SARÀ COMUNQUE NATALE

Fu un anno nefasto, fu l’anno della pandemia. Abbiategrasso si risvegliò con il sole e una leggera brezza che spazzava la coltre di nebbia che persisteva da qualche giorno. L’umidità entrava nelle ossa e le indolenziva, le strade erano bagnate da quelle goccioline che facevano brillare le piante. Il natale era ad un passo dallo svolgersi, ma la tristezza adombrava volti stanchi e carichi di occhiaie. Il virus si era insinuato con la disinvoltura dell’aria e nessuno se ne era accorto. In un mondo dominato dall’informatica, nessun antivirus era riuscito a proteggere la popolazione. La malattia aveva colpito le persone più anziane che di colpo avevano sentito la pesantezza dei polmoni e la solitudine della morte. In un mondo egoista e performante, il virus aveva colpito proprio là dove si cercavano i contatti, tanto che il governo aveva vietato gli assembramenti e soprattutto aveva obbligato i cittadini ad indossare mascherine protettive che la fantasia degli stilisti aveva trasformato in pezze colorate e stravaganti. Il paese aveva riscoperto la solitudine, ma soprattutto aveva sperimentato la solitudine della morte. Chi era più fragile, veniva trasportato in ospedale, quindi nelle sale di rianimazione e infine intubato in attesa  del miracolo o della morte solitaria. La compassione e la cura degli ultimi giorni si erano trasformate in angoscioso eremitaggio. La società che aveva messo tra parentesi la morte,  pagava ora i recessi  dell’isolamento. Anche i medici di base, quelli che da anni aspettavano i malati negli studi e rifiutavano le visite a domicilio, erano colpiti dalla violenza della malattia. Persino le messe erano sospese e quelle poche che venivano celebrate avevano gli ingressi contingentati. Una tragedia che sembrava non finire. Il commercio era paralizzato, le ambulanze fischiavano sinistramente e la paura aveva condotto qualcuno a lamentarsi e ad iniettare nella mente il tarlo del complotto. Ma dentro quella ripetitività, c’era qualcosa che sfuggiva; in strada da qualche giorno girava un tipo strano, vestito di nero, con un cappello rosso a tesa larga, la sciarpa gialla e le scarpe da fachiro. Girava in paese come se si sentisse a casa propria. Lo incrociavi dappertutto, a nord e a sud della città, di lato e dalla parte opposta. Molti lo guardavano con sospetto, ma tanti lo osservavano con curiosità. Capitava di rado da queste parti, un tipo così strano. Le donne più anziane si ritrovavano davanti ai negozi e ignari delle regole facevano adunata conversando sulla provenienza di quel tale. Gli uomini, soprattutto i pensionati, perché era comunque concesso recarsi ai luoghi di lavoro, facevano capolino davanti ai bar, e aspettando, al di fuori del locale, il caffè o più comunemente il vino in bicchieri di cartone che toglievano il gusto alla bevuta, un’ordinanza aveva infatti proibito gli ingressi nei bar, prendevano in giro l’abbigliamento atipico dello straniero. Ma qualcuno lo osservava con sospetto.

– Questo è un anno bastardo, non sia mai che quello porti altre brutte notizie.

Polizia municipale e sindaco tendevano ad ignorarlo, e i sacerdoti delle varie comunità non gli davano troppo peso, tutti tranne don Ariosto, che i più chiamavano Orlando furioso, perché dall’ambone lanciava invettive ai parrocchiani con il dito puntato e lo sguardo minaccioso. Don Ariosto aveva colto la preoccupazione nelle parole di qualcuno e si era deciso ad incontrarlo. “Se è un poco di buono, lo farò desistere dal misfatto. L’anima ha pur sempre uno sbocco alla bontà”, pensò appena lasciato il confessionale. Da qualche ora il tale percorreva avanti e indietro duecento metri di viale Mazzini, sostava davanti al civico 666 per qualche minuto, osservava la finestra del primo piano di quella palazzina disabitata. perché considerata funesta, o così sembrava ai più, e quindi riprendeva a percorrere la via, ora da una parte ora dall’altra. Questo ostinato persistere su quella strada aveva preoccupato i cittadini che non sapendo a chi rivolgersi, avevano interpellato don Ariosto che senza se e senza ma, un po’ come tutti i sacerdoti della bassa milanese, aveva indossato un giaccone strappato sulle tasche laterali, cosa normale, visto che il sacerdote non dava molto peso all’immagine, e i parrocchiani lo chiamavano anche “il prete povero”, e si era deciso ad affrontare lo straniero.

– Buongiorno signor… – don Ariosto lasciò la frase in sospeso in attesa che fosse l’altro a concluderla.

– Ambasciatore.

– E di quale nazione? – incalzò il prete.

– Dell’oltretomba.

Don Ariosto scoppiò in una fragorosa risata, gesto che rasserenò chi si era radunato intorno ai due, ma che infastidì lo straniero.

– Trovo insensato ridere su una questione così, così…

– Mortale – gli suggerì il don, prolungando la risata.

– Non credo di aver mai incrociato un sacerdote così stupido – replicò l’ambasciatore.

Don Ariosto concentrò lo sguardo sull’altro e gli occhi si avvicinarono così tanto che a qualcuno sembrò si fossero ridotti ad uno solo. La gente mormorò, anche perché si aspettava che il prete alzasse il dito e sentenziasse la scomunica, invece don Ariosto abbassò la voce e disse:

– Spesso la stupidità è il nome che diamo a chi rifiuta di darci ragione – poi aggiunse. – Come mai da qualche giorno frequenta le nostre strade?

– Le ho appena detto che sono ambasciatore. Ho un incarico che non posso ancora rivelare.

– Lo sa che potrei denunciarla ai carabinieri?

– E per quale motivo?

-Perché disturba la quiete pubblica – rispose don Ariosto.

– Mi limito ad andare avanti e indietro, non credo di disturbare qualcuno.

– E allora dichiari le sue motivazioni. – il prete cominciava a perdere la pazienza.

– Le ho appena detto che non è ancora il momento.

Il sacerdote abbassò la testa in segno di saluto e tornò in canonica, mentre la gente si sparpagliò, spaventata da quel dialogo abbastanza surreale. L’ambasciatore continuò a camminare avanti e indietro e ad ogni sosta fissava la finestra al primo piano.

Don Ariosto si rifugiò davanti al tabernacolo, in ginocchio, con le mani giuste in attesa di una risposta. Ogni volta che un pensiero gli girava per la testa, la sua preghiera, lì in ginocchio davanti alla fiammella rossa che mostrava la presenza di Cristo si faceva più pressante. Non aveva mai sentito voci dall’aldilà, che poi se stiamo a vedere non dista molto dall’aldiqua, e in fondo non si sentiva nemmeno come don Camillo, visto che davanti al Crocifisso si era inginocchiato poche volte e quasi sempre durante le funzioni che celebrava. Ma era certo che Dio sapesse suggerirgli la soluzione di molti pensieri. Sosteneva che l’assenza di Dio fosse solo un problema di ascolto e di distrazione.

Dopo qualche Padrenostro e qualche Avemaria, il suo zelo si soffermò sul numero civico di quel viale, su quel 666 scelto dall’ambasciatore. Fece il segno della croce e uscì di corsa dalla canonica.

L’ambasciatore era entrato nella palazzina di viale Mazzini e proprio dal primo piano faceva strani gesti e ripeteva a voce bassa sei semplici parole: “la pandemia è colpa di Dio”, e la cosa buffa è che quelle parole erano ripetute ad alta voce da tutti quelli che passavano lì sotto. Come se l’ambasciatore comunicasse per empatia. Don Ariosto arrivò di corsa.

– Maledetto ambasciatore! – gridò per farsi sentire da tutti i presenti. – Non sei l’ambasciatore dell’oltretomba, sei semplicemente un tarlo, un minuscolo tarlo che si nasconde per non mostrare la sua cattiveria. Verrà il giudizio di Dio!”

– Convertitevi! – gridò lo straniero scimmiottando le parole dette al tempo da uno degli ultimi papa.

Tra la gente, qualcuno scoppiò a ridere e cominciò ad inneggiare allo straniero, dando avvio all’illogicità del surreale, una situazione così complessa che tarlava la mente anche dei più sapienti. Fu una donna, forse sui novant’anni o forse più, che arrivò proprio sotto al balcone da dove predicava l’ambasciatore per dire due semplici parole: “memento mori”, cosa che spaventò lo straniero senza che i concittadini se ne accorgessero.

Don Ariosto prese l’acqua santa e cominciò a benedire quella palazzina, mentre molte più persone si accalcavano facendo cori per l’ambasciatore.

– Ma che fate! – gridò don Ariosto. – Ma non capite che vi sta ingannando? Abbiamo già perso troppi amici, volete perdere anche la vostra libertà?

– La libertà l’abbiamo già persa. Il governo ce l’ha rubata.

– Ma quella non è libertà – rispose il sacerdote. – La libertà vive di eroismi quotidiani, non di proclami. – Poi si rivolse all’ambasciatore – E tu piantala di insinuare pensieri depressi. Abbiamo bisogno di luce, non di ombre.

L’ambasciatore sogghignava. Vedeva il suo potere farsi sempre più invasivo. La luce spegnersi.

La vecchietta prese sotto braccio don Ariosto e se lo portò via.

– Non posso abbandonare il mio popolo. Siamo sotto natale, non può ancora vincere il male – disse il sacerdote facendo resistenza.

La novantenne ci mise un po’ più di forza e disse:

– Stia tranquillo, don Ariosto. Vedrà che sarà comunque natale. 

Passò un’ambulanza, un’altra ancora, Abbiategrasso fu invasa dal virus e la colpa ricadde su quegli assembramenti che si erano formati sotto la palazzina di viale Mazzini, ma questo accadde parecchi giorni dopo. 

di Stefano Re

  1. Molto attuale. Ironica e graffiante mostra quanto sian stupide le persone che preferiscono i proclami vuoti alla razionalità degli eventi.
    Complimenti.
    La chiusura è emblematica.
    O.T. per febbraio è pronta per te la ndata del 3 febbraio. Confermi?

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