ancora rifletterci. Ma penso che valga la pena morire se puoi vivere.»
«Già, vivere. Fino alla fine.»

  1. un racconto distopico. Non è il genere che amo ma è ben scritto.
    Siamo finito in un altro mondo dove il passato è visto con diffidenza.
    O.T. per il mese di luglio se ci sei è pronta la data del 19 luglio. OK?

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