Nothing to fear

Una brusca frenata che quasi si finisce a terra. Fuori solo terra bianca che sembra bruciata dal ghiaccio e qualche casa in lontananza con un filo di fumo a ricordarci che c’è vita fuori da queste lamiere.
I miei compagni di scompartimento guardano anche loro in giro, provando a capire il motivo di questa fermata imprevista. Nel corridoio una coppia si tiene per mano e osserva oltre il vetro il mondo gelato.
Uno della ferrovia prova a farsi strada e strilla qualcosa in quella bolgia di poche parole ancora dette nello spazio angusto che è diventato il treno.
Quando arriva vicino a noi, cogliamo che c’è un problema alla linea, un guasto dice e che forse bisognerà aspettare anche due giorni, perché bisogna trovare chi lo ripari.
Apriamo un finestrino, ma subito richiudiamo. Freddo e odore acro di fumi dalla locomotiva ammorba velocemente lo scompartimento. Durerà per un po’ ora e malediciamo quella inutile iniziativa che ha solo appestato l’aria.
Un tizio con i capelli rossi e le lentiggini tira fuori dalla borsa del pane e un pezzo di formaggio. Si chiama Jeff ed è salito circa sette fermate fa. Dice che sarà meglio mangiare qualcosa. Dovrebbe essere ora di pranzo, dice. Guardo fuori per avere una idea della posizione del sole e sì, dovrebbe proprio essere ora di pranzo.
Io non ho fame e non ricordo nemmeno cosa è accaduto dall’ultima volta che abbiamo mangiato. Ho della frutta e una scatola di fagioli in borsa, che tiro fuori per dare il mio contributo.
Margaret dice che è ora di fare la fila alla dispensa, non rimane più molto. E poggia sul posto accanto una piccola tanica con dello sciroppo e dei pancakes.
Il ferroviere torna indietro; fende la piccola folla nel corridoio e lancia uno sguardo furtivo nello scomparto. Rachel gli fa segno di entrare, porgendo un bicchierino con del caffè fumante dentro. L’ha versato dal thermos rosso che ogni mattina riempie in fondo al vagone. Il ferroviere si sporge dentro, finalmente rilassa il volto e accenna un lieve sorriso.
Si segga un attimo, dice Rachel. È poco più di un ragazzo e una volta avrebbe completato in un qualche liceo i suoi studi scientifici. Sì, ha proprio una faccia da futuro ingegnere, pensa Margaret, e gli porge anche un pancake bagnato di sciroppo.
Pare che si sia staccato un costone, dice il ferroviere ragazzo. E per fortuna che il macchinista aveva abbastanza visibilità per frenare in tempo. Siamo stati fortunati allora, esclama in mezzo ai denti bianchissimi Rachel.
Mi piace osservare i ragazzi guardarsi ancora e sognare. Prima non ci facevo nemmeno caso. Pensavo che fosse roba da adolescenti, che poi si cresce e si pensa alle cose serie. E invece ci siamo dovuti ricredere tutti. Sono cose serie queste, ben più dei lunghi dibattiti televisivi su questa o quella fazione politica.
Il ferroviere ringrazia con un sorriso più evidente e torna a farsi largo verso la coda del convoglio. Una ragazzina con le trecce guarda per un istante attraverso il vetro. Margaret pensa che le mancano i volti: era una maestra lei. Poi si gira e prova a piangere piano piano, in un angolo con una mano in volto.
Dal fondo del vagone qualcuno urla qualcosa e dopo poco gente infagottata inizia a imbrattare di piccole orme la neve fresca, tutti piccoli passi in fila verso il capannone di mattoni rossi e il tetto in lamiera. Il ferroviere sporge la testa nello scompartimento e dice che bisogna scendere per passare la notte lì dentro. Bisogna risparmiare carburante osserva Jeff e il prossimo rifornimento sarà a circa due giorni da qui. Rachel lo guarda interrogativo. Chiede, sai davvero dove siamo? Jeff fa un sorriso, dice che più o meno trovano una stazione attrezzata ogni cinque/sei giorni e che l’ultima l’abbiamo lasciata quattro giorni fa.
Mi chiedo cosa abbiamo fatto in questo tempo. Per fortuna ci sono dei libri che leggiamo con lentezza. Lunghe pause sui periodi che ricordano pensieri che abbiamo trascurato in passato. Immagini che ricordiamo. Sogni mai dimenticati.
E sai anche dove stiamo andando? Chiede Rachel. Jeff ci pensa un attimo e poi dice di no. In realtà ha spesso il dubbio che da un po’ si stia girando in tondo, ma prova sempre a trovare dettagli che lo possano confutare. Questo capannone, mi confessa mentre proviamo a stendere il materassino di lattice a terra, gli sembra di averlo visto passare già due volte. Dico che ci farò caso da adesso, ma in realtà non lo farò. Non mi importa più degli eventi. Fosse per me rimarrei da queste parti, in questo capannone ad attendere la fine dell’inverno. Fosse per me questi treni a gasolio starebbero fermi, sui binari morti delle stazioni vuote di viaggiatori. Invece viaggio insieme agli altri sul treno e al prossimo passaggio dirò che no, non era lo stesso capannone. Sì , ci somiglia ma non è lo stesso. Dirò così, anche se non è vero.
Delle stufe a gas provano a scaldare un po’ lo stanzone. Sembra una vecchia segheria vuota di ogni ricordo di legna. Dicono tutti che lì dove stiamo andando le linee elettriche hanno ricominciato a funzionare. Piccole installazioni fotovoltaiche o eoliche che alimentano alcuni borghi balneari. Rachel continua a parlarne del mare, si è portata dietro anche il racconto di Hemingway, il vecchio e il mare, ma dice che lo leggerà solo quando sarà arrivata. Dice che si siederà sulla spiaggia a leggere con il rumore della risacca nelle orecchie.
Non sei stata mai al mare? Le aveva chiesto una volta Margaret. Sì, certo, aveva risposto, e in realtà aveva letto anche il libro, ma quella cosa che voleva fare l’aveva promessa a sua nonna che aveva deciso di rimanere in città. Sua nonna le aveva confidato di aver fatto l’amore la prima volta proprio su una spiaggia, dietro una barca colorata di rosso, di bianco e di blu.
Dopo due ore la gente accucciata sotto le coperte termiche ha iniziato a sognare. Non io comunque, che continuo a esplorare le travi in ferro scorticate e le fiammelle azzurre delle stufe. Il ferroviere di tanto in tanto passa per controllare. Non c’è un reale motivo, ma star fermo per lui è un supplizio; così si muove, si muove sempre da un capo all’altro del treno, da un capo all’altro del capannone. Lo collegassero a una dinamo darebbe luce all’intero convoglio. Sarebbe facile per me alzarmi e andare in giro insieme a lui, tanto sono settimane che non dormo. Almeno quando tutti lo fanno. Di giorno, quando la gente parla e si racconta io sonnecchio guardando fuori. E sì quel capannone, caro il mio Jeff, è passato davanti ai miei occhi non due, ma tre volte. E chissà quante altre prima che mi sorgesse il dubbio di controllare il mondo fuori. Lo riconosco dai ganci arrugginiti che dovevano mantenere appesa una insegna. Quella della segheria o chissà di cos’altro. E così potrei alzarmi, andare incontro al ragazzo e chiedere cosa stiamo facendo. Perché giriamo in tondo da settimane. Cosa ne è stato della città e del mare. Ma rimango qui a fissare questo tetto malmesso e la fiammella azzurra. Anche perché il ragazzo potrebbe anche lui nutrire altri dubbi e in fin dei conti cosa può saperne. Probabilmente conosce poco i macchinisti e se anche così non fosse, ci sta che anche loro si son dovuti dare una qualche idea del mondo o hanno smesso di fare domande su quel girare in tondo.
Rachel nel buio tiene gli occhi aperti e a ogni passaggio del ferroviere sogna che le si avvicini e le carezzi una guancia. Ha accanto il libro di Hemingway, osserva il ragazzo e fa finta di dormire respirando piano e guardando di sbieco le ombre.
Margaret sogna di essere nella sua grande cucina a impastare i pancakes. Il suo gatto Lucas le gironzola attorno sperando in qualche boccone. È bianco il suo gatto, candido, come la neve che hanno calpestato fuori. E sul pelo distingue proprio le orme impresse per arrivare al capannone. E quella neve è davvero il pelo del gatto. Un animale enorme che è tutto il suo mondo, dove ha costruito la sua casa, con la cucina grande abbastanza per fare i pancakes per tutta la sua famiglia. Tanto grande che per andare dalla credenza al forno bisogna salire sul treno e farsi portare fin là, fino al mare, un posto caldo, dove cuoce i suoi dolci deliziosi che poi distribuisce sul treno. E il ragazzo che forse ha l’età dei suoi nipoti li morde con avidità. Poi il gatto infastidito da tutto quel via vai sul suo pelo dà uno scossone e una frana enorme si abbatte sulla ferrovia. Congelando il suo mondo in un capannone rovinato in mezzo al pelo del gatto.
Jeff dorme. In mezzo ai suoi dubbi non sogna. O se lo fa li dimentica. Rimane in fondo razionale e convinto che la struttura ferroviaria stia pensando a tutto. Anche a scrivere la storia di quei capannoni tutti uguali disseminati ovunque in quel mondo bianco. Bisogna avere fede e arrivare alla meta finale. Quando è sveglio sul treno si chiede se potrà leggere anche lui il vecchio e il mare quando il viaggio sarà finito. Potrebbe chiederlo in prestito a Rachel e stendersi sulla spiaggia poggiato allo zaino che tiene accanto e che gli regge la testa. Lì c’è scritto come ricominciare tutto daccapo. L’uomo può essere distrutto non sconfitto. Dice così giusto? E lui non si farà distruggere dai capannoni tutti uguali che hanno costruito lungo la ferrovia che conduce al mare.
Vedo tornare la luce del giorno dalle alte e strette finestre. Il ragazzo passa ancora in mezzo ai corpi distesi sui giacigli di lattice. Mi chiedo quando dorma o se come me ormai si assopisce quando tutti gli altri sono svegli. Chissà se parla e da risposte ai viaggiatori, ma in realtà dorme. Già, in realtà forse dormiamo entrambi quando gli altri ci vedono svegli, ma è un trucco, una finzione. Una difesa estrema.
Un’ora e ci dicono che tutto è stato sistemato e che possiamo tornare al treno. Lo sussurrano passando accanto ai corpi assopiti. Il ragazzo passa accanto a Margaret e a Rachel, ma non le carezza il viso. Cambia appena il tono, rallenta le parole, le scalda un poco in gola, scandendo ogni sillaba con cura.
Jeff sembra soddisfatto che la sua vita torni ancora una volta sulle rotaie, dritte e gestite della struttura ferroviaria. Io non ho bisogno di annunci sono già in piedi e riavvolgo le mia cose con calma.
Fuori la neve ha cancellato le orme di ieri. Sarà felice Lucas pensa Margaret. Non ha mai sopportato di avere il pelo in disordine. Nello scompartimento torniamo ognuno ai posti che in qualche modo ci siamo scelti. Il ferroviere passa nel corridoio ispezionando ogni scomparto, contando e ricontando i passeggeri, così come il protocollo gli ha assegnato. Rachel prova a incrociare i suoi occhi, ma il momento è di quelli che non permettono sentimenti. Ogni volta che si riparte bisogna essere gelidi, contare e stabilire con il capotreno il momento esatto che abiliti la ripartenza. Ha una suono quasi mistico: ripartenza. Le vibrazioni cupe indicano che il motore è di nuovo acceso e terminata la conta infinita il macchinista invisibile genera lo strappo che vince ogni inerzia al moto. Tutto avviene con uno stridere metallico della meccanica della ferrovia, perfetta ingegneria del viaggio verso la meta.
Il capannone di mattoni rossi ci rimane dietro e dopo poco il costone graffiato dalla frana ci si accosta sulla destra. Jeff lo guarda con orgoglio, la struttura ferroviaria ha rimosso l’ostacolo e protetto i suoi passeggeri: bene, dice a voce alta. Guarda Margaret alzarsi e andare in fondo al vagone per recuperare la colazione e sorride compiaciuto.
Io vorrei assopirmi adesso esattamente come vorrebbe fare il ragazzo. Ma Rachel lo richiama dentro con un gesto. Quindi non dobbiamo avere più paura? Chiede stringendo al petto il libro con un gesto di protezione. Il ferroviere ha solo voglia di dormire e forse non ha una vera risposta, per questo resta in silenzio. Io mi sporgo verso di loro, guardo il mondo ghiacciato oltre il vetro e allora dico no, oggi non c’è più niente di cui avere paura.

  1. Pingback: Nothing to fear | L'ordalia dell'acqua

  2. Eccezionale. Questo lo scrivo sempre per i tuoi racconti e ormai sono diventato come quel tuo treno che gira in tondo passando per capannoni apparentemente uguali (o quasi). Tu però non sei come quel treno e le tue storie sono ogni volta bellissimi e intriganti. Ora abbiamo un SuperMario ma è solo secondo dietro a te, o terzo considerando l’Idraulico. Un abbraccio

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...