Sultans of Swing

Padre Mariano tornò all’altare per ripulire il piattino per le ostie e il calice. Usava sempre un fazzoletto grande, bianco candido, con le cifre ricamate del collegio del Sacro Cuore. Quella volta però aveva notato una piccolissima macchia rossa su un lembo, una goccia di sangue forse, e per questo ispezionò con cura le dita, trovando giusto sull’indice destro un piccolo lembo di cute sollevato e ancora sporco.
Sull’altare, il foglio giallo con il nome gli sembrò il giusto indiziato al piccolo incidente e questo tranquillizzò non poco la sua mente razionale: la causa e l’effetto davanti ai suoi occhi rivelavano la perfetta coerenza del suo mondo; poteva continuare tranquillo con il rito, confidando che tutto sarebbe andato in perfetto ordine.
Alzò quindi gli occhi verso la navata semi deserta: sui due primi banchi alcune facce scure osservavano i suoi movimenti, che indugiavano ancora per far sì che l’intera platea si preparasse al finale.
Io, in un piccolo cappotto verde scuro, scrutavo la scena che per me era piuttosto nuova. Dovevo essere il piccolo Mattia, si era detto padre Mariano, che non sapeva cosa lo avesse colpito della mia figura minuta: a ben ricordare forse proprio il fatto che fossi l’unico bambino presente. In realtà padre Mariano era stato colpito da qualcosa che gli ricordava uno sguardo visto tanti anni prima in uno specchio. L’aveva registrato quando mi aveva visto entrare mano nella mano con colei che doveva essere mia madre.
Ricordo solo che mi ero accorto subito di quella cosa poggiata al feretro e allora non avevo staccato più gli occhi dalla scena. Imbambolato completamente accanto a mia madre, in quella enorme chiesa semivuota.
Padre Mariano trovò che il tempo per meditare in silenzio fosse stato sufficiente, si alzò e tornò ad avvicinarsi all’altare. Lesse il nome ancora una volta sul foglio giallo, per non dimenticarlo all’ultimo secondo e fece segno di sedere. Tutti lo seguirono, tranne me, che rimasi fermo a guardare il feretro e la chitarra appoggiata accanto.
Sì, padre Mariano aveva intuito che quello sguardo era come il suo quando, tornato dall’oratorio, in un giorno piovoso di febbraio, si era guardato allo specchio dell’ingresso. Quella era la luce della voglia di futuro declamata in un qualche modo diverso dalla norma. Suo padre allora lo aveva visto osservarsi così da vicino e gli aveva urlato qualcosa che però non era più riuscito a ricordare. Ma quella era un’altra storia ed era tempo di pensare al rito.
«Carissimi, prima di prepararci alla benedizione, volevo invitare all’altare chi voglia dire due parole in ricordo del nostro caro Mattia», disse soddisfatto di non aver dimenticato il nome.
Padre Mariano non aveva mai amato quegli elogi funebri che ormai erano tanto di moda, ma si rendeva conto che anche quello era lo specchio dei tempi. Osservò lo schermo alla sua destra per capire se dovesse dare la parola a qualcuno in collegamento. Mentre scrutava le singole miniature per scovare la mano alzata, un’ombra tra i presenti in chiesa venne avanti, salì i tre gradini e gli si fece da presso. Sottovoce spiegò qualcosa che provocò un leggero corrugarsi stupito sulla fronte del sacerdote. Poi l’ombra digitò qualcosa sullo schermo accanto al candelabro e attese alcuni attimi prima di tornare al suo posto accanto a mia madre. I due si scambiarono un sguardo d’intesa.
Sullo schermo grande davanti al leggìo comparve il logo di Arcadia. Padre Mariano pensò che davvero il mondo era cambiato da quel pomeriggio famoso in oratorio. Allora si era seduto a guardare il giovane parroco celebrar messa e mai si sarebbe aspettato di vedere accanto a un altare apparire il marchio di un social network. Lui da bambino si era sentito dire spesso che le vie del Signore sono multiformi e imprevedibili. Che anche i social fossero entrati nel suo imperscrutabile progetto alla fine poteva starci.
Per un lungo interminabile minuto il logo 3D ondeggiò sullo schermo nero, poi un volto apparve facendo trasalire tutti tranne me, che concentrai in quell’istante la mia attenzione sul viso amico.
«Buona sera cari», disse l’uomo dello schermo con un accenno di sorriso, «no, non preoccupatevi non sono un fantasma. Mia figlia Silvia è l’artefice di tutto ciò.»
Tutti in chiesa e da casa posero l’attenzione sulla donna che rimase in silenzio con lo sguardo perso chissà dove.
«Silvia è l’erede del profilo del defunto Mattia Fabbri. E ha dato l’autorizzazione per attivare la beta di Ethernal. Poteva farlo. Lo ha fatto.»
L’uomo del video prese un attimo di pausa dando l’impressione di osservare la platea. Padre Mariano guardava invece perplesso l’immagine sullo schermo dell’altare. Pensò che no, quella frase di suo padre continuava a non ricordarla e che quello che stava ammirando nello specchio quella sera era molto diverso da ciò che la sua vita gli aveva riservato. Non che fosse scontento della sua scelta sia chiaro, ma alla fine quello che era rimasto di quello sguardo era un anziano prete che dispensava sacramenti su richiesta. Oramai solo nella sua piccola casa, da quella dannata sera di due anni prima. Pensò a Sara e alla sua bara chiara in quella enorme chiesa semideserta. La voce dal monitor continuò.
«Eccomi qua quindi, sono il primo rendering prodotto da Ethernal, ma ancora il sistema è in elaborazione. Come vi sembrò. Mi somiglio abbastanza? Le funzioni base saranno realmente disponibili tra una settimana e questo significa che presto potremo tornare in contatto. Stasera volevo solo salutarvi con i pochi dati elaborati che ho.»
Io, durante il nuovo momento di silenzio tornai a fissare la chitarra bianca adagiata sul legno lucido della bara. Aveva il corpo rovinato e il battipenna nero rigato.
«Volevo dirvi che anche se la mia vita terrena è terminata, non penso di avere rimpianti. E no. Quello che ho visto mi è servito fino all’ultimo respiro per scrivere storie. Per inventare mondi e suoni soprattutto. E questo è un privilegio, c’è gente che chiude gli occhi senza avere mai visto il mondo. Io invece ne ho visti infiniti di mondi. Tutti quelli che sono riuscito a inventare. Ecco questo volevo dirvi, perché magari oggi vi state chiedendo che cosa ricorderete di me e in quanto tempo questi ricordi si ridurranno a nebbia sottile. Accade a tutti, anche a me è accaduto. Per esempio in questo momento io non ricordo quasi nulla», rise, «ma vedete, tra una settimana avrò un bel database dove ci sarete tutti o quasi tutti. E allora forse ricomincerò a raccontarvi le storie che vi sareste dimenticati.»
Padre Mariano pensò che gli sarebbe piaciuto avere in quell’aggeggio una replica di suo padre, anche solo per chiedergli cosa gli avesse urlato quella sera. Forse se l’avesse ascoltato, adesso sarebbe in un pub a bere una birra, appena tornato dal lavoro, con un amico. Si sarebbero fermati a guardare il notiziario, mentre parlavano dei funerali del leader degli Egon, Mattia Fabbri, e avrebbero ricordato insieme i tempi dell’università quando andavano ai concerti e Sara gli stringeva la mano fortissimo perché aveva paura di perdersi. Sì, in quel momento più che a suo padre pensò a Sara e una piccola lacrima scivolò sul volto e si infranse sul telo bianco ricamato dell’altare, disegnando un piccolo alone.
Per qualche secondo la trasmissione dell’uomo sembrò essere terminata. Il logo 3D di Arcadia riprese a muoversi sullo schermo. Poi il volto di Mattia Fabbri tornò a mostrarsi. Un aggiornamento al database pensò Silvia osservando per la prima volta le facce sconvolte attorno a lei. Tutte quante tranne la mia: io con lo stesso nome del nonno e un profilo tagliente come quello di mia madre Silvia. Lo sguardo sereno di chi ancora non aveva una idea così netta della vita e della morte e che non distingueva l’immagine artificiale dello schermo da quella presunta reale delle tante videochat degli ultimi mesi.
«A proposito», disse il defunto, «volevo raccontarvi una storia che non ho mai rivelato a nessuno. La storia di quella chitarra lì», fece un cenno con il capo verso il feretro.
Silvia rimase un attimo perplessa. Un errore pensò, un neo, sulla simulazione davvero precisa dei pensieri di suo padre. Per un attimo si trovò confusa tra la bara dentro la quale aveva visto sparire il corpo del padre e il monitor con la sua immagine, che ora continuava a rivolgersi a loro per un saluto che non era un commiato, ma un benvenuto alla e dalla sua nuova forma.
«In tanti negli anni mi hanno chiesto come avessi iniziato la mia carriera. Quale fosse stata la scintilla. In fondo vengo da una famiglia di accademici. Nessun musicista, ma nemmeno un artista. Tutti uomini di scienza. Rigidi tecnocrati.
Ero poco più che bambino. Una sera che pioveva a dirotto, con mio padre, stavamo tornando a casa. Rischiavamo di inzupparci per bene, perché tutta quell’acqua io poi non l’ho più vista venire giù. L’unico posto in quella via dove ripararsi era un pub di quelli semibui, dove la gente provava a dimenticare le sue giornate riempendosi di alcol e ascoltando quattro disperati che provavano a suonare vecchia musica degli anni 80. Non ne ricordo nemmeno il nome scritto sull’insegna. Mio padre ordinò una birra e una coca per me e provò ad asciugarmi il volto e la testa con il suo fazzoletto. Ascoltammo per un’ora la band suonare, tra l’indifferenza degli altri avventori che li ignorarono anche quando finito tutto presero a smontare l’attrezzatura sul palco. Una cosa allora mi colpì: il chitarrista aveva chiuso il concerto con una foga e una felicità negli occhi che non si addicevano a quella mancanza di attenzione generale. Chiesi a mio padre se potevo avvicinarmi. Me lo concesse. Il chitarrista stava mettendo via i pedali degli effetti e mi ringraziò per essere passato a salutarlo. Disse che quella sera aveva avuto un successo enorme proprio perché io ero andato lì a dirgli che mi era piaciuto il concerto. Cristo, tutto un locale se ne era fregato di lui e della sua musica e quello diceva a me, che ero un soldo di cacio bagnato come un pulcino, che quella era stata una serata storica. Non capivo, ma lui disse di avvicinarmi e quasi come una confidenza, mi rivelò che secondo lui l’unica cosa che rimane di noi dopo la morte sono i ricordi che lasciamo agli altri. E così quello per lui era un grande giorno, perché sarebbe vissuto ancora nei miei ricordi. E vista la mia giovane età, ne avrebbe avuta tanta di vita. Disse proprio questo, che lui suonava perché non voleva morire e non conosceva metodo migliore. Poi disse, vieni. Da dietro un Marshall prese una borsa con una chitarra dentro. Disse, questa qui è la mia prima chitarra. Me la regalò un tizio importante che non puoi avere neanche sentito e che scrisse un pezzo fantastico. Uno di quelli che abbiamo suonato oggi, Sultans of swing. Una storia vecchia che ricordo ancora. Ho imparato su questa chitarra, sai? Ma ormai non la uso quasi più. La porto sempre con me solo come portafortuna, per ricordarmi del tizio e mantenerlo in vita. Prendila disse, facci vivere tu per sempre. Rideva, come se fosse davvero il giorno più felice della sua vita.»
Guardai la chitarra bianca accanto alla bara e strinsi la mano fredda di mia madre.
«Mattia?», fece il defunto, «avvicinati un attimo, Mattia.»
Io domandai con uno sguardo a mia madre se davvero potessi. Lei fece segno di sì.
«Peccato che non abbiano previsto la webcam, non posso vederti ancora, ma capisco che sei vicino.»
Con una mano feci come per accarezzare quella immagine.
«Sono qui accanto nonno», dissi con un filo di voce.
«La chitarra è quella lì, Mattia. Una Stratocaster bianca e rovinata dalle tante vite di gente che non aveva voglia di morire e allora su quelle corde ha lasciato incisa la sua anima, perché suonasse ancora. Così quando ieri sera è arrivata la mia bara dal Canada e mi hai chiesto se potevi tenerla tu per imparare a suonare, be’ ho pensato che era il più bel giorno della mia vita. Strano vero? Uno sta lì nella sua bara e di colpo si rende conto che è il momento giusto per sentirsi davvero felice. Corri Mattia, prendila, è tua. Facci suonare per sempre.»
Timidamente mi avvicinai allo strumento alto quasi quanto me. Lo adagiai nella sua logora custodia e con una certa buffa fatica lo trascinai al banco dove attendeva mia madre.
«Ragazzi, ora penso sia meglio che vi sbarazziate in fretta di quello che rimane di me», disse il defunto con una smorfia sarcastica indicando la bara, «mi pare che avevo chiesto di bruciare tutto, giusto? Vi voglio bene e mi raccomando, teniamoci in contatto.» Rise di gusto. Poi il logo 3D di Arcadia torno a muoversi sullo schermo nel silenzio generale.

Padre Mariano notò che il nodo in gola avrebbe richiesto almeno un sorso d’acqua, gesto atipico in un funerale che si rispetti. Avrebbe provveduto dopo, quando tutto sarebbe stato finito. Per settimane poi provò ancora a ricordare la frase in quella scena dello specchio, ma invano finché una domenica, in un rigattiere vicino la parrocchia, vide in un angolo uno specchio uguale. Per curiosità entrò dentro e proprio davanti a quel vecchio oggetto rovinato dal tempo sentì rimbombare quelle parole: “a forza di guardarti allo specchio diventerai una vecchia checca o un fottuto sagrestano.” Lui era diventato un sacerdote e aveva amato tanto una sola donna. La stessa che fino a due anni prima era stata con lui e lo aveva accompagnato nella sua vita. Solo allora ricordò quel recente messaggio nella posta. Tornato a casa con qualche esitazione rispose con le sue credenziali. Poi spense il pc e provò a immaginare cosa avrebbe detto Sara al loro primo incontro.
Mia madre ha scritto più volte allo staff di Arcadia. Avrebbe voluto avere le fonti del racconto della chitarra. Mio nonno l’aveva confidato solo a lei una sera e le aveva sempre raccomandato di non rivelarlo. Non aveva mai capito cosa ci fosse di così segreto in quella storia, ma almeno voleva capire chi aveva violato quel suo volere. Le hanno risposto sempre che non c’è un dato congruente con il racconto. Pare che stiano osservando comportamenti analoghi in altri profili. Come se l’algoritmo permettesse di costruire ricordi non compresi nella base dati o forse non direttamente leggibili a una mente umana.
Come so tutte queste cose su di loro? No, non mi hanno parlato di questo in vita. Ma, diciamo così, non ci siamo mai persi di vista da quando sono su Ethernal. Qui dentro siamo tutti molto più loquaci e accadono cose che neanche lo staff ci sa spiegare.
Da allora ho cambiato tante chitarre e suonato in tante band, ma non ho ancora trovato nessuno a cui regalare la Stratocaster di mio nonno. Ci vediamo spesso con lui e tante volte si è connesso ai miei concerti. Una sera mi ha pure chiesto perché non avessi mai suonato Sultans of swing. Ho risposto: “ho suonato spesso le tue canzoni nonno.” Lui ha sorriso e ha detto che prima o poi capiterà da sé.

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