Di tanto amore

UNO

L’anta dell’armadio ruotò con un leggero cigolio. Tra due scatole di cartone gli stivali stavano lì in bella mostra, sulla destra in basso, perfettamente allineati con i tacchi verso l’esterno. Sorrise. Le ricopriva un velo polveroso di tempo passato al buio, che una mano di crema avrebbe dileguato. Già, ma a cosa sarebbe servito adesso, si chiese per un attimo; poi però si munì dell’occorrente e impiegò tempo e le ultime energie per farli tornare a splendere. Mezz’oretta buona di straccio e spazzola, seduto sulla seggiola impagliata accanto alla madia.
A lavoro finito, in mezzo alla cucina, avevano riacquistato un aspetto splendido, nonostante i sopratacchi consumati dietro. Rimase a rimirarli per un po’, forse pensando alla strada che aveva fatto con quegli arnesi ai piedi. Alle persone che aveva incontrato. Alla polvere che aveva calpestato.
Fuori, altra polvere s’alzava nel vento e rendeva opaca l’aria rovente del mezzogiorno estivo. Stanco, un tir lontano arrancava sulla sopraelevata fendendo l’aria immobile del pomeriggio, in un rombo che fece fremere appena i vetri.
Con qualche difficoltà riuscì a calzarli, uno alla volta tirando con le mani dai tubolari. Terminata l’opera si guardò le dita annerite dal residuo di crema evidentemente troppo fresca ancora. Cercò in dispensa uno straccio e non trovandolo provò a pulirle addosso: già, poi chi l’avrebbe sentita la moglie. Sorrise. Come se potesse importare ancora. La vedeva la scena con lei che si lamentava dei pantaloni. Sì, sì. L’avrebbe fatto, nonostante tutto l’avrebbe fatto. Sarebbe stato più forte di lei, anche solo per allontanare la realtà ancora una volta e darsi un contegno.
Facevano un po’ male, proprio davanti, un effetto morsa che però doveva sopportare, almeno sino alla sopraelevata. Guardò oltre la finestra l’aria impolverata per misurare la strada, come se non la conoscesse millimetro per millimetro. Solo che ora era stanco e quello in realtà era il motivo che lo aveva spinto a cercare gli stivali addormentati nell’armadio, per andare ancora una volta a calpestare la polvere. Era stanco e basta.
Fuori il caldo era asfissiante e la polvere entrata con prepotenza dalle narici, andava giù, giù sino in gola. Arrivò al cancello di legno con i piedi che dolevano e il viso in fiamme. Da quanto diavolo non li metteva quei maledetti stivali? Sembrava che fossero un sarcofago di pietra, di quelli che aveva visto in quel museo anni prima. Va bene che nella vita a finire in un sarcofago bisogna anche abituarsi, ma quella pietra fredda e dura per passarci dentro un’eternità gli era sembrata una cattiveria. Lui l’aveva pure lasciato scritto in un biglietto di carta ingiallita. Aveva trovato solo quello e un mozzicone di matita, così aveva scritto che dovevano bruciare tutto. Farlo evaporare e buttar via pure del resto. Era passato su questa terra e non aveva lasciato un granché dietro di sé. Quindi che si tenessero cari quei due tre ricordi tiepidi e il resto via in fumo.
Guardò la casa con i muri tutti scorticati. Avrebbe dovuto dare una mano di intonaco prima o poi. Solo che il tempo era passato. Quest’anno per esempio c’era stato il matrimonio del cugino e poi la nascita della piccola. Che confusione quel giorno nella casa, sembrava davvero che la dovesse partorire la moglie tanto starnazzavano lei e la sorella, su e giù per le scale. E anche quel giorno alla fine era rimasto solo, tra quelle quattro mura ad aspettare notizie al telefono. Fai troppa confusione, gli avevano detto, non è roba da uomini, specie vecchia maniera come te, ecco.
Vecchia maniera. Ai piedi, quelle due fornaci dure come il marmo strisciavano sulla terra battuta e il tratto fino all’asfalto rovente non era affatto breve. Però quella fatica lui doveva farla. Non voleva, doveva. Era una vita che non aveva più una volontà sua. E in più realtà non si era abituato proprio. Faceva fatica oramai, troppa. Più fatica di trascinarsi con quelle pietre ai piedi.
Una macchina frenò sull’asfalto. Era il tipo allampanato della casa accanto. Lo guardò stralunato.
«Serve uno strappo?», disse, «fa caldo oggi. Le viene un accidente.»
Lui fece segno di no con la testa, gli urlò che voleva proprio fare due passi.
«Con quei cosi ai piedi?», osservò il tipo allampanato.
Lui si guardò le due fornaci, «sembrano pesanti ma sono due piume.»
La macchina riprese la sua marcia, con a bordo la faccia del tipo davvero poco convinto. Bisognava sbrigarsi, si disse, che quello era uno che non si faceva mai i fatti suoi e appena arrivato a casa avrebbe cercato dei suoi. Adesso il tempo era una variabile. Provò ad aumentare il passo: meglio trascinarsi adesso sull’asfalto in ebollizione e rovinare gli stivali. Molto meglio.

DUE

Quando la donna entrò nella sala d’aspetto notò in alto una vecchia macchia di muffa con una strana forma a testa di cavallo. Dietro una delle porte un paio di stivali graffiati, con il tacco tutto rovinato e grigi di polvere bianca. Tirò un sospiro che voleva dire un sacco di cose e continuò ad aspettare.
Dopo un tempo che sembrò infinito dalla porta venne fuori una tipa tracagnotta con un camice rovinato. Fece un cenno come per dire che poteva entrare.
La prima cosa che notò furono le striature brune. Aveva quel brutto vizio da campagnolo di sfregarsi le mani sporche addosso e non c’era mai riuscita a farlo smettere. Poi notò tanto altro, ma la pratica alla fine fu abbastanza veloce. Di porcherie nella vita ne aveva viste tante e non era quella alla fine a poterla impressionare, però quel fagotto rimesso in sesto alla bell’e meglio se lo sarebbe ricordato per sempre. «Questi vuole portarseli via?», le chiesero indicando gli stivali. Lei fece spallucce, come per dire che non le fregava più molto. Così, senza proferire una virgola in più perché già aveva parlato abbastanza. Le fecero vedere le foto dove avevano trovato gli stivali, messi ordinati e allineati come gli aveva insegnato lei e quelle del fagotto sul letto arido del fiume. E poi tante domande senza senso, solo per soddisfare la procedura. Tanti moduli da riempire. Carta, carta. Ci sarebbe morta sotto tutta quella carta prima o poi.
Quando si avviò alla porta però, dopo due passi tornò indietro, prese gli stivali e si diresse fuori, dove il tipo allampanato l’aspettava poggiato al cofano. Le disse qualcosa, frasi che le madri raccomandano di dire sin da piccoli in questi casi. Si cresce sapendo che non serve a niente, ma lo facciamo tutti in un automatismo prono alle regole.
Per strada rimasero muti. Il tipo ogni tanto si girava e la guardava. Lei niente. Gli stivali a terra. Fuori polvere. Si vedeva che il tipo si girava perché aveva qualcosa da dirle. Ma rimanevano muti.
La casa sembrò ancora più vecchia e impolverata quando lei si incamminò nello sterrato verso il cancello di legno. Il tipo allampanato avrebbe avuto quella cosa da dirle, si capiva, ma rimase così, muto mentre la vedeva avanzare con garbo nella polvere.
Giunta dentro posò gli stivali accanto al tavolo in cucina e si sciacquò la faccia. Poi sedette davanti alla finestra chiusa guardando tra le fessure. Ogni tanto lanciava un occhiata a quelle scarpacce impolverate: una, due, tre volte. Alla quarta si alzò a rovistare nella cesta di vimini. Trovato il necessario, una alla volta le spolverò con uno straccio e con la spazzola diede di crema e lucido. Ci volle una buona mezz’ora, ma alla fine erano tornate a brillare e perfino i graffi si erano mimetizzati. Si fermò a rimirarle per un po’. Poi le riprese e si avviò al casotto degli attrezzi. Scelse una pala con un manico decente e si mise a scavare sotto la magnolia. Con calma riuscì a rompere la terra dura. Ogni tanto si fermava e provava la profondità con uno stivale. Alla fine mise anche l’altro e ricoprì la buca con la terra smossa.
Per un paio di minuti rimase immobile a rimirare il mucchietto di terra, appoggiata alla pala. Muoveva appena le labbra, piccole parole senza suono. Forse una preghiera.
Poi tornò dentro. Sul tavolo della cucina il biglietto ingiallito stava sotto un vasetto di terracotta sbeccato. Dalla tasca della gonna tirò fuori un mozzicone di matita e con la sua calligrafia incerta scarabocchiò sopra qualcosa. Rilesse e poi si diresse alla sua camera. Per qualche minuto si osservò nello specchio lungo. Pensò che sì, di tempo da quella sera del ballo ne era passato, ma era andata anche bene così. Poi si mise a letto, senza neanche svestirsi, con tutta la polvere del mondo addosso. E sognò. Sognò che di colpo dalla buca veniva fuori una albero enorme. Un albero di stivali. E tutti gli uomini del vicinato arrivavano a raccoglierli, ognuno scegliendo la propria misura. Erano stivali morbidissimi, mai visti nei negozi, che calzavano come piume. E a un tratto arrivava anche lui, solo che non era così stanco e anziano, ma giovane, come il primo giorno che aveva bussato a quella casa per invitarla al ballo. E anche lei aveva le mani lisce da ragazzina. Gli aveva aperto e si era girata verso sua madre che le aveva sorriso e fatto cenno di sì. E dopo sognò ancora più forte, tanto forte che alla fine loro due facevano l’amore in quella stanza sotto il tetto. Così forte che non sentì il tipo allampanato sfondare la porta e la tipa col camice provare a rianimarla.
Così forte che non si accorse di un sacco di cose, mentre insieme continuavano a danzare leggeri come piume nell’aria fresca della sera.
Lui con gli stivali nuovi fiammanti ai piedi.
Lei con il vestito di lino comperato in città.

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