L’AMORE IN ASCENSORE.

“Mi dispiace, ma non va neanche oggi”, annuncia sornione il vicino, strizzandomi l’occhio.

Il figlioletto, reggendo sulle spalle uno zaino azzurro più grosso di lui che quasi lo seppellisce, lo strattona piagnucolando.

Prima che io riesca a aprire la bocca, il piccolo grida: “Papà, non ho voglia di fare le scale! Non puoi sistemarlo tu?”

“Dany, l’ascensore non è rotto, è solo occupato.”

“Da chi?”, domanda il marmocchio.

“Stanno ‘lavorando’ al piano di sopra”, risponde il ragionier Melandri, voltandosi solo un po’, per potersela ghignare sotto i baffi.

Ma quel monello non cede mai: mi capita di sentirli litigare anche tutto il giorno.

“Io voglio prendere l’ascensore!”, dichiara cocciuto.

“Sono stufo anch’io di salire e scendere queste scale a piedi. Cosa credi? Se solo l’avessi saputo un anno fa, avrei di sicuro affittato un appartamento a piano terra”, dichiara l’uomo, sorridendo ancora.

In periferia le voci corrono più veloci del vento, soprattutto quando si vive in una palazzina di medie dimensioni, com’è la nostra.

“E del costoso e inutile intervento dei tecnici ne parleremo giovedì sera. Sarà presente alla riunione, vero?”, mi chiede.

“Come sempre. Non mancherò”, dico. E non mento, benché non abbia la minima voglia di partecipare all’ennesima assemblea condominiale. Saremo in pochi, come sempre. I soliti quattro gatti.

Sono piuttosto sicura che i responsabili di questa farsa nemmeno si presenteranno, e proprio per questo mi annoierò a morte.

Ripenso al principio di questa ridicola faccenda, cominciata solo un paio di mesi fa. Le cause del malfunzionamento dell’ascensore erano ancora sconosciute. Credendo che si trattasse di un guasto, un condomino, il solito, quello che vede tutto per primo, ha pensato bene di avvertire l’assistenza. I tecnici, senza far niente, hanno poi preteso un sacco di soldi.

“Andiamo Dany, o faremo tardi”.

Il ragioniere, con un cinico sorriso stampato sulle labbra, accenna un saluto, chinando leggermente il capo. Chissà perché, mi ricorda quegli inutili giocattoli cinesi a moto perpetuo, con la ventosa, che di solito la gente ama attaccare al parabrezza dell’auto.

Rimasta sola sul pianerottolo mi accingo a chiudere a chiave la porta d’entrata. Finalmente tutto tace. Le mandate rimbombano secche nel corridoio.

Mentre infilo nella borsa il portachiavi, mi giunge all’orecchio un cigolio piuttosto sinistro.

Mi sforzo di capire da dove proviene il rumore. Mi guardo intorno.

Persino nella penombra, il nuovo orrendo portaombrelli variopinto che troneggia all’ingresso di casa Panzanera è un pugno in un occhio, e mi dà conferma del cattivo gusto della sua proprietaria: un’antipatica e scorbutica culona.

Mi dirigo piuttosto rassegnata verso le scale, ma ecco di nuovo il rumore. Stavolta è ancora più nitido. Intuisco che proviene dall’interno dell’ascensore.

Il suo ritmo è ipnotico e riesce a immobilizzarmi, mi trattiene.

Tre tonfi sommessi e poi un colpo forte, potente, così tanto violento che riesce a far vibrare persino la porta. La sequenza si ripete, è modulare. D’istinto poggio il palmo della mano all’anta in alluminio. La percepisco fredda e liscia, la sento vibrare; sembra viva sotto le dita. Sussulto, poi la accarezzo.

La borsa a tracolla scivola dalla spalla, trascinando con sé anche la manica della camicetta. Il colletto mi serra la gola in una delicata morsa.

La sequenza continua a ripetersi imperterrita: tre battiti e un colpo, ancora tre battiti e un colpo.

All’improvviso mi sembra di distinguere, in sottofondo, una voce languida e flebile, femminile.

Dunque le cose stanno così! E’ proprio vero.

E’ un lieto piagnucolare, è un solfeggio suadente, è un sommesso mugugno animalesco, un gemito diabolico e nel contempo logorante.

Le mie gambe tremano. Realizzo di essermi accasciata per terra. Mi ritrovo sdraiata su un fianco. La gonna è raccolta intorno alla vita, la borsa è in bilico su una coscia rimasta nuda e scoperta, mentre l’orecchio è ancora incollato all’ascensore.

Il ritmo dell’amplesso accelera, così come la sua intensità.

Ho la fronte madida di sudore, e il respiro è affannoso. E il cuore batte forte, come se lassù, lì dentro, ci fossi proprio io.

La mia mano scivola laddove non dovrebbe essere, laddove non ha alcun senso che stia in questo preciso momento.

I colpi si son fatti impetuosi, potenti, furiosi e selvaggi. Lo sportello è messo a dura prova, come scosso da un terribile bombardamento. La mia mano scivola di qua, di là; su e giù. Scivola come una slitta sopra una superficie ghiacciata.

Ora sento anche lui. E pensare che mi ha sempre dato l’impressione di essere un uomo così distinto…

Adesso sta dicendo qualcosa. A stento riesco a distinguere le parole dai versi. Ha una voce roca e diversa dal solito, mi pare abbia un tono piuttosto provato. Sono più che mai convinta: è davvero lui!

Una voce acuta, all’improvviso, risuona per le scale. Sussulto. Qualcuno sta salendo. Sta arrivando, è qui vicino.

Cerco di rialzarmi in fretta, ma sono rigida quanto una vecchia scopa di saggina.

Mentre cerco di ricompormi alla meglio, quel pestifero mostriciattolo ricompare all’improvviso sul pianerottolo. Di sicuro, quei due hanno scordato qualcosa.

“Papà, corri, la nostra vicina sta male. Sbrigati, fai presto!”

Devo essere pallida, devo avere un aspetto stravolto e penoso.

“E’ tutto a posto, signor Melandri”, dico. Cerco di mantenere la calma, ma vorrei scomparire mentre sistemo la gonna.

Le gambe tremano ancora.

Fuori, per fortuna, tira un venticello frizzante. Sollevo lo sguardo e osservo le finestre al sesto piano. In questo momento vorrei essere una mosca.

Nel cielo, proprio sopra il palazzo, si stanno accalcando degli enormi nuvoloni grigi. Tra poco attaccherà a piovere, e io, come al solito, non ho neanche preso l’ombrello.

Pazienza!

  1. tempi scanditi come quelli nell’ascensore. Bravissima nel raccontare senza trasbordare.
    Che dire? Racconto veramente sublime per come l’hai narrato.
    Complimenti.
    O.T. per marzo è pronta per te la data del 24 marzo. OK?

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