Tutti i santi giorni

Guido rientrò in casa e depose le chiavi nella ciotola di ceramica colorata. Aveva evitato di accendere la luce dell’ingresso, ma la penombra era abbastanza per muoversi in quello spazio familiare.
Toni in cucina stava asciugando due piatti, lo vide entrare e fece un segno per dire “e allora?”
«Andata», disse guardandosi qualcosa di invisibile in una mano.
Toni rispose con un cenno minimo di ok e continuò a sfregare il piatto.
Respirarono in silenzio ancora un po’. Fermi nelle loro inerti posizioni.
Fu per primo Guido a turbare la stasi versandosi un bicchier d’acqua che non doveva aver alcuna voglia di bere. Lo fece solo perché non poteva star ancora fermo in quello spazio chiuso. Ne prese un sorso osservando con attenzione il disegno geometrico stampato sopra e imperlato di condensa. Poi lo lasciò sul ripiano ad attendere di essere vuotato nel lavabo.
Toni finito con le ultime stoviglie, si diresse al balconcino, posò le mani sulla ringhiera e guardò in direzione delle piante, a destra. Di tanto in tanto il lampione vicino faceva un piccolo lampo che ne preannunciava l’accensione. Qualche secondo ancora nell’ultimo chiarore lontano del giorno, oltre i palazzi di fronte. Poi la luce gialla si prese la scena, colorando un gatto maculato fermo lì sotto a leccarsi il pelo.
Toni sede’ sulla seggiola in vimini rovinato, s’aggiustò i lembi della vestaglina e poggiò la testa alla mano aperta. Chiuse gli occhi, per ascoltare le macchine transitare di sotto e sentire l’odore buono del basilico vicino.
Guido deluso dall’acqua si era dedicato all’ultima birra in frigo, armeggiando col manico di una forchetta per cavar via il tappo. Non trovava l’apribottiglia e non voleva disturbare i pensieri di Toni, solo che a quel giro anche lui sembrava incapace di articolare una qualsiasi azione costruttiva. Al terzo tentativo, con un certo dolore all’indice, c’era riuscito e in piedi accanto allo stipite della portafinestra provava a sorseggiare fingendosi interessato anche lui al suono delle auto.
«Dobbiamo prendere una pianta di basilico da Mimmo. Questa mi pare messa male.»
«Non è tempo», disse Toni senza neanche aprire gli occhi.
Guido prese un altro sorso e continuò a guardare fuori, «aspettiamo che torni allora.»
«Il tempo?»
«Sì. Il tempo.»
Si guardarono un attimo per scambiarsi una idea, un silenzio che parlava di una vita insieme, di notti insonni, compiti per le vacanze. Aerei.
«Mino», disse a un tratto Guido come a voler mandar giù un nodo in gola.
Toni aggrottò le ciglia, «cosa?»
«La pizzeria, si chiamava da Mino.»
«Ah!» sospirò appena Toni, «quella dove facevano quel gelato…»
«Nocciola.»
Sorrisero sbiaditi. Un uomo con una valigetta osservò dai due lati prima di attraversare all’incrocio. Già a quell’ora non c’era più nessuno in giro e l’asfalto suonava del suo scalpiccio. La birra era finita e Guido si rigirava la bottiglia vuota pensando che anche quella andava comprata la prossima volta al supermercato in fondo alla strada. A dire il vero iniziava a fare freschino, ma ancora per qualche settimana una birretta la sera l’avrebbe apprezzata.
Toni cambiò posizione sollevando la testa e fissando lo sguardo verso un punto lontano, uno preciso che nella sua mente doveva stare a nord. Non aveva importanza che questo fosse vero, serviva un riferimento cardinale al quale appendere un nome e una volta individuato lo accolse con un sonoro sospiro e un “mah”.
«Cosa?» chiese Guido.
«Niente.»
Guido alzò la testa al cielo per trovarci qualcosa, una stella, una nuvola, uno spicchio di luna da guardare. È ch’era buio pesto, ambrato dalla luce timida del lampione di fronte: buio e nessuna battuta intelligente su quella pizzeria da buttare lì in mezzo a loro due.
«Andrà tutto bene», disse mordendosi quasi la lingua.
Toni però non sembrò cogliere e fece un segno con la testa che andava interpretato. Poteva essere un sì o qualunque altra cosa, ma quella non era serata per porre e porsi domande; al più mandar giù una birra e tener d’occhio il cielo, provando a seguire una stella cadente fuori tempo massimo, esprimere un desiderio e aspettarne l’esito.
Però Toni era lì seduta a dieci centimetri e allora bisognava fare qualcosa, dire qualcosa. E quell’andrà tutto bene gli era sembrato adatto e giusto per quell’attimo; passato quello era però rimasto a mezz’aria, inadeguato.
«Sai cosa non capisco?», disse Toni non distogliendo lo sguardo da quel punto invisibile a nord.
«Cosa?»
«Che alla fine lavori una vita per questo. Inizi che sembra un gioco, poi piano piano ti accorgi che il tempo ti sfugge dalle mani. Lo vorresti fermare mentre hai così tante cose da fare, ma devi correre tra una lezione di chitarra e un saggio di fine anno. Sbuffi perché non vedi l’ora che tutto finisca, perché hai così tante cose da fare.»
Guido osservò il profilo di lei nella penombra della luce gialla del lampione. Non era una espressione triste, stava fissa come se non potesse abbandonare il legame con quel punto. Dava l’impressione che sarebbe bastato un attimo, un battito di ciglia per perdere il contatto per sempre. Superò quel loro ultimo silenzio con un leggerissimo sospiro, per prendere il fiato necessario a pensare di dire, “e poi una sera capisci che non era quasi nessuna importante di quelle cose, ma che comunque andavano fatte tutte. Perché generare significa perdere un pezzo di te per sempre, lanciarlo oltre il tempo, mentre il tempo lo vendi per altro.” Doveva averla letta da qualche parte quella cosa che gli rimbombava in testa mentre le carezzava i capelli mossi dalla leggerissima brezza. Eppure quella frase gli rimase in gola con l’ultima schiuma di birra e il ricordo di nocciola di Mimmo.
Toni si voltò a guardarlo, aveva un’aria stanca ma non tesa. Respirava lo stretto indispensabile per non fare rumore. Sorrise. Forse aveva letto i suoi pensieri o ne aveva tanti simili da inseguire.
«Ne avrei preso un sorso», disse guardando la bottiglia vuota.
Guido guardò l’etichetta sconsolato, «è l’ultima!»
«Fa nulla», disse Toni.
L’uomo con la valigetta tornò ad attraversare la strada. Guido lo riconobbe per la pelata brillante sotto la luce del lampione. Aveva un sacchetto di spazzatura che depositò di fronte questa volta e anche gli abiti adesso erano comodi e informali. Non tornò subito indietro, ma iniziò a passeggiare sul marciapiede perso nei suoi pensieri. Per un attimo alzò gli occhi verso Guido. Aveva gli occhi stanchi gli venne da pensare, non li vedeva da laggiù, ma di questo si convinse. Guido non sapeva come mai di questa conclusione, ma se quell’uomo fosse salito su gli avrebbe fatto notare questo, che aveva gli occhi stanchi.
«Hai gli occhi stanchi», disse Toni.
Guido, sbattè le palpebre. Adesso che ci pensava era tutto il giorno che sforzava la vista su Whatsapp. Organizzare le ultime cose, controllare i movimenti da casa in aeroporto e ritorno. Doveva avere gli occhi rossi come se avesse pianto. Guardò l’etichetta umida della bottiglia per trovare un appiglio.
«Sarà che non tengo più l’alcol», finse di guardare la gradazione per trovare risposte.
Toni rispose con una smorfia fintamente divertita.
L’uomo giù da basso si era dileguato verso la piazzetta con il suo dubbio in testa e i suoi pensieri in bilico su chissà quale desiderio inespresso. Passando accanto al gatto lo avevo guardato appena, ricambiato per lo stretto necessario dal felino, e aveva proseguito giocando con il ciondolo del portachiavi.
Le luci di un aereo bucarono il cielo e in sincronia Toni e Guido le osservarono sbiadire in silenzio. Anche l’uomo con la valigetta, poggiato alla spalliera di una panchina devastata, le vide muoversi e lampeggiando rapidamente scomparire dentro una nuvola buia che per un attimo si rivelò alla notte.
«Vado a letto», disse Toni alzandosi dalla seggiola. «Per il resto dei piatti ci pensi tu?»
Guido fece cenno di sÌ, mentre lei passando accanto lo sfiorò con una mano sulla spalla. Per un attimo ne percepì il calore del corpo, e il profumo intenso dei suoi capelli lavati di fresco. Come sempre guardò la vestaglina scoprirle un po’ il seno. Come sempre da chissà più quanto tempo.
Rimasto solo si poggiò alla ringhiera guardando la strada deserta e l’ombra dell’uomo con la valigetta rientrare verso casa. Giunto sotto il suo balcone alzò nuovamente lo sguardo verso di lui e Guido ebbe la netta sensazione che l’uomo avesse proprio gli occhi stanchi. Si chiese se avesse bevuto anche lui, sottolineando il pensiero con un sorriso.
L’uomo fece un cenno di saluto con la testa che Guido ricambiò, provando a immaginare il nome e la storia di quel tipo solitario con la calvizie pronunciata. E anche cosa portasse in quella valigetta che aveva visto poco prima. Poi, chinato lo sguardo sulla strada, l’uomo continuò il suo viaggio verso il portone di casa che lo inghiottì in un fragore metallico.
Guido ascoltò il silenzio ferito dai riverberi delle tv dalle case vicine. Guardò il basilico esalare uno degli ultimi effluvi della stagione e la luce del lampione svanire in un frantume di scintille minute; rabbuiato il gatto sul marciapiede sfuggì all’improvvisa tenebra portando la sua ombra distante. Guido depose la bottiglia nel bidone del vetro e pensò che l’unica cosa importante era che la primavera sarebbe tornata, insieme al basilico fresco e al gelato alla nocciola di Mino. E che fino a quel punto aveva avuto davvero una bella vita. Aveva ballato tante musiche, aveva letto tante favole, aveva bevuto da bicchieri bellissimi e guardato tante volte il tramonto sul mare. E aveva sentito cantare suo padre, accarezzato sua figlia quando aveva la febbre, abbracciato sua madre quando ne aveva avuto bisogno. E fatto l’amore con Toni così tante volte che anche adesso quello era l’unica cosa che gli andava di fare.
Così diede l’ultimo sguardo a quel punto a nord che significava qualcosa, rivolse un pensiero colpevole ai piatti nell’acquaio e si diresse verso la camera da letto.
Toni come al solito si sarebbe schernita e infastidita, ma la primavera bisognava aspettarla come si deve. E ricordare che esiste tutti i santi giorni.

  1. Pingback: Tutti i santi giorni — Caffè Letterario | THE DARK SIDE OF THE MOON...

  2. Ciao Marco. Ci sono ma ho grossi problemi col computer che speravo di risolvere più velocemente.
    Il pezzo è notevole come sei solito postare. Mi piace il clima che hai creato, un po’ fatalista, un po’ reale. Complimenti.
    O.T. per Dicembre, sono in ritardo, ti propongo il 16 dicembre.

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