Racconti impossibili – Una storia di Canterbury – parte settima

Prosegue il vostro martirio nel leggere questa ciofeca ma se volete leggere anche le altre le trovate qui.

Una notte magica San Giovanni

Il viaggio verso Maidstone non era cominciato sotto i migliori auspici. Dopo poche miglia si era rotto il mozzo destro della carrozza. Poi la strada era in pessime condizioni per la pioggia che era caduta copiosa nel mese di aprile, ma nemmeno maggio era stato più clemente. Il cielo era imbronciato e non prometteva nulla di buono.

Dopo sette giorni con molte soste e un’andatura rallentata dal fango e dalle piogge frate Ethan entrò nella capitale del regno.

Frate Ethan si presentò nel castello di King James e chiese udienza, mentre la sua scorta, un capitano e sei soldati, si acquartierava in uno spiazzo nei pressi.

Un valletto lo accolse con freddezza. «King James è impegnato» disse senza specificare quando si sarebbe liberato e avrebbe concesso di riceverlo.

Il frate disse laconico: «Aspetterò che King James sia disponibile».

Il valletto lo accompagnò in una stanza buia e con poco mobilio. Un piccolo tavolo di legno scadente, una sedia rustica e alquanto scomoda, una finestrella senza vetri che guardava un cortile interno e il camino spento. L’umidità esterna aveva ricoperto quei mobili di una patina lucida e bagnata. Il frate si strinse per bene nella mantella pesante da viaggio per proteggersi dal freddo umido della stanza, sistemandosi sulla sedia di ciliegio per nulla comoda.

Aspettò paziente che il valletto lo venisse a chiamare. All’ora sesta sperò di vedere qualcuno che lo invitasse a un banchetto ma la sua speranza rimase delusa. All’ora nona se ne andò tra l’indifferenza generale. Raggiunse la locanda ‘Al tabarro’, che gli avevano indicato come la migliore di Maidstone. Qui trovò il suo bagaglio e una ampia stanza confortevole, riscaldata dal fuoco nel camino.

Fatto un bagno caldo per togliere l’umidità accumulata nell’attesa, frate Ethan scese nella sala dove si mangiava. Aveva una fame da lupi, perché digiunava da quasi ventiquattro ore.

Una servetta svelta dallo sguardo furbo gli servì una fumante zuppa di verdure con pane nero di segale. Rinunciò al vino, perché odorava di aceto e si fece portare un boccale di birra scura. In breve tempo lasciò la scodella di stagno lucida come se fosse immacolata. Avrebbe fatto il bis ma ci rinunciò. “Un po’ di digiuno fa bene allo spirito e mortifica la carne”. Però non seppe dire di no a un pezzo di formaggio di capra stagionato e al vino caldo speziato per chiudere la cena.

Prima di alzarsi dal tavolo chiamò la servetta, perché era certo che sapeva tutto del bibliotecario cieco. Da dove nasceva questa certezza non lo sapeva ma il suo intuito glielo faceva supporre.

Lei si avvicinò titubante. Quel frate le inspirava fiducia ma sapeva che il padrone non voleva che si importunasse i clienti.

«Desiderate altro?» chiese incurvando la testa per osservare la porta della cucina.

«Sì. Un’informazione».

«Chiamo Robert, il padrone. Di certo lui saprà soddisfare la vostra curiosità» aggiunse con un filo di voce. Con la coda dell’occhio l’aveva visto uscire dalla cucina per servire al banco delle mescite.

«No. Mi siete sufficiente voi. È un’informazione di poco conto».

La servetta mostrava chiari atteggiamenti di insofferenza e di timore che il padrone la cacciasse via. Lei aveva bisogno di quei quattro soldi con cui Robert la pagava.

«Se mi ordinate qualcosa, posso ascoltarvi».

Frate Ethan si grattò la corta barbetta che adornava il mento. “La zuppa è ottima ma dopo formaggio e vino proprio non ci sta».

«Bene. Portatemi una generosa fetta del formaggio di capra di prima e un boccale di birra» ordinò a voce alta per distogliere l’attenzione dell’oste da loro e soggiunse a voce bassa: «Vorrei delle informazioni sul bibliotecario di King James».

La servetta fece un inchino, annuendo di aver compreso che cosa voleva sapere il frate.

«Il tempo di andare in cucina a prendere il formaggio». E si allontanò seguita dallo sguardo indagatore di Robert.

«Vi stava importunando?» chiese acido l’oste che si era avvicinato al tavolo.

Frate Ethan scosse il capo e fece un mezzo sorriso. «Tutt’altro. È una ragazza sveglia e molto educata. Voleva sapere se la cena era stata di mio gradimento. Come vedete ho fatto il bis del formaggio, davvero squisito».

Robert si allontanò richiamato dalla cucina, mentre la servetta tornava con formaggio e birra. «Ecco quanto avete ordinato» e sussurrando in modo impercettibile aggiunse «Al mattino sono libera. Se vi trovate all’ora terza sul sagrato di Saint George, vi posso dare tutte le informazioni».

Frate Ethan annuì e alta voce le fece i complimenti per il desinare.

Soddisfatto si ritirò nella sua stanza. Il giorno dopo avrebbe potuto conoscere qualcosa di più su questo misterioso bibliotecario.

Abituato ai ritmi del monastero al primo albore era già sveglio. Sorrise rimettendosi sotto le coperte. Il camino spento e la nottata insolitamente fredda per la stagione l’avevano convinto a restare al caldo in attesa della colazione.

All’ora terza dopo la colazione con una zuppa dolce d’avena e latte appena munto, frate Ethan si recò all’appuntamento con la servetta.

«Se entriamo nella cattedrale, possiamo trovare un posto defilato per parlare di Glovine» suggerì la servetta avviandosi verso una porta laterale.

Si sistemarono vicino a un confessionale immerso nella penombra e da tempo non usato, perché una sottile pattina di polvere era presente un po’ ovunque.

Dopo essersi sistemati su due sedie prelevate da una pila, la servetta prese l’iniziativa. «Ditemi cosa volete conoscere di Glovine. Vi avverto che è alquanto complicato avvicinarsi».

Il frate sorrise. Gli venne un’idea per rendere più riservato il loro incontro. «Mi siedo nel confessionale e voi nell’inginocchiatoio della postazione di sinistra, la più defilata. Vedo che c’è un sedile e la possibilità di tirare una tenda».

La servetta annuì perché l’idea era buona, facendolo sembrare l’incontro tra un cappellano e una penitente.

«Avete detto che si chiama Glovine».

Un sì appena bisbigliato confermò il nome.

«La biblioteca non è nel castello di King James. Dove si trova?»

La servetta sorrise, perché il frate era al corrente di questo dettaglio. «È nel Palazzo dietro l’abside della cattedrale ma raramente viene aperto il portone per far entrare degli estranei. Glovine ama il silenzio delle grandi sale e il profumo della pergamena dei libri che custodisce».

Adesso era il turno del frate a sorridere. “A quanto pare, la servetta è ben informata”.

«Come vi chiamate? Io sono frate Ethan».

«Gwendolyn ma tutti mi chiamano Gwen».

«Un nome curioso e insolito».

Gwen sorrise. “Questo frate la sa lunga” si disse. «Mio padre era gallese ed è arrivato qui come prigioniero molti anni fa. Poi ha incontrato Annie, mia madre, ed è rimasto».

Una ragazza un po’ selvatica ma di indole buona e sincera”. Era arrivato il momento di saperne di più di Glovine.

«Come si può avvicinare il bibliotecario?»

Gwen sospirò e narrò che era in pratica inavvicinabile a meno che King James lo autorizzasse a ricevere gli ospiti.

«Però…» e la ragazza si interruppe. Pensò che fosse meglio centellinare le informazioni.

Furba la ragazza. Le informazioni me le darà un pezzetto alla volta per ottenere qualche denaro d’argento”. Il frate rimase in silenzio come se volesse meditare su quel però.

«Facciamo così» affermò con voce decisa. «Io vi darò tre denari d’argento e diversi penny per quello che mi direte. Se lo giudicherò meritevoli d’interesse, aggiungerò qualche altro pezzo di danari» e fece tintinnare una borsa che era nascosta sotto il saio. Era sicuro che i denari d’argento le avrebbe sciolta la lingua piuttosto in fretta. “Tanto questi pezzi me li ha donati prima di partire Sir Percival per farne buon uso”. Represse una risata in attesa di conoscere cosa aveva da raccontargli la ragazza.

A Gwen luccicarono gli occhi, perché nei suoi sedici anni di vita di pezzi d’argento non li aveva mai visti.

Stay tuned for next Episode

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