Il giorno nei meandri – parte seconda

Pensavo di chiudere qui ma non sarà così. Il 5 luglio ci sarà la parte conclusiva. La prima parte la trovate qui.

Santa Genoveffa vergine

tratto da https://www.napoliflash24.it/lalmanacco-del-12-febbraio/

Buona lettura.

Mica semplice trovare il ladro sacrilego” pensa il cavalier Servente, rimettendo l’elmo in testa.

Gli occhi gli brillano, perché doveva pensarci subito. L’indizio c’era e lui non l’ha colto al volo. Però avrebbe faticato a mettere il sale sulla coda al sacrilego. Deve farsi furbo e coglierlo sul fatto.

Solleva un sopracciglio, perché non comprende il motivo del furto. Ci deve essere un mandante che gli ha ordinato di prelevare il reliquiario.

Qui la partita si fa tosta.

«Ebbene Messere?» Il canonico Matteo lo guarda speranzoso. «Ha capito chi sia il ladro?»

Il cavalier Servente sorride sotto l’elmo che mostra solo gli occhi.

«Mi lasci lavorare senza disturbarmi con le vostre chiacchiere».

Il tono brusco del cavalier Servente raggela il canonico Matteo, mentre il prevosto sembra avere riacquistato l’uso della parola.

«Non volevo metterle fretta ma…» e il canonico Matteo si blocca. Il giorno dopo è il ventuno e il reliquario non è ancora rintracciato.

«Mi dica signor prevosto, quando è la prossima novena?» dice ignorando il tono lamentoso del canonico Matteo.

Gli volta le spalle e guarda il prevosto Sigfrido che trema come una foglia.

«Al vespro Messere» sussurra con un filo di voce.

«Bene» e senza aggiungere altro se ne va, lasciando il povero canonico Matteo nel dubbio che la sua missione sia fallita.

Il cavalier Servente uscito dalla chiesa guarda l’orologio solare sul palazzo del vescovo, mentre lo gnomone segna l’ora nona.

«Ho tempo» borbotta mentre si avvia verso lo spiazzo tra la chiesa e il vescovado. «Se il ladro ho capito chi è. Per il mandante brancolo nel buio».

Chi può essere interessato a un reliquario più oggetto di devozione che di valore. È brutto, ingombrante e facilmente riconoscibile. L’oro è poco e le pietre dei cocci di bottiglia”.

Vede una panchina di marmo e decide di sedersi all’ombra della quercia. Sta sudando dentro la cotta e l’elmo pare una scodella sul fuoco. Non c’è un alito di vento ma almeno sta all’ombra. Assorto, tanto che sembra schiacciare un pisolino, quando scorge un’ombra furtiva che entra nel portone del palazzo del podestà. Ha una scossa come se fosse stato svegliato all’improvviso dalla puntura di una spada. “Che ci fa il frate elemosiniere dal podestà?” Si alza a fatica sferragliando con un rumore che potrebbe svegliare anche un morto. “Devo indagare”.

In silenzio, si fa per dire, infila il portone socchiuso del palazzo del podestà e ascolta un frammento di conversazione. «…Voi chiudete tutte e due gli occhi…» e poi un borbottio indistinto. «… così siamo a pari» ascolta la seconda voce diversa dalla prima.

Il cavalier Servente ritorna sui suoi passi per non farsi cogliere a origliare le conversazioni altrui. Tuttavia non sa distinguere chi ha detto di chiudere gli occhi da quello che afferma di essere pari. Si siede di nuovo all’ombra della quercia. Lo gnomone pare inchiodato sull’ora nona. Deve aspettare ancora prima del vespro. Sente un certo languorino. “Quel impiccione del canonico Matteo mi ha fatto saltare il pranzo” e si dirige verso l’Hostaria del Caccasotto. «A pancia piena si ragiona meglio».

L’oste si frega le mani vedendo il cavalier Servente sedersi al tavolo. Ha un conto in sospeso e adesso vuol gustare la sua vendetta.

«Messere cosa posso servire?»

Il cavalier Servente lo osserva di traverso. Quel tono adulatore non gli piace. “L’oste mi vuol fregare e ripagarmi per averlo sbugiardato”.

Il cavalier Servente posa l’elmo sulla panca vicina. Toglie dal fodero lo spadone e lo appoggia al tavolo.

«Niente scherzi e avrai salva la lingua e una mano» afferma con tono minaccioso. «Una zuppa di ceci e lenticchie. Pane nero e vino buono».

L’oste arretra di qualche passo fuori dalla portata dello spadone. “Quel tanghero è capace di mozzarmi la lingua e la mano destra sul serio”. Fa un inchino. «Sarà servito subito». Il tono è di deferente rispetto.

Poi volge il capo verso la cucina. «Sartina avete sentito cosa vuole il messere? Svelta preparate la zuppa di ceci e lenticchie, perché ha fame».

In un amen sparisce in cucina.

Il cavalier Servente nel mentre si gratta in testa e trova un altro pidocchio che fa la fine del primo. “Chi abita nel palazzo del podestà oltre a lui?” e urla feroce. «Oste non fatemi spazientire. Venite qua se volete aver salva la vita».

Oste ricompare come un folletto ma a debita distanza e chiede: «Avete cambiato idea?»

Il cavalier Servente fa un cenno di diniego.

«Avete premura per pane e vino? Questi ve li porto subito. La zuppa sarà pronta nel tempo di recitare un Pater Noster e un confiteor. Non potevamo offrirvi gli avanzi dell’ora sesta. Messere, l’abbiamo preparata fresca».

Il cavalier Servente lo guarda con una grinta che metterebbe paura anche al più coraggioso dei cavalieri. «Voglio solo un’informazione e spicciatevi a dirmela».

L’oste deglutisce col pomo di Adamo che si muove in modo frenetico.

…CONTINUA…

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