Il giorno nei meandri – parte terza

Con questa puntata si conclude la mini indagine del cavalier Servente. Qui trovate la prima parte e qui la seconda.

Fra Braciola, la maschera nolana | ilc@zziblog

tratto da https://ilcazziblog.wordpress.com/2016/01/23/fra-braciola-la-maschera-nolana/

Buona lettura

«Veramente…». L’oste aggrotta la fronte e con la pezza infilata in cintura si deterge il sudore. “Che ne so chi abita il palazzo del podestà? A parte lui, madonna Sciffata e la tribù dei pargoli non credo che si siano altri abitanti”.

«Veramente cosa?» ribatte il cavalier Servente che col labbro tremulo sta perdendo la pazienza.

«Non mi risulta che oltre al messere podestà». Una piccola pausa per inghiottire la saliva. «Il podestà e la sua famiglia».

«Uffa» sbotta il cavalier Servente. «No mi siete di nessuna utilità. Che li ci abiti il podestà, lo sapevo già. Chiedevo se ci fossero altri».

Mentre l’oste balbetta convulso, Sartina quatta quatta mette sul tavolo del pane nero che profuma di fresco, un bricco di vetro col vino rosso e alla fine una fumante zuppa di ceci e lenticchie.

«Azz! Ma scotta» impreca il cavalier Servente che si è gettato sulla scodella per la fame.

Con gesto imperioso scaccia l’oste, a cui non par vero tornare in cucina. Mentre soffia con metodica forza sul fumo della zuppa, riflette che quella voce da eunuco che ha sentito per seconda non può essere altro che quella del podestà. “Ma un castrato come può aver procreato cinque maschi e tre femmine?” Ridacchia alla sua battuta, mentre intinge nella zuppa dei tocchetti di pane nero. «Uhm! Buona questa zuppa». Un rivolo scende da un lato della bocca, che si pulisce con un braccio. «Azz!» Si è dimenticato che indossa la cotta. Il ferro gli fa sanguinare un labbro.

Pulita la scodella con metodo tanto che sembra lavata per bene, mette due soldi d’argento sul tavolo prima di uscire. “Bene. Bene. Il ladro lo pizzico al vespro ma per il mandante ci vuole tempo”.

È l’ora della novena e il cavalier Servente si apposta in fondo alla navata. È una posizione privilegiata. Vede chi entra e chi esce e tutti quelli che partecipano alla novena. Tempo di dire un Pater Noster e un’Ave Maria e l’intera navata si riempe di vecchie beghine e fanciulle sbuffanti. “Siamo messi bene”. Sogghigna il cavalier Servente, che spalanca gli occhi per tutte quelle persone.

Uffa! Che barba. Ma che lagna. Ripetono le stesse preghiere come un cembalo rotto” borbotta il Cavalier Servente che è stanco di stare in piedi ad ascoltare le preci sempre ripetute.

Sii benedetto, o Dio,
che sei così grande,
così luminoso e così buono

Poi frate elemosiniere, quello che ha visto entrare dal podestà, inizia la questua. Si sente in mezzo alle invocazioni il tintinnio delle monete nella cesta. Il cavalier Servente allunga il collo. Vede il frate trafficare nella cesta e poi furtivo mette una mano sotto la tonaca. “Che fa? Fa la cresta? Non c’è più religione. Anche i frati rubano. Ci mancano solo loro e poi abbiamo fatto cento”.

Lo segue non visto in sacrestia. Apre l’anta dell’armadio ma non depone la cesta. Conta gli spiccioli e una manciata finisce sotto la tonaca.

«Ladro e sacrilego». Urla il cavalier Servente uscendo dall’ombra dei paramenti sacri.

Il frate si gira e sbianca. “Mi ha colto sul fatto”.

Il cavalier Servente è una furia. Estrae lo spadone pronto a infilzare il frate come un porcello sullo spiedo. Lo minaccia solo, perché è certo di ritrovare col suo aiuto il reliquario scomparso.

«Ai ladri si mozzano le mani. Ai sacrileghi si mozza la lingua». Il cavalier Servente muove lo spadone in alto e poi di lato passando vicinissimo al frate impietrito dal terrore. Lui sa di averla fatta grossa ma quei soldi gli servono per coprire dei debiti contratti con l’usuraio.

«Però io sono magnanimo». Tace per osservarne le reazioni.

«Cosa posso fare per voi, Messere?» La voce è querula e tremante.

«A chi avete venduto il reliquario?»

Il frate sembra un cencio lavato trenta volte tanto è bianco per la paura.

«Ma veramente…»

Il cavalier Servente si avvicina minaccioso puntando alle mani del frate. «Nessun ma. O voi riportate il reliquario al suo posto oppure all’ora prima voi siete senza mani e lingua» Il tono è eloquente, la voce non lascia scampo.

«Ma non posso». Mormora tremando come una foglia.

Il cavalier Servente fa una risata cattiva. Ha capito di avere in pugno chi ha rubato il reliquario e a chi l’ha ceduto. «Problemi vostri. Non dovevate prenderlo e basta. So dove trovarvi all’ora prima. Quindi frate avvisato, mezzo salvato».

Il frate elemosiniere si accascia appoggiando le spalle all’armadio. Non gli resta che andare dal podestà per implorarlo a restituire il reliquario. Conosce che il cavalier Servente le minacce le esegue. È fra due fuochi. Rimette nella cesta il maltolto e la ripone nell’armadio.

«A quel eunuco del vostro compare non posso nemmeno tagliare le palle, perché non ce le ha più. Quindi sbrigatevi perché l’ora prima è ormai prossima». Il cavalier Servente si trattiene dal ridere e continua a fare la faccia feroce. “Per il rospo della principessa nubile? Sarà un altro racconto”.

  1. Pingback: Un maniaco maschile | Caffè Letterario

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