Un seme come insegnante (Parte prima)

 Ritorno a questo caffé dopo parecchio tempo, dovuto a varie cause, di cui vi assicuro che non vi tedierò.

Questo racconto diviso in due parti nasce dall’impegno preso all’Uni3, cui mi sono iscritto, e che é sfociato, non solo in questo scrito, ma anche nella pubblicazione dello stesso, insieme ad altri racconti dei vari partecipanti al corso di “Scrittura Creativa”. Ecco dunque la prima parte e nel lasciarvi alla lettura, spero piacevole, mi corre l’obbligo di ringraziare per questa occasione, il nostro anfitrione.              

Intabarrato nel suo vecchio soprabito e certo di non essere visto, il professore scivolò attraverso lo spiraglio della porta che Alfredo, il bidello, aveva lasciato scostata per assecondare quella che considerava una bizzarria dell’insegnante: il desiderio di risultare invisibile.

Il professor Giovanni Innavo, docente di italiano, storia e geografia, era orami giunto alla fine della carriera scolastica; ancora qualche mese e per lui si sarebbe spalancato lo “splendido autunno” del pensionamento tanto atteso e tutto da vivere.

Salite le scale, guadagnò la sala professori, assaporando quella mezz’ora di completa e gratificante solitudine che lo separava dall’inizio delle lezioni.

Ma quel giorno, le sue aspettative svanirono in un respiro: in fondo al lungo tavolo della sala, sedevano, uno di fronte all’altra, Marcello Ollecra, insegnante di matematica e scienze, e Carlotta Atto, giovane e piacente insegnante di lingue

Il professor Ollecra, parlando in tono accalorato, brandiva un sacchetto che la collega fissava rapita, se non intimorita, dall’enfasi con cui il professore lo agitava.

Nessuno dei due si accorse dell’ingresso di Innavo, che si immobilizzò appoggiato allo stipite della porta e tese le orecchie per afferrare il senso del discorso di Ollecra.

Dunque qual era il problema? Spiegare il seme alla seconda B, alla prima ora.

– Capisci, Carlotta?  – stava dicendo Marcello, allentando la cravatta e slacciandosi il bottone della camicia. – Ti pare giusto che ai ragazzi spieghi il seme con una pletora di tecnicismi?

Ciò renderebbe la lezione di una tale aridità! Io avrei intenzione di arricchire il discorso con una serie di esempi, di metafore, mantenendo però un’aderenza alla materia, proprio per non uscire dal seminato.

La professoressa annuì con convinzione, a bocca aperta, e tanto bastò al collega per sentirsi in diritto di proseguire il monologo.

– Ora senti quali metafore intenderei utilizzare: inizierei con il  seme  come principio di vita e di morte. La vita esiste se il seme muore. Un perfetto ossimoro, morire per vivere. Potrei partire parlando del seme in agricoltura. Il seme, una volta piantato, germoglia; la pianta cresce e a sua volta fruttifica e genera altro seme. Un ciclo infinito o quasi. Aggiungerei qualche esempio su come il seme si propaga in natura. Con i soliti esempi del vento, dell’acqua, degli animali, come mezzi di trasporto. Che ne dici, Carlotta?

Lei tornò ad approvare con un cenno del capo e il collega, ringalluzzito più che mai, riprese:

– Bene, bene. Vorrei continuare mettendo l’accento su come il seme, generatore di vita, proprio per la sua intrinseca preziosità, non debba essere sprecato e qui, potrei introdurre un pistolotto morale su come non si debba andare contra sextum.

La Atto sbarrò gli occhi e, alzate la mani, sbottò:

– Marcello, attenzione! Secondo me ti vai a mettere in un ginepraio che non immagini. Contra sextum? A dei ragazzini di seconda? Che mi risulti, di educazione sessuale, in questa scuola, non se n’è mai minimamente accennato. Ti vuoi mettere contro il Preside? E soprattutto contro il collega di religione? Che tra l’altro è anche parroco del paese? Ho paura che sarebbe come  scatenare un Moloch! Frena, Marcello, ti conviene parlare del seme di grano e lasciar perdere gli altri.

Ollecra la guardò contrariato , poi commentò acido:

– Tu credi? Credi che gettare un piccolo seme di moralità sia fuori luogo? Ritieni sia meglio lasciare  giovani menti in balia di ormoni impazziti?

Carlotta scosse la testa:

– Parliamone ancora, se vuoi, ma non ora; riprenderemo l’argomento in un contesto appropriato se mai; adesso, però, vai avanti, per favore: qui  tra poco arriveranno i colleghi.

Il professore si toccò nervosamente il nodo allentato della cravatta.

– E va bene. Allora utilizzerò la metafora della violenza. Sì, il seme della violenza e dell’odio; anzi, meglio ancora, del bullismo. Di questo credo non se ne parli abbastanza e qui esistono fulgidi esempi in tal senso; tu sai benissimo a chi mi riferisco; proprio ad alcuni ragazzi delle terze che hanno preso di mira alcuni dei più piccoli e occorre intervenire. Subito, adesso e sradicare questa mala pianta,–

Per dar forza alle sue parole, Ollecra aveva alzato il tono di voce, ma aveva perso il controllo della salivazione, tanto che alcune goccioline andarono a colpire gli occhiali della Atto. Lei si scostò schifata  e cercò nella borsa un fazzoletto per pulire le lenti; poi lanciò un’occhiata di fuoco al collega. In quel momento, il professor Innavo, sempre immobile contro lo stipite della porta,  pensò, da buon geografo, ai vulcani, materia di una sua prossima lezione. “Ecco, ci siamo,” si disse. “Manifestazioni piroclastiche da vulcano esplosivo. Adesso voglio proprio vedere chi scoppierà tra i due”.

E fu subito accontentato.

  1. ottimo inizio! Il seme… una lezione magistrale tiene il prof sul seme, in senso lato. Le pruderie di Carlotta, la pericolosità di parlare di certe cose, insomma un bel mix. Attendo con curiosità chi scoppia.
    O.T. ben tornato e spero che tu voglia contribuire con i tuoi post alla crescita di questo Caffè Letterario. Se hai qualcosa la data del 14 aprile è tua.

  2. Grazie dell’accoglienza. Spero che questa e l’altra parte che pubblicherò mercoledì, piaccia agli altri “avventori”. Vedrò di trovare qualcosa in archivio, ma ti darò conferma.

    • Scusami, ma nella fretta e nella confusione dei miei giorni attuali, non ho letto il tuo commento. Ti ringrazio del passaggio e spero che la second parte ti abbia soddisfatto, Grazie ancora per il tuo apprezzamento

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