IL BAR DELL’ANGOLO.

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IL BAR DELL’ANGOLO.

“Lo psicologo dice che si sente sola, ma non lo è del tutto.”

“Lo so”, risponde Marco, trascinando una spugna umida lungo il bancone.

Lory guarda giù e, con l’indice, disegna dei cerchi nella condensa apparsa sul granito.

Il locale è ormai vuoto. La macchina del caffè riflette distorta la sagoma di una donna che, sola a un tavolo, regge un bicchiere a mezz’aria e tiene lo sguardo basso, sugli spazi bianchi, tra le pagine di un giornale.

“Non c’è mai stata per te, e tu le vuoi ancora bene.”

“Credo che si tratti di una sorta di gratitudine per avermi messa al mondo.”

“È molto di più”, le risponde lui.

L’aria profuma di amaro e di dolce. Il cucchiaino tintinna sul piatto e il vapore esalato dalla tazza è un toccasana per le labbra. Fuori fa un gran freddo.

“Qui è al sicuro, sai che le annacquo la vodka! I suoi pensieri sono più alcolici di ciò che beve; e poi, questo bar è il migliore della città!” L’uomo storta la bocca in un sorriso incompiuto.

“Grazie, Marco.”

“Va’ a casa, mettila a letto. E aspettami.”

Lory scivola scomposta dallo sgabello per lei fin troppo alto, poi si accinge a raggiungere la madre.

“Dài, andiamo. È tardi.”

“Gli uomini sono tutti stronzi!”

“Forza ma’, metti bene la giacca. Brava, ben fatto, così!”.

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