The show must go on

Ogni notte Anna aspetta con pazienza che il sonno giunga. L’attende in una posizione particolare, supina con la gamba destra un po’ rannicchiata sotto la sinistra. Così lieve scivola verso il sogno e Marcellino allora siede sul bordo del letto e sottovoce canta la canzone che ha scritto per lei. Lui ha sempre le unghie delle mani tinte di blu e un bel completo azzurro pastello. Le carezza piano la pancia e chiede come stai amore mio? Anna allora sorride e risponde bene Marcellino. Bene ora che sei qui.

Quel nome lì, Marcellino, gli era rimasto incollato fin da piccolo per distinguerlo dal cugino più grande che si era già aggiudicato il Marcello del nonno. Poi però si sa che la vita ha il senso dell’ironia e così era venuto fuori un omone di due metri, mentre il più anziano Marcello era rimasto un fuscello basso e mingherlino.

Quando Marcellino volò via era un mercoledì. Fosse stato un giorno diverso allora sarebbero andati in negozio insieme con Anna. Ma era mercoledì e di pomeriggio lei doveva andar in giro a sbrigar chissà quali faccende. Così disse. Quando tornò a casa già era tutto accaduto e il maresciallo le era andato incontro con una faccia che non lasciava nessuno spazio alle domande. Anche chiedere il come le sembrò superfluo e troppo fiato le rimase in gola insieme a molte altre parole non dette.

Marcellino glielo fecero vedere solo perché dovevano compilare delle carte e anche lì solo il silenzio si ebbe da lei. Non una parola, una lacrima. Buttò giusto un’occhiata pietosa su quel fagotto d’ossa rimesse insieme con cura precaria, ma nulla di più. Marcellino era ben altro nei suoi occhi; lei poi disse ok andiamo a casa ora, come se potesse ancora ascoltarla, levarsi in piedi, aggiustarsi il vestito e venirle dietro. Lenta si era incamminata tenendo stretta la borsa: fosse stata una cosa viva l’avrebbe asfissiata tanto la serrava a sé. La gente mentre passava veniva fuori a guardarla, le faceva un cenno di saluto perché di avvicinarsi non se ne parlava proprio e rientrava subito dopo. Lei procedeva e girava solo lo sguardo gelida, dura del silenzio, stritolando la borsa.

Geronimo arrivò in serata e la chiamò in disparte. Rimasero nel corridoio dieci minuti a gesticolare. Poi si lasciarono in qualche modo. Di Geronimo non lo ricordava più nessuno il nome vero, nemmeno sua madre. Lui era nato sbagliato e forse qualcosa Nina avrebbe potuto fare per metterlo un po’ meglio al mondo, ma i soldi erano pochi e già apparecchiare più volte al giorno e cucire due stracci decenti da mettersi addosso era per lei un successo. Per quello che potevano in paese l’avevano aiutato: gli spiegarono a portare il carro funebre a due all’ora e a servir messa, rassettando un po’ la parrocchia dopo i riti e prenotando le benedizioni su un foglio pulito. Per tutto questo gli davano qualche euro che a casa faceva comodo, perché Nina con le riparazioni incassava sempre meno e con la vista che le rimaneva gli orli venivano una vera schifezza. La gente però non aveva cuore di farglielo notare, così si riprendevano le loro cose, pagavano più per mascherare un obolo e poi a casa disfacevano tutto e provavano a rimediare.

La mattina dopo Geronimo arrivò presto e controllando il corteo dagli specchietti si infilò tra i vicoli silenziosi che portavano alla grande piazza assolata. La gente metteva la testa fuori e si faceva un segno della croce veloce. Qualcuno, pochi in verità, si buttò addosso una giacchetta scura e si aggiunse alla processione, più per vedere come sarebbe andata a finire che per partecipare. Marcellino era quello strano e troppe cose che aveva cantato a tanti non eran andate giù. Avevano ingoiato il rospo finché i riflettori erano rimasti accesi, poi…
Sfociati nella piazza, Anna allungò il passo appena un po’ affiancando sul lato guida Geronimo. Con una mano gli fece segno di fermarsi, mentre lei si diresse verso la scalinata della chiesa. La porta era chiusa e a vederla piantata lì davanti a guardare quell’ingresso sbarrato con la borsa stretta al petto dava l’impressione di avercela la forza per buttarla giù.
Don Mariano intanto dalla finestrella in alto la spiava e a sapere come sarebbe andata a finire, di sicuro avrebbe preferito che davvero l’avesse buttata giù quella maledetta porta. Peccato che poco dopo le vide farsi il segno della croce, girarsi e tornare indietro. Anna fece cenno a Geronimo che ora potevano andare e si rimise al suo posto lì dietro.

Per tre giorni la gente continuò a chiacchierare, zittendosi quando Anna appariva nel suo mutismo. Al quarto la osservò tirare su la saracinesca e mettere fuori le sporte con la merce nuova. E una settimana bastò perché sbiadisse Marcellino e i suoi due metri inutili. Eppure qualcosa di pesante era rimasto nell’aria e anche a respirar piano la fatica di tirare avanti riaffiorava ogni santo giorno. A sera quel peso in petto li gettava nei letti esausti e più provavano a dimenticare più la figura di Anna davanti a quel portone li torturava.

Geronimo il mercoledì dopo aveva bussato alla porta della donna e nel suo modo a gesti e spezzoni di parole aveva comunicato un messaggio di padre Mariano. Anna si era presa un minuto buono per manifestare una reazione. No, aveva detto, ora ho da fare.
Geronimo bissò la visita altre due volte, stessa scena, stessa risposta. Poi un sabato mattina Anna si preparò presto e già alle sette scampanellò alla canonica. Padre Mariano le aprì con gli occhi rossi spiritati salutandola con un cenno appena e invitandola a entrare.
Anna fece solo due passi piccoli e restò in piedi vicina alla soglia, muta mentre padre Mariano finiva di avvitare la caffettiera. Il fuoco con un guizzo si era acceso e il parroco lo aveva guardato danzare sotto la caldaietta: sibilo di gas, respiri faticosi e silenzio gelido nel breve spazio della cucina.
Silenzio che Anna ruppe per prima, «inutile che continui a mandare Geronimo. Non posso farci niente io. Lo conosci meglio di me Marcellino, dovevi pensarci prima.»

«Non potevo celebrare io. La comunità, cosa avrebbe detto la comunità?»

«Che comunità? Sai bene che non c’entra niente il funerale. Dovevi pensarci prima, quando veniva a cantare nel coro.»

Padre Mariano sorrise, «ancora con questa storia del coro. Mi pare che il suo bel successo poi lo ha avuto e con i soldini vi siete pure aperti il negozio.»

«Due anni, al terzo è rimasto sei mesi a guardare il telefono muto. Lo sapevo io e lo sapevi tu. Se lo sono mangiati vivo finché divertiva il pubblico poi, puff, tutto evaporato, da un giorno all’altro. Le mode cambiano Marcellino! Sei già vecchio Marcellino!E poi quel nome, Marcellino! Devi cambiare. E io ve lo dicevo che aveva bisogno di aiuto quando lo vedevate truccatissimo in TV. Che grandi risate, eh! Ma uno grande e grosso secondo tutti voi deve per forza spaccare il mondo, giusto? Aveva tutto in fondo e se hai tutto non devi chiedere aiuto a nessuno. Peccato che a lui piaceva cantare, solo quello sapeva fare. Cantare.»

«Devi convincerlo Anna. Ogni notte, ogni notte viene a tormentarmi.»

Rise, «convincerlo? E proprio voi credete ai fantasmi? Padre Mariano io non sono riuscita a convincerlo in vita e dovrei farlo ora che è troppo tardi? E poi sono fatti vostri questi? Solo vostri. Io non c’entro niente. Io la notte dormo. Vuol dire che non ho conti in sospeso con nessuno e dormo.»

«Ma cosa volete da me? Cosa?»

«Ma davvero non ci arrivi? Sai cosa mi ha detto due ore prima di buttarsi giù? Ha detto che comunque sia lo spettacolo deve andare avanti. Sempre. Anche se è tutto perso.»

«Ma tu avevi capito qualcosa? Potevi fermarlo. Dovevi…»

«Dovevo cosa? Era finita, lo capisci? Lo capite tu è la cazzo dì comunità? Non ce la faceva più. Se non poteva cantare non aveva senso continuare a fare i conti della cassa a fine giornata. Ogni giornata uguale a quella prima. L’unico modo per non farlo morire era obbligarlo a non vivere più. E l’unica cosa che ho potuto fare per lui è stata lasciarlo andare. E sai cosa voleva? Un ultimo spettacolo, qualcuno che cantasse per lui, per una volta. Per l’ultima volta.»

«E io che avrei dovuto fare?»

«Cantare! Solo quello. Cantare. Tu e il tuo stramaledetto coro. Eri l’unico che potevi farlo per lui. Gliel’hai contagiata tu questa malattia del canto. O hai dimenticato anche questo? Oltre a quanto faccia schifo la comunità?»

Quella notte Anna aspettò con pazienza che il sonno arrivasse. Poi, come spesso accade ancora oggi, Marcellino scivolò leggero sul pavimento e si sedette su bordo del letto.

«Canta ancora bene padre Mariano», disse carezzandole la pancia.

«Si è deciso a passare quindi.»

«Deve avere avuto solo voglia di dormire finalmente. Canta bene, eh! Ma repertorio vecchiotto. Dovrebbe aggiornarlo, le mode cambiano. È arrivato che il custode non lo voleva fare più entrare. Sembrava Ozzy Osbourne sul palco tanto era indemoniato. Bel mazzo di fiori? Eh! Gli saranno costati. E poi nel silenzio della sera ha tirato fuori un falsetto che l’avesse sentito il mio produttore si sarebbe strappato i capelli dalla gioia.»

«Posso chiederti una cosa?»

«Certo?»

«Stai meglio ora?»

«Ora che padre Mariano ha cantato per me?»

«No, ora che…»

Il primo raggio di sole trafisse il pulviscolo tenue della stanza.
Vuota.
Anna nel sonno sorrise.
Finalmente.

  1. Sicuramente un bel racconto strutturato bene con un fantasma che tormenta i vivi come quelli che hanno tormentato lui.
    Ma Geronimo chi è?.
    O.T. per aprile è pronta la data del 18 aprile. Va bene?

  2. Pingback: The show must go on | L'ordalia dell'acqua

  3. Che spettacolo! sei sempre bravissimo e io mi aspetto che un giorno o l’altro La nebbia che non c’era a Edimburgo abbia un seguito. Hai una penna formidabile e sarebbe bello rivedere anche l’inchiostro di un nuovo libro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...