LA CONTA

Il maresciallo arrivò trafelato e cominciò la conta delle vacche.  Era il suo modo quotidiano di dare fastidio. Non che servisse a molto, visto che quell’attività si ripeteva ormai da più di un anno e non aveva portato risultati, ma essere marescialli in un piccolo borgo di pochi gatti, con una statale che percorreva una ventina di chilometri, prima di congiungersi al paese successivo, non era come lavorare in una grande città. Il tempo nel borgo di G. andava riempito con diversivi, e la statale, oltre a qualche incidente mortale, era famosa per le vacche, espressione che piaceva poco al brigadiere, uomo di buoni costumi e valori cristiani, ma che dava un senso di superiorità al maresciallo.

– Siamo a ventitré, ne manca una – disse il brigadiere.

– La solita?

– La solita.

– Quella vacca ha i santi in paradiso – disse il maresciallo.

Il santo non stava in paradiso, semplicemente stava sulla piazza di G. e faceva l’ambulante. Vendeva frutta, e la caserma dei carabinieri sorgeva proprio lì a fianco.

– Sta arrivando.

Due semplici parole per non dare nell’occhio, come se l’ambulante dovesse riferire qualche minuzia alla moglie, cosa che il maresciallo aveva notato, ma a cui, colpevolmente, non dava importanza:

– Sta sempre al telefono, quello.

– Che vuole farci, maresciallo. Pochi secondi e la moglie è servita – ribatteva il brigadiere.

Invece la telefonata era indirizzata a Lucilla, che batteva ormai da mesi sulla statale e che sembrava fosse la favorita del magnaccia, il siciliano che pretendeva dalle ragazze il trenta per cento dell’incasso. L’ambulante era semplicemente il palo, pagato per controllare i movimenti dei carabinieri.

Il maresciallo passò in rassegna le ragazze:

– Ventitré vacche, una assente, ventitré scostumate che si fanno mungere dai vaccari…

– Maresciallo, suvvia – diceva il sottoposto con un certo sdegno. – Sono pur sempre figlie di Dio.

– E che vuol dire? Più che figlie queste sono vacche! – e sputò in terra per mostrare ribrezzo.

Poi, non potendo fare nulla, lasciava che le ragazze rompessero le righe, e queste silenziosamente e sculettando per provocazione, prendevano posto lungo la statale.

– Questo pezzo di strada è la mia giurisdizione, e sulla mia giurisdizione comando io – aggiungeva il maresciallo per rimarcare il suo potere.

– Capo, – disse il fruttivendolo al Siciliano. – Quel maresciallo sta dando fastidio.

– Lascia che arrivi il momento giusto.

Il momento giusto arrivò il mese dopo; il brigadiere cominciò a contare:

– Ehilà, maresciallo. Ventiquattro!

– Finalmente – ululò il maresciallo come un lupo affamato. – Il gatto ha mangiato la talpa?

Le ragazze stavano in silenzio.

– Capo, ce n’è una nuova – recitò il brigadiere.

– Una nuova vacca?

– Una nuova ragazza.

– Vediamo quanto latte porta! – proferì il maresciallo avvicinandosi alla fila di ragazze.

Poi stralunò e tossicchiò, come se avesse un groppo in gola:

– Che ci fai qui, anche tu una vacca?

La ragazza arrossì, si schermì e timidamente disse:

– Zio, scusami, ma devo!

D’improvviso arrivò un’auto a velocità sostenuta. Frenò e si affiancò al maresciallo.

Il carabiniere riconobbe l’ambulante:

– E lei che ci fa qui?

– L’ambasciatore! – proferì il fruttivendolo. Poi indicando la nipote del maresciallo, aggiunse:  – Quella ragazza è solo un avvertimento. O le lascia lavorare oppure la sua arroganza finirà sui quotidiani nazionali, in una bella foto, tra le vacche di un pascolo, o con la testa infilata sul corno di un toro. A buon intenditor…

Poi accelerò e si disperse.

Il maresciallo richiamò il brigadiere e sull’attenti disse:

– Brigadiere, queste ragazze hanno diritto al loro salario.

Quindi chiamò a sé la nipote e la accompagnò a casa.

di Stefano Re

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